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Document 52002DC0610

Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo - Un ambiente migliore per le imprese {SEC(2002) 1212} {SEC(2002) 1213} {SEC(2002) 1214}

/* COM/2002/0610 def. */

52002DC0610

Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo - Un ambiente migliore per le imprese {SEC(2002) 1212} {SEC(2002) 1213} {SEC(2002) 1214} /* COM/2002/0610 def. */


COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO E AL PARLAMENTO EUROPEO - Un ambiente migliore per le imprese {SEC(2002) 1212} {SEC(2002) 1213} {SEC(2002) 1214}

Indice

1. Introduzione

2. Progressi nel campo della politica delle imprese

2.1. Imprenditorialità

2.2. Condizioni strutturali

2.3. Risorse finanziarie

2.4. Risorse umane

2.5. Innovazione, conoscenza e diffusione delle tecnologie IT

2.6. Sviluppo sostenibile

3. Obiettivi quantitativi della politica delle imprese

3.1. Motivazione

3.2. Obiettivi degli Stati membri in materia di politica delle imprese

4. Conclusioni

Allegato I:

Obiettivi quantitativi dichiarati dagli Stati membri

Allegato II:

Elenco di indicatori

1. Introduzione

La presente comunicazione verte sui progressi compiuti negli Stati membri per migliorare l'ambiente in cui nascono e si sviluppano le imprese. Questo importante aspetto della politica delle imprese, ripetutamente sottolineato in anni recenti dalla Commissione [1], esercita un effetto diretto sulla capacità dell'Europa di realizzare l'ambiziosa strategia approvata al Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000. Anche gli Stati membri hanno espresso preoccupazioni sul ruolo esercitato dalle loro politiche sulle dinamiche dell'imprenditorialità.

[1] Vedi ad esempio La strategia di Lisbona - Produrre il cambiamento, comunicazione della Commissione al Consiglio europeo di Barcellona, COM(2002) 14 def., 15.1.2002. Gli indirizzi di massima del 2002 sottolineano anch'essi l'importanza di incoraggiare l'imprenditorialità; vedi "Raccomandazioni del Consiglio del 21 giugno 2002 2002 concernenti gli indirizzi di massima delle politiche economiche degli Stati membri e della Comunità", Consiglio dell'Unione europea, Doc. 10093/02, Siviglia, 21 giugno 2002.

Un ambiente commerciale tale da rafforzare gli incentivi alla produzione, alla creazione di nuove imprese, all'innovazione ed al rischio contribuisce alla crescita della ricchezza e delle opportunità occupazionali. A loro volta, la pesantezza delle normative, l'inefficienza dei mercati e gli ostacoli di natura amministrativa, come pure un atteggiamento negativo nei confronti del rischio e dell'imprenditorialità, limitano il dinamismo imprenditoriale e impediscono il raggiungimento delle ambizioni dell'Europa.

Utilizzando il metodo del coordinamento aperto per effettuare la valutazione e il monitoraggio delle politiche, la Commissione e gli Stati membri hanno ricavato utili insegnamenti dalle esperienze degli Stati membri. Essi hanno identificato e diffuso i risultati delle pratiche riuscite, promuovendo in particolare la modernizzazione delle strutture istituzionali dalla cui efficienza dipendono i mercati.

Il Quadro di riferimento della politica delle imprese e il Quadro di riferimento dell'innovazione della Commissione illustrano la diversità delle prestazioni in Europa, mentre i progetti Best [2] mettono in evidenza le prassi migliori e seguono i progressi compiuti nei settori significativi per le imprese. La presente comunicazione si basa su dati provenienti da queste fonti.

[2] Questi progetti sono finanziati nell'ambito del programma pluriennale a favore delle imprese e dell'imprenditorialità, in particolare per le piccole e medie imprese, 2001-2005, Decisione 2000/819/CE del Consiglio del 20 dicembre 2000. La procedura Best è stata lanciata dalla Commissione nel dicembre 2000 nel quadro del metodo di coordinamento aperto del Consiglio europeo di Lisbona.

A partire dal Quadro di riferimento della politica delle imprese, gli Stati membri e la Commissione hanno lavorato insieme per lo sviluppo di obiettivi quantitativi per il miglioramento delle relative politiche. Questi obiettivi permettono di indirizzare le politiche degli Stati membri verso il conseguimento di progressi identificabili in specifiche aree, importanti per l'ambiente delle imprese.

Dopo il Consiglio europeo di Lisbona vi è stato un peggioramento dell'ambiente economico generale, e si sono attenuate le prospettive di crescita robusta e rapida che stavano alla base della strategia di Lisbona [3]. Ciò sottolinea ulteriormente l'importanza di migliorare l'ambiente delle imprese. In un clima economico che riduce la redditività degli investimenti, scoraggia le nuove iniziative e aumenta i rischi di fallimento, gli oneri aggiuntivi rappresentati da normative poco equilibrate, servizi scadenti, mancanza di personale qualificato e difficoltà di finanziamento possono infine scoraggiare l'imprenditorialità e le iniziative commerciali da cui dipendono le ambizioni europee.

[3] Per il periodo 2000-2010, la strategia di Lisbona presuppone una crescita media del 3 %. In 2000, la crescita del PIL è stata del 3,3 %; nel 2001, 1,7 % e secondo le previsioni della Commissione (vedi previsioni economiche, primavera 2002, European Economy, n. 2/2002, Commissione europea) la crescita reale del PIL dovrebbe essere dell'1,5 % nel 2002, per salire al 2,9 % nel 2003; le prospettive, com'è noto, sono peggiorate notevolmente negli ultimi mesi.

2. Progressi nel campo della politica delle imprese

Questa sezione si basa essenzialmente su materiali tratti dal Quadro di riferimento della politica delle imprese del 2002 [4] utilizzando anche selettivamente i risultati dei progetti Best [5].

[4] Benchmarking Enterprise Policy: Results from the 2002 Scoreboard, documento di lavoro della Commissione, SEC(2002) 1213, 07.11.2002.

[5] Sono stati completati i progetti Best in materia di "Servizi di sostegno alle imprese" (dicembre 2001); "Valutazione delle procedure amministrative per l'avviamento di imprese" (gennaio 2002); "Gestione degli incubatori" (gennaio 2002); "Valutazione dell'impatto" (febbraio 2002); "Valutazione delle politiche regionali e nazionali a sostegno dell'e-Business per le PMI" (giugno 2002); "Trasferimento di imprese" (luglio 2002); "Educazione e formazione all'imprenditorialità" (settembre 2002); "Business Angels" (settembre 2002); e "Capacità ICT" (settembre 2002). "Promuovere l'imprenditorialità delle donne" sarà ultimato nel marzo 2003. Un progetto su "Valutazione dell'impatto economico delle procedure di valutazione della conformità" sarà completato per la metà del 2003; documento di lavoro della Commissione "Highlights of the Results of the Best Procedure Projects 2001-2002" SEC(2002) 1212, 07.11.2002.

2.1. Imprenditorialità

Il dinamismo imprenditoriale è fonte di produttività, occupazione e sviluppo economico, mentre le indicazioni di debolezza imprenditoriale costituiscono evidenti motivi di preoccupazione [6]. L'atteggiamento europeo nei confronti dell'imprenditorialità presenta due caratteristiche fondamentali. Primo, la tendenza a preferire l'occupazione dipendente al lavoro autonomo suggerisce che gli europei sono meno disposti degli americani al rischio imprenditoriale. Secondo, quelli che si assumono tali rischi sembrano essere meno orientati degli imprenditori americani alla crescita delle aziende.

[6] La Commissione sta preparando attualmente un Libro verde sull'imprenditorialità in Europa, in parte per rispondere alle percezioni di debolezza degli imprenditori europei.

Così, benché il numero di nuove imprese sia aumentato nella seconda metà degli anni '90 [7], sussistono chiari deficit in fatto di attività imprenditoriale. Questa riluttanza a costituire nuove imprese può riflettere in parte l'esistenza di barriere all'ingresso del mercato e di normative relativamente vincolanti rigide nei mercati europei del lavoro e dei prodotti. Ma essa riflette altresì problemi strutturali, vista la stagnazione dell'imprenditorialità femminile a livelli di gran lunga inferiori rispetto a quelli registrati negli Stati Uniti [8].

[7] Tutti gli Stati membri hanno registrato una crescita netta positiva delle imprese nella seconda metà degli anni '90, con cifre che vanno dallo 0,2 % in Belgio al 6 % in Irlanda. Tuttavia, i dati nazionali in materia non sono ancora armonizzati e vanno interpretati con cautela. Vedi Benchmarking Enterprise Policy: Results from the 2002 Scoreboard, op. cit., nota 4, capitolo IV.

[8] L'imprenditorialità femminile, misurata dalla partecipazione delle donne ad attività di lavoro autonomo, è rimasta intorno al 28 % nell'UE rispetto al 35 % degli Stati Uniti. Essa è superiore nel settore dei servizi dell'UE (34 %) ma notevolmente inferiore nell'industria (11 %).

Benché gli Stati membri abbiano preso una serie di provvedimenti per promuovere l'imprenditorialità femminile (sostegno alle nuove imprese, informazione, finanziamenti, consulenze, formazione e assistenza), vi è ancora spazio per applicare alcune pratiche, che si sono distinte per i buoni risultati ottenuti, allo scopo di migliorare i risultati in questo settore - l'imprenditorialità femminile in Europa è stagnante dal 1995.

Inoltre, assicurare il trasferimento della proprietà delle PMI quando i titolari raggiungono l'età della pensione è diventata un'importante preoccupazione politica. Circa 600.000 PMI cambiano proprietà ogni anno, spesso a causa del pensionamento dell'imprenditore, con conseguenze per circa 2,5 milioni di posti di lavoro. Sono stati realizzati progressi in materia di applicazione delle esistenti raccomandazioni [9] per facilitare tale trasferimento. Attualmente, gran parte degli Stati membri hanno attuato politiche in materia di successioni e donazioni che permettono di mantenere intatto il capitale delle imprese in queste circostanze [10]. Notevoli progressi si registrano anche in materia di trasferimento di imprese a terzi [11]. Meno diffusi, ma pur sempre validi, sono stati i provvedimenti volti a facilitare il trasferimento delle imprese ai dipendenti, ad agevolare gli imprenditori che anticipano l'età del pensionamento e a consentire agevolazioni fiscali a quelli che reinvestono il ricavato della vendita di un'impresa in altre PMI.

[9] Vedi in particolare la "raccomandazione della Commissione relativa alla trasmissione delle piccole e medie imprese", GU L 385, 31.12.1994; e "comunicazione della Commissione relativa alla trasmissione delle piccole e medie imprese", GU C 93, 28.03.1998.

[10] Progresso in tutti gli Stati membri ad eccezione di Lussemburgo e Portogallo.

[11] Progresso in tutti gli Stati membri ad eccezione di Grecia, Francia, Italia, Portogallo e Finlandia.

2.2. Condizioni strutturali

Tutti gli Stati membri hanno fatto progressi in questi ultimi anni a livello di semplificazione del quadro amministrativo e normativo, allo scopo di facilitare la disponibilità al rischio e lo sviluppo di imprese. Di conseguenza, attualmente sono relativamente poche le PMI che considerano i regolamenti amministrativi una limitazione importante [12]. Tuttavia, quelle che lo hanno fatto presentano livelli di crescita occupazionale notevolmente più bassi, per cui è opportuno evitare facili ottimismi. Si registrano ad esempio importanti differenze tra gli Stati membri degli oneri amministrativi in materia di assunzioni di nuovo personale, il che significa che vi è ancora notevole spazio per migliorare [13].

[12] Vedi "Highlights from the 2001 Survey", Observatory of European SMEs, 2002/1, Commissione europea, da cui risulta che soltanto dal 10 % al 13 % delle PMI considerano i regolamenti amministrativi come un problema importante.

[13] Vedi "Recruitment of Employees: Administrative Burdens on SMEs in Europe", Observatory of European SMEs, Commissione europea, di prossima pubblicazione. Il numero medio delle procedure amministrative per il primo dipendente è di 3,3, mentre per ogni successivo dipendente è di 2,1. Paesi Bassi, Belgio, Francia e Spagna spiccano per il numero elevato delle procedure, seguiti da Grecia, Irlanda e Austria.

Un esempio di semplificazione amministrativa ove sono stati compiuti sostanziali progressi è quello della registrazione delle nuove imprese. Il tempo e i costi necessari per la costituzione di una nuova impresa sono stati ridotti in misura sostanziale da parte degli Stati membri. Tuttavia, nonostante il successo delle iniziative di benchmarking [14], permane comunque una notevole dispersione delle prestazioni, il che suggerisce che potrebbero essere realizzati ulteriori progressi.

[14] "Valutazione degli aspetti amministrativi per la costituzione di nuove imprese", progetto Best, op. cit., nota 5. La costituzione di una società a responsabilità limitata può costare più di euro 2.000 in Austria, ma praticamente niente nel Regno Unito. Occorrono 35 giorni in Italia, ma solo 6 nel regno Unito. Nel caso delle imprese individuali, i tempi ed i costi di registrazione sono inferiori, ma sempre con ampie variazioni.

Negli anni recenti, gli Stati membri hanno applicato sempre più spesso provvedimenti di valutazione dell'impatto allo scopo di garantire un ambiente normativo di alta qualità. Questi strumenti prevedono processi consultivi che permettono l'identificazione precoce dei probabili effetti delle proposte legislative, compresi eventuali costi di ottemperanza sproporzionati per le imprese o procedure amministrative nuove ed onerose [15].

[15] Per ulteriori particolari vedi "Valutazione dell'impatto delle imprese negli Stati membri", progetto Best, op. cit., nota 5.

Un altro settore di semplificazione amministrativa è costituito dall'accesso delle PMI alla nuova economia. Fra le PMI, lo sfruttamento delle opportunità offerte dall'informatica e dall'e-business non è ancora sufficientemente diffuso. Ma tale diffusione viene facilitata da iniziative in settori quali quello delle politiche relative all'e-business, attività di sensibilizzazione e promozione dell'informatica, promozione delle reti di sostegno e infine di piattaforme Internet per le PMI [16].

[16] Vedi "Benchmarking delle politiche nazionali e regionali a sostegno dell'e-Business per PMI", op. cit., nota 5.

Gli Stati membri hanno applicato con successo più di venti direttive del Nuovo approccio in materia di armonizzazione tecnica in un gran numero di settori, stabilendo un quadro normativo trasparente per le imprese che assicura loro un mercato unico in Europa [17]. Sostenendo ulteriori iniziative legislative basate sui principi del Nuovo approccio, è possibile estendere i relativi vantaggi ad un numero maggiore di imprese. Insieme alla Commissione, gli Stati membri hanno contribuito anche allo sviluppo di norme europee anziché solamente nazionali. Vi è adesso una gamma completa di norme europee che permettono alle imprese di accedere alla totalità del mercato europeo, di comunicare facilmente e di assicurare la compatibilità dei prodotti. Dato che le norme europee contribuiscono alla competitività delle imprese, gli Stati membri dovrebbero sollecitare le rispettive organizzazioni per la fissazione di standards nazionali ad operare nell'ambito del processo di standardizzazione a livello europeo.

[17] Il Nuovo approccio è stato iniziato nel 1985; vedi "Risoluzione del Consiglio del 7 maggio 1985 relativa ad una nuova strategia in materia di armonizzazione tecnica e normalizzazione", GU C136/1 del 4 giugno 1985.

Progressi significativi sono stati compiuti nel campo dell'e-government. Non soltanto questo permette di ridurre i costi dell'interazione con il settore pubblico, ma contribuisce ad aumentare la pressione per procedure più semplici e facili [18]. In effetti, negli ultimi mesi tutti gli Stati membri hanno registrato progressi spettacolosi nel miglioramento della qualità dei servizi pubblici destinati alle imprese. Vi sono però ancora molte cose da fare.

[18] Vedi "Benchmarking delle politiche nazionali e regionali a sostegno dell'e-Business per PMI", op. cit., nota 5. Lo studio esamina otto provvedimenti che si applicano alle imprese su Internet concludendo che i risultati migliori vanno ricercati in servizi pubblici che richiedono semplici procedure nei settori dell'IVA, della fiscalità delle imprese e delle dichiarazioni doganali, mentre quelli relativi ad autorizzazioni edilizie e ambientali hanno ricevuto i punteggi più bassi.

Infine, nel settore dell'apertura e dell'efficienza del mercato, i dati indicano l'esistenza di forti collegamenti commerciali all'interno dell'UE. Gli aiuti di stato costituiscono un fattore di distorsione del mercato, ma una maggioranza degli Stati membri ha preso provvedimenti per mantenere l'impegno del Consiglio europeo di Stoccolma a ridurre tendenzialmente gli aiuti di stato in termini del PIL entro il 2003, indirizzandoli piuttosto verso obiettivi a carattere orizzontale [19].

[19] I problemi relativi agli aiuti di stato vengono discussi più approfonditamente nel documento della Commissione europea "Quadro di riferimento del mercato interno"; vedi ad esempio il n. 10 del maggio 2002.

2.3. Risorse finanziarie

La disponibilità di finanziamenti riveste importanza critica per la costituzione e la crescita di tutte le imprese. Ciò costituisce un problema particolare per le imprese che possiedono potenziale innovativo ma non dispongono di sufficienti garanzie. Tale fattore è stato identificato come il terzo vincolo in ordine di importanza alle prestazioni economiche dell'UE, particolarmente per le piccole imprese, benché anche quelle medie abbiano incontrato problemi [20].

[20] Vedi "Highlights from the 2001 Survey", Osservatorio delle PMI europee, op. cit., nota 12; oltre il 20 % dei rispondenti nel Regno Unito e circa il 20 % in Irlanda e in Italia hanno riferito di avere incontrato difficoltà in questo settore.

La disponibilità di capitali di rischio viene spesso considerata l'elemento critico per l'espansione della "Nuova economia" americana negli anni 90. La limitata tradizione europea in materia di capitali di rischio è stata associata alla debolezza dell'innovazione, ed è stata annoverata fra gli ostacoli alla crescita della produttività europea [21]. E' nel capitale di rischio che le differenze fra l'Europa e gli Stati Uniti sono più marcate. L'industria americana del venture capital ha cominciato a svilupparsi negli anni 50, mentre in Europa (ad eccezione del regno Unito) ciò è avvenuto soltanto negli anni 90, per cui l'UE ha molto da recuperare. Di conseguenza, benché in anni recenti l'importo complessivo del capitale di rischio europeo sia aumentato, in gran parte degli Stati membri esso rimane a livelli notevolmente inferiori a quelli degli USA [22]. Recenti sviluppi negativi, come la chiusura del Neuer Markt alla fine dell'anno passato, hanno indebolito significativamente il mercato del capitale di rischio, sollevando seri interrogativi sulle possibilità di sviluppo in Europa di un ampio e maturo mercato del capitale di rischio.

[21] Questi problemi sono stati discussi nei particolari nelle edizioni 2001 e 2002 della relazione European Competitiveness Report, documento di lavoro della Commissione, SEC(2001) 1705 del 29.10.2001 e SEC(2002) 528 del 21.05.2002.

[22] Nel 2000 ad esempio esso ha rappresentato lo 0,9 % del PIL negli USA rispetto allo 0,4 % nei Paesi Bassi e Regno Unito e allo 0,2 % del PIL in Svezia, i tre Stati più avanzati.

Di fronte a questa situazione, gli Stati membri hanno cercato di favorire lo sviluppo del capitale di rischio attraverso riforme strutturali e di sostenere i finanziamenti in capitale di rischio nelle fasi iniziali della vita delle imprese attraverso strumenti quali i fondi di sviluppo regionale, gli incentivi fiscali o i sostegni agli incubatori. In generale, sembrano predominare gli interventi destinati alle fasi successive anziché iniziali di vita delle imprese, benché un ruolo importante sia svolto da sostituzioni e acquisizioni.

Vi è una forte correlazione positiva fra le dimensioni del mercato dei capitali di rischio e l'aliquota di questo tipo di capitale nel portafoglio degli investitori istituzionali. Una modifica dei comportamenti di questi potrebbe rafforzare in misura decisiva il mercato del capitale di rischio.

Le reti di "Business angels" sono strettamente associate a questo tipo di capitale. Tali reti sono più diffuse negli USA che in Europa, ma il numero di reti nell'UE è passato da 63 nel 1999 a 158 nel 2002 [23].

[23] Vedi "Business Angels", op. cit., nota 5, relazione finale, Commissione europea, Direzione generale delle imprese, settembre 2002.

Inoltre, i finanziamenti mediante emissioni azionarie rivestono grande importanza per le imprese innovative. Si rileva che gli Stati membri con elevato potenziale innovativo (come indicato dalla spesa delle imprese in attività di ricerca e sviluppo, "BERD") tendono a presentare un'elevata capitalizzazione di mercato a livello azionario [24]. Un secondo gruppo, con una posizione intermedia a livello innovativo, si caratterizza con livelli intermedi di BERD e un livello parimenti inferiore di capitalizzazione di mercato [25]. Un terzo gruppo è caratterizzato da livelli inferiori di BERD con capitalizzazione intermedia [26].

[24] Svezia e Finlandia, unitamente agli USA, meno di Regno Unito e Finlandia.

[25] Germania, Danimarca, Belgio e Francia.

[26] Grecia, Italia, Portogallo e Spagna.

Il capitale istituzionale costituisce un elemento importante del mercato azionario. Gli investitori istituzionali europei in generale investono meno di quelli americani, che investono circa il 50 % del portafoglio in azioni [27]. Inoltre, la quota azionaria dei portafogli istituzionali ha mostrato tendenza a diminuire dal 2001 in poi, forse in seguito alla debolezza dell'economia.

[27] Come sempre sussistono eccezioni fra gli Stati membri. In Svezia e nel Regno Unito, le istituzioni hanno collocato dal 57% al 67% dei portafogli nel settore azionario.

Tuttavia, negli ultimi anni vi è stato uno sviluppo incoraggiante del numero di nuove imprese quotate sui mercati azionari d'Europa. Le buone prospettive economiche hanno sicuramente favorito la tendenza, ma il fenomeno è dovuto anche ai benefici derivanti dalla crescente liberalizzazione e integrazione dei mercati finanziari. Ulteriori progressi in questo importante settore dovrebbero produrre benefici diretti all'industria e all'innovazione dell'UE.

L'offerta di opzioni azionarie ai dipendenti di piccole imprese in rapida crescita è stato uno degli elementi caratteristici degli anni 90 negli USA. Offrendo ai dipendenti la possibilità di investire nei guadagni futuri, questi meccanismi hanno permesso alle imprese di mantenere personale altamente qualificato. Le opzioni azionarie sono presenti anche nei portafogli di capitale di rischio. Nonostante recenti scandali in alcune aziende americane che hanno fatto uso di questi strumenti, le opzioni costituiscono pur sempre un metodo valido e innovativo per capitalizzare i futuri profitti di un'impresa, ma devono evidentemente essere strutturate correttamente.

Tuttavia, il quadro normativo delle opzioni azionarie non è adeguatamente definito nella maggioranza degli Stati membri. L'incertezza giuridica che ne deriva tende ad inibirne l'impiego. Inoltre, le opzioni spesso sono tassate sia come reddito da lavoro dipendente che come plusvalenza all'atto della vendita. In media, le aliquote fiscali operative si aggirano intorno al 30 % nell'UE, rispetto al 20 % negli USA [28]. Non c'è quindi da meravigliarsi se le aziende europee hanno fatto un uso relativamente limitato di questo strumento [29].

[28] Le aliquote variano da più del 60% in Danimarca a poco più del 10% nel Regno Unito; Paesi Bassi, Irlanda, Grecia, Francia e Belgio applicano un'aliquota speciale; vedi "Taxation of Stock Options in the EU and the US", studio a cura del Price Waterhouse Coopers per la Commissione europea, 2002; le stime hanno carattere preliminare.

[29] Vedi "Highlights from the 2001 Survey", op. cit., nota 12; solo il 2% delle PMI europee utilizzano le opzioni azionarie, e un altro 4% ha intenzione di farlo. La Commissione ha recentemente esposto alcune idee volte a incoraggiare la partecipazione azionaria dei dipendenti nel documento "Quadro per la promozione della partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti", COM(2002) 364 def., 05.07.2002.

2.4. Risorse umane

In anni recenti, il problema particolare costituito dagli squilibri e dalle carenze in materia di qualifiche professionali ha richiamato l'attenzione a livello politico [30]. L'elevato livello della disoccupazione in Europa (anche se in discesa dal 1997) ha coinciso con carenze di personale altamente qualificato [31]. Nel contempo, la domanda di personale con qualifiche medio-alte nella fase di crescita sostenuta registrata alla fine degli anni 90 è stata particolarmente sensibile nell'UE [32]. Tali carenze costituiscono un ostacolo significativo allo sviluppo economico. Il problema non è soltanto di insufficiente mobilità della manodopera o insufficienti differenziali di reddito fra le diverse professioni, ma anche il disallineamento tra l'offerta delle professionalità fornite dai sistemi educativi degli Stati membri e le effettive esigenze del mercato del lavoro [33]. Negli ultimi anni, le imprese all'avanguardia della tecnologia lamentano carenze di personale scientifico, contrariamente agli USA ove tali carenze costituiscono un problema meno grave. Una maggiore consapevolezza della possibile necessità di riforma dei sistemi educativi è necessaria, particolarmente in un'epoca di innovazioni tecnologiche e organizzative; la Commissione sta offrendo diversi contributi in proposito.

[30] Il problema è stato sollevato nella relazione sulla competitività europea del 2001, mentre la relazione 2002 lo ha affrontato più nei particolari, particolarmente nel contesto della produttività del sistema educativo e della domanda di personale disaggregata in funzione delle qualifiche; vedi edizioni 2001 e 2002 della relazione European Competitiveness Report, op. cit., nota 21.

[31] La relazione sulla competitività europea del 2002 ha indicato, benché notevolmente in aumento, che il rapporto del numero medio di anni di istruzione della popolazione attiva dell'UE nel 1999 relativamente agli USA era dell'89% circa, rispetto al 97% in Giappone; vedi edizione 2002 del European Competitiveness Report, op. cit., nota 21, capitolo II.

[32] vedi Employment in Europe 2001, Commissione europea 2001.

[33] La Banca centrale europea ha riscontrato che tali disparità sono peggiorate nettamente nel periodo 1992-2000; vedi "Labour Market Mismatches in the Euro Area Countries", BCE, marzo 2002.

Il settore delle tecnologie informatiche (IT) ha registrato le maggiori difficoltà. Nel 2002, in tutti gli Stati membri, una percentuale variabile tra il 7 % e il 13 % della domanda di personale IT non è stata soddisfatta. Le stime per il 2005 indicano che, mentre vi sarà una crescita complessivamente equilibrata della domanda e dell'offerta, le carenze aumenteranno [34]. Questo fatto indica la necessità urgente di prendere provvedimenti per correggere i fattori strutturali che producono tali squilibri nel mercato del lavoro. Cominciano a registrarsi problemi analoghi anche in alcuni settori delle scienze naturali.

[34] Si tratta di 1,7 milioni di lavoratori in termini assoluti, complessivamente in tutti gli Stati membri, corrispondenti all'8-14% della domanda, a seconda degli Stati membri.

Per diventare la principale economia basata sulla conoscenza entro il 2010, gli Stati membri devono accelerare gli sforzi per lo sviluppo del capitale umano e, in particolare, devono dedicare maggiore attenzione alle caratteristiche dei sistemi educativi [35]. Inoltre, benché in aumento, la percentuale della popolazione fra 25 e 64 anni che partecipa ad attività di educazione e formazione professionale è ancora molto bassa; benché alcuni Stati membri presentino livelli considerevolmente superiori alla media, la maggioranza raggiunge risultati soltanto mediocri [36]. I dati obiettivi suggeriscono la necessità di azioni urgenti in questo campo.

[35] Soltanto il 12% dei laureati dell'UE nel 1999 avevano effettuato studi superiori fino al livello di dottorato (livello terziario avanzato tipo A) rispetto al 27% negli USA. Fra gli Stati membri, i Paesi Bassi hanno registrato il punteggio più elevato (20%) mentre in diversi Stati sono state registrate percentuali di poco superiori al 5%. Livelli particolarmente bassi sono stati riscontrati anche in matematica e informatica (4,4%) ove si riscontra però una percentuale migliore rispetto agli USA (3,2%).

[36] La percentuale della popolazione che partecipa ad attività di educazione e formazione professionale adulta è passata da 5,7% all'8,4% dal 1996 al 2001; nel 2001, in Svezia e nel Regno Unito tale percentuale si aggirava intorno al 22%, seguita dalla Finlandia al 19,3%, Danimarca al 17,8% e Paesi Bassi al 16,3%; in Grecia veniva riscontrato il livello più basso, pari all'1,4%. Chiaramente, per promuovere l'inserimento sociale è anche necessario aumentare la partecipazione dei lavoratori con qualifiche medio-basse alle attività di educazione e formazione nel corso della vita; nel 2001, partecipavano a tali attività il 15,7% dei lavoratori altamente qualificati, il 9,8% di quelli di livello medio e solo il 2,5% dei lavoratori non qualificati.

Infine, mentre alcuni Stati membri raggiungono risultati molto elevati a livello di titoli di studio e qualifiche in campo scientifico e matematico, ciò può non essere sufficiente: molti paesi (Giappone, Canada e Corea, ad esempio) ottengono punteggi ancora migliori.

2.5. Innovazione, conoscenza e diffusione delle tecnologie IT

Il ritardo dell'innovazione in Europa riflette la scarsa diffusione e l'insufficiente valorizzazione a livello cumulativo della conoscenza [37]. Vi è un'elevata correlazione fra l'innovazione e la spesa per ricerca e sviluppo. Pertanto, nella relazione di primavera del 2002, la Commissione ha proposto un obiettivo pari al 3 % del PIL entro il 2010, che è stato adottato dal Consiglio europeo di Barcellona; nel settembre 2002 la Commissione ha approvato una comunicazione in proposito [38]. Gli Stati membri, senza eccezioni, hanno riconosciuto l'importanza di rafforzare le politiche in materia di ricerca e innovazione e si sono impegnati a contribuire al raggiungimento dell'obiettivo del 3 % del PIL per l'UE [39].

[37] Questi problemi sono stati discussi in profondità nelle edizioni 2001 e 2002 della relazione European Competitiveness Report, op. cit., nota 21, ed anche, particolarmente per il primo di questi aspetti, nel Quadro di riferimento dell'innovazione 2001, documento di lavoro dei servizi della Commissione, SEC(2001) 1414, 14.9.2001.

[38] Vedi The Lisbon Strategy - Making Change Happen, op. cit., nota 1; vedi anche "Più ricerca per l'Europa - obiettivo: 3% del PIL", comunicazione della Commissione, COM(2002) 499 dell'11.09.2002. Nel 2000 la quota delle ricerche in percentuale del PIL era dell'1,9% in Europa, del 2,7% in America e del 3% in Giappone.

[39] Chiaramente, gli obiettivi individuali fissati dagli Stati membri per le spese di R&S discussi più avanti, vengono fissati nel quadro dell'obiettivo generale di raggiungere il 3% del PIL entro il 2010, i 2/3 del quale rientrano nel settore privato.

La capacità innovativa è diventata una variabile critica della competitività delle nazioni avanzate. Recenti elementi indicano che dieci Stati membri su quindici appartengono al gruppo di venti nazioni con i valori più alti a livello di capacità innovativa nazionale [40]. Benché tali stime siano incoraggianti non sono ancora sufficienti, mentre le condizioni atte a sostenere le prestazioni innovative a lungo termine devono ancora essere create nell'UE.

[40] I dati si basano su un indice che aggrega quattro componenti: personale scientifico e tecnico, politica dell'innovazione, ambiente innovativo e collegamenti; vedi M. Porter e S. Stern (2002): "National Innovative Capacity", capitolo 2.2 in The Global Competitiveness Report 2001-2002, World Economic Forum, Oxford University Press. Il punteggio più elevato dell'indice, in base ai dati 2001, si registra per gli Stati Uniti (30,3) ma Finlandia (29,1), Germania (27,2), Regno Unito (27,0), Paesi Bassi (26,9), Svezia (26,09) e Francia 26,8) rientrano nei primi dieci. Altri quattro Stai membri (Belgio, Irlanda, Austria e Danimarca) si collocano fra i successivi dieci.

Il totale della spesa R&S è notevolmente superiore negli USA. Tuttavia, la situazione è complessa, con dati che vanno dal 3,8 % del PIL in Svezia a poco più dello 0,5 % in Grecia e Portogallo [41]. Evidentemente, tutti gli Stati membri devono migliorare l'ambiente per la spesa R&S, e, infatti, riconoscendone l'importanza, diversi paesi hanno adottato obiettivi quantitativi per questa variabile [42].

[41] L'aliquota della Grecia è pari allo 0,51% del PIL, e quella del Portogallo allo 0,7% del PIL. Per i dati completi R&S vedi "Towards a European Research Area, Key Figures 2001, Special Edition, Indicators for Benchmarking of National Research Policies", Commissione europea, figura 2.1.1.

[42] Vedi sezione 3 infra.

La penetrazione delle tecnologie IT è un segnale importante del processo di modernizzazione in corso in un'economia. La relazione del 2001 sulla competitività in Europa ha illustrato ampiamente il ruolo di queste tecnologie nella crescita della produttività, concludendo che un basso livello di investimento e diffusione IT può spiegare in parte il rallentamento negli ultimi anni della crescita della produttività in Europa [43]. Riflettendo la conclusione della bolla speculativa "dot.com" alla fine del 2001, la spesa IT in percentuale del PIL è diminuita sia in America che in Europa, ma tale rallentamento è stato meno pronunciato nell'UE.

[43] Vedi 2001 European Competitiveness Report, op. cit., nota 21, particolarmente capitolo III.

L'accesso a Internet è aumentato in misura sostanziale, e nel 2001 quasi il 90 % delle imprese dell'UE erano collegate. Benché un gran numero di imprese abbia il proprio sito Internet, soltanto alcune sono in grado di ricevere ordinazioni ed effettuare transazioni commerciali in rete. Anche per gli utenti residenziali, dal 2000 al 2001 l'accesso a Internet è aumentato nella maggioranza degli Stati membri. Evidentemente, le politiche tendenti alla modernizzazione degli ambienti economici nazionali e a permettere ai cittadini di approfittare dei benefici delle transazioni elettroniche si riflettono in tale sviluppo. Si sono verificati rapidi progressi anche in materia di penetrazione dell'accesso a banda larga, per cui un numero doppio di nuclei familiari dell'UE (il 14 %) disponevano di tale accesso nel 2001 rispetto all'anno precedente, tendenza che dovrebbe essere ulteriormente incoraggiata [44].

[44] In cinque Stati membri (Danimarca, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Austria) più del 20% delle famiglie sono dotate di accesso Internet a banda larga.

La percentuale degli acquisti e vendite su Internet rimane estremamente bassa [45], il che riflette non solo la tipologia dei prodotti ma anche il quadro giuridico in cui si colloca il commercio elettronico. Un ruolo importante può essere svolto anche da elementi quali familiarità e tradizione.

[45] Nel 2001, per l'UE nel suo complesso, le vendite su Internet corrispondono a meno del 2% del totale, mentre gli acquisti sono leggermente superiori al 3%. Le imprese danesi, tedesche, irlandesi, austriache e finlandesi hanno effettuato dal 4% al 6% degli acquisti su Internet.

Il quadro di riferimento della politica delle imprese per il 2001 ha indicato la presenza di una correlazione negativa fra il costo delle comunicazioni residenziali e la penetrazione di Internet nei nuclei familiari, mentre gli allacciamenti professionali risultano meno elastici rispetto a tali costi [46]. I costi di collegamento hanno continuato a diminuire negli Stati membri, contribuendo così all'aumento dei tassi di penetrazione. Tuttavia, rimangono differenze significative. Sulla base dei prezzi PPS, i costi di allacciamento a Internet vanno da 20,7 euro PPS per 30 ore di collegamento mensile in Finlandia a 45,8 euro PPS in Belgio, mentre, con le sole eccezioni, oltre alla Finlandia, della Germania e del Regno Unito, i costi sono dovunque superiori a 30 euro PPS; negli Stati Uniti, il costo corrispondente è pari a 20,4 euro PPS.

[46] Vedi Benchmarking Enterprise Policy: Results from the 2001 Scoreboard, documento di lavoro della Commissione, SEC(2001) 1900, 21.11.2001, indicatori VII.5.b e VII.5.c.

2.6. Sviluppo sostenibile

Per la prima volta, l'edizione 2002 del quadro di riferimento delle imprese ha incorporato una nuova sezione in materia di sviluppo sostenibile. Attualmente, sono stati individuati indicatori di sviluppo sostenibile unicamente per il settore manifatturiero dell'UE. Evidentemente, questo costituisce soltanto uno degli aspetti del lavoro necessario in materia, e non riflette i progressi compiuti o da compiere in altri settori.

Nel settore manifatturiero, il concetto fondamentale è quello dell'efficienza economica, ossia il rapporto della produzione economica rispetto alla pressione ambientale, misurato in termini di emissioni di elementi inquinanti o di risorse utilizzate [47]. Negli anni 1990-2000 l'industria degli Stati membri ha registrato significativi miglioramenti ecologici per quattro indicatori.

[47] Vedi 2002 European Competitiveness Report, op. cit., nota 21, capitolo V per maggiori particolari. Da notare che occorre prudenza per interpretare i rapporti di efficienza ecologica tra i vari paesi, non solo perché le differenze dei tassi rilevati possano riflettere in parte differenze di struttura industriale anziché di prestazioni ecologiche. Tuttavia, l'esame dell'andamento delle prestazioni ecologiche per lunghi periodi di tempo permette di ottenere una qualche indicazione generale della direzione in cui evolvono in termini relativi le variazioni ambientali.

L'efficienza ecologica dell'industria dell'UE è migliorata del 13 % circa dal 1990 al 2000, in maniera largamente parallela alla crescita della produzione industriale. In questo periodo, importanti miglioramenti (oltre il 25 %) a livello di risparmi energetici sono stati registrati in Irlanda, Lussemburgo, Svezia, Germania, Finlandia e Francia, ma vi è stato un peggioramento in Grecia, Portogallo, Spagna e Regno Unito. L'efficienza ecologica del settore manifatturiero nell'ambito delle emissioni di gas ad effetto serra è migliorata quasi del 30 %, contribuendo così ad una caduta delle emissioni industriali ad effetto serra del 10 %, nonostante l'aumento della produzione industriale. Progressi sono stati registrati nella maggioranza degli Stati membri e particolarmente in Lussemburgo, Irlanda, Finlandia e Germania; vi sono state invece piccole riduzioni in Grecia, Portogallo, Spagna e Danimarca.

Le emissioni industriali di gas acidificanti, responsabili del fenomeno della "pioggia acida", sono scese del 48 % circa durante il decennio in questione, nonostante l'aumento dell'11 % della produzione manifatturiera. Tutti gli Stati membri hanno registrato progressi, particolarmente Germania, Finlandia, Irlanda e Lussemburgo, mentre quelli più limitati si sono verificati in Portogallo.

Infine, l'industria europea ha migliorato l'efficienza ecologica nel settore dei precursori dell'ozono [48] in ragione di più del 40 %, mentre le emissioni complessive di tali gas sono diminuite del 27 % circa nonostante l'aumento della produzione durante gli anni 90. La maggioranza degli Stati membri ha registrato progressi in materia di efficienza ecologica, in particolare Lussemburgo, Irlanda e Paesi Bassi, ove è stato superato il 100 %. Vi è stato un lieve declino nel caso di Danimarca, Grecia e Portogallo.

[48] L'ozono troposferico è un inquinante secondario formato dall'ossidazione di composti organici volatili e di monossido di carbonio in presenza di ossidi di azoto e luce solare. I gas precursori dell'ozono sono costituiti da composti volatili ad esclusione del metano, ossidi di azoto, monossidi di carbonio e metano.

3. Obiettivi quantitativi della politica delle imprese

3.1. Motivazione

Il metodo di coordinamento aperto stabilito dal Consiglio europeo di Lisbona incoraggia la Commissione e gli Stati membri a lavorare insieme, utilizzando le pratiche migliori e sviluppando le migliori politiche alla luce di tutte le circostanze pertinenti. In molti casi, ciò richiede una definizione concordata di obiettivi per le prestazioni a livello dell'UE, senza necessariamente obbligare i singoli Stati membri a fissare i medesimi obiettivi per le rispettive azioni. Gli obiettivi su base europea sono stati generalmente costituiti o da obiettivi comunitari o da obiettivi nazionali uniformi. Nel caso della politica delle imprese, la definizione di siffatti obiettivi offre la possibilità di adattarli con precisione alle condizioni particolari di ogni Stato membro. L'efficacia della politica delle imprese dipende non solo dalla capacità degli Stati membri di approfittare delle esperienze e delle iniziative lanciate altrove, ma anche dalla volontà politica di applicare i relativi provvedimenti. Le iniziative di benchmarking permettono di identificare i settori nei quali è possibile effettuare miglioramenti. Gli obiettivi quantitativi della politica delle imprese offrono quindi uno strumento che permette di assicurare l'opportuno seguito delle politiche impegnando i singoli Stati membri nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà.

Simili obiettivi sono già stati utilizzati in altri settori d'intervento dell'UE, e in particolare per l'unione economica e monetaria. Ma gli Stati membri utilizzano lo stesso principio anche altrove - ad esempio in materia di inflazione, di entrate e di uscite - il che suggerisce che la loro utilità può essere significativa.

Nel caso della politica delle imprese, la Commissione e gli Stati membri sono stati invitati tanto dal Consiglio dell'industria quanto dal Consiglio europeo ad effettuare progressi in materia di implementazione di obiettivi quantitativi [49]. Questa è la prima volta in cui la Commissione riferisce formalmente sui progressi compiuti in risposta a tale invito.

[49] Vedi conclusioni del Consiglio, energia/industria, competitività e politica delle imprese - conclusioni, 14837/01 (Presse 452-6), 4/5 XII.2001; conclusioni della presidenza del Consiglio europeo di Stoccolma, 24.3.2001 NR. 100/1/01; riunione del Consiglio, industria/energia, 2433 RO Press: 164 NR. 9311/02 6 e 7 giugno 2002; e conclusioni del Consiglio SN 2340/3/02 REV 3, 21 maggio 2002; vedi anche "Informal Industry Ministerial in Manchester to discuss EU Enterprise Policy Targets Plan", IP/01/229, del 19 febbraio 2001 per un annuncio effettuato congiuntamente dai commissari Bolkestein, Busquin e Liikanen su questo ed altri problemi collegati.

3.2. Obiettivi degli Stati membri in materia di politica delle imprese

In seguito alla collaborazione tra la Commissione e gli Stati membri, è stato sviluppato un quadro comune per gli obiettivi quantitativi. Questo permette agli Stati membri che si sentono in grado di farlo di annunciare pubblicamente obiettivi sulla base di indicatori concordati nei sette settori considerati dal quadro di riferimento della politica delle imprese [50]:

[50] L'elenco degli indicatori, considerati idonei a costituire obiettivi nel settore della politica delle imprese, e che sono stati accettati come base per ulteriore sviluppo nell'ambito del gruppo di contatto, viene riportato in allegato. Alcune pertinenti discussioni sul gruppo di contatto e aspetti relativi sono presentate nel documento di lavoro della Commissione "Quantitative Targets in Enterprise Policy Steps towards the Lisbon Objectives", documento di lavoro della Commissione, SEC(2002) 1214, 07.11.2002.

- Imprenditorialità;

- Ambiente amministrativo e normativo;

- Accesso ai finanziamenti;

- Accesso al capitale umano;

- Diffusione delle innovazioni e della conoscenza;

- Accesso alle tecnologie IT;

- Mercati aperti e ben funzionanti.

Numerosi Stati membri hanno comunicato alla Commissione e agli altri Stati membri, nel quadro delle discussioni nell'ambito del gruppo di contatto, le loro intenzioni in riferimento a particolari obiettivi rientranti in questi settori. La definizione e la scelta degli obiettivi da parte degli Stati membri è come ovvio volontaria. Attualmente in ciascun settore di monitoraggio vi è almeno un obiettivo dichiarato da uno Stato membro. In effetti, numerosi Stati membri hanno dichiarato diversi obiettivi [51].

[51] Paesi Bassi (12), Irlanda (11), Svezia (8), Francia (7) e Portogallo (7) sono in testa.

In generale, gli Stati membri hanno ritenuto più facile dichiarare gli obiettivi nel settore della diffusione delle innovazioni e della conoscenza. Ciò può essere dovuto a numerose ragioni: la sensazione che i miglioramenti necessari negli altri settori siano meno importanti; tradizioni o difficoltà di carattere costituzionale; percezioni sull'importanza dei vari aspetti. L'importante è che sia stato fatto un primo passo significativo. E' stato stabilito un quadro generale, ed è stata dichiarata una prima serie di obiettivi significativi.

4. Conclusioni

L'esame del recente lavoro in materia di politica delle imprese suggerisce le seguenti conclusioni principali:

- Vi sono stati miglioramenti significativi in diversi settori tali da determinare l'ambiente per la creazione e lo sviluppo delle imprese. I progressi continuano a verificarsi, e, rispetto agli anni recenti, le prospettive per lo sviluppo delle imprese dell'UE stanno migliorando in maniera significativa.

- Gli Stati membri stanno prendendo provvedimenti per modernizzare le loro economie ed attuare le riforme strutturali destinate in prospettiva ad avvicinare l'UE agli obiettivi della strategia di Lisbona. Benché questi provvedimenti possano essere concentrati in settori limitati e di tipo in apparenza particolare, l'effetto cumulativo di tutti questi miglioramenti sta creando un ambiente nel quale può fiorire una cultura dell'imprenditorialità più vigorosa. Insieme alle riforme dei mercati dei prodotti, della manodopera e dei capitali, ciò permetterà di creare un ambiente più favorevole alla crescita delle imprese.

- Evidentemente, i progressi non possono arrestarsi a questo punto. Non è solo l'UE ad andare avanti. L'aumento della produttività all'estero e il ritardo dell'UE non permettono di riposare sugli allori. Fare meglio non basta. L'obiettivo di Lisbona è di diventare i migliori. C'è ancora molta strada da fare.

- Gli obiettivi quantitativi scelti in maniera appropriata sono uno strumento che potrebbe contribuire a rafforzare l'evoluzione verso un migliore ambiente imprenditoriale nell'UE, non soltanto permettendo di mettere meglio a fuoco lo sforzo di cambiamento, ma anche segnalando i progressi effettivamente compiuti. Ciò incentiva a sua volta la creazione di un clima di fiducia, che costituisce un elemento di successo di importanza vitale.

Una serie di obiettivi dichiarati dagli Stati membri nel quadro del metodo di coordinamento aperto è riportata in allegato. Tali obiettivi costituiscono un'importante dichiarazione di intenti. Ciò che occorre adesso è l'attuazione di politiche tali da assicurare la realizzazione degli obiettivi.

La Commissione propone pertanto che, nel quadro del metodo di coordinamento aperto, la Commissione e gli Stati membri continuino a lavorare ai fini seguenti:

(1) Sviluppare ulteriormente gli obiettivi dichiarati, adattandoli ove necessario;

(2) Prendere provvedimenti appropriati per sviluppare politiche tali da garantire il raggiungimento degli obiettivi, alla luce delle pratiche migliori;

(3) Effettuare il monitoraggio dei progressi compiuti.

La Commissione invita il Consiglio ad approvare questa impostazione. Grazie agli obiettivi quantitativi, la politica delle imprese degli Stati membri e dell'UE potrebbe assumere dimensioni più precise e concrete. Il soddisfacimento degli obiettivi proposti dagli Stati membri permetterà di avvicinare l'UE alla realizzazione dei più ampi obiettivi riguardanti la nostra economia e la nostra società fissati dalla strategia di Lisbona.

Allegato I: obiettivi quantitativi dichiarati dagli Stati membri

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Allegato II: Elenco di indicatori

Nella tabella seguente figurano l'elenco di indicatori considerati idonei alla fissazione di obiettivi nel campo della politica d'impresa, elenco approvato anche come base dei futuri lavori del gruppo di contatto, nonché le sezioni corrispondenti del quadro di valutazione della politica delle imprese 2002 in cui vengono discussi gli indicatori.

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