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Document 62017TJ0612

Sentenza del Tribunale (Nona Sezione ampliata) del 10 novembre 2021.
Google LLC, anciennement Google Inc. e Alphabet, Inc. contro Commissione europea.
Concorrenza – Abuso di posizione dominante – Ricerca generale e ricerca specializzata di prodotti su Internet – Decisione che constata una violazione dell’articolo 102 TFUE e dell’articolo 54 dell’accordo SEE – Abuso per effetto leva – Concorrenza basata sui meriti o pratica anticoncorrenziale – Condizioni di accesso da parte dei concorrenti a un servizio di un’impresa dominante il cui utilizzo non può essere effettivamente sostituito – Visualizzazione favorita dall’impresa dominante dei risultati del proprio servizio di ricerca specializzata – Effetti – Necessità di dimostrare uno scenario controfattuale – Insussistenza – Giustificazioni obiettive – Insussistenza – Possibilità di infliggere un’ammenda tenuto conto di talune circostanze – Orientamenti per il calcolo dell’importo delle ammende – Competenza estesa al merito.
Causa T-612/17.

ECLI identifier: ECLI:EU:T:2021:763

 SENTENZA DEL TRIBUNALE (Nona Sezione ampliata)

10 novembre 2021 ( *1 )

«Concorrenza – Abuso di posizione dominante – Ricerca generale e ricerca specializzata di prodotti su Internet – Decisione che constata una violazione dell’articolo 102 TFUE e dell’articolo 54 dell’accordo SEE – Abuso per effetto leva – Concorrenza basata sui meriti o pratica anticoncorrenziale – Condizioni di accesso da parte dei concorrenti a un servizio di un’impresa dominante il cui utilizzo non può essere effettivamente sostituito – Visualizzazione favorita dall’impresa dominante dei risultati del proprio servizio di ricerca specializzata – Effetti – Necessità di dimostrare uno scenario controfattuale – Insussistenza – Giustificazioni obiettive – Insussistenza – Possibilità di infliggere un’ammenda tenuto conto di talune circostanze – Orientamenti per il calcolo dell’importo delle ammende – Competenza estesa al merito»

Nella causa T‑612/17,

Google LLC, già Google Inc., con sede in Mountain View, California (Stati Uniti),

Alphabet, Inc., con sede in Mountain View,

rappresentate da T. Graf, R. Snelders, C. Thomas, K. Fountoukakos‑Kyriakakos, avvocati, R. O’Donoghue, M. Pickford, QC, e D. Piccinin, barrister,

ricorrenti,

sostenute da

Computer & Communications Industry Association, con sede in Washington, DC (Stati Uniti), rappresentata da J. Killick e A. Komninos, avvocati,

interveniente,

contro

Commissione europea, rappresentata da T. Christoforou, N. Khan, A. Dawes, H. Leupold e C. Urraca Caviedes, in qualità di agenti,

convenuta,

sostenuta da

Repubblica federale di Germania, rappresentata da J. Möller, S. Heimerl e S. Costanzo, in qualità di agenti,

da

Autorità di vigilanza EFTA, rappresentata da C. Zatschler e C. Simpson, in qualità di agenti,

da

Bureau européen des unions de consommateurs (BEUC), con sede in Bruxelles (Belgio), rappresentato da A. Fratini, avvocata,

da

Infederation Ltd, con sede in Crowthorne (Regno Unito), rappresentata da A. Morfey, S. Gartagani, L. Hannah, A. D’heygere, M.K. Gwilliam, solicitors, e T. Vinje, avvocato,

da

Kelkoo, con sede in Parigi (Francia), rappresentata da J. Koponen e B. Meyring, avvocati,

da

Verband Deutscher Zeitschriftenverleger eV, con sede in Berlino (Germania), rappresentato da T. Höppner, professore, P. Westerhoff e J. Weber, avvocati,

da

Visual Meta GmbH, con sede in Berlino, rappresentata da T. Höppner, professore, e P. Westerhoff, avvocato,

da

BDZV – Bundesverband Digitalpublisher und Zeitungsverleger eV, già Bundesverband Deutscher Zeitungsverleger eV, con sede in Berlino, rappresentato da T. Höppner, professore, e P. Westerhoff, avvocato,

e da

Twenga, con sede in Parigi, rappresentata da L. Godfroid, S. Hautbourg e S. Pelsy, avvocati,

intervenienti

avente ad oggetto una domanda basata sull’articolo 263 TFUE e diretta, in via principale, all’annullamento della decisione C(2017) 4444 final della Commissione, del 27 giugno 2017, relativa a un procedimento a norma dell’articolo 102 TFUE e dell’articolo 54 dell’accordo SEE [caso AT.39740 – Google Search (Shopping)], e, in subordine, all’annullamento o alla riduzione dell’importo dell’ammenda inflitta alle ricorrenti,

IL TRIBUNALE (Nona Sezione ampliata),

composto da S. Gervasoni, presidente, L. Madise (relatore), R. da Silva Passos, K. Kowalik‑Bańczyk e C. Mac Eochaidh, giudici,

cancelliere: E. Artemiou, amministratrice

vista la fase scritta del procedimento e in seguito alle udienze del 12, 13 e 14 febbraio 2020,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

I. Fatti

A. Contesto

1

Google LLC, già Google Inc. è una società statunitense specializzata nei prodotti e nei servizi connessi all’uso di Internet. La società è principalmente nota per il suo motore di ricerca, che consente agli utenti di Internet (in prosieguo indicati altresì, a seconda del contesto, come «utenti» o «consumatori») di trovare e di raggiungere, con il browser che utilizzano e mediante collegamenti ipertestuali, i siti Internet che soddisfano le loro esigenze. Dal 2 ottobre 2015, Google LLC è una società interamente controllata dalla Alphabet, Inc., la società capogruppo (in prosieguo denominate congiuntamente: «Google»).

2

Il motore di ricerca di Google, accessibile all’indirizzo www.google.com, o a indirizzi simili con un’estensione nazionale, consente di ottenere risultati di ricerca presentati su pagine che appaiono sugli schermi degli utenti di Internet. Tali risultati sono selezionati da detto motore secondo criteri generali e senza che i siti a cui essi rinviano paghino Google per apparire (in prosieguo: i «risultati della ricerca generale» o i «risultati generici»), o sono selezionati secondo una logica specializzata per il particolare tipo di ricerca effettuata (in prosieguo: i «risultati della ricerca specializzata»). I risultati della ricerca specializzata possono apparire eventualmente, senza un’azione particolare da parte dell’utente di Internet, con i risultati della ricerca generale sulla stessa pagina (in prosieguo: la «pagina dei risultati generale» o le «pagine dei risultati generali»), oppure apparire da soli in seguito a una richiesta dell’utente di Internet effettuata da una pagina specializzata del motore di ricerca di Google o dopo l’attivazione di link presenti in talune aree delle sue pagine dei risultati generali. Google ha sviluppato diversi servizi di ricerca specializzata, ad esempio per le notizie, per le informazioni e le offerte commerciali di natura locale, per i viaggi aerei o per l’acquisto di prodotti. È quest’ultima categoria ad essere in discussione nel caso di specie.

3

I servizi di ricerca specializzata per l’acquisto di prodotti (in prosieguo: i «servizi di comparazione dei prodotti» o i «comparatori di prodotti») non vendono essi stessi i prodotti, ma confrontano e selezionano le offerte dei venditori su Internet, che propongono il prodotto cercato. Tali venditori possono essere venditori diretti o piattaforme di vendita che riuniscono le offerte di numerosi venditori e dalle quali è possibile ordinare immediatamente il prodotto cercato (eBay, Amazon, PriceMinister o la Fnac sono tra i più noti).

4

Come i risultati della ricerca generale, i risultati della ricerca specializzata possono essere risultati, talvolta qualificati come «naturali», indipendenti dai pagamenti dei siti Internet a cui essi rinviano, anche se questi ultimi sono siti commerciali. L’ordine di presentazione di tali risultati naturali nelle pagine dei risultati è anch’esso indipendente dai pagamenti.

5

Nelle pagine dei risultati di Google, come in quelle di altri motori di ricerca, compaiono anche risultati che sono invece collegati ai pagamenti dei siti Internet a cui essi rinviano. Tali risultati, comunemente denominati «annunci» («ads» in forma abbreviata in inglese), sono anch’essi collegati alla ricerca effettuata dall’utente di Internet e si distinguono dai risultati naturali della ricerca generale o della ricerca specializzata, ad esempio con le parole «annuncio» o «sponsorizzato». Essi appaiono in spazi particolari delle pagine dei risultati oppure tra gli altri risultati. Possono costituire risultati della ricerca specializzata e, in effetti, taluni servizi di ricerca specializzata di Google sono basati su un sistema di inclusione a pagamento. La loro visualizzazione è collegata a impegni di pagamento degli inserzionisti assunti nell’ambito di aste. Vengono utilizzati eventualmente criteri complementari di selezione. Gli inserzionisti pagano Google quando un utente di Internet, cliccando, attiva il collegamento ipertestuale contenuto nel loro annuncio, che rinvia al loro sito Internet.

6

Le pagine dei risultati generali di Google possono includere, o hanno incluso, tutti i tipi di risultati menzionati ai precedenti punti da 2 a 5. Come indicato anche al precedente punto 2, i risultati della ricerca specializzata, naturali o basati su annunci, possono anche apparire da soli in una pagina dei risultati specializzata a seguito di una richiesta dell’utente di Internet a partire da una pagina di ricerca specializzata del motore di ricerca di Google o dopo l’attivazione di link presenti in talune aree delle sue pagine dei risultati generali.

7

Motori di ricerca diversi da quello di Google offrono, o hanno offerto, servizi di ricerca generale e servizi di ricerca specializzata, come Alta Vista, Yahoo, Bing o Qwant. Esistono inoltre motori di ricerca specifici per la comparazione dei prodotti, come Bestlist, Nextag, IdealPrice, Twenga, Kelkoo o Prix.net.

8

Secondo le spiegazioni fornite da Google, non contestate, quest’ultima ha iniziato a fornire agli utenti di Internet un servizio di comparazione dei prodotti nel 2002, dopo o contemporaneamente ad altri motori di ricerca come Alta Vista, Yahoo, AskJeeves o America On Line (AOL). Tali iniziative avrebbero rappresentato una risposta alla constatazione secondo cui i processi utilizzati fino a quel momento dai motori di ricerca non fornivano necessariamente i risultati più pertinenti per ricerche particolari, come quelle riguardanti le notizie o i prodotti da acquistare. Google ha così fornito risultati di comparazione di prodotti (in prosieguo: «risultati dei prodotti») dalla fine del 2002 negli Stati Uniti, e successivamente, circa due anni dopo, gradualmente in taluni paesi europei. Tali risultati non erano quelli dei suoi soliti algoritmi di ricerca generale applicati alle informazioni presenti nei siti Internet, estratte inizialmente con il processo denominato «crawling» – che consiste in un’attività di esplorazione dei contenuti di Internet effettuata da Google per scopi di indicizzazione, successivamente selezionate per essere incluse nell’«indice web» di Google e, infine ordinate secondo la loro pertinenza per apparire in risposta alla richiesta dell’utente di Internet – bensì i risultati di algoritmi specifici applicati alle informazioni contenute in una banca dati alimentata dagli stessi venditori, denominata «indice prodotti». Tali risultati sono stati inizialmente forniti tramite una pagina di ricerca specializzata, denominata Froogle, distinta dalla pagina di ricerca generale del motore di ricerca, e successivamente, dal 2003 negli Stati Uniti e dal 2005 in taluni paesi europei, anche dalla pagina di ricerca generale del motore di ricerca. In quest’ultimo caso, i risultati dei prodotti apparivano aggregati all’interno delle pagine dei risultati generali in ciò che veniva denominato Product OneBox (in prosieguo: la «Product OneBox»), sotto o accanto agli annunci pubblicitari che apparivano nella parte superiore o laterale della pagina e sopra i risultati della ricerca generale, come mostrato nella seguente illustrazione con didascalia aggiunta, fornita da Google:

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9

Infatti, se l’utente di Internet utilizzava la pagina della ricerca generale per formulare la sua richiesta su un prodotto, le risposte fornite dal motore di ricerca comprendevano, al contempo, quelle risultanti dalla ricerca specializzata e quelle risultanti dalla ricerca generale. Quando l’utente di Internet cliccava sul link di un risultato della Product OneBox, veniva rinviato direttamente alla pagina appropriata del sito Internet del venditore del prodotto cercato, consentendo l’acquisto di tale prodotto. Inoltre, uno speciale link all’interno della Product OneBox consentiva il rinvio a una pagina dei risultati di Froogle che presentava una selezione più ampia di risultati specializzati dei prodotti. Google sostiene che, per contro, i risultati di Froogle non comparivano mai nei risultati di ricerca generale, mentre i risultati di altri motori di ricerca specializzata di comparazione dei prodotti potevano comparirvi.

10

Google sostiene che, dal 2007, ha cambiato il modo di elaborare i risultati dei prodotti.

11

In occasione di tali cambiamenti, Google ha abbandonato la denominazione Froogle per adottare quella di Product Search per le sue pagine di ricerca e dei risultati specializzate di comparazione dei prodotti.

12

Per quanto riguarda i risultati dei prodotti visualizzati a partire dalla pagina della ricerca generale nelle pagine dei risultati generali, da un lato, Google ha arricchito il contenuto della Product OneBox con l’aggiunta di fotografie. Google fornisce a tal proposito la seguente illustrazione del primo tipo di aggiunta di fotografie:

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13

Google ha anche diversificato i possibili esiti di un clic su un link di risultato che vi appariva: a seconda dei casi, l’utente di Internet, come in precedenza, veniva rinviato direttamente alla pagina appropriata del sito Internet del venditore del prodotto cercato, consentendo l’acquisto di tale prodotto, oppure veniva rinviato alla pagina dei risultati specializzata Product Search per scoprire più offerte per lo stesso prodotto. La Product Onebox è stata gradualmente rinominata, nei diversi paesi, Product Universal (in prosieguo: il «Product Universal») (ad esempio, nel 2008, nel Regno Unito e in Germania), mentre veniva resa più attraente. Google fornisce la seguente illustrazione, con didascalie aggiunte, delle due varianti del Product Universal:

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14

D’altro lato, Google ha posto in essere un meccanismo, denominato Universal Search, che consente, se viene individuata una ricerca per l’acquisto di un prodotto, di dare la priorità, nella pagina dei risultati generale, ai prodotti pertinenti della Product Onebox, e successivamente del Product Universal, rispetto ai risultati della ricerca generale.

15

Per quanto riguarda i risultati dei prodotti collegati ai pagamenti che appaiono nelle sue pagine dei risultati, Google ha introdotto in Europa, dal settembre 2010, un formato arricchito rispetto agli annunci di solo testo (text ads in inglese; in prosieguo: gli «annunci di testo») che apparivano fino ad allora. Su opzione dell’inserzionista, cliccando sul testo, l’utente di Internet poteva vedere, in un formato ingrandito rispetto all’annuncio di testo iniziale, le foto dei prodotti cercati nonché i loro prezzi come proposti dall’inserzionista. Google fornisce un’illustrazione, con una didascalia aggiunta, di un annuncio di testo così elaborato:

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16

Dal novembre 2011, in Europa, Google ha integrato tale funzione di ingrandimento degli annunci di testo con la presentazione diretta, nelle sue pagine dei risultati generali, di gruppi di annunci di più inserzionisti, con foto e prezzi, che ha denominato «elenchi di annunci dei prodotti» o «annunci dei prodotti» (in prosieguo: gli «annunci dei prodotti»), e che apparivano sulla destra o in cima alla pagina dei risultati. Cliccando su un annuncio contenuto nel gruppo, l’utente di Internet veniva rinviato al sito Internet dell’inserzionista. Google fornisce la seguente illustrazione di un annuncio dei prodotti:

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17

In seguito, Google ha cessato di visualizzare contemporaneamente, sulle sue pagine dei risultati generali, i risultati naturali dei prodotti della ricerca specializzata aggregati (Product Universal), gli annunci dei prodotti aggregati (product ads), gli annunci di testo (text ads), eventualmente sviluppati, nonché i risultati della ricerca generale, poiché ha ritenuto che non fosse auspicabile mantenere tale situazione. Pertanto, nel 2013, Google ha posto fine in Europa al Product Universal e agli annunci di testo sviluppati nelle sue pagine dei risultati generali. Pertanto, sono comparsi in tali pagine solo gli annunci dei prodotti aggregati, ribattezzati «Shopping Commercial Units» o «Shopping Units» (in prosieguo: le «Shopping Units»), gli annunci di testo e i risultati della ricerca generale. Google fornisce la seguente illustrazione, con didascalia aggiunta, di una Shopping Unit, che precede annunci di testo e un risultato di ricerca generale:

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18

Di conseguenza, l’utente di Internet che cliccava su un annuncio contenuto in una Shopping Unit era sempre rinviato al sito Internet di vendita dell’inserzionista, accedendo così, dalla pagina dei risultati generale, alla pagina di ricerca e dei risultati specializzata di comparazione dei prodotti di Google, che forniva più annunci solo se si cliccava su un link specifico che appariva in cima alla Shopping Unit o su un link accessibile dal menu di navigazione generale (scheda «Shopping»).

19

Google precisa che la selezione degli annunci per la Shopping Unit implicava non solo il meccanismo dell’asta menzionato al precedente punto 5, ma anche criteri dello stesso genere di quelli applicati per fornire i suoi risultati naturali dei prodotti, menzionati al precedente punto 8. Essa ha chiarito, senza essere contraddetta, che la selezione poteva eventualmente portare a privilegiare, nell’ordine di presentazione nella pagina dei risultati generale, gli annunci di testo rispetto alla Shopping Unit, o viceversa, addirittura ad escludere qualsiasi presentazione di quest’ultima se il numero di annunci di qualità era insufficiente.

20

Nello stesso momento in cui Google ha rimosso il Product Universal dalla sua pagina dei risultati generale, ha altresì rinunciato a presentare risultati naturali dei prodotti nella sua pagina dei risultati specializzata Product Search, che si è evoluta in una pagina contenente solo annunci, denominata Google Shopping. Google fornisce la seguente illustrazione di una pagina Google Shopping:

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B. Procedimento amministrativo

21

Il caso di specie nasce da diverse denunce presentate alla Commissione europea, a partire dal novembre 2009, da imprese, associazioni di imprese e associazioni di consumatori, nonché da casi deferiti alla Commissione dalle autorità nazionali garanti della concorrenza (in particolare il Bundeskartellamt, Ufficio federale delle intese, Germania).

22

Il 30 novembre 2010 la Commissione ha avviato, nei confronti di Google, un procedimento ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 773/2004 della Commissione, del 7 aprile 2004, relativo ai procedimenti svolti dalla Commissione a norma degli articoli [101] e [102] TFUE (GU 2004, L 123, pag. 18).

23

Il 13 marzo 2013 la Commissione ha adottato una valutazione preliminare ai sensi dell’articolo 9 del regolamento (CE) n. 1/2003 del Consiglio, del 16 dicembre 2002, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli [101] e [102 TFUE] (GU 2003, L 1, pag. 1) ai fini dell’eventuale accettazione di impegni da parte di Google che rispondessero alle sue preoccupazioni. Nella sua valutazione preliminare la Commissione ha ritenuto, in particolare, che il trattamento favorevole, nell’ambito delle pagine dei risultati generali di Google, di link che rinviano ai propri servizi di ricerca specializzata rispetto ai link che rinviano a servizi di ricerca specializzata concorrenti fosse tale da violare l’articolo 102 TFUE e l’articolo 54 dell’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE).

24

Pur dichiarando di non condividere l’analisi giuridica contenuta nella valutazione preliminare e di contestare l’affermazione secondo la quale le pratiche descritte dalla Commissione violavano l’articolo 102 TFUE, Google ha presentato tre serie di impegni, la prima, il 3 aprile 2013, la seconda, il 21 ottobre 2013 e, la terza, il 31 gennaio 2014.

25

Tra il 27 maggio 2014 e l’11 agosto 2014 la Commissione, ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, del regolamento n. 773/2004 ha inviato lettere ai denuncianti che avevano presentato una denuncia prima del 27 maggio 2014, informandoli che intendeva respingere le loro denunce. Le lettere presentavano la valutazione provvisoria della Commissione secondo la quale la terza serie di impegni presentata da Google poteva rispondere alle preoccupazioni sulla concorrenza espresse nella valutazione preliminare.

26

In risposta a tali lettere, 19 denuncianti hanno presentato osservazioni. Dopo aver analizzato tali osservazioni, il 4 settembre 2014 la Commissione ha informato Google di non essere infine in grado di adottare una decisione di accettazione degli impegni conformemente all’articolo 9 del regolamento n. 1/2003.

27

Il 15 aprile 2015 la Commissione è tornata al procedimento di constatazione di un’infrazione ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, del regolamento n. 1/2003 e ha adottato una comunicazione degli addebiti indirizzata a Google, nella quale è giunta alla conclusione provvisoria che le pratiche in questione costituivano un abuso di posizione dominante e quindi violavano l’articolo 102 TFUE.

28

Il 27 aprile 2015 la Commissione ha concesso a Google l’accesso al fascicolo.

29

Tra il giugno e il settembre 2015 la Commissione ha inviato una versione non riservata della comunicazione degli addebiti a 24 denuncianti e a 10 parti interessate. Hanno presentato osservazioni, in totale, 20 denuncianti e 7 parti interessate.

30

Il 27 agosto 2015 Google ha presentato la sua risposta alla comunicazione degli addebiti.

31

Tra l’ottobre e il novembre 2015 la Commissione ha inviato una versione non riservata della risposta alla comunicazione degli addebiti a 23 denuncianti e a 9 parti interessate. Hanno presentato osservazioni 14 denuncianti e 7 parti interessate.

32

Il 14 luglio 2016 la Commissione ha adottato una comunicazione degli addebiti supplementare.

33

Il 27 luglio 2016 la Commissione ha concesso a Google un ulteriore accesso al fascicolo.

34

Tra il settembre e l’ottobre 2016 la Commissione ha inviato una versione non riservata della comunicazione degli addebiti supplementare a 20 denuncianti e 6 parti interessate. Hanno presentato osservazioni sulla comunicazione degli addebiti supplementare 9 denuncianti e 3 parti interessate.

35

Il 3 novembre 2016 Google ha presentato la sua risposta alla comunicazione degli addebiti supplementare.

36

Il 28 febbraio 2017 la Commissione ha inviato a Google una «lettera di esposizione dei fatti», che richiamava la sua attenzione su prove che non erano espressamente menzionate nella comunicazione degli addebiti e nella comunicazione degli addebiti supplementare, ma che, dopo l’analisi del fascicolo, potevano essere potenzialmente rilevanti per sostenere la conclusione preliminare tratta da tali atti.

37

Il 1o marzo 2017 la Commissione ha concesso a Google un ulteriore accesso al fascicolo.

38

Il 18 aprile 2017 Google ha risposto alla «lettera di esposizione dei fatti».

39

Il 27 giugno 2017 la Commissione ha adottato la decisione C(2017) 4444 final, relativa a un procedimento a norma dell’articolo 102 TFUE e dell’articolo 54 dell’accordo SEE [caso AT.39740 – Google Search (Shopping)] (in prosieguo: la «decisione impugnata»).

C. Decisione impugnata

40

Nella decisione impugnata, dopo aver esposto le fasi del procedimento che hanno portato alla sua adozione e dopo aver respinto le censure di Google sullo svolgimento di tale procedimento, la Commissione ha innanzitutto definito i mercati rilevanti ai sensi delle regole in materia di concorrenza.

41

La Commissione ha ricordato che, nell’ambito dell’individuazione di un’eventuale posizione dominante di un’impresa in un mercato, essa doveva prendere in considerazione non solo le caratteristiche dei prodotti o dei servizi in questione, ma anche la struttura dell’offerta e della domanda, al fine di determinare il mercato o i mercati rilevanti. Essa ha sottolineato che la questione se, in tale ambito, i prodotti o i servizi fossero distinti doveva essere valutata dal punto di vista della domanda dei consumatori.

42

La Commissione ha ritenuto che i mercati dei prodotti interessati fossero, da un lato, il mercato dei servizi di ricerca generale su Internet e, dall’altro, il mercato dei servizi di comparazione dei prodotti su Internet.

43

In primo luogo, per quanto riguarda il mercato dei servizi di ricerca generale su Internet, la Commissione ha dichiarato che l’attività consistente nell’offrire tale servizio era un’attività economica, poiché, pur utilizzando tale servizio gratuitamente, gli utenti di Internet accettano che il gestore del motore di ricerca raccolga dati che li riguardano, che può poi valorizzare, in particolare con gli inserzionisti che intendano visualizzare annunci pubblicitari nelle pagine dei risultati. In generale, nelle piattaforme «bilaterali», un lato gratuito per un tipo di utente (nella fattispecie l’utente di Internet) consentirebbe, se funziona correttamente, di rafforzare la domanda dell’altro lato, a sua volta a pagamento per il suo tipo di utente (nella fattispecie l’inserzionista che intenda raggiungere il maggior numero possibile di utenti di Internet). In tal senso, i vari servizi di ricerca generale su Internet sarebbero in concorrenza per attirare sia gli utenti di Internet che gli inserzionisti attraverso la qualità del loro motore di ricerca.

44

La Commissione ha poi ritenuto che, dal punto di vista della domanda degli utenti di Internet, vi fosse poca sostituibilità tra i servizi di ricerca generale e altri servizi offerti su Internet.

45

In particolare, i servizi di ricerca specializzata si potrebbero difficilmente sostituire ai servizi di ricerca generale, poiché coprono solo il settore specializzato di ciascuno. Inoltre, il più delle volte rinvierebbero solo a offerte commerciali, mentre i servizi di ricerca generale rinviano a qualsiasi tipo di servizio su Internet. Le modalità di risposta di questi vari servizi di ricerca sarebbero anch’esse diverse, se non altro per il modo in cui sono costituite le loro banche dati. Anche i loro modelli finanziari differirebbero, in quanto i servizi di ricerca generale sono finanziati esclusivamente mediante il pagamento per la visualizzazione di annunci pubblicitari nelle pagine dei risultati e i servizi di ricerca specializzata sono ulteriormente finanziati mediante i pagamenti delle imprese i cui siti sono menzionati nei risultati di ricerca quando gli utenti di Internet danno seguito a tale menzione (pagamenti mediante clic o mediante successiva transazione). Gli esempi concreti, in particolare quello di Google, confermerebbero tali distinzioni. Pertanto, numerose imprese che offrono servizi di ricerca specializzata, come Shopzilla (comparatore di prodotti) o Kayak (comparatore di tariffe di viaggio), non offrirebbero un servizio di ricerca generale. Google stessa distinguerebbe perfettamente i due tipi di servizi di ricerca e avrebbe sistematicamente pagine di ricerca e pagine di risultati specifiche per i suoi servizi di ricerca specializzata. Anche gli analisti del settore distinguerebbero tra i due tipi di servizi. La Commissione mette altresì in evidenza ulteriori distinzioni, riguardanti le funzioni o l’uso dei due tipi di servizi, anche se a volte ciascuno di essi può fornire risposte alla stessa richiesta.

46

Per quanto riguarda la sostituibilità dal lato dell’offerta, la Commissione ha altresì dichiarato che vi era scarsa sostituibilità tra i servizi di ricerca generale e altri servizi offerti su Internet. Essa si è basata, a tal proposito, sull’esistenza di barriere all’ingresso per quanto riguardava i servizi di ricerca generale per gli operatori di altri servizi su Internet per dimostrare che essi difficilmente potrebbero competere, a breve termine e senza sostenere costi o rischi sostanziali, con gli attuali prestatori di servizi di ricerca generale.

47

In sostanza, secondo la Commissione, un prestatore di servizi su Internet che volesse offrire un nuovo servizio di ricerca generale dovrebbe affrontare investimenti particolarmente rilevanti. Diverse grandi società di Internet avrebbero evidenziato l’esistenza, al riguardo, di gravi barriere all’ingresso. Affinché un servizio di ricerca generale funzioni correttamente e in modo sostenibile, dovrebbe ricevere un volume significativo di richieste di ricerca. Poiché la qualità delle risposte alle richieste degli utenti di Internet è cambiata significativamente, rimettere in discussione le posizioni sul mercato, come si è potuto osservare in passato quando Google ha superato gli ex principali motori di ricerca Alta Vista e Lycos, oggi non sarebbe più possibile. Anche lo sviluppo della pubblicità nelle pagine dei risultati generali favorirebbe il leader del settore, che attirerebbe più inserzionisti tenuto conto del numero di utenti che ricorrono al suo servizio di ricerca generale. Ciò renderebbe ancora più difficile l’emergere di nuovi operatori e sarebbero stati osservati, per contro, dal 2007, ritiri dall’attività o il confinamento di taluni operatori in un mercato nazionale o in un’area linguistica. Solo Microsoft avrebbe potuto svolgere questa attività in modo significativo con il suo motore di ricerca Bing, che non supererebbe, tuttavia, una quota di mercato del 10% in nessun paese del SEE.

48

La Commissione ha poi rilevato che i servizi di ricerca generale su Internet non dovevano essere distinti a seconda che gli utenti di Internet vi ricorressero da computer o da altri dispositivi come tablet o smartphone. Essa ha quindi concluso che esisteva un mercato di prodotti per i servizi di ricerca generale su Internet.

49

In secondo luogo, per quanto riguarda il mercato dei servizi di comparazione dei prodotti su Internet, la Commissione ha motivato la sua esistenza nel seguente modo. I servizi di comparazione dei prodotti si distinguerebbero dagli altri servizi di ricerca specializzata su Internet. Dal lato della domanda, ogni servizio di ricerca specializzata risponderebbe a ricerche focalizzate su un particolare tipo di argomento e risponderebbe solo a tale argomento, cosicché i diversi servizi di ricerca specializzata non sarebbero sostituibili tra loro. Dal lato dell’offerta, i criteri di selezione delle risposte, il contenuto delle banche dati, la natura e la portata degli operatori che gestiscono i siti Internet ai quali un servizio di ricerca specializzata può rinviare e i rapporti contrattuali con questi ultimi sarebbero così diversi a seconda del tipo di ricerca specializzata che sarebbe difficile per il prestatore di un servizio di ricerca specializzata offrire, a breve termine e senza sostenere costi aggiuntivi sostanziali, un servizio di ricerca specializzata di altro tipo e quindi competere in tal senso. La sostituibilità tra i diversi tipi di servizi di ricerca specializzata non esisterebbe, quindi, nemmeno dal lato dell’offerta.

50

Anche i servizi generali di visualizzazione di annunci pubblicitari nelle pagine dei risultati generali (online search advertising platforms nella decisione impugnata), per varie ragioni, si potrebbero difficilmente sostituire ai servizi di comparazione dei prodotti. A tal proposito, la Commissione ha fornito principalmente ragioni relative alle modalità di elaborazione e di funzionamento dei due tipi di servizi, in particolare ragioni relative al fatto che l’utente di Internet non cercherebbe specificamente gli annunci pubblicitari, mentre si rivolgerebbe di proposito a un comparatore di prodotti per ottenere risultati.

51

Anche i servizi dei venditori diretti su Internet si potrebbero difficilmente sostituire ai servizi di comparazione dei prodotti. La Commissione ha sottolineato a tal riguardo, in sostanza, che i venditori diretti si concentravano sui prodotti o sui servizi che essi stessi dovevano vendere e il fatto che l’utente di Internet potesse effettuare un acquisto da tali venditori senza passare per la fase di ricerca attraverso un servizio di comparazione dei prodotti non significava che esistesse una sostituibilità tra i due tipi di servizi, che sarebbero assai diversi.

52

I servizi delle piattaforme di vendita su Internet, le cosiddette «piattaforme commerciali», sarebbero a loro volta difficilmente sostituibili ai servizi di comparazione dei prodotti. A tal proposito, la Commissione ha presentato, segnatamente, in risposta a vari argomenti in senso contrario presentati da Google, un’analisi approfondita di quelle che riteneva essere le differenze tra i due tipi di servizi, in particolare quelle relative al fatto che, a suo avviso, questi due tipi di servizi rispondevano a esigenze diverse degli utenti di Internet e dei venditori su Internet, compreso il fatto che, contrariamente a tali piattaforme, i servizi di comparazione dei prodotti non vendevano prodotti e quindi non assumevano vari servizi o obblighi connessi alla vendita.

53

Per quanto riguarda la dimensione geografica dei mercati in questione, la Commissione ha concluso che sia i mercati della ricerca generale che i mercati della ricerca specializzata per la comparazione dei prodotti erano di portata nazionale. Nonostante la possibilità di consultare un sito Internet da qualsiasi luogo, i fattori relativi alla compartimentazione nazionale, in particolare di natura linguistica, e l’esistenza di motori di ricerca «nazionali» hanno portato a tale conclusione, non contestata del resto da Google.

54

La Commissione ha poi affermato che Google deteneva dal 2008 una posizione dominante nel mercato della ricerca generale in tutti i paesi del SEE, tranne che nella Repubblica Ceca, in cui tale posizione sarebbe detenuta solo dal 2011. La Commissione si è basata, a tal proposito, su vari fattori. La Commissione ha messo in evidenza le quote di mercato di Google assai elevate e stabili in termini di volume, osservate in vari studi, quasi sempre superiori all’80% dal 2008, salvo che nella Repubblica Ceca, in cui Google sarebbe comunque diventato il leader indiscusso dal gennaio 2011 con una quota di mercato superiore al 70%. La Commissione ha evidenziato le esigue quote di mercato dei concorrenti di Google, come Bing o Yahoo. Essa ha ribadito le considerazioni sulle barriere all’ingresso nel mercato già esposte nella sua analisi sulla definizione del mercato e ha altresì sottolineato che pochi utenti di Internet utilizzavano vari motori di ricerca generale, che Google beneficiava di una solida reputazione e che gli utenti di Internet, essendo indipendenti gli uni dagli altri, non costituivano un contropotere dell’acquirente. Essa ha respinto gli argomenti di Google secondo cui il fatto che il servizio fosse gratuito per gli utenti Internet cambiava la situazione e ha dichiarato che la posizione dominante di Google esisteva sia per le ricerche effettuate da computer desktop che per le ricerche effettuate da dispositivi mobili.

55

La Commissione ha poi ritenuto che Google avesse abusato, a partire da momenti diversi, risalenti al più tardi al gennaio 2008, della sua posizione dominante esistente in tredici mercati nazionali della ricerca generale all’interno del SEE, riducendo il traffico proveniente dalle sue pagine dei risultati generali verso i comparatori di prodotti concorrenti e aumentando tale traffico verso il proprio comparatore di prodotti, il che poteva avere, o aveva verosimilmente, effetti anticoncorrenziali sui tredici mercati nazionali corrispondenti della ricerca specializzata per la comparazione dei prodotti, ma anche sui suddetti mercati della ricerca generale. I paesi interessati sono il Belgio, la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Germania, la Spagna, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi, l’Austria, la Polonia, la Svezia, il Regno Unito e la Norvegia.

56

La Commissione ha così descritto l’abuso contestato a Google. Per quanto riguarda i principi, la Commissione ha spiegato che i divieti contenuti nell’articolo 102 TFUE e nell’articolo 54 dell’accordo SEE potevano riguardare non solo la condotta di un’impresa che intendeva rafforzare la propria posizione nel mercato in cui era già dominante, ma anche la condotta di un’impresa in posizione dominante in un determinato mercato che tendeva ad estendere la propria posizione in un mercato vicino, falsando la concorrenza. La Commissione ha ricordato che l’abuso di posizione dominante era vietato a prescindere dai mezzi o dai metodi utilizzati a tal fine e indipendentemente da qualsiasi colpa e che, tuttavia, l’impresa interessata poteva fornire una giustificazione dimostrando che la sua condotta era obiettivamente necessaria o che l’effetto di esclusione generato poteva essere compensato da vantaggi in termini di aumenti di efficienza di cui beneficiavano anche i consumatori.

57

La Commissione ha dichiarato, nella sezione 7.2 della decisione impugnata, che l’abuso rilevato nel caso di specie consisteva nel posizionamento e nella presentazione più favorevoli, nelle pagine dei risultati generali di Google, del proprio comparatore di prodotti rispetto ai comparatori di prodotti concorrenti.

58

Per dimostrare come tali pratiche fossero abusive e si discostassero dalla concorrenza basata sui meriti, la Commissione ha descritto, in primo luogo, nella sezione 7.2.1 della decisione impugnata, come Google posizionasse e presentasse il proprio comparatore di prodotti in modo più favorevole rispetto ai comparatori di prodotti concorrenti. La Commissione ha esaminato, anzitutto, come i comparatori di prodotti concorrenti fossero posizionati e presentati tra i risultati generici di Google, prima di esaminare, successivamente, come il comparatore di prodotti di Google fosse, a sua volta, posizionato e presentato all’interno delle sue pagine dei risultati generali.

59

Per quanto riguarda, da un lato, il posizionamento dei comparatori di prodotti concorrenti, la Commissione ha osservato che questi ultimi apparivano nei risultati generici, sotto forma di link che rinviavano alle loro pagine dei risultati in grado di rispondere alla richiesta, pur essendo soggetti a retrocessione, all’interno della classifica dei risultati generici, da parte dei cosiddetti algoritmi di «aggiustamento» di tali risultati, in particolare quello denominato Panda, a causa, in particolare, delle caratteristiche dei comparatori di prodotti e, in particolare, della loro mancanza di contenuto originale. La Commissione ha dichiarato in particolare che, dopo il loro lancio, gli algoritmi in questione erano stati applicati alla stragrande maggioranza dei 361 comparatori di prodotti indicati da Google nella sua risposta alla comunicazione degli addebiti (in prosieguo: i «361 comparatori di prodotti concorrenti indicati da Google») e che, nel Regno Unito, in Germania, in Francia, in Italia e in Spagna, tra il 2 agosto 2010 e il 2 dicembre 2016, la visibilità dei comparatori di prodotti concorrenti nelle pagine dei risultati generali di Google, che aveva raggiunto il picco alla fine del 2010 e all’inizio del 2011, aveva subito un calo improvviso dopo il lancio dell’algoritmo Panda, senza alcun recupero successivo.

60

Per quanto riguarda, d’altro lato, la presentazione dei comparatori di prodotti concorrenti, la Commissione ha rilevato che detti comparatori potevano apparire solo come risultati generici nelle pagine dei risultati generali di Google, vale a dire sotto forma di semplici link blu, e non potevano quindi essere visualizzati in un formato arricchito con immagini e informazioni aggiuntive sui prodotti, sui prezzi e sul venditore, sebbene tali informazioni aumentassero il tasso di clic (tasso di attivazione del link). La Commissione ha menzionato una serie di elementi a sostegno di tale affermazione, tra cui studi ed esperimenti.

61

La Commissione ha poi esaminato il modo in cui il comparatore di prodotti di Google era posizionato e presentato nelle pagine dei risultati generali. Per quanto riguardava il suo posizionamento, la Commissione ha individuato due differenze rispetto al posizionamento dei comparatori di prodotti concorrenti, vale a dire, da un lato, che il comparatore di prodotti di Google non era soggetto agli stessi meccanismi di classificazione e, in particolare, agli algoritmi di aggiustamento come Panda e, dall’altro, che quando il comparatore di prodotti di Google veniva visualizzato in una «box», appariva in una posizione di estrema visibilità. Per quanto riguardava l’applicazione dei meccanismi di aggiustamento, la Commissione ha osservato che detti algoritmi non erano applicati al comparatore di prodotti di Google, nonostante il fatto che condividesse numerose caratteristiche con i comparatori di prodotti concorrenti, caratteristiche che lo avrebbero esposto alle stesse retrocessioni nei risultati generici. Per quanto riguardava la visibilità del comparatore di prodotti di Google all’interno delle pagine dei risultati generali, la Commissione ha dichiarato più in particolare che, dopo il lancio del Product Universal, Google aveva posizionato nella maggior parte dei casi i risultati del proprio comparatore di prodotti al di sopra di tutti i risultati generici o al livello dei primi risultati generici, con l’obiettivo, secondo una e‑mail interna di Google, di «aumentare il traffico in modo significativo». La Commissione, dopo aver descritto l’evoluzione del Product Universal tra il 2007 e il 2012, ha esaminato il posizionamento della Shopping Unit e ha dichiarato che quest’ultima era sempre posizionata al di sopra dei primi risultati generici di Google. La Commissione ha sottolineato, a tal proposito, in risposta all’argomento di Google secondo cui il tasso di attivazione (tasso di apparizione) della Shopping Unit era basso, che il tasso di attivazione di quest’ultima superava, nella maggior parte dei casi, il tasso di attivazione dei 361 comparatori di prodotti concorrenti indicati da Google, sia tra i primi quattro risultati generici che come primo risultato generico. A sostegno di tale affermazione, la Commissione ha fornito dati numerici per i tredici mercati geografici rilevanti.

62

Per quanto riguardava la presentazione del comparatore di prodotti di Google, la Commissione ha constatato che la principale differenza di presentazione rispetto ai comparatori di prodotti concorrenti consisteva nel fatto che il comparatore di prodotti di Google era presentato con caratteristiche grafiche più ricche, tra cui immagini e informazioni dinamiche. Orbene, secondo la Commissione, tali caratteristiche grafiche arricchite porterebbero a un tasso di clic più elevato per Google e quindi a un aumento dei suoi introiti. La Commissione ha elencato diversi elementi in tal senso, tratti dalle spiegazioni fornite da Google stessa e dal contributo di un’altra impresa al procedimento amministrativo.

63

La Commissione ha poi risposto agli argomenti presentati da Google per contestare il favoritismo imputatole. In particolare, essa ha esposto varie ragioni per cui la visualizzazione e l’uso dei Product Universals e delle Shopping Units avvantaggiavano il comparatore di prodotti di Google. Ha altresì ritenuto irrilevante l’argomento secondo cui Google applicava gli stessi criteri di pertinenza, da un lato, al Product Universal e ai risultati generici e, dall’altro, alla Shopping Unit e agli altri annunci riguardanti i prodotti.

64

Per dimostrare il carattere abusivo delle pratiche in questione, la Commissione ha esaminato, in secondo luogo, nella sezione 7.2.2 della decisione impugnata, il valore del volume di traffico dei servizi di comparazione dei prodotti. La Commissione ha osservato, a tal proposito, che il volume di traffico era rilevante, sotto vari aspetti, per la capacità di competere di un comparatore di prodotti. Dopo aver citato, su tale punto, il proprietario di diversi comparatori di prodotti, secondo il quale il traffico è la risorsa essenziale di un motore di ricerca specializzato, in quanto, per varie ragioni, più tale traffico è significativo, più aumenta la pertinenza dei servizi di ricerca, la Commissione ha confermato, in particolare, sulla base di numerose dichiarazioni, che la pertinenza di un servizio di ricerca specializzata era collegata alla portata e alla novità delle informazioni fornite. Orbene, un traffico significativo consentirebbe ai comparatori di prodotti di convincere i venditori a fornire loro più dati sui loro prodotti e quindi di aumentare la loro offerta di comparazione di prodotti su Internet e, di conseguenza, i loro introiti. La Commissione ha altresì osservato, citando, a tal proposito, numerose dichiarazioni, che il traffico portava ad effetti di apprendimento che consentivano di aumentare la pertinenza dei risultati di ricerca e, pertanto, l’utilità del servizio di comparazione dei prodotti offerto agli utenti di Internet. Infine, la Commissione ha spiegato che il traffico consentiva ai comparatori di prodotti di effettuare esperimenti per migliorare i loro servizi di ricerca e di suggerire ulteriori ricerche agli utenti di Internet che li consultavano.

65

Per dimostrare il carattere abusivo delle pratiche in questione, la Commissione ha spiegato, in terzo luogo, nella sezione 7.2.3 della decisione impugnata, che tali pratiche riducevano il traffico dalle pagine dei risultati generali di Google verso i comparatori di prodotti concorrenti e aumentavano il traffico da tali pagine verso il comparatore di prodotti di Google. La Commissione ha suffragato tale conclusione con tre elementi. Anzitutto, sulla base di un’analisi del comportamento degli utenti di Internet, la Commissione ha concluso che i risultati generici avrebbero generato un traffico significativo verso un sito Internet quando erano classificati nei primi tre‑cinque risultati della prima pagina dei risultati generale, in quanto gli utenti di Internet prestavano poca o nessuna attenzione ai risultati successivi, che spesso non apparivano direttamente sullo schermo. La Commissione ha aggiunto che i primi dieci risultati ricevevano circa il 95% dei clic degli utenti di Internet. Sulla base di studi condotti da Microsoft, la Commissione ha precisato che la posizione di un determinato link nei risultati generici aveva un impatto notevole sul tasso di clic su tale link, indipendentemente dalla pertinenza della pagina Internet cui era collegato, e un cambiamento nella posizione di un risultato di ricerca nelle pagine dei risultati generali di Google aveva un impatto notevole sul traffico derivante dalla ricerca generale. La Commissione ha poi dichiarato che le pratiche in questione avevano portato a una riduzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google a quasi tutti i comparatori di prodotti concorrenti, per un periodo di tempo significativo, in ciascuno dei tredici paesi del SEE nei quali erano state attuate. Infine, la Commissione ha constatato che le pratiche in questione avevano portato a un aumento del traffico di Google verso il proprio comparatore di prodotti. La Commissione ha invocato diversi elementi a sostegno di tali constatazioni. Ha confutato gli argomenti che Google aveva presentato per contestare i cambiamenti di traffico individuati o il nesso causale tra il suo comportamento e tali cambiamenti.

66

Per dimostrare il carattere abusivo delle pratiche in questione, la Commissione ha sostenuto, in quarto luogo, nella sezione 7.2.4 della decisione impugnata, che il traffico deviato da tali pratiche rappresentava un’ampia percentuale del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti e non poteva essere efficacemente sostituito dalle altre fonti di traffico attualmente disponibili per i comparatori di prodotti concorrenti, vale a dire gli annunci di testo AdWords, le applicazioni per telefoni cellulari, il traffico diretto, i rinvii da altri siti Internet partner, i social network e gli altri motori di ricerca generale.

67

Per dimostrare il carattere abusivo delle pratiche in questione, la Commissione ha spiegato, in quinto luogo, nella sezione 7.3 della decisione impugnata, che tali pratiche avevano potenziali effetti anticoncorrenziali sui tredici mercati nazionali della ricerca specializzata per la comparazione dei prodotti e nei tredici mercati nazionali della ricerca generale menzionati al precedente punto 55. Per quanto riguarda i primi, la Commissione ha inteso dimostrare che le pratiche in questione potevano indurre i comparatori di prodotti concorrenti a cessare le loro attività, potevano avere un impatto negativo sull’innovazione e potevano quindi ridurre le possibilità dei consumatori di accedere ai servizi più efficienti. Ciò inciderebbe quindi sulla struttura concorrenziale di tali mercati. Se le piattaforme commerciali dovessero essere incluse in tali mercati, la Commissione ha ritenuto che gli stessi effetti si manifesterebbero sui concorrenti più vicini a Google, ossia i comparatori di prodotti concorrenti. Per quanto riguarda i mercati nazionali della ricerca generale, secondo la Commissione, gli effetti anticoncorrenziali delle pratiche in questione deriverebbero dal fatto che le risorse supplementari ricavate dal comparatore di prodotti di Google dalle sue pagine dei risultati generali le consentirebbero di rafforzare il suo servizio di ricerca generale.

68

In sintesi, nella decisione impugnata la Commissione ha inteso dimostrare che Google posizionava e valorizzava il suo comparatore di prodotti, nelle sue pagine dei risultati generali, in modo più favorevole rispetto ai comparatori di prodotti concorrenti (sezione 7.2.1 della decisione impugnata), che un traffico significativo, in altri termini un elevato numero di visitatori, era essenziale per i comparatori di prodotti (sezione 7.2.2 della decisione impugnata), che il comportamento di Google portava a un aumento del traffico verso il suo comparatore di prodotti e a una riduzione del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti (sezione 7.2.3 della decisione impugnata), che il traffico proveniente dalle pagine dei risultati generali di Google rappresentava un’ampia quota del traffico di tali comparatori di prodotti concorrenti e che non poteva essere efficacemente sostituito da altre fonti di traffico (sezione 7.2.4 della decisione impugnata), che il comportamento in questione poteva portare all’estensione della posizione dominante di Google in mercati diversi da quello in cui tale posizione era già detenuta, vale a dire quelli della ricerca specializzata per la comparazione dei prodotti (sezione 7.3.1 della decisione impugnata), che, anche se i servizi di comparazione dei prodotti dovessero essere inclusi in mercati più ampi comprendenti anche i servizi delle piattaforme di vendita su Internet, gli stessi effetti anticoncorrenziali si manifesterebbero sul segmento di tali mercati relativo ai servizi di comparazione dei prodotti (sezione 7.3.2 della decisione impugnata) e che tale comportamento proteggeva anche la posizione dominante di Google nei mercati della ricerca generale (sezione 7.3.3 della decisione impugnata). In particolare, essa ha evidenziato i danni ai consumatori che potrebbero derivare da tale situazione. La Commissione ha confutato gli argomenti presentati da Google contro tale analisi, secondo cui i criteri giuridici utilizzati non erano corretti (sezione 7.4 della decisione impugnata). La Commissione ha anche confutato le giustificazioni addotte da Google per dimostrare che il suo comportamento non era abusivo (sezione 7.5 della decisione impugnata), derivanti dal fatto che esso era oggettivamente necessario o dal fatto che le eventuali restrizioni della concorrenza che esso comportava erano controbilanciate da aumenti di efficienza a vantaggio del consumatore.

69

Come risulta in particolare dai punti 344 e 512 della decisione impugnata, il comportamento specificamente individuato dalla Commissione come fonte dell’abuso da parte di Google è, in sostanza, il fatto che quest’ultima ha visualizzato il suo comparatore di prodotti nelle sue pagine dei risultati generali in modo prominente e attraente in «boxes» apposite, senza che esso fosse soggetto ai suoi algoritmi di aggiustamento utilizzati per la ricerca generale, mentre, al contempo, i comparatori di prodotti concorrenti potevano apparire su tali pagine solo sotto forma di risultati di ricerca generale (link blu) e con tendenza a esservi classificati in modo meno favorevole a causa dell’applicazione di tali algoritmi di aggiustamento. Ai punti 440 e 537 della decisione impugnata, la Commissione ha sottolineato che non rimetteva in discussione, di per sé, i vari criteri di selezione scelti da Google, qualificati come criteri di pertinenza, ma il fatto che gli stessi criteri di posizionamento e di presentazione non si applicassero, al contempo, al suo comparatore di prodotti e ai comparatori concorrenti. Analogamente, al punto 538 della decisione impugnata, essa ha precisato che non rimetteva in discussione, in quanto tale, la valorizzazione dei risultati specializzati di comparazione dei prodotti ritenuti pertinenti da Google, ma il fatto che la stessa valorizzazione non si applicasse, al contempo, al suo comparatore di prodotti e ai comparatori concorrenti.

70

A seguito di tali dimostrazioni, la Commissione ha dichiarato, all’articolo 1 della decisione impugnata, che Google Inc. e la Alphabet, dopo l’acquisizione del controllo di Google Inc da parte di quest’ultima, avevano violato l’articolo 102 TFUE e l’articolo 54 dell’accordo SEE nei tredici paesi menzionati al precedente punto 55, che erano Stati membri dell’Unione europea o altri Stati parti dell’accordo SEE, a partire da diverse date corrispondenti all’introduzione di risultati specializzati dei prodotti o di annunci dei prodotti nella pagina dei risultati generale di Google.

71

La Commissione ha ritenuto che la situazione giustificasse, da parte sua, un ordine a Google di cessare il comportamento censurato entro 90 giorni e di non adottare una condotta equivalente avente lo stesso oggetto o lo stesso effetto. Essa ha sottolineato che, anche se Google poteva conformarsi a tale ordine in vari modi, si sarebbero dovuti rispettare alcuni principi, indipendentemente dal fatto che Google scegliesse di mantenere o meno le Shopping Units o altri gruppi di risultati di ricerca di comparazione dei prodotti nelle sue pagine dei risultati generali. Tali principi includevano, in sostanza, il principio del trattamento non discriminatorio tra il comparatore di prodotti di Google e i comparatori concorrenti. L’ordine di cessazione del comportamento censurato è contenuto nell’articolo 3 del dispositivo della decisione impugnata.

72

Infine, la Commissione ha ritenuto che fosse giustificato infliggere a Google una sanzione pecuniaria. Essa ha ricordato che, in forza dell’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento n. 1/2003 e dell’articolo 5 del regolamento (CE) n. 2894/94 del Consiglio, del 28 novembre 1994, relativo ad alcune modalità di applicazione dell’accordo sullo Spazio economico europeo (GU 1994, L 305, pag. 6), poteva infliggere tale sanzione alle imprese che avessero violato, intenzionalmente o per negligenza, l’articolo 102 TFUE e l’articolo 54 SEE. Essa ha inoltre ricordato i parametri generali per la determinazione delle sanzioni pecuniarie previsti all’articolo 23, paragrafo 3, del regolamento n. 1/2003, ossia la gravità e la durata dell’infrazione, nonché il modo in cui aveva indicato che avrebbe applicato tali parametri nei suoi orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento n. 1/2003 (GU 2006, C 210, pag. 2; in prosieguo: gli «orientamenti»).

73

La Commissione ha ritenuto, a tal riguardo, che Google non potesse ignorare la sua posizione dominante nei mercati nazionali della ricerca generale, né il carattere abusivo del suo comportamento, anche se taluni aspetti della situazione non erano stati esaminati in casi precedenti. Google avrebbe quindi agito intenzionalmente o per negligenza. La Commissione ha ritenuto che il fatto che vi fossero state discussioni, in una fase del procedimento, per affrontare il problema della concorrenza individuato attraverso impegni assunti da Google non ostasse all’imposizione di un’ammenda.

74

La Commissione ha poi dichiarato che, visto il controllo esercitato, a partire dal 2 ottobre 2015, su Google Inc. da parte della Alphabet, quest’ultima doveva essere ritenuta responsabile in solido del pagamento dell’ammenda inflitta per il periodo avente inizio da tale data.

75

La Commissione ha quindi determinato, come base di partenza per il calcolo della sanzione pecuniaria, definita ai punti da 12 a 19 degli orientamenti come «valore delle vendite», i ricavi generati nel 2016 nei tredici paesi per i quali aveva individuato il comportamento censurato, dagli annunci dei prodotti rientranti nelle Shopping Units o nella pagina specializzata Google Shopping e dagli annunci di testo rientranti anch’essi in detta pagina.

76

La Commissione ha considerato che, tenuto conto della rilevanza economica dei tredici mercati nazionali dei servizi di comparazione dei prodotti e del fatto che Google si trovava non solo in posizione dominante nei paesi interessati nel mercato dei servizi di ricerca generale, ma era anche molto più avanti dei suoi concorrenti in termini di quote di mercato, il coefficiente di gravità da considerare per determinare la sanzione pecuniaria, quale previsto ai punti da 20 a 23 degli orientamenti, doveva essere pari al 10% della base descritta al precedente punto 75. La Commissione, come previsto dal punto 24 degli orientamenti, ha poi moltiplicato tale importo, per ciascuno dei tredici paesi interessati dalla constatazione dell’infrazione, per il numero di anni di infrazione trascorsi dal lancio del Product Universal o, altrimenti, della Shopping Unit. A tal riguardo, la Commissione ha considerato periodi di durata che andavano da 1305 a 3435 giorni a seconda dei paesi.

77

Per garantire, in sostanza, un effetto dissuasivo alla sanzione, considerando, in particolare, imprese delle stesse dimensioni e della stessa capacità finanziaria di Google – sottolineando che il suo fatturato totale era pari a EUR 81597000000 nel 2016 – la Commissione ha aggiunto un importo supplementare, come previsto al punto 25 degli orientamenti, corrispondente al 10% della base menzionata al precedente punto 75, e ha applicato alla somma ottenuta un fattore di moltiplicazione di 1,3. Non ha considerato circostanze aggravanti o attenuanti che avrebbero giustificato l’aumento o la riduzione dell’ammenda.

78

Pertanto, con l’articolo 2 della decisione impugnata, la Commissione ha inflitto a Google Inc. una sanzione pecuniaria di importo pari a EUR 2424495000, di cui EUR 523518000 in solido con la Alphabet.

II. Procedimento

79

Google ha proposto il presente ricorso con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale l’11 settembre 2017.

80

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 28 novembre 2017, il Bureau européen des unions de consommateurs (Ufficio europeo delle unioni dei consumatori; in prosieguo: il BEUC) ha chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

81

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 4 dicembre 2017, la Connexity Inc., la Connexity UK Ltd, la Connexity Europe GmbH e Pricegrabber.com hanno chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

82

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 7 dicembre 2017, la Infederation Ltd (in prosieguo: la «Foundem») ha chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

83

Con atti depositati presso la cancelleria del Tribunale l’11 dicembre 2017, l’Autorità di vigilanza EFTA e la Initiative for a Competitive Online Marketplace hanno chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

84

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 19 dicembre 2017, la Prestige Gifting Ltd ha chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni di Google.

85

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 19 dicembre 2017, Kelkoo ha chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

86

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 20 dicembre 2017, la Computer & Communication Industry Association (in prosieguo: la «CCIA») ha chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni di Google.

87

Con atti depositati presso la cancelleria del Tribunale il 20 dicembre 2017, il Consumer Watchdog, la Yelp Inc., il Verband Deutscher Zeitschriftenverleger eV (in prosieguo: il «VDZ»), la Visual Meta GmbH, il BDZV – Bundesverband Digitalpublisher und Zeitungsverleger eV, già Bundesverband Deutscher Zeitungsverleger eV (in prosieguo: il «BDZV»), la Repubblica federale di Germania, l’Open Internet Project (OIP) e Twenga hanno chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

88

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 21 dicembre 2017, FairSearch ha chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

89

La Commissione ha depositato il controricorso il 31 gennaio 2018.

90

Con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale il 20 marzo 2018, la StyleLounge GmbH ha chiesto di intervenire a sostegno delle conclusioni della Commissione.

91

Google e la Commissione hanno chiesto, con lettera del 23 marzo 2018, conformemente all’articolo 144 del regolamento di procedura del Tribunale, che taluni elementi del fascicolo non fossero comunicati agli intervenienti per motivi di riservatezza. Google e la Commissione hanno formulato, a tale titolo, domande identiche nel contenuto nei confronti di tutti coloro che avevano presentato istanza di intervento, compresa l’Autorità di vigilanza EFTA.

92

Google ha depositato la replica il 7 maggio 2018.

93

Con ordinanza del 16 maggio 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:292), il presidente della Nona Sezione del Tribunale ha respinto l’istanza di intervento della StyleLounge a sostegno della Commissione in quanto tardiva.

94

La Commissione ha depositato la controreplica il 20 luglio 2018.

95

A seguito di una misura di organizzazione del procedimento, adottata dal Tribunale per ridurre la portata delle domande di trattamento riservato degli elementi del fascicolo, Google e la Commissione hanno presentato, nei confronti di tutti coloro che avevano presentato istanza di intervento, domande di trattamento riservato rivedute per quanto riguarda il ricorso e il controricorso il 28 settembre 2018, successivamente domande di trattamento riservato per quanto riguarda la replica e la controreplica il 12 ottobre 2018. Tali domande erano anch’esse identiche nel contenuto nei confronti di tutti coloro che avevano presentato istanza di intervento.

96

Con ordinanze del 7 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:978), del 7 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:982), del 7 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:996), del 7 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1001), e del 7 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1002), il presidente della Nona Sezione del Tribunale ha respinto rispettivamente le istanze di intervento della Prestige Gifting, di FairSearch, del Consumer Watchdog, della Yelp, della Connexity, della Connexity UK, della Connexity Europe e di Pricegrabber.com nonché della Initiative for a Competitive Online Marketplace per non aver dimostrato un interesse alla risoluzione della controversia.

97

Con ordinanze del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1007), del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1008), del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1009), del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1010), del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1011), del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1028), e del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1029), il presidente della Nona Sezione del Tribunale ha ammesso gli interventi, rispettivamente, del BEUC, della Foundem, della CCIA, del VDZ, del BDZV, della Visual Meta, di Twenga, dell’Autorità di vigilanza EFTA, di Kelkoo e della Repubblica federale di Germania. In tali ordinanze le spese connesse agli interventi sono state riservate.

98

Con ordinanza del 17 dicembre 2018, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2018:1005), il presidente della Nona Sezione del Tribunale ha respinto l’istanza di intervento dell’OIP per non aver dimostrato un interesse alla risoluzione della controversia.

99

Nelle ordinanze di accoglimento delle istanze di intervento, la decisione sulla fondatezza delle domande di trattamento riservato è stata riservata e una versione non riservata degli atti procedurali è stata comunicata al BEUC, alla Foundem, alla CCIA, al VDZ, al BDZV, alla Visual Meta, a Twenga, all’Autorità di vigilanza EFTA, a Kelkoo e alla Repubblica federale di Germania, in attesa delle loro eventuali osservazioni sulle domande di trattamento riservato.

100

Il 15 gennaio 2019 la Foundem ha contestato in parte le domande di trattamento riservato di Google.

101

Il 15 gennaio 2019, e successivamente il 25 gennaio 2019, l’Autorità di vigilanza EFTA ha dichiarato di ritenere che, per quanto la riguardava, le domande di trattamento riservato della Commissione e quelle di Google fossero totalmente o parzialmente irrilevanti o infondate. Tuttavia, essa ha precisato che non chiedeva che le fossero comunicate le versioni riservate degli atti del fascicolo.

102

Con ordinanza dell’11 aprile 2019, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2019:250), il presidente della Nona Sezione del Tribunale ha accolto, da un lato, talune domande di trattamento riservato rivedute per le informazioni contenute nel ricorso e nel controricorso e, dall’altro, talune domande di trattamento riservato per le informazioni contenute nella replica e nella controreplica. Ha respinto le domande di trattamento riservato quanto al resto. Pertanto, è stato impartito un termine a Google e alla Commissione per presentare nuove versioni non riservate di taluni documenti del fascicolo ed è stato impartito un termine alla Foundem per poter completare la sua memoria di intervento alla luce degli elementi la cui riservatezza era stata eliminata. In risposta alle osservazioni dell’Autorità di vigilanza EFTA, che aveva fatto valere la sua particolare posizione nell’ambito dei procedimenti amministrativi che portano a decisioni della Commissione, come la decisione impugnata, che constatano una violazione delle regole di concorrenza previste dall’accordo SEE, il presidente della Nona Sezione del Tribunale ha dichiarato che, nell’ambito del procedimento giurisdizionale applicabile dinanzi al Tribunale, tale autorità era soggetta agli stessi obblighi degli altri intervenienti e che, nelle circostanze del caso di specie, le sue osservazioni non potevano essere prese in considerazione.

103

Il BEUC, la Foundem, la CCIA, il VDZ, il BDZV, la Visual Meta, Twenga, l’Autorità di vigilanza EFTA, Kelkoo e la Repubblica federale di Germania hanno depositato ciascuno la propria memoria di intervento il 15 marzo 2019 e la Foundem ha depositato una memoria di intervento supplementare l’11 giugno 2019. La Commissione ha presentato osservazioni sulla memoria intervento della CCIA il 20 maggio 2019 e Google osservazioni sulle memorie intervento del BEUC, della CCIA, del VDZ, del BDZV, della Visual Meta, di Twenga, dell’Autorità di vigilanza EFTA, di Kelkoo e della Repubblica federale di Germania, ad eccezione della Foundem, il 21 giugno 2019 e, per quanto riguarda specificamente quella della Foundem, il 1o luglio 2019.

104

Su proposta della Nona Sezione, il Tribunale ha deciso, il 10 luglio 2019, in applicazione dell’articolo 28 del regolamento di procedura, di rimettere la causa dinanzi a un collegio giudicante ampliato.

105

Con lettere del 9 e del 23 agosto 2019, la Commissione e Google hanno chiesto, rispettivamente, che, per motivi di riservatezza, taluni elementi delle osservazioni di Google su diverse memorie di intervento non fossero comunicati al BEUC, alla Foundem, alla CCIA, al VDZ, al BDZV, alla Visual Meta, a Twenga, all’Autorità di vigilanza EFTA, a Kelkoo e alla Repubblica federale di Germania.

106

Il 5 e il 10 settembre 2019 il BEUC e Kelkoo hanno contestato, rispettivamente, talune domande di riservatezza di Google relative alle osservazioni di quest’ultima sulle loro memorie di intervento.

107

Con ordinanza dell’8 ottobre 2019, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2019:770), il presidente della Nona Sezione ampliata del Tribunale ha considerato che non era necessario pronunciarsi sulle domande di riservatezza non contestate di cui al precedente punto 105 e, per quanto riguarda quelle contestate, ne ha accolto alcune per quanto riguarda il BEUC, la CCIA, il VDZ, il BDZV, la Visual Meta, Twenga, l’Autorità di vigilanza EFTA, Kelkoo e la Repubblica federale di Germania, ne ha accolto altre tranne che per Kelkoo, e ne ha respinte altre.

108

Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Nona Sezione ampliata) ha deciso di aprire la fase orale del procedimento e, ai sensi dell’articolo 89, paragrafi 2 e 3, del regolamento di procedura, ha invitato le parti principali a rispondere a vari quesiti, per iscritto o all’udienza.

109

Il 21 e 22 gennaio 2020, la Commissione e Google hanno risposto, rispettivamente, ai quesiti del Tribunale che richiedevano una risposta scritta. Google ha chiesto che, per motivi di riservatezza, taluni elementi della sua risposta non fossero comunicati al BEUC, alla Foundem, alla CCIA, al VDZ, al BDZV, alla Visual Meta, a Twenga, all’Autorità di vigilanza EFTA, a Kelkoo e alla Repubblica federale di Germania.

110

Il 5 febbraio 2020 il BDZV ha contestato talune domande di riservatezza di Google riguardanti la sua risposta scritta ai quesiti del Tribunale, ma anche riguardanti allegati al controricorso e alla replica.

111

Con ordinanza del 10 febbraio 2020, Google e Alphabet/Commissione (T‑612/17, non pubblicata, EU:T:2020:69), il presidente della Nona Sezione ampliata del Tribunale ha respinto in quanto irricevibili le domande di rinuncia alla riservatezza presentate dal BDZV, riguardanti gli allegati al controricorso e alla replica, ha ritenuto che non fosse necessario pronunciarsi sulle domande di riservatezza non contestate di cui al precedente punto 109 e, per quanto riguarda le domande contestate, le ha accolte.

112

L’udienza si è tenuta dal 12 al 14 febbraio 2020, dopo che, a seguito di una riunione preparatoria del presidente di sezione e del giudice relatore con le parti principali, che ha avuto luogo il 15 gennaio 2020 in base all’articolo 89 del regolamento di procedura, dette parti hanno accettato di rinunciare alla riservatezza di taluni elementi del fascicolo per quanto riguarda il BEUC, la Foundem, la CCIA, il VDZ, il BDZV, la Visual Meta, Twenga, l’Autorità di vigilanza EFTA, Kelkoo, la Repubblica federale di Germania e il pubblico.

III. Conclusioni delle parti

113

Google chiede che il Tribunale voglia:

in via principale, annullare la decisione impugnata;

in subordine, nell’esercizio della sua competenza estesa al merito, annullare o ridurre l’importo dell’ammenda;

in ogni caso, condannare la Commissione alle spese;

condannare il BEUC, la Foundem, il VDZ, il BDZV, la Visual Meta, Twenga, l’Autorità di vigilanza EFTA, Kelkoo e la Repubblica federale di Germania a sostenere le spese relative ai loro interventi.

114

La Commissione chiede che il Tribunale voglia:

respingere il ricorso;

condannare Google alle spese;

condannare la CCIA alle spese sostenute a causa del suo intervento.

115

La CCIA chiede che il Tribunale voglia annullare la decisione impugnata e condannare la Commissione alle spese relative al suo intervento.

116

La Repubblica di Germania chiede che il Tribunale voglia respingere il ricorso.

117

Il BEUC chiede che il Tribunale voglia respingere il ricorso e condannare Google alle spese relative al suo intervento.

118

La Foundem, Kelkoo, il VDZ, la Visual Meta, il BDZV e Twenga chiedono che il Tribunale voglia respingere il ricorso e condannare Google alle spese.

IV. In diritto

A. Considerazioni preliminari

119

Occorre anzitutto sottolineare che Google non contesta la sua posizione dominante nei tredici mercati nazionali della ricerca generale corrispondenti ai paesi in cui la Commissione ha ritenuto che avesse abusato di tale posizione. Tale dato costituisce una premessa per tutte le analisi che seguono.

1.   Sull’ordine in cui i motivi e gli argomenti devono essere esaminati nella presente causa

120

Google deduce sei motivi di annullamento relativamente alla decisione impugnata, che presenta come segue:

«Il primo e il secondo motivo dimostrano che la decisione conclude, erroneamente, che Google favorisce il suo servizio di comparazione dei prodotti visualizzando i Product Universals e le Shopping Units. Il terzo motivo spiega che la decisione è errata in quanto considera che il posizionamento e la visualizzazione dei Product Universals e delle Shopping Units hanno deviato il traffico di ricerca di Google. Con il quarto motivo, sarà dimostrato che la congettura della decisione sugli effetti anticoncorrenziali è infondata. Il quinto motivo dimostra che la decisione qualifica, erroneamente, come pratiche abusive miglioramenti qualitativi che costituiscono una concorrenza basata sui meriti. Il sesto motivo dimostra che le ragioni per le quali la decisione ha inflitto un’ammenda sono infondate».

121

Il Tribunale osserva che gli argomenti di Google contengono numerosi elementi fattuali e tecnici, nonché censure di natura giuridica che si ripetono a sostegno di vari motivi. Il Tribunale affronterà i motivi e gli argomenti di Google nel seguente ordine.

122

Il Tribunale esaminerà anzitutto, nella sezione B della presente parte, vertente sulla domanda presentata in via principale, al punto 1, gli argomenti di Google secondo cui le pratiche contestate dalla Commissione costituiscono, in realtà, miglioramenti qualitativi del suo servizio di ricerca su Internet (quinto motivo), da cui risulterebbe, da un lato, che Google non ha potuto commettere un abuso, in quanto la Commissione non ha individuato elementi, in tali miglioramenti, che si discostino dalla concorrenza basata sui meriti e, dall’altro, che, non avendo potuto isolare tali elementi, la Commissione avrebbe, in realtà, imposto a Google un obbligo di fornitura, senza soddisfare le condizioni rigorose richieste dalla sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569). A tal proposito, più precisamente, secondo Google, la Commissione le avrebbe imposto di fornire ai concorrenti l’accesso ai suoi servizi come se costituissero un «servizio essenziale», indispensabile per loro, senza dimostrare che le condizioni richieste a tal fine dalla giurisprudenza della Corte fossero soddisfatte. Sempre nell’ambito della tesi di Google sulla concorrenza basata sui meriti, sarà esaminato l’argomento secondo il quale, in sostanza, essa non ha perseguito alcun obiettivo anticoncorrenziale nel predisporre i risultati specializzati di cui trattasi nel caso di specie, in quanto essi costituiscono miglioramenti qualitativi del suo servizio di ricerca. Tale argomento, dedotto nella prima parte del primo motivo, sarà esaminato anch’esso nella sezione B, punto 1.

123

Pertanto, il Tribunale esaminerà, nella sezione B, punto 1, la legittimità della qualificazione giuridica di favoritismo adottata dalla Commissione in base all’articolo 102 TFUE e la questione se siffatta nozione di abuso, con la quale si contesta, in sostanza, a un’impresa in posizione dominante, di favorire il proprio servizio a scapito di quelli dei suoi concorrenti, possa essere stata giustamente adottata dalla Commissione.

124

Il Tribunale esaminerà, successivamente, nella sezione B, punto 2, della presente parte, la rilevanza della differenza di trattamento alla base di tale qualificazione, ossia l’esistenza o meno di una discriminazione posta in essere da Google a favore del proprio servizio di ricerca specializzata, rispettivamente per il periodo corrispondente all’introduzione del Product Universal (primo motivo) e per il periodo corrispondente all’introduzione della Shopping Unit (secondo motivo).

125

Il Tribunale esaminerà, successivamente, nella sezione B, punto 3, della presente parte, il terzo e il quarto motivo dedotti da Google, secondo i quali il comportamento censurato non ha avuto effetti anticoncorrenziali.

126

Infine, il Tribunale esaminerà, nella sezione B, punto 4, della presente parte, la terza parte del primo e del secondo motivo dedotti da Google, secondo cui il comportamento censurato era obiettivamente giustificato e, di conseguenza, non era contrario all’articolo 102 TFUE.

127

Dopo aver raggiunto una conclusione nel merito nella sezione B, punto 5, della presente parte, il Tribunale esaminerà nella sezione C della presente sentenza il sesto motivo dedotto da Google, secondo il quale la sanzione pecuniaria è in ogni caso ingiustificata e, quanto meno, troppo elevata.

2.   Sulla portata del controllo del Tribunale nella presente causa

128

Il Tribunale ricorda, in via preliminare, la portata del controllo del giudice dell’Unione sulle decisioni adottate dalla Commissione a norma dell’articolo 102 TFUE.

129

Il controllo giurisdizionale effettuato da Tribunale comprende il controllo di legittimità degli atti delle istituzioni previsto all’articolo 263 TFUE, eventualmente integrato, in applicazione dell’articolo 261 TFUE, da una competenza estesa al merito per quanto riguarda le sanzioni inflitte (v., in tal senso, sentenza del 21 gennaio 2016, Galp Energía España e a./Commissione, C‑603/13 P, EU:C:2016:38, punto 71).

130

Come precisato dalla Corte, la portata del controllo di legittimità previsto all’articolo 263 TFUE si estende a tutti gli elementi delle decisioni della Commissione relative ai procedimenti a norma degli articoli 101 e 102 TFUE, decisioni di cui il Tribunale assicura un controllo approfondito, in diritto e in fatto, alla luce dei motivi dedotti dalle parti ricorrenti e in considerazione di tutti gli elementi presentati da queste ultime, a prescindere dal fatto che essi siano anteriori o posteriori alla decisione adottata e che siano stati preventivamente presentati nell’ambito del procedimento amministrativo o, per la prima volta, nell’ambito del ricorso proposto dinanzi al Tribunale, laddove questi ultimi elementi siano pertinenti per il controllo della legittimità della decisione della Commissione (sentenza del 21 gennaio 2016, Galp Energía España e a./Commissione, C‑603/13 P, EU:C:2016:38, punto 72; v. anche, in tal senso, sentenza del 26 settembre 2018, Infineon Technologies/Commissione, C‑99/17 P, EU:C:2018:773, punto 48).

131

La Corte ha considerato che, sebbene la Commissione disponesse di un potere discrezionale in materia economica, il giudice dell’Unione non doveva per ciò stesso astenersi dal controllare l’interpretazione, da parte della Commissione, di dati di natura economica. Infatti, il giudice dell’Unione è tenuto, in particolare, non solo a verificare l’esattezza materiale degli elementi di prova addotti, la loro attendibilità e la loro coerenza, ma altresì ad accertare se tali elementi costituiscano l’insieme dei dati rilevanti che devono essere presi in considerazione per valutare una situazione complessa e se siano di natura tale da corroborare le conclusioni che se ne traggono (sentenze del 15 febbraio 2005, Commissione/Tetra Laval, C‑12/03 P, EU:C:2005:87, punto 39, dell’8 dicembre 2011, Chalkor/Commissione, C‑386/10 P, EU:C:2011:815, punto 54, e del 10 luglio 2014, Telefónica e Telefónica de España/Commissione, C‑295/12 P, EU:C:2014:2062, punto 54). Quando, per qualificare una pratica alla luce del disposto dell’articolo 102 TFUE, la Commissione attribuisce un’importanza concreta all’analisi economica, il giudice dell’Unione è tenuto a esaminare tutti gli argomenti formulati dall’impresa sanzionata riguardo a tale analisi (v., in tal senso, sentenza del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punti da 141 a 144).

132

Inoltre, dalla giurisprudenza della Corte risulta che, nel settore del diritto della concorrenza, in caso di controversia sulla sussistenza di un’infrazione, spetta alla Commissione produrre la prova delle infrazioni da essa accertate e raccogliere elementi di prova atti a dimostrare adeguatamente la sussistenza dei fatti costitutivi di un’infrazione. Qualora sussista un dubbio nella mente del giudice, esso deve andare a beneficio dell’impresa destinataria della decisione che constata un’infrazione (sentenze del 22 novembre 2012, E.ON Energie/Commissione, C‑89/11 P, EU:C:2012:738, punti 7172, e del 16 febbraio 2017, Hansen & Rosenthal e H&R Wax Company Vertrieb/Commissione, C‑90/15 P, non pubblicata, EU:C:2017:123, punti 1718).

133

Sebbene spetti all’autorità che deduce una violazione delle regole sulla concorrenza l’onere di provare l’esistenza di tale violazione, spetta all’impresa che solleva un mezzo difensivo contro la constatazione di un’infrazione l’onere di provare che tale mezzo difensivo deve essere accolto, di modo che detta autorità dovrà basarsi su altri elementi di prova contenuti nella decisione impugnata. Inoltre, anche se, secondo tali principi, l’onere della prova grava vuoi sulla Commissione vuoi sull’impresa interessata, gli elementi di fatto che una parte fa valere possono essere tali da obbligare l’altra parte a fornire una spiegazione o una giustificazione, in mancanza della quale è lecito ritenere che l’onere della prova sia stato assolto (v. in tal senso, sentenza del 17 giugno 2010, Lafarge/Commissione, C‑413/08 P, EU:C:2010:346, punti 2930 e giurisprudenza ivi citata).

134

Pertanto, allorquando la Commissione si basa su elementi di prova che risultano sufficienti, in linea di principio, per dimostrare la sussistenza dell’infrazione, l’impresa interessata non può limitarsi ad evocare la possibilità che si sia verificata una circostanza atta ad incidere sul valore probatorio di tali elementi di prova affinché sulla Commissione gravi l’onere di dimostrare che detta circostanza non ha potuto incidere sul valore probatorio degli stessi. Al contrario, a meno che la prova in questione non possa essere fornita dall’impresa interessata a causa del comportamento della stessa Commissione, incombe all’impresa interessata dimostrare adeguatamente, da un lato, la sussistenza della circostanza da essa invocata e, dall’altro, che tale circostanza mette in discussione il valore probatorio degli elementi di prova sui quali si basa la Commissione (sentenza del 22 novembre 2012, E.ON Energie/Commissione, C‑89/11 P, EU:C:2012:738, punto 76).

135

Infine, occorre ricordare che la Corte e il Tribunale non possono, in ogni caso, nell’ambito del controllo di legittimità previsto all’articolo 263 TFUE, sostituire la propria motivazione riguardante la valutazione dei fatti a quella dell’autore dell’atto impugnato (sentenze del 27 gennaio 2000, DIR International Film e a./Commissione, C‑164/98 P, EU:C:2000:48, punto 38, del 24 gennaio 2013, Frucona Košice/Commissione, C‑73/11 P, EU:C:2013:32, punto 89, e del 21 gennaio 2016, Galp Energía España e a./Commissione, C‑603/13 P, EU:C:2016:38, punto 73). Poiché il controllo della legittimità della decisione impugnata verte sulle motivazioni contenute in tale decisione, il giudice non può, né d’ufficio né su istanza dell’amministrazione, aggiungere motivazioni a quelle utilizzate nella suddetta decisione.

B. Sulla domanda, presentata in via principale, diretta all’annullamento della decisione impugnata

1.   Sul quinto motivo e sulla prima parte del primo motivo, vertenti sulla conformità delle pratiche in questione alla concorrenza basata sui meriti

136

Come indicato ai precedenti punti 122 e 123, Google sostiene, anzitutto, nella prima parte del quinto motivo, che la decisione impugnata non individua nella sua condotta, consistente nel porre in essere miglioramenti qualitativi del suo servizio di ricerca su Internet, alcun elemento che si discosti dalla concorrenza basata sui meriti.

137

Inoltre, Google sostiene, nella seconda parte del quinto motivo, che la condotta censurata dalla decisione impugnata costituisce, in realtà, un rifiuto di fornitura, poiché la Commissione le contesta di non aver reso accessibili le sue «tecnologie e design» e, in particolare, le «boxes» che appaiono in cima alle sue pagine dei risultati generali ai risultati dei comparatori di prodotti concorrenti. Orbene, per dimostrare che siffatto comportamento era contrario all’articolo 102 TFUE, la Commissione avrebbe dovuto dimostrare che sussistevano le condizioni fissate dalla sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), cosa che non avrebbe fatto. La Commissione, nell’individuare un atto di favoritismo, avrebbe quindi cercato, in realtà, di eludere le condizioni applicabili al rifiuto di fornitura e avrebbe quindi viziato la sua decisione con un errore di diritto.

138

Infine, Google sostiene, nella prima parte del primo motivo, che la decisione impugnata travisa le ragioni dell’introduzione dei risultati specializzati dei prodotti. Infatti, Google non avrebbe introdotto i gruppi di risultati dei prodotti per indirizzare il traffico verso il proprio comparatore, come affermato dalla Commissione, ma per migliorare la qualità dei suoi risultati e la loro presentazione agli utenti.

a)   Sulla prima parte del quinto motivo, secondo la quale le pratiche in questione costituiscono miglioramenti qualitativi rientranti nella concorrenza basata sui meriti e non possono essere qualificate come abusive

1) Argomenti delle parti

139

Google sostiene, nella prima parte del suo quinto motivo, che le pratiche censurate costituiscono miglioramenti qualitativi rientranti nella concorrenza basata sui meriti e non possono essere qualificate come abusive.

140

Sul primo aspetto, Google fa riferimento in particolare alle sentenze del 13 febbraio 1979, Hoffmann‑La Roche/Commissione (85/76, EU:C:1979:36, punto 91), del 3 luglio 1991, AKZO/Commissione (C‑62/86, EU:C:1991:286, punto 70) e del 14 ottobre 2010, Deutsche Telekom/Commissione (C‑280/08 P, EU:C:2010:603, punto 177), per precisare che la Corte distingue, per quanto riguarda le imprese dominanti, tra le pratiche abusive anticoncorrenziali e i comportamenti favorevoli alla concorrenza che rientrano in una concorrenza «normale» o «fondata sui meriti».

141

Pertanto, l’elemento centrale di tutte le cause che hanno dato luogo alle sentenze citate al precedente punto 140 sarebbe costituito dal fatto che le imprese hanno il diritto di utilizzare tutti i mezzi «normali» per partecipare al gioco della concorrenza e conquistare quote di mercato. Ciò implicherebbe per Google il diritto di «competere meglio», migliorando la qualità delle sue tecnologie e dei suoi servizi di ricerca specializzata per i risultati naturali dei prodotti e per gli annunci dei prodotti, disponibili a partire dalla sua pagina di ricerca generale. A tal proposito, la CCIA sottolinea che lo sviluppo e il miglioramento del «design» di un sito Internet fa parte del processo concorrenziale. Infatti, tali sviluppi corrisponderebbero alle aspettative sia dei consumatori che degli inserzionisti. La qualità di un sito Internet sarebbe un parametro fondamentale della concorrenza nei mercati digitali. La CCIA aggiunge che, nell’attuale economia, l’integrazione verticale è onnipresente e, in generale, positiva da un punto di vista economico.

142

Orbene, secondo Google, la teoria avanzata nella decisione impugnata non individuerebbe nulla che consenta di distinguere le sue pratiche dalla concorrenza basata sui meriti. L’affermazione secondo la quale Google ha posto in essere pratiche di favoritismo e la presunzione di effetti potenziali non cambierebbe il fatto che i risultati e gli annunci dei prodotti aggregati hanno migliorato la qualità del suo servizio di ricerca generale. Visualizzando tali «design» nelle sue pagine dei risultati generali e sviluppando le tecnologie innovative sottostanti, Google avrebbe posto in essere una concorrenza basata sui meriti nel mercato della ricerca generale.

143

La Commissione tenterebbe di eludere tali fatti sostenendo, al punto 334 della decisione impugnata, che la «pratica di una società in posizione dominante in un determinato mercato» può essere abusiva se «tende ad estendere tale posizione a un mercato distinto ma vicino». Essa affermerebbe, al punto 652 della decisione impugnata, che applicare tale regola al miglioramento dei prodotti e dei servizi è conforme alla giurisprudenza esistente. Pertanto, secondo Google, la Commissione si sarebbe limitata a considerare che il suo comportamento mirava, attraverso un «effetto leva», ad estendere la sua posizione dominante su mercati vicini a quelli in cui deteneva tale posizione, senza tener conto del fatto che tale comportamento consisteva nel migliorare i suoi servizi e che non si discostava da una concorrenza «normale» o «fondata sui meriti».

144

Orbene, dalla giurisprudenza risulterebbe che non tutti gli effetti di esclusione dal mercato pregiudicano necessariamente la concorrenza, in quanto la concorrenza basata sui meriti può portare alla sparizione dal mercato o all’emarginazione dei concorrenti meno efficienti. Google fa riferimento, a tal riguardo, alle sentenze del 27 marzo 2012, Post Danmark (C‑209/10, EU:C:2012:172, punto 22), e del 6 settembre 2017, Intel/Commissione (C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 134). Tale affermazione sarebbe valida non solo quando tale effetto si verifica nel mercato in cui la posizione dominante è detenuta, ma anche quando si verifica in un altro mercato. È vero che il miglioramento di un servizio non «immunizzerebbe» da una qualificazione come abuso di posizione dominante, ma, nel caso di specie, senza aver individuato alcun elemento anticoncorrenziale aggiuntivo a tale «effetto leva» nel comportamento di Google, la Commissione non avrebbe potuto qualificare tale comportamento come abusivo.

145

Google, sostenuta dalla CCIA, afferma, a tal proposito, che l’espressione «abuso per effetto leva» è un termine «ombrello», generico, che comprende diversi tipi di abuso. Per ogni singolo tipo di «abuso per effetto leva», la giurisprudenza individuerebbe elementi specifici che distinguono il comportamento in questione dalla concorrenza basata sui meriti e rendono tale comportamento abusivo, come un deterioramento della qualità, una compressione dei margini o un rifiuto di fornire un input indispensabile. Pertanto, una pratica di prezzi bassi, da parte di un’impresa dominante, non potrebbe essere considerata, di per sé, abusiva. Solo se venisse individuato un elemento aggiuntivo che si discosta dalla concorrenza basata sui meriti, essa potrebbe essere qualificata come pratica di prezzi predatori. Pertanto, secondo la CCIA, la mancanza di una base teorica per l’abuso di favoritismo individuato dalla Commissione non permetterebbe di includere gli elementi aggiuntivi o i principi giuridici che pongono tale favoritismo, del resto perfettamente naturale, in contrasto con l’articolo 102 TFUE, il che porrebbe un problema di certezza del diritto per l’intero settore di Internet.

146

La Commissione, sostenuta a tal riguardo dalla Repubblica federale di Germania, afferma che il miglioramento di un servizio non esclude che esso costituisca un abuso di posizione dominante, in particolare se porta un’impresa dominante a favorire il proprio servizio con il ricorso a mezzi diversi dalla concorrenza basata sui meriti e se ciò può comportare effetti anticoncorrenziali.

147

La Commissione precisa che essa contesta del resto il miglioramento del servizio di ricerca generale di Google. Anche se è effettivamente possibile per Google migliorare il suo servizio di ricerca generale visualizzando «taluni» risultati aggregati sulle sue pagine dei risultati generali, essa non avrebbe potuto migliorare il suo servizio di ricerca generale visualizzando «unicamente» risultati aggregati provenienti dal proprio comparatore di prodotti nelle sue pagine dei risultati generali. Inoltre, la Commissione ricorda che, a suo avviso, il comportamento di Google non può essere giustificato da alcuna ragione obiettiva relativa al miglioramento della qualità del suo servizio di ricerca generale.

148

La Repubblica federale di Germania afferma che il comportamento censurato di Google non rientra nell’ambito di una concorrenza basata sui meriti, in quanto impedisce l’esistenza di una concorrenza basata sulla qualità dell’algoritmo che consente di effettuare ricerche specializzate di prodotti. Orbene, la qualità dell’algoritmo di ricerca specializzata sarebbe il parametro in base al quale le imprese interessate sarebbero in concorrenza. Con il comportamento in questione, Google incoraggerebbe gli utenti a cliccare non sui risultati più pertinenti, bensì sui risultati più visibili, ossia i propri risultati, indipendentemente dalla loro effettiva rilevanza per l’utente.

149

Il VDZ afferma che la questione se Google abbia migliorato il suo servizio è irrilevante. L’unica questione sarebbe se Google abbia utilizzato le nuove caratteristiche dei suoi servizi (Product Universals, Shopping Units, algoritmi di aggiustamento) come strumento per promuovere il suo comparatore di prodotti a scapito dei comparatori di prodotti concorrenti. I miglioramenti del comparatore di prodotti di Google potrebbero essere valutati, tutt’al più, sotto il profilo dell’aumento di efficienza. Tuttavia, Google non fornirebbe la prova di tali aumenti di efficienza, come richiesto dalla giurisprudenza. Il VDZ aggiunge che il caso di specie è un tipico caso di abuso per effetto leva. In sostanza, le pratiche si discosterebbero dalla concorrenza basata sui meriti, in quanto la condotta di Google nel mercato primario non potrebbe avere altro significato economico se non quello di limitare la concorrenza nel mercato secondario. Infatti, il comportamento di Google diretto a favorire il proprio comparatore di prodotti a scapito dei comparatori concorrenti porterebbe all’esclusione dei risultati della ricerca specializzata più pertinenti dei concorrenti, il che non avrebbe senso dal punto di vista economico.

2) Giudizio del Tribunale

150

Come risulta da una giurisprudenza costante, all’impresa che detiene una posizione dominante incombe la responsabilità particolare di non pregiudicare, con il suo comportamento, una concorrenza effettiva e leale nel mercato interno (v. sentenza del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 135 e giurisprudenza ivi citata).

151

A tal proposito, l’articolo 102 TFUE riguarda, in particolare, i comportamenti di un’impresa che detiene una posizione dominante, i quali abbiano, a danno dei consumatori, l’effetto di impedire, mediante il ricorso a mezzi diversi da quelli che reggono una normale competizione in base alle prestazioni degli operatori economici, il mantenimento del livello di concorrenza esistente sul mercato o lo sviluppo della medesima (v. sentenza del 27 marzo 2012, Post Danmark, C‑209/10, EU:C:2012:172, punto 24 e giurisprudenza ivi citata).

152

Pertanto, l’articolo 102 TFUE osta, in particolare, a che un’impresa che detiene una posizione dominante attui pratiche che hanno l’effetto di escludere i concorrenti, avvalendosi di mezzi diversi da quelli che sono propri di una concorrenza fondata sui meriti (v., in tal senso, sentenze del 27 marzo 2012, Post Danmark, C‑209/10, EU:C:2012:172, punto 25 e giurisprudenza ivi citata, e del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 136).

153

L’articolo 102 TFUE riguarda non solo le pratiche che provocano un danno immediato ai consumatori, ma anche quelle che li danneggiano pregiudicando la sussistenza di una concorrenza effettiva (sentenza del 27 marzo 2012, Post Danmark, C‑209/10, EU:C:2012:172, punto 20 e giurisprudenza ivi citata; v. anche, in tal senso, sentenza del 29 marzo 2012, Telefónica e Telefónica de España/Commissione, T‑336/07, EU:T:2012:172, punto 171).

154

L’elenco delle pratiche abusive contenuto nell’articolo 102 TFUE non è esaustivo, ragion per cui l’elencazione delle pratiche abusive contenute in tale disposizione non esaurisce le modalità di sfruttamento abusivo di posizione dominante vietate dal diritto dell’Unione (sentenze del 21 febbraio 1973, Europemballage e Continental Can/Commissione, 6/72, EU:C:1973:22, punto 26, del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige, C‑52/09, EU:C:2011:83, punto 26, e del 29 marzo 2012, Telefónica e Telefónica de España/Commissione, T‑336/07, EU:T:2012:172, punto 174).

155

L’abuso può assumere la forma di una differenza di trattamento ingiustificata (v., in tal senso, sentenze del 17 luglio 1997, GT‑Link, C‑242/95, EU:C:1997:376, punto 41, del 24 ottobre 2002, Aéroports de Paris/Commissione, C‑82/01 P, EU:C:2002:617, punto 114, e del 7 ottobre 1999, Irish Sugar/Commissione, T‑228/97, EU:T:1999:246, punto 140). A tal riguardo, il principio generale della parità di trattamento, quale principio generale del diritto dell’Unione, impone che situazioni analoghe non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato (v. sentenza del 16 dicembre 2008, Arcelor Atlantique e Lorraine e a., C‑127/07, EU:C:2008:728, punto 23 e giurisprudenza ivi citata).

156

Tuttavia, l’articolo 102 TFUE non ha assolutamente lo scopo di impedire ad un’impresa di conquistare, grazie ai suoi meriti, una posizione dominante in un dato mercato (v. sentenza del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 133 e giurisprudenza ivi citata).

157

In tal senso, non tutti gli effetti di esclusione dal mercato pregiudicano necessariamente la concorrenza. Per definizione, la concorrenza basata sui meriti può portare alla sparizione dal mercato o all’emarginazione dei concorrenti meno interessanti per i consumatori, segnatamente dal punto di vista dei prezzi, della scelta, della qualità o dell’innovazione (v. sentenza del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 134 e giurisprudenza ivi citata).

158

In sostanza, Google afferma che le pratiche oggetto della decisione impugnata contribuiscono al miglioramento qualitativo dei suoi servizi di ricerca e, pertanto, rientrano nell’ambito della concorrenza basata sui meriti. Google osserva, a tal proposito, che la Commissione non individua alcun elemento nelle pratiche contestatele che si discosti dalla concorrenza basata sui meriti. Orbene, miglioramenti qualitativi di un prodotto o di un servizio non sarebbero mai stati considerati dal giudice dell’Unione come un ostacolo alla concorrenza.

159

Per quanto riguarda l’asserita mancanza di individuazione, da parte della Commissione, di elementi che distinguano le pratiche in questione dalla normale concorrenza, che sarebbe stata limitata, occorre constatare che la sola posizione dominante di un’impresa, sia pure di ampiezza pari a quella di Google nel servizio di ricerca generale, non può essere condannata ai sensi dell’articolo 102 TFUE.

160

Infatti, da una giurisprudenza costante risulta che la constatazione dell’esistenza di una posizione dominante non comporta di per sé alcuna censura nei confronti dell’impresa interessata (v. sentenza del 27 marzo 2012, Post Danmark, C‑209/10, EU:C:2012:172, punto 21 e giurisprudenza ivi citata). È lo «sfruttamento abusivo» di una posizione dominante ad essere vietato dall’articolo 102 TFUE.

161

Incombe, a tal riguardo, alla Commissione, per qualificare siffatto «sfruttamento abusivo», individuare come l’impresa di cui trattasi, utilizzando la sua posizione dominante, abbia fatto ricorso a mezzi diversi da quelli che reggono una normale competizione (v. supra, punto 151).

162

A tal riguardo, la semplice estensione della posizione dominante di un’impresa in un mercato vicino non può costituire, di per sé, la prova di un comportamento che si discosta dalla normale concorrenza, anche se tale estensione porta alla sparizione o all’emarginazione dei concorrenti (v., in tal senso, sentenze del 27 marzo 2012, Post Danmark, C‑209/10, EU:C:2012:172, punto 22, e del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 134).

163

Inoltre, come risulta in sostanza dalla sentenza del 25 ottobre 2002, Tetra Laval/Commissione (T‑5/02, EU:T:2002:264, punti 156, 158217), l’effetto leva è un termine generico relativo agli effetti che una pratica riscontrata in un mercato può avere su un altro mercato. Detto termine può indicare una serie di pratiche diverse che possono essere abusive, quali, in particolare, vendite collegate come nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione (T‑201/04, EU:T:2007:289), pratiche di compressione dei margini come nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 29 marzo 2012, Telefónica e Telefónica de España/Commissione (T‑336/07, EU:T:2012:172), o sconti di fedeltà come nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 30 settembre 2003, Michelin/Commissione (T‑203/01, EU:T:2003:250)

164

Occorre constatare che, sebbene gli effetti della leva praticati da un’impresa dominante non siano vietati in quanto tali dall’articolo 102 TFUE, resta il fatto che tale articolo è applicabile a siffatte pratiche. Pertanto, senza che, in questa fase, sia necessario pronunciarsi sui presupposti del loro divieto, occorre constatare, come è stato affermato al precedente punto 163, che vari tipi di effetto leva sono già stati dichiarati contrari all’articolo 102 TFUE. In particolare, nella sentenza del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione (T‑201/04, EU:T:2007:289, punto 1344), il Tribunale ha considerato che le pratiche in questione, ossia la vendita collegata e il rifiuto di fornire le informazioni relative all’interoperabilità, rientravano in un’infrazione consistente nel fatto che la Microsoft applicava una strategia ad effetto leva, vale a dire l’uso della posizione dominante da essa detenuta nel mercato dei sistemi operativi per personal computer (PC) clienti per estenderla ad altri due mercati vicini.

165

Inoltre, l’ambito di applicazione materiale della responsabilità particolare che incombe ad un’impresa dominante deve essere valutato alla luce delle circostanze specifiche del caso concreto, le quali riflettano una situazione di concorrenza affievolita (v., in tal senso, sentenza del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige, C‑52/09, EU:C:2011:83, punto 84 e giurisprudenza ivi citata).

166

Nel caso di specie, come risulta dalla decisione impugnata e come è stato giustamente ricordato dalla Commissione in udienza, essa non si è limitata a fare riferimento a pratiche per effetto della leva finanziaria per concludere che esisteva una violazione dell’articolo 102 TFUE.

167

Infatti, la Commissione ha ritenuto che, attraverso l’effetto leva, Google si basasse sulla sua posizione dominante nel mercato della ricerca generale per favorire il proprio servizio di comparazione dei prodotti nel mercato della ricerca specializzata di comparazione dei prodotti, valorizzando il posizionamento e la presentazione di tale comparatore e dei suoi risultati nelle sue pagine dei risultati generali, rispetto ai servizi dei comparatori concorrenti, i cui risultati erano, date le loro caratteristiche intrinseche, soggetti a retrocessione, in dette pagine, da parte di algoritmi di aggiustamento.

168

A tal proposito, la Commissione ha osservato, al punto 344 della decisione impugnata, che, mentre i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti potevano apparire solo come risultati generici, ossia semplici link blu che potevano anche essere retrocessi da algoritmi di aggiustamento, i risultati del comparatore di prodotti di Google erano invece posizionati bene in vista in cima alle pagine dei risultati generali di Google, presentati in un formato arricchito e non soggetti a retrocessione da parte di tali algoritmi, con conseguente differenza di trattamento sotto forma di favoritismo, da parte di Google, nei confronti del proprio comparatore.

169

La Commissione ha spiegato, in particolare, che, a causa della combinazione di tre circostanze specifiche, vale a dire, in primo luogo, l’entità del traffico generato dal motore di ricerca generale di Google per i comparatori di prodotti (sezione 7.2.2 della decisione impugnata), in secondo luogo, il comportamento degli utenti quando effettuano ricerche su Internet (sezione 7.2.3 della decisione impugnata) e, in terzo luogo, il fatto che il traffico deviato, proveniente dalle pagine dei risultati generali di Google, rappresenti un’ampia percentuale del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti e non possa essere effettivamente sostituito da altre fonti (sezione 7.2.4 della decisione impugnata), detto favoritismo era tale da comportare un indebolimento della concorrenza nel mercato.

170

In primo luogo, per quanto riguarda l’entità del traffico generato dal motore di ricerca generale di Google, nella sezione 7.2.2 della decisione impugnata (punti da 444 a 450), la Commissione ha sottolineato che esso era, secondo la dichiarazione di un comparatore di prodotti concorrente riportata al punto 444 della decisione impugnata, la «risorsa più significativa di un motore di ricerca specializzato». La Commissione ha quindi dichiarato che tale traffico consentiva di aumentare la pertinenza dei risultati di ricerca specializzati e, in particolare, la novità e l’ampiezza dell’offerta dei servizi di comparazione dei prodotti, aumentando la loro capacità di persuadere i commercianti a fornire loro dati sui propri prodotti (punto 445), che esso avrebbe generato introiti o attraverso commissioni pagate dai commercianti o attraverso la pubblicità online (punto 446), e che esso forniva informazioni sul comportamento degli utenti, il che consentiva di migliorare la pertinenza e l’utilità dei risultati attraverso, in particolare, effetti di apprendimento automatico (machine learning, punto 447), esperimenti (punto 448) o il suggerimento di altri termini di ricerca di interesse per gli utenti (punto 449).

171

La Commissione ha così affermato, in sostanza, nella sezione 7.2.2 della decisione impugnata, che detto traffico consentiva di beneficiare di effetti di rete, in quanto più un comparatore di prodotti riceveva visite dagli utenti di Internet, più aumentava la pertinenza e l’utilità dei suoi servizi e più i commercianti sarebbero stati inclini ad utilizzarlo, e che tale traffico consentiva anche di generare introiti grazie a commissioni o ad annunci pubblicitari, introiti che potevano essere, eventualmente, impiegati per migliorare l’utilità dei servizi forniti e quindi di distinguersi dai concorrenti. In altri termini, la Commissione ha dichiarato che generare traffico consentiva di innescare un circolo virtuoso, ossia migliorare la pertinenza dei risultati e quindi attirare più utenti e, in definitiva, più introiti, dai partner pubblicitari o dai venditori su Internet che collocavano i loro prodotti sul sito del comparatore, il che implicava, correlativamente, la capacità dell’impresa interessata di effettuare più investimenti per migliorare o, quanto meno, mantenere la sua posizione nella concorrenza, in un settore, quello digitale, in cui l’innovazione è la chiave del successo commerciale. Viceversa, la perdita di traffico può portare a un circolo vizioso e, alla lunga, a un’uscita dal mercato, a causa della mancanza di concorrenza su elementi essenziali di quest’ultima, come la pertinenza dei risultati e l’innovazione, collegati fra loro, poiché i comparatori di prodotti innovano per migliorare la pertinenza dei loro risultati e attirare così più traffico e quindi più introiti.

172

In secondo luogo, per quanto riguarda il comportamento degli utenti, la Commissione ha dichiarato che il favoritismo posto in essere da Google per visualizzare i propri risultati in modo più evidente e i risultati concorrenti in modo meno evidente poteva influenzare il comportamento degli utenti di Internet quando intendevano consultare siti Internet di comparazione dei prodotti (sezione 7.2.3.1 e punti da 454 a 461 della decisione impugnata). A tal proposito, la Commissione ha affermato, ai punti da 455 a 457 della decisione impugnata, che gli utenti si concentravano, in generale, sui primi tre‑cinque risultati di ricerca e prestavano poca o nessuna attenzione ai risultati che seguivano, e in particolare ai risultati al di sotto della parte immediatamente visibile dello schermo (fold). La Commissione ha quindi sostenuto, al punto 535 della decisione impugnata, che gli utenti tendevano a supporre che i risultati più visibili fossero i più pertinenti, indipendentemente dalla loro effettiva pertinenza.

173

In terzo luogo, per quanto riguarda l’impatto del traffico deviato, la Commissione ha sottolineato che esso rappresentava un’ampia percentuale del traffico verso i servizi di comparazione dei prodotti concorrenti (sezione 7.2.4.1 della decisione impugnata) e non poteva essere efficacemente sostituito da altre fonti, compresi gli annunci di testo, le applicazioni mobili, il traffico diretto, i rinvii a siti partner, i social network o altri motori di ricerca (sezione 7.2.4.2 della decisione impugnata).

174

L’entità del traffico di Google proveniente dalle sue pagine di ricerca generali e la sua effettiva insostituibilità, tenuto conto degli elementi contestuali ricordati ai precedenti punti da 168 a 173, sono stati considerati dalla Commissione, senza incorrere in un errore di diritto, come circostanze pertinenti che possono caratterizzare l’esistenza di pratiche non rientranti nella concorrenza basata sui meriti.

175

Da quanto precede risulta che la Commissione non si è limitata a constatare l’esistenza di un effetto leva e, come richiesto dalla giurisprudenza, ha qualificato in diritto le pratiche di Google che accompagnavano tale effetto, basandosi su criteri pertinenti. Pertanto, supponendo che il favoritismo e i suoi effetti, individuati tenendo conto delle circostanze specifiche dei mercati interessati, siano stati validamente dimostrati dalla Commissione, circostanza che sarà verificata alla luce di tutti i motivi e di tutti gli argomenti, la Commissione avrà correttamente considerato che tale favoritismo si discostava dalla concorrenza basata sui meriti.

176

Va osservato, a tal riguardo, che, data la vocazione universale del motore di ricerca generale di Google, che, come risulta dal punto 12 della decisione impugnata, è concepito per indicizzare risultati comprendenti tutti i contenuti possibili, la promozione, nelle pagine dei risultati generali di Google, di un tipo di risultati specializzati, ossia i propri, rispetto ai risultati specializzati concorrenti, è alquanto anomala.

177

Infatti, l’infrastruttura in questione, ossia le pagine dei risultati generali di Google che generano traffico verso gli altri siti Internet, in particolare quelli dei comparatori di prodotti concorrenti, è un’infrastruttura, in linea di principio, aperta, il che la distingue da altre infrastrutture menzionate dalla giurisprudenza e costituite da beni materiali (sistemi di distribuzione della stampa) o immateriali (diritti di proprietà intellettuale), il cui valore dipende dalla capacità del loro proprietario di riservarsene l’uso esclusivo.

178

A differenza di queste ultime infrastrutture, la ragion d’essere e il valore di un motore di ricerca generale stanno nella sua capacità di essere aperto ai risultati provenienti dall’esterno, ossia da fonti terze, e di visualizzare tali fonti, molteplici e diverse, nelle sue pagine dei risultati generali, fonti che arricchiscono, danno credibilità a tale motore di ricerca presso il grande pubblico e gli consentono di beneficiare degli effetti di rete e delle economie di scala, essenziali per il suo sviluppo e per la sua sopravvivenza in un mercato dove, per natura, poche infrastrutture di questo tipo possono sopravvivere, tenuto conto dei suddetti effetti di rete. Infatti, è necessario un numero assai elevato di utenti per raggiungere una dimensione critica in grado di compensare la gratuità del servizio da un lato del mercato e di generare introiti pubblicitari dall’altro, cosicché, per un motore di ricerca, il fatto di limitare la portata dei suoi risultati ai propri presenta un elemento di rischio e non è necessariamente razionale, salvo in una situazione, come nel caso di specie, in cui la posizione dominante e le barriere all’ingresso sono tali che nessun ingresso entro un periodo di tempo sufficientemente breve è possibile in risposta a tale limitazione della scelta degli utenti di Internet.

179

Pertanto, il fatto che Google favorisca, ammesso che sia dimostrato, i propri risultati specializzati rispetto a quelli di terzi, che sembra andare contro il modello economico alla base del successo iniziale del suo motore di ricerca, può essere solo alquanto anomalo. Ne consegue che, in applicazione della giurisprudenza citata al precedente punto 133, spetta all’autore di tale differenza di trattamento giustificarla alla luce del diritto della concorrenza (v., in tal senso, sentenza del 12 dicembre 2018, Servier e a./Commissione, T‑691/14, con impugnazione pendente, EU:T:2018:922, punto 1377 e giurisprudenza ivi citata).

180

Si può del resto osservare, ad abundantiam, che, anche se si tratta di una situazione diversa da quella del caso di specie, per quanto riguarda i fornitori di servizi di accesso a Internet, la Corte ha dichiarato che il legislatore dell’Unione, con il regolamento (UE) 2015/2120 del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 novembre 2015, che stabilisce misure riguardanti l’accesso a un’Internet aperta e che modifica la direttiva 2002/22/CE relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica e il regolamento (UE) n. 531/2012 relativo al roaming sulle reti pubbliche di comunicazioni mobili all’interno dell’Unione (GU 2015, L 310, pag. 1), aveva inteso imporre a tali operatori un obbligo generale di trattamento equo, senza discriminazioni, restrizioni o interferenze del traffico, al quale non si può in alcun caso derogare mediante pratiche commerciali (v., in tal senso, sentenza del 15 settembre 2020, Telenor Magyarország, C‑807/18 e C‑39/19, EU:C:2020:708, punto 47). L’esistenza di tale scelta da parte del legislatore e il conseguente obbligo giuridico di trattamento non discriminatorio per i fornitori di servizi di accesso a Internet nel mercato a monte non possono essere ignorati nell’analisi delle pratiche di un operatore come Google nel mercato a valle, tenuto conto dell’indiscussa posizione ultradominante di Google nel mercato della ricerca generale e della sua particolare responsabilità di non compromettere con il suo comportamento una concorrenza effettiva e leale nel mercato interno. È irrilevante, a tal riguardo, il fatto che un testo legislativo imponga o meno, in generale, tale accesso non discriminatorio ai risultati di ricerca su Internet, nei limiti in cui, come risulta dalla giurisprudenza, un sistema di concorrenza non falsato può essere garantito unicamente se sia assicurata la parità di opportunità tra i singoli operatori economici (v. sentenza del 14 ottobre 2010, Deutsche Telekom/Commissione, C‑280/08 P, EU:C:2010:603, punto 230 e giurisprudenza ivi citata), il che va nel senso della possibilità, quando sono in discussione pratiche di favoritismo poste in essere da operatori in posizione dominante nel settore di Internet, di considerare talune differenze di trattamento come contrarie all’articolo 102 TFUE.

181

Inoltre, come sottolinea il VDZ, la deviazione dalla concorrenza basata sui meriti del comportamento in questione, ammesso che sia dimostrata, sarebbe tanto più evidente se si verificasse a seguito di un cambiamento nel comportamento dell’operatore dominante. Google ha cambiato, infatti, il suo comportamento nel mercato della ricerca generale.

182

Dal fascicolo risulta che, storicamente, Google, in un primo tempo, ha fornito servizi di ricerca generale e ha acquisito una posizione «superdominante» in tale mercato caratterizzato da barriere all’ingresso particolarmente rigide. In tale mercato Google visualizzava risultati che indirizzavano gli utenti verso servizi di comparazione dei prodotti. Inoltre, Google visualizzava tutti i risultati dei servizi di ricerca specializzata nello stesso modo e secondo gli stessi criteri. Del resto, lo scopo stesso di un servizio di ricerca generale è quello di sfogliare o addirittura di indicizzare il maggior numero possibile di pagine Internet per visualizzare tutti i risultati che corrispondono a una ricerca.

183

In un secondo tempo, Google è entrato nel mercato della ricerca specializzata di comparazione dei prodotti. Quando Google ha iniziato le sue attività nel mercato della ricerca specializzata di comparazione dei prodotti, esistevano già numerosi fornitori di tali servizi. Inoltre, data la sua posizione «superdominante», il suo ruolo di porta di accesso a Internet e le barriere all’ingresso particolarmente rigide nel mercato della ricerca generale, le incombeva un obbligo rafforzato di non compromettere, con il suo comportamento, una concorrenza effettiva e leale nel mercato collegato della ricerca specializzata di comparazione dei prodotti.

184

Orbene, secondo la Commissione, dopo essere entrata nel mercato della ricerca specializzata di comparazione dei prodotti e dopo aver fallito con la sua pagina Internet dedicata a tale servizio (Froogle), Google ha cambiato le sue pratiche nel mercato dominato della ricerca generale, il che avrebbe avuto l’effetto di aumentare la visibilità dei risultati del proprio comparatore di prodotti nelle pagine dei risultati della ricerca generale. Infatti, dal lancio dei risultati di prodotti aggregati, tutti i comparatori di prodotti non sarebbero stati più trattati allo stesso modo. Google avrebbe messo in evidenza i propri risultati di ricerca specializzata (posizionamento e presentazione) e retrocesso i risultati dei suoi concorrenti, che, per di più, non beneficiavano dello stesso tipo di visualizzazione (semplici «link blu» senza immagini né testo arricchito). Il cambiamento di comportamento di Google avrebbe avuto come conseguenza di ridurre la visibilità dei risultati dei comparatori di prodotti concorrenti e, allo stesso tempo, di aumentare la visibilità dei risultati del proprio servizio di comparazione dei prodotti. Pertanto, l’attuazione delle pratiche in questione avrebbe consentito a Google di mettere in evidenza il proprio servizio di comparazione dei prodotti nelle sue pagine dei risultati della ricerca generale, rendendo al contempo quasi invisibili in tali pagine i comparatori di prodotti concorrenti, il che, in linea di principio, non corrisponde allo scopo previsto di un servizio di ricerca generale.

185

Pertanto, a condizione che il favoritismo e i suoi effetti individuati al termine dell’analisi sintetizzata ai precedenti punti da 170 a 173 siano stati validamente dimostrati, il comportamento di Google non può rientrare, in quanto tale, nella concorrenza basata sui meriti.

186

Tale conclusione non è inficiata dall’argomento di Google secondo cui la visualizzazione dei Product Universals e delle Shopping Units non può essere qualificata come abusiva, in quanto tali risultati e tali annunci avrebbero costituito miglioramenti qualitativi dei suoi servizi rientranti nella concorrenza basata sui meriti.

187

Infatti, da un lato, occorre sottolineare che l’argomento di Google si basa sull’errata premessa che il comportamento in questione consista unicamente nella particolare presentazione e nel particolare posizionamento dei Product Universals e delle Shopping Units, mentre tale comportamento consiste nella combinazione di due pratiche, ossia la promozione dei risultati specializzati del comparatore di Google e la concomitante retrocessione dei risultati dei comparatori concorrenti mediante algoritmi di aggiustamento. Va osservato, a tal proposito, che Google non qualifica come «miglioramento qualitativo», atto a caratterizzare una concorrenza basata sui meriti, la retrocessione dei comparatori di prodotti concorrenti nelle sue pagine dei risultati generali, ma non del proprio.

188

D’altro lato, contrariamente a quanto suggerito da Google, non risulta da alcuna delle sentenze citate dalla Commissione al punto 334 della decisione impugnata che un comportamento che determina un miglioramento del prodotto o del servizio non possa costituire, di per sé, una forma autonoma di abuso qualora detto miglioramento porti l’impresa in posizione dominante a favorire il proprio prodotto o servizio con il ricorso a mezzi diversi da quelli che regolano la concorrenza basata sui meriti e qualora tale comportamento possa avere effetti anticoncorrenziali. A tal proposito, come sottolinea giustamente il VDZ, i miglioramenti di un prodotto o di un servizio di natura tecnica o commerciale possono essere presi in considerazione solo nella fase di esame di eventuali giustificazioni oggettive e di eventuali aumenti di efficienza che ne deriverebbero.

189

Tale conclusione secondo cui la condotta di Google, se viene accertato che risponde alla qualificazione di favoritismo, può discostarsi da una concorrenza basata sui meriti non è inficiata dagli argomenti della CCIA secondo cui la mancanza di un chiaro criterio giuridico formulato nella decisione impugnata violerebbe il principio della certezza del diritto.

190

Va constatato, anzitutto, che la Commissione contesta la ricevibilità di tale argomento, sostenendo che esso è irricevibile perché, in sostanza, sarebbe nuovo rispetto agli argomenti di Google.

191

Conformemente all’articolo 40, quarto comma, dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea, applicabile al procedimento dinanzi al Tribunale in forza dell’articolo 53, primo comma, di detto Statuto, le conclusioni dell’istanza di intervento possono avere come oggetto soltanto l’adesione alle conclusioni di una delle parti. Pertanto, una parte autorizzata a intervenire in una controversia proposta dinanzi al Tribunale non può modificare l’oggetto della controversia quale definito dalle conclusioni e dai motivi delle parti principali. Ne consegue che sono ricevibili soltanto gli argomenti di un interveniente che rientrino nel quadro delineato da tali conclusioni e motivi (sentenza del 29 luglio 2019, Bayerische Motoren Werke e Freistaat Sachsen/Commissione, C‑654/17 P, EU:C:2019:634, punto 50). Inoltre, in forza dell’articolo 142, paragrafo 3, del regolamento di procedura, l’interveniente accetta di assumere la causa nello stato in cui essa si trova all’atto del suo intervento.

192

A tal riguardo, occorre ricordare che, sebbene tali disposizioni non ostino a che un interveniente presenti argomenti nuovi o diversi da quelli della parte sostenuta, pena la limitazione del suo intervento alla ripetizione degli argomenti dedotti nel ricorso, non si può ammettere tuttavia che tali disposizioni gli consentano di modificare o di snaturare l’ambito della controversia definito dal ricorso sollevando nuovi motivi (sentenza del 12 dicembre 2006, SELEX Sistemi Integrati/Commissione, T‑155/04, EU:T:2006:387, punto 42).

193

Tuttavia, nel caso di specie, l’argomento di cui trattasi è presentato a sostegno degli argomenti di Google secondo cui la Commissione, contrariamente alla giurisprudenza in materia di abuso per effetto leva, non individua, nel caso di specie, alcun elemento specifico che distingua il comportamento in questione da quello rientrante nella concorrenza basata sui meriti, traendone al contempo una conseguenza concreta per i membri della CCIA, ossia una violazione del principio della certezza del diritto. In tali circostanze, detto argomento è ricevibile.

194

Per quanto riguarda la valutazione della fondatezza di tale argomento, occorre ricordare che il rispetto del principio della certezza del diritto richiede che le istituzioni evitino, per principio, le incongruenze che possano sorgere nell’applicazione delle varie disposizioni del diritto dell’Unione (v. sentenza del 22 aprile 2016, Irlanda e Aughinish Alumina/Commissione, T‑50/06 RENV II e T‑69/06 RENV II, EU:T:2016:227, punto 59 e giurisprudenza ivi citata).

195

È vero che, nel caso di specie, il punto 341 della decisione impugnata espone le ragioni per cui le pratiche in questione si discostano dalla concorrenza basata sui meriti precisando, in sostanza, che, da un lato, tali pratiche hanno deviato il traffico e, dall’altro, che esse possono avere effetti anticoncorrenziali. Pertanto, con tale punto, considerato isolatamente, la Commissione sembra aver dedotto la natura deviante di tali pratiche dalla concorrenza basata sui meriti dall’esistenza di effetti di esclusione dal mercato che ne derivano. Siffatta descrizione, vertente soltanto sugli effetti di esclusione dal mercato delle pratiche, potrebbe sollevare dubbi sul fatto che il criterio utilizzato dalla Commissione per qualificare la violazione dell’articolo 102 TFUE sia conforme al principio della certezza del diritto. Infatti, dalla giurisprudenza citata al precedente punto 157 risulta che qualsiasi pratica, tariffaria o non tariffaria, che abbia effetti di esclusione dal mercato non può essere considerata, per ciò solo, anticoncorrenziale.

196

Tuttavia, il punto 341 della decisione impugnata deve essere letto in combinato disposto con il punto 342 di detta decisione, in cui la Commissione afferma, «al fine di dimostrare il motivo per cui la condotta è abusiva e non rientra nell’ambito della concorrenza basata sui meriti», che le pratiche in questione consistono nel fatto che Google favorisce il proprio comparatore di prodotti a scapito dei comparatori concorrenti e che tale favoritismo si inserisce in un contesto particolare. La Commissione indica, a tal riguardo, nel suddetto punto, i numerosi elementi che essa ha preso in considerazione per dimostrare il motivo per cui la pratica è abusiva e si discosta dalla concorrenza basata sui meriti e, in particolare, come risulta dai precedenti punti da 170 a 173, i tre criteri relativi all’entità del traffico generato dal motore di ricerca generale di Google per i comparatori di prodotti (sezione 7.2.2 della decisione impugnata), il comportamento degli utenti quando effettuano ricerche su Internet (sezione 7.2.3.1 della decisione impugnata) e l’effettiva insostituibilità del traffico deviato (sezione 7.2.4 della decisione impugnata).

197

Pertanto, l’analisi della Commissione che porta alla constatazione di un abuso non è affatto «incongruente», ai sensi della giurisprudenza citata al precedente punto 194, rispetto alla giurisprudenza sull’abuso per effetto leva citata al punto 334 della decisione impugnata, nei limiti in cui consente di concludere che esiste un’infrazione basata, da un lato, su elementi sospetti alla luce del diritto della concorrenza (in particolare una differenza di trattamento ingiustificata) che sono assenti nel caso di un rifiuto di accesso e, dall’altro, su circostanze specifiche, conformemente alla giurisprudenza menzionata al precedente punto 165 e relative alla natura dell’infrastruttura che ha dato luogo a tale differenza di trattamento (nel caso di specie, in particolare, importanza ed effettiva insostituibilità).

198

Ciò premesso, la prima parte del quinto motivo deve essere respinta.

b)   Sulla seconda parte del quinto motivo, in base alla quale la Commissione richiederebbe a Google di fornire ai comparatori di prodotti concorrenti l’accesso ai suoi servizi migliorati senza soddisfare le condizioni individuate dalla giurisprudenza

1) Argomenti delle parti

199

La seconda parte del quinto motivo di annullamento mira a far dichiarare che la Commissione non poteva richiedere a Google di concedere ai comparatori di prodotti concorrenti l’accesso ai servizi risultanti dai suoi miglioramenti nel settore della comparazione dei prodotti senza soddisfare le condizioni individuate dalla giurisprudenza e, in particolare, quelle applicabili alle infrastrutture qualificate come servizi essenziali.

200

In una prima fase, Google sottolinea che è proprio questa la portata della decisione impugnata, che le imporrebbe un obbligo di fornitura, anche se il comportamento censurato è descritto solo come favoritismo, nel senso che Google privilegerebbe i suoi risultati di ricerca rispetto a quelli dei concorrenti. Google si basa, a tal riguardo, in particolare, sui punti 538 e 662 della decisione impugnata; quest’ultimo afferma che «[l]’abuso accertato in tale decisione consiste semplicemente nel fatto che Google non posiziona e non presenta allo stesso modo i risultati del proprio comparatore di prodotti e quelli dei comparatori di prodotti concorrenti». Google afferma che la decisione impugnata non individua alcun criterio né alcun principio che consenta di distinguere l’infrazione in questione da un caso riguardante un obbligo di fornitura. Avrebbe scarsa importanza il fatto che la decisione abbia utilizzato una formulazione diversa per sanzionare un rifiuto di fornitura. La necessità di applicare i criteri relativi a un obbligo di fornitura dipenderebbe dalla sostanza e dalla natura di tale obbligo e non dal modo in cui è formulato.

201

L’affermazione di favoritismo nella decisione impugnata riguarderebbe, in realtà, l’accesso dei comparatori di prodotti concorrenti alle «tecnologie e design» di Google, in quanto la Commissione non cercherebbe di impedirle di visualizzare i Product Universals e le Shopping Units (punti 656 e 662 della decisione impugnata), ma le contesterebbe di non posizionare e visualizzare allo stesso modo i comparatori di prodotti concorrenti, il che implicherebbe che questi ultimi abbiano accesso a tali «tecnologie e design». Lo stesso argomento sollevato dalla Commissione nella decisione impugnata per constatare una pratica di favoritismo avrebbe potuto essere sollevato nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), poiché l’editore di quotidiani interessato, la Mediaprint, includeva i suoi giornali nella sua rete di distribuzione e non quelli del concorrente. Analogamente, nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 3 ottobre 1985, CBEM (311/84, EU:C:1985:394), si sarebbe potuto sostenere che la rete televisiva in questione favoriva i propri servizi di telemarketing autorizzando soltanto le pubblicità contenenti il proprio numero di telefono. Pertanto, secondo Google, se la decisione impugnata dovesse essere confermata, qualsiasi obbligo di fornitura potrebbe essere riqualificato come atto di favoritismo senza nemmeno dover rispettare il requisito di indispensabilità richiesto dalla Corte nella sua giurisprudenza. Tutte le sentenze in cui quest’ultima ha richiesto la presenza di tale requisito sarebbero rimesse in discussione. Orbene, come sarebbe stato sottolineato dal Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia, Germania) al quale sono state presentate denunce sugli stessi fatti di favoritismo, le imprese non devono sovvenzionare i loro concorrenti.

202

Inoltre, non sarebbe contestato a Google di aver eretto barriere all’ingresso o di aver creato restrizioni che impediscono ai comparatori di prodotti concorrenti di attirare traffico da fonti terze. Orbene, dato che i presunti effetti anticoncorrenziali risulterebbero dalla mancanza di accesso al traffico di Google, spettava alla Commissione dimostrare, conformemente alla sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), che tale accesso era «indispensabile» per la concorrenza e che la mancanza di accesso rischiava di eliminare la concorrenza.

203

In una seconda fase, Google osserva che la decisione impugnata non dimostra che l’accesso ai suoi servizi fosse indispensabile per i comparatori di prodotti concorrenti e che, senza tale accesso, la concorrenza effettiva potesse essere eliminata, condizioni che sarebbero necessarie, secondo la giurisprudenza, per imporre un obbligo di fornitura a un’impresa dominante. La decisione impugnata si limiterebbe quindi ad affermare che il traffico di ricerca di Google è «significativo per la capacità di un servizio di comparazione dei prodotti di competere» (punto 444) senza mai dimostrare che tale traffico è «indispensabile», così come si limiterebbe ad affermare che le altre fonti di traffico sono meno vantaggiose per i comparatori di prodotti concorrenti (punto 542).

204

In una terza fase, Google aggiunge che, nella decisione impugnata, la Commissione si discosta erroneamente dalla giurisprudenza sull’obbligo di fornitura adducendo due motivazioni errate. Anzitutto, al punto 650 della decisione impugnata, essa avrebbe dichiarato che il comportamento di Google non consisteva in un semplice rifiuto passivo di accesso alle sue pagine dei risultati generali, ma in un comportamento attivo che privilegiava il proprio comparatore di prodotti mediante un posizionamento e una presentazione favorevoli in tali pagine. Orbene, secondo Google, ad esempio nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 3 ottobre 1985, CBEM (311/84, EU:C:1985:394, punto 5), benché il comportamento in questione fosse anche attivo, la Corte avrebbe sottolineato il carattere indispensabile del servizio negato e il rischio di eliminazione di qualsiasi concorrenza per constatare che un’impresa dominante non potesse riservarsi tale servizio.

205

Inoltre, nel punto 651 della decisione impugnata, la Commissione avrebbe ritenuto che il criterio di indispensabilità non si applicasse, in quanto la decisione avrebbe richiesto soltanto che «Google cessasse le pratiche» e non che Google trasferisse un bene o stipulasse nuovi accordi. Tuttavia, anche se Google, invece di fornire l’accesso ai servizi in questione stipulando accordi con gli interessati, poteva effettivamente rinunciare a utilizzarli a proprio vantaggio, la stessa scelta sarebbe stata offerta anche alle imprese alle quali era stato imposto un obbligo di fornitura per porre fine ad un abuso di posizione dominante.

206

In sintesi, la Commissione, con la decisione impugnata, contesterebbe i miglioramenti riguardanti i risultati di ricerca e gli annunci relativi ai prodotti nonché le tecnologie sottostanti per il fatto che Google non aveva fornito l’accesso ad essi ai comparatori di prodotti concorrenti. Orbene, per provare un abuso in base a tale ragionamento, la Commissione avrebbe dovuto dimostrare che tale accesso era indispensabile e che la sua mancanza rischiava di eliminare del tutto la concorrenza.

207

Più in generale, la CCIA ritiene che la decisione impugnata si basi sulla premessa errata che il motore di ricerca di Google sia il portale di Internet. Oggi, più che mai, esisterebbero vari punti di accesso per rendere possibile la concorrenza su Internet e nessun sito costituirebbe il portale di Internet.

208

La Commissione, sostenuta dalla Repubblica federale di Germania, sostiene che i criteri stabiliti nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569) non sono applicabili nel caso di specie. A tal proposito, essa ribadisce gli argomenti esposti nella decisione impugnata, menzionati ai precedenti punti 204 e 205, e precisa di aver lasciato a Google la scelta dei mezzi per garantire la parità di trattamento tra il suo comparatore di prodotti e i comparatori di prodotti concorrenti, il che comprendeva la possibilità di continuare a visualizzare le Shopping Units nella sua pagina dei risultati generale inserendovi, nell’ambito di contratti, i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti, oppure la possibilità di rinunciare alla visualizzazione delle Shopping Units in tale pagina.

209

La Commissione contesta l’argomento di Google secondo cui la possibilità di constatare un abuso di posizione dominante è subordinata alla sussistenza delle condizioni relative al rifiuto di fornire un «servizio essenziale», mentre possono esistere altri comportamenti anticoncorrenziali che hanno l’effetto di estendere o di rafforzare una posizione dominante in un mercato. Nei limiti in cui dimostri che la concorrenza può essere limitata dal comportamento anticoncorrenziale di un’impresa dominante, essa non sarebbe tenuta a dimostrare che vi sia stato un rifiuto, da parte di tale impresa, di fornire un prodotto o un servizio indispensabile ai suoi concorrenti. La Commissione fornisce l’esempio della causa che ha dato luogo alla sentenza del 23 ottobre 2003, Van den Bergh Foods/Commissione (T‑65/98, EU:T:2003:281, punti 159161).

210

La Repubblica federale di Germania fa valere, a sostegno della Commissione, che, contrariamente al caso oggetto della sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), l’accesso a un «servizio essenziale» non è in discussione nel caso di specie. A suo avviso, Google «forniva» già ai suoi concorrenti dando loro accesso al suo servizio di ricerca generale. Non vi sarebbe, come nella situazione che ha dato luogo a detta sentenza, alcuna esclusione dei concorrenti. Al contrario, la censura della Commissione nei confronti di Google verterebbe sulla presentazione meno favorevole dei servizi dei concorrenti rispetto al proprio servizio, in quanto i risultati dei concorrenti venivano presentati come meno pertinenti di quelli di Google.

211

Il VDZ afferma che il comportamento in questione costituisce un caso tipico di abuso per effetto leva simile a pratiche già condannate come l’accoppiamento e la vendita collegata, la compressione dei margini e alcuni tipi particolari di rifiuto di fornitura e detto comportamento è stato inteso come tale.

2) Giudizio del Tribunale

212

Nella decisione impugnata la Commissione ha ritenuto che le condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569) non fossero applicabili alle circostanze del caso di specie, in particolare, per tre motivi. La Commissione ha constatato, in primo luogo, che gli abusi per effetto leva costituivano forme consolidate e autonome di abuso che si discostavano dalla concorrenza basata sui meriti (punto 649), in secondo luogo, che le pratiche in questione non riguardavano un rifiuto di accesso passivo, da parte di Google, alle sue pagine dei risultati generali, ma un favoritismo attivo mediante la promozione del proprio comparatore di prodotti rispetto ai comparatori concorrenti (punto 650) e, in terzo luogo, che, nel caso di specie, non era necessario che l’impresa in questione, per porre fine all’abuso, cedesse un bene o stipulasse contratti con persone che non aveva scelto. La Commissione ha giustificato l’inapplicabilità della sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), su quest’ultima base, citando la sentenza del 23 ottobre 2003, Van den Bergh Foods/Commissione (T‑65/98, EU:T:2003:281, punto 161) (punto 651).

213

In via preliminare, occorre ricordare che, nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), la Corte ha considerato che, affinché il rifiuto, da parte di un’impresa in posizione dominante, di concedere l’accesso a un servizio potesse costituire un abuso ai sensi dell’articolo 102 TFUE, occorreva che tale rifiuto potesse eliminare del tutto la concorrenza nel mercato da parte del richiedente il servizio, che tale rifiuto non fosse oggettivamente giustificabile e che il servizio fosse, di per sé, indispensabile per l’esercizio dell’attività del richiedente, nel senso che non esisteva, per quest’ultimo, alcun servizio che potesse realmente o potenzialmente sostituirlo (sentenza del 26 novembre 1998, Bronner, C‑7/97, EU:C:1998:569, punto 41; v. anche, sentenza del 9 settembre 2009, Clearstream/Commissione, T‑301/04, EU:T:2009:317, punto 147 e giurisprudenza ivi citata).

214

In sostanza, nella seconda parte del quinto motivo, Google contesta alla Commissione di aver considerato le pratiche di cui trattasi come un «rifiuto di fornitura» senza aver verificato, in particolare, il carattere «indispensabile» dell’accesso agli elementi in questione, vale a dire le pagine dei risultati generali e i propri risultati specializzati (Product Universals e Shopping Units), nonché il rischio di eliminazione di qualsiasi concorrenza, come avrebbe dovuto fare alla luce della sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569). La Commissione avrebbe quindi sanzionato un rifiuto di fornitura, sottraendosi alle condizioni e alle prove relative all’accertamento di tale infrazione.

215

Le condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), si applicano, in linea di principio, a infrastrutture o a servizi che sono spesso qualificati come «servizio essenziale» nel senso che sono indispensabili per esercitare un’attività in un mercato, in quanto non esistono sostituti reali o potenziali (v. sentenze del 15 settembre 1998, European Night Services e a./Commissione, T‑374/94, T‑375/94, T‑384/94 e T‑388/94, EU:T:1998:198, punti 208212 nonché giurisprudenza ivi citata, e del 9 settembre 2009, Clearstream/Commissione, T‑301/04, EU:T:2009:317, punto 147 e giurisprudenza ivi citata), cosicché negare l’accesso ad essi può portare all’eliminazione di qualsiasi concorrenza. La giurisprudenza relativa ai servizi essenziali attiene segnatamente alle situazioni in cui il libero esercizio di un diritto esclusivo, che sancisce la realizzazione di un investimento o di una creazione, può essere limitato nell’interesse di una concorrenza non falsata nel mercato interno (v. sentenze del 1o luglio 2010, AstraZeneca/Commissione (T‑321/05, EU:T:2010:266, punto 679 e del 18 novembre 2020, Lietuvos geležinkeliai/Commissione, T‑814/17, con impugnazione pendente, EU:T:2020:545, punto 87 e giurisprudenza ivi citata).

216

In numerose occasioni (sentenze del 6 marzo 1974, Istituto Chemioterapico Italiano e Commercial Solvents/Commissione, 6/73 e 7/73, EU:C:1974:18, punto 25, del 3 ottobre 1985, CBEM, 311/84, EU:C:1985:394, punto 26, del 6 aprile 1995, RTE e ITP/Commissione, C‑241/91 P e C‑242/91 P, EU:C:1995:98, punto 56, del 26 novembre 1998, Bronner, C‑7/97, EU:C:1998:569, punto 41, del 29 aprile 2004, IMS Health, C‑418/01, EU:C:2004:257, punto 52, del 12 giugno 1997, Tiercé Ladbroke/Commissione, T‑504/93, EU:T:1997:84, punto 132, e del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione, T‑201/04, EU:T:2007:289, punto 332), il giudice dell’Unione, ispirandosi alla dottrina dei servizi essenziali, ha utilizzato il criterio di indispensabilità e il criterio relativo al rischio di eliminare del tutto la concorrenza per qualificare o escludere l’esistenza di un abuso in cause in cui era in discussione la possibilità per un’impresa in posizione dominante di riservarsi un’attività in un mercato vicino.

217

Come spiega in sostanza l’avvocato generale Jacobs nelle sue conclusioni nella causa Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:264, paragrafi 56, 5762), la scelta del criterio di indispensabilità, nonché quello relativo al rischio di eliminare del tutto la concorrenza, corrisponde alla volontà, da un punto di vista giuridico, di tutelare il diritto di un’impresa di scegliere i suoi partner contrattuali e di disporre liberamente dei suoi beni, principi universalmente sanciti negli ordinamenti giuridici degli Stati membri, e che assumono talvolta natura costituzionale, e, dal punto di vista economico, di favorire la concorrenza a lungo termine, nell’interesse dei consumatori, consentendo a un’impresa di riservare per uso proprio le strutture che ha sviluppato. La finalità delle tre condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), e richiamate al precedente punto 213, è pertanto di garantire che l’obbligo, imposto a un’impresa che si trovi in una situazione di posizione dominante, di fornire un accesso alla sua infrastruttura non ostacoli, in definitiva, la concorrenza riducendo, per tale impresa, l’incentivo iniziale a costruire tale infrastruttura. Infatti, un’impresa in posizione dominante sarebbe meno incentivata ad investire in infrastrutture qualora ai suoi concorrenti fosse consentito, su richiesta, di condividerne i vantaggi (sentenza del 18 novembre 2020, Lietuvos geležinkeliai/Commissione, T‑814/17, con impugnazione pendente, EU:T:2020:545, punto 90).

218

È alla luce di queste considerazioni preliminari che occorre esaminare gli argomenti dedotti da Google secondo i quali la Commissione ha violato l’articolo 102 TFUE sanzionando le pratiche in questione senza dimostrare che le condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), e, in particolare, la condizione di indispensabilità, fossero soddisfatte.

219

In primo luogo, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, nel caso di specie sono in discussione le condizioni alle quali Google fornisce il suo servizio di ricerca generale attraverso l’accesso alle pagine dei risultati generali da parte dei comparatori di prodotti concorrenti, poiché tale accesso, come risulta dalla sezione 7.2.2 della decisione impugnata, è presentato come «significativo» per generare traffico sul sito Internet dei comparatori e quindi, alla fine, introiti e, come risulta dalla sezione 7.2.4.2, «non efficacemente sostituibile».

220

Pertanto, come risulta dal punto 662 della decisione impugnata, si contesta a Google di non consentire ai comparatori di prodotti concorrenti di beneficiare di un posizionamento e di una visualizzazione simili a quelli di cui beneficia il proprio comparatore e quindi di non garantire la parità di trattamento tra il proprio comparatore e i comparatori concorrenti.

221

A tal riguardo, la decisione impugnata afferma, al punto 699, che qualsiasi «misura» di esecuzione deve garantire che Google non tratti i servizi di comparazione dei prodotti concorrenti «in modo meno favorevole» del proprio servizio di comparazione dei prodotti nelle sue pagine dei risultati generali e, al punto 700, lettera c), che qualsiasi misura di esecuzione dovrebbe sottoporre il servizio di comparazione dei prodotti di Google agli «stessi processi e metodi» di posizionamento e di presentazione di quelli utilizzati per i servizi di comparazione dei prodotti concorrenti.

222

La decisione impugnata considera quindi la parità di accesso tra il comparatore di prodotti di Google e i comparatori di prodotti concorrenti alle pagine dei risultati generali di Google, indipendentemente dal tipo di risultati in questione (risultati generici, Product Universals o Shopping Units), e tende quindi a garantire l’accesso ai comparatori di prodotti concorrenti alle pagine dei risultati generali di Google con un posizionamento e una presentazione visibili quanto quelli del comparatore di prodotti di Google, anche se non esclude che, per dare esecuzione alle misure correttive richieste dalla Commissione, Google rinunci a visualizzare e a posizionare il proprio comparatore di prodotti in modo più favorevole dei comparatori di prodotti concorrenti nelle sue pagine dei risultati generali.

223

In secondo luogo, occorre constatare che, in presenza di tale problema di accesso, come risulta dai punti da 649 a 652 della decisione impugnata, la Commissione non ha fatto riferimento, almeno espressamente, alle condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569) per considerare l’abuso accertato. Al contrario, come risulta dai punti 334 e 649 della decisione impugnata, la Commissione si è basata sulla giurisprudenza applicabile agli abusi per effetto leva per considerare accertate le pratiche anticoncorrenziali in questione. A tal proposito, la Commissione ha ritenuto che Google facesse leva sulla sua posizione dominante nel mercato della ricerca generale per favorire il proprio comparatore di prodotti nel mercato dei servizi di comparazione dei prodotti, favoritismo che portava a un’esclusione potenziale o effettiva della concorrenza nel mercato a valle (punti 341 e 342 della decisione impugnata).

224

Orbene, occorre rilevare che la pagina dei risultati generale di Google presenta caratteristiche che la avvicinano a un servizio essenziale (v., in tal senso, sentenze del 15 settembre 1998, European Night Services e a./Commissione, T‑374/94, T‑375/94, T‑384/94 e T‑388/94, EU:T:1998:198, punti 208212 e giurisprudenza ivi citata, e del 9 settembre 2009, Clearstream/Commissione, T‑301/04, EU:T:2009:317, punto 147 e giurisprudenza ivi citata), nel senso che non esiste attualmente alcun sostituto reale o potenziale disponibile che consenta di sostituirla in modo economicamente sostenibile nel mercato (v., in tal senso, sentenza del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione, T‑201/04, EU:T:2007:289, punti 208, 388, 390, 421436).

225

Va osservato, a tal proposito, come risulta dai precedenti punti da 170 a 173, che nella sezione 7.2.4 della decisione impugnata la Commissione ha constatato che il traffico di ricerca generale proveniente dalle pagine dei risultati generali di Google rappresentava un’ampia percentuale del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti e che tale traffico non poteva essere efficacemente sostituito da altre fonti di traffico attualmente disponibili per i comparatori di prodotti, elementi presentati come aspetti essenziali nell’analisi del comportamento abusivo.

226

La Commissione ha quindi precisato, nella sezione 7.2.4.2 della decisione impugnata, che non esisteva attualmente un’alternativa valida per il traffico che rappresentava un’ampia percentuale dell’attività dei servizi di comparazione dei prodotti. Al punto 588 della decisione impugnata, la Commissione ha rilevato che «il traffico proveniente da altri motori di ricerca generali (come Bing o Yahoo) era insignificante e non in grado di crescere a causa delle barriere all’ingresso nei mercati nazionali dei servizi di ricerca generale». Ai punti da 285 a 305 della decisione impugnata, la Commissione ha descritto le barriere all’ingresso nei mercati della ricerca generale. Essa ha considerato che tali barriere provenivano da investimenti significativi nonché da effetti di scala e di rete. Ha spiegato come la storia dei mercati della ricerca generale corroborasse l’esistenza di tali barriere all’ingresso, con un solo ingresso significativo nel mercato dal 2009 (quello di Microsoft con Bing) e una posizione quasi monopolistica di Google (su scala pressoché mondiale). Al punto 544 della decisione impugnata, la Commissione ha anche dichiarato che un maggiore investimento negli annunci di testo per compensare la perdita di traffico dal motore di ricerca di Google non costituiva una soluzione «economicamente sostenibile», non più delle altre fonti di traffico come le applicazioni mobili o il traffico diretto (punti 568 e 580).

227

Così facendo, nel constatare che il traffico generato dalle pagine di ricerca generale di Google non era «efficacemente sostituibile» e che le altre fonti di traffico non erano «economicamente sostenibili», la Commissione ha ritenuto che il traffico di Google fosse indispensabile per i comparatori di prodotti concorrenti (v., in tal senso, e per analogia per quanto riguarda un sistema operativo per computer avente caratteristiche dello stesso tipo, sentenza del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione, T‑201/04, EU:T:2007:289, punti 208, 388, 390, 421436).

228

Infine, nella sezione 7.3 della decisione impugnata, la Commissione ha concluso che le pratiche in questione potevano portare alla potenziale eliminazione di qualsiasi concorrenza. La Commissione ha quindi dichiarato, al punto 594 della decisione impugnata, che tali pratiche «potevano portare i servizi di comparazione dei prodotti concorrenti a cessare la fornitura dei loro servizi».

229

In terzo luogo, occorre constatare che, sebbene le pratiche in questione, come sostiene Google, non siano estranee a un problema di accesso, esse sono tuttavia distinte nei loro elementi costitutivi dal rifiuto di fornitura in discussione nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), il che giustifica la decisione della Commissione di considerarle in base a criteri diversi da quelli specifici di tale sentenza.

230

Infatti, non ogni problema di accesso, totale o parziale, come quello del caso di specie, implica necessariamente l’applicazione delle condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), relative ai rifiuti di fornitura.

231

Ciò vale, in particolare, come afferma la Commissione al punto 649 della decisione impugnata (v. supra, punto 212), quando la pratica in questione consiste in un comportamento autonomo che si distingue, nei suoi elementi costitutivi, da un rifiuto di fornitura, anche se può avere gli stessi effetti di esclusione.

232

Infatti, un «rifiuto» di fornitura che giustifica l’applicazione delle condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), implica, da un lato, un carattere espresso, ossia l’esistenza di una «domanda» o in ogni caso della volontà di ottenere un accesso e di un «rifiuto» correlativo e, dall’altro, che il fatto generatore dell’effetto di esclusione dal mercato, ossia il comportamento censurato, consiste principalmente nel rifiuto in quanto tale e non in una pratica estrinseca come, in particolare, un’altra forma di abuso per effetto leva (v., in tal senso, sentenze del 6 marzo 1974, Istituto Chemioterapico Italiano e Commercial Solvents/Commissione, 6/73 e 7/73, EU:C:1974:18, punti 2425, del 3 ottobre 1985, CBEM,311/84, EU:C:1985:394, punti 2627, del 6 aprile 1995, RTE e ITP/Commissione, C‑241/91 P e C‑242/91 P, EU:C:1995:98, punti 9, 11, 5455, del 26 novembre 1998, Bronner, C‑7/97, EU:C:1998:569, punti 8, 1147, del 12 giugno 1997, Tiercé Ladbroke/Commissione, T‑504/93, EU:T:1997:84, punti 5, 7, 110, 131132, e del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione, T‑201/04, EU:T:2007:289, punti 27).

233

Per contro, la mancanza di tale rifiuto espresso di fornitura esclude che siano qualificate come rifiuto di fornitura e analizzate alla luce delle condizioni rigorose stabilite per siffatto rifiuto, pratiche che, per quanto possano alla fine tradursi in un rifiuto implicito di accesso, costituiscono, tenuto conto dei loro elementi costitutivi, che per loro stessa natura si discostano dalla concorrenza basata sui meriti, una violazione autonoma dell’articolo 102 TFUE.

234

Come ha affermato, del resto, l’avvocato generale Saugmandsgaard Øe nelle sue conclusioni nelle cause Deutsche Telekom/Commissione e Slovak Telekom/Commissione (C‑152/19 P e C‑165/19 P, EU:C:2020:678, paragrafi da 85 a 89), tutte, o almeno, la maggior parte delle pratiche che possono limitare o eliminare la concorrenza (in prosieguo: le «pratiche di esclusione») possono costituire rifiuti impliciti di fornitura, poiché tendono a rendere più difficile l’accesso a un mercato. Tuttavia, la sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569) non può essere applicata a tutte queste pratiche, salvo disattendere la lettera e lo spirito dell’articolo 102 TFUE, la cui portata non può essere limitata alle pratiche abusive vertenti su beni e servizi «indispensabili» ai sensi di tale sentenza.

235

Occorre del resto osservare che, in varie cause che hanno sollevato, al pari della causa in esame, questioni di accesso a un servizio, non è stato richiesto di dimostrare il requisito di indispensabilità. Così è stato, in particolare, nel caso delle pratiche di compressione dei margini (sentenze del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige, C‑52/09, EU:C:2011:83, punti da 55 a 58, e del 10 luglio 2014, Telefónica e Telefónica de España/Commissione, C‑295/12 P, EU:C:2014:2062, punto 75) e delle vendite collegate (sentenza del 17 settembre 2007, Microsoft contro Commissione, T‑201/04, EU:T:2007:289, punto 961)

236

A tal proposito, come ha dichiarato la Corte, non si può dedurre dai punti 48 e 49 della sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), che le condizioni necessarie per stabilire la sussistenza di un rifiuto abusivo di fornitura devono essere necessariamente applicate nel contesto della valutazione del carattere abusivo di un comportamento consistente nel sottoporre la fornitura di servizi o la vendita di prodotti a condizioni svantaggiose o alle quali l’acquirente potrebbe non essere interessato, poiché tali comportamenti possono costituire, di per sé, una forma autonoma di abuso diversa dal rifiuto di fornitura (sentenza del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige, C‑52/09, EU:C:2011:83, punti 5556; v. anche, in tal senso, sentenza del 10 luglio 2014, Telefónica e Telefónica de España/Commissione, C‑295/12 P, EU:C:2014:2062, punti 7596).

237

Occorre constatare, a tal proposito, come risulta dalla sezione 7.2.3 della decisione impugnata, che le pratiche in questione si basano, secondo la Commissione, su una discriminazione interna tra il servizio di comparazione dei prodotti proprio di Google e i servizi di comparazione dei prodotti concorrenti, attraverso un effetto leva a partire da un mercato dominato, caratterizzato da rigide barriere all’ingresso, ossia il mercato dei servizi di ricerca generale.

238

Pertanto, come risulta dal punto 344 della decisione impugnata e dal suo articolo 1, non è in discussione, nel caso di specie, un semplice rifiuto unilaterale, da parte di Google, di fornire alle imprese concorrenti un servizio necessario per competere in un mercato vicino, che sarebbe contrario all’articolo 102 TFUE e che legittimerebbe pertanto l’applicazione della teoria dei «servizi essenziali» (v., in tal senso, sentenza del 22 marzo 2011, Altstoff Recycling Austria/Commissione, T‑419/03, EU:T:2011:102, punto 109), bensì una differenza di trattamento contraria alle disposizioni di tale articolo.

239

Orbene, gli avvocati generali della Corte hanno costantemente distinto le cause aventi ad oggetto una differenza di trattamento dalle cause aventi ad oggetto un rifiuto di accesso, escludendovi l’applicazione delle condizioni risultanti dalla sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569). Siffatta esclusione è stata menzionata dall’avvocato generale Jacobs, nelle sue conclusioni nella causa Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:264, paragrafo 54), dall’avvocato generale Mazák, che ha espressamente escluso l’applicazione del requisito di indispensabilità nei casi in cui «l’impresa in posizione dominante può discriminare tra i concorrenti e tra le proprie operazioni sul mercato a valle ai sensi dell’articolo 102, lettera c), TFUE» (conclusioni dell’avvocato generale Mazák nella causa TeliaSonera Sverige, C‑52/09, EU:C:2010:483, paragrafo 32), ed è confermata dal Tribunale nella sentenza del 7 ottobre 1999, Irish Sugar/Commissione (T‑228/97, EU:T:1999:246, punti 166167).

240

Si deve quindi concludere che la Commissione non era tenuta a dimostrare che le condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), erano soddisfatte, per giungere alla constatazione di un’infrazione sulla base delle pratiche accertate, in quanto, come afferma la Commissione al punto 649 della decisione impugnata, le pratiche in questione costituiscono una forma autonoma di abuso per effetto leva che implicano, come afferma altresì la Commissione al punto 650 di tale decisione, un carattere «attivo» che si traduce in atti positivi di discriminazione nel trattamento dei risultati del comparatore di Google, che sono promossi nelle sue pagine dei risultati generali, e dei risultati dei comparatori di prodotti concorrenti, che sono invece soggetti a retrocessione. Esse si distinguono quindi dal comportamento oggetto della sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), che consisteva in un semplice rifiuto di accesso, come ha del resto sottolineato la Corte nella sentenza del 25 marzo 2021, Deutsche Telekom/Commissione (C‑152/19 P, EU:C:2021:238, punto 45), pronunciata dopo l’udienza nella presente causa.

241

È irrilevante, a tal riguardo, contrariamente a quanto affermato da Google (v. supra, punto 204), il fatto che, nella sentenza del 3 ottobre 1985, CBEM (311/84, EU:C:1985:394), la Corte abbia applicato le condizioni relative ai servizi essenziali a una pratica di esclusione dal mercato «attiva» come quella di cui trattasi. Infatti, in tale sentenza, la Corte era chiamata a pronunciarsi, attraverso una questione pregiudiziale, su un «rifiuto di fornitura» e si è quindi limitata a prendere posizione sulle condizioni applicabili a tale pratica come definita dalla questione pregiudiziale (sentenza del 3 ottobre 1985, CBEM, 311/84, EU:C:1985:394, punti 1926). Non se ne può dedurre che il criterio in materia di rifiuto di fornitura e il conseguente requisito di indispensabilità si applichino a tutte le pratiche di esclusione dal mercato di cui all’articolo 102 TFUE, compresa la pratica di favoritismo oggetto del caso di specie, il che sarebbe del resto contrario all’interpretazione adottata dalla Corte nella sentenza del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige (C‑52/09, EU:C:2011:83, punti 5556).

242

Inoltre, Google sostiene che, se, come dichiara la Commissione al punto 651 della decisione impugnata, il Tribunale ha già escluso l’applicazione delle condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), in particolare, per il fatto che non era necessario che l’impresa in questione cedesse un bene né che concludesse contratti con persone che non aveva scelto applicando la decisione controversa (v., in tal senso, sentenza del 23 ottobre 2003, Van den Bergh Foods/Commissione, T‑65/98, EU:T:2003:281, punto 161), il proprietario di un bene indispensabile può sempre porre fine al rifiuto di fornitura eliminando il bene in questione, cosicché tale criterio non opera, tanto più che, nel caso di specie, la decisione impugnata gli imporrebbe, in sostanza, di trasferire un bene di valore, ossia lo spazio assegnato ai risultati di ricerca. Ne conseguirebbe che la Commissione si sarebbe erroneamente basata sulla sentenza del 23 ottobre 2003, Van den Bergh Foods/Commissione (T‑65/98, EU:T:2003:281), per escludere l’applicabilità delle condizioni stabilite nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569).

243

È vero che, come risulta dai precedenti punti da 219 a 222, nella causa in esame sono in discussione, sia pure indirettamente, le condizioni alle quali Google fornisce il suo servizio di ricerca generale attraverso l’accesso alle pagine dei risultati generali da parte dei comparatori di prodotti.

244

Tuttavia, l’obbligo per l’impresa che sfrutta in modo abusivo una posizione dominante di cedere beni, stipulare contratti o fornire l’accesso al suo servizio a condizioni non discriminatorie non implica necessariamente l’applicazione dei criteri fissati nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569). Infatti, non può esistere un’automaticità tra i criteri di qualificazione giuridica dell’abuso e le misure correttive che consentono di porvi rimedio. Pertanto, se, in una situazione come quella in discussione nella causa che ha dato luogo alla sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), l’impresa che deteneva il sistema di recapito a domicilio dei giornali avesse non solo rifiutato di fornire l’accesso alla sua infrastruttura, ma avesse anche attuato pratiche attive di esclusione che ostacolavano lo sviluppo di un sistema concorrente di recapito a domicilio o che impedivano l’uso di mezzi alternativi di distribuzione, i criteri per individuare l’abuso sarebbero stati diversi. Orbene, in tal caso, sarebbe stato eventualmente possibile, per l’impresa sanzionata, porre fine all’abuso fornendo l’accesso al proprio sistema di recapito a domicilio a condizioni ragionevoli e non discriminatorie. Tuttavia, ciò non avrebbe significato che l’abuso individuato fosse solo un rifiuto di accesso al suo sistema di recapito a domicilio.

245

In altri termini, solo perché uno dei modi per porre fine al comportamento abusivo consiste nel permettere ai concorrenti di apparire nelle «boxes» visualizzate in cima alla pagina dei risultati di Google, ciò non significa che le pratiche abusive debbano essere limitate alla visualizzazione di dette «boxes» e che le condizioni per individuare l’abuso debbano essere definite solo in relazione a tale aspetto. Nel caso di specie, come risulta in particolare dal punto 344 della decisione impugnata, le pratiche in questione comprendono anche il fatto di relegare i comparatori di prodotti concorrenti nelle pagine dei risultati generali di Google mediante algoritmi di aggiustamento, il che, unito alla promozione da parte di Google dei propri risultati, è un elemento costitutivo di tali pratiche, il quale, del resto, secondo la Commissione, svolge un ruolo importante nell’effetto di esclusione dal mercato constatato e non è direttamente collegato all’accesso alle «boxes» di Google nella sua pagina dei risultati generale.

246

Inoltre, l’applicabilità dei criteri della sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569), non può dipendere dalle misure disposte dalla Commissione per porre fine all’infrazione. Infatti, l’accertamento dell’infrazione precede, per sua natura, la determinazione delle misure idonee a porvi fine. In tali circostanze, l’esistenza dell’infrazione e l’applicabilità delle condizioni fissate nella sentenza del 26 novembre 1998, Bronner (C‑7/97, EU:C:1998:569) non possono dipendere dalle misure che l’impresa deve successivamente adottare per porvi fine.

247

Ne consegue che il criterio basato sulla necessità di cedere beni o di stipulare contratti per porre fine all’infrazione è inoperante nell’ambito delle infrazioni attive che, come nel caso di specie, si distinguono da un semplice rifiuto di fornitura.

248

Infine, è infondata l’affermazione di Google secondo cui il Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia) avrebbe costantemente respinto le denunce secondo le quali una società dominante commetterebbe un abuso concedendosi un trattamento più favorevole di quello dei suoi concorrenti, sulla base del fatto che le imprese non sono tenute a sovvenzionare i loro concorrenti. Infatti, come affermato dalla la Repubblica federale di Germania nella sua memoria di intervento, tale riferimento a una «sovvenzione» della concorrenza da parte di un’impresa dominante è stato utilizzato solo in un contesto molto specifico, quello dei flussi finanziari infragruppo caratterizzati dalla fissazione di prezzi d’acquisto particolarmente vantaggiosi da parte di una società madre a una controllata. In ogni caso, anche se la nozione di favoritismo non fosse stata riconosciuta dai giudici tedeschi, ciò non escluderebbe la sua pertinenza come base per la constatazione, da parte della Commissione, di una violazione dell’articolo 102 TFUE. Infatti, i giudici dell’Unione non possono essere vincolati dalla giurisprudenza dei giudici nazionali, sia pure di corti supreme o costituzionali (v., in tal senso, sentenza del 10 aprile 2014, Acino/Commissione, C‑269/13 P, EU:C:2014:255, punto 114), anche se nulla impedisce loro di trarne ispirazione e di tenerne conto come elemento di analisi. Per contro, spetta ai giudici e alle autorità nazionali applicare l’articolo 102 TFUE in modo uniforme e in conformità alla giurisprudenza dei giudici dell’Unione, poiché divergenze tra i giudici e le autorità degli Stati membri in merito alla sua applicazione potrebbero compromettere l’unità dell’ordinamento giuridico dell’Unione e violare la certezza del diritto.

249

In tali circostanze, occorre respingere la seconda parte del quinto motivo e il motivo nel suo insieme.

c)   Sulla prima parte del primo motivo, secondo la quale i fatti sarebbero stati presentati in modo errato in quanto Google avrebbe introdotto i gruppi di risultati dei prodotti al fine di migliorare la qualità del suo servizio e non per indirizzare il traffico verso il proprio servizio di comparazione dei prodotti

1) Argomenti delle parti

250

Google afferma, in sostanza, che la Commissione ha presentato i fatti in modo errato. Infatti, da un lato, Google avrebbe introdotto i gruppi di risultati dei prodotti al fine di migliorare la qualità del suo servizio di ricerca generale e non per indirizzare il traffico verso il proprio servizio di comparazione dei prodotti. Google spiega quindi che non perseguiva alcun obiettivo anticoncorrenziale nell’introdurre i risultati dei prodotti, contrariamente a quanto risulta dalla presentazione dei fatti effettuata al punto 386 della decisione impugnata.

251

D’altro lato, Google sostiene che i Product Universals non hanno danneggiato gli utenti, ma hanno migliorato la qualità e la pertinenza dei suoi risultati, contrariamente a quanto risulterebbe, in particolare, dal punto 598 della decisione impugnata, secondo cui Google non avrebbe sempre mostrato agli utenti i risultati più pertinenti. In sintesi, la decisione impugnata ignorerebbe gli elementi che dimostrano lo scopo favorevole alla concorrenza perseguito da Google nello sviluppo dei gruppi di risultati dei prodotti, nelle soluzioni tecniche che hanno migliorato la qualità del suo servizio di ricerca generale nonché nella concreta evoluzione del traffico. I fatti dimostrerebbero che Google perseguiva uno scopo favorevole alla concorrenza nel visualizzare i Product Universals, che avrebbero migliorato la qualità del servizio di ricerca generale a vantaggio degli utenti. Google avrebbe migliorato le sue tecnologie per essere più competitiva in relazione ai parametri sui quali competevano i motori di ricerca generale. Il fatto che Google si sia concentrata sulla pertinenza sarebbe corroborato dalla prudente attivazione dei Product Universals, dalle prove documentali e dai dati del traffico.

252

La Commissione sostiene in particolare che, nella decisione impugnata, non contesta lo scopo favorevole alla concorrenza dello sviluppo dei Product Universals in quanto tali. La Commissione ricorda che essa contesta a Google di aver visualizzato in modo attraente i Product Universals, mentre, contemporaneamente, i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti potevano apparire solo attraverso i risultati generici, senza alcuna funzione di visualizzazione arricchita, e gli algoritmi potevano declassarli all’interno di tali risultati (punti 344 e 512 della decisione impugnata).

253

Il BEUC sottolinea che la vera motivazione di Google è stata quella di proteggere e di massimizzare i suoi introiti riservandosi sistematicamente la parte più redditizia dello schermo per i propri risultati, presentati con caratteristiche grafiche attraenti anche se tali risultati non erano necessariamente i più pertinenti per una determinata richiesta. Kelkoo sostiene, dal canto suo, che Google ha adottato un comportamento anticoncorrenziale per escludere i suoi concorrenti e per promuovere il proprio comparatore di prodotti. Google avrebbe così posto in essere deliberatamente una strategia di esclusione volta, da un lato, a relegare i suoi concorrenti attraverso i suoi algoritmi di aggiustamento e, dall’altro, a favorire il proprio comparatore di prodotti grazie a una presentazione e un posizionamento preferenziali. Infine, la Visual Meta afferma che la ragione, asseritamente favorevole alla concorrenza, alla base dell’introduzione, da parte di Google, dei Product Universals è, secondo la giurisprudenza, irrilevante e, in ogni caso, non potendo giovare a tutti i comparatori di prodotti concorrenti, il presunto miglioramento operato da Google con i Product Universals non ha potuto migliorare la pertinenza dei suoi risultati considerati nel loro complesso.

2) Giudizio del Tribunale

254

Occorre osservare che, quando la Commissione esamina il comportamento di un’impresa in posizione dominante – esame indispensabile per concludere se vi sia un abuso di tale posizione – essa deve necessariamente valutare la strategia commerciale di detta impresa. In tale contesto appare normale che la Commissione valuti fattori di natura soggettiva, ossia i motivi sottesi alla strategia commerciale in questione (sentenza del 19 aprile 2012, Tomra Systems e a./Commissione, C‑549/10 P, EU:C:2012:221, punto 19).

255

Tuttavia, l’esistenza di un eventuale intento anticoncorrenziale costituisce solo una delle numerose circostanze di fatto che possono essere prese in considerazione per accertare un abuso di posizione dominante (sentenza del 19 aprile 2012, Tomra Systems e a./Commissione, C‑549/10 P, EU:C:2012:221, punto 20).

256

La Commissione non è tenuta in alcun modo a dimostrare l’esistenza di tale intento da parte dell’impresa in posizione dominante ai fini dell’applicazione dell’articolo 102 TFUE, anche se la prova di tale intento, pur non essendo sufficiente di per sé, costituisce una circostanza di fatto che può essere presa in considerazione ai fini della determinazione di un abuso di posizione dominante [v. sentenza del 30 gennaio 2020, Generics (UK) e a., C‑307/18, EU:C:2020:52, punto 162 e giurisprudenza ivi citata].

257

Inoltre, l’esistenza della volontà di esercitare una concorrenza basata sui meriti, quand’anche accertata, non può dimostrare la mancanza di un abuso (sentenza del 19 aprile 2012, Tomra Systems e a./Commissione, C‑549/10 P, EU:C:2012:221, punto 22).

258

Nel caso di specie, Google sostiene di non aver inteso in alcun modo deviare dalla concorrenza basata sui meriti e afferma, in sostanza, che la Commissione travisa i fatti suggerendo, nella decisione impugnata, la presenza di tale intento anticoncorrenziale alla base delle pratiche in questione.

259

Tuttavia, dai punti della decisione impugnata citati da Google (in particolare i punti 386, da 490 a 492 e 598 della decisione impugnata) non risulta che la Commissione abbia preso in considerazione, almeno in quanto tale, ai fini della definizione dell’esistenza dell’abuso in questione, un eventuale «obiettivo anticoncorrenziale» di Google alla base dello «sviluppo» delle tecnologie che hanno portato all’introduzione dei Product Universals.

260

Al contrario, come risulta dal testo della sezione 7.2.1 della decisione impugnata, la Commissione ha ritenuto che il comportamento abusivo fosse costituito da elementi oggettivi, vale a dire «il posizionamento e la presentazione più favorevoli, nei risultati della ricerca generale di Google, del comparatore di prodotti di Google rispetto ai comparatori concorrenti», comportamento che, secondo la sezione 7.2.3 della decisione impugnata, con il sistema degli algoritmi di aggiustamento della ricerca generale applicati ai comparatori di prodotti concorrenti, avrebbe «ridotto il traffico dei risultati delle ricerche generali di Google verso i comparatori di prodotti concorrenti e aumentato [detto] traffico verso il proprio comparatore di prodotti di Google». Tale constatazione è stata effettuata mentre il traffico era, secondo la sezione 7.2.2 della decisione impugnata, «significativo» per i servizi di comparazione dei prodotti concorrenti e, secondo la sezione 7.2.4 della decisione impugnata, il traffico deviato, che rappresentava una parte significativa del traffico dei servizi di comparazione dei prodotti concorrenti, non poteva essere efficacemente sostituito da altre fonti.

261

Pertanto, come ha ripetuto più volte nelle sue memorie, la Commissione ha ritenuto che il comportamento contestato a Google consistesse, in particolare, nella combinazione di due pratiche oggettive, vale a dire, da un lato, il posizionamento e la presentazione più favorevoli dei propri risultati specializzati nelle sue pagine dei risultati generali rispetto a quelli dei risultati dei comparatori concorrenti e, dall’altro, la concomitante retrocessione, mediante algoritmi di aggiustamento, dei risultati dei comparatori concorrenti. La Commissione, per dimostrare l’infrazione, ha quindi accuratamente confrontato, in una prima fase, il modo in cui erano posizionati e presentati i risultati dei comparatori concorrenti (sezione 7.2.1.1 della decisione impugnata) e, in una seconda fase, il modo in cui erano posizionati e presentati i risultati del comparatore di Google (sezione 7.2.1.2 della decisione impugnata), prima di esaminare, in una terza fase, le circostanze particolari in cui si erano inserite le pratiche in questione, vale a dire l’entità del traffico e la sua effettiva insostituibilità, nonché il comportamento degli utenti di Internet.

262

Così facendo, la Commissione si è limitata a confrontare il modo in cui Google posizionava e presentava i risultati dei comparatori concorrenti rispetto ai risultati del proprio comparatore e ha descritto il contesto economico in cui veniva esercitata la concorrenza tra i servizi di comparazione dei prodotti. La Commissione, nell’accertare l’infrazione, non ha quindi preso in considerazione né una strategia né obiettivi anticoncorrenziali che Google avrebbe perseguito, come essa ha espressamente confermato in udienza in risposta a un quesito scritto del Tribunale.

263

È vero che, come risulta dalla risposta del Tribunale alla prima parte del quinto motivo (v. supra, punto 175), la Commissione ha constato che le pratiche di cui trattasi si discostavano dalla concorrenza basata sui meriti. Tuttavia, tale constatazione non può essere inficiata dal presunto intento di Google di esercitare una concorrenza basata sui meriti migliorando la qualità del suo servizio di ricerca generale e la pertinenza dei suoi risultati specializzati, poiché, come risulta dalla giurisprudenza citata al precedente punto 257, il semplice intento di esercitare una concorrenza basata sui meriti, quand’anche accertata, non può dimostrare la mancanza di un abuso.

264

Infatti, occorre ricordare che lo sfruttamento abusivo di una posizione dominante vietato dall’articolo 102 TFUE è una nozione oggettiva (sentenza del 13 febbraio 1979, Hoffmann‑La Roche/Commissione, 85/76, EU:C:1979:36, punto 91). Occorre rilevare, inoltre, che, contrariamente all’articolo 101, paragrafo 1, TFUE, l’articolo 102 TFUE non contiene alcun riferimento allo scopo della pratica (sentenza del 30 settembre 2003, Michelin/Commissione, T‑203/01, EU:T:2003:250, punto 237), anche se rinvia, sia pure indirettamente, a un obiettivo anticoncorrenziale.

265

Pertanto, sebbene la Commissione abbia potuto commentare la strategia commerciale perseguita da Google nel contesto del lancio dei Product Universals e menzionare, a tal proposito, fattori di natura soggettiva, come la preoccupazione di correggere le scarse prestazioni di Froogle, gli argomenti relativi a un travisamento degli elementi di fatto riguardanti le ragioni dell’introduzione dei Product Universals da parte di Google, poiché fanno riferimento a motivazioni che non sono utilizzate dalla Commissione come elementi costitutivi dell’infrazione (questi ultimi elementi sono sintetizzati al precedente punto 260), devono essere respinti in quanto inoperanti nell’ambito dell’analisi dell’accertamento dell’infrazione (v., in tal senso, sentenza del 12 dicembre 2018, Servier e a./Commissione, T‑691/14, con impugnazione pendente, EU:T:2018:922, punto 188 e giurisprudenza ivi citata).

266

Inoltre, nei limiti in cui Google sostiene che i Product Universals non hanno danneggiato gli utenti, ma hanno migliorato la qualità e la pertinenza dei suoi risultati, occorre constatare che tali eventuali aumenti di efficienza generati dalle pratiche in questione devono essere presi in considerazione come eventuali giustificazioni oggettive, cosicché non possono suffragare la prima parte del primo motivo, che verte, in sostanza, su un travisamento dei fatti da parte della Commissione. Tali argomenti sul miglioramento della qualità e della pertinenza dei risultati saranno dunque esaminati in tale fase successiva dell’analisi, nella sezione B, punto 4.

267

In tali circostanze, occorre respingere la prima parte del primo motivo di ricorso e il quinto motivo nel suo insieme in quanto infondati.

2.   Sugli elementi del primo e del secondo motivo, vertenti sul carattere non discriminatorio delle pratiche in questione

a)   Sugli elementi del primo motivo, vertenti sul fatto che la Commissione avrebbe concluso erroneamente che Google aveva favorito il proprio servizio di comparazione dei prodotti mediante la visualizzazione dei Product Universals

268

A sostegno del suo primo motivo, Google elabora tre parti. Come è stato affermato in precedenza, Google sostiene, nella prima parte, che i fatti sono presentati in modo errato nella decisione impugnata in quanto essa ha introdotto i gruppi di risultati dei prodotti al fine di migliorare la qualità del suo servizio e non per indirizzare il traffico verso il proprio servizio di comparazione dei prodotti. Google sostiene, nella seconda parte, che la Commissione ha concluso erroneamente che il diverso trattamento dei Product Universals e dei risultati generici aveva dato luogo a un atto di favoritismo, mentre non vi era alcuna discriminazione. Orbene, in mancanza di discriminazione, non ci può essere abuso. Google sostiene, nella terza parte, che la Commissione ha violato le norme giuridiche applicabili alla valutazione delle giustificazioni oggettive che permettono in taluni casi di giustificare comportamenti a priori anticoncorrenziali, per quanto riguarda la visualizzazione dei Product Universals. La Commissione non avrebbe esaminato se gli elementi presentati da Google sui benefici per gli utenti dei Product Universals compensassero gli effetti restrittivi asseriti.

269

Il Tribunale ritiene opportuno trattare la terza parte del primo motivo, relativa alle giustificazioni oggettive, nell’ambito di una trattazione autonoma, dopo l’esame del terzo e del quarto motivo sugli effetti anticoncorrenziali, conformemente a quanto è stato annunciato al precedente punto 126.

270

Si ricorda, inoltre, che la prima parte del primo motivo, secondo cui Google avrebbe introdotto i gruppi di risultati dei prodotti al fine di migliorare la qualità del suo servizio e non per indirizzare il traffico verso il proprio servizio di comparazione dei prodotti, come affermerebbe la Commissione, è stata trattata ai precedenti punti da 250 a 267. Pertanto, nella presente parte sarà esaminata solo la seconda parte del presente motivo.

1) Argomenti delle parti

271

Google sostiene che la decisione impugnata è errata in diritto in quanto si conclude che essa ha favorito i Product Universals, poiché la Commissione non avrebbe esaminato le condizioni necessarie per dimostrare una discriminazione.

272

In una prima fase, Google dichiara che i suoi meccanismi per generare i risultati dei prodotti e i risultati generici trattavano in modo diverso situazioni diverse, e ciò per motivi legittimi. Google non contesta il fatto di aver applicato meccanismi diversi per generare i risultati dei prodotti e i risultati generici. Infatti, da un lato, per i risultati generici, Google si basava sui dati ottenuti attraverso il processo denominato «crawling» e sui segnali di pertinenza generici derivati da tali dati. D’altro lato, per i risultati dei prodotti, Google si basava su flussi di dati forniti direttamente dai commercianti e su segnali di pertinenza specifici dei prodotti. Orbene, applicando tecnologie diverse ai risultati generici e ai risultati dei prodotti, Google non avrebbe trattato diversamente situazioni simili. Essa avrebbe trattato situazioni diverse in modo diverso per una ragione legittima, ossia per migliorare la qualità dei suoi risultati.

273

In una seconda fase, Google afferma che, per classificare tali risultati nelle sue pagine di ricerca generali, applicava poi lo stesso standard di pertinenza ai risultati specializzati e ai risultati generici, e lo faceva in modo coerente. A tal proposito, Google sostiene che è errata anche l’affermazione contenuta nella decisione impugnata, secondo cui i Product Universals hanno beneficiato di un posizionamento e di una presentazione favorevoli rispetto ai risultati generici, poiché le differenze di trattamento non avrebbero concesso ai Product Universals un posizionamento immeritato nelle pagine dei risultati generali di Google. Essa sottolinea che la decisione impugnata non tiene conto del funzionamento della Universal Search, che avrebbe creato un sistema coerente di classificazione per tutte le categorie di risultati di Google. Pertanto, i Product Universals avrebbero dovuto «guadagnarsi» il loro posizionamento in una pagina dei risultati sulla base dello stesso standard di pertinenza che Google applicava ai risultati generici. Google afferma, a tal proposito, che, grazie alla Universal Search e alle sue componenti, essa confrontava direttamente la pertinenza dei risultati dei prodotti con i risultati generici, e sulla base dello stesso standard di pertinenza. Pertanto, quando un Product Universal veniva visualizzato in una buona posizione nella pagina di ricerca generale, ciò sarebbe stato il risultato del fatto che era più pertinente dei risultati generici classificati al di sotto di essa e non di un trattamento favorevole.

274

Orbene, la risposta fornita nella decisione impugnata a tali argomenti sarebbe errata. In primo luogo, la Commissione affermerebbe erroneamente, al punto 440 della decisione impugnata, che è irrilevante la questione se Google applicasse lo stesso standard di pertinenza ai Product Universals e ai risultati generici. Infatti, Google avrebbe visualizzato i Product Universals solo quando erano più pertinenti dei risultati generici classificati al di sotto di essi e non avrebbero potuto essere favoriti. Il posizionamento ottenuto nella pagina dei risultati generale sarebbe stato meritato. Classificare i risultati in base alla loro pertinenza sarebbe l’opposto del favoritismo.

275

In secondo luogo, la Commissione affermerebbe erroneamente, al punto 441 della decisione impugnata, che Google non ha dimostrato di applicare gli stessi standard di pertinenza ai Product Universals e ai risultati generici. Tale ragionamento tenterebbe di invertire l’onere della prova. Spetterebbe alla Commissione dimostrare che Google non ha applicato standard di pertinenza coerenti nella visualizzazione dei Product Universals. Altrimenti, non potrebbe dimostrare l’esistenza di un favoritismo.

276

In terzo luogo, in ogni caso, Google avrebbe dimostrato di applicare standard di pertinenza coerenti ai Product Universals. A tal proposito, al punto 442 della decisione impugnata, la Commissione affermerebbe erroneamente che Google si basa unicamente su due relazioni di valutazione comparativa per fornire tale dimostrazione. Google avrebbe fornito alla Commissione numerosi documenti sul funzionamento del suo sistema di classificazione e sugli standard di pertinenza applicati. Le censure mosse dalla Commissione nella decisione impugnata riguardo a queste due relazioni sarebbero infondate. La Commissione affermerebbe altrettanto erroneamente, al punto 390 della decisione impugnata, che, tra il 2009 e il settembre 2010, Google avrebbe seguito una regola interna che consentiva di garantire che i Product Universals «fossero sempre collocati in cima» ogni volta che il risultato di un comparatore di prodotti concorrente era classificato nei primi tre risultati generici. Si tratterebbe di una proposta che non sarebbe mai stata attuata. L’affermazione della Commissione sarebbe contraddetta dai dati sul posizionamento dei Product Universals quando un comparatore di prodotti appariva fra i primi tre risultati tra il dicembre 2009 e il settembre 2010, periodo durante il quale, secondo la Commissione, era in vigore la regola interna di cui trattasi.

277

La Commissione contesta tali argomenti. Kelkoo sostiene in particolare che gli algoritmi di aggiustamento non si applicavano al comparatore di prodotti di Google e i comparatori di prodotti concorrenti non disponevano dei formati di presentazione applicabili a detto comparatore. Il BEUC sostiene che i risultati di ricerca dei prodotti di Google non erano determinati unicamente dalla loro pertinenza per il consumatore, in quanto vi erano considerazioni commerciali alla base del loro trattamento. Ciò sarebbe contrario al legittimo affidamento, da parte dei consumatori, sulla neutralità di Google nel trattamento dei risultati. Quest’ultima manipolerebbe i risultati delle ricerche rendendo invisibili i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti.

2) Giudizio del Tribunale

278

In sostanza, Google contesta il fatto che le pratiche in questione abbiano potuto portare a una discriminazione in quanto, da un lato, applicava meccanismi diversi, ossia i meccanismi delle ricerche generiche attraverso il processo denominato «crawling» e meccanismi di ricerca specializzata attraverso il trattamento di flussi inviati dai rivenditori affiliati, a situazioni diverse, vale a dire risultati generici e risultati specializzati, e, dall’altro, applicava a tutti i risultati gli stessi criteri di pertinenza, grazie alla sua tecnologia Universal Search e al suo algoritmo Superroot. Pertanto, secondo Google, non poteva esservi discriminazione in quanto essa visualizzava i Product Universals solo quando questi ultimi erano più pertinenti, tenuto conto di tali tecnologie, dei risultati generici, cosicché i Product Universals avrebbero guadagnato il loro posizionamento in base ai propri meriti.

279

In via preliminare, per verificare se la Commissione abbia potuto concludere correttamente per l’esistenza di una discriminazione, occorre esaminare la differenza di trattamento che essa ha ritenuto contraria all’articolo 102 TFUE, in particolare per quanto riguarda il posizionamento e la presentazione dei Product Universals.

280

A tal riguardo, occorre constatare che la Commissione ha concluso, nella sezione 7.2.1 della decisione impugnata, che il comportamento abusivo consisteva nel «posizionamento» e nella «presentazione» più favorevoli dei risultati del proprio servizio di comparazione dei prodotti (compresi i Product Universals), nelle sue pagine dei risultati generali, rispetto a quelli dei risultati dei comparatori di prodotti concorrenti. Come risulta da detta sezione, dal punto 344 della decisione impugnata e dall’articolo 1 del suo dispositivo, la Commissione contesta quindi a Google di posizionare e di presentare, nelle sue pagine dei risultati generali, il proprio comparatore di prodotti «in modo più favorevole» dei comparatori di prodotti concorrenti.

281

Per giungere a tale conclusione, la Commissione ha confrontato il modo in cui i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti erano «posizionati» e «presentati» nelle pagine dei risultati generali di Google (sezione 7.2.1.1) e il modo in cui i risultati del comparatore di prodotti di Google, nel caso di specie, i Product Universals, erano «posizionati» e «presentati» in tali pagine (sezione 7.2.1.2).

282

La Commissione ha concluso che, mentre i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti potevano apparire solo sotto forma risultati generici, ossia sotto forma di semplici link blu senza immagini o informazioni aggiuntive sui prodotti e i loro prezzi (punto 371 della decisione impugnata), ed erano soggetti, a differenza dei risultati del comparatore di prodotti di Google, alla possibilità che la loro classificazione nelle pagine dei risultati generali di Google fosse retrocessa in fondo alla prima pagina o nelle pagine successive da parte di taluni algoritmi di aggiustamento (punti da 352 a 355), come era avvenuto del resto dopo l’introduzione dell’algoritmo Panda (punto 361), i risultati specializzati del comparatore di prodotti di Google e, per il periodo in questione, i Product Universals, erano posizionati, a loro volta, in modo prominente nei risultati della ricerca generale di Google (punti 379 e 385), presentati in un formato ricco con immagini e informazioni sui prodotti (punto 397), e non potevano essere oggetto di retrocessione dagli algoritmi di aggiustamento (punto 512).

283

La Commissione ha quindi constatato che tale trattamento differenziato dei risultati dei comparatori concorrenti rispetto ai risultati del comparatore di prodotti di Google (i Product Universals) favoriva quest’ultimo comparatore di prodotti rispetto ai servizi di comparazione dei prodotti concorrenti, tenuto conto, in particolare, dell’entità del traffico generato dal motore di ricerca generale di Google per i comparatori di prodotti concorrenti (sezione7.2.2. della decisione impugnata), del comportamento degli utenti di Internet la cui attenzione tendeva a concentrarsi sui risultati più visibili nella pagina dei risultati di ricerca generale, vale a dire i risultati meglio posizionati (sezione 7.2.3.1 della decisione impugnata), nonché del carattere «non efficacemente sostituibile» del traffico deviato dalle pratiche da parte di altre fonti (sezione 7.2.4 della decisione impugnata).

284

In primo luogo, ne consegue che il trattamento differenziato contestato dalla Commissione non consiste, come suggerisce Google, nell’applicazione di meccanismi diversi di selezione dei risultati di ricerca per trattare i risultati di ricerca del comparatore di prodotti di Google e i risultati di ricerca dei comparatori di prodotti concorrenti, ossia meccanismi di selezione dei risultati generici per i comparatori concorrenti e meccanismi di selezione dei risultati di ricerca specializzata per il proprio comparatore, ma un trattamento privilegiato in termini di posizionamento e di presentazione dei propri risultati specializzati rispetto ai risultati dei comparatori di prodotti concorrenti che appaiono nei risultati generici.

285

Pertanto, anche se Google afferma che il trattamento differenziato tra i suoi risultati di ricerca viene realizzato in base alla natura dei risultati prodotti dal suo motore di ricerca generale, ossia a seconda che si tratti di risultati specializzati o di risultati generici, tale trattamento differenziato viene realizzato, in realtà, in base all’origine dei risultati, ossia a seconda che provengano da comparatori concorrenti o dal proprio comparatore. In realtà, Google favorisce quest’ultimo rispetto ai primi e non un tipo di risultato rispetto a un altro.

286

Infatti, solo i risultati di ricerca specializzati di Google, ossia i Product Universals, possono apparire nelle «boxes» nella pagina di ricerca generale di Google, con una presentazione arricchita, e sottrarsi alle retrocessioni effettuate dagli algoritmi di aggiustamento.

287

Viceversa, i risultati dei comparatori concorrenti, quand’anche siano particolarmente pertinenti per gli utenti di Internet, non possono mai beneficiare di un trattamento analogo a quello dei risultati del comparatore di Google, che si tratti del livello del loro posizionamento, in quanto, per le loro stesse caratteristiche, tendono ad essere retrocessi dagli algoritmi di aggiustamento e in quanto le «boxes» sono riservate ai risultati del comparatore di Google, oppure della loro presentazione, dato che i caratteri arricchiti e le immagini sono anch’essi riservati al comparatore di Google. Pertanto, anche qualora, nonostante l’effetto degli algoritmi di retrocessione, i risultati dei comparatori concorrenti appaiano, per la loro pertinenza, nella prima pagina dei risultati generale di Google, non possono mai comparire in modo così visibile e attraente come i risultati visualizzati nei Product Universals.

288

Orbene, tale differenza di trattamento, lungi dall’essere il risultato di una differenza oggettiva tra due tipi di risultati su Internet, deriva da una scelta di Google di trattare i risultati dei comparatori concorrenti in modo meno favorevole di quelli del proprio comparatore, applicando loro una presentazione e un posizionamento meno visibili.

289

In secondo luogo, dalla descrizione delle pratiche constatate dalla Commissione ai precedenti punti da 280 a 283, risulta che si deve respingere l’argomento di Google secondo cui essa applicava lo «stesso standard di pertinenza» ai gruppi di risultati dei prodotti e ai risultati generici e, in sostanza, visualizzava i Product Universals solo quando questi ultimi erano più pertinenti dei risultati dei comparatori di prodotti concorrenti grazie alla sua tecnologia Universal Search e al suo algoritmo Superroot, in modo tale che non poteva esservi discriminazione.

290

Infatti, da un lato, occorre constatare che, come risulta dal punto 440 della decisione impugnata, la Commissione non contesta a Google il fatto di applicare o di non applicare lo stesso standard di pertinenza a due tipi di risultati, vale a dire i risultati specializzati dei prodotti e i risultati generici, ma piuttosto di non applicare gli stessi standard di presentazione e di posizionamento ai comparatori di prodotti concorrenti e al proprio comparatore di prodotti, poiché il primi sono svantaggiati rispetto a quest’ultimo.

291

Orbene, come risulta dal precedente punto 287, i risultati dei comparatori concorrenti, indipendentemente dalla loro pertinenza, non possono mai beneficiare di un trattamento analogo a quello dei risultati del comparatore di Google, che si tratti del livello del loro posizionamento o della loro presentazione, in modo tale che essi sono necessariamente svantaggiati nel competere con quest’ultimo.

292

Infatti, anche se il risultato di un comparatore concorrente si rivela meno pertinente, alla luce dei criteri di pertinenza stabiliti dagli algoritmi di Google, di un risultato del comparatore di Google, la sua retrocessione nelle pagine dei risultati generali di Google mediante algoritmi di aggiustamento e la sua presentazione limitata a un semplice link blu generico, se del caso, al di sotto della «box» riservata al risultato del comparatore di Google presentato in modo arricchito, non è necessariamente proporzionale al presunto minor grado di pertinenza alla luce di detti criteri. Inoltre, anche quando i risultati di un comparatore concorrente sono più pertinenti, alla luce di tali criteri, essi non possono mai beneficiare, come ricordato ai precedenti punti 286 e 287, della stessa presentazione o dello stesso trattamento per quanto riguarda il loro posizionamento, in modo tale che la concorrenza è falsata ancor prima che l’utente lanci una ricerca di prodotti.

293

Ne consegue che l’argomento di Google vertente sull’esistenza di uno standard di pertinenza comune deve essere respinto in quanto inoperante.

294

A tal proposito, le valutazioni oggetto del punto 442 della decisione impugnata, al pari, del resto, degli altri esperimenti menzionati da Google, anche supponendo che dimostrino una maggiore pertinenza dei Product Universals rispetto ai risultati generici che presentano risultati di comparatori concorrenti, non dissipano il timore relativo alla concorrenza, individuato dalla Commissione nella sezione 7.2.1 della decisione impugnata e sintetizzato al punto 440 di detta decisione, secondo cui Google tratta i propri risultati specializzati e i risultati dei comparatori concorrenti secondo meccanismi di presentazione e di posizionamento diversi, il che ha necessariamente l’effetto di porre i risultati dei comparatori concorrenti in una posizione di svantaggio rispetto ai risultati del comparatore di Google.

295

Del resto, anche supponendo che i valutatori abbiano preferito i Product Universals ai primi risultati generici che apparivano nella prima pagina dei risultati generali, cosa che non risulta del resto chiaramente dagli esperimenti in questione in quanto essi indicano che i valutatori si formano un’idea simile dell’utilità dei risultati di ricerca specializzati e dei risultati generici dei prodotti, ciò non significa che essi abbiano preferito che i Product Universals fossero costituiti esclusivamente dai risultati del comparatore di prodotti di Google. Ciò non significa neppure che essi abbiano preferito che i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti fossero visualizzati in modo meno evidente e fossero soggetti a retrocessione nelle pagine dei risultati generali di Google.

296

D’altro lato, occorre constatare, ad abundantiam, che l’argomento di Google vertente su uno standard comune di pertinenza, oltre ad essere inoperante, si rivela infondato, come risulta del resto dalle sue stesse memorie. Infatti, come afferma Google stessa, nella terza parte del suo primo motivo, essa non poteva confrontare direttamente, secondo parametri applicabili alla ricerca specializzata come il prezzo, le scorte o la reputazione del venditore, i risultati specializzati del proprio comparatore di prodotti con i risultati specializzati dei comparatori di prodotti concorrenti, poiché non conosceva il funzionamento degli algoritmi di ricerca di questi ultimi e non aveva accesso ai flussi di dati inviati dai rivenditori affiliati ai loro siti, in particolare in materia di prezzi.

297

Infatti, secondo le spiegazioni stesse di Google, da un lato, essa non aveva alcuna conoscenza delle modalità in base alle quali i comparatori di prodotti concorrenti classificavano e valutavano i loro risultati per le richieste relative ai prodotti e, dall’altro, ricavava i dati sui prodotti elencati nel proprio comparatore di prodotti dai flussi forniti direttamente dai commercianti e non dal cosiddetto processo «crawling» dei siti Internet, come avviene per le ricerche generiche. Orbene, Google non disponeva di informazioni analoghe sui risultati dei comparatori di prodotti concorrenti, poiché i siti dei comparatori di prodotti concorrenti hanno il proprio flusso e il proprio modo di classificare i prodotti.

298

È vero che, come rileva la Commissione al punto 440 della decisione impugnata, grazie alla Universal Search, Google applicava «determinati standard di pertinenza» per confrontare i propri risultati specializzati con i suoi risultati generici, che riproducevano pagine dei risultati dei suoi concorrenti. Tuttavia, secondo le spiegazioni di Google, contenute nella sua relazione sulle tecnologie allegata al ricorso, la Universal Search opera utilizzando criteri statistici basati su sondaggi riguardanti gli utenti. Orbene, non è dimostrato né asserito, tenuto conto delle difficoltà che Google stessa ha esposto nel confrontare diversi tipi di risultati (v. supra, punto 297), che tale strumento, senza pregiudicare la sua qualità, potesse dare risultati tanto affidabili in termini di selezione dei risultati pertinenti quanto un confronto effettuato da Google sulla base dei propri criteri applicabili alla ricerca specializzata dei prodotti, ossia, in particolare, il prezzo, il livello delle scorte, la popolarità del prodotto o la reputazione del venditore.

299

Pertanto, tali sondaggi, per quanto affidabili, costituiscono, come ha affermato la Foundem in udienza, soltanto un’approssimazione statistica di quello che potrebbe essere il risultato più pertinente. A tal proposito, da un documento interno di Google, citato nella sua relazione sulle tecnologie, risulta che «una delle maggiori difficoltà nella valutazione umana è che i valutatori devono interpretare la ricerca dell’utente; per quanto gli umani possano essere più accurati nell’interpretare una ricerca rispetto a una macchina, è impossibile sapere esattamente quale sia l’intenzione dell’utente (...), tale valutazione rappresenta solo l’opinione comune dei nostri valutatori, che probabilmente differisce da quella degli utenti in generale».

300

Infine, la circostanza asserita da Google secondo cui i Product Universals sarebbero stati attivati solo in risposta al 23% delle «ricerche di prodotti» ed essa avrebbe visualizzato i Product Universals in cima alle pagine dei risultati generali solo in risposta al 4% delle richieste di prodotti non è sufficiente ad escludere l’esistenza di una differenza di trattamento. Infatti, tale tasso di attivazione non può essere considerato, di per sé, come un elemento per escludere l’esistenza di una pratica di favoritismo in quanto tale tasso deve essere messo in relazione con il tasso di attivazione in un posizionamento analogo (fermo restando che una presentazione analoga era esclusa) delle centinaia di comparatori di prodotti concorrenti che erano, date le loro caratteristiche, intrinsecamente soggetti ad essere retrocessi in fondo alla pagina dagli algoritmi di aggiustamento di Google.

301

Per tutte le ragioni che precedono, occorre respingere la seconda parte del primo motivo.

b)   Sugli elementi del secondo motivo, vertenti sul fatto che la Commissione avrebbe concluso erroneamente che Google aveva favorito il proprio servizio di comparazione dei prodotti mediante la visualizzazione delle Shopping Units

302

A sostegno del secondo motivo, Google elabora tre parti. In primo luogo, la Commissione concluderebbe erroneamente che il fatto di trattare in modo diverso gli annunci dei prodotti aggregati e i risultati generici costituisce un atto di favoritismo, sebbene ciò non comporti alcuna discriminazione.

303

In secondo luogo, la decisione impugnata concluderebbe erroneamente che gli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units favoriscono un servizio di comparazione di prodotti di Google.

304

In terzo luogo, la Commissione violerebbe le norme giuridiche applicabili alla valutazione delle giustificazioni oggettive riguardanti la visualizzazione delle Shopping Units. In quest’ultima parte, Google mette incidentalmente in dubbio l’esistenza di un favoritismo nei confronti del proprio comparatore, in quanto afferma che le Shopping Units includevano già i risultati dei comparatori concorrenti. Va osservato, del resto, che tale argomento è stato dedotto da Google per contestare l’esistenza di favoritismi nell’ambito del procedimento amministrativo (punto 405 della decisione impugnata). Pertanto, tali elementi della terza parte devono essere trattati dopo la seconda parte. Tuttavia, gli elementi di tale parte che si ricollegano alle giustificazioni oggettive saranno trattati insieme a quelli relativi ai Product Universals, dopo che saranno stati esaminati, nella sezione B, punto 3, i motivi vertenti sugli effetti delle pratiche in questione.

1) Sulla prima parte del secondo motivo, secondo la quale la Commissione avrebbe concluso erroneamente che il diverso trattamento degli annunci dei prodotti e dei risultati generici costituiva un atto di favoritismo, sebbene ciò non comporti alcuna discriminazione

i) Argomenti delle parti

305

In primo luogo, Google, sostenuta dalla CCIA, afferma che la Commissione confronta erroneamente il trattamento degli annunci dei prodotti, cioè le Shopping Units, con il trattamento dei risultati generici gratuiti, che corrisponderebbero a due scelte diverse, per cui non potrebbe esistere alcuna discriminazione. Google sostiene, a tal proposito, che gli annunci a pagamento, compresi gli annunci dei prodotti, servono a finanziare il suo servizio di ricerca generale. Pertanto, Google li visualizzerebbe necessariamente in modo diverso dai risultati generici gratuiti, il che sarebbe una normale conseguenza del suo modello economico bilaterale basato sul finanziamento tramite annunci pubblicitari. Google sottolinea, a tal proposito, il fatto che essa identifica le Shopping Units, nella pagina dei risultati generale, come «sponsorizzate» per evidenziare la loro natura a pagamento. Orbene, l’affermazione, contenuta nella decisione impugnata, secondo cui la dicitura «sponsorizzato»«[sarebbe] verosimilmente compresa solo dagli utenti più avveduti» (punti 536, 599 e 663 della decisione impugnata) non sarebbe fondata su alcuna prova. Anche se la Commissione elenca, nella decisione impugnata, dodici differenze tra gli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units e gli annunci di testo (punti da 426 a 438 della decisione impugnata), per dimostrare che gli annunci dei prodotti non costituirebbero un miglioramento degli annunci di testo, neppure tali differenze dimostrerebbero che gli annunci dei prodotti siano paragonabili ai risultati generici gratuiti e debbano essere posizionati e visualizzati allo stesso modo.

306

In secondo luogo, Google sostiene che essa visualizza le Shopping Units in quanto contengono annunci migliori per una richiesta di prodotti rispetto agli annunci di testo e non per favorire le prime. La Commissione non avrebbe dimostrato che le Shopping Units non meritavano lo spazio loro assegnato nelle pagine dei risultati generali. Annunci di elevata qualità sarebbero più utili per gli utenti e più efficaci per gli inserzionisti e aumenterebbero il valore del servizio di ricerca per entrambe le categorie. Google visualizzerebbe le Shopping Units solo quando i suoi annunci dei prodotti offrono migliori risposte a una richiesta rispetto agli annunci di testo. Di conseguenza, le Shopping Units apparirebbero solo in risposta a circa il 25% delle richieste di prodotti, il che contraddirebbe l’affermazione della Commissione secondo la quale Google colloca «sempre» le Shopping Units in cima alla pagina (punto 395 della decisione impugnata). L’affermazione della Commissione, contenuta nella decisione impugnata, secondo la quale Google non ha dimostrato che essa «applicava alle Shopping Units gli stessi standard di pertinenza applicati agli annunci [di testo]» (punto 441 della decisione impugnata) sarebbe contraddetta dal fatto che Google ha introdotto un processo nel cui ambito essa confronta direttamente gli annunci dei prodotti con gli annunci di testo. Gli annunci dei prodotti e gli annunci di testo competerebbero in base agli stessi standard di pertinenza e di valore. Inoltre, i dati empirici dimostrerebbero che gli annunci dei prodotti nelle Shopping Units sono migliori per gli utenti e per gli inserzionisti rispetto agli annunci di testo.

307

La Commissione contesta tali argomenti.

308

Il BEUC fa valere gli stessi argomenti presentati nella seconda parte del primo motivo (v. supra, punto 277). La Foundem sostiene che le Shopping Units accentuano la natura anticoncorrenziale del comportamento di Google in quanto Google ha sostituito risultati basati sulla pertinenza con pubblicità a pagamento la cui visualizzazione è determinata dal profitto che può ricavarne. La Visual Meta precisa che l’argomento di Google secondo cui essa mostra le Shopping Units solo quando queste ultime sono più pertinenti degli annunci di testo o dei risultati generici deve essere respinto, in quanto è proprio perché i suoi annunci con formati arricchiti sono più visibili ai consumatori dei semplici «link blu» che Google non può riservarli per i propri servizi senza privare i consumatori di risultati più pertinenti provenienti da altri comparatori di prodotti. Sarebbe proprio il fatto che gli annunci dei prodotti, grazie al loro formato arricchito, sono migliori per gli utenti e per gli inserzionisti ad obbligare Google a visualizzare i risultati degli altri comparatori di prodotti negli stessi formati.

ii) Giudizio del Tribunale

309

In sostanza, Google ribadisce l’argomento dedotto nella seconda parte del primo motivo. Essa sostiene che la discriminazione constatata dalla Commissione non esiste in quanto, da un lato, essa si limita a trattare in modo diverso risultati che sono, per loro natura, diversi, vale a dire i risultati generici gratuiti che riproducono i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti e gli «annunci dei prodotti» a pagamento, di carattere pubblicitario, del proprio comparatore (le Shopping Units), e, dall’altro, essa visualizza le Shopping Units solo quando tali annunci dei prodotti offrono risposte migliori a una richiesta rispetto agli annunci di testo, ossia gli annunci che visualizzano un link al sito Internet dell’inserzionista in un breve frammento di testo (senza immagini né informazioni dinamiche).

310

Va osservato che la Commissione, nel constatare il favoritismo posto in essere da Google per i risultati del proprio comparatore di prodotti, ha confrontato il posizionamento e la presentazione delle Shopping Units con il posizionamento e la presentazione dei risultati generici dei comparatori concorrenti. La Commissione ha constatato, come per i Product Universals (v. supra, punti da 280 a 283), che tali risultati erano favoriti dal fatto del loro posizionamento prominente nelle pagine dei risultati generali di Google (sezione 7.2.1.2.1 della decisione impugnata), in quanto le Shopping Units erano sempre posizionate al di sopra dei primi risultati di ricerca generale di Google (punto 395 della decisione impugnata), e dal fatto della loro presentazione arricchita nelle «boxes» che apparivano in cima alla pagina dei risultati generale di Google (sezione 7.2.1.2.2 della decisione impugnata). Inoltre, le Shopping Units non possono essere oggetto di retrocessione da parte degli algoritmi di aggiustamento concorrenti. La Commissione ha altresì constatato, al punto 439 della decisione impugnata, che i risultati dei comparatori concorrenti non potevano essere inclusi nelle Shopping Units e, di conseguenza, essere soggetti allo stesso posizionamento e alla stessa presentazione dei risultati specializzati di Google, salvo, per tali comparatori, modificare il loro modello economico divenendo siti commerciali che offrono annunci pubblicitari per poter essere inclusi nelle Shopping Units, e quindi vendendo essi stessi prodotti.

311

In primo luogo, occorre rispondere all’argomento di Google secondo il quale i suoi annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units sarebbero, tenuto conto della loro natura pubblicitaria, diversi per loro stessa natura dai risultati gratuiti dei comparatori concorrenti, il che escluderebbe qualsiasi discriminazione.

312

Va osservato che le Shopping Units presentano risultati del comparatore di prodotti di Google e competono con i comparatori di prodotti concorrenti. A tal riguardo, è irrilevante che, per collocare prodotti nelle Shopping Units, i venditori debbano pagare un canone pubblicitario, in quanto, per gli utenti di Internet, il servizio di ricerca specializzata di Google offre lo stesso servizio gratuito di comparazione dei prodotti dei comparatori concorrenti, come risulta dalla sezione 5.2.2 della decisione impugnata. Google non dimostra quindi come il servizio di comparazione dei prodotti offerti dalle Shopping Units agli utenti di Internet sia diverso, per sua stessa natura, da quello offerto dagli altri comparatori di prodotti. Per contro, risulta che lo scopo dei due servizi è quello di confrontare i prodotti su Internet e, pertanto, essi sono sostituibili dal punto di vista degli utenti di Internet.

313

È vero che le Shopping Units sono accompagnate dalla dicitura «sponsorizzato», il che ha lo scopo di indicare la loro natura pubblicitaria agli utenti di Internet. Tuttavia, come risulta dai punti 536, 599 e 663 della decisione impugnata, la dicitura «sponsorizzato» non è facilmente inteso dalla maggior parte degli utenti di Internet nel senso che i risultati del comparatore di prodotti di Google e i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti sono classificati secondo meccanismi diversi e che, pertanto, tali comparatori di prodotti concorrenti possono essere retrocessi e visualizzati in modo meno evidente nelle pagine dei risultati generali, non a causa della minore pertinenza dei loro risultati rispetto ai risultati del comparatore di prodotti di Google, ma semplicemente perché non si tratta dei risultati propri di Google. Ciò vale in particolare quando il loro declassamento nelle pagine dei risultati generali di Google è il risultato degli algoritmi di aggiustamento e non della minore adeguatezza del loro contenuto rispetto alla ricerca lanciata dall’utente di Internet, in quanto tale meccanismo non è noto agli utenti di Internet.

314

Contrariamente a quanto sostiene Google, la decisione impugnata, contestando il posizionamento e la presentazione delle Shopping Units, non rimette in discussione il suo modello economico bilaterale alla base del finanziamento di servizi gratuiti attraverso la pubblicità. Infatti, se il metodo di finanziamento di un’impresa la porta, come nel caso di specie, a partecipare ad un abuso di posizione dominante, niente consente di escludere tale metodo di finanziamento dal divieto di cui all’articolo 102 TFUE. È del resto una caratteristica di numerosi abusi di posizione dominante il fatto che siano volti a migliorare le fonti di finanziamento di un’impresa.

315

Del resto, Google afferma erroneamente, per estensione, che la Commissione rimette in discussione la liceità dei suoi annunci di testo, che sono, tuttavia, all’origine del suo modello economico e del suo successo commerciale e sui quali la Commissione non ha mai trovato nulla da obiettare. Infatti, a differenza delle Shopping Units, gli annunci di testo non fanno parte del servizio di comparazione dei prodotti di Google e non sono rimessi in discussione per aver danneggiato i concorrenti nell’ambito di una pratica di favoritismo.

316

In secondo luogo, nei limiti in cui Google contesta l’esistenza del favoritismo constatato dalla Commissione in quanto visualizzerebbe le Shopping Units solo quando i suoi annunci dei prodotti forniscono risposte migliori a una richiesta rispetto agli annunci di testo di cui al precedente punto 309, in modo tale che non vi sarebbe discriminazione, occorre ricordare che la differenza di trattamento constatata dalla Commissione esiste, come risulta dal precedente punto 310, tra i risultati generici che riproducono i risultati dei comparatori concorrenti e i risultati specializzati del comparatore di Google che sono inclusi nelle Shopping Units. Pertanto, il confronto pertinente per determinare se vi sia stata discriminazione non è tra le Shopping Units e gli annunci di testo, bensì tra le Shopping Units e i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti che possano essere riprodotti nei risultati generici.

317

È vero che la Commissione, in risposta a un argomento di Google sintetizzato al punto 406 della decisione impugnata, afferma, al punto 440 di tale decisione, che è irrilevante il fatto di accertare se Google applicasse uno standard di pertinenza comune per le Shopping Units e per gli altri annunci relativi ai prodotti, prima di aggiungere, al punto 441, che, in ogni caso, Google non applicava tale standard comune di pertinenza a questi diversi tipi di annunci.

318

Tuttavia, tale valutazione non rimette in discussione il fatto che, come risulta dai precedenti punti 310 e 316, la differenza di trattamento di cui trattasi nella decisione impugnata non riguarda gli annunci visualizzati da Google riguardanti prodotti diversi da quelli contenuti nelle Shopping Units, bensì i risultati generici che riproducono i risultati dei comparatori concorrenti. Come risulta dal punto 440 della decisione impugnata, «la Commissione (...) contesta (...) il fatto che il servizio proprio di comparazione dei prodotti di Google non è soggetto agli stessi criteri dei servizi di comparazione di prodotti concorrenti».

319

Infatti, come risulta dal punto 439 della decisione impugnata, che precede il punto 440 di tale decisione, e dal precedente punto 310, i comparatori di prodotti concorrenti non possono beneficiare degli stessi criteri di visualizzazione del comparatore di Google, pur pagando, per integrare le Shopping Units, salvo modificare il modello economico, come viene spiegato di seguito ai punti 346 e seguenti.

320

Ne consegue che la prima parte del secondo motivo d’impugnazione deve essere respinta.

2) Sulla seconda parte del secondo motivo, in base alla quale la Commissione avrebbe concluso erroneamente che gli annunci dei prodotti contenti nelle Shopping Units andavano a vantaggio del servizio di comparazione dei prodotti di Google

i) Argomenti delle parti

321

Google sostiene che la Commissione ha erroneamente considerato che gli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units «anda[va]no a vantaggio» del servizio di comparazione dei prodotti di Google. Infatti, i loro link non porterebbero a tale servizio e non genererebbero alcun introito per tale servizio. La decisione impugnata lo riconoscerebbe espressamente.

322

A tal proposito, Google afferma che la Commissione elenca nella decisione impugnata, otto motivazioni che intendono spiegare come la visualizzazione delle Shopping Units sia un mezzo per favorire il «sito» Google Shopping (punti da 414 a 421 della decisione impugnata). Tuttavia, sette di tali motivazioni non individuerebbero alcun beneficio che il sito Google Shopping trarrebbe dagli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units, né tanto meno un beneficio che possa giustificare il conteggio dei clic sugli annunci dei prodotti come traffico verso il sito Google Shopping. La decisione impugnata menzionerebbe, in particolare, i link di una scheda di menu e i link «vedi tutto» nelle Shopping Units, che rinviano infatti al sito Google Shopping (punto 419 della decisione impugnata). Tuttavia, ciò non giustificherebbe né le censure relative agli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units, né il conteggio dei clic sugli annunci dei prodotti come traffico verso il sito Google Shopping. La Commissione rileverebbe altresì che i clic sugli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units e nella pagina Google Shopping possono rinviare ai siti degli stessi venditori (punto 418 della decisione impugnata). Ciò spiegherebbe il beneficio creato ai venditori dagli annunci dei prodotti – indipendentemente dalla loro fonte –, ma non come il sito Google Shopping beneficerebbe dei clic sugli annunci dei prodotti in una Shopping Unit. Neppure le altre motivazioni contenute nella decisione impugnata (punti da 414 a 417 e 420) sarebbero tali da dimostrare che il sito Google Shopping beneficiava dei clic sugli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units.

323

L’unica motivazione fornita nella decisione impugnata per il conteggio dei clic sugli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units come traffico verso il sito Google Shopping sarebbe che tali clic attivavano un pagamento a favore di Google (punti 421 e 630 della decisione impugnata). Tuttavia, tale affermazione sarebbe falsa, poiché gli introiti generati dagli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units non spetterebbero al sito Google Shopping. Google assegnerebbe gli introiti ricavati dagli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units al suo servizio di ricerca generale. La Commissione lo riconosce, del resto, al punto 642 della decisione impugnata, in cui osserva che la visualizzazione delle Shopping Units da parte di Google «serve a finanziare il suo servizio di ricerca generale».

324

L’affermazione secondo cui gli introiti ricavati dai clic sugli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units andavano a vantaggio del servizio di comparazione dei prodotti di Google sarebbe quindi errata in fatto. Il ragionamento seguito nella decisione impugnata sarebbe errato anche in diritto, in quanto si baserebbe, in sostanza, su una censura di sovvenzione incrociata per il fatto che Google sovvenziona il sito Google Shopping con gli introiti ricavati dagli annunci dei prodotti presenti nelle pagine dei risultati generali. Orbene, anche se gli introiti ricavati dalle Shopping Units andassero a vantaggio del sito Google Shopping, ipotesi che non ricorre nel caso di specie, ciò non consentirebbe di dimostrare l’esistenza di un abuso.

325

La Commissione sostiene che le Shopping Units fanno parte del comparatore di prodotti di Google, che il fatto di visualizzare chiaramente le Shopping Units costituisce un mezzo per Google di favorirlo, che ogni clic sulle Shopping Units va a vantaggio del comparatore di prodotti di Google, nonostante il fatto che tali clic indirizzano l’utente Internet ai siti dei venditori e non alla pagina specializzata autonoma di Google Shopping, e che, anche se gli introiti generati dagli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units non spettano al sito Google Shopping, Google presenta le Shopping Units e la pagina autonoma Google Shopping ai venditori e agli utenti come rientrante in un unico servizio o in un unico esperimento. Per i venditori e gli utenti, l’assegnazione degli introiti di Google sarebbe irrilevante (punto 420 della decisione impugnata). Google tenterebbe di collegare l’individuazione di vantaggi per il suo comparatore di prodotti alle modalità di assegnazione degli introiti generati dai clic sulle Shopping Units, senza prendere in considerazione i diversi benefici che essa trae dai clic sulle Shopping Units, individuati ai punti 445, 447 e 450 della decisione impugnata. La Commissione aggiunge che i punti da 414 a 420 della decisione impugnata contengono sette ragioni che giustificano la constatazione secondo la quale i clic sulle Shopping Units favoriscono il comparatore di prodotti di Google.

326

Su tali aspetti, la Visual Meta sottolinea, in particolare, che l’assegnazione interna delle entrate di Google non può consentirle di sottrarsi a una constatazione di abuso ai sensi dell’articolo 102 TFUE. La Visual Meta condivide anche l’analisi della Commissione esposta al punto 630 della decisione impugnata, secondo cui il comparatore di prodotti di Google beneficia «economicamente» dei clic sui link delle Shopping Units come avverrebbe se l’utente avesse fatto il passo intermedio di visitare prima il sito autonomo Google Shopping e di cliccare sul prodotto del venditore partner. Essa ricorda che, come risulta dal punto 421 della decisione impugnata, i link nelle Shopping Units e in Google Shopping svolgono la stessa funzione economica. La Foundem e Twenga sviluppano, in sostanza, gli stessi argomenti.

ii) Giudizio del Tribunale

327

In via preliminare, va osservato che l’argomento di Google si basa sull’errata premessa che la Commissione le contesterebbe di favorire il suo comparatore di prodotti, inteso come il sito Internet autonomo corrispondente alla pagina specializzata Google Shopping, attraverso una presentazione e un posizionamento privilegiati delle Shopping Units.

328

Orbene, i servizi di comparazione dei prodotti sono definiti al punto 191 della decisione impugnata come servizi di ricerca specializzata che, da un lato, consentono agli utenti di Internet di cercare prodotti e di compararne i prezzi e le caratteristiche tra le offerte di una moltitudine di venditori online e di piattaforme commerciali e, dall’altro, forniscono link che conducono (direttamente o tramite una o più pagine intermedie successive) ai siti di tali venditori o di tali piattaforme. Tale definizione non è contestata da Google.

329

Pertanto, si deve ritenere che i punti da 26 a 35 della decisione impugnata forniscano motivi sufficienti per concludere che il comparatore di prodotti di Google ha assunto diverse forme, vale a dire una pagina specializzata, da ultimo denominata Google Shopping, i gruppi di risultati dei prodotti, il cui ultimo sviluppo è costituito dai Product Universals, e gli annunci dei prodotti, il cui ultimo sviluppo è costituito dalle Shopping Units.

330

In tali circostanze, sia le pagine specializzate Froogle, Google Product Search e Google Shopping, sia i gruppi di risultati dei prodotti, in particolare i Product Universals, e gli annunci dei prodotti, in particolare le Shopping Units, devono essere considerati come parte integrante del servizio di comparazione dei prodotti, in altri termini del comparatore di prodotti, che Google ha offerto agli utenti di Internet.

331

Contrariamente a quanto suggerito da Google, il comportamento di cui trattasi nel caso di specie non si limita a un trattamento privilegiato della pagina specializzata Google Shopping mediante un posizionamento e una visualizzazione favorevoli delle Shopping Units, né riguarda una pratica di «sovvenzione incrociata». Si tratta, nella fattispecie, di un trattamento più favorevole del servizio di comparazione dei prodotti di Google considerato nel suo insieme, comprendente le Shopping Units.

332

Orbene, come osservato correttamente dalla Commissione al punto 412 della decisione impugnata, «ciò che [essa] sostiene (...) è che il posizionamento e la visualizzazione delle Shopping Units offrono a Google un mezzo per favorire il proprio servizio di comparazione dei prezzi».

333

Infatti, come risulta dalle conclusioni dettagliate della Commissione, che Google non ha confutato, le Shopping Units sono intrinsecamente legate a Google Shopping per quanto riguarda il loro database di prodotti (punto 414 della decisione impugnata), il loro meccanismo di selezione dei risultati (punto 415 della decisione impugnata) e i loro stessi risultati, poiché rinviano alla stessa pagina di destinazione dei siti commerciali (punto 418 della decisione impugnata). Inoltre, come risulta anche dalle prove materiali prodotte dalla Commissione a sostegno di dette conclusioni, le Shopping Units e Google Shopping sono presentate agli utenti di Internet e ai rivenditori come un unico servizio e un unico esperimento (punto 420 della decisione impugnata).

334

Pertanto, i venditori non sanno se stanno pagando per un clic sulla loro offerta di prodotti nelle Shopping Units o sul sito Internet autonomo Google Shopping (punto 417 della decisione impugnata), mentre gli utenti di Internet sono indirizzati verso Google Shopping da un link di intestazione (header link) e da un link «visualizza tutto» durante la navigazione nelle Shopping Units (punto 419 della decisione impugnata), in modo che, sia per i venditori che per gli utenti di Internet, le Shopping Units e Google Shopping costituiscono un unico servizio di comparazione dei prodotti.

335

Più specificamente, occorre sottolineare che tutti i risultati presentati nelle varie strutture menzionate al precedente punto 329 erano risultati del comparatore di prodotti di Google. Contrariamente a quanto afferma quest’ultimo, un comparatore di prodotti non merita detta qualificazione solo se è tale da raggiungere un livello di precisione che consente di fornire diverse offerte di un unico prodotto o modello, come avrebbe fatto la pagina specializzata di Google. Siffatto comparatore di prodotti può anche fornire offerte di vari prodotti che possono soddisfare la domanda dell’utente di Internet, come avrebbero fatto i Product Universals e le Shopping Units. Tutto dipende, al contempo, dalla configurazione del comparatore e dalla precisione della richiesta di ricerca iniziale da parte dell’utente di Internet. Google non può imporre una definizione generale di comparatore di prodotti sulla base del modo in cui essa stessa ha configurato la sua pagina specializzata, i Product Universals o le Shopping Units.

336

Nel caso di specie, occorre adottare la definizione di comparatore di prodotti fornita al punto 191 della decisione impugnata e richiamata al precedente punto 328, che non è stata del resto contestata da Google. A tal proposito, Google stessa, nel glossario dei termini tecnici che ha allegato al ricorso, dichiara che un aggregatore è «un sito Internet che elenca prodotti e offerte di prodotti di diversi rivenditori e consente agli utenti di cercarli e confrontarli tra loro» e precisa che «la decisione» denomina tali siti «servizi di comparazione di prodotti».

337

Su tale base, sia le pagine specializzate Froogle, Google Product Search e Google Shopping, sia i gruppi di risultati dei prodotti, in particolare i Product Universals, sia gli annunci dei prodotti, in particolare i Shopping Units, devono essere considerati come facenti parte del servizio di comparazione dei prodotti, in altri termini del comparatore di prodotti, che Google ha offerto agli utenti di Internet. Inoltre, per quanto riguarda più in particolare le Shopping Units, la Commissione ha sottolineato, segnatamente ai punti da 414 a 421 della decisione impugnata, che il database delle Shopping Units e quello della pagina specializzata era lo stesso, che la loro infrastruttura tecnica e di relazione con i venditori era in gran parte la stessa, che i venditori dovevano accettare che le loro offerte fossero presentate in entrambe le strutture, che essi ignoravano da quale struttura provenissero i clic ad essi fatturati, che il sistema di pagamento da parte dei venditori era lo stesso e che i link Internet delle due strutture rinviavano alle stesse pagine Internet dei siti dei venditori. Pertanto, un clic in una Shopping Unit doveva essere effettivamente considerato come una manifestazione di utilizzo del comparatore di prodotti di Google a partire dalla pagina dei risultati generale, vale a dire come traffico verso tale comparatore a partire da detta pagina.

338

Va precisato che talune formulazioni della decisione impugnata, come quelle contenute nei punti 408 e 423, possono sembrare ambigue, se considerate isolatamente e prima facie. Tuttavia, tali formulazioni non rimettono in discussione l’analisi generale svolta dalla Commissione secondo la quale il comparatore di prodotti di Google veniva offerto in diverse forme. In particolare, il punto 423 della decisione impugnata va inteso come continuazione dei punti da 414 a 421, diretti a dimostrare che le Shopping Units e Google Shopping sono le componenti di uno stesso insieme. A tal proposito, occorre rilevare che il punto 422 precisa che, in sei paesi del SEE, per un certo periodo di tempo, «Google Shopping esisteva solo sotto forma di Shopping Unit senza un sito Internet autonomo associato».

339

In tali circostanze, la Commissione ha potuto correttamente constatare che le Shopping Units favorivano il servizio di comparazione dei prodotti di Google, indipendentemente, del resto, dalla questione se favorissero o meno direttamente il sito Internet autonomo Google Shopping, fornendogli introiti.

340

Pertanto, occorre respingere la seconda parte del secondo motivo di ricorso, secondo cui gli annunci dei prodotti contenuti nelle Shopping Units non giovano al comparatore di prodotti di Google.

c)   Sugli elementi della terza parte del secondo motivo, secondo i quali Google include già i comparatori di prodotti concorrenti nelle Shopping Units, per cui non potrebbe esistere alcun favoritismo

1) Argomenti delle parti

341

Google sostiene di includere già gli annunci dei prodotti provenienti dai comparatori di prodotti nelle Shopping Units, cosicché non le si potrebbe contestare di favorire il proprio comparatore di prodotti. Essa dichiara, pertanto, di organizzare gli annunci dei prodotti offerti dai comparatori di prodotti con i suoi sistemi di catalogazione e indicizzazione e di effettuare gli stessi controlli di qualità da essa applicati agli annunci degli altri inserzionisti.

342

Vari comparatori di prodotti in Europa – tra cui Idealo, Twenga, Ceneo, Check24, Heureka e Kelkoo – utilizzano con successo tali possibilità, mettendo milioni di annunci dei prodotti su Google. Google contesta, a tal proposito, l’affermazione della decisione impugnata esposta ai punti 344 e 371 secondo cui i «servizi di comparazione dei prodotti concorrenti possono apparire solo come risultati di ricerca generica». In realtà, la Commissione non contesterebbe il fatto che i comparatori di prodotti possano partecipare alle Shopping Units.

343

Al contrario, nella sua lettera di esposizione dei fatti, la Commissione avrebbe individuato il modo in cui il motore di ricerca generale di Microsoft, Bing, visualizzava gli annunci dei prodotti e la proposta di misure correttive da parte di Kelkoo come mezzi per porre fine alla presunta infrazione. Orbene, entrambi gli approcci corrisponderebbero a ciò che Google stava già facendo.

344

La Commissione lamenterebbe che l’accesso a una Shopping Unit richiederebbe ai comparatori di prodotti di cambiare il loro modello economico aggiungendo una funzione di acquisto o di agire «in qualità di intermediari». Tuttavia, la Commissione non spiegherebbe e né suffragherebbe tale censura nella decisione impugnata. Non individuerebbe le particolari preoccupazioni sulle condizioni che i comparatori di prodotti devono soddisfare per partecipare alle Shopping Units e non spiegherebbe come queste condizioni siano incompatibili con le regole della concorrenza.

345

La Commissione contesta tali argomenti. Il BDZV sottolinea che i comparatori di prodotti concorrenti non possono apparire nelle Shopping Units, poiché ciò richiederebbe la creazione di un account «Google Merchant Center», il che implica il fatto di essere un rivenditore, ossia, secondo le linee guida di Google, consentire gli acquisti direttamente sul sito Internet. Orbene, il BDZV ricorda che i siti di comparazione indirizzano gli utenti di Internet verso i siti dei venditori. Per quanto riguarda le due opzioni offerte ai comparatori per apparire nelle Shopping Units (aggiungere un pulsante «Acquista» o diventare intermediari dei venditori), il BDZV precisa che esse modificano sostanzialmente il loro modello economico e non sono utili a convincere i venditori ad affidare le loro vendite ai comparatori, in quanto i venditori, in via principio, intendono mantenere il controllo sul rapporto con i clienti. Questo sarebbe il motivo per cui solo un numero assai limitato di comparatori avrebbe potuto utilizzare le Shopping Units.

2) Giudizio del Tribunale

346

Nella decisione impugnata la Commissione ha constatato, al punto 439, che i comparatori di prodotti concorrenti non potevano partecipare a Google Shopping a meno che non cambiassero il loro modello economico, o aggiungendo il pulsante «Acquista» o agendo come intermediari per collocare i risultati dei prodotti a pagamento dei venditori nelle Shopping Units.

347

Dal punto 220, paragrafo 2, della decisione impugnata risulta quindi che Google ha fatto presente al servizio polacco di comparazione di prodotti Ceneo che poteva partecipare a Google Shopping, e quindi apparire nelle Shopping Units, solo se riproduceva le caratteristiche dei venditori online o delle piattaforme commerciali (i principali clienti di Google Shopping), o introducendo la funzione di acquisto diretto e rendendo «[il suo sito] simile a un negozio» o «sottoponendo articoli a Google per conto di singoli venditori» per la visualizzazione nella Shopping Unit e a condizione che la pagina di destinazione «non dia l’impressione di essere un sito di comparazione [di prodotti]».

348

Pertanto, come risulta dai punti 439 e 220 della decisione impugnata, menzionati ai precedenti punti 346 e 347, i comparatori di prodotti concorrenti, in quanto tali, non potevano apparire nelle Shopping Units. Come confermato da Google nel ricorso, possono esservi inclusi solo cambiando il loro modello economico con l’aggiunta del pulsante «Acquista» o agendo come intermediari per sottoporre prodotti a Google per conto dei venditori su Internet. Come risulta dal ricorso e dalla replica, Google non lo contesta.

349

Orbene, come sottolineato dal BDZV, tali opzioni modificano sostanzialmente il modello economico di un comparatore di prodotti. Dal punto 240 della decisione impugnata risulta quindi che una funzione di acquisto diretto distingue le piattaforme commerciali dai servizi di comparazione dei prodotti, dal punto di vista sia degli utenti di Internet che dei venditori.

350

Infatti, come viene spiegato al punto 240 della decisione impugnata, l’aggiunta di tale funzione può far sì che il servizio non sia più considerato dagli utenti di Internet come un servizio di comparazione di prodotti. Tale aggiunta può anche portare a un cambiamento nel quadro giuridico dei servizi forniti e, soprattutto, a un cambiamento nella relazione del sito di comparazione dei prodotti con i suoi clienti. Infatti, come risulta anche dal punto 221 della decisione impugnata, la maggior parte dei grandi venditori non sono favorevoli all’aggiunta del pulsante «Acquista» nei siti di comparazione dei prodotti, in quanto tali venditori intendono «mantenere il pieno controllo sulle loro attività di vendita al dettaglio (compresa la strategia di merchandising, le relazioni con i clienti e il trattamento delle transazioni)». Orbene, tale mantenimento dell’autonomia dei venditori nel loro rapporto di vendita con gli acquirenti dei loro prodotti che hanno consultato comparatori di prodotti costituisce l’originalità dei comparatori di prodotti rispetto alle piattaforme, come Amazon, che garantiscono a loro volta la funzione di vendita per i venditori che vi aderiscono, e che i venditori che collocano i loro prodotti sui comparatori considerano come concorrenti. È questo del resto il motivo per cui, come risulta anche dal punto 241 della decisione impugnata e come sottolinea il BDZV, solo un numero assai limitato di comparatori di prodotti ha introdotto tale funzione (7 sui 361 comparatori di prodotti concorrenti individuati da Google) e, in questo numero assai limitato di comparatori, la funzione in questione è stata introdotta solo per un numero ridotto di venditori e di offerte. A tal proposito, da detto punto risulta che la Idealo, che è il più grande servizio di comparazione di prodotti dopo Google Shopping in Germania, era riuscito soltanto a convincere, nel 2015, meno del 5% dei suoi venditori ad aggiungere il pulsante «Acquista».

351

Inoltre, l’alternativa offerta ai comparatori di prodotti concorrenti per poter essere presenti nelle Shopping Units, ossia agire come intermediari, li obbliga anche a cambiare il loro modello economico, in quanto il loro ruolo consiste nel collocare prodotti nel comparatore di Google, come farebbe un venditore, e non più nel comparare prodotti. Pertanto, per accedere alle Shopping Units, i comparatori di prodotti concorrenti dovrebbero diventare clienti del comparatore di prodotti di Google e rinunciare esserne concorrenti diretti.

352

Tale valutazione non è contraddetta dagli argomenti di Google secondo i quali essa applicherebbe già il metodo usato da Bing per visualizzare gli annunci dei prodotti e la proposta di misure correttive da parte di Kelkoo per porre fine all’infrazione. Google afferma, a tal proposito, che, come per i propri annunci di prodotti, ossia le Shopping Units, gli annunci di prodotti visualizzati da Bing devono rimandare alle pagine in cui gli utenti possono acquistare l’offerta in questione e che, come propone Kelkoo, essa riceve i dati da comparatori terzi in flussi e poi organizza tali flussi utilizzando i propri algoritmi.

353

Tuttavia, da un lato, Google non dimostra, nelle sue memorie, di aver applicato il metodo raccomandato da Kelkoo. Quest’ultima, del resto, lo contesta e inserisce nel fascicolo un documento che dimostra come i risultati dei comparatori concorrenti dovrebbero essere trattati affinché sia garantita la parità di trattamento. Kelkoo afferma, a tal proposito, che, nell’affermazione citata da Google nel ricorso, secondo la quale essa avrebbe ammesso che Google aveva già applicato le misure correttive richieste, lungi dal riconoscere che le preoccupazioni relative alla concorrenza espresse dalla Commissione fossero superate, essa criticava l’affermazione di Google secondo la quale quest’ultima non poteva applicare gli stessi processi e metodi ai suoi risultati e ai risultati concorrenti. Anche se, in effetti, Google consente, come suggerito da Kelkoo nelle sue osservazioni sulla risposta di Google alla comunicazione degli addebiti, ai rivenditori di inviarle flussi di dati contenenti un inventario dei loro prodotti, per beneficiare di tale possibilità, i comparatori di prodotti, come è stato spiegato al precedente punto 348, devono cambiare il loro modello economico, il che non risponde affatto alla preoccupazione di Kelkoo.

354

D’altro lato, anche supponendo che, come afferma Google nel ricorso, «gli annunci di prodotti di Bing devono indirizzare verso pagine nelle quali gli utenti possono acquistare i prodotti», ciò non risponde alla preoccupazione relativa alla concorrenza individuata. Infatti, non è in discussione, nel caso di specie, il comportamento di Microsoft attraverso il suo motore di ricerca Bing, che, del resto, non si trova in posizione dominante nel mercato della ricerca generale, bensì il comportamento di Google. Tuttavia, il fatto che anche gli annunci di Bing rinviino gli utenti di Internet ai rivenditori non può privare il comportamento contestato a Google della sua natura anticoncorrenziale.

355

In tali circostanze, occorre respingere gli argomenti di Google, dedotti nella terza parte del secondo motivo, secondo i quali i comparatori di prodotti concorrenti erano già inclusi nelle Shopping Units, per cui non potrebbe esistere alcun favoritismo.

3.   Sul terzo e sul quarto motivo, vertenti sul fatto che le pratiche in questione non avrebbero avuto effetti anticoncorrenziali

356

Il terzo e il quarto motivo vertono entrambi sugli effetti delle pratiche in questione. Il terzo motivo è volto a contestare le loro conseguenze materiali, come presentate dalla Commissione, sul traffico proveniente dalle pagine dei risultati generali di Google e diretto ai vari comparatori di prodotti. Il quarto motivo è volto a contestare il fatto che tali pratiche hanno avuto un impatto anticoncorrenziale sui vari mercati individuati. Tali aspetti sono collegati. Infatti, come esposto ai precedenti punti da 65 a 67, la Commissione, nella decisione impugnata, ha ritenuto, in sostanza, che le pratiche in questione avessero modificato tale traffico, il che aveva generato effetti anticoncorrenziali di vario tipo nei mercati interessati. In tali circostanze, la mancata dimostrazione delle conseguenze materiali su tale traffico implicherebbe necessariamente che mancano le premesse per la constatazione di effetti anticoncorrenziali nei mercati interessati. Analogamente, il grado di rilevanza delle conseguenze materiali su tale traffico, che siano dimostrate, ha un impatto sull’accertamento o meno di effetti anticoncorrenziali sui mercati.

357

Occorre quindi esaminare, in una prima fase, le contestazioni di Google relative alle conseguenze materiali delle pratiche in questione sul traffico dalle sue pagine dei risultati generali ai comparatori di prodotti, compreso il proprio, prima di esaminare i suoi argomenti relativi alla mancanza di effetti anticoncorrenziali di tali pratiche.

a)   Sulla prima parte del terzo motivo, secondo la quale la Commissione non ha dimostrato che le pratiche in questione hanno comportato una riduzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti

1) Argomenti delle parti

358

Nella prima parte del terzo motivo, Google sostiene che la Commissione ha erroneamente ritenuto, nella sezione 7.2.3.2 della decisione impugnata, che le pratiche in questione avessero «comportato una riduzione del traffico della ricerca generica» verso quasi tutti i comparatori di prodotti concorrenti «in modo duraturo» (punto 462). Anche se presenta, in tale sezione, numerosi grafici che mostrano l’evoluzione del traffico di ricerca di Google verso i comparatori di prodotti concorrenti, non essa non dimostrerebbe alcun nesso causale tra tale evoluzione e le pratiche in questione. La CCIA denuncia altresì la mancanza di tale manifestazione. Orbene, la Commissione avrebbe dovuto dimostrare che la riduzione da essa constatata era imputabile al posizionamento e alla presentazione dei Product Universals e delle Shopping Units. La Commissione non avrebbe potuto limitarsi a presumere la causalità, come risulterebbe dalla sentenza del 6 dicembre 2012, AstraZeneca/Commissione (C‑457/10 P, EU:C:2012:770, punto 199).

359

Secondo Google, sostenuto a tal riguardo dalla CCIA, la Commissione doveva effettuare un’analisi controfattuale ed esaminare come si sarebbe evoluto il suo traffico di ricerca se non fossero state adottate le pratiche in questione relative al posizionamento e alla presentazione dei Product Universals e delle Shopping Units. Orbene, nella decisione impugnata, la Commissione imputerebbe le riduzioni del traffico di ricerca dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti ad altre pratiche, che essa avrebbe ha ritenuto lecite, vale a dire i cambiamenti apportati dall’introduzione di algoritmi di aggiustamento che retrocedono alcuni tipi di siti Internet nella classifica dei risultati generici. Contrariamente a quanto affermerebbe la Commissione nel controricorso, l’analisi controfattuale non dovrebbe partire dall’ipotesi dell’abbandono degli algoritmi di aggiustamento dei risultati generici, che possono retrocedere i comparatori di prodotti, poiché tali algoritmi non sarebbero rimessi in discussione, come ripete Google nelle sue osservazioni su diverse memorie di intervento, ad esempio quella di Kelkoo, che contesterebbe tali algoritmi. Infatti, l’alternativa offerta a Google per conformarsi alla decisione impugnata, esposta nel controricorso della Commissione, vale a dire abbandonare le Shopping Units o includervi i comparatori di prodotti concorrenti, non implicherebbe in nessuno dei due casi l’abbandono di tali algoritmi. La CCIA sottolinea, a tal proposito, che lo scenario controfattuale adeguato è semplicemente quello corrispondente a una situazione senza l’abuso asserito, in altri termini che esso doveva essere basato sulla situazione in cui i Product Universals e le Shopping Units sarebbero abbandonati, ma non le modifiche apportate alla classifica dei risultati generici. In risposta all’argomento presentato dalla Foundem nella sua memoria intervento, secondo cui sarebbe assurdo che Google rinunciasse ai risultati dei prodotti o agli annunci dei prodotti senza rinunciare anche ai suoi algoritmi di aggiustamento, che possono retrocedere i comparatori di prodotti concorrenti all’interno dei risultati generici, Google afferma che ciò è tuttavia quanto essa fa in vari paesi, anche in Europa, il che dimostrerebbe che l’analisi controfattuale che essa propone non è ipotetica e che detti algoritmi si spiegano unicamente con un problema di qualità dei risultati.

360

Orbene, secondo Google, due serie di fatti invocati dalla Commissione dovrebbero proprio portare a imputare le riduzioni di traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti alle modifiche apportate alla classifica generica dagli algoritmi di aggiustamento e non al posizionamento e alla presentazione dei Product Universals e delle Shopping Units. Pertanto, dai punti da 464 a 474 della decisione impugnata risulterebbe che nessuno dei comparatori di prodotti concorrenti ivi menzionati sostiene che la visualizzazione dei Product Universals e delle Shopping Units è stata la causa della perdita di traffico. Anzi, alcuni avrebbero espressamente respinto tale collegamento. Analogamente, la seconda serie di fatti utilizzata dalla Commissione ai punti da 475 a 477 della decisione impugnata riguarderebbe il cambiamento di visibilità dei comparatori di prodotti concorrenti nei risultati generici «dopo l’introduzione o l’aggiornamento dell’algoritmo Panda». La decisione impugnata comprenderebbe anche, in altri punti, valutazioni secondo cui la visibilità di tali comparatori è diminuita «dopo il lancio dell’algoritmo Panda» o valutazioni simili (punti 361, 367, 513 e 514), mentre la classificazione da parte di Google dei comparatori concorrenti nei risultati generici, anche con l’applicazione di algoritmi di aggiustamento come Panda, non farebbe parte delle pratiche considerate abusive.

361

A tal proposito, il punto 661 della decisione impugnata affermerebbe che le pratiche in questione consistono unicamente nel fatto che Google «non ha applicato» i suoi algoritmi di aggiustamento previsti per i risultati generici (più in particolare Panda) ai Product Universals e alle Shopping Units. Ciò risulterebbe chiaramente dalla delimitazione, effettuata nella decisione impugnata, dell’ambito geografico e della durata del comportamento asseritamente abusivo, che coprirebbe solo i paesi o i periodi di tempo interessati dall’uso dei Product Universals o delle Shopping Units. È per questo motivo che oggi, secondo Google, visto l’abbandono dei Product Universals, la semplice rimozione delle Shopping Units porrebbe fine all’infrazione individuata dalla Commissione.

362

Un’analisi controfattuale appropriata avrebbe confermato che le pratiche contestate dalla Commissione non hanno avuto di per sé alcuna incidenza sul traffico dalle pagine dei risultati generali di Google verso i comparatori di prodotti concorrenti.

363

Pertanto, sotto un primo profilo, tale traffico si sarebbe sviluppato in modo simile nei paesi in cui erano stati introdotti i Product Universals e le Shopping Units e in quelli in cui non lo erano stati. Google produce, a tal proposito, un’analisi denominata «differenze nelle differenze», che coinvolge uno scenario controfattuale di paesi in cui i Product Universals e le Shopping Units non sono stati introdotti oppure sono stati introdotti tardivamente. Google confronta quindi, dal 2004 al 2014, la situazione nel Regno Unito e in Irlanda, in Germania e in Austria, in Francia e in Belgio, nonché nei Paesi Bassi e in Belgio, ogni volta per una decina di comparatori di prodotti in concorrenza con quelli di Google, attivi in ciascuno dei due paesi confrontati. Il confronto è illustrato sotto forma di diagrammi contenenti le curve di traffico per ogni comparatore di prodotti nei due paesi confrontati. Ad esempio, l’evoluzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google verso il comparatore di prodotti Twenga in Francia, dove sono stati introdotti i Product Universals e le Shopping Units, viene confrontata con l’evoluzione di tale traffico in Belgio, dove non sono stati introdotti. Orbene, anche se i volumi di traffico possono essere diversi, in ogni paese rispetto a un altro, l’evoluzione del traffico nel tempo sembrerebbe in gran parte simile. La valutazione di tale analisi, da parte della Commissione nella decisione impugnata, sarebbe errata per due motivi. In primo luogo, essa affermerebbe erroneamente, al punto 520, che l’analisi non tiene conto dell’effetto degli algoritmi di aggiustamento della ricerca generale, compreso Panda. In secondo luogo, essa affermerebbe erroneamente, al punto 521, che il traffico non si sviluppava allo stesso modo nei paesi confrontati prima del lancio dei Product Universals e delle Shopping Units in uno di tali paesi.

364

Sotto un secondo profilo, il traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti non cambierebbe quando i Product Universals e le Shopping Units vengono rimossi. Infatti, nel 2011, la Commissione avrebbe chiesto a Microsoft di condurre un esperimento (il «Bing Answers Experiment») che consisteva nel rimuovere i risultati di ricerca di tipo Product Universals su Bing, suo motore di ricerca, per un gruppo di utenti e confrontare la situazione con quella di un altro gruppo di utenti che manteneva tali risultati specializzati. Orbene, i dati ricavati da tale esperimento dimostrerebbero che la visualizzazione o meno dei risultati di tipo Product Universals aveva un’incidenza trascurabile sul traffico verso i comparatori di prodotti. Google stesso avrebbe effettuato un esperimento simile, cosiddetto «di ablazione», con le Shopping Units, che ha portato a risultati simili. La differenza tra il traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti generato dal gruppo di utenti che non vedono le Shopping Units e quello generato dal gruppo di controllo ammonterebbe a una piccola percentuale del traffico totale di tali comparatori, ben al di sotto del livello che la Commissione avrebbe definito ininfluente sulla concorrenza nella comunicazione degli addebiti, al punto 446, e nella decisione impugnata, ai punti 571 e 581, anche facendo riferimento a una quota di quasi il 20% del traffico ricevuto dai comparatori di prodotti. Inoltre, la Commissione sostiene erroneamente, al punto 523 della decisione impugnata, che l’esperimento di ablazione non tiene conto neppure dell’effetto degli algoritmi della ricerca generale, in particolare di Panda.

365

Per quanto riguarda i due calcoli effettuati dalla Commissione nel riutilizzare dati provenienti dall’esperimento di ablazione, al fine, a suo avviso, di correggerlo, commentati ai punti da 524 a 535 della decisione impugnata, Google sostiene che sono errati. Infatti, per il primo calcolo, riportato nella tabella 22 della decisione impugnata, non sussistono elementi che consentono di considerare l’ipotesi di uno scenario in cui un comparatore di prodotti appare sempre nei primi quattro risultati generici, come ha fatto la Commissione. Inoltre, Google non avrebbe avuto la possibilità di commentare tale calcolo durante il procedimento amministrativo, in violazione dei suoi diritti della difesa. Per il secondo calcolo, oggetto della tabella 23 della decisione impugnata, effettuato partendo dall’ipotesi di ricerche di soli prodotti, che la Commissione avrebbe equiparato alle ricerche che mostrano normalmente Shopping Units, la Commissione avrebbe ignorato il fatto che i comparatori di prodotti ricevevano anche un traffico generico significativo dalle numerose richieste di prodotti per le quali le Shopping Units non apparivano. La Commissione avrebbe ignorato anche il fatto che i comparatori di prodotti ricevevano circa il 50% del loro traffico da fonti diverse dai risultati generici di Google, come risulterebbe dalla tabella 24 contenuta nella decisione impugnata. Tale traffico dovrebbe essere preso in considerazione quando si valuta l’impatto della presenza delle Shopping Units sul traffico. Infatti, se risultasse che la riduzione del traffico di ricerca proveniente da Google era stata scarsa rispetto al traffico totale dei comparatori di prodotti, essa non avrebbe potuto avere un impatto sulla concorrenza. Orbene, a tal proposito, la Commissione si è limitata ad affermare, al punto 539 della decisione impugnata, che il traffico asseritamente deviato rappresentava una «quota significativa del traffico» verso i comparatori di prodotti, senza mai dimostrarlo.

366

Sotto un terzo profilo, nella decisione impugnata, la Commissione non avrebbe tenuto conto né dell’evoluzione generale del settore né del cambiamento delle preferenze degli utenti, illustrati dalla crescente popolarità delle piattaforme commerciali, come Amazon, che costituirebbero alternative per condurre ricerche di comparazione di prodotti. Quando le piattaforme commerciali avessero guadagnato popolarità, la loro classificazione nei risultati generici di Google sarebbe migliorata da sé rispetto a quella dei comparatori di prodotti, indipendentemente dalla questione se partecipassero allo stesso mercato. Un confronto dell’evoluzione del traffico proveniente dai risultati generici di Google, da un lato, verso le piattaforme dei commercianti e, dall’altro, verso i comparatori di prodotti confermerebbe tale analisi. A partire dal 2008 il traffico verso i comparatori avrebbe ristagnato, mentre quello verso le piattaforme avrebbe continuato a crescere. Mentre, secondo i documenti interni di Google, Amazon si è affermata come il «punto di riferimento per i risultati, la rapidità e la qualità» nella ricerca dei prodotti, i comparatori di prodotti non avrebbero migliorato i loro servizi, il che sarebbe confermato da valutazioni contenute nel fascicolo.

367

La Commissione, il BEUC, la Foundem, il VDZ, il BDZV, la Visual Meta, Twenga, l’Autorità di vigilanza EFTA, Kelkoo e la Repubblica federale di Germania contestano gli argomenti di Google.

2) Giudizio del Tribunale

368

In sostanza, Google sostiene che la Commissione non ha dimostrato che le pratiche in questione avessero comportato una riduzione del traffico dalle sue pagine dei risultati generali verso i comparatori di prodotti concorrenti. Infatti, secondo Google, tale riduzione di traffico, che essa non contesta, sarebbe unicamente imputabile al sistema degli algoritmi di aggiustamento, in particolare di Panda, che la Commissione non ha rimesso in discussione. Non vi sarebbe alcun nesso causale tra la promozione, da parte di Google, del proprio comparatore di prodotti, che la Commissione le contesta, e l’effetto individuato da quest’ultima, vale a dire l’esclusione dal mercato dei comparatori concorrenti a causa della riduzione del traffico proveniente dalle sue pagine dei risultati generali.

369

Occorre tuttavia sottolineare fin d’ora che, come sottolinea la Commissione e come esposto al precedente punto 69, il comportamento di Google contestato nella decisione impugnata consiste nella combinazione di due pratiche, vale a dire, da un lato, aver mostrato il suo comparatore di prodotti sulle sue pagine dei risultati generali in modo prominente e attraente in «boxes» apposite, senza essere soggetto ai suoi algoritmi di aggiustamento utilizzati per la ricerca generale, e, dall’altro, al contempo, aver mostrato i comparatori di prodotti concorrenti su tali pagine solo sotto forma di risultati di ricerca generale (link blu) che tendevano ad essere classificati in modo meno favorevole a causa dell’applicazione di tali algoritmi di aggiustamento. Occorre anche ricordare che il comparatore di prodotti di Google, al pari di altri servizi di Google, non appare mai sotto forma di risultati di ricerca generale.

370

La Commissione ha precisato, ai punti 440 e 537 della decisione impugnata, che non rimetteva in discussione, in quanto tali, i criteri di selezione scelti da Google, qualificati come criteri di pertinenza, ma il fatto che i risultati del suo comparatore di prodotti e quelli dei comparatori concorrenti non fossero trattati allo stesso modo in termini di posizionamento e di presentazione.

371

Analogamente, la Commissione ha precisato, al punto 538 della decisione impugnata, che non rimetteva in discussione, in quanto tale, la valorizzazione dei risultati specializzati di comparazione di prodotti ritenuti pertinenti da Google, bensì il fatto che la stessa valorizzazione non si applicasse sia al suo comparatore di prodotti sia ai comparatori di prodotti concorrenti.

372

In sostanza, ciò che la Commissione ha contestato sono le pratiche combinate che, da un lato, valorizzavano il comparatore di prodotti di Google e, dall’altro, svalutavano i comparatori di prodotti concorrenti nelle pagine dei risultati generali di Google. Ne consegue che l’analisi degli effetti di tali pratiche combinate non può essere effettuata isolando gli effetti di un aspetto di tali pratiche da quelli dell’altro aspetto di tali pratiche.

373

Come sottolinea Google, di per sé e isolatamente, nessuno di tali aspetti delle pratiche ha suscitato obiezioni in materia di concorrenza secondo la Commissione. Tuttavia, ognuno di questi aspetti è stato attuato insieme all’altro per i periodi e i territori per i quali la Commissione ha riscontrato una violazione dell’articolo 102 TFUE ed è la loro attuazione congiunta, che ha portato, a suo avviso, a effetti combinati, ad essere stata giudicata anticoncorrenziale dalla stessa Commissione.

374

Pertanto, l’analisi degli effetti deve prendere proprio in considerazione sia gli effetti dell’applicazione degli algoritmi di aggiustamento dei risultati generici, in particolare di Panda, sia gli effetti della valorizzazione del comparatore di prodotti di Google mediante i Product Universals e le Shopping Units. Pertanto, contrariamente a quanto sostiene essenzialmente Google, l’analisi degli effetti delle pratiche in questione sui comparatori di prodotti concorrenti non può limitarsi all’impatto che può aver avuto sugli stessi la comparsa di risultati del comparatore di prodotti di Google nei Product Universals e nelle Shopping Units, che corrisponde solo a uno dei due aspetti di tali pratiche, ma deve anche prendere in considerazione l’impatto dell’applicazione degli algoritmi di aggiustamento dei risultati generici. Come sostiene la Commissione, effettuare confronti tra scenari nell’ambito di un’analisi controfattuale, come fa Google, nei quali varia solo la componente delle pratiche legate alla visualizzazione dei Product Universals o delle Shopping Units, porta a neutralizzare l’effetto degli algoritmi di aggiustamento, poiché quest’ultimo rimane identico nei due scenari di ciascuno di tali confronti.

375

Ne consegue che le critiche di Google sul fatto che la Commissione ha tenuto conto, per misurare gli effetti delle pratiche in questione sui comparatori di prodotti concorrenti, dell’impatto dell’applicazione degli algoritmi di aggiustamento dei risultati generici sul traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti proveniente dalle pagine dei risultati generali di Google devono essere respinte e che gli studi che Google ha presentato, che mirano solo a misurare l’impatto specifico della comparsa dei Product Universals e delle Shopping Units su tale traffico, al pari dell’analisi «differenze nelle differenze» o dell’esperimento di ablazione, sono insufficienti per riflettere l’impatto delle pratiche in questione sui comparatori di prodotti concorrenti.

376

Pertanto, poiché la situazione considerata anticoncorrenziale nel caso di specie corrisponde a una combinazione di pratiche, l’unico scenario controfattuale che Google avrebbe potuto validamente presentare sarebbe stato quello in cui nessuna delle componenti di tali pratiche fosse stata attuata, salvo intendere solo in parte gli effetti combinati di tali pratiche combinate.

377

Del resto, l’individuazione di uno scenario controfattuale affidabile per analizzare gli effetti di presunte pratiche anticoncorrenziali in un mercato, vale a dire l’individuazione degli eventi che si sarebbero verificati in mancanza delle pratiche esaminate e l’individuazione della situazione che ne sarebbe derivata, può essere, in una situazione come quella del caso di specie, un esercizio aleatorio, se non addirittura impossibile, qualora tale scenario controfattuale non esista nella realtà per un mercato che aveva inizialmente caratteristiche simili al mercato o ai mercati nei quali tali pratiche sono state attuate. Infatti, in linea di principio, quando sono in gioco rapporti di concorrenza esistenti e non solo di concorrenza eventuale o potenziale, uno scenario controfattuale affidabile deve corrispondere a una situazione reale, inizialmente simile, ma la cui evoluzione non è influenzata da tutte le pratiche in questione. Confrontando siffatto scenario controfattuale con la situazione osservata nel mercato oggetto delle pratiche, si possono normalmente stabilire gli effetti reali di tali pratiche, isolandoli dai cambiamenti dovuti ad altre ragioni. In tal senso, l’analisi controfattuale, che confronta in tale situazione due sviluppi reali, si distingue dalla valutazione degli effetti potenziali che, sebbene debba essere realistica, si traduce nella descrizione di una situazione probabile.

378

Pertanto, nell’ambito della ripartizione dell’onere della prova ricordata ai precedenti punti da 132 a 134, per dimostrare una violazione dell’articolo 102 TFUE, in particolare per quanto riguarda gli effetti di pratiche sulla concorrenza, la Commissione non può essere tenuta, né spontaneamente né in risposta a un’analisi controfattuale presentata dall’impresa in questione, a dimostrare sistematicamente uno scenario controfattuale, nel senso sopra indicato, contrariamente a quanto affermato da Google. Inoltre, ciò le imporrebbe del resto di dimostrare che il comportamento in questione ha avuto effetti reali, il che, come si ricorderà più dettagliatamente ai successivi punti 441 e 442 nell’ambito dell’esame della prima parte del quarto motivo di Google, non è necessario in caso di abuso di posizione dominante, dove è sufficiente dimostrare l’esistenza di effetti potenziali.

379

Per contestare la valutazione, da parte della Commissione, degli effetti potenziali di una pratica sul mercato, o dei suoi effetti reali se la Commissione li determina, l’impresa interessata può certamente presentare un’analisi controfattuale. Tuttavia, quest’ultima deve poi consentire di dimostrare gli effetti dell’intera pratica contestata, e non effetti parziali.

380

Nel caso di specie, sebbene abbia elaborato essa stessa la tabella 23 della decisione impugnata sulla base di dati ricavati dall’esperimento di ablazione di Google, in risposta a quest’ultima che poneva l’accento su detto esperimento, la Commissione non ha sostenuto che esso costituiva uno scenario controfattuale. Infatti, come è stato spiegato dalla Commissione ai punti 523 e seguenti della decisione impugnata, detta tabella prende in considerazione solo uno dei due aspetti delle pratiche in questione, vale a dire la misurazione dell’impatto della comparsa delle Shopping Units sul traffico dalle pagine dei risultati generali verso i comparatori di prodotti concorrenti. Tuttavia, come risulta dal precedente punto 378, Google non può utilmente contestare alla Commissione per non aver elaborato uno scenario controfattuale.

381

Va precisato, per inciso, che è inoperante l’argomento di Google, menzionato al precedente punto 365, secondo cui essa non ha avuto la possibilità di commentare il calcolo che porta alla tabella 22 della decisione impugnata, il che avrebbe costituito una violazione dei suoi diritti di difesa. Infatti, tale calcolo intermedio, che ha poi permesso alla Commissione di redigere la tabella 23 menzionata al precedente punto 380, aveva solo lo scopo di rispondere in modo dettagliato all’analisi controfattuale di Google, già presentata nel corso del procedimento amministrativo, ma inesatta, come risulta dal precedente punto 375, e non contribuiva alla dimostrazione, che sarà ricordata di seguito, degli effetti di tutte le pratiche in questione sul traffico dalle pagine dei risultati generali di Google verso i comparatori di prodotti concorrenti.

382

Pertanto, per dimostrare gli effetti reali o potenziali delle pratiche che esamina, la Commissione può basarsi in particolare su altri elementi tratti dall’osservazione dell’evoluzione reale del mercato o dei mercati interessati dalle pratiche. Se si osserva una correlazione tra queste pratiche e il cambiamento della situazione concorrenziale su tali mercati, ulteriori prove, che possono includere, ad esempio, valutazioni da parte degli operatori del mercato, dei loro fornitori, dei loro clienti, delle associazioni di categoria o dei consumatori, possono dimostrare il nesso causale tra tali pratiche e l’evoluzione del mercato. Spetta eventualmente all’impresa in questione presentare, a sua volta, prove pertinenti per mettere in dubbio tale causalità.

383

Nel caso di specie, nella sezione 7.2.3.2 della decisione impugnata, specificamente dedicata all’impatto delle pratiche in questione sul traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti, la Commissione ha fatto innanzitutto riferimento, ai punti da 464 a 474, alle dichiarazioni di nove gruppi che gestiscono comparatori di prodotti in diversi paesi interessati, come eBay, Nextag, Twenga o Axel Springer, in cui si precisa che tali comparatori avevano sperimentato riduzioni significative del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google a partire da varie date dalla metà del 2007, anche se talvolta si erano verificate riprese temporanee. Ad esempio, si afferma, al punto 464 della decisione impugnata, che le controllate di eBay che gestiscono comparatori di prodotti avevano perso, il tra settembre 2009 e il settembre 2010, circa il 30% di tale traffico nel Regno Unito, il 40% in Francia e il 55% in Germania prima che venissero rilevate ulteriori riduzioni di traffico su uno qualsiasi dei loro comparatori di prodotti. In sostanza, secondo quanto riportato nella decisione impugnata, tali gruppi attribuiscono dette riduzioni ai cambiamenti negli algoritmi di aggiustamento dei risultati generici di Google, in particolare Panda, concretizzati da una riduzione dell’indice di visibilità Sistrix dei comparatori di prodotti interessati. L’indice di visibilità Sistrix è, come indicato nella nota 398 della decisione impugnata, un dato pubblicato una volta alla settimana dalla società omonima, che tiene conto sia della frequenza di apparizione (trigger rate) di un sito Internet nei risultati della ricerca generale sia del suo rango tra questi.

384

A tal proposito, al punto 476 della decisione impugnata, la Commissione mostra, mediante nove grafici, l’evoluzione dell’indice di visibilità Sistrix e l’evoluzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google (misurato dal numero di «clic» effettuati sui link generici) verso tre comparatori di prodotti concorrenti tra il 2010 e il 2014 nel Regno Unito, tra il 2008 e il 2014 in Germania e tra il 2010 e il 2014 in Francia. Si può constatare una correlazione abbastanza stretta tra le due evoluzioni – fatta eccezione per idealo.de in Germania nel 2014, anno per il quale le due curve divergono – e, complessivamente nel periodo, un calo di entrambe le curve – fatta eccezione, ancora una volta, per idealo.de, il che, secondo quanto affermato nella nota 575 della decisione impugnata sulla base di un chiarimento fornito da Google, potrebbe essere spiegato dal fatto che l’algoritmo Panda non è mai stato applicato a idealo.de. Trascurando i valori di fine periodo che sono troppo vicini allo zero, le riduzioni tra l’inizio e la fine del periodo, indipendentemente dalle variazioni intermedie, vanno da un ordine di grandezza da 2 a 1, o il 50% (guenstiger.de e touslesprix.com), a un ordine di grandezza da 15 a 1, o il 93% (dealtime.co.uk).

385

Al punto 479 della decisione impugnata, la Commissione sottolinea che l’analisi «differenze nelle differenze» effettuata da Google, che ripercorre, in particolare, l’evoluzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google a dieci comparatori di prodotti concorrenti, nel Regno Unito, in Germania, in Francia e nei Paesi Bassi dal 2004 al 2014, consente anche di constatare un riduzione del traffico verso i comparatori di prodotti interessati, in particolare dopo l’introduzione dell’algoritmo Panda, ma anche nel lungo periodo. Anche se l’aspetto differenziale di tale analisi presentata da Google è inadeguato, poiché si basa su uno scenario controfattuale insufficiente, come è stato affermato al precedente punto 375, i dati grezzi di tale analisi, forniti nell’allegato A90 del ricorso, consentono effettivamente di stimare l’evoluzione di tale traffico per i periodi di infrazione individuati dalla Commissione per ogni paese, vale a dire dal momento in cui i Product Universals vi sono stati introdotti. Le riduzioni possono essere constatate per tutta la durata di tali periodi, nella maggior parte dei casi significative a partire dal 2011, per la stragrande maggioranza dei 40 comparatori di prodotti che erano oggetto dell’analisi «differenze nelle differenze», anche se possono essere state precedute o intervallate da aumenti e se non si verificano per tutti i comparatori di prodotti in Germania e nei Paesi Bassi.

386

Al punto 481 della decisione impugnata, la Commissione presenta, sotto forma di grafici realizzati a partire da dati forniti da Google, per il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Spagna, i Paesi Bassi, l’Italia, la Danimarca e la Polonia, l’evoluzione aggregata dal gennaio 2004 al dicembre 2016 del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai 361 comparatori di prodotti concorrenti comparabili individuati da Google (grafici da 27 a 36 della decisione impugnata). Nel Regno Unito, nonostante alcune riprese intermedie, ne deriva un calo significativo di tale traffico dal settembre 2010 (passaggio da oltre 30 milioni di clic a meno di 5 milioni). In Francia, la stessa situazione si osserva dal settembre 2010 (passaggio da oltre 60 milioni di clic a meno di 10 milioni). In Germania, la stessa constatazione può essere fatta dal settembre 2010 (passaggio da oltre 80 milioni di clic a meno di 40 milioni). Lo stesso vale in Spagna dal gennaio 2011 (passaggio da oltre 20 milioni di clic a meno di 5 milioni). Nei Paesi Bassi, invece, la riduzione si osserva solo dal gennaio 2015 (passaggio da 18 milioni di clic a circa 10 milioni). Analogamente, in Italia, da un picco nel settembre 2010 a quasi 35 milioni di clic, la curva è irregolare e finisce a poco più di 20 milioni di clic, livello raggiunto per la prima volta nel 2008. Per questi ultimi due paesi, la Commissione ammette che il traffico in questione è rimasto complessivamente stabile. Per quanto riguarda la Danimarca, il traffico è piuttosto in aumento, salvo che, come fa la Commissione, il comparatore di prodotti PriceRunner sia rimosso dalle statistiche, nel qual caso il traffico è tendenzialmente in calo dal settembre 2010 (passaggio da oltre 2 milioni di clic a circa 500000). La stessa situazione può essere osservata in Polonia, con il comparatore di prodotti Ceneo che porta la tendenza al rialzo. Se viene rimosso dalle statistiche, come fa la Commissione, il traffico tende a diminuire dal maggio 2013 (passaggio da 18 milioni di clic a 8 milioni).

387

Ai punti 482 e seguenti della decisione impugnata, la Commissione afferma di aver anche costituito campioni di comparatori di prodotti in concorrenza con quello di Google in quattro paesi in cui l’impatto a lungo termine del trattamento riservato a tali comparatori da parte di Google nelle sue pagine dei risultati generali poteva essere ben illustrato, poiché il tasso di comparsa delle Shopping Units era particolarmente elevato in tali paesi. Tali paesi sono il Regno Unito, per il quale la Commissione ha formato un campione di dodici comparatori di prodotti concorrenti, la Germania, per la quale ha formato un campione di nove comparatori di prodotti concorrenti, i Paesi Bassi, per i quali ha formato un campione di sei comparatori di prodotti concorrenti, e la Francia, per la quale ha formato un campione di otto comparatori di prodotti concorrenti. Come mostrerebbero i grafici da 53 a 56 della decisione impugnata, il traffico dalle pagine dei risultati generali di Google verso i comparatori che fanno parte di tali campioni sarebbe effettivamente diminuito dal 2011 al 2016 nel Regno Unito, in Germania e in Francia e, dopo essere aumentato nei Paesi Bassi fino al 2014, da allora sarebbe diminuito in tale paese. Una lettura di tali grafici mostra più precisamente un calo di oltre la metà nel Regno Unito e in Francia, un lieve calo dal 2014 in Germania e un calo di circa un terzo dal 2014 nei Paesi Bassi.

388

Inoltre, sebbene ciò sia esposto nella sezione 7.3.2 della decisione impugnata, specificamente dedicata alla valutazione dell’esistenza di effetti anticoncorrenziali delle pratiche in questione nel caso in cui il mercato dei servizi di comparazione dei prodotti comprenda anche le piattaforme commerciali, i risultati del secondo studio («the Second Analysis») che la Commissione presenta a tal fine, i cui parametri e risultati principali sono esposti ai punti 612 e seguenti e i cui risultati dettagliati sono riportati nell’allegato I della decisione impugnata, sono significativi. Essi mostrano, per ciascuno dei tredici paesi in cui la Commissione ha constatato l’esistenza di un abuso di posizione dominante da parte di Google, una riduzione della quota di traffico dalle pagine dei risultati generali di Google dei comparatori di prodotti concorrenti rispetto al comparatore di prodotti di Google e alle piattaforme dei commercianti, anche se, per taluni paesi, detto traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti aumenta in valore assoluto. Ad esempio, tale studio indica, per la Repubblica Ceca tra il 2011 e il 2016, una riduzione della quota dei comparatori di prodotti concorrenti dal 73% al 47% (aumento in valore assoluto del numero annuo di clic annuali da 62,1 milioni a 179,6 milioni). Per l’Austria, nello stesso periodo, lo studio indica una riduzione della quota dei comparatori di prodotti concorrenti dal 48% al 16% o dal 39% al 15%, a seconda degli adeguamenti apportati (riduzione in valore assoluto del numero annuo di clic da 68,6 milioni a 60,9 milioni).

389

Alla luce di tali diversi elementi presentati dalla Commissione nella decisione impugnata, è giocoforza constatare innanzitutto che Google, come la CCIA, non presentano, nelle loro memorie, alcuna prova per contestare, nei tredici paesi in cui la Commissione ha individuato un’infrazione, l’esistenza di riduzioni complessive di traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti. Anzitutto, esse rimettono effettivamente in discussione solo il nesso causale tra le pratiche contestate a Google e tali riduzioni. Varie frasi, contenute rispettivamente nel punto 253 del ricorso e nel punto 147 della replica, illustrano ad esempio tale mancanza di contestazione. Pertanto, Google sostiene che «[n]ella misura in cui la classificazione dei comparatori di prodotti nei risultati generici di Google e il traffico di ricerca associato hanno subito un calo, ciò è stato il riflesso delle preferenze degli utenti che privilegiano le piattaforme commerciali» e che «[l]e riduzioni di traffico causate dall’applicazione di [taluni algoritmi] (...) sono avvenute indipendentemente dal comportamento abusivo asserito». Inoltre, per quanto riguarda il secondo studio presentato ai punti 612 e seguenti della decisione impugnata, nei limiti in cui esso riguarda il traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti, Google mette in dubbio solo l’utilità di tale studio per valutare se il suo comportamento possa aver avuto un effetto anticoncorrenziale, per il fatto che tale studio non terrebbe conto delle fonti alternative di traffico verso le sue pagine dei risultati generali. Come risulta dal punto 626 della decisione impugnata e dai punti 351 e 352 del ricorso, Google non rimette in discussione la valutazione di tale traffico in quanto tale.

390

Google afferma inoltre, per contestare il nesso causale tra le pratiche in questione e la riduzione del traffico dalle sue pagine dei risultati generali ai comparatori di prodotti in concorrenza con il proprio comparatore, che la Commissione non ha tenuto conto delle fonti di traffico dei comparatori di prodotti diversi dai suoi risultati generici. Tuttavia, tale argomento è inoperante a sostegno della contestazione del nesso causale fra il comportamento ritenuto anticoncorrenziale di Google e la riduzione del traffico verso i comparatori concorrenti che proviene esclusivamente dalle sue pagine dei risultati generali. L’argomento relativo alle altre fonti di traffico sarà affrontato quando si esaminerà il quarto motivo di ricorso, poiché è ribadito a sostegno di tale motivo.

391

Google sostiene altresì che la Commissione non ha tenuto conto dell’evoluzione generale del settore e dei cambiamenti nelle preferenze degli utenti, in particolare della crescente popolarità delle piattaforme commerciali, anche per effettuarvi ricerche di comparazione dei prodotti. Google sostiene, a tal proposito, in sostanza, che tali piattaforme hanno migliorato la qualità dei loro servizi, contrariamente ai comparatori di prodotti, e sono state quindi preferite a tali comparatori dagli utenti, il che ha conferito loro una migliore classificazione all’interno dei risultati generici. Tuttavia, anche se tale spiegazione è plausibile, essa è strettamente legata al funzionamento degli algoritmi di classificazione dei risultati generici di Google che costituisce, come ricordato al precedente punto 373, una componente delle pratiche in questione.

392

Pertanto, poiché Google non ha potuto distinguere tra ciò che, nei cambiamenti della rispettiva classifica delle piattaforme commerciali e dei comparatori di prodotti, sarebbe attribuibile esclusivamente al miglioramento della qualità dei servizi delle piattaforme commerciali rispetto alla qualità dei servizi dei comparatori di prodotti, a parità di altre condizioni, e ciò che sarebbe attribuibile ai cambiamenti apportati ai suoi algoritmi, in particolare all’introduzione dell’algoritmo Panda, tale spiegazione non consente di rimettere in discussione, anche solo in parte, il nesso causale che la Commissione ha accertato tra le pratiche in questione e la riduzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti.

393

Inoltre, occorre rilevare che Google, nei suoi argomenti, non contesta il nesso causale tra la visibilità di un sito Internet all’interno dei suoi risultati generici, come concretizzato dall’indice di visibilità Sistrix, e l’entità del traffico da tali risultati a tale sito. Google non rimette quindi in discussione il fatto che i suoi algoritmi di classificazione dei risultati generici hanno un impatto su tale traffico. Orbene, tale nesso causale si riferisce direttamente a una delle componenti delle pratiche contestate, l’abituale scarso posizionamento dei comparatori di prodotti concorrenti all’interno dei risultati generici, e agli effetti di tale componente, ossia la riduzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google a tali comparatori di prodotti.

394

In tali circostanze, tenuto conto, da un lato, delle riduzioni di traffico complessive non contestate da Google e delle prove provenienti dalle dichiarazioni dei nove gruppi che gestiscono comparatori di prodotti nonché degli esempi di riduzioni di traffico collegate alle variazioni dell’indice di visibilità Sistrix di vari comparatori di prodotti riportati nella decisione impugnata e, dall’altro, della mancata produzione di prove contrarie da parte di Google, la Commissione ha dimostrato che le pratiche contestate avevano determinato una riduzione del traffico di ricerca generica verso quasi tutti i comparatori di prodotti concorrenti.

395

Da quanto precede risulta che la prima parte del terzo motivo deve essere respinta.

b)   Sulla seconda parte del terzo motivo, in base alla quale la Commissione non ha dimostrato che le pratiche in questione avevano comportato un aumento del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google al proprio comparatore di prodotti

1) Argomenti delle parti

396

Nella seconda parte del terzo motivo Google sostiene che la Commissione afferma erroneamente, nella sezione 7.2.3.3 della decisione impugnata, che le pratiche contestate hanno aumentato il traffico verso il proprio servizio di comparazione dei prodotti.

397

In primo luogo, Google afferma che, poiché tali pratiche non hanno comportato una riduzione del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti, un eventuale aumento del traffico verso il proprio servizio di comparazione dei prodotti non è potuto avvenire a loro danno ed essere un fattore di esclusione dal mercato. Le pratiche di esclusione dal mercato, per loro natura, dovrebbero consentire all’impresa autrice di tali pratiche di assumere le vendite che i concorrenti avrebbero effettuato in mancanza di tali pratiche. Pertanto, i Product Universals e le Shopping Units avrebbero solo fatto crescere il mercato nel suo complesso, senza conseguenze negative per i comparatori di prodotti concorrenti. Nella replica Google aggiunge che, supponendo, come sostenuto dalla Commissione, che il traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti sia diminuito dopo il lancio dell’algoritmo Panda, nessun cambiamento potrebbe essere constatato nello sviluppo del traffico verso il suo comparatore di prodotti connesso a tale evento, il che dimostrerebbe che Panda può aver favorito le piattaforme commerciali, ma non il comparatore di prodotti di Google.

398

In secondo luogo, Google, sostenuto dalla CCIA, ritiene che la Commissione abbia esagerato nel quantificare il volume di traffico ricevuto dal suo comparatore di prodotti. Sotto un primo profilo, essa avrebbe incluso in tale traffico i clic sugli annunci delle Shopping Units, anche se tali clic non avrebbero rinviato alla pagina dei risultati specializzata di Google Shopping, ma a siti di vendita di terzi. L’argomento della Visual Meta secondo il quale tale meccanismo incentiverebbe i venditori interessati ad aderire a Google Shopping, avvantaggiando così tale comparatore, non sarebbe presente nella decisione impugnata. L’unica ragione che ha indotto la Commissione a conteggiare i clic sugli annunci dei prodotti sarebbe l’affermazione secondo la quale gli introiti provenienti dalle Shopping Units vanno a vantaggio del sito Google Shopping. Tuttavia, come è già stato sostenuto nell’ambito del secondo motivo, ciò sarebbe inesatto. Pertanto, la Visual Meta affermerebbe erroneamente che gli introiti ricavati dalle Shopping Units vanno direttamente a Google Shopping. La Commissione non l’avrebbe del resto dichiarato nella decisione impugnata. Nelle sue osservazioni sulle memorie di intervento della Foundem e della Visual Meta, Google aggiunge che esiste una contraddizione, nella decisione impugnata, nel negare che essa sia un’entità unificata e nel ritenere, al contempo, che uno dei suoi servizi particolari, il suo comparatore di prodotti, sia favorito da tali clic, mentre questi ultimi attivano pagamenti per Google in generale. A tal proposito, la Visual Meta si discosterebbe dalla decisione impugnata sostenendo che l’assegnazione interna degli introiti o l’organizzazione di Google sono irrilevanti. La CCIA sostiene, analogamente, che i Product Universals e le Shopping Units non fanno parte del comparatore di prodotti di Google, circostanza che la Commissione avrebbe riconosciuto ai punti 408, 412 e 423 della decisione impugnata. Google precisa, ad esempio nelle sue osservazioni sulla memoria di intervento della Foundem, che gli annunci delle Shopping Units non provengono dalla pagina specializzata di Google Shopping. Le loro tecnologie, infrastrutture e formati sarebbero diversi, circostanza che sarebbe stata dimostrata alla Commissione durante il procedimento amministrativo e che quest’ultima non avrebbe contestato. Google sostiene altresì, nelle sue osservazioni sulla memoria di intervento del VDZ, che le Shopping Units, al pari dei Product Universals, non possono essere considerate comparatori di prodotti. Infatti, tali unità non consentirebbero di confrontare diverse offerte di uno stesso prodotto o modello, come dovrebbero fare i comparatori di prodotti, ma proporrebbero vari prodotti in grado di soddisfare la domanda dell’utente di Internet. Nel corso del procedimento amministrativo diversi partecipanti al procedimento erano completamente d’accordo su tale punto e la Commissione ne avrebbe tenuto conto ai punti 408, 412 e 423 della decisione impugnata sopra citati. Sotto un secondo profilo, secondo Google, la Commissione avrebbe anche preso erroneamente in considerazione i clic sulla scheda Shopping che appare nel menu sopra la pagina dei risultati. Orbene, l’esistenza di tale scheda non farebbe parte degli elementi costitutivi delle pratiche identificate come abusive, delle quali si dovrebbe valutare solo l’impatto. Inoltre, la Commissione non contesterebbe, nel controricorso, che il fatto che tale scheda non costituisce un risultato di ricerca. A causa di questi due errori, la Commissione sopravvaluterebbe di parecchie volte il volume di traffico passato dai Product Universals e dalle Shopping Units al comparatore di prodotti di Google. In realtà, come dimostrerebbe un grafico elaborato a partire dai dati di connessione durante il periodo di infrazione individuato, Google avrebbe inviato dalle sue pagine di risultati generali ai comparatori di prodotti concorrenti un volume di traffico diverse volte maggiore di quello inviato al proprio comparatore di prodotti e addirittura tre volte maggiore del traffico verso le piattaforme commerciali.

399

Sotto un terzo profilo, i clic sui Product Universals e sulle Shopping Units rifletterebbero la loro pertinenza e le preferenze degli utenti. A tal proposito, la motivazione della decisione impugnata non sarebbe convincente, in quanto la Commissione si limiterebbe ad osservare, al punto 494, che i clic sui Product Universals e sulle Shopping Units sono tanto più numerosi quanto è elevato il loro tasso di comparsa. Essa trascurerebbe il fatto che Google visualizza le Shopping Units (e in passato i Product Universals) in base alla loro pertinenza, come tutti i motori di ricerca, e che gli utenti cliccano su di essi per la loro utilità, non perché appaiono. La visibilità dei Product Universals e delle Shopping Units e i clic che essi determinano sarebbero una conseguenza della migliore qualità dei risultati dei prodotti e degli annunci dei prodotti di Google, nonché delle preferenze degli utenti. Pertanto, l’esperimento di Microsoft effettuato sul suo motore di ricerca Bing, denominato Bing Algo Experiment, menzionato ai punti 460 e 461 della decisione impugnata, dimostrerebbe che gli utenti sono sensibili alla pertinenza dei risultati. Lo scambio dei risultati meno pertinenti con i risultati più pertinenti nelle prime posizioni delle pagine dei risultati generali di Bing dimostrerebbe che gli utenti percepiscono il deterioramento della qualità derivante dalla promozione dei risultati meno pertinenti e adeguano immediatamente il loro comportamento. Microsoft avrebbe quindi dovuto interrompere tale esperimento dopo una settimana. Inoltre, Google sostiene che le immagini contenute nei Product Universals o nelle Shopping Units consentono agli utenti di Internet di valutare più agevolmente la pertinenza del risultato offerto, poiché essi hanno una visione d’insieme del prodotto che stanno cercando. Ciò li porterebbe a cliccare volentieri su tali risultati specializzati, presentati sotto forma di immagini, quando li considerano a priori utili per la loro ricerca, e viceversa. Ciò sarebbe dimostrato dagli studi di monitoraggio dei comportamenti oculari degli utenti di Internet (eye‑tracking in inglese o oculométrie in francese), condotti da Google. Le immagini sono quindi un elemento di qualità dei risultati dei prodotti di Google e non un elemento artificiale progettato per attirare clic. Pertanto, se gli utenti hanno cliccato per anni sui Product Universals e sulle Shopping Units, ciò sarebbe avvenuto per la loro pertinenza e non per il loro posizionamento o per la loro presentazione. La Commissione non dimostrerebbe mai il contrario. A tal proposito, se l’ascesa delle piattaforme commerciali non ha influenzato il traffico verso il comparatore di prodotti di Google allo stesso modo del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti, ciò sarebbe dovuto al fatto che Google, a differenza di questi ultimi, avrebbe apportato innovazioni per i suoi risultati e annunci dei prodotti per non essere superato da Amazon e dalle altre piattaforme commerciali, e non al posizionamento e alla presentazione dei Product Universals e delle Shopping Units, come lascerebbe intendere la Commissione al punto 517 della decisione impugnata.

400

La Commissione, il BEUC, la Foundem, il VDZ, il BDZV, la Visual Meta, Twenga, Kelkoo e la Repubblica federale di Germania contestano gli argomenti di Google.

2) Giudizio del Tribunale

401

Occorre innanzitutto ricordare che, nella sezione 7.2.3.3 della decisione impugnata, la Commissione ha motivato come segue l’impatto favorevole delle pratiche in questione sul traffico del comparatore di prodotti di Google.

402

La Commissione, ai punti 490 e 491 della decisione impugnata, ha innanzitutto affermato che prima dell’avvio di tali pratiche il comparatore di prodotti di Google non riscontrava alcun successo e perdeva circa il 20% del traffico all’anno. Al punto 492 di tale decisione, essa ha dichiarato che, dopo il lancio dei Product Universals negli Stati Uniti, nel novembre 2007, esso aveva raddoppiato il suo traffico in un mese. Al punto 493 di tale decisione, essa ha sottolineato che Google stesso vantava l’efficacia, per i venditori, degli annunci contenuti nelle Shopping Units. Al punto 494 di tale decisione, essa ha illustrato, sotto forma di grafici, la correlazione tra il tasso di attivazione o di comparsa (trigger rate) dei Product Universals, e poi delle Shopping Units, e il traffico dalle pagine dei risultati generali di Google al suo comparatore di prodotti durante i periodi in cui questi tipi di risultati specializzati erano stati utilizzati nel Regno Unito, in Germania, nei Paesi Bassi e in Francia. Ad esempio, per il Regno Unito, il grafico 37 illustra tale correlazione tra il gennaio 2008 e il gennaio 2013 per i Product Universals, e il grafico 38 la illustra tra il febbraio 2013 e il dicembre 2014 per le Shopping Units. Da questi due grafici risulta che il traffico verso il comparatore di prodotti di Google passa da circa 5 milioni a circa 30 milioni di clic al mese con i Product Universals, poi da circa 30 milioni a circa 120 milioni di clic al mese con le Shopping Units.

403

Ai punti 495 e 496 della decisione impugnata, la Commissione ha presentato l’evoluzione comparativa del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google verso, rispettivamente, i 361 comparatori di prodotti concorrenti individuati da Google e il comparatore di prodotti di Google, e dall’inizio delle pratiche in questione in ogni paese fino al dicembre 2016 nel Regno Unito, in Germania, in Francia, in Spagna, in Italia, nei Paesi Bassi, in Danimarca e in Polonia. Ad esempio, per il Regno Unito, il grafico 45 illustra, tra il gennaio 2008 e il dicembre 2016, una riduzione da circa 25 milioni a circa 5 milioni di clic al mese per i comparatori di prodotti concorrenti e un aumento da zero a circa 350 milioni di clic al mese per il comparatore di prodotti di Google. Va rilevato che il traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti viene presentato come stabile in Italia, nei Paesi Bassi, in Danimarca e in Polonia, in linea con quanto affermato nella sezione 7.2.3.2, relativa all’impatto delle pratiche in questione sul traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti, ma va rilevato che i grafici da 49 a 52 mostrano, rispettivamente, in questi quattro paesi un aumento significativo del traffico da tali pagine verso il comparatore di prodotti di Google.

404

Ai punti da 497 a 501 della decisione impugnata, la Commissione ha fornito indicazioni analoghe su base annuale dal 2011 al 2016, confrontando il traffico dalle pagine dei risultati generali di Google verso campioni di comparatori di prodotti concorrenti e verso il comparatore di prodotti di Google nel Regno Unito, in Germania, nei Paesi Bassi e in Francia. Tali campioni sono gli stessi menzionati al precedente punto 387. Con un traffico nettamente superiore per i campioni in questi quattro paesi nel 2011, il traffico verso il comparatore di Google sarebbe diventato, nel 2016, 14 volte superiore al traffico verso il campione nel Regno Unito, più di 2 volte superiore in Germania, più di 2,7 volte superiore nei Paesi Bassi e più di 4,7 volte superiore in Francia.

405

Inoltre, nella sezione 7.3.2 della decisione impugnata, specificamente dedicata alla valutazione dell’esistenza di effetti anticoncorrenziali delle pratiche in questione nel caso in cui il mercato dei servizi di comparazione dei prodotti includa anche le piattaforme commerciali, il secondo studio, già menzionato al precedente punto 388, mostra, per ciascuno dei tredici paesi nei quali la Commissione ha constatato l’esistenza di un abuso di posizione dominante da parte di Google, un aumento della quota del comparatore di prodotti di Google nel traffico proveniente dalle sue pagine dei risultati generali rispetto ai comparatori di prodotti concorrenti e rispetto alle piattaforme commerciali. Ad esempio, tale studio indica, per il Belgio, tra il 2011 e il 2016, un aumento della quota del comparatore di prodotti di Google dallo 0 al 22% o dallo 0 al 24%, secondo gli adeguamenti apportati. Per la Norvegia, nello stesso periodo, lo studio indica un aumento della quota del comparatore di prodotti di Google dallo 0 al 32% o dallo 0 al 33%, secondo gli adeguamenti apportati.

406

Per quanto riguarda gli argomenti di Google, occorre rilevare che, tenuto conto del rigetto della prima parte del terzo motivo di annullamento esaminato in questa fase, la premessa della prima serie di argomenti di Google, sintetizzata al precedente punto 397, secondo cui le pratiche contestate non hanno comportato una riduzione del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti, non può essere ammessa fin dall’inizio, al pari degli argomenti che da essa discendono, che mirano a dimostrare che non si è potuto verificare un aumento del traffico verso il comparatore di prodotti di Google a danno dei comparatori di prodotti concorrenti. Tuttavia, anche se la Commissione non avesse dimostrato una riduzione del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti, questa prima serie di argomenti dovrebbe essere respinta, in quanto non è in ogni caso tale da dimostrare che parte del traffico che il comparatore di prodotti di Google ha potuto guadagnare, essendo più visibile nelle sue pagine dei risultati generali rispetto ai comparatori di prodotti concorrenti, non sarebbe potuta andare a questi ultimi in mancanza delle pratiche in questione, in altri termini, in quanto non è tale da dimostrare che detto aumento non si è verificato a danno di tali comparatori, il cui traffico avrebbe potuto aumentare in mancanza delle pratiche in questione, anche se non stava diminuendo. Quanto all’argomento dedotto nella replica, secondo cui l’evoluzione del traffico verso il comparatore di prodotti di Google non è cambiata dopo il lancio dell’algoritmo Panda, esso sarà esaminato ai successivi punti da 414 a 418, insieme alla terza serie di argomenti secondo cui tale evoluzione è il risultato della pertinenza dei Product Universals e delle Shopping Units, e non delle pratiche in questione, in altri termini insieme agli argomenti volti a contestare il nesso causale tra tali pratiche e l’eventuale aumento di tale traffico.

407

Per quanto riguarda la seconda serie di argomenti dedotti da Google, sintetizzata al precedente punto 398, secondo cui la Commissione ha esagerato nel quantificare il volume di traffico ricevuto dal suo comparatore di prodotti, occorre anzitutto constatare che dalle note 603, 604 e 606 della decisione impugnata nonché dalle risposte di Google e della Commissione ai quesiti del Tribunale risulta che il traffico dalle pagine dei risultati generali di Google al suo comparatore di prodotti è stato valutato riproducendo dati forniti e spiegati da Google. Non vi è dissenso tra le parti sulla correttezza dei dati stessi, ma su quali dati dovevano essere utilizzati per determinare il volume di traffico ricevuto dalle pagine dei risultati generali di Google da parte del suo comparatore di prodotti. A tal proposito, per il periodo di utilizzo della denominazione «Google Product Search» per la pagina di ricerca e dei risultati specializzata, la Commissione ha considerato solo i clic che rinviavano l’utente di Internet alla pagina specializzata omonima, compresi, per talune valutazioni, quelli effettuati su una scheda di menu specializzata. Tuttavia, per il periodo di utilizzo della denominazione «Google Shopping» per la stessa pagina, la Commissione ha considerato non solo i clic che rinviavano l’utente di Internet alla pagina specializzata omonima, compresi i clic sulla scheda Shopping che appariva nel menu, ma anche i clic che rinviavano l’utente di Internet direttamente al sito di un venditore dalle Shopping Units. Per contro, nel suo ricorso, attraverso la tabella contenuta nel punto 269 del ricorso, Google fornisce cifre che conteggiano solo i clic sui Product Universals e sulle Shopping Units che hanno portato alla pagina specializzata denominata Product Search e poi Google Shopping.

408

Il Tribunale ritiene che debbano essere respinte le censure di Google relative alla presa in considerazione dei clic sugli annunci delle Shopping Units e, se del caso, dei clic su una scheda di menu che rinvia alla pagina specializzata Google Product Search o Google Shopping, come la scheda Shopping, nella valutazione del traffico del comparatore di prodotti di Google proveniente dalle sue pagine dei risultati generali.

409

Infatti, da un lato, come è già stato affermato ai precedenti punti da 328 a 339, i punti da 26 a 35 e da 414 a 421 della decisione impugnata forniscono motivi sufficienti per concludere che il comparatore di prodotti di Google ha assunto diverse forme, vale a dire la pagina specializzata, denominata da ultimo Google Shopping, i gruppi di risultati di prodotti, il cui ultimo sviluppo sono stati i Product Universals, e gli annunci di prodotti, il cui ultimo sviluppo sono state le Shopping Units.

410

D’altro lato, per quanto riguarda la censura relativa ai clic sulla scheda Shopping contenuta nel menu in cima alla pagina dei risultati, è vero che tali clic sono precedenti all’uso del comparatore di prodotti. Tuttavia, essi indicano per definizione il suo utilizzo, poiché significano che l’utente di Internet vuole vedere la pagina specializzata di tale comparatore. Nel ricorso Google precisa del resto, al punto 57, che circa il 60% degli utenti di Internet accede a tale pagina specializzata dalla suddetta scheda.

411

Inoltre, come ha precisato la Commissione in risposta a un quesito del Tribunale senza essere contraddetta da Google, essa non ha mai preso contemporaneamente in considerazione i clic effettuati su tale pagina, il che avrebbe potuto portare a un doppio conteggio per la stessa ricerca.

412

Inoltre, il fatto che l’esistenza della scheda Shopping nella pagina dei risultati generali non sia stata messa in discussione dalla Commissione nel senso di essere parte delle pratiche anticoncorrenziali non impedisce, contrariamente a quanto sostiene Google, che la sua esistenza sia presa in considerazione per valutare l’evoluzione del traffico dalla sua pagina dei risultati generale al suo comparatore di prodotti. È vero che la totalità di tale evoluzione non è probabilmente dovuta solo al comportamento censurato di Google, e lo stesso vale per la totalità dell’evoluzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti. Tuttavia, in entrambi i casi, esiste una correlazione tra tale comportamento e l’andamento generale di tali sviluppi, e vari elementi dimostrano a tal riguardo un nesso causale, come è stato ricordato al precedente punto 383 per quanto riguarda il traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti e al precedente punto 402 per quanto riguarda il traffico verso il comparatore di prodotti di Google.

413

In ogni caso, come ha sottolineato la Commissione nelle sue memorie, Google non ha indicato quale sarebbe stata l’evoluzione del traffico dalle sue pagine dei risultati generali al suo comparatore di prodotti se non fossero stati conteggiati i clic sulla scheda Shopping, ma solo i clic nelle Shopping Units, anche se ha fornito alla Commissione dati che distinguono tra questi diversi clic. In tali circostanze, Google non ha dimostrato che la Commissione aveva erroneamente riprodotto l’evoluzione di tale traffico dovuta alle pratiche da essa ritenute anticoncorrenziali. Pertanto, devono essere parimenti respinte le censure della stessa natura formulate da Google riguardo al secondo studio, esposte ai punti 612 e seguenti della decisione impugnata, nella parte in cui si riferisce al traffico dalle pagine dei risultati generali di Google al proprio comparatore di prodotti.

414

Per quanto riguarda la terza serie di argomenti di Google sintetizzata al precedente punto 399, secondo cui i clic sui Product Universals e sulle Shopping Units riflettevano la loro pertinenza e le preferenze degli utenti e non l’impatto di pratiche anticoncorrenziali, è difficilmente contestabile il fatto che gli utenti di Internet abbiano cliccato su tali risultati specializzati e su tali annunci di prodotti perché li hanno considerati a priori utili per le loro ricerche di prodotti, in particolare perché contenevano o prendevano in considerazione informazioni rilevanti per una ricerca specializzata in una determinata materia.

415

I punti da 372 a 377 della decisione impugnata, citati dalla Commissione nel suo controricorso, sono orientati in tal senso, come illustrato in sostanza dal primo di essi, secondo il quale «[i]ncludere immagini, prezzi e informazioni sul venditore nei risultati di ricerca dei prodotti aumenta la percentuale di clic [sul link visualizzato]». A tal proposito, occorre sottolineare che la Commissione non si concentra, nella stessa decisione impugnata, sul livello intrinseco di prestazione raggiunto dal comparatore di prodotti di Google, come risulta dai punti 537 e 538 della decisione impugnata, anche se ha ritenuto che Google non visualizzasse sempre ai primi posti, nella sua pagina dei risultati generali, i risultati più pertinenti dei comparatori di prodotti.

416

Come affermato sopra, ai precedenti punti 69, 369 e 376, ciò che la Commissione ha contestato è la differenza di trattamento, nelle pagine dei risultati generali di Google, tra il suo comparatore di prodotti e i comparatori concorrenti, che consentiva ai risultati del primo di essere particolarmente visibili, mentre i risultati dei comparatori di prodotti concorrenti potevano apparire solo attraverso i risultati generici ed erano, inoltre, spesso non ben posizionati.

417

Orbene, non è neppure contestabile il fatto che, se gli utenti di Internet hanno cliccato sui risultati specializzati di prodotti di Google, è anche perché tali risultati erano evidenziati, a monte, nelle pagine dei risultati generali di Google, il che corrisponde a una delle componenti delle pratiche combinate contestate a Google. Senza siffatta visibilità, tali risultati non sarebbero stati cliccati così spesso, come è chiaramente dimostrato, da un lato, dagli esempi, menzionati al punto 494 della decisione impugnata, di correlazione tra il tasso di attivazione o di comparsa (trigger rate) dei Product Universals, poi delle Shopping Units, e il traffico, concretizzato dai clic degli utenti di Internet, dalle pagine dei risultati generali di Google a favore del suo comparatore di prodotti e, dall’altro, gli elementi riportati al punto 389 della decisione impugnata, vertenti sulle posizioni espresse da Google, secondo cui il posizionamento dei Product Universals dall’alto verso il basso nella prima pagina dei risultati generali influenzava significativamente il numero di clic sui loro risultati specializzati.

418

La terza serie di argomenti di Google, basata sulla qualità del suo comparatore di prodotti, che mira a contestare il nesso causale tra le pratiche in questione e l’aumento del traffico dalle sue pagine dei risultati generali a tale comparatore di prodotti, deve essere quindi parimenti respinta, poiché tale nesso è stato dimostrato, anche se tale traffico può anche essersi evoluto a seguito delle modifiche apportate a tale comparatore.

419

Rientra altresì nella contestazione di tale nesso causale l’argomento dedotto nella replica da parte di Google, menzionato al precedente punto 397, secondo cui lo sviluppo del traffico verso il suo comparatore di prodotti non è cambiato dopo il lancio dell’algoritmo Panda. Tuttavia, ammettendo che ciò sia corretto, l’argomento in tal senso è in contrasto anche con il fatto che le pratiche in questione sono pratiche combinate che non riguardano solo gli algoritmi di aggiustamento dei risultati generici, a cui partecipa Panda, ma riguardano anche il modo in cui vengono presentati i risultati specializzati di prodotti.

420

Alla luce di quanto precede, la seconda parte del terzo motivo di de Google deve essere respinta. Come affermato ai precedenti punti 356 e 357, occorre quindi esaminare il quarto motivo di Google, secondo cui le pratiche che le vengono contestate non hanno avuto un impatto anticoncorrenziale sui vari mercati individuati, dando per assodate le conseguenze materiali di tali pratiche sul traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai vari comparatori di prodotti, compreso il proprio, come tali conseguenze sono presentate nella decisione impugnata.

c)   Sulla prima parte del quarto motivo, secondo la quale la Commissione avrebbe fatto congetture sugli effetti anticoncorrenziali delle pratiche in questione

1) Argomenti delle parti

421

Nel suo quarto motivo, Google sostiene che la Commissione non ha dimostrato che le pratiche in questione avevano potuto avere effetti anticoncorrenziali che avrebbero comportato di per sé sia un aumento dei prezzi per i venditori e i consumatori sia una riduzione dell’innovazione. In particolare, nella decisione impugnata, il ruolo dei concorrenti più forti di Google nel settore della comparazione dei prodotti, ossia le piattaforme commerciali, come Amazon, non sarebbe stato preso in considerazione e non sarebbe stata fornita alcuna spiegazione riguardo ai presunti effetti sui prezzi e sull’innovazione.

422

Più precisamente, nell’ambito della prima parte, Google sostiene che la decisione impugnata si basa su una pura congettura riguardo agli effetti potenziali, senza che siano esaminate la situazione e l’evoluzione reali dei mercati. La CCIA muove la stessa critica, in particolare per quanto riguarda gli aumenti dei prezzi e la riduzione dell’innovazione menzionati dalla Commissione. Google sottolinea che, al punto 589 della decisione impugnata, si affermerebbe quindi che il comportamento in questione può avere, o ha verosimilmente, effetti anticoncorrenziali e, al punto 593 della decisione impugnata, si affermerebbe che esso è potenzialmente in grado di escludere i comparatori di prodotti in concorrenza con il comparatore di Google, nonché di portare agli aumenti di prezzo e alla riduzione dell’innovazione summenzionati. Non sarebbe affatto dimostrato che tali eventualità si siano verificate.

423

Orbene, la decisione impugnata non si baserebbe sulla dimostrazione che il comportamento in questione sia per sua natura anticoncorrenziale. Facendo riferimento alla sentenza dell’11 settembre 2014, CB/Commissione (C‑67/13 P, EU:C:2014:2204, punto 58), Google sostiene che la Commissione, per questa prima ragione, doveva provare effetti anticoncorrenziali concreti di tale comportamento. Inoltre, una seconda ragione in tal senso deriverebbe dalla sentenza del 6 settembre 2017, Intel/Commissione (C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 139), in cui la Corte ha dichiarato che anche di fronte a un comportamento in linea di principio abusivo di un’impresa in posizione dominante, la Commissione non poteva accontentarsi di informazioni sulla quota di mercato interessata da tale comportamento per concludere che esso era effettivamente abusivo, ma doveva tenere conto di tutte le circostanze. Nella causa che ha dato luogo a tale sentenza, l’avvocato generale avrebbe dichiarato che doveva essere condotta un’analisi di tutti gli effetti (conclusioni dell’avvocato generale Wahl nella causa Intel Corporation/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2016:788, paragrafo 120). La Commissione avrebbe agito in tal senso nel caso che ha dato luogo alla sua decisione del 24 marzo 2004, relativa ad un procedimento a norma dell’articolo [102 TFUE] e dell’articolo 54 dell’accordo SEE contro Microsoft Corporation (caso COMP/C‑/37.792 – Microsoft) (GU 2007, L 32, pag. 23), circostanza che il Tribunale avrebbe confermato nella sentenza del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione (T‑201/04, EU:T:2007:289).

424

Non sarebbe stato nemmeno dimostrato che Google detenesse una posizione dominante nei mercati nazionali dei servizi di comparazione dei prodotti, il che avrebbe significato, in tali mercati, un indebolimento della concorrenza. Ciò costituirebbe una terza ragione che renderebbe necessario identificare effetti concreti di esclusione in tali mercati.

425

Secondo Google, il comportamento contestato consisteva nel migliorare, in una concorrenza basata sui meriti, il servizio fornito agli utenti di Internet dalla sua pagina di ricerca generale, mostrandovi i risultati di ricerca specializzata di prodotti e gli annunci di prodotti. Per questa quarta ragione, l’individuazione di effetti concreti di esclusione si renderebbe necessaria. In situazioni analoghe, la Commissione e il Tribunale lo avrebbero fatto. Google fa riferimento al punto 114 della decisione della Commissione del 21 dicembre 1988, relativa ad una procedura in conformità degli articoli [101] e [102 TFUE] (caso IV/30.979 e 31.394, Decca Navigator Systems) (GU 1989, L 43, pag. 27), nonché alle sentenze del 6 settembre 2017, Intel/Commissione (C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 140), e del 17 settembre 2007, Microsoft/Commissione (T‑201/04, EU:T:2007:289, punti 868, 8691010). Nel caso di specie, gli argomenti di Google sul miglioramento del servizio per il consumatore sarebbero stati ben documentati e la Commissione avrebbe quindi dovuto dimostrare che gli effetti anticoncorrenziali prevalevano sul beneficio di tale miglioramento.

426

Infine, dato che il comportamento contestato è stato seguito per diversi anni, i suoi effetti anticoncorrenziali avrebbero dovuto concretizzarsi se fosse stato veramente dannoso per la concorrenza. Anche tale durata avrebbe quindi dovuto indurre la Commissione, per una quinta ragione, a verificare concretamente se ricorresse tale ipotesi. Google e la CCIA sottolineano che, nella sentenza del 12 dicembre 2018, Servier e a./Commissione (T‑691/14, con impugnazione pendente, EU:T:2018:922, punti da 1122 a 1128), il Tribunale ha dichiarato che, quando il comportamento contestato era già stato attuato, la Commissione non poteva, salvo il caso di una restrizione della concorrenza per oggetto, limitarsi a dimostrare effetti anticoncorrenziali potenziali, ma doveva dimostrare effetti anticoncorrenziali reali, altrimenti la distinzione tra le restrizioni della concorrenza per oggetto e la restrizioni della concorrenza per effetto sarebbe illusoria. Sebbene tale valutazione del Tribunale sia stata formulata in un caso di intesa anticoncorrenziale, sarebbe tuttavia logico applicarla anche ai presunti casi di abuso di posizione dominante. Nel caso di specie, le pratiche contestate a Google non avrebbero un oggetto anticoncorrenziale e la Commissione avrebbe quindi dovuto seguire tale approccio. La dimostrazione dell’esistenza di effetti reali avrebbe in ogni caso consentito di corroborare la probabilità di effetti potenziali, come affermerebbe la stessa Commissione al punto 20 dei suoi orientamenti sulle priorità nell’applicazione dell’articolo [102 TFUE] al comportamento abusivo delle imprese dominanti volto all’esclusione dei concorrenti (GU 2009, C 45, pag. 7).

427

Tuttavia, secondo Google, la Commissione non ha dimostrato alcun effetto concreto. La sezione 7.2.3 della decisione impugnata, alla quale la Commissione fa riferimento per spiegare che ha tenuto conto di elementi concreti del mercato, esaminerebbe soltanto l’evoluzione del traffico dalle pagine dei risultati generali di Google ai comparatori di prodotti concorrenti, ma non il numero complessivo dei loro visitatori. In realtà, gli elementi del fascicolo dimostrerebbero che Google non può far aumentare i prezzi o rallentare l’innovazione e che la concorrenza nei mercati dei servizi di comparazione dei prodotti è forte, con gli utenti di Internet che dispongono di un’ampia scelta in tal senso, come constatato dalla Competition and Markets Authority (Autorità garante della concorrenza e dei mercati, Regno Unito) in uno studio pubblicato nell’aprile 2017, intitolato «Online search: Consumer and firm behaviour» (Ricerca online: comportamento dei consumatori e delle imprese). Per quanto riguarda i prezzi, Google avrebbe correttamente dimostrato che erano diminuiti per i venditori che intendevano apparire nelle Shopping Units.

428

Inoltre, alla luce degli argomenti del BEUC secondo cui Google avrebbe danneggiato i consumatori riducendo le loro possibilità di accedere a comparatori di prodotti concorrenti e a più venditori, Google ricorda, in sostanza, che i suoi criteri di pertinenza dei risultati mostrati agli utenti di Internet nei risultati generici, nei Product Universals o nelle Shopping Units erano oggettivi, in particolare per l’uso della Universal Search. La Commissione non avrebbe rimesso in discussione nella decisione impugnata gli algoritmi di aggiustamento dei risultati generici né tali criteri di pertinenza, e sarebbe solo l’assenza dei comparatori di prodotti concorrenti nei Product Universals o nelle Shopping Units che essa avrebbe identificato come problematica. Di conseguenza, il BEUC avanzerebbe una teoria che non è stata adottata dalla Commissione nella decisione impugnata. Inoltre, Google sottolinea il fatto di aver inviato miliardi di clic gratuiti di traffico ai comparatori di prodotti concorrenti nei dieci anni precedenti l’adozione della decisione impugnata e che alcuni di essi, come Which? nel Regno Unito, membro del BEUC, hanno visto un aumento significativo del loro traffico dalle sue pagine dei risultati generali, al pari delle piattaforme commerciali. La Commissione non avrebbe sostenuto, nella decisione impugnata, che Google stava limitando le possibilità per i consumatori di accedere ai comparatori di prezzi concorrenti. Google presenta alcuni studi, in particolare tra quelli fatti valere dal BEUC, per dimostrare che i comparatori di prodotti sono assai utili per gli utenti di Internet. Essa nega di essere il principale punto di ingresso per le ricerche di prodotti su Internet, affermando di potersi basare, a tal proposito, sul fascicolo del procedimento dinanzi alla Commissione. Uno degli studi summenzionati indicherebbe, nel caso del Regno Unito, della Germania e della Francia, che gli avvii delle ricerche di prodotti su Internet effettuate sul motore di ricerca di Google e anche i percorsi di tali ricerche che utilizzano tale motore in un determinato momento sono ben lontani dall’essere la maggioranza. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto da BEUC, i piccoli venditori apparirebbero negli annunci contenuti nelle pagine dei risultati generali di Google.

429

La Commissione e, a suo sostegno, BEUC, la Foundem, il VDZ, il BDZV, la Visual Meta, Twenga, Kelkoo e la Repubblica federale di Germania contestano gli argomenti di Google.

430

In particolare, Twenga e Kelkoo affermano che la riduzione del traffico verso i comparatori di prodotti concorrenti rispetto al comparatore di Google, proveniente dalle sue pagine dei risultati generali, è stata accompagnata da un deterioramento della qualità del proprio traffico, vale a dire da una riduzione del tasso di conversione in acquisti delle visite ai siti dei venditori provenienti da tali comparatori. Inoltre, il traffico dal comparatore di prodotti di Google verso i venditori sarebbe aumentato. Twenga e Kelkoo sarebbero quindi meno interessanti per i venditori, i quali, per di più, non avrebbero interesse a che le loro offerte appaiano su più siti Internet, salvo vedere il proprio sito di vendita retrocesso anche nei risultati generici dall’algoritmo Panda, che declasserebbe i siti con contenuti simili. A tal proposito, Twenga fornisce esempi di venditori che le avevano comunicato che rinunciavano ai suoi servizi, o a causa del calo di qualità del traffico proveniente da Twenga, oppure perché, avendo scelto di alimentare il comparatore di prodotti di Google, non intendevano rimanere presenti nei risultati di un altro comparatore. Kelkoo aggiunge che la riduzione del traffico verso il suo sito dalle pagine dei risultati generali di Google ha comportato essa stessa una riduzione del traffico diretto verso il suo sito, che, come il traffico proveniente dai risultati generici, è un traffico «di qualità» che genera buoni tassi di conversione. Infatti, il traffico diretto deriverebbe da una prima visita a seguito di una scoperta nei risultati generici.

431

Più in generale, il BEUC sostiene che, limitando la visibilità dei comparatori di prodotti concorrenti nelle sue pagine dei risultati generali e privilegiando il proprio comparatore di prodotti e gli annunci pubblicitari che sono utilizzati dai maggiori venditori, Google ha ridotto non solo la concorrenza nel mercato della ricerca specializzata della comparazione dei prodotti, ma anche le opportunità per i consumatori di accedere a più venditori e di far funzionare la concorrenza tra loro. Esso sottolinea che, nella sentenza del 27 marzo 2012, Post Danmark (C‑209/10, EU:C:2012:172, punto 20), la Corte ha ricordato che l’articolo 102 TFUE riguardava non solo le pratiche che provocano un danno immediato ai consumatori, ma anche quelle che li danneggiano pregiudicando la sussistenza di una concorrenza effettiva.

2) Giudizio del Tribunale

432

Gli articoli 101 e 102 TFUE hanno lo stesso obiettivo, ossia preservare una concorrenza non falsata nel mercato interno, come è ormai previsto nel protocollo n. 27 sul mercato interno e sulla concorrenza, allegato al Trattato di Lisbona (GU 2010, C 83, pag. 309). A tal proposito, le pratiche anticoncorrenziali che sono menzionate nei due articoli a titolo esemplificativo sono simili, anche se l’articolo 101 TFUE si riferisce agli accordi tra imprese e l’articolo 102 TFUE alle pratiche unilaterali delle imprese in posizione dominante.

433

L’obiettivo di una concorrenza non falsata implica che la concorrenza sia esercitata su una base equa che non sia falsata né da accordi tra imprese che restringono o eliminano la concorrenza né da comportamenti unilaterali delle imprese dominanti che abusano del loro potere sul mercato anche per restringere o eliminare la concorrenza.

434

La concorrenza leale, anche da parte di un’impresa dominante o potenzialmente dominante, può certamente portare alla scomparsa dei concorrenti attraverso le forze di mercato (v., in tal senso, sentenza del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punto 133 e giurisprudenza ivi citata). Tuttavia, i comportamenti anticoncorrenziali, in particolare quelli unilaterali, che riflettono una condotta abusiva da parte di un’impresa dominante e che possono anche portare a tale scomparsa, sono vietati.

435

Tuttavia, l’articolo 102 TFUE non distingue, contrariamente all’articolo 101 TFUE, tra i comportamenti che hanno per oggetto di impedire, restringere o falsare la concorrenza e quelli che, pur non avendo tale oggetto, hanno tuttavia tale effetto.

436

Nell’applicazione dell’articolo 101 TFUE, di fronte a determinati comportamenti collettivi delle imprese, l’autorità garante della concorrenza che dimostra che il comportamento in questione ha un oggetto anticoncorrenziale non è tenuta a dimostrare i suoi effetti anticoncorrenziali per qualificarlo come illecito. Pertanto, talune pratiche collusive, come la fissazione congiunta dei prezzi all’interno dei cartelli, sono considerate così dannose, e quindi intrinsecamente anticoncorrenziali, che non è necessario a tal proposito dimostrare i loro effetti concreti nei mercati interessati (v., in tal senso, sentenza dell’11 settembre 2014, CB/Commissione, C‑67/13 P, EU:C:2014:2204, punti da 49 a 51).

437

Per contro, l’articolo 102 TFUE dispone soltanto che è incompatibile con il mercato interno, e vietato, lo sfruttamento abusivo di una posizione dominane sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo. Dalla giurisprudenza della Corte risulta che lo sfruttamento abusivo di una posizione dominante vietato da tale disposizione è una nozione oggettiva che riguarda in particolare i comportamenti di un’impresa in posizione dominante i quali, su un mercato in cui, proprio in conseguenza della presenza dell’impresa in questione, il livello della concorrenza sia già indebolito, abbiano l’effetto di impedire, mediante il ricorso a mezzi diversi da quelli che reggono una normale competizione fra i prodotti o i servizi in base alle prestazioni degli operatori economici, il mantenimento del livello di concorrenza ancora esistente o lo sviluppo della medesima (v. sentenza del 14 ottobre 2010, Deutsche Telekom/Commissione, C‑280/08 P,EU:C:2010:603, punto 174 e giurisprudenza ivi citata). Le stesse considerazioni valgono quando i comportamenti in questione hanno effetti restrittivi sulla concorrenza in mercati collegati a quello in cui si detiene la posizione dominante.

438

Per quanto riguarda le pratiche di esclusione, ne è stato dedotto che la qualificazione di abuso di posizione dominante non poteva essere accolta senza la dimostrazione di un effetto anticoncorrenziale, o almeno di un potenziale effetto anticoncorrenziale, restando inteso che, in mancanza del minimo effetto sulla situazione concorrenziale dei concorrenti, una qualificazione come pratica abusiva di esclusione di questi ultimi non poteva essere accolta (v., in tal senso, sentenze del 14 ottobre 2010, Deutsche Telekom/Commissione, C‑280/08 P, EU:C:2010:603, punti da 250 a 254, del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige, C‑52/09, EU:C:2011:83, punti da 61 a 66, e del 19 aprile 2012, Tomra Systems e a./Commissione, C‑549/10 P, EU:C:2012:221, punto 68).

439

In tale contesto, anche quando sono in discussione comportamenti, in linea di principio, anticoncorrenziali di imprese dominanti, come quelli volti a ottenere, da parte dei clienti, un rapporto di acquisto in esclusiva o in via del tutto preferenziale, eventualmente mediante sconti di fedeltà (v., in tal senso, sentenza del 13 febbraio 1979, Hoffmann‑La Roche/Commissione, 85/76, EU:C:1979:36, punto 89), se l’impresa dominante interessata contesta, in modo documentato, il fatto che il suo comportamento abbia avuto la capacità di restringere la concorrenza, l’autorità garante della concorrenza, responsabile del fascicolo, deve analizzare tutte le circostanze pertinenti per decidere quale sia la situazione (v., in tal senso, sentenze del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige, C‑52/09, EU:C:2011:83, punto 68, del 6 ottobre 2015, Post Danmark, C‑23/14, EU:C:2015:651, punto 68, e del 6 settembre 2017, Intel/Commissione, C‑413/14 P, EU:C:2017:632, punti 138139).

440

A tal proposito, quando l’impresa in questione sostiene che il suo comportamento non poteva avere effetti anticoncorrenziali, neppure potenziali, e sostiene i suoi argomenti con elementi riguardanti l’evoluzione reale del mercato, spetta all’autorità garante della concorrenza esaminare se detti elementi siano tali da avere un impatto sulla sua valutazione dell’esistenza di effetti anticoncorrenziali. Infatti, nel caso di pratiche effettivamente attuate e che presentano, come nel caso di specie, un carattere complesso, tali elementi possono costituire circostanze pertinenti in grado di corroborare o meno l’esistenza di una violazione dell’articolo 102 TFUE.

441

Da quanto precede risulta che, per constatare un abuso di posizione dominante da parte di Google, la Commissione doveva dimostrare effetti, quantomeno potenziali, dovuti al comportamento contestato di restrizione o eliminazione della concorrenza nei mercati interessati, tenendo conto di tutte le circostanze pertinenti, in particolare alla luce degli argomenti dedotti da Google per contestare il fatto che il suo comportamento aveva avuto la capacità di limitare la concorrenza.

442

Per contro, contrariamente a quanto sostenuto da Google o dalla CCIA, la Commissione non era tenuta a individuare effetti reali di esclusione, per il fatto che Google non avrebbe avuto una posizione dominante nei mercati nazionali dei servizi di comparazione dei prodotti, che il suo comportamento contribuiva a un miglioramento dei suoi servizi a vantaggio dei consumatori e dei venditori su Internet e che tale comportamento era perdurato per diversi anni. Siffatto obbligo, per quanto riguarda la Commissione, sarebbe contrario al principio, confermato dal giudice dell’Unione, secondo il quale la qualificazione di abuso ai sensi dell’articolo 102 TFUE non può essere esclusa perché la pratica in questione non ha avuto, in definitiva, il risultato previsto (v., in tal senso, sentenza del 17 febbraio 2011, TeliaSonera Sverige, C‑52/09,EU:C:2011:83, punti 6465, e, più in particolare per quanto riguarda la durata del comportamento, sentenza del 29 marzo 2012, Telefónica e Telefónica de España/Commissione, T‑336/07, EU:T:2012:172, punto 272).

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