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Document 52013DC0463
REPORT FROM THE COMMISSION TO THE EUROPEAN PARLIAMENT AND THE COUNCIL Eighth progress report on economic, social and territorial cohesion The regional and urban dimension of the crisis
RELAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO Ottava relazione intermedia sulla coesione economica, sociale e territoriale La dimensione regionale e urbana della crisi
RELAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO Ottava relazione intermedia sulla coesione economica, sociale e territoriale La dimensione regionale e urbana della crisi
/* COM/2013/0463 final */
RELAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO Ottava relazione intermedia sulla coesione economica, sociale e territoriale La dimensione regionale e urbana della crisi /* COM/2013/0463 final */
INDICE 1........... Introduzione................................................................................................................... 3 2........... Scenario......................................................................................................................... 3 2.1........ Contrazione del PIL ed occupazione............................................................................... 3 2.2........ Deterioramento della finanza nazionale
e subnazionale...................................................... 4 2.3........ Settore edile e manifatturiero più
colpito dalla recessione................................................. 4 2.4........ Ripresa delle esportazioni................................................................................................ 5 2.5........ Rallentamento degli investimenti
esteri diretti.................................................................... 6 2.6........ Crescente rischio di povertà ed
esclusione....................................................................... 8 3........... L'impatto regionale....................................................................................................... 11 3.1........ PIL ed occupazione nei primi tre
anni della crisi............................................................. 12 3.2........ Disoccupazione in aumento,
specialmente nelle regioni del sud....................................... 13 3.3........ Migrazione in calo......................................................................................................... 13 4........... L'impatto urbano.......................................................................................................... 14 4.1........ Regioni metropolitane fra capacità
di ripresa e vulnerabilità............................................ 14 4.2........ Città in crisi.................................................................................................................. 15 5........... La politica di coesione e la crisi..................................................................................... 17 RELAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO
EUROPEO E AL CONSIGLIO Ottava relazione intermedia sulla coesione
economica, sociale e territoriale La dimensione regionale e urbana della
crisi 1. Introduzione Nel 2014 il periodo di programmazione della
politica di coesione avrà inizio nel solco della peggiore recessione degli
ultimi cinquanta anni. La crisi ha invertito il processo di convergenza del PIL
regionale pro capite e della disoccupazione all'interno dell'UE. La sfida
consiste ora nel garantire un rapido ritorno ad un percorso di crescita
sostenuta, specialmente nelle regioni e nelle città meno sviluppate. Nell'intento di supportare gli imminenti
negoziati sui programmi la presente relazione evidenzia i cambiamenti, indotti
dalla crisi, che incideranno sul contesto e sulle priorità dei nuovi programmi.
Per cominciare la relazione delinea lo scenario, presentando una panoramica dei
principali sviluppi intervenuti a livello nazionale. Passa poi ad esaminare le
ripercussioni della crisi su regioni e città nonché le crescenti disparità.
Espone infine le modalità con le quali l'ambiente economico così mutato
influenzerà i programmi di coesione futuri e sottolinea altresì l'esigenza di
concentrare fortemente l'azione su argomenti specifici. La presente relazione segue la Settima
relazione intermedia pubblicata nel 2011, e sarà a sua volta seguita dalla
pubblicazione nel 2014 della Sesta relazione sulla coesione. Quest'ultima
verterà anche su tematiche quali l'innovazione, il clima e l'ambiente, che non
hanno potuto essere trattate nel presente documento. 2. Scenario 2.1. Contrazione
del PIL e occupazione Nel secondo trimestre del 2008 l'UE è entrata
in una fase di recessione, durata cinque trimestri. Questa recessione si è
tradotta in un prolungato ristagno nella crescita del PIL. Il PIL dell'UE ha
subito un'ulteriore contrazione nell'ultimo trimestre del 2011 oltre che nei
primi due e nell'ultimo del 2012. Se il PIL accuserà una flessione anche nel
primo trimestre del 2013 avremo una recessione a triplo minimo. Gli effetti globali della crisi sul PIL e
sull'occupazione fra il 2007 e il 2011 sono risultati più marcati nei tre Stati
baltici, in Irlanda, in Grecia e in Spagna (cfr. documento di lavoro dei
servizi della Commissione, figura 1). Gli Stati baltici e l'Irlanda hanno
ripreso a crescere nel 2010 o nel 2011 e si prevede che la crescita continui
fino al 2014. Spagna e Grecia però non sono tornate ad un
percorso di crescita costante. In Spagna la crescita è ripresa nel 2011 ma il
PIL si è contratto nel 2012. In Grecia i tassi di crescita provvisori del PIL
evidenziano il proseguimento e l'aggravarsi della recessione. Il PIL greco è diminuito
del 7 % nel 2011 e nel 2012 e potrà iniziare a crescere solo nel 2014. Nel 2012 inoltre Cipro ha dovuto fronteggiare
una crisi finanziaria che si è risolta in una brusca riduzione del PIL e
dell'occupazione, prevedibilmente destinata a durare fino al 2014. In nove Stati membri invece la recessione è
stata relativamente lieve; nel caso della Polonia si è addirittura trattato di
un mero rallentamento della crescita. 2.2. Peggioramento
della situazione finanziaria a livello nazionale e subnazionale La crisi economica e finanziaria ha
determinato un consistente aumento del debito pubblico (cfr. scheda 1) dovuto a
quattro fattori. In primo luogo vari governi hanno sostenuto il settore
finanziario mediante la ricapitalizzazione delle banche e il trasferimento di
cespiti. In secondo luogo il rallentamento dell'attività economica ha causato
la riduzione delle entrate tributarie e l'aumento della spesa sociale (ad es.
le indennità di disoccupazione). In terzo luogo i governi hanno adottato una
serie di provvedimenti per rilanciare la domanda. In quarto luogo la ridotta
crescita del PIL contribuisce a determinare un aumento del rapporto debito
pubblico/PIL. Fra il primo trimestre del 2008 ed il quarto
trimestre del 2012 il rapporto debito pubblico/PIL nell'UE è pertanto passato
dal 59 % all'85 %. Gli aumenti a livello nazionale sono stati più
elevati in Irlanda (90 punti percentuali), Portogallo (56 p.p.), Grecia e
Spagna (entrambe 49 p.p.). Gli Stati membri che hanno acquistato banche in
fallimento potrebbero ridurre il debito vendendone i residui attivi di
bilancio, per quanto questi abbiano un valore incerto. Un debito pubblico elevato può suscitare
preoccupazioni riguardo alla capacità del governo cui fa capo di far fronte ai
propri debiti nel lungo termine. Tale situazione può comportare tassi di
interesse e pagamenti più elevati. L'aumento delle imposte necessario per
servire il debito potrebbe frenare la crescita. Nel periodo 2011-2013 molti Stati membri hanno
avviato un risanamento del bilancio, ottenuto soprattutto tagliando le spese
(-1,5 % del PIL dell'UE nel 2011 rispetto al 2010), e principalmente
quelle a favore della crescita. Di conseguenza gli investimenti pubblici (si
legga qui: gli investimenti fissi lordi) in 18 Stati membri saranno più bassi
nel 2013 rispetto al 2011 in percentuale del PIL. Detti tagli possono
ripercuotersi sulla crescita a medio termine. Il debito pubblico non ha lo stesso peso in
tutti i paesi. In Estonia esso rappresenta solo il 10 % del PIL. Solo 13
Stati membri possono vantare un debito pubblico inferiore al 60 % del
rispettivo PIL: i tre Stati membri nordici, il Lussemburgo e nove dei dieci
Stati membri centrali e orientali. La crisi si ripercuote sulle amministrazioni
locali in due modi. In primo luogo ha determinato una diminuzione del gettito
tributario e portato ad adottare sgravi fiscali volti a stimolare la crescita.
In secondo luogo ha fatto lievitare la domanda di servizi pubblici e previdenza
sociale, innescando un aumento della spesa pubblica. La correzione del disavanzo sta esercitando
una pressione sui bilanci delle amministrazioni locali, che devono ridurre le
spese e aumentare le entrate in quanto il livello della spesa sociale si
mantiene elevato. Le loro difficoltà finanziarie potrebbero produrre effetti
sull'erogazione di servizi pubblici. Un risanamento del bilancio in grado di
sostenere la crescita dovrebbe garantire che l'alleggerimento del debito
pubblico non venga compensato da un aumento del debito a livello subnazionale.
La riduzione coordinata del debito dovrebbe anche garantire il mantenimento
degli investimenti pubblici a sostegno della crescita, inclusi quelli
cofinanziati dalla politica di coesione. 2.3. Settore
edile e manifatturiero: i più colpiti dalla recessione Sebbene il settore finanziario ed assicurativo
sia alla radice della crisi, a livello di UE esso presentava nel 2011
pressappoco lo stesso valore aggiunto lordo (VAL) e lo stesso livello
occupazionale registrato nell'anno 2007. Nei sei Stati membri più colpiti dalla
crisi tuttavia l'occupazione in questo settore è diminuita dell'1% e il VAL
dell'1,8% annuo fra il 2007 e il 2011 (cfr. documento di lavoro dei servizi
della Commissione, figura 2). Fra il 2007 e il 2011 sia il VAL che
l'occupazione nel settore edile sono scesi del 3% annuo in ambito UE. Nei sei
paesi maggiormente colpiti dalla recessione il calo registrato si assesta
addirittura fra il 10% e il 20% annuo per l'occupazione e fra il 6% e il 20%
per il VAL. Tali massicce riduzioni nel settore edile sono
connesse alla bolla immobiliare e al conseguente crollo dei prezzi immobiliari
in vari Stati membri. Fra il 2007 e il 2012 i prezzi degli immobili sono scesi
rapidamente fra il 30% e il 50% in Irlanda[1],
Lettonia ed Estonia (cfr. scheda 2). In Portogallo la flessione è di una
percentuale compresa finora nell'ordine del -9 %. Per la Grecia i dati
Eurostat rivelano un moderato incremento fra il 2007 e il 2010, ma altre fonti[2] indicano che i prezzi hanno
iniziato a scendere a partire dal 2010. Nel complesso non si possono escludere
ulteriori diminuzioni. Il settore manifatturiero, che ha subito un
calo superiore al 2% annuo fra il 2007 e il 2011, è stato gravemente colpito.
Nei sei Stati membri in cui gli effetti della crisi si sono fatti sentire più
pesantemente la contrazione media annua si è assestata sul 5% circa mentre il
calo del VAL, corrispondente allo 0,9%, è stato più moderato. Il VAL è peraltro
soggetto a variazioni considerevoli: le maggiori riduzioni nel periodo si sono
verificate in Grecia (-6 %) e in Finlandia
(-5 %), mentre gli aumenti più elevati si sono avuti in Slovacchia
(8 %) e Irlanda (4 %) (cfr. documento di lavoro dei servizi della
Commissione, figura 3). La contrazione nel settore manifatturiero è andata di
pari passo con la diminuzione degli scambi. 2.4. Ripresa
delle esportazioni Sulla scia della crisi il credito ha
cominciato a rarefarsi e sono diminuiti gli investimenti e i consumi. Di
conseguenza si è ridotto lo scambio di beni e la recessione ha rapidamente
contagiato importanti partner commerciali, inducendo un ulteriore calo del
reddito e/o la perdita di posti di lavoro. Sebbene l'allargamento del 2004
abbia impresso un impulso agli scambi nell'UE la crisi ne ha provocato un
improvviso calo (si veda la figura 1). Figura 1:
Variazioni del volume degli scambi nell'UE, 2000-2011 Nel 2008 le
esportazioni stavano ancora crescendo, sebbene a livelli decisamente inferiori,
mentre la crescita relativa al volume delle importazioni era prossima allo
zero. Nel 2009 invece le esportazioni e le importazioni sono calate del 15%,
per raggiungere un livello paragonabile a quello del 2005. Gli Stati membri centrali e orientali hanno
subito il maggiore calo delle importazioni (cfr. scheda 3). La maggioranza dei
paesi che hanno aderito all'UE dopo il 2004 stava attraversando un periodo di
intensa crescita economica, alimentata da investimenti e consumi elevati, prima
che la crisi li colpisse. Negli Stati membri occidentali le esportazioni
sono calate più delle importazioni, dato che inizialmente i consumi e gli
investimenti a livello nazionale sono stati meno influenzati dalla crisi. Il
calo della domanda a livello globale ha determinato una riduzione delle
esportazioni che a sua volta ha rallentato la produzione del settore
manifatturiero. Le esportazioni hanno fortunatamente registrato una rapida
ripresa, con volumi per il 2010 simili a quelli del 2007. Le conseguenze
dell'improvviso calo delle esportazioni continuano tuttavia ad essere avvertite
sul mercato del lavoro. 2.5. Rallentamento
degli investimenti esteri diretti La crisi ha causato una rapida diminuzione
degli investimenti esteri diretti (IED). Molti investitori stranieri hanno
ricominciato ad indirizzare le risorse disponibili verso le capogruppo.
L'adesione all'UE ha facilitato l'accesso agli IED per gli Stati membri
centrali e orientali grazie al mercato unico e al pieno recepimento della
normativa dell'Unione europea. Gli IED possono contribuire ad incrementare
l'efficienza, trasferire tecnologie innovative e dare impulso alla produttività
nei paesi destinatari. I flussi di IED svolgono quindi un ruolo importante
negli Stati membri meno sviluppati per creare posti di lavoro e modernizzare
l'economia. Il flusso di investimenti esteri diretti da
altri Stati membri e da paesi terzi è cresciuto rapidamente fra il 2004 e il
2007. Gli investimenti in entrata si sono quadruplicati fra il 2004 e il 2007
(cfr. figura 2), per calare poi nel 2008 e nel 2009 quando è peggiorata la
situazione creditizia globale. Il punto più basso toccato nel 2010 corrispondeva
al livello del 2004. Nel 2011 i flussi hanno ripreso a crescere. I flussi di investimenti esteri diretti non
riflettono l'entità complessiva degli investimenti esteri. La quota delle
partecipazioni di altri paesi è cresciuta del 60% circa fra il 2004 e il 2007 e
non si è mai avuta un'inversione di tendenza. Nel 2011 le partecipazioni estere
erano più che raddoppiate rispetto al 2004. In alcuni paesi dell'Unione l'apporto di IED
costituisce un'importante fonte di capitali ed investimenti. Ricordiamo ad esempio
che nel periodo compreso fra il 2005 e il 2007 l'afflusso di IED in percentuale
del PIL ha oscillato fra il 15% e il 23% in Bulgaria, a Malta, in Belgio e in
Estonia. La crisi ha condotto ad una rapida riduzione dell'afflusso di IED in
dieci Stati membri centrali e orientali, in cui sono diminuiti in una
percentuale compresa fra l'1,5% e il 6% del rispettivo PIL nei periodi
2005-2007 e 2008-2010. L'unica eccezione è la Bulgaria, paese in cui si è avuto
un crollo del 12% rispetto al PIL (cfr. scheda 4). Figura 2: Investimenti esteri diretti nell'UE, 2004-2011 2.6. Crescente
rischio di povertà ed esclusione All'interno dell'UE la crisi ha determinato un
aumento del numero di persone a rischio di povertà od esclusione sociale. Fra
il 2009 e il 2011 la quota corrispondente è cresciuta di un punto percentuale.
Tre elementi stanno assumendo un crescente rilievo: rischio di povertà, grave
privazione materiale e soprattutto intensità di lavoro molto bassa (cfr. Figura
3). E' probabile che gli effetti verranno maggiormente avvertiti in futuro,
dato che la crisi non è ancora finita e le ripercussioni non sono
immediatamente tangibili. L'influenza esercitata sul rischio di povertà
o sull'esclusione è stata più sensibile nei sei Stati membri più colpiti,
sebbene l'impatto sia stato rilevante anche in Italia e in Bulgaria. Molti
Stati membri di grandi dimensioni, come Germania o Regno Unito, hanno tuttavia
registrato solo deboli aumenti o addirittura una lieve riduzione del rischio di
povertà od esclusione, come è stato anche il caso di Polonia e Romania. Figura 3: Povertà ed
esclusione sociale nell'UE, 2005-2011 In seguito alla
crisi molte persone hanno subito una riduzione del reddito dovuta alla perdita
del lavoro o alla riduzione delle ore lavorative e dei salari. Nei sei Stati
membri maggiormente interessati il reddito lordo reale disponibile corretto è
diminuito considerevolmente dopo la crisi (cfr. figura 4). Negli Stati baltici il reddito familiare reale
disponibile corretto pro capite è cresciuto rapidamente fra il 2005 e il 2008 e
poi ha subito un brusco calo. In Lettonia il reddito disponibile si è ridotto
di quasi un quinto nel 2009. Dal 2010 il reddito disponibile ha tuttavia
ripreso a salire in tutti e tre gli Stati membri, senza però raggiungere il
livello antecedente la crisi. In Grecia, Spagna e Irlanda, che presentano
livelli di reddito disponibile notevolmente superiori agli Stati baltici, la
situazione è più eterogenea. In Spagna e Irlanda gli effetti della crisi sono
stati avvertiti solo nel 2009. Negli anni successivi entrambi i paesi hanno
perso circa l'8% del rispettivo reddito disponibile, tornando così ai livelli
del 2005. In Grecia il calo del reddito disponibile, iniziato lentamente nel
2007, ha registrato un brusco aumento sia nel 2009 che nel 2010, cosicché nel
2011 il reddito disponibile greco risultava nettamente inferiore rispetto al
2005. A causa delle riduzioni nel reddito mediano e
quindi dell'abbassamento della soglia di povertà, l'indice del rischio di
povertà spesso diminuisce durante una recessione. Per evitare questo effetto in
questa sede si fa riferimento ad un valore relativo alla soglia di povertà
fissato al livello del 2005. Figura 4:
Reddito familiare lordo reale disponibile corretto pro capite, 2005-2011 In Irlanda la
quota di persone a rischio di povertà, in riferimento alla soglia del 2005, è
passata dal 10% nel 2008 ad oltre il 15% nel 2010 (cfr. figura 5). Detta quota
ha raggiunto il 20% in Spagna e il 23% in Grecia. A causa dell'elevata crescita
del reddito nella prima parte del periodo 2005-2011
negli Stati baltici i tassi relativi al rischio di povertà riferiti alla soglia
del 2005 sono aumentati solo lievemente nel periodo successivo alla crisi,
toccando il 10% o meno, senza però raggiungere i livelli antecedenti la crisi. Figura 5: Indice del
rischio di povertà con riferimento al 2005, 2006-2011 La quota di persone a rischio di povertà con
riferimento al 2005 è lievemente aumentata in Belgio, Ungheria, Germania,
Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito. Nei rimanenti paesi dell'UE si è invece
ridotta o è rimasta stabile. La quota di popolazione di età compresa fra 0
e 59 anni, che vive in nuclei familiari con intensità di lavoro molto bassa, è
aumentata nel periodo successivo alla crisi pur rimanendo al di sotto dei
valori registrati nel 2006 a livello di UE. Nei sei Stati membri più colpiti
però tale quota è cresciuta in misura variabile fra i 4 ed i 9 punti
percentuali fra il 2007 e il 2011 (cfr. Figura 6). Figura 6: Intensità di lavoro molto bassa,
2005-2011 La quota di popolazione interessata da gravi
privazioni materiali, vale a dire che non può permettersi 4 dei 9 generi di
prima necessità, è comunque diminuita a livello di UE passando dall'11% all'8%
fra il 2005 e il 2010. I valori più elevati si registrano in Romania e
Bulgaria: nel 2010 questi due paesi sono entrambi riusciti peraltro a ridurre,
rispettivamente al 31% e al 35%, la quota di popolazione colpita da gravi
privazioni materiali. Nel 2011 però detta quota ha registrato un nuovo aumento
a livello di UE. Fra il 2008 e il 2011 il livello di grave privazione
materiale è aumentato maggiormente in Lettonia[3]
(12 p.p.), Lituania (6 p.p.), Ungheria (5 p.p.) e Grecia (4 p.p.). Nel 2010 la
quota relativa all'Irlanda ha registrato un aumento di 2 p.p. passando al 7,5%;
tale valore è elevato se si considerano i livelli di reddito. In Spagna, paese
in cui si registra un livello di reddito leggermente inferiore, il tasso non ha
superato il 4%. La Polonia ha conseguito una riduzione apprezzabile della quota
di persone interessate da gravi privazioni materiali, che è infatti passata dal
18% nel 2008 al 13% nel 2011. Per un'analisi più dettagliata dei cambiamenti
relativi a povertà ed esclusione sociale, incluso l'indice di gravità della
povertà, si rimanda al capitolo 2 della relazione "Occupazione e
sviluppi sociali in Europa" del 2012[4]. 3. Effetti
a livello regionale La crisi ha
segnato la fine di un lungo periodo durante il quale le disparità sociali a
livello di PIL pro capite e disoccupazione si stavano affievolendo. Fra il 2000
e il 2008 le disuguaglianze a livello regionale in termini di PIL pro capite
sono costantemente diminuite (cfr. Figura 7) e nel 2009 si sono arrestate per poi riprendere a salire nel 2010 e
nel 2011. Figura 7: Convergenza
regionale e crisi La tendenza dei tassi di disoccupazione a
livello regionale è stata convergente dal 2001 al 2007, ma tali tassi sono poi risultati
divergenti di anno in anno dal 2007 fino al 2012. In seno all'UE15 si sono
verificate anche crescenti disparità a partire dal 2007, per quanto riguarda
sia il PIL pro capite che la disoccupazione a livello regionale. 3.1. PIL e
occupazione nei primi tre anni della crisi Due terzi delle regioni hanno subito una
contrazione del PIL, che in alcuni casi è arrivata a raggiungere il -6%
all'anno fra il 2007 e il 2010. Le dieci regioni in cui il PIL si è ridotto più
velocemente fra il 2007 e il 2010 includono i tre Stati baltici e sette regioni
facenti capo a sette diversi Stati membri (cfr. scheda 5). Il PIL è diminuito
di oltre il 3% annuo in queste regioni. Nessuna delle regioni spagnole o greche
compare fra quelle summenzionate: la Spagna non rientra fra i primi dieci paesi
perché ha subito una riduzione del PIL minore rispetto al calo dell'occupazione
e la Grecia non ne fa parte in quanto il calo del PIL ha avuto luogo
principalmente dopo il 2010. Nel 2012 è iniziata a Cipro una contrazione
dell'occupazione e del PIL, che si prevede continui ancora nel 2014. In molti Stati membri, inclusi Bulgaria,
Germania, Slovacchia e Polonia, la regione intorno alla capitale presenta il
tasso di crescita maggiore. Nello stesso periodo una regione su due ha
subito un calo dell'occupazione, che è diminuita di oltre il 4% all'anno negli
Stati baltici, in tre regioni spagnole, nelle due regioni irlandesi ed in una
regione della Bulgaria (cfr. scheda 5). La contrazione dell'occupazione in
Grecia si è verificata solo dopo il 2010 e per questo motivo le regioni greche
non risultano essere fra le più colpite. Nel complesso va detto che il nesso fra le
variazioni del PIL regionale e dell'occupazione è stato debole nel corso di
questi anni, dato che le riduzioni della produzione si ripercuotono
sull'occupazione solo dopo un certo periodo di tempo. Sono inoltre state
adottate varie politiche volte direttamente a mantenere l'occupazione (con
orario di lavoro ridotto). 3.2. Disoccupazione
in aumento specialmente nelle regioni del sud A livello di UE i tassi di disoccupazione sono
passati dal 7% al 10% fra il 2008 e il 2012. Negli Stati membri più colpiti essi
si sono tuttavia raddoppiati o addirittura triplicati, con aumenti superiori a
8 p.p. in cinque Stati membri e fino a 17 p.p. in Spagna (cfr. scheda 6). Nei
cinque Stati membri maggiormente interessati da questo indicatore i tassi di
disoccupazione andavano dal 12% di Cipro al 25% della Spagna[5]. La disoccupazione è considerevolmente
aumentata anche in Lettonia, Estonia, Slovenia, Slovacchia e Danimarca. D'altro
canto i tassi di disoccupazione sono effettivamente diminuiti in Germania
mentre sono rimasti quasi inalterati in Lussemburgo, a Malta, in Belgio e in
Austria. In generale si può affermare che fra il 2008 e
il 2010 quattro regioni su cinque dell'UE hanno dovuto far fronte ad un
incremento dei tassi di disoccupazione. La maggior parte dei paesi ha registrato
proprio in questo periodo l'aumento maggiore. Più di un terzo di queste regioni
sono riuscite a ridurre la disoccupazione a partire dal 2010. In linea con le raccomandazioni contenute nel
piano europeo di ripresa economica vari Stati membri prendono provvedimenti
volti a prevenire un'eccessiva perdita di posti di lavoro e ad estendere la
copertura e la durata delle prestazioni sociali. A livello di UE la disoccupazione giovanile è
passata dal 16% nel 2008 al 21% nel 2011 (cfr. scheda 7). In 52 regioni un
giovane in età lavorativa su tre è disoccupato. In 11 di quelle regioni, e
principalmente in Spagna e in Grecia, il rapporto è addirittura di uno su due.
Questo significa che la quota di persone di età compresa fra i 15 e i 24 anni
disoccupate e non iscritte a corsi di istruzione o di formazione (NEET) è
aumentata: fra il 2008 e il 2011 la quota di NEET è cresciuta in quasi quattro
regioni su cinque, specialmente in Romania, Grecia e Regno Unito (cfr. scheda
8). 3.3. Migrazione
in calo Fra il 2004 e il 2008 il numero di residenti
che vivono al di fuori del loro paese di provenienza nell'UE27 è aumentata di
1,5 milioni all'anno. Di conseguenza la percentuale relativa alla popolazione
totale dell'UE27 è passata dal 5,1% al 6,2%. Per gli anni dal 2009 al 2011
l'aumento annuo è decresciuto a 0,9 milioni, determinando una quota del 6,7%
nel 2011. Fra il 2004 e il 2008 Irlanda, Spagna e Cipro
hanno registrato un aumento di oltre 4 p.p. della loro quota di popolazione
straniera, proveniente principalmente dagli Stati membri che hanno aderito
all'Unione europea nel 2004 e nel 2007. In quel periodo anche Italia,
Portogallo, Lussemburgo e Regno Unito hanno riscontrato un cospicuo aumento
della quota di cittadini stranieri. Il maggiore effetto della crisi sulla migrazione
si è avvertito nelle regioni che hanno accolto i flussi più consistenti di
lavoratori migranti nel periodo antecedente la crisi. Il rallentamento della
migrazione è stato più marcato in Spagna, Irlanda, Cipro e in alcune regioni
del Regno Unito e dell'Italia (cfr. scheda 9), ma il saldo migratorio è rimasto
comunque positivo. Molte regioni della Spagna, della Francia meridionale e
dell' Italia del Nord continuavano a presentare alcuni fra i più alti livelli
di migrazione netta positiva. La crisi ha accelerato l'emigrazione da
Lituania e Lettonia. In Polonia il saldo migratorio negativo è stato meno
evidente nelle regioni di frontiera mentre è aumentato il saldo migratorio
positivo nella regione della capitale. Il saldo migratorio negativo si è ridotto
in Romania a causa della migrazione di ritorno dalla Spagna. Dato che la crisi
continua a farsi sentire, le crescenti differenze a livello regionale nei tassi
di disoccupazione e nei salari potrebbero continuare a ripercuotersi sulla
migrazione. Il rapido declino dell'occupazione nel settore
edile e in quello industriale ha contribuito alla riduzione della migrazione
netta in Spagna e nell'Italia del Nord. Il calo della migrazione netta nelle
regioni che avevano accolto un'elevata quota di migranti provenienti da altri
Stati membri è stato tendenzialmente più accentuato. 4. Ripercussioni
sul tessuto urbano Per l'analisi delle ripercussioni sul piano
urbanistico questa relazione si avvale di due approcci separati: le regioni
metropolitane e le città. (1)
Le regioni metropolitane sono le regioni NUTS-3,
costituenti agglomerati urbani con oltre 250 000 abitanti. Questo approccio
consente un'interpretazione a livello di tessuto urbano dei cambiamenti
relativi a PIL e occupazione. (2)
Le città sono definite a livello locale ed
includono le maggiori città dell'UE. Tale approccio rende accessibili i dati
sull'occupazione e sulla povertà aggregati per tutte le città di un determinato
paese. 4.1. Regioni
metropolitane fra capacità di ripresa e vulnerabilità Fra il 2007 e il 2010 in due Stati membri su
tre[6]le regioni metropolitane hanno
registrato in media un aumento del PIL pro capite rispetto al paese di cui
fanno parte (cfr. documento di lavoro dei servizi della Commissione, figura 4).
Nei dodici Stati membri in cui il PIL pro capite è cresciuto rispetto a quello
dell'UE il rendimento delle regioni metropolitane ha surclassato quello del
resto del paese. In otto dei dodici Stati membri in cui si è verificato un calo
del PIL pro capite rispetto all'UE il PIL pro capite delle regioni
metropolitane è sceso più velocemente rispetto a quello del paese nel suo
insieme. L'ipotesi operativa secondo la quale il PIL
aumenta più velocemente nelle economie in crescita e cala più rapidamente nelle
economie in declino potrebbe fornire la prova che le economie urbane sono più
volatili e quindi esposte ad impennate crolli. Nonostante gli ottimi risultati conseguiti nel
complesso dalle regioni metropolitane, fra il 2007 e il 2010 oltre tre di esse
su cinque hanno visto scendere il rispettivo PIL pro capite rispetto al valore
nazionale. La maggior parte delle regioni metropolitane di minori dimensioni ha
perso terreno, dato che il 74% delle stesse è in declino rispetto al paese di
riferimento. Anche le regioni metropolitane di secondo livello hanno subito
ripercussioni negative, con un 54% di esse che ha perso terreno. Solo le
regioni metropolitane delle capitali presentano un risultato migliore, con un
calo che ha interessato un mero 30% di esse. Fra il 2007 e il 2010 nella maggior parte degli
Stati membri l'occupazione[7]
nelle regioni metropolitane ha mostrato maggiore resistenza alla crisi rispetto
a quanto accaduto nelle regioni non metropolitane (cfr. documento di lavoro dei
servizi della Commissione, figura 5). Solo in Finlandia, Grecia, Ungheria e
Lettonia l'occupazione nelle regioni non metropolitane è scesa più lentamente
che nelle regioni metropolitane. Analogamente a quanto concerne le variazioni
del PIL pro capite, non in tutte le regioni metropolitane i cambiamenti
riguardanti l'occupazione sono stati più marcati che nel paese a cui fanno
capo. Solo la metà delle regioni metropolitane ha subito una lieve diminuzione
a livello occupazionale (oppure una crescita più veloce dell'occupazione) in
confronto alle regioni non metropolitane del paese di riferimento. Un po' più
della metà delle regioni metropolitane di secondo livello ha superato il
rispettivo paese. Un po' meno della metà delle regioni metropolitane di minori
dimensioni ha registrato risultati migliori che quelli del proprio paese. Le
regioni metropolitane delle capitali hanno ottenuto risultati decisamente
migliori: in nove su dieci la situazione occupazionale è migliorata in modo più
consistente. Nove di queste ultime regioni hanno perfino conseguito una
crescita dell'occupazione in controtendenza rispetto al declino a livello
nazionale. Nel Regno Unito e in Spagna circa la metà
delle regioni metropolitane ha ottenuto risultati peggiori a livello
occupazionale rispetto alle altre regioni. In Grecia e in Ungheria quasi tutte
le regioni metropolitane hanno registrato un rendimento pessimo. Nella
maggioranza degli Stati membri però tutte o quasi tutte le regioni
metropolitane hanno ottenuto risultati migliori per quanto attiene
all'occupazione rispetto alle altre regioni. Ciò è risultato particolarmente
evidente in Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria. In questi primi tre anni di crisi la maggior
parte delle regioni metropolitane ha dimostrato di possedere buone capacità di
recupero, in particolare laddove si trattava di regioni metropolitane delle
capitali. Le regioni metropolitane di secondo livello hanno ottenuto risultati
meno brillanti mentre le regioni metropolitane più piccole si sono rivelate
piuttosto vulnerabili, dato che la maggioranza di esse è in ritardo per quanto
riguarda le variazioni del PIL pro capite e dell'occupazione. 4.2. Città
in crisi La povertà e l'esclusione sociale sono
concentrate nelle città, specialmente nell'Europa nord-occidentale, e la crisi
ha ulteriormente intensificato tale fenomeno. A livello di UE il numero di
persone a rischio di povertà o di esclusione sociale (AROPE) è aumentato di 1
p.p. nelle città rispetto all'aumento registrato nelle aree extraurbane (0,5
p.p.) (cfr. Figura 8). Figura 8: Variazioni del
rischio di povertà o di esclusione sociale, 208-2011 Nel 2011 le persone che vivevano nelle città
dell'UE15 erano soggette ad un maggiore rischio di povertà o di esclusione
sociale rispetto a quelle che vivevano fuori dalle città stesse (cfr. Figura 9). Anche le tre componenti di tale rischio
risultano più elevate nelle città che nelle zone extraurbane. Nell'UE12 la
situazione presenta una tendenza radicalmente opposta dato che le persone che
vivono nell'area urbana sono soggette ad un rischio di povertà o di esclusione
sociale considerevolmente inferiore. Figura 9: Rischio di
povertà o di esclusione sociale nelle città, 2011 In 18 Stati membri le situazioni di grave
privazione materiale sono peggiori nelle città: in 15 Stati membri prevale a
livello urbano un'intensità di lavoro molto bassa (cfr. scheda 10), mentre in
10 Stati membri il rischio di povertà è più elevato nelle aree urbane. Il fatto che un'elevata quota di famiglie che
presentano un'intensità di lavoro molto bassa sia localizzata nelle città, in
cui la concentrazione di posti di lavoro è maggiore, risulta alquanto
paradossale. Il motivo potrebbe essere ricercato nella scarsa corrispondenza
fra la domanda e l'offerta, nella precarietà dei posti di lavoro o nella
maggiore presenza nelle città di nuclei familiari composti da una sola persona.
Potrebbe però anche essere connesso alla più elevata quota di residenti in aree
urbane nati al di fuori dei confini dell'UE. In 11 degli Stati
membri dell'UE15[8]è
notevolmente più probabile che le persone nate al di fuori dell'UE vivessero in
un nucleo familiare caratterizzato da un'intensità di lavoro molto bassa. Nel
2010 l'intensità di lavoro molto bassa rilevata per le persone nate fuori dai
confini dell'UE era più elevata di almeno sei p.p. rispetto a quella registrata
per le persone nate e risiedenti nello stesso paese. Molte persone provenienti
da paesi extra-UE incontrano ostacoli di vario genere per accedere al mercato del
lavoro, fra cui la non conoscenza della lingua locale, la mancanza di
competenze a livello professionale, il mancato riconoscimento delle qualifiche
e la discriminazione. Come per la povertà e l'esclusione sociale,
negli Stati membri più sviluppati le città tendono a presentare livelli di
occupazione ridotti e di disoccupazione più elevati rispetto ai centri minori,
alle periferie e alle aree rurali (cfr. Figura 10), mentre negli Stati membri
meno sviluppati si riscontra la situazione inversa. La crisi non ha modificato
questo schema. Figura 10: Occupazione e
disoccupazione nelle città e in altre zone 5. Politica
di coesione e crisi La presente relazione delinea alcune delle
questioni chiave di cui i programmi di coesione dovrebbero tenere conto per il
periodo 2014-2020. La crisi ha reso più difficile conseguire gli
obiettivi di Europa 2020 a causa dei ridotti tassi occupazionali e della
crescente incidenza di povertà ed esclusione sociale. Le sempre più ampie
disparità a livello regionale stanno inoltre minando uno degli obiettivi
prioritari dell'Unione europea e della politica di coesione. Sebbene alcuni Stati membri come Germania e
Polonia siano usciti relativamente indenni dalla crisi, la maggior parte degli
Stati dovrà affrontare molti più problemi con meno risorse pubbliche. Per molti
Stati membri, se non addirittura per la maggioranza di essi, vale quanto segue: ·
PIL e occupazione non ancora ai livelli del periodo
antecedente la crisi; ·
maggiore disoccupazione, povertà ed esclusione; ·
reddito familiare ridotto, con conseguente
depressione di consumi ed importazioni; ·
livelli di debito pubblico senza precedenti e
necessità di risanamento del bilancio. La relazione indica che l'intensità dei
problemi varia significativamente all'interno dell'Europa. Da ciò si evince che
i futuri programmi di coesione dovrebbero riflettere queste differenze per
massimizzare l'efficacia ed affrontare i problemi dove sono più gravi. In base a queste considerazioni i futuri
programmi di coesione dovranno dare particolare enfasi agli incentivi alla
crescita ed agli investimenti a favore della creazione di posti di lavoro. Solo
una ripresa stabile e forte può ridurre la disoccupazione. Proprio per
questo motivo la Commissione propone di concentrare le risorse disponibili su
pochi settori di rilievo, come l'occupazione (in particolare dei giovani), la
formazione e l'istruzione, l'inclusione sociale, l'innovazione e le PMI,
l'efficienza energetica e l'economia a ridotte emissioni di carbonio. E'
inoltre disposta ad estendere questo elenco alle infrastrutture TIC e ai
provvedimenti relativi alla crescita digitale. Le esportazioni e gli investimenti esteri
diretti costituiscono un motore di crescita di primaria importanza negli Stati
membri meno sviluppati, in quanto contribuiscono a creare occupazione e a
trasferire conoscenze e tecnologia. Le PMI, uno dei principali gruppi target
della politica di coesione, sono particolarmente colpite dal peggioramento del
contesto economico. In una situazione in cui la domanda interna è bassa
esportare più beni e servizi contribuirà a rivitalizzare la crescita. Gli
investimenti in innovazione e in una strategia di specializzazione mirata
potrebbero migliorare il rendimento di questo settore. Il settore edile continuerà a risentire delle
conseguenze della crisi bancaria a causa del limitato accesso al credito, dello
sgonfiarsi della bolla immobiliare, della diminuzione del reddito familiare
disponibile e della minor sicurezza del reddito. Investire nell'efficienza
energetica degli edifici può contribuire a recuperare alcuni dei posti di
lavoro andati persi in questo settore. Il rischio di povertà o di esclusione è
aumentato a livello di UE e potrebbe continuare a farlo se si considerano gli
effetti differiti della crisi in questo campo. Il risanamento di bilancio consoliderà
ulteriormente il ruolo della politica di coesione quale importante fonte di
investimenti pubblici nel periodo 2014-20. In realtà in molti Stati membri e
regioni meno sviluppati ai fondi di coesione fa capo già fin d'ora oltre la
metà degli investimenti pubblici realizzati. La Commissione invita Stati membri
e regioni ad elaborare senza indugio nuovi programmi, in modo tale da evitare
perdite di tempo e garantire che vengano varati all'inizio del prossimo anno i
progetti necessari per rivitalizzare l'attività economica e favorire
l'inclusione sociale. [1] 2007-2010 [2] Economist Housing Index [3] Parte di tale aumento potrebbe essere dovuto ad una
discontinuità delle serie. [4] http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=738&langId=en&pubId=7315
[5] Per
un'analisi più approfondita si rimanda alla relazione Occupazione e sviluppi
sociali in Europa del 2012. http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=738&langId=en&pubId=7315
[6] Questa analisi esclude Lussemburgo, Malta e Cipro. [7] Questa analisi esclude il Lussemburgo, Malta, Cipro e
l'Italia. [8] Le uniche eccezioni sono state registrate in Italia,
Grecia, Portogallo e Lussemburgo.