ISSN 1977-0944

Gazzetta ufficiale

dell’Unione europea

C 440

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Edizione in lingua italiana

Comunicazioni e informazioni

61° anno
6 dicembre 2018


Sommario

pagina

 

I   Risoluzioni, raccomandazioni e pareri

 

PARERI

 

Comitato economico e sociale europeo

 

537a sessione plenaria del CESE, 19.9.2018 – 20.9.2018

2018/C 440/01

Parere del Comitato economico e sociale europeo su L’intelligenza artificiale: anticipare i suoi effetti sul lavoro per assicurare una transizione equa (parere d’iniziativa)

1

2018/C 440/02

Parere del Comitato economico e sociale europeo su Fiducia, rispetto della vita privata e sicurezza per i consumatori e le imprese nell’Internet degli oggetti (parere d’iniziativa)

8

2018/C 440/03

Parere del Comitato economico e sociale europeo sugli Indicatori più appropriati per valutare gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS): il contributo della società civile (parere d’iniziativa)

14

2018/C 440/04

Parere del Comitato economico e sociale europeo su Il contributo delle zone rurali d’Europa all’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 a garanzia della sostenibilità e della coesione urbana/rurale (parere d’iniziativa)

22

2018/C 440/05

Parere del Comitato economico e sociale europeo su L’impatto della sussidiarietà e della sovraregolamentazione sull’economia e l’occupazione (parere esplorativo richiesto dalla presidenza austriaca)

28

2018/C 440/06

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul Divario digitale di genere [parere esplorativo richiesto dal Parlamento europeo]

37

2018/C 440/07

Parere del Comitato economico e sociale europeo su Bioeconomia: contribuire a realizzare gli obiettivi dell’UE in materia di clima e di energia e a conseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (parere esplorativo)

45


 

III   Atti preparatori

 

COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO

 

537a sessione plenaria del CESE, 19.9.2018 – 20.9.2018

2018/C 440/08

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — L’intelligenza artificiale per l’Europa[COM(2018) 237 final]

51

2018/C 440/09

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni relativa alla trasformazione digitale della sanità e dell’assistenza nel mercato unico digitale, alla responsabilizzazione dei cittadini e alla creazione di una società più sana[COM(2018) 233 final]

57

2018/C 440/10

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla a) Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle azioni rappresentative a tutela degli interessi collettivi dei consumatori e che abroga la direttiva 2009/22/CE[COM(2018) 184 final — 2018/0089 (COD)] e sulla b) Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 93/13/CEE del Consiglio del 5 aprile 1993, la direttiva 98/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e la direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio per una migliore applicazione e una modernizzazione delle norme dell’UE relative alla protezione dei consumatori[COM(2018) 185 final — 2018/0090 (COD)]

66

2018/C 440/11

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Una nuova agenda europea per la ricerca e l’innovazione — l’opportunità dell’Europa di plasmare il proprio futuro(Contributo della Commissione europea alla riunione informale sull’innovazione dei leader dell’UE, tenutasi a Sofia il 16 maggio 2018) [COM(2018) 306 final]

73

2018/C 440/12

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica i regolamenti (UE) n. 596/2014 e (UE) 2017/1129 per quanto riguarda la promozione dell’uso dei mercati di crescita per le PMI[COM(2018) 331 final — 2018/0165 (COD)]

79

2018/C 440/13

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 2009/103/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 settembre 2009, concernente l’assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli e il controllo dell’obbligo di assicurare tale responsabilità[COM(2018) 336 final — 2018/0168 (COD)]

85

2018/C 440/14

Parere del Comitato economico e sociale europeo su Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai requisiti di omologazione dei veicoli a motore e dei loro rimorchi, nonché di sistemi, componenti ed entità tecniche destinati a tali veicoli, per quanto riguarda la loro sicurezza generale e la protezione degli occupanti dei veicoli e degli altri utenti vulnerabili della strada, che modifica il regolamento (UE) 2018/… e abroga i regolamenti (CE) n. 78/2009, (CE) n. 79/2009 e (CE) n. 661/2009[COM(2018) 286 final — 2018/0145 (COD)]

90

2018/C 440/15

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che integra la legislazione dell’UE in materia di omologazione in relazione al recesso del Regno Unito dall’Unione[COM(2018) 397 final — 2018/0220 (COD)]

95

2018/C 440/16

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (CE) n. 469/2009 sul certificato protettivo complementare per i medicinali[COM(2018) 317 final — 2018/0161 (COD)]

100

2018/C 440/17

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica e rettifica il regolamento (UE) n. 167/2013 relativo all’omologazione e alla vigilanza del mercato dei veicoli agricoli e forestali[COM(2018) 289 final — 2018/0142 (COD)]

104

2018/C 440/18

Parere sul Comitato economico e sociale europeo su Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Un bilancio moderno al servizio di un’Unione che protegge, che dà forza, che difende. Quadro finanziario pluriennale 2021-2027[COM(2018) 321 final]Proposta di regolamento del Consiglio che stabilisce il quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021-2027[COM(2018) 322 final/2 — 2018/0166 (APP)]Proposta di decisione del Consiglio relativa al sistema delle risorse proprie dell’Unione europea[COM(2018) 325 final — 2018/0135 (CNS)]Proposta di regolamento del Consiglio concernente le modalità e la procedura di messa a disposizione delle risorse proprie basate sulla base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società, sul sistema di scambio di quote di emissioni dell’Unione europea e sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati, nonché le misure per far fronte al fabbisogno di tesoreria[COM(2018) 326 final — 2018/0131 (NLE)]Proposta di regolamento del Consiglio che stabilisce misure di esecuzione del sistema delle risorse proprie dell’Unione europea[COM(2018) 327 final — 2018/0132 (APP)]Proposta di regolamento del Consiglio che modifica il regolamento (CEE, Euratom) n. 1553/89 del Consiglio concernente il regime uniforme definitivo di riscossione delle risorse proprie provenienti dall’imposta sul valore aggiunto[COM(2018) 328 final — 2018/0133 (NLE)]

106

2018/C 440/19

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante disposizioni specifiche per l’obiettivo Cooperazione territoriale europea (Interreg) sostenuto dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dagli strumenti di finanziamento esterno[COM(2018) 374 final — 2018/0199 (COD)]

116

2018/C 440/20

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo a un meccanismo per eliminare gli ostacoli giuridici e amministrativi in ambito transfrontaliero[COM(2018) 373 final — 2018/0198 (COD)]

124

2018/C 440/21

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce l'Autorità europea del lavoro[COM(2018)131 final — 2018/0064 (COD)]

128

2018/C 440/22

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di raccomandazione del Consiglio sull'accesso alla protezione sociale per i lavoratori subordinati e autonomi[COM(2018) 132 final]

135

2018/C 440/23

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio Adattare la politica comune in materia di visti alle nuove sfide[COM(2018) 251 final] e la Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica del regolamento (CE) n. 810/2009 che istituisce un codice comunitario dei visti (codice dei visti)[COM(2018) 252 final — 2018/0061 (COD)]

142

2018/C 440/24

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2004/37/CE sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un’esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante il lavoro[COM(2018) 171 final — 2018/0081 (COD)]

145

2018/C 440/25

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di raccomandazione del Consiglio relativa al rafforzamento della cooperazione nella lotta contro le malattie prevenibili da vaccino[COM(2018) 244 final — SWD(2018) 149 final]

150

2018/C 440/26

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (CE) n. 767/2008, il regolamento (CE) n. 810/2009, il regolamento (UE) 2017/2226, il regolamento (UE) 2016/399, il regolamento (UE) 2018/XX [regolamento sull’interoperabilità] e la decisione 2004/512/CE, e che abroga la decisione 2008/633/GAI del Consiglio[COM(2018) 302 final]

154

2018/C 440/27

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla trasparenza e alla sostenibilità dell’analisi del rischio dell’Unione nella filiera alimentare, che modifica il regolamento (CE) n. 178/2002 (sulla legislazione alimentare generale), la direttiva 2001/18/CE (sull’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati), il regolamento (CE) n. 1829/2003 (sugli alimenti e mangimi geneticamente modificati), il regolamento (CE) n. 1831/2003 (sugli additivi per mangimi), il regolamento (CE) n. 2065/2003 (sugli aromatizzanti di affumicatura), il regolamento (CE) n. 1935/2004 (sui materiali a contatto con gli alimenti), il regolamento (CE) n. 1331/2008 (sulla procedura uniforme di autorizzazione per gli additivi, gli enzimi e gli aromi alimentari), il regolamento (CE) n. 1107/2009 (sui prodotti fitosanitari) e il regolamento (UE) 2015/2283 (sui nuovi alimenti)[COM(2018) 179 final — 2018/0088 (COD)]

158

2018/C 440/28

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio in materia di pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera alimentare[COM(2018) 173 final]

165

2018/C 440/29

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un piano pluriennale per gli stock nelle acque occidentali e nelle acque adiacenti e per le attività di pesca che sfruttano questi stock, modifica il regolamento (UE) 2016/1139 che istituisce un piano pluriennale per il Mar Baltico e abroga i regolamenti (CE) n. 811/2004, (CE) n. 2166/2005, (CE) n. 388/2006, (CE) n. 509/2007 e (CE) n. 1300/2008[COM(2018) 149 final — 2018/0074 (COD)]

171

2018/C 440/30

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo a un piano pluriennale di ricostituzione del pesce spada del Mediterraneo e recante modifica dei regolamenti (CE) n. 1967/2006 e (UE) 2017/2107[COM(2018) 229 final — 2018/0109 (COD)]

174

2018/C 440/31

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che promuove equità e trasparenza per gli utenti commerciali dei servizi di intermediazione online[COM(2018) 238 final — 2018/0112 (COD)]

177

2018/C 440/32

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Contrastare la disinformazione online: un approccio europeo[COM(2018) 236 final]

183

2018/C 440/33

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce il meccanismo per collegare l’Europa e abroga i regolamenti (UE) n. 1316/2013 e (UE) n. 283/2014[COM(2018) 438 final — 2018/0228 (COD)]

191

2018/C 440/34

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un programma di azione in materia di scambi, assistenza e formazione per la protezione dell'euro contro la contraffazione monetaria per il periodo 2021-2027 (programma Pericle IV)[COM(2018) 369 final — 2018/0194(CNS)]

199


IT

 


I Risoluzioni, raccomandazioni e pareri

PARERI

Comitato economico e sociale europeo

537a sessione plenaria del CESE, 19.9.2018 – 20.9.2018

6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/1


Parere del Comitato economico e sociale europeo su «L’intelligenza artificiale: anticipare i suoi effetti sul lavoro per assicurare una transizione equa»

(parere d’iniziativa)

(2018/C 440/01)

Relatrice:

Franca SALIS-MADINIER

Decisione dell’Assemblea plenaria

15.2.2018

Base giuridica

Articolo 29, paragrafo 2, del Regolamento interno

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

183/1/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

L’intelligenza artificiale (IA) e la robotica estenderanno e amplificheranno gli effetti della digitalizzazione dell’economia sui mercati del lavoro (1). Da sempre il progresso tecnico ha avuto un impatto sul lavoro e l’occupazione, e queste ricadute hanno richiesto nuove forme di inquadramento sociale e socioculturale. Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) è convinto che lo sviluppo tecnologico possa contribuire al progresso economico e sociale, ma considera sbagliato ignorarne gli effetti globali sulla società. Nel contesto lavorativo, l’IA estenderà e amplierà la portata dell’automazione dei posti di lavoro (2). Per questo motivo il CESE intende contribuire alla preparazione delle trasformazioni sociali che accompagneranno lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica mediante un rafforzamento e un rinnovamento del modello sociale europeo.

1.2.

Il CESE desidera sottolineare le potenzialità dell’IA e delle sue applicazioni, in particolare nei settori dell’assistenza sanitaria, della sicurezza nei trasporti, dell’energia e della lotta contro i cambiamenti climatici, nonché per la previsione delle minacce in materia di sicurezza informatica. L’Unione europea, i governi e le organizzazioni della società civile hanno un ruolo importante da svolgere per trarre pieno vantaggio dai benefici che l’IA può apportare, in particolare alle persone con disabilità e/o a mobilità ridotta, nonché agli anziani e ai malati cronici.

1.3.

Tuttavia, l’UE non dispone di dati sufficienti sull’economia digitale e sulla conseguente trasformazione sociale. Il CESE raccomanda di migliorare gli strumenti statistici e la ricerca, in particolare sull’IA, l’uso dei robot industriali e di servizio, l’Internet degli oggetti e i nuovi modelli economici (l’economia delle piattaforme, le nuove forme di occupazione e lavoro).

1.4.

Il CESE chiede che la Commissione europea promuova e sostenga la realizzazione di studi (a livello dei comitati europei di dialogo sociale settoriale) sugli impatti settoriali dell’intelligenza artificiale e della robotica e, più in generale, della digitalizzazione dell’economia.

1.5.

È generalmente riconosciuto che l’IA e la robotica porteranno alla delocalizzazione e trasformazione dei posti di lavoro, alla scomparsa di certe professioni/occupazioni e alla nascita di altre. In ogni caso, l’UE deve garantire l’accesso di tutti i lavoratori — siano essi dipendenti o autonomi (compresi quelli fittizi) — alla protezione sociale, in linea con il pilastro europeo dei diritti sociali.

1.6.

La Commissione ha proposto di rafforzare il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione in modo che ne possano beneficiare sia i lavoratori dipendenti che quelli autonomi la cui attività lavorativa è cessata a causa della digitalizzazione dell’economia (3). Il CESE ritiene che si tratti di un passo verso l’istituzione di un autentico Fondo europeo di transizione che contribuirebbe a una gestione socialmente responsabile della trasformazione digitale.

1.7.

Il CESE raccomanda di applicare e rafforzare i principi, gli impegni e gli obblighi enunciati nei testi vigenti, adottati dalle istituzioni europee e dalle parti sociali, sull’informazione e la consultazione dei lavoratori, in particolare quando vengono introdotte nuove tecnologie, tra cui l’IA e la robotica (4). Il CESE auspica la creazione di un programma europeo comprendente la questione dell’IA che sia basato su questi testi e sul pilastro europeo dei diritti sociali, e che coinvolga tutte le parti interessate.

1.8.

Il CESE raccomanda che negli orientamenti etici per l’IA che la Commissione elaborerà venga chiaramente indicato un limite nell’interazione tra lavoratori e macchine intelligenti, in modo che l’essere umano non sia mai l’esecutore della macchina. Nell’ottica di un’IA inclusiva, questi orientamenti devono stabilire principi di partecipazione, responsabilità e titolarità dei processi di produzione affinché, come sottolineato nella Costituzione dell’OIL, l’attività lavorativa conferisca a coloro che la esercitano la soddisfazione di mostrare tutte le loro capacità e conoscenze e di contribuire meglio possibile al benessere comune.

1.9.

Il CESE raccomanda inoltre che questi orientamenti comprendano principi di trasparenza nell’utilizzo dei sistemi di IA per quel che concerne l’assunzione, la valutazione e il controllo manageriale dei lavoratori, nonché principi in materia di salute, sicurezza e miglioramento delle condizioni di lavoro. Infine, essi devono garantire la protezione dei diritti e delle libertà riguardanti il trattamento dei dati dei lavoratori, nel rispetto dei principi di non discriminazione.

1.10.

L’attuazione degli orientamenti etici nel settore dell’IA deve essere oggetto di monitoraggio. Questo ruolo di vigilanza o di controllo (anche in contesti aziendali) potrebbe essere attribuito a un Osservatorio europeo per l’etica nei sistemi di IA.

1.11.

Il CESE raccomanda una formazione in materia di etica per gli ingegneri e i progettisti di macchine intelligenti, per evitare che vengano introdotte nuove forme di «taylorismo digitale» in cui l’essere umano viene relegato all’esecuzione delle istruzioni impartite dalle macchine. Bisogna promuovere la diffusione delle buone pratiche e lo scambio di esperienze in questo settore.

1.12.

Il CESE chiede che venga chiarito il principio di responsabilità giuridica. Nel rapporto tra l’uomo e la macchina, i rischi che si profilano in materia di salute e sicurezza devono essere oggetto di un approccio più ambizioso nel quadro della direttiva sulla responsabilità per danno da prodotti difettosi (5).

1.13.

Di fronte al rischio di una polarizzazione sociale nel quadro della trasformazione digitale, il CESE chiede alle istituzioni dell’UE di avviare un dibattito sulla questione del finanziamento dei bilanci pubblici e dei sistemi di protezione sociale, in un contesto economico in cui, a fronte di un’automazione che va assumendo una maggiore densità, l’imposta sul reddito da lavoro rimane tuttora la principale fonte di gettito fiscale in Europa (6). Per applicare il principio di equità, sarebbe utile che questo dibattito affrontasse anche la questione della ridistribuzione dei benefici della digitalizzazione.

2.   Introduzione

2.1.

Sin dalla sua apparizione nel 1956, il concetto di IA ha registrato sviluppi disomogenei, osservabili anche durante tutta la seconda metà del XX secolo. L’IA ha suscitato, di volta in volta, grandi speranze e amare disillusioni. Da alcuni anni, tuttavia, essa sta attraversando una nuova fase di grande sviluppo reso possibile dalla raccolta, l’organizzazione e la memorizzazione di una quantità di dati senza precedenti (i cosiddetti megadati o big data) nella storia dell’umanità, nonché dall’aumento esponenziale della potenza di calcolo degli elaboratori elettronici e delle capacità degli algoritmi.

2.2.

Nel 2017 il CESE ha elaborato un parere sull’IA (7) in cui vengono affrontate numerose questioni importanti. Come sottolineato nel presente parere, non esiste una definizione precisa di «intelligenza artificiale». Ai fini del presente parere, per intelligenza artificiale si intende una disciplina che punta a utilizzare le tecnologie digitali per creare sistemi capaci di riprodurre in piena autonomia le funzioni cognitive degli esseri umani, tra cui — in particolare — l’acquisizione di dati e una forma di comprensione e di adattamento (risoluzione di problemi, ragionamenti e apprendimento automatici).

2.3.

I sistemi di IA sono oggi in grado di risolvere problemi complessi, talvolta al di fuori della portata dell’intelligenza umana. Le applicazioni sembrano potenzialmente innumerevoli, sia nei settori bancario, assicurativo, dei trasporti, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, dell’energia, del marketing e della difesa, che nei settori dell’industria, delle costruzioni, dell’agricoltura, dell’artigianato ecc. (8). Ci si attende che l’IA migliori l’efficienza dei processi di produzione di beni e servizi, stimoli la redditività delle imprese e contribuisca alla crescita economica.

2.4.

Questo nuovo sviluppo dell’IA solleva inoltre numerosi interrogativi circa il suo ruolo potenziale nella società, il suo grado di autonomia e la sua interazione con l’essere umano. Come sottolineato nel parere del CESE sull’IA adottato nel 2017 (9), questi interrogativi vertono in particolare sull’etica, la sicurezza, la trasparenza, la vita privata e le norme in materia di lavoro, l’istruzione, l’accessibilità, la legislazione e la regolamentazione, la governance e la democrazia.

2.5.

È opportuno confrontare le differenti impostazioni nella discussione sull’IA, allo scopo di inquadrare questo dibattito al di fuori dello scenario economico in cui resta talvolta impaniato. Un quadro multidisciplinare di questo tipo sarebbe utile nell’analisi degli effetti dell’IA sul mondo del lavoro, perché l’ambiente lavorativo è uno dei principali luoghi di interazione tra l’uomo e la macchina. Da sempre il lavoro è stato influenzato dalla tecnica. Gli effetti dell’intelligenza artificiale sull’occupazione e il lavoro richiedono pertanto un’attenzione particolare a livello politico, in quanto le istituzioni hanno in particolare il compito di rendere i processi di trasformazione economica sostenibili dal punto di vista sociale (10).

2.6.

L’obiettivo del presente parere di iniziativa è mettere in evidenza le sfide dell’IA in rapporto all’occupazione, anche per quel che concerne la natura, le condizioni e l’organizzazione del lavoro. Come già sottolineato dal CESE (11), è opportuno migliorare le statistiche e la ricerca per poter elaborare non solo previsioni precise sull’evoluzione dei mercati del lavoro, ma anche indicatori chiari riguardanti alcune tendenze connesse in particolare alla qualità del lavoro, alla polarizzazione dei posti di lavoro e dei redditi, nonché alle condizioni di lavoro nella trasformazione digitale. L’UE non dispone di dati sufficienti sulla cosiddetta «economia collaborativa», sulle piattaforme di lavoro a chiamata, sui nuovi modelli di subappalto online, sull’impiego di robot industriali e di servizio alla persona, sull’Internet degli oggetti, nonché sull’uso e la diffusione dei sistemi di IA.

3.   IA ed evoluzione del volume dell’occupazione

3.1.

La questione dell’effetto esercitato sul volume dell’occupazione dall’introduzione dell’IA e della robotica nei processi di produzione è molto dibattuta. Numerosi studi hanno cercato di fornire una risposta a tale questione senza tuttavia giungere a un consenso nella comunità scientifica. La diversità dei risultati (la percentuale dei posti di lavoro minacciati oscilla tra il 9 % e il 54 % (12)) rispecchia la complessità delle scelte metodologiche e il loro impatto determinante sui risultati stessi della ricerca.

3.2.

Le previsioni sono incerte perché entrano in gioco altri fattori oltre al potenziale tecnico di automazione, ossia gli sviluppi politici, normativi, economici e demografici, nonché l’accettabilità sociale. Non è sufficiente che la tecnologia sia disponibile per garantirne l’utilizzo e la diffusione.

3.3.

Infine, è tuttora impossibile stilare un bilancio previsionale chiaro dei posti di lavoro automatizzabili in ogni settore senza tenere conto della trasformazione delle professioni e del ritmo con cui vengono creati nuovi posti di lavoro. Lo sviluppo dei sistemi di IA richiederà infatti nuovi posti di lavoro nei settori dell’ingegneria, dell’informatica, delle telecomunicazioni (ingegneri, tecnici e operatori), nonché nel settore dei megadati (big data), posti che saranno occupati da responsabili dei dati, analisti dei dati, esploratori dei dati ecc.

3.4.

Il ruolo delle istituzioni pubbliche consisterà nell’assicurare la sostenibilità sociale di questa trasformazione digitale, che potrà riguardare sia la quantità che la qualità dei posti di lavoro (13). Uno dei rischi evidenziati dagli esperti è quello di una polarizzazione dei posti di lavoro fra (da un lato) i «vincenti», che possiedono le qualifiche utili per l’economia digitale, e (dall’altro) i «perdenti», le cui qualifiche, esperienze e competenze saranno progressivamente rese obsolete da questa trasformazione. La risposta a questa sfida che la Commissione europea ha proposto in una sua recente comunicazione (14) è essenzialmente imperniata su interventi in materia di istruzione, formazione, nonché miglioramento delle competenze di base (leggere, scrivere e fare di conto) e di quelle digitali. Questa risposta merita il sostegno degli attori economici e sociali, specialmente nel quadro del dialogo sociale a livello nazionale, europeo, interprofessionale e settoriale (15).

3.5.

Secondo il CESE, tuttavia, questi interventi non saranno sufficienti a rispondere all’insieme dei problemi, in particolare all’incertezza nell’evoluzione dei posti di lavoro. Meritano un approfondimento tre assi d’intervento complementari: quello di un’IA «inclusiva», quello dell’anticipazione dei cambiamenti e, infine, quello delle ristrutturazioni socialmente responsabili e regolate quando sono inevitabili accordi in materia di licenziamenti collettivi.

4.   IA e automazione inclusive e intelligenti

4.1.

Il CESE appoggia il principio di un programma in materia di IA e di automazione inclusive. Questo significa che, al momento di introdurre nelle imprese nuovi processi che si avvalgono delle nuove tecnologie, sarebbe utile coinvolgere i lavoratori nelle modalità di funzionamento di tali processi. Come osserva il WRR (16), l’adozione «inclusiva e intelligente» di nuove tecnologie, in modo tale che i lavoratori rimangano al centro dei processi e contribuiscano a migliorarli, può servire a favorire il miglioramento dei processi produttivi (17).

4.2.

Tenuto conto della funzione svolta dagli algoritmi per quel che concerne le condizioni di assunzione, lavoro e valutazione professionale, il CESE sostiene il principio della trasparenza dell’algoritmo, che non consiste nel divulgare i codici ma nel rendere comprensibili i parametri e i criteri utilizzati per prendere delle decisioni. L’intervento umano deve essere sempre possibile.

4.3.

Un’IA che ponga al centro il lavoratore prende in considerazione i punti di vista delle persone chiamate a lavorare nell’ambito dei nuovi processi tecnologici, definisce chiaramente i compiti e le responsabilità che continueranno ad essere affidati ai lavoratori, e preserva delle forme di titolarità del lavoro da parte dei lavoratori, affinché questi non si trasformino in semplici esecutori.

4.4.

Occorre chiarire il principio di responsabilità giuridica. I robot industriali o di servizio collaborano in misura crescente con l’essere umano. L’IA consente ai robot di «uscire dalla gabbia» (ossia dai limiti loro imposti finora) e possono quindi verificarsi degli incidenti (18). Per questo motivo è necessario che, in caso di incidente, le responsabilità dei sistemi autonomi siano chiaramente definite e che sia possibile disporre di una copertura per i rischi incorsi dai lavoratori in materia di salute e di sicurezza. La Commissione europea ha avviato una riflessione su questi rischi emergenti nel quadro della direttiva sulla responsabilità per danno da prodotti difettosi (19). Per quanto concerne la sicurezza sul lavoro, questo approccio deve essere più ambizioso.

4.5.

Il principio di equità applicato al mondo del lavoro consiste nel non privare il lavoratore del suo lavoro. Alcuni esperti sottolineano il rischio che l’IA contribuisca a una forma di dequalificazione dei lavoratori. È per questo motivo che bisogna adoperarsi affinché, come indicato nella Costituzione dell’OIL, l’attività lavorativa conferisca a coloro che la esercitano la soddisfazione di mostrare tutte le loro capacità e conoscenze e di contribuire meglio possibile al benessere comune Da una prospettiva manageriale, è anche un modo per mantenere la motivazione al lavoro.

5.   Anticipare il cambiamento

5.1.

Numerosi studi hanno messo in luce negli ultimi anni un indebolimento del dialogo sociale europeo, e talvolta anche di quello a livello nazionale, e questo a dispetto della volontà di «rilanciare» tale dialogo espressa sia dalla Commissione che dal Consiglio europeo. Eppure, il dialogo sociale è uno degli strumenti che meglio si presta ad affrontare le sfide sociali della digitalizzazione. Ecco perché il CESE raccomanda fortemente che nelle imprese, e a tutti i livelli pertinenti, tale dialogo sia praticato costantemente al fine di preparare le trasformazioni in modo socialmente sostenibile. Il CESE ricorda che il dialogo sociale è tra le migliori garanzie della pace sociale e della riduzione delle disuguaglianze. Al di là delle dichiarazioni politiche su un suo rilancio, le istituzioni dell’UE devono imperativamente farsi carico di incoraggiare e alimentare tale dialogo sociale.

5.2.

In particolare, nel momento in cui vengono adottate le tecnologie dell’IA, il dialogo sociale deve consentire di conoscere le prospettive di trasformazione dei processi produttivi nelle imprese e nei vari settori economici, oltre che di valutare i nuovi fabbisogni in termini di qualifiche e di formazione. Esso deve anche permettere di riflettere anticipatamente circa il ricorso all’IA per migliorare i processi organizzativi e di produzione, rafforzare le qualifiche dei lavoratori e ottimizzare le risorse che l’IA rende disponibili per lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi o per migliorare la qualità del servizio al cliente.

5.3.

Ristrutturazioni socialmente responsabili

5.4.

Quando il ricorso ad accordi in materia di licenziamenti collettivi è considerato inevitabile, la posta in gioco consiste nella gestione di questi piani di ristrutturazione. Come sottolineato dalle parti sociali europee nel documento Orientamenti di riferimento per la gestione del cambiamento e delle sue conseguenze sociali (20), numerosi studi di casi specifici mettono in luce l’importanza di esplorare tutte le possibili alternative al licenziamento, come la formazione, la riconversione o il sostegno alla creazione di imprese.

5.5.

In caso di ristrutturazione, l’informazione e la consultazione dei lavoratori devono consentire, conformemente alle direttive europee in materia (21), di favorire l’anticipazione dei rischi, agevolare l’accesso dei lavoratori alla formazione nell’ambito dell’impresa, rendere più flessibile l’organizzazione del lavoro in un quadro di sicurezza, nonché promuovere il coinvolgimento dei lavoratori nella conduzione dell’impresa e nella determinazione del suo futuro.

5.6.

Infine, come evidenziato molto giustamente dalla Commissione europea, l’UE deve garantire l’accesso di tutti i cittadini, compresi i lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi (anche quelli che svolgono un lavoro autonomo fittizio), alla protezione sociale«indipendentemente dal tipo e dalla durata del rapporto di lavoro», in linea con il pilastro europeo dei diritti sociali (22).

6.   IA e i cambiamenti delle condizioni di lavoro

6.1.

Il 25 aprile 2018 la Commissione europea ha presentato una proposta relativa a un «approccio europeo» volto a promuovere politiche di investimento nello sviluppo dell’IA e ad adottare orientamenti etici in materia. La Commissione mette l’accento sulle potenzialità di trasformazione delle nostre società insite nelle tecnologie dell’IA, soprattutto nei settori dei trasporti, dell’assistenza sanitaria e dell’industria manifatturiera.

6.2.

Questo potenziale di trasformazione si manifesta nei processi produttivi e ha anche un impatto sul contenuto del lavoro, impatto che può risultare positivo, in particolare nel modo in cui l’IA può migliorare i processi di produzione e la qualità del lavoro. Ricadute altrettanto positive possono verificarsi per le organizzazioni del lavoro «flessibili», nelle quali assumono maggiore importanza la condivisione del potere decisionale, l’autonomia delle équipe di lavoro, la polivalenza, l’organizzazione orizzontale e le pratiche innovative e partecipative (23).

6.3.

Come sottolineano sia il CESE (24) che la stessa Commissione, l’IA può aiutare i lavoratori nell’esecuzione di mansioni ripetitive, faticose e perfino pericolose, mentre talune applicazioni dell’IA possono migliorare il benessere dei lavoratori dipendenti e facilitare la loro vita quotidiana.

6.4.

Tuttavia, una tale prospettiva solleva nuovi interrogativi, soprattutto per quel che riguarda l’interazione tra l’IA e il lavoratore, nonché in merito all’evoluzione del contenuto del lavoro. Fino a che punto le macchine intelligenti presenti nelle fabbriche, nelle aziende e negli uffici saranno autonome e quali forme di complementarità si svilupperanno tra esse e il lavoro umano? Il CESE sottolinea che, nel nuovo mondo del lavoro, è essenziale definire il rapporto dell’uomo con la macchina. Un approccio incentrato sul controllo dell’uomo sulla macchina assume quindi un rilievo fondamentale (25).

6.5.

In linea di principio, non è eticamente ammissibile che un essere umano sia sottoposto a costrizione da parte di un’IA o che sia considerato un esecutore della macchina, la quale gli imporrebbe non solo le mansioni da svolgere, ma anche come svolgerle ed entro quali scadenze. Eppure, sembra che a volte questo limite etico venga violato (26). È per questo motivo che è opportuno indicare con chiarezza tale limite negli orientamenti etici per l’IA.

6.6.

L’UE deve ritenere una priorità impedire che emergano oggi nuove forme di «taylorismo digitale» organizzato dai progettisti di macchine intelligenti. Per questo motivo, come dichiara il CESE in un suo recente parere, i ricercatori, gli ingegneri, i progettisti e gli imprenditori europei che contribuiscono allo sviluppo e alla commercializzazione di sistemi di IA devono operare secondo criteri di responsabilità etica e sociale. L’inclusione di materie quali l’etica e le scienze umane nei programmi di formazione degli ingegneri può essere una valida risposta a tale imperativo (27).

6.7.

Un’altra questione è quella della sorveglianza e del controllo manageriale. Vi è un consenso generale sulla necessità di esercitare un controllo ragionevole sui processi di produzione e, quindi, anche sul lavoro effettuato. I nuovi strumenti tecnologici oggi disponibili offrono la possibilità di installare sistemi intelligenti per un controllo totale dei lavoratori in tempo reale, ma comportano anche il rischio che la sorveglianza e il controllo diventino sproporzionati.

6.8.

Il tema del carattere ragionevole e proporzionato del controllo dell’esecuzione del lavoro e degli indicatori di prestazione, e quello del rapporto di fiducia tra il manager e il subordinato, sono argomenti che andrebbero anch’essi affrontati nel quadro del dialogo sociale a livello nazionale, europeo, interprofessionale e settoriale.

6.9.

La questione degli errori sistematici negli algoritmi e nei dati di addestramento, e i potenziali effetti negativi in termini di discriminazione, rimangono oggetto di dibattito. Alcuni ritengono che gli algoritmi e altri software previsionali utilizzati per le assunzioni possano ridurre le discriminazioni al momento di ingaggiare nuovi lavoratori e favorire assunzioni più «intelligenti». Secondo altri, invece, il rischio è che i software di assunzione riflettano in ogni caso, anche involontariamente, i condizionamenti e le preferenze dei programmatori di questi «robot responsabili delle assunzioni». Alcuni esperti sostengono che i modelli basati su algoritmi non siano nient’altro che opinioni «incastonate» in formule matematiche (28). Ecco perché occorre al tempo stesso garantire la possibilità di ricorrere all’intervento umano (in relazione al principio di trasparenza delineato sopra: il diritto di conoscere i criteri alla base delle decisioni) e assicurare che la raccolta e il trattamento dei dati siano conformi ai principi di proporzionalità e di finalità. In ogni caso, i dati non possono essere utilizzati per scopi diversi da quelli per cui sono stati raccolti (29).

6.10.

La possibilità offerta agli Stati membri dal regolamento generale sulla protezione dei dati di «prevedere, con legge o tramite contratti collettivi, norme più specifiche per assicurare la protezione dei diritti e delle libertà con riguardo al trattamento dei dati personali dei dipendenti nell’ambito dei rapporti di lavoro» rappresenta un effettivo strumento a cui gli Stati membri dell’UE e le parti sociali devono fare ricorso (30).

6.11.

È opportuno sottolineare in questo contesto che i rischi non riguardano i soli lavoratori dipendenti. Man mano che si vanno diffondendo il lavoro in subappalto online o quello tramite piattaforma, come pure le varie forme di lavoro collettivo (crowdworking), si sviluppano sempre più anche nuovi sistemi di gestione automatizzata delle prestazioni e della «presenza» al lavoro, i cui limiti etici talvolta vengono apparentemente superati (attivazione della webcam del lavoratore da parte della piattaforma, schermata del PC registrata a distanza ecc.).

6.12.

In molti casi gli algoritmi su cui si basano queste piattaforme — e che determinano, tra l’altro, la retribuzione del lavoratore autonomo, la sua reputazione digitale e le sue possibilità di accesso alle mansioni impartite — mancano di trasparenza. I lavoratori non ricevono spiegazioni sulle modalità di funzionamento di questi algoritmi e, quindi, non hanno accesso ai criteri di funzionamento che vengono loro applicati.

7.   Preparare una transizione equa

7.1.

Nel medio periodo, il rischio di polarizzazione sociale messo in luce da numerosi esperti impone una riflessione di fondo sul futuro dei nostri modelli sociali, compreso il loro finanziamento. Il CESE chiede alla Commissione di avviare un dibattito sui temi dell’imposizione fiscale e del finanziamento dei bilanci pubblici e dei sistemi collettivi di protezione sociale in un contesto economico in cui l’automazione va assumendo rapidamente una sempre maggiore densità (31), mentre invece l’imposta sul reddito da lavoro rimane tuttora la principale fonte di gettito fiscale in Europa. Il dibattito dovrebbe affrontare anche la questione della ridistribuzione dei dividendi della digitalizzazione.

7.2.

La Commissione propone di rafforzare il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) e, tra le altre proposte, di fare in modo che possano beneficiarne sia i lavoratori dipendenti che quelli autonomi la cui attività lavorativa scompaia o cessi a causa della digitalizzazione dell’economia (robotica, automazione) (32). Il CESE ritiene che si tratti di un passo verso l’istituzione di un autentico Fondo europeo di transizione che contribuirebbe ad anticipare e a gestire in modo socialmente responsabile la trasformazione digitale e le conseguenti ristrutturazioni.

7.3.

Gli aspetti sociali e, più in generale, socioculturali dell’IA sono sempre più spesso oggetto di dibattiti in ambito nazionale. Le recenti discussioni tenutesi al Parlamento britannico (33) e al Senato francese hanno evidenziato la necessità di promuovere un approccio etico all’IA, che sia fondato su una serie di principi quali la correttezza, la trasparenza e la comprensibilità dei sistemi algoritmici, l’etica e la responsabilità delle applicazioni dell’IA, nonché la sensibilizzazione di ricercatori, esperti e specialisti circa il potenziale uso improprio dei risultati delle loro ricerche. In Francia, la relazione Villani dichiara di voler «dare un senso» all’IA (34). Numerosi esperti delle università di Yale, Stanford, Cambridge e Oxford mettono in guardia quanto ai «punti deboli non risolti» dell’IA e insistono sull’assoluta necessità di prevederli, prevenirli e attenuarli (35). Analogamente, il Fondo per la ricerca del Québec (Fonds de recherche du Québec, FRQ), in collaborazione con l’Università di Montréal, sta elaborando da qualche mese un progetto relativo a un Osservatorio mondiale sull’impatto socioculturale dell’IA e del digitale (36).

7.4.

Questo fervore di iniziative dimostra che il dibattito sull’IA deve uscire dal recinto chiuso del mero ambito economico e tecnico, e che occorre ampliare la portata delle deliberazioni pubbliche sul ruolo che la società vuole affidare all’IA, anche nel mondo del lavoro. Queste deliberazioni pubbliche consentiranno di non cadere nella trappola della «falsa dicotomia» tra una visione totalmente ingenua e ottimistica, da un lato, e una prospettiva apocalittica, dall’altro, dell’IA e del suo impatto (37). L’avvio di queste discussioni negli Stati membri è già un primo passo utile, ma anche l’UE ha un ruolo da svolgere nel dibattito, in particolare attraverso l’elaborazione di orientamenti etici per l’IA, un tema su cui la Commissione ha già preso l’iniziativa.

7.5.

Il compito di attuare questi orientamenti dovrebbe essere affidato a uno specifico Osservatorio per l’etica dei sistemi di IA. Il punto essenziale consiste nel mettere l’IA e le sue applicazioni al servizio del benessere e dell’emancipazione dei cittadini e dei lavoratori, nel rispetto dei diritti fondamentali, evitando al tempo stesso che dette tecnologie contribuiscano, direttamente o indirettamente, a processi di dequalificazione e di perdita di titolarità, di competenze e di autonomia. Il principio secondo cui «l’essere umano è ai comandi» in tutte le circostanze, anche in ambito lavorativo, deve trovare concreta applicazione.

7.6.

Tale principio va applicato anche in altri settori di attività, ad esempio quelle svolte da operatori sanitari che forniscono servizi strettamente legati alla vita, alla salute, alla sicurezza e alla qualità della vita dei cittadini. Solo l’adozione di rigorose norme etiche potrà garantire tutti i vantaggi che le nuove applicazioni dell’IA apportano non solo ai lavoratori, ma anche ai consumatori, ai pazienti, ai clienti e ad altri prestatori di servizi.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  Acemoglu, D., Restrepo, P. (2018), Artificial Intelligence, Automation and Work («Intelligenza artificiale, automazione e lavoro»), NBER Working Paper 24196, gennaio 2018. Cfr. anche: Consiglio francese di orientamento per l’occupazione (2017), Automatisation, numérisation et emploi («Automazione, digitalizzazione e occupazione»). (Tomo 1) (www.coe.gouv.fr).

(2)  Acemoglu, D., op.cit.; Consiglio francese di orientamento per l’occupazione (2017), op. cit.

(3)  COM(2018) 380 final.

(4)  Direttiva 2002/14/CE; Dichiarazione comune d’intenti UNICE-CES-CEEP sul dialogo sociale e le nuove tecnologie, 1985; Parere comune delle parti sociali sulle nuove tecnologie, l’organizzazione del lavoro e l’adattabilità del mercato del lavoro, 1991; Orientamenti di riferimento per la gestione del cambiamento e delle sue conseguenze sociali, 2003.

(5)  COM(2018) 246 final.

(6)  https://ifr.org/ifr-press-releases/news/robots-double-worldwide-by-2020.

(7)  GU C 288 del 31.8.2017, pag.1.

(8)  Cfr. in particolare https://www.techemergence.com.

(9)  GU C 288 del 31.8.2017, pag. 1.

(10)  Eurofound 2018, Automation, digitalisation and platforms: Implications for work and employment («Automazione, digitalizzazione e piattaforme: le implicazioni per il lavoro e l’occupazione»), Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea, Lussemburgo.

(11)  GU C 13 del 15.1.2016, pag. 161.

(12)  Frey e Osborne, 2013; Bowles, 2014; Arntz, Gregory e Zierahn, 2016; Le Ru, 2016; McKinsey, 2016; OCSE, 2017; cfr. anche il parere esplorativo CCMI/136, (GU C 13 del 15.1.2016, pag. 161).

(13)  http://www.oecd.org/fr/emploi/avenir-du-travail/.

(14)  COM(2018) 237 final.

(15)  GU C 367 del 10.10.2018, pag. 15.

(16)  Nederlandse Wetenschappelijke Raad voor het Regeringsbeleid = Consiglio scientifico dei Paesi Bassi per la politica di governo.

(17)  https://english.wrr.nl/latest/news/2015/12/08/wrr-calls-for-inclusive-robot-agenda.

(18)  Cfr. i lavori sui «rischi emergenti» dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (https://osha.europa.eu/it/emerging-risks). Secondo l’Agenzia, «gli approcci attuali e gli standard tecnici finalizzati a proteggere i dipendenti dai rischi derivanti dall’affiancamento a robot collaborativi dovranno essere rivisti in preparazione di questi sviluppi».

(19)  COM(2018) 246 final.

(20)  Testo firmato congiuntamente da UNICE (Confederazione delle imprese europee, oggi BusinessEurope), CEEP (Centro europeo dei datori di lavoro e delle imprese o organizzazioni che offrono servizi di interesse generale), UEAPMI (Unione europea dell’artigianato e delle piccole e medie imprese) e CES/ETUC (Confederazione europea dei sindacati), 16 ottobre 2003.

(21)  Direttiva 2002/14/CE che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori.

(22)  GU C 303 del 19.8.2016, pag. 54; GU C 173 del 31.5.2017, pag. 15; GU C 129 dell’11.4.2018, pag. 7; GU C 434 del 15.12.2017, pag. 30.

(23)  GU C 434 del 15.12.2017, pag. 30.

(24)  GU C 367 del 10.10.2018, pag. 15

(25)  GU C 288 del 31.8.2017, pag. 1; GU C 367 del 10.10.2018, pag. 15.

(26)  Diversi mezzi d’informazione europei hanno pubblicato resoconti sulle condizioni di lavoro che vigono in alcuni centri logistici, dove i lavoratori sono sotto il totale controllo di algoritmi che indicano loro i compiti da eseguire in tempi stabiliti, e dove le loro prestazioni vengono misurate in tempo reale.

(27)  GU C 367 del 10.10.2018, pag. 15.

(28)  Cathy O’Neil, titolare di un dottorato dell’Università di Harvard e scienziata dei dati: «Models are opinions embedded in mathematics» (https://www.theguardian.com/books/2016/oct/27/cathy-oneil-weapons-of-math-destruction-algorithms-big-data).

(29)  Cfr. in particolare i lavori della Commissione nazionale dell’informatica e delle libertà (CNIL) in Francia (Comment permettre à l’homme de garder la main? Les enjeux éthiques des algorithmes et de l’intelligence artificielle — «Come permettere all’uomo di mantenere il controllo? Algoritmi, intelligenza artificiale e posta in gioco sul piano etico»).

https://www.cnil.fr/sites/default/files/atoms/files/cnil_rapport_garder_la_main_web.pdf).

(30)  Cfr. l’articolo 88 del regolamento (UE) 2016/679.

(31)  https://ifr.org/ifr-press-releases/news/robots-double-worldwide-by-2020.

(32)  COM(2018) 380 final.

(33)  https://www.parliament.uk/ai-committee.

(34)  http://www.enseignementsup-recherche.gouv.fr/cid128577/rapport-de-cedric-villani-donner-un-sens-a-l-intelligence-artificielle-ia.html.

(35)  https://www.eff.org/files/2018/02/20/malicious_ai_report_final.pdf.

(36)  http://nouvelles.umontreal.ca/article/2018/03/29/le-quebec-jette-les-bases-d-un-observatoire-mondial-sur-les-impacts-societaux-de-l-ia/.

(37)  Acemoglu, D., cit. Cfr. anche Eurofound 2018, Automation, digitalisation and platforms: Implications for work and employment («Automazione, digitalizzazione e piattaforme: le implicazioni per il lavoro e l’occupazione»), Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea, Lussemburgo, pag. 23: «The risks comprise unwarranted optimism, undue pessimism and mistargeted insights» («tra i rischi da segnalare, un ottimismo ingiustificato, un indebito pessimismo e capacità di comprensione mirate ad obiettivi sbagliati»).


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/8


Parere del Comitato economico e sociale europeo su «Fiducia, rispetto della vita privata e sicurezza per i consumatori e le imprese nell’Internet degli oggetti»

(parere d’iniziativa)

(2018/C 440/02)

Relatore:

Carlos TRIAS PINTÓ

Correlatore:

Dimitris DIMITRIADIS

Decisione dell’assemblea plenaria

15.2.2018

Base giuridica

Articolo 29, paragrafo 2, del Regolamento interno

Parere d’iniziativa

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

182/3/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Grazie all’interconnettività di persone e oggetti, l’Internet degli oggetti (IoT) offre a cittadini e imprese un ampio ventaglio di opportunità, che vanno però corredate di una serie di garanzie e controlli per assicurare un’introduzione soddisfacente dell’IoT.

1.2.

Considerando che uno dei pilastri dell’IoT è il processo decisionale automatico, senza intervento umano, è necessario fare in modo che le decisioni non compromettano i diritti dei consumatori, non comportino rischi etici e non siano in contrasto con i principi e i diritti umani fondamentali.

1.3.

Il CESE invita le istituzioni e gli Stati membri dell’UE a:

1.3.1.

provvedere a tutelare la sicurezza e la vita privata elaborando adeguati quadri normativi che prevedano rigorose misure di monitoraggio e controllo;

1.3.2.

definire chiaramente la responsabilità di tutti gli operatori nella catena di approvvigionamento dei prodotti e nei relativi flussi di informazione, prevenendo le scappatoie giuridiche che si presentano quando sono coinvolti contemporaneamente diversi produttori e distributori;

1.3.3.

prevedere risorse adeguate e meccanismi efficaci per il coordinamento tra la Commissione europea e gli Stati membri, al fine di garantire un’applicazione coerente e armonizzata sia della normativa soggetta a revisione che della nuova legislazione, tenendo conto al tempo stesso dello scenario internazionale;

1.3.4.

monitorare lo sviluppo delle tecnologie emergenti associate all’Internet degli oggetti, per garantire elevati livelli di sicurezza, piena trasparenza e un’equa accessibilità;

1.3.5.

promuovere la normazione europea e internazionale per garantire l’affidabilità, la disponibilità, la resistenza e la continuità dei prodotti;

1.3.6.

vigilare sui mercati e garantire condizioni di parità nell’attuazione dell’IoT, evitando una concentrazione di potere economico transnazionale nelle mani dei nuovi soggetti tecnologici;

1.3.7.

impegnarsi a promuovere azioni di sensibilizzazione e rafforzamento delle competenze digitali, di pari passo con le attività di ricerca e innovazione di base in questo campo;

1.3.8.

garantire la piena attuazione e l’uso efficace dei meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie on line e off line (ADR e ODR);

1.3.9.

garantire l’esistenza, l’applicazione e l’effettivo funzionamento di un sistema europeo di azioni collettive, che consenta di ottenere misure inibitorie e risarcimenti quando l’uso dell’IoT provoca danni o pregiudizi collettivi, come dovrebbe conseguire dal New deal per i consumatori.

1.4.

La fiducia dei consumatori sarà associata al rigoroso rispetto della legislazione pertinente e alla comunicazione delle buone pratiche d’impresa in materia di rispetto della vita privata e sicurezza. Spetterà poi alle istituzioni inserirle nelle strategie di responsabilità sociale d’impresa e di investimento socialmente responsabile.

1.5.

L’impatto sociale ed economico dell’IoT aumenterà nella misura in cui l’IoT sarà adeguatamente collegata allo sviluppo di politiche socio-ambientali nel quadro dell’economia collaborativa, dell’economia circolare e dell’economia della funzionalità.

2.   Antefatti e contesto

2.1.

Internet ha acquisito sempre maggiore importanza negli ultimi quindici anni, dando luogo a trasformazioni in ogni aspetto della vita quotidiana e influendo su varie abitudini dei consumatori. Si prevede che nei prossimi dieci anni la rivoluzione dell’Internet degli oggetti raggiungerà i settori dell’energia, dell’agricoltura e dei trasporti, nonché i settori più tradizionali dell’economia e della società. Si dovranno quindi mettere a punto politiche a vasto raggio, che affrontino con un approccio intelligente questa rivoluzione tecnologica.

2.2.

Il concetto di IoT è emerso all’Istituto di tecnologia del Massachusetts (MIT) e si riferisce, in sostanza, a un mondo pieno di dispositivi pienamente interconnessi tra di loro, in modo da consentire di automatizzare congiuntamente i vari processi interoperabili. Da parte sua, l’Unione europea si prepara alla convergenza digitale e alle nuove sfide dell’IoT già dall’avvio del piano i2010 — Una società europea dell’informazione per la crescita e l’occupazione (1), fino al recente piano d’azione sull’Internet degli oggetti (vedere il documento Advancing the Internet of Things in Europe, che accompagna la comunicazione del 2016 Digitalizzazione dell’industria europea. Cogliere appieno i vantaggi di un mercato unico digitale (2)).

2.3.

Il CESE, che si è pronunciato in più occasioni sulla quarta rivoluzione industriale, contrassegnata dalla convergenza di tecnologie digitali, fisiche e biologiche, richiama l’attenzione in particolare su un suo parere del 2017 (3). L’IoT è il terreno d’elezione per le forme più avanzate di intelligenza artificiale, nel quale sono messi alla prova i principi enunciati dal CESE, in particolare, quello del controllo umano (human in control).

2.4.

I dispositivi dell’IoT, spesso, non dispongono delle norme di autenticazione necessarie per preservare la sicurezza dei dati degli utenti. La mancanza di dette norme comporta una serie di problemi, giacché i dispositivi, i dati e i membri della catena di fornitura vengono esposti a violazioni della sicurezza.

2.5.

Tecnologie emergenti, come quella blockchain (catena di blocchi) possono risolvere problemi di sicurezza e fiducia: tale tecnologia, infatti, può essere utilizzata per seguire le misurazioni di dati provenienti da sensori, evitando la duplicazione con dati malevoli e tutelando l’integrità e la tracciabilità delle modifiche; un registro distribuito può consentire l’identificazione di un dispositivo IoT, la sua autenticazione e il trasferimento continuo e sicuro di dati; i sensori dell’IoT possono essere utilizzati per scambiare dati utilizzando una catena di blocchi invece che una parte terza; l’uso dei contratti intelligenti consente l’autonomia dei dispositivi, nonché l’identità individuale e l’integrità dei dati; i costi di creazione e di funzionamento si riducono grazie all’assenza di intermediari; da ultimo, i dispositivi dell’IoT nella blockchain forniscono una cronologia dei dispositivi connessi, che risulta utile per risolvere eventuali problemi (4).

2.6.

Vengono peraltro sviluppate tecnologie di contabilità distribuita a codice aperto, per lo scambio di informazioni e di valore tra dispositivi dell’IoT. Esse non consentono l’estrazione dei dati, ma utilizzano un’architettura ispirata a un concetto matematico denominato grafo aciclico orientato (DAG — Directed Acyclic Graph), che evita le commissioni e fa sì che la rete aumenti la sua capacità con l’aumento del numero di utenti.

2.7.

Si tratta, in sintesi, di un’innovazione con un grandissimo potenziale economico (5) e sociale, che presenta grandi opportunità ma anche considerevoli sfide legate a rischi impliciti, con un carattere multidisciplinare e trasversale, che interessa in egual misura imprese e consumatori, amministrazioni e cittadini. Per affrontare il tema risulta dunque necessario un approccio comune che, al contempo, riconosca il carattere specifico delle differenti situazioni. Al riguardo, basti ricordare che le Nazioni Unite hanno stimato che per il 2020 ci saranno cinquanta miliardi di dispositivi interconnessi, con applicazioni per i consumatori attraverso televisori, frigoriferi, telecamere per la videosorveglianza, veicoli ecc.

2.8.

Le applicazioni dell’IoT generano già vantaggi economici e sociali nel quadro di un mondo globalizzato, il che comporta, tra le altre cose, servizi più sensibili al contesto socioeconomico, cicli di retroazione (feedback) più brevi, riparazioni a distanza, supporto per il processo decisionale, migliore assegnazione delle risorse e controllo a distanza dei servizi. Tuttavia, vi sono anche fattori associati estremamente sensibili, per esempio la vita privata e la sicurezza, l’asimmetria dell’informazione, la trasparenza delle operazioni, le responsabilità complesse, il blocco di prodotti e sistemi e anche un aumento dei prodotti ibridi, che può incidere sulla proprietà ed esporre i consumatori all’applicazione di contratti a distanza, con una conseguente riduzione delle garanzie.

2.9.

Le enormi sfide giuridiche che l’UE e i suoi Stati membri si trovano ad affrontare sono dovute al fatto che molte delle caratteristiche specifiche dell’IoT (gli elevati livelli di complessità e di interdipendenza, l’elemento dell’autonomia, le componenti di generazione e/o trattamento dei dati e una dimensione aperta) sono comuni ad altre tecnologie digitali emergenti come la blockchain, la stampa tridimensionale e il cloud computing. Secondo il CESE, il documento di lavoro della Commissione sulla responsabilità per le tecnologie digitali emergenti (6) rappresenta un ulteriore passo avanti nella giusta direzione.

2.10.

In definitiva, per massimizzare i vantaggi e minimizzare i rischi associati all’IoT è necessario fornire informazioni accessibili, chiare, concise e precise, promuovendo in particolare l’inclusione e la connettività digitale dei consumatori più vulnerabili, grazie alla progettazione di prodotti e servizi pienamente tracciabili, che includano norme integrate in materia di fiducia, rispetto della vita privata e sicurezza.

3.   Fiducia dei consumatori e degli imprenditori nell’IoT

3.1.

L’IoT è un ecosistema complesso, che permette l’interconnessione di dispositivi provenienti da diversi produttori, distributori e sviluppatori di software, il che può rendere difficile accertare le responsabilità in caso di violazione delle norme o di danni materiali o di altri danni a terzi o a sistemi, causati da prodotti difettosi o dall’uso distorto di prodotti da parte di terzi, a esclusione degli utilizzatori finali, attraverso la rete. È effettivamente possibile che molti degli operatori che partecipano alla catena del valore globale del prodotto non abbiano le conoscenze e le competenze sufficienti in materia di sicurezza o protezione dei dati per i dispositivi in rete.

3.2.

Pertanto è necessaria una ridefinizione delle responsabilità, per garantire che i consumatori e le imprese che adottano applicazioni di IoT siano protetti in un ambiente in cui prodotti adeguatamente configurati possono diventare difettosi o non sicuri o essere adibiti abusivamente a un uso distorto a seguito di incidenti di sicurezza digitale (quali gli attacchi di hacker). Detto ambiente deve consentire di anticipare e prevenire decisioni automatizzate che potrebbero violare i fondamenti etici e i diritti umani universalmente riconosciuti, e permettere di tutelarsi da tali decisioni.

3.3.

Il CESE accoglie con favore sia la revisione dell’applicazione della direttiva del 1985 in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi (7) che la recente creazione del gruppo di esperti multilaterale sulla responsabilità e le nuove tecnologie, nell’ottica di garantire un equilibrio giusto tra gli interessi dei produttori e quelli dei consumatori. Un nuovo quadro di responsabilità dovrebbe contemplare chiaramente la tracciabilità della responsabilità e della sicurezza in ogni passaggio della catena del valore del prodotto e durante il suo prevedibile ciclo di vita, includendo la sostenibilità come nuovo fattore che richiederà l’aggiornamento, il miglioramento, la portabilità, la compatibilità, la riutilizzazione, la riparazione o l’ammodernamento del prodotto.

3.4.

Va inoltre riservata un’attenzione specifica, in chiave IoT, alla determinazione della responsabilità di tutti gli operatori che partecipano alla catena di fornitura del prodotto, evitando i vuoti giuridici in caso di presenza contemporanea di più produttori e distributori. Il CESE ritiene imprescindibile specificare chiaramente le procedure che i consumatori devono seguire in ogni caso, promuovendo i meccanismi di risoluzione alternativa delle controversie.

3.5.

Il CESE sottolinea l’importanza delle informazioni precontrattuali, delle clausole contrattuali trasparenti e di chiare istruzioni per l’uso dei dispositivi; si dovrebbero evidenziare esplicitamente i possibili rischi connessi e le relative tutele.

3.6.

Occorre provvedere all’interoperabilità e alla compatibilità dei dispositivi e del relativo software, onde evitare problemi e consentire al consumatore di comparare i fornitori. Il CESE sottolinea che questo fattore è essenziale anche per creare condizioni di parità tra grandi imprese e PMI.

3.7.

Infine, il CESE raccomanda il rispetto della neutralità della rete e sollecita la Commissione a procedere a un controllo rigoroso del comportamento del mercato.

4.   Protezione della vita privata dei consumatori nell’IoT

4.1.

Il nuovo regolamento generale sulla protezione dei dati (8) ha accresciuto la capacità dei consumatori di controllare i loro dati personali e le loro preferenze in materia di protezione della vita privata. L’utente di un dispositivo deve avere il controllo sul modo in cui sono utilizzati i dati che genera e su chi può accedere agli stessi, considerando che la diversità di dati, nonché l’aggregazione e il collegamento ad altri dati, mettono gravemente a rischio la protezione della vita privata nell’ecosistema dell’IoT.

4.2.

È opportuno tener presente l’impatto che la molteplicità di prodotti, servizi o entità può avere sia sulla protezione della vita privata che sulla protezione dei dati, laddove questi vengano trasferiti autonomamente in virtù della loro interconnettività. Analogamente, nei casi in cui si trattano o rielaborano informazioni a partire da dati inizialmente innocui, si potrebbe giungere ad acquisire una conoscenza precisa di abitudini, luoghi frequentati, interessi e preferenze delle persone, accrescendo l’accessibilità e la tracciabilità del profilo utente.

4.3.

Le garanzie giuridiche devono assicurare la piena capacità degli utenti di esercitare i loro diritti alla vita privata e alla protezione dei dati personali senza limitazione alcuna, evitando così possibili danni come le pratiche discriminatorie, la pubblicità invasiva, la perdita di protezione della vita privata e le violazioni della sicurezza. I consumatori, da parte loro, devono disporre di informazioni sul valore economico dei loro dati, e a essi dev’essere riservata la facoltà di condividerli.

4.4.

Come dispone il regolamento generale sulla protezione dei dati, le imprese e le autorità di regolamentazione devono rivedere periodicamente la portata della raccolta di dati personali e valutare se i dati trattati siano proporzionati e necessari per l’erogazione del servizio. Gli aspetti e le conseguenze relativi alla protezione della vita privata devono essere valutati in ogni fase dell’ideazione, progettazione e sviluppo di un prodotto connesso, così come l’ecosistema in rete in cui tale prodotto opera (protezione della vita privata fin dalla progettazione). Bisogna quindi attuare in modo coerente, nell’IoT, i principi della protezione della vita privata fin dalla progettazione (privacy by design) e della protezione della vita privata per impostazione predefinita (privacy by default).

4.5.

Inoltre, come impostazione predefinita, la configurazione di qualunque prodotto connesso deve avvenire al più elevato livello di tutela della privacy (privacy by design e privacy by default), evitando il monitoraggio indesiderato del comportamento degli utenti e delle loro attività.

4.6.

In ogni caso, i consumatori dovranno essere chiaramente informati circa i dati che vengono raccolti, i soggetti che accedono agli stessi e l’uso previsto finché resta attiva la relazione con il prodotto o il servizio, nonché circa la politica applicabile in materia di protezione della vita privata e se gli algoritmi utilizzati hanno ripercussioni sulla qualità e sul prezzo del servizio e sull’accesso allo stesso.

5.   Sicurezza dei consumatori e degli imprenditori nell’IoT

5.1.

L’interconnettività dei dispositivi tipica dell’ecosistema dell’IoT può favorire lo sviluppo di pratiche tecnologiche illegali o indesiderate, diventando così uno spazio che alimenta la vulnerabilità e la sua propagazione virale. Pertanto, la sicurezza deve essere garantita in modo integrale, ossia per ogni singola componente del sistema.

5.2.

L’offerta di prodotti e di aggiornamenti legati alla cibersicurezza dovrà essere giustificata e garantire non solo la copertura dei dispositivi individuali ma anche la tutela dai rischi di sicurezza che derivano dalla interconnettività con altri dispositivi nell’IoT, senza ridurre, in ragione del loro numero, le norme di qualità di detta sicurezza.

5.3.

Al riguardo, la proposta di regolamento relativo all’agenzia dell’Unione europea per la cibersicurezza (9), include un quadro di certificazione delle TIC che consentirà la definizione di sistemi volontari di certificazione della sicurezza ed etichettatura per diverse tipologie di prodotti, compresi quelli dell’IoT. Il CESE accoglie con favore questa misura, ma esprime preoccupazione per il fatto che non essa non sia obbligatoria.

5.4.

Le misure di cibersicurezza dovrebbero contemplare i rischi derivanti da ogni tipo di vulnerabilità, in particolare la pirateria informatica, l’accesso non autorizzato e l’uso improprio, nonché i rischi relativi ai mezzi di pagamento e alle frodi finanziarie. Al riguardo, il CESE accoglie favorevolmente le competenze attribuite al gruppo di esperti multilaterale sulla responsabilità e le nuove tecnologie.

5.5.

Inoltre, occorrerà garantire la sicurezza personale dei consumatori rispetto ai rischi che derivano dalla tecnologia di prossimità, dalle bande di frequenza condivise, dall’esposizione a campi elettromagnetici o dalle possibili interferenze con dispositivi di sicurezza personale connessi. Il CESE chiede l’applicazione di misure di vigilanza e ritiro preventivo in caso di rischi per la salute e la sicurezza dei consumatori o per i loro interessi personali ed economici.

5.6.

Le imprese dovranno adottare standard di buone pratiche, tra cui la sicurezza sin dalla progettazione (security by design) e per impostazione predefinita (security by default), e sottoporsi a valutazioni esterne indipendenti. Laddove si verifichino incidenti di sicurezza o violazioni di dati, le imprese saranno obbligate a darne notifica, fornendo anche informazioni relative alla responsabilità per danni e per il mancato rispetto delle norme applicabili.

5.7.

Le imprese dovranno fornire ai consumatori informazioni semplici e accessibili, che consentano loro di prendere decisioni appropriate e adottare pratiche sicure, fornendo inoltre gli aggiornamenti di sicurezza fondamentali per tutto il ciclo di vita del prodotto.

5.8.

Va poi risolta l’assenza di norme coerenti relative alle reti dell’IoT e occorre sviluppare tecnologie avanzate a banda larga e di nuova generazione che migliorino le attuali infrastrutture.

6.   Proposte di azione nel quadro delle politiche pubbliche (10)

6.1.

Nell’esercitare i loro poteri ai vari livelli territoriali, le pubbliche amministrazioni dovranno impegnarsi attivamente nell’elaborazione delle politiche e dei piani d’azione dell’IoT al fine di conseguire un equilibrio di interessi tra le diverse parti in causa, anticipando e prevenendo possibili effetti negativi. Il CESE propone di:

6.1.1.

creare ambienti di prova (sandbox), ossia gli spazi fisici, i cluster ecc. per i progetti pilota e le verifiche teoriche (proof of concept). Ciò dovrebbe mirare a testare non solo le tecnologie ma anche i modelli di regolamentazione (11);

6.1.2.

finanziare infrastrutture tecnologiche che consentano lo sviluppo di progetti innovativi dell’IoT nel quadro del nuovo programma Orizzonte Europa;

6.1.3.

designare istituti e agenzie indipendenti quali facilitatori e supervisori dei progetti dell’IoT. Il CESE si congratula per le misure pertinenti previste al riguardo dal regolamento del 2017 sulla cibersicurezza e invita la Commissione a promuovere efficacemente i processi di normazione nel settore digitale con adeguate risorse di bilancio (12);

6.1.4.

promuovere associazioni e piattaforme di cooperazione pubblico-privato, coinvolgendo la comunità scientifica, l’industria e i consumatori;

6.1.5.

incoraggiare gli investimenti nello sviluppo di modelli imprenditoriali locali che sfruttino i vantaggi dell’IoT e facilitino la trattazione di aspetti complessi quali la protezione e la proprietà dei dati;

6.1.6.

provvedere al rafforzamento delle capacità in ambito imprenditoriale nell’ottica della responsabilità condivisa. Occorrerebbe garantire che la sicurezza e la privacy sin dalla progettazione e per impostazione predefinita siano parte integrante dei prodotti e dei servizi delle TIC, in linea con il principio del dovere di sollecitudine, menzionato nel nuovo regolamento sulla cibersicurezza. A questo proposito, il CESE accoglie con favore la prevista elaborazione di codici di condotta, a complemento della regolamentazione;

6.1.7.

promuovere le iniziative di normazione europee e internazionali per garantire che i sistemi di IoT dispongano delle caratteristiche essenziali: affidabilità, sicurezza, disponibilità, resistenza, manutenibilità e utilizzo. In particolare, la normazione è essenziale per la rapida realizzazione di processi di produzione industriale altamente digitalizzati;

6.1.8.

provvedere affinché gli utenti dell’IoT, specie i più vulnerabili o quanti vivono in zone scarsamente popolate, abbiano un accesso di qualità a prezzi accessibili;

6.1.9.

promuovere campagne di sensibilizzazione e programmi educativi per facilitare l’adozione dell’IoT da parte delle imprese e dei consumatori, rendendo possibile l’acquisizione delle capacità e competenze necessarie (13), con particolare attenzione per i gruppi vulnerabili e la diversità;

6.1.10.

avviare iniziative nel settore dell’istruzione, per garantire un’adeguata prevenzione, vista l’inclusione precoce della popolazione infantile negli ambienti digitali;

6.1.11.

avviare analisi diagnostiche e studi in merito all’impatto dell’IoT su settori quali i nuovi modelli di produzione e di consumo sostenibili;

6.1.12.

garantire la piena attuazione e l’uso efficace dei meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie on line e off line (ADR e ODR);

6.1.13.

garantire l’esistenza, l’applicazione e l’effettivo funzionamento di un sistema europeo di azioni collettive, che consenta di ottenere misure inibitorie e risarcimenti quando l’uso dell’IoT provoca danni o pregiudizi collettivi, come dovrebbe conseguire dal new deal per i consumatori.

6.2.

Il CESE invita inoltre la Commissione a valutare le norme direttamente o indirettamente collegate all’Internet degli oggetti e, se necessario, a migliorare la legislazione in vigore. In tale contesto, il new deal per i consumatori dovrebbe porre l’accento anche sui dispositivi interconnessi, le reti e la loro sicurezza, e i dati associata a tali dispositivi.

6.3.

Infine, il CESE sottolinea l’importanza di istituire meccanismi di cooperazione e coordinamento tra gli Stati membri per un’applicazione efficiente e uniforme della normativa prevista, nonché per gli accordi che l’Unione europea dovrà concludere fuori dal suo territorio in ragione dell’ubicazione delle sedi delle imprese e dei fornitori, con particolare riferimento allo scambio di migliori pratiche. La politica internazionale sui flussi di dati transfrontalieri dovrà essere coordinata così che i paesi interessati possano dotarsi di norme di tutela ugualmente elevate nelle rispettive legislazioni nazionali, sia a livello sostanziale che procedurale.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  COM(2005) 229 final.

(2)  COM(2016) 180 final.

(3)  L’intelligenza artificiale — Le ricadute dell’intelligenza artificiale sul mercato unico (digitale), sulla produzione, sul consumo, sull’occupazione e sulla società (GU C 288 del 31.8.2017, pag. 1).

(4)  Cfr. Khwaja Shaik, Why blockchain and IoT are best friends, https://www.ibm.com; sulle innovazioni nel settore finanziario europeo, cfr. (GU C 246 del 28.7.2017, pag. 8).

(5)  Secondo Digital McKinsey, l’impatto economico potenziale dell’IoT nel 2025 si collocherà tra 3 900 e 11 100 miliardi di dollari USA all’anno.

(6)  SWD(2018) 137.

(7)  COM(2018) 246 final.

(8)  In vigore dal 25 maggio 2018.

(9)  Cfr. COM(2017) 477 final.

(10)  Cfr. gruppo della Banca mondiale, Internet of Things: The New Government-to-Business Platform (Internet degli oggetti: la nuova piattaforma governo-impresa).

(11)  Cfr. https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/news/eu-and-eea-member-states-sign-cross-border-experiments-cooperative-connected-and-automated.

(12)  GU C 197 dell'8.6.2018, pag. 17.

(13)  GU C 434 del 15.12.2017, pag. 36.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/14


Parere del Comitato economico e sociale europeo sugli «Indicatori più appropriati per valutare gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS): il contributo della società civile»

(parere d’iniziativa)

(2018/C 440/03)

Relatrice:

Brenda KING (UK-I)

Correlatore:

Thierry LIBAERT (FR-III)

Decisione dell’Assemblea plenaria

15.2.2018

Base giuridica

Articolo 29, paragrafo 2, del Regolamento interno

 

Parere d’iniziativa

Sezione competente

Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente

Adozione in sezione

5.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

194/2/3

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

È dal 2015, anno dell’adozione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile da parte delle istituzioni europee, che il CESE invita incessantemente la Commissione a elaborare una Strategia europea globale per lo sviluppo sostenibile con finalità, obiettivi e azioni a carattere concreto al fine di conseguire i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS). Nonostante il fatto che l’UE abbia svolto un ruolo guida nell’adozione dell’Agenda 2030 e che gli OSS rispecchino valori fondamentali dell’UE volti a promuovere una maggiore coesione sociale, politica, economica e ambientale, la Commissione non ha lavorato allo sviluppo di una strategia globale. Il documento di riflessione «Verso un’Europa sostenibile per il 2030» che sarà pubblicato entro la fine del 2018 costituisce un’occasione per sottolineare l’importanza di adottare una strategia globale a livello europeo.

1.2.

L’assenza al momento di una strategia europea per lo sviluppo sostenibile rappresenta un fattore di rischio per la coerenza nell’attuazione dell’Agenda 2030 a livello dell’UE e a livello nazionale. Possono verificarsi divergenze nell’approccio adottato per la realizzazione degli OSS, dato che diversi Stati membri stanno già preparando le loro strategie nazionali di sviluppo sostenibile, mentre non esiste alcun quadro strategico europeo oppure orientamenti di attuazione comuni.

1.3.

Il CESE accoglie con favore la prima relazione annuale di Eurostat di monitoraggio dei progressi in materia di OSS (1), pubblicata nel 2017 e basata su un insieme completo di 100 indicatori che utilizzano criteri rigorosi per i dati. Il CESE, tuttavia, ha individuato numerose carenze per quanto riguarda l’attuale serie di indicatori, carenze di cui le future pubblicazioni della relazione annuale di Eurostat di monitoraggio dei progressi in materia di OSS annuale devono tener conto.

1.4.

Il CESE chiede indicatori che possano fornire una base per il lavoro di pianificazione e di definizione delle politiche. La serie di indicatori attuale non è in grado di misurare la distanza rispetto alla realizzazione degli obiettivi o di fornire un esame appropriato dello stato dei progressi. Devono essere stabiliti obiettivi politici specifici dell’UE per gli OSS e gli indicatori devono essere in grado di verificare la loro realizzazione. In assenza di obiettivi politici specifici a livello dell’UE, l’UE potrebbe valutare i risultati nazionali misurandoli rispetto ai risultati migliori e a quelli medi.

1.5.

Il CESE individua inoltre determinati limiti tecnici che devono essere affrontati per far sì che siano utilizzati gli indicatori migliori. Per esempio, l’uso di indicatori trasversali non è tuttora sufficiente a fornire informazioni sulle sinergie e sulle scelte problematiche tra gli obiettivi. Neanche gli effetti indotti sullo sviluppo sostenibile dei paesi partner e il monitoraggio della coerenza politica tra obiettivi importanti di politica interna ed esterna sono pienamente presi in considerazione.

1.6.

Eurostat e gli istituti nazionali di statistica devono garantire l’applicazione di un quadro coerente di indicatori. Dovrebbe essere disponibile un sistema integrato e completo di indicatori per garantire che il lavoro di monitoraggio dell’attuazione degli OSS a livello europeo e nazionale sia affidabile.

1.7.

Eurostat e gli istituti nazionali di statistica dispongono di risorse umane e finanziarie limitate per la raccolta di nuovi dati e non è pertanto sempre possibile produrre indicatori nuovi e più mirati. Il CESE chiede risorse adeguate per superare tale limitazione di rilievo.

1.8.

Il CESE chiede un maggiore coinvolgimento della società civile nella definizione degli indicatori e nella valutazione dei progressi dell’UE verso il conseguimento degli obiettivi. La natura trasversale degli OSS richiede una cooperazione integrata multilaterale.

1.9.

Il CESE raccomanda che la serie di indicatori sia completata da una relazione ombra qualitativa, elaborata in stretta collaborazione con le organizzazioni della società civile per aumentare il senso di titolarità degli OSS da parte di tutti i portatori di interesse. Le informazioni qualitative possono evidenziare tendenze che altrimenti, impiegando solo indicatori quantitativi, non sarebbero rilevate. Il CESE si propone per assumere un ruolo guida nel coordinare la preparazione della relazione qualitativa complementare. Inoltre, il CESE propone che la Commissione europea collabori per l’organizzazione di un vertice europeo sugli OSS, che abbia il carattere di una valutazione effettuata con il coinvolgimento di tutte le parti interessate.

1.10.

Un quadro strategico organico richiede, inoltre, che altri indicatori dell’UE (per esempio gli indicatori inclusi nel quadro di valutazione della situazione sociale o gli indicatori europei della biodiversità) siano coerenti con il quadro dell’Agenda 2030. Una strategia globale dovrebbe fornire tale panoramica del collegamento tra gli OSS, le politiche dell’UE e le diverse serie di indicatori.

1.11.

Il CESE chiede che l’attuale sistema di governance dell’UE sia adattato all’attuazione dell’Agenda 2030. Una strategia globale dell’UE per lo sviluppo sostenibile pienamente in linea con l’Agenda 2030 assicurerebbe l’integrazione degli OSS in tutte le politiche dell’UE e fornirebbe il quadro per il coordinamento e il monitoraggio dell’attuazione degli OSS a livello dell’UE e a livello degli Stati membri. Per esempio, il dispositivo del semestre europeo dovrebbe monitorare gli OSS e contribuire alla loro attuazione. In aggiunta, la formulazione e la valutazione delle politiche dell’UE (per esempio il programma «Legiferare meglio») dovrebbero essere adattate per incorporare pienamente gli OSS nel ciclo politico. Un test di sostenibilità dovrebbe essere applicato a tutte le proposte legislative e politiche per valutarne l’impatto sugli OSS e decidere in merito alla loro pertinenza.

1.12.

Il CESE raccomanda di designare all’interno della Commissione un vicepresidente che, insieme con un gruppo dedicato, una dotazione di bilancio specifica e con una struttura di lavoro collegata con tutti i commissari e i dipartimenti della Commissione sia responsabile dell’integrazione degli OSS nelle politiche dell’UE. Inoltre, il presidente della Commissione europea dovrebbe presentare i progressi compiuti e delineare le altre azioni necessarie per realizzare gli OSS nel discorso annuale sullo stato dell’Unione europea.

1.13.

Infine, il CESE chiede un accordo su un bilancio dell’UE che faccia dello sviluppo sostenibile l’obiettivo centrale. Il CESE ricorda che la decisione finale sul quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027 costituirà un’indicazione della capacità o meno dell’UE di conseguire gli impegni da essa assunti in relazione all’Agenda 2030. La proposta della Commissione del maggio 2018 va nella giusta direzione, ma in ultima analisi non coglie l’opportunità di fare dell’Agenda 2030 la priorità del programma politico europeo.

2.   Assenza di una strategia dell’UE

2.1.

L’UE dovrebbe impegnarsi in misura maggiore nel suo ruolo di guida nel garantire e promuovere lo sviluppo sostenibile. In effetti, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è perfettamente in linea con la finalità fondamentale dell’Unione europea, che è quella di promuovere una maggiore coesione sociale, politica, economica e ambientale, sia in Europa che in tutto il mondo. Tuttavia, sebbene l’UE e i suoi Stati membri abbiano firmato l’Agenda globale, l’Europa è in ritardo. A tutt’oggi l’UE e una serie di Stati membri non hanno ancora messo in atto una strategia di sviluppo sostenibile per garantire il conseguimento degli OSS.

2.2.

Nel quadro dell’articolo 3 del trattato sull’Unione europea, un riferimento allo sviluppo sostenibile stabilisce: «Nelle relazioni con il resto del mondo l’Unione … Contribuisce … allo sviluppo sostenibile della Terra …». Nonostante vi siano sempre più alcuni elementi di sostenibilità in diverse politiche adottate a livello di UE, quali le politiche industriali e quelle in materia di trasporti ed energia, si rileva una mancanza di ambizione e di finanziamenti. In generale, il CESE si rammarica dell’evidente mancanza di strategia, di coerenza politica e di integrazione nel coordinamento politico complessivo dell’UE.

2.3.

Il CESE è l’unica istituzione a livello europeo ad aver fatto dello sviluppo sostenibile una priorità principale. Il Parlamento europeo non ha alcuna struttura dedicata allo sviluppo sostenibile, anche se alcuni gruppi politici stanno inserendo l’Agenda 2030 nelle loro priorità politiche per le elezioni del Parlamento europeo del maggio 2019. Nel frattempo la Commissione europea ha istituito la piattaforma multilaterale per l’attuazione degli OSS, che rappresenta un passo nella giusta direzione, m non è chiaro se la piattaforma esisterà ancora dopo la scadenza del mandato della Commissione attuale. Inoltre, il CESE ha chiesto in passato un forum più ambizioso e più ampio della società civile di quello che è stato alla fine creato (2).

2.4.

A livello nazionale, il grado di pianificazione e attuazione degli OSS è diverso (3). Alcuni Stati membri hanno già adottato strategie globali di sviluppo sostenibile nazionali e, in alcuni casi, enti locali e regionali come pure parti interessate hanno in corso iniziative in materia di OSS per fare opera di sensibilizzazione. Non esistendo un quadro europeo, vi è il rischio di incoerenza tra gli approcci nazionali. Il CESE chiede l’integrazione dello sviluppo sostenibile nelle politiche nazionali e il pieno coinvolgimento delle organizzazioni della società civile nella loro progettazione e nella loro attuazione in linea con una strategia globale dell’UE.

3.   Prospettive

3.1.

Il 13 settembre 2017, il presidente Juncker ha annunciato un documento di riflessione intitolato «Verso un’Europa sostenibile per il 2030, per far seguito agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, compreso l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici», che sarà pubblicato nel corso dell’inverno 2018. Nella fase di preparazione, la Commissione sta valutando i pareri dei membri della piattaforma multilaterale per gli OSS. I membri della piattaforma stanno avanzando suggerimenti su come migliorare la governance dell’UE in relazione agli OSS (per esempio, attraverso l’adozione di una strategia globale), raccomandazioni politiche e proposte su come gli strumenti dell’UE dovrebbero evolversi per coordinare le politiche, il monitoraggio e l’assunzione di responsabilità.

3.2.

L’attuazione degli OSS comporta obiettivi economici, sociali, politici e ambientali che richiedono cambiamenti radicali nelle società europee e all’interno delle istituzioni dell’UE.

3.3.

I dibattiti sul futuro dell’Europa in preparazione delle elezioni europee del 2019 sono di cruciale importanza per sensibilizzare i cittadini allo sviluppo sostenibile. I partiti politici europei devono assumere una posizione e affrontare la questione dello sviluppo sostenibile nei loro programmi elettorali.

3.4.

Inoltre, il CESE ritiene che la Commissione europea e il nuovo Parlamento europeo che usciranno dalle elezioni europee del 2019 dovrebbero fare della migliore integrazione degli OSS nelle politiche dell’UE una priorità. Il CESE esorta il Parlamento europeo a rafforzare la propria capacità di esercitare il monitoraggio e la supervisione dei progressi in materia di OSS e ad assumersi la responsabilità per il conseguimento degli obiettivi. Per quanto riguarda la Commissione, si raccomanda anche di rafforzare la leadership del vicepresidente responsabile per lo sviluppo sostenibile e di ristrutturare i portafogli delle DG per chiarire chi è responsabile di ciascun OSS.

3.5.

La decisione finale sul quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027 costituirà un’indicazione della capacità o meno dell’UE di rispettare gli impegni da essa assunti in relazione all’Agenda 2030. Il QFP è fondamentale per garantire l’integrazione degli OSS. La proposta della Commissione pubblicata a maggio 2018 va nella giusta direzione, ma non coglie l’opportunità di fare dell’Agenda 2030 la priorità del programma politico europeo. Al di là della proposta limitata di aumentare l’obiettivo d’integrazione delle questioni climatiche, il nuovo QFP dovrebbe allocare risorse finanziarie rilevanti allo sviluppo sostenibile, nonché garantire che in nessun caso l’attuazione degli OSS sia compromessa per motivi finanziari. Occorre rendere disponibili per i responsabili dell’attuazione degli OSS, compresi gli Stati membri, gli enti locali, le imprese e le ONG, finanziamenti destinati a progetti innovativi e modulabili.

3.6.

L’UE sta attraversando una forte crisi politica e istituzionale e deve far fronte a sfide quali le crescenti disuguaglianze sociali, i problemi ambientali e la perdita di fiducia nei governi e nell’UE (4). Per ovviare a tale situazione, l’UE deve sviluppare una nuova narrazione che sia capace di fornire soluzioni tangibili alle sfide cui le nostre società sono confrontate. I dibattiti in corso sul futuro dell’Europa dovrebbero contribuire a questa nuova narrazione, tenendo conto dell’Agenda 2030 e del 6o scenario dell’Europa (5), affinché l’UE divenga un fattore trainante della sostenibilità. È necessaria una leadership più forte da parte dei capi di Stato europei per rendere gli OSS una parte centrale del loro discorso politico e della loro visione per l’Europa.

3.7.

L’Agenda 2030 si fonda sui valori europei fondamentali della democrazia e della partecipazione, della giustizia sociale, della solidarietà e della sostenibilità, del rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani in Europa e in tutto il mondo. La nuova narrazione sullo sviluppo sostenibile dovrebbe fornire ai cittadini risposte su come le amministrazioni pubbliche e la società civile organizzata intendano soddisfare la loro aspirazione al benessere economico, sociale e ambientale.

4.   La questione degli indicatori

4.1.

Il CESE ritiene che l’approccio adottato in rapporto agli indicatori dell’UE in materia di OSS debba andare oltre la semplice valutazione, contribuendo alla formulazione e alla definizione delle politiche, anziché essere solo uno strumento per elaborare relazioni. Gli indicatori dovrebbero aiutare i responsabili politici dell’UE nel definire le future politiche e nel pianificare le modalità migliori per conseguire gli OSS. Gli indicatori devono anche aiutare i responsabili politici a individuare deviazioni nei progressi verso gli OSS e introdurre tempestivamente i necessari cambiamenti di politica, al fine di conseguire gli obiettivi entro il 2030.

4.2.

Dal punto di vista del CESE, la pubblicazione Sustainable Development in the European Union: 2017 Monitoring Report of the Sustainable Development Goals in an EU context [Lo sviluppo sostenibile nell’Unione europea: Relazione di monitoraggio 2017 degli obiettivi di sviluppo sostenibile in un contesto UE], rappresenta un buon inizio nonostante vi siano margini di miglioramento. Essa deve essere sviluppata migliorando gli indicatori. In assenza di obiettivi quantificati a livello dell’UE, l’attuale metodo di valutazione dei progressi (ossia un cambiamento positivo dell’1 %) è potenzialmente fuorviante, in quanto non fornisce informazioni su quanto si è distanti dalla realizzazione degli OSS, a differenza di quanto accade con altre relazioni. Per esempio, mentre Eurostat conclude che sono stati compiuti progressi significativi in Europa in materia dell’OSS12 (6), altre fonti, come l’OCSE, giungono a conclusioni diverse (7). La relazione di monitoraggio deve impegnarsi per rendere chiara la natura integrata dell’Agenda, dove gli sforzi devono consolidare ogni obiettivo anziché comprometterli. Pur se valido, l’impiego di indicatori trasversali non è ancora sufficiente a fornire informazioni sulle sinergie e sulle scelte problematiche tra gli obiettivi. Inoltre, la relazione dovrebbe valutare gli effetti indotti sullo sviluppo sostenibile dei paesi partner e monitorare la coerenza politica tra obiettivi politici importanti esterni e interni. Infine, gli indicatori dovrebbero essere in grado di mostrare i confronti tra paesi europei, di individuare le divergenze in termini di attuazione degli Stati membri ed essere regolarmente aggiornati, in modo da basarsi sulle migliori conoscenze scientifiche/conoscenze generali/informazioni disponibili.

4.3.

Al fine di disporre di un insieme coerente di indicatori in grado di fornire un quadro chiaro dell’attuazione degli OSS a livello dell’UE, è essenziale creare un sistema globale di indicatori relativi al livello europeo e a quello nazionale. In primo luogo, gli attuali indicatori utilizzati per diversi settori politici a livello dell’UE devono essere armonizzati o almeno collegati con gli indicatori dell’UE per gli OSS. Per esempio, serie di indicatori pertinenti quali il quadro di valutazione della situazione sociale o gli indicatori europei della biodiversità devono essere collegati agli indicatori dell’UE in materia di OSS e il loro rapporto deve essere definito in modo chiaro. In secondo luogo, le strategie nazionali per lo sviluppo sostenibile devono utilizzare gli stessi indicatori o almeno indicatori comparabili a quelli dell’UE per gli OSS. In caso contrario vi sarà un rischio elevato di incoerenza tra gli Stati membri in relazione ai diversi approcci adottati. In terzo luogo, l’UE deve garantire un processo globale per l’elaborazione di relazioni al Forum politico di alto livello sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. La Commissione europea dovrebbe essere in grado di fornire un quadro chiaro dell’attuazione degli OSS a livello dell’UE e in tutti gli Stati membri.

4.4.

Il CESE ritiene che, per quanto concerne il processo di definizione degli indicatori, sia opportuno prendere in esame alcune limitazioni. Eurostat e gli istituti nazionali di statistica dispongono di risorse umane e finanziarie limitate per la raccolta di nuovi dati e non è pertanto sempre possibile produrre indicatori nuovi e più mirati. Secondo la relazione annuale 2017 del Comitato consultivo europeo per la governance statistica al Parlamento europeo, il costo del sistema statistico europeo ammonta allo 0,02 % del PIL e, in seguito ai tagli alle risorse umane legati all’austerità di bilancio, l’organico non è ancora tornato ai livelli pre-crisi (8). Per migliorare la serie di indicatori, va assegnata maggiore priorità allo sviluppo di indicatori di sostenibilità e a Eurostat e agli istituti statistici nazionali vanno allocati finanziamenti adeguati per gli indicatori di sostenibilità, in linea con gli obiettivi relativi all’OSS17. Ciò renderà possibile l’aggiunta di nuovi indicatori che potrebbero richiedere la raccolta di dati supplementari.

4.5.

Per quanto concerne l’attuale insieme di indicatori di Eurostat, il CESE rileva una serie di carenze che devono essere risolte, idealmente, prima della pubblicazione della relazione di monitoraggio 2018 di Eurostat sui progressi verso gli OSS. Tra le aree da migliorare figurano:

una presentazione visiva più oggettiva dei risultati generali, per evitare la falsa impressione che l’Europa sia, per la maggior parte, sulla strada giusta per conseguire gli OSS, in contraddizione con altre ricerche qualitative o tematiche nonché con le percezioni dei cittadini;

un’attenzione maggiore agli effetti indotti dell’attuale modello di sviluppo dell’Europa, per esempio sviluppando il lavoro esistente di Eurostat sulle impronte ecologiche, nonché del contributo dell’Europa nel sostenere i paesi partner per quanto concerne il conseguimento degli OSS;

un approccio più innovativo alla presa di coscienza dell’indivisibilità dell’agenda degli OSS, al di là degli indicatori trasversali, che di per sé non indicano gli squilibri e le contraddizioni tra le diverse dimensioni della sostenibilità e mancano di un quadro adeguato per valutare la coerenza delle politiche;

ulteriori dati per quanto riguarda i risultati delle imprese, degli enti locali e delle ONG;

maggiori informazioni sui risultati degli Stati membri in materia di OSS, in quanto le medie danno un quadro incompleto. È anche importante fornire informazioni a livello nazionale, considerato che gli Stati membri hanno competenza esclusiva in merito a una serie di OSS;

migliori indicatori della responsabilità per la realizzazione degli OSS, in linea con gli OSS16 (9) e 17 (10), per esempio per quanto riguarda lo spazio della società civile in Europa (11) e i partenariati per l’innovazione;

una metodologia più solida per misurare i progressi compiuti in materia di OSS se non esiste un obiettivo europeo, per esempio confrontando i risultati medi con gli Stati membri che presentano i risultati migliori ovvero con obiettivi sostitutivi derivati da altri impegni internazionali oppure con la ricerca disponibile.

4.6.

Mentre le serie di lungo periodo sono utili, gli indicatori dovrebbero essere rivisti e migliorati sulla base dell’individuazione di nuove sfide principali e del progresso della conoscenza scientifica, ivi compresi i nuovi dati. Sebbene gli sforzi di Eurostat volti ad aggiungere nuovi indicatori nel 2018 vadano nella giusta direzione, la chiarezza in merito al processo e le tempistiche dell’inserimento di indicatori «in sospeso» sono fondamentali. Per esempio, vi dovrebbe essere un piano d’azione e un calendario per l’indicatore «Estensione del fenomeno dei senzatetto nell’UE», raccomandato dalla FEANTSA (European Federation of National Organisations Working with the Homeless — Federazione europea delle organizzazioni nazionali che si occupano dei senzatetto), attualmente elencato come «in sospeso».

4.7.

Occorre rafforzare il ruolo svolto dalla società civile organizzata in relazione agli indicatori. Eurostat si dovrebbe consultare maggiormente con la società civile sul processo di definizione degli indicatori e sulla valutazione dei progressi che essi misurano. In generale, la società civile deve essere consultata abbastanza presto nel corso del processo in modo che le sue raccomandazioni possano essere prese in considerazione ed Eurostat deve essere tenuto a spiegare il motivo per il quale le raccomandazioni della società civile sono state prese in considerazione oppure no.

4.8.

Ciò che è o non è monitorato, in particolare, la definizione e la scelta degli indicatori, ha notevoli implicazioni politiche (12). Pertanto, il processo attraverso il quale Eurostat prepara la relazione annuale dovrebbe permettere alla società civile di contribuire con un’interpretazione qualitativa degli indicatori. Ciò dovrebbe essere accompagnato da un sondaggio frequente di Eurobarometro, per valutare la percezione che i cittadini hanno dei progressi compiuti.

4.9.

Il CESE è consapevole della limitata capacità statistica della società civile, per quanto concerne la proposta di nuovi indicatori che possano soddisfare i requisiti di solidità statistica di Eurostat. Tuttavia, la società civile è in grado di definire indicatori utili che si avvalgono di altre fonti oltre ai dati di Eurostat. Un esempio è rappresentato dagli indicatori sviluppati dalla rete Sustainable Development Solutions Network. Ciò nonostante, il CESE ritiene che sia necessario sostenere le organizzazioni della società civile con misure di potenziamento delle capacità al fine di garantire che siano in grado di contribuire in modo migliore al dialogo con Eurostat.

4.10.

Infine, con l’obiettivo di garantire una nuova e forte narrazione basata sullo sviluppo sostenibile come menzionato sopra, il CESE chiede che sia migliorato il modo in cui la Commissione europea ed Eurostat comunicano i progressi in materia di OSS. La relazione di Eurostat non è sempre di facile lettura e non è stata diffusa ampiamente; per questo occorrerebbe esplorare nuovi modi al fine di aumentare la sensibilizzazione tra un pubblico non specializzato e i cittadini. Altri prodotti della ricerca e di comunicazione dovrebbero inoltre essere studiati come parte di un’ambiziosa strategia di sensibilizzazione. Per esempio, creare una sezione «monitoraggio della società civile» sul sito web di Eurostat dedicato agli OSS permetterebbe una cotitolarità del monitoraggio degli obiettivi.

4.11.

Il CESE prende atto che la relazione annuale di Eurostat non contiene e non può contenere informazioni qualitative. Al fine di colmare questa lacuna (e per migliorare la partecipazione della società civile), il CESE propone che il monitoraggio dell’attuazione degli OSS sia completato da una relazione ombra distinta, indipendente e qualitativa, elaborata in stretta collaborazione con le parti interessate della società civile. Questa relazione ombra dovrebbe rivolgere la sua attenzione in particolare agli aspetti seguenti: a) rendere disponibile una riflessione sulla relazione di Eurostat e analizzarla; b) integrare la relazione Eurostat con informazioni qualitative provenienti dalla società civile organizzata; c) mettere a disposizione l’interpretazione della società civile organizzata dei progressi verso l’attuazione degli OSS. Il CESE sta attualmente conducendo uno studio sulla partecipazione della società civile al monitoraggio degli OSS (dovrebbe essere concluso entro il novembre 2018), che in particolare esaminerà e proporrà un approccio metodologico per la preparazione di questa relazione complementare alla relazione annuale di Eurostat.

4.12.

La responsabilità è al centro dell’agenda degli OSS. L’ambiziosa strategia per gli OSS deve essere integrata da un solido quadro in materia di responsabilità dove la società civile organizzata deve svolgere un ruolo fondamentale. Per questo occorre sensibilizzare i cittadini di tutta l’Unione e avviare sondaggi di opinione e altri meccanismi di riscontro delle opinioni dei cittadini. A tale riguardo, la Commissione europea (in collaborazione con il CESE) dovrebbe organizzare un vertice in materia di OSS per realizzare un evento annuale destinato a fare un quadro della situazione con gli Stati membri, il Parlamento europeo, la società civile, le imprese e gli enti regionali e locali, e impegnarsi a favore di un dialogo inclusivo e regolare con le parti interessate. Infine, occorrerebbe promuovere lo scambio di buone pratiche in termini di coinvolgimento della società civile nella valutazione degli OSS. Il CESE potrebbe svolgere un ruolo chiave nel sostenere le organizzazioni della società civile nel quadro dello scambio di tali tipi di esperienze, della creazione di sinergie, dell’aumento delle conoscenze e della sensibilizzazione e della promozione della collaborazione.

5.   Integrazione degli OSS nella governance dell’UE

5.1.

L’attuale sistema di governance dell’UE dovrebbe essere adeguato in modo che contribuisca all’attuazione dell’Agenda 2030. A tal fine, tutte le istituzioni dell’UE dovrebbero adottare misure atte a garantire un’azione coordinata per progredire verso gli OSS.

5.2.

Nonostante la leadership del Vicepresidente della Commissione europea, è evidente che il livello di adesione alla politica in materia di OSS a livello di diverse DG è scarso, il che ostacola i progressi. Lo stesso vale per il Parlamento, che deve istituire un processo credibile nelle commissioni al fine di discutere l’attuazione degli OSS. Infine, il gruppo di lavoro sugli OSS del Consiglio europeo, che rappresenta uno sviluppo positivo, deve garantire un’integrazione adeguata degli OSS in tutte le questioni che interessano il Consiglio europeo, per esempio il futuro della PAC, la politica di coesione, la politica dei trasporti (13), le relazioni esterne (14) e il prossimo QFP per il periodo 2021-2027.

5.3.

Una strategia globale dell’UE per lo sviluppo sostenibile dovrebbe svolgere un ruolo cruciale nell’integrazione degli OSS in tutte le politiche dell’UE e fornirebbe il quadro per il coordinamento e il monitoraggio dell’attuazione degli OSS a livello dell’UE e a livello nazionale. Come menzionato, la strategia dovrebbe stabilire degli obiettivi, gli strumenti per realizzarli e una serie coerente di indicatori da usare per monitorare i progressi. Il CESE concorda con il Consiglio sulla necessità di creare un quadro di indicatori di riferimento (15).

5.4.

Come ricordato sopra, questo quadro di indicatori di riferimento dovrebbe integrare tutti i pertinenti indicatori europei attualmente utilizzati in vari settori d’intervento e definire le correlazioni tra gli indicatori esistenti e gli indicatori OSS. Per esempio, la Commissione europea dovrà far in modo che il quadro di valutazione della situazione sociale e gli indicatori dell’UE in materia di OSS siano perfettamente allineati e coerenti. Attualmente, dei 12 indicatori del quadro di valutazione della situazione sociale otto sono integrati completamente o parzialmente nell’insieme degli indicatori dell’UE relativi agli OSS.

5.5.

Il coordinamento e il monitoraggio degli OSS dovrebbero essere integrati nel processo del semestre europeo, come è già stato ripetutamente chiesto dal CESE (pareri del CESE NAT/693 (16), NAT/700 (17), SC/047 (18), SC/050 (19)). Ciò dovrebbe includere un processo di controllo dell’adeguatezza delle strategie di attuazione degli OSS a livello degli Stati membri. Le autorità nazionali dovrebbero ricevere orientamenti comuni e dovrebbero essere monitorate in modo tutti gli sforzi vadano nella stessa direzione. Inoltre, dovrebbe essere incentivato lo scambio di buone pratiche tra gli Stati membri. Il semestre europeo dovrebbe estendere il suo ambito di applicazione oltre la tradizionale dimensione economica e includere totalmente le dimensioni sociale e ambientale allo stesso livello di importanza nel contesto di una futura strategia globale per lo sviluppo sostenibile. Di conseguenza, le raccomandazioni specifiche per paese dovrebbero essere coerenti con gli OSS e l’analisi effettuata nelle relazioni per paese nell’ambito del processo del semestre europeo.

5.6.

Il programma di sostegno alle riforme strutturali, di recente istituzione, mira ad assistere gli Stati membri nell’attuazione delle riforme istituzionali, strutturali e amministrative. Si prevede che detto programma svolgerà un ruolo di rilievo nei prossimi anni. Come già sottolineato dal CESE (20) e nella relazione Falkenberg (21), il programma di sostegno alle riforme strutturali dovrebbe partire dal presupposto che qualsiasi riforma sostenuta deve essere coerente con l’Agenda 2030 e gli OSS.

5.7.

Al fine di garantire che gli OSS siano integrati in tutte le politiche dell’UE, il programma «Legiferare meglio» deve essere corrispondentemente adattato per permettere un approccio esaustivo e globale in materia di OSS. Il CESE ritiene che sia opportuno fare esplicito riferimento ai principi degli OSS negli orientamenti e negli strumenti dell’iniziativa «Legiferare meglio». Occorre inoltre rivedere le metodologie relative all’iniziativa «Legiferare meglio» al fine di garantire che siano in grado di valutare gli obiettivi a lungo termine e misurare la distanza rispetto al conseguimento degli OSS. Infine, occorre prestare maggiore attenzione alla coerenza delle politiche come strumento per l’attuazione degli OSS mediante l’uso, per esempio, del quadro dell’OCSE sulla coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile.

5.8.

Quando propone nuove iniziative legislative o politiche, la Commissione europea dovrebbe indicare chiaramente quale sia l’OSS interessato ed eseguire un test di sostenibilità per valutare l’impatto previsto sugli OSS (come parte del processo di valutazione d’impatto, inteso a valutare le dimensioni economica, sociale e ambientale delle proposte). Occorre individuare i problemi principali nell’attuazione degli OSS che la politica proposta mira ad affrontare. Così, il monitoraggio e la valutazione delle attuali politiche dell’UE devono essere adattati per misurare i progressi verso il conseguimento degli OSS e per raccomandare le modifiche delle politiche che hanno un’incidenza maggiore sulla promozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

5.9.

Anche il programma di controllo dell’adeguatezza e dell’efficacia della regolamentazione (REFIT) della Commissione dovrebbe integrare la prospettiva dello sviluppo sostenibile. Il programma REFIT dovrebbe garantire che qualsiasi proposta di semplificazione e aggiornamento del diritto dell’UE sia coerente con gli OSS e contribuisca alla loro realizzazione.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  «Sustainable development in the European Union: Monitoring report on progress towards the SDGs in an EU context» (Sviluppo sostenibile nell’Unione europea: relazione di monitoraggio sui progressi in materia di OSS a livello dell’UE). Edizione 2017.

(2)  Parere del CESE sul tema Il futuro sostenibile dell’Europa: prossime tappe, (GU C 345 del 13.10.2017, pag. 91).

Parere del CESE sul tema Forum europeo della società civile a favore dello sviluppo sostenibile, (GU C 303 del 19.8.2016, pag. 73).

(3)  Il CESE sta elaborando una mappatura delle iniziative di sviluppo sostenibile a livello nazionale. Sintesi per paese elaborate per tutti gli Stati membri sono disponibili sul sito Internet del CESE.

(4)  Parere del CESE sul tema La transizione verso un futuro europeo più sostenibile — Una strategia per il 2050, SC/047, (GU C 81 del 2.3.2018, pag 44).

(5)  http://www.foeeurope.org/sites/default/files/other/2017/6th_scenario_future_of_europe.pdf.

(6)  OSS12. Consumo e produzione responsabili.

(7)  Cfr. per esempio OCSE. 2017 Measuring Distance to the SDG Targets: an assessment of where OECD countries stand (Misurare la distanza rispetto al conseguimento degli obietti di sviluppo sostenibile: una valutazione della posizione dei paesi OCSE).

(8)  ESGAB (European Statistical Governance Advisory Board) (Consiglio consultivo sulla governance statistica europea), Relazione annuale 2011, pagg. 25-26.

(9)  OSS16. Pace, giustizia e istituzioni forti.

(10)  OSS17. Partnership per gli obiettivi.

(11)  Basandosi su metodologie esistenti come CIVICUS monitor, https://civicus.org/index.php/what-we-do/innovate/civicus-monitor.

(12)  Parere del CESE sul tema Il futuro sostenibile dell’Europa: prossime tappe, NAT/700, (GU C 345 del 13.10.2017, pag. 91).

(13)  Cfr. il parere del CESE sul tema Il ruolo dei trasporti nella realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e le implicazioni che ne derivano per la definizione delle politiche dell’UE, (GU C 367 del 10.10.2018, pag. 9).

(14)  Parere del CESE sul tema Un partenariato rinnovato con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, REX/485, (GU C 129 dell'11.4.2018, pag. 76).

(15)  http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-10370-2017-INIT/it/pdf.

(16)  Parere del CESE sul tema Sviluppo sostenibile: una mappatura delle politiche interne ed esterne dell’UE, NAT/693, (GU C 487 del 28.12.2016, pag. 41).

(17)  Parere del CESE sul tema Il futuro sostenibile dell’Europa: prossime tappe, NAT/700, (GU C 345 del 13.10.2017, pag. 91).

(18)  Parere del CESE sul tema La transizione verso un futuro europeo più sostenibile — Una strategia per il 2050, SC/047, (GU C 81 del 2.3.2018, pag. 44).

(19)  Parere del CESE sul tema Analisi annuale della crescita 2018, SC/50, (GU C 227 del 28.6.2018, pag. 95).

(20)  Parere del CESE sul tema Il Programma di sostegno alle riforme strutturali per il periodo 2017-2020, ECO/398, (GU C 177 del 18.5.2016, pag. 47).

(21)  «Sustainability Now!» (Sostenibilità adesso!) Note strategiche del Centro europeo di strategia politica (EPSC), numero 18 (2016) https://www.eesc.europa.eu/sites/default/files/files/rapport_kff.pdf.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/22


Parere del Comitato economico e sociale europeo su «Il contributo delle zone rurali d’Europa all’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 a garanzia della sostenibilità e della coesione urbana/rurale»

(parere d’iniziativa)

(2018/C 440/04)

Relatore:

Tom JONES

Decisione dell’Assemblea plenaria

15.2.2018

Base giuridica

Articolo 29, paragrafo 2, del Regolamento interno

 

Parere d’iniziativa

Sezione competente

Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente

Adozione in sezione

5.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

201/2/7

1.   Conclusioni e raccomandazioni

Conclusioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) sostiene pienamente la designazione del 2018 quale Anno europeo del patrimonio culturale ed elogia tutti gli sforzi profusi dai promotori e dagli organizzatori a tutti i livelli per accrescere la visibilità e celebrare il ricco e diversificato patrimonio culturale d’Europa (1).

1.2.

Il CESE esorta tutte le parti in causa e i partecipanti ad adottare la definizione più ampia possibile di cultura e a includere tutti i cittadini.

1.3.

Lungi dal rappresentare solo una celebrazione del passato, questo Anno dovrebbe anche promuovere nuove e stimolanti espressioni di ispirazione e capacità umane in evoluzione, che spesso prendono forma nell’ambito delle tradizioni appartenenti al patrimonio culturale rurale dei singoli paesi.

1.4.

Dodici mesi sono un periodo di tempo limitato, ma si auspica che tale ulteriore profusione di impegno e investimenti stimolerà i cittadini a concentrarsi sulle opportunità relative al patrimonio culturale nelle zone rurali. Ciò dovrebbe consentire loro di creare una riserva preziosa di benessere estetico, sociale ed economico cui si infonde nuovo vigore per le generazioni presenti e future. A metà percorso, l’etichetta dell’Anno europeo del patrimonio culturale è stata conferita a oltre 3500 progetti, tra i quali la percentuale di progetti rurali varia da regione a regione.

1.5.

Il CESE appoggia l’invito dell’European Alliance for Culture and the Arts (Alleanza europea per la cultura e le arti), formulato nel gennaio 2018 e rivolto alle istituzioni europee e agli Stati membri, a garantire un sostegno consistente nell’ambito del quadro finanziario pluriennale (QFP) post 2020. Accoglie altresì con favore l’impegno proposto da parte della Commissione europea a favore della cultura nel suo progetto di bilancio del maggio 2018 e i suoi impegni concretizzati nella Nuova Agenda per la cultura (2).

Raccomandazioni

1.6.

Il patrimonio culturale rurale, con la sua ricchezza e diversità, dovrebbe essere formalmente riconosciuto per il suo valore artistico intrinseco e per il suo apporto economico e sociale al benessere di tutti i cittadini europei (3).

1.7.

Gli investimenti pubblici dovrebbero essere valutati alla luce del loro impatto sulle zone rurali, in modo che, quando vengono concepiti nuovi flussi di finanziamento, essi comprendano il sostegno per il contributo che le famiglie e i lavoratori dipendenti del settore agricolo apportano, come pure per le organizzazioni non governative che rappresentano artisti e gruppi folkloristici, gruppi di azione locale o aziende agricole di accoglienza a finalità terapeutica (care farm); in questo contesto vanno prese in considerazione le misure necessarie per migliorare l’infrastruttura del patrimonio rurale.

1.8.

I flussi di finanziamento dell’UE esistenti, incluso il programma di sviluppo rurale, dovrebbero sempre più considerare la cultura come un valore orizzontale e dovrebbero sostenere i progetti culturali, compresi quelli volti a proteggere, promuovere e potenziare paesaggi ricchi di biodiversità. Il recupero della pastorizia e il restauro di case rurali remote nei Pirenei, i vigneti a Santorini, la protezione del pascolo comune a Șeica Mare (Romania) sono buoni esempi, al pari del progetto culturale Leader a Lesbo (Grecia) per sostenere l’integrazione dei migranti. I programmi agroambientali dovrebbero continuare a creare habitat naturali nelle zone destinate all’attività agricola e l’ambiente edificato dovrebbe prevedere standard più elevati di progettazione, rispettosi dei modelli culturali tradizionali ma anche adeguati a un uso moderno.

1.9.

Le superfici boschive, le foreste e le vie navigabili sostenibili meritano misure di sostegno finalizzate a evitare il degrado e l’inquinamento. Si devono prevedere finanziamenti per la conservazione delle fasce protettive di arbusti e alberi create in passato nelle zone rurali (ad esempio in Polonia, secondo la concezione di Dezydery Chłapowski), che riducono l’erosione del suolo e le emissioni di CO2, accrescono la resa e arricchiscono il paesaggio.

1.10.

Le giornate porte aperte delle fattorie, le visite rurali da parte delle scolaresche, le mostre, le fiere dell’artigianato e altre manifestazioni e i festival culturali danno un contributo, permettendo agli abitanti delle città di capire meglio ed apprezzare maggiormente le aree rurali, e meritano un sostegno finanziario pubblico, al pari delle misure volte a creare ponti tra cittadini rurali e urbani mediante progetti culturali.

1.11.

Le misure finalizzate a presentare la cultura e le tradizioni rurali alle nuove generazioni tramite stili espressivi moderni e innovativi dovrebbero essere promosse e si dovrebbero misurare i vantaggi economici e sociali, condividendo e valorizzando le buone pratiche. Si dovrebbero sostenere artisti e altri stimolanti protagonisti della cultura, anche non locali, per aiutare le comunità a realizzare tutto il potenziale dei beni culturali locali.

1.12.

Occorre affrontare la grave perdita di abilità artigianali mediante maggiori investimenti nella formazione, in modo da realizzare trasferimenti tra generazioni che siano basati sulle conoscenze passate e incoraggino l’innovazione. Le scuole delle zone rurali dovrebbero insegnare le attività rurali potenzialmente portatrici di occupazione al pari di quelle che offrono opportunità di carriera esterne. Vi è una sfida specifica, non solo per i giovani agricoltori, ma per tutti i giovani che vivono nelle aree rurali, ad avere un atteggiamento imprenditoriale nell’appropriarsi del loro patrimonio culturale in un ruolo protettivo.

1.13.

Il patrimonio culturale rurale dovrebbe tra l’altro essere promosso in modo sostenibile a fini turistici, e per indurre i residenti delle città a ad apprezzare i valori culturali delle zone rurali, a scegliere in misura crescente di vivere in tali zone e a lavorare in località più distanti dai centri urbani.

1.14.

La commercializzazione di prodotti culturali rurali, compresi quelli del patrimonio gastronomico, dovrebbe essere incentivata e lo status di marchio geografico dovrebbe essere protetto, fornendo ai cittadini garanzie sulla qualità e sulla tracciabilità.

1.15.

È opportuno incoraggiare il mondo del volontariato, le comunità e le imprese sociali, nonché le aziende private rurali, a sviluppare e condividere le loro attività culturali, anche con la promozione della diversità di lingue e dialetti, a beneficio di tutti i cittadini. Le comunità rurali «intelligenti» dovrebbero far propri il valore e il potenziale del loro patrimonio culturale locale, e ricercare opportunità di collaborare con altri gruppi simili, per promuovere collegamenti, anche per aumentare i vantaggi economici di più ampie possibilità di attività turistiche.

1.16.

Se, da un lato, è probabile che i progetti che contraddistinguono l’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 proseguiranno in futuro, dall’altro lato è importante effettuare un chiaro inventario e una valutazione degli investimenti e dei risultati quantificabili, tenendo conto dei fattori economici, sociali e culturali. Circa 8 milioni di EUR sono stati allocati all’Anno europeo a seguito di negoziati del trilogo tra il Parlamento europeo e il Consiglio nel 2017. Sarebbe normale aspettarsi che una proporzione quantificabile di tale sostegno fosse disponibile per le zone rurali.

1.17.

È necessario svolgere maggiori ricerche per quantificare e misurare la qualità dei benefici del patrimonio e dell’attività culturale esistente per il benessere dei cittadini e dare una base solida a future iniziative. Gli instancabili difensori del patrimonio culturale hanno bisogno di sostegno per accogliere nuovi migranti e differenti tradizioni culturali.

1.18.

È necessaria un’azione urgente a favore della connettività delle infrastrutture di trasporto e delle infrastrutture digitali, connettività che è essenziale per l’insediamento nelle aree rurali e per lo sviluppo del turismo culturale.

2.   Introduzione

2.1.

Il presente parere si focalizza specificamente sull’ampio spettro di beni e talenti che presentano le zone rurali e i loro abitanti, sul loro contributo al patrimonio culturale d’Europa e sul modo in cui questa ampia definizione di cultura favorisce uno sviluppo rurale più prospero ed economicamente sostenibile. Il CESE condivide la Carta paneuropea del patrimonio rurale, che promuove uno sviluppo del territorio sostenibile (4) e il riferimento nella dichiarazione di Cork 2.0, del 2016: «La gestione del territorio svolge un ruolo essenziale nell’interfaccia tra i cittadini e l’ambiente. Le politiche devono incentivare la fornitura di beni pubblici ambientali, compresa la conservazione del patrimonio naturale e culturale dell’Europa».

2.2.

L’iniziativa dell’Anno europeo del patrimonio culturale deve essere sottoposta a un meccanismo di verifica per quanto riguarda le aree rurali (rural proofing); inoltre il CESE esprime preoccupazione circa il fatto che le informazioni sull’Anno europeo non raggiungeranno le piccole comunità sparse nei paesi e nelle città di piccole dimensioni in misura sufficiente e tempestiva per dar loro modo di preparare e celebrare l’ampio spettro di beni culturali nel loro territorio. Lungi dal rappresentare solo una celebrazione del passato, questo Anno dovrebbe anche promuovere nuove e stimolanti espressioni di ispirazione e capacità umane in evoluzione che spesso prendono forma nell’ambito delle tradizioni appartenenti al patrimonio culturale rurale dei singoli paesi.

2.3.

Elencare le attività culturali esistenti e apprendere dai progetti riusciti ha un valore concreto, ma le celebrazioni del 2018 dovrebbero anche includere nuovi eventi culturali innovativi che si sviluppino sulla base del passato e trasmettano il patrimonio culturale alle nuove generazioni con modalità attuali, creando così nuove opportunità per le zone rurali. Europa creativa ha due progetti rurali, «Roots and Roads» (Radici e Strade) e «Food is Culture» (Il cibo è cultura) che, in caso di successo, potrebbero contribuire all’apprendimento e allo sviluppo.

2.4.

Pur se è difficile quantificare i benefici sociali ed economici dell’attività culturale, (oltre 300 000 posti di lavoro direttamente collegati alla cultura europea), l’OCSE ritiene che la cultura dovrebbe essere utilizzata come indicatore di benessere, ed è importante che gli organizzatori dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 incomincino a svolgere analisi che potrebbero giustificare futuri investimenti pubblici. Si dovrebbe disporre di un rendiconto preciso del successo dell’iniziativa nel raggiungere le zone rurali e remote e di come le buone pratiche eventualmente risultanti, quali quelle dell’iniziativa AlpFoodway (5) e dei progetti Terract (6) possano costituire la base per definire una futura priorità a livello regionale ed europeo.

3.   Osservazioni generali e particolari

3.1.

I paesaggi rurali, il mosaico di strutture geologiche naturali e l’impronta umana dell’agricoltura, la silvicoltura, i laghi, i fiumi e gli insediamenti edificati costituiscono, forse, il più grande patrimonio culturale che ci sia. Dai parchi nazionali e dai siti di Natura 2000, fino alle aree verdi urbane periferiche, vi è una variegata bellezza da apprezzare, una fonte di ispirazione per generazioni di artisti, musicisti, letterati, ballerini e per tutti coloro tra noi che non rientrano in nessuna di queste categorie. La Nuova Agenda per la cultura della Commissione si sofferma appena sulle prospettive rurali. Tuttavia, essa afferma che il recupero e la riqualificazione del patrimonio culturale e naturale contribuiscono alla crescita e alla sostenibilità. La gestione integrata del patrimonio culturale e naturale incoraggia i cittadini a scoprire entrambi e a occuparsene. I Mayangna del Nicaragua utilizzano un unico termine per parlare di natura e di cultura. È quella che si può chiamare cittadinanza ecologica.

3.2.

Anche le comunità rurali aggiungono valore ai paesaggi. Sono coloro che gestiscono le aziende agricole e i terreni boschivi, coloro che vi lavorano e gli artigiani, uomini e donne, ad aver plasmato questi paesaggi. Generazioni di persone forti delle loro conoscenze hanno messo a frutto terreno e acqua per produrre cibo, costruire alloggi e generare reddito. In Polonia, per esempio, è stata sviluppata nel 19o secolo l’idea della cintura di protezione, composta di spazi verdi e arbusti e intesa a preservare il suolo, che ha conferito al paesaggio attuale il suo carattere distintivo. Hanno disegnato i confini dei campi con pietre e rami, hanno eretto fienili e officine. Hanno allevato, nell’arco di generazioni successive, razze autoctone di animali idonei a suolo e clima e hanno gestito la vegetazione. Hanno sviluppato localmente specifiche tradizioni gastronomiche e folcloriche. Abbiamo anche ereditato un ricco patrimonio di edifici di grande valore estetico, ville, castelli, chiese, ma anche case contadine, piccole officine e botteghe rurali, come quelle attentamente restaurate del museo folclorico di Saint Fagan in Galles (St Fagan Folk Museum). Sono spesso investimenti privati a mantenere questa architettura storica, con un aiuto essenziale da parte di enti pubblici e fondazioni. Un progetto innovativo nel Galles settentrionale utilizza energia rinnovabile proveniente dai fondali marini per riscaldare e quindi ridurre i costi a Plas Newydd, una dimora signorile (7), che forma parte del National Trust. Nel celebrare il passato e il presente si dovrebbe cercare di equilibrare gli aspetti idealistici con la realtà dello sforzo e dell’impegno umani.

3.3.

Il CESE apprezza tutti gli sforzi, compresi quelli dell’European Heritage Alliance diretti a conservare in modo consapevole questo patrimonio. Ai fini del restauro serve tra l’altro il sostegno delle autorità competenti per la pianificazione urbanistica, per garantire conversioni edilizie realizzate con intelligenza e sensibilità. Il progetto REVAB (REuse and Valorisation of Agricultural Buildings through training based on real experiences), cofinanziato dal programma Erasmus, offre formazione per accrescere il potenziale di riutilizzo di fabbricati agricoli in disuso, impedendo in tal modo la loro scomparsa.

3.4.

Gli abitanti delle zone rurali hanno forgiato una propria cultura, specchio del loro lavoro, delle occupazioni del tempo libero e delle sfide sociali, in tutte le forme di attività artistica, sportiva di attività collettiva generale. Le zone rurali sono spesso importanti serbatoi per la varietà delle lingue delle minoranze e dei dialetti. I nomi dei villaggi, delle proprietà agricole e dei campi hanno un significato che deve essere conosciuto e rispettato. Hanno creato, e creano tuttora, un retaggio che ha un valore per la società in generale.

3.5.

Tuttavia, anche le loro attività economiche si evolvono e talvolta scompaiono. Non tutti i paesaggi sono incontaminati. Alcuni testimoniano lo sfruttamento industriale, guerre e saccheggi, danni causati da siccità, inondazioni e incendi, o anche l’eccessivo sfruttamento dovuto ad attività turistiche concentrate e troppo intensive. Tutti hanno una storia da raccontare e insegnamenti da impartire. La mitigazione dell’impatto dei cambiamenti climatici richiederà un intervento concreto per conservare la diversità e possibilità di scelta delle esperienze. Il mantenimento dei legami con il passato è etichettato come «fornitura di beni pubblici» e i paesaggi si degradano se non vi è una biodiversità sostenibile, una pianificazione capace di sensibilità e un accesso gestito. Anche l’espressione culturale artistica si affievolisce, poiché le popolazioni rurali scendono al di sotto dei livelli sostenibili.

3.6.

Dalla rilevazione di Eurostat per il 2017 emerge che oltre un terzo degli europei non partecipa ad attività culturali, ed è per questo che lo sviluppo del turismo culturale rurale, legato ad attività salutari e ricreative, è e continuerà a essere il principale ponte tra le popolazioni urbane e quelle rurali. La città di Galway è un buon esempio di partenariato culturale rurale-urbano e le capitali europee della cultura (per esempio Plovdiv, Bulgaria, e Matera, Italia, nel 2019) dovrebbero sempre evidenziare caratteristiche culturali sia rurali che urbane. Nel Galles, il CADW, l’ente che si occupa della tutela del patrimonio storico, artistico e culturale del paese, propone un’iniziativa «porte aperte», nel quadro di un progetto che coinvolge 50 paesi, per aiutare i cittadini a ripercorrere i cambiamenti, a comprendere meglio la loro esistenza, secondo il principio «per pianificare il proprio futuro occorre comprendere il proprio passato».

3.7.

In Grecia è presente un altro esempio di condivisione delle conoscenze, presso la «Art Farm» (fattoria dell’arte) (8), sviluppata da Sotiris Marinis. Nel paese di Megali Mantineia, nella parte occidentale della penisola di Mani, egli ha costruito delle case sugli alberi e un centro di formazione che opera in base al principio secondo cui un’esperienza in questo luogo istruisce in merito al suo patrimonio rurale e culturale.

3.8.

Il turismo culturale rurale rappresenta una fonte di risorse economiche e sociali che funziona ed è in crescita e fornisce la base per investimenti congiunti. La responsabilità di proteggere e sostenere il patrimonio culturale dell’Europa è una competenza nazionale, regionale e locale, e l’esistenza di un sentimento pubblico di orgoglio in tale patrimonio è fondamentale. Le istituzioni europee possono promuovere un senso di valori comuni europei e incentivare e promuovere le buone pratiche e lo scambio di esperienze (9). Le ricette culinarie, le birre e i vini, i costumi e la musica regionali tradizionali presentati in occasione della Settimana verde di Berlino (10), attirano migliaia di visitatori internazionali ogni anno e aiutano a unire il presente con il passato. Collegare direttamente i prodotti alimentari e artigianali di produttori rurali con i consumatori attraverso la vendita sui mercati agricoli e in Internet ha sempre più successo, si pensi per esempio ai gruppi di prodotti alimentari locali Reko in Finlandia.

3.9.

Luoghi dove stare in solitudine, ascoltare e osservare gli uccelli o scoprire aree boschive (diversità forestale e specie vegetali per usi medici) tutti contribuiscono ad accrescere la curiosità, l’esplorazione e il benessere dei cittadini. Ampliare la gamma di possibilità e di scoperte dovrebbe contribuire a evitare una concentrazione di visite a siti vulnerabili. Ciò crea un valore aggiunto in termini economici e di occupazione, sulla base dei beni rurali principali, nelle zone più remote, un valore già apprezzato dai paesi e dalle comunità intelligenti. Nelle zone di montagna della Lombardia il progetto AttivAree rafforza il senso di appartenenza dei cittadini rafforzando il patrimonio naturale attraverso l’arte. Esso si occupa inoltre di ristrutturare ostelli e promuovere la disponibilità in villaggi remoti come Lavenone (11). Le agenzie di viaggio dovrebbero essere incoraggiate a lavorare in partenariato con imprenditori e imprese sociali di zone geograficamente remote, per promuovere il turismo culturale sostenibile.

3.10.

Divulgare e illustrare le informazioni culturali utilizzando la tecnologia digitale ridurrà in modo creativo il divario finora crescente tra città e campagna, tra vecchie e nuove generazioni. Si accolgono con favore progetti quali YourAlps (12) tesi a riavvicinare i giovani al patrimonio della montagna. Vi sono numerosi esempi emergenti di modi innovativi di rappresentare le tradizioni culturali, come il progetto artistico utilizzato ad Aasted, in Danimarca, e nel paese di Pfyn, in Svizzera. Si tratta di progetti risultanti da iniziative locali e dall’individuazione di esigenze locali che ricorrono a processi partecipativi, i quali fanno anch’essi parte della tradizione culturale d’Europa. Dovrebbero essere disponibili risorse pubbliche e private a livello regionale, nazionale ed europeo per accelerare gli investimenti in iniziative analoghe.

3.11.

Cresce inoltre l’uso di nuovi strumenti digitali, ad esempio nei luoghi di conflitto passato o presente, per ricreare importanti siti storici distrutti a causa dell’abbandono o della guerra. La tecnologia è utilizzata per leggere con maggiore accuratezza le lapidi e manoscritti scarsamente decifrabili (13). Il CESE accoglie con favore i piani della Commissione per una strategia Digital4Culture e auspica che essa prenda in considerazione gli aspetti rurali pertinenti. Il progetto MEMOLA, ad esempio, usa scansioni tridimensionali delle vecchie zone irrigue per impostare i nuovi processi di irrigazione.

3.12.

Sono necessarie maggiori ricerche per comprendere in che misura l’attività culturale sia importante per le persone e quali benefici per la salute ne derivino, a tutte le età, e in particolare quando sono presenti malattie fisiche o mentali (14), mentre i programmi Erasmus Plus esistenti, quali il corso di master TEMA, finanziano al momento buone opportunità di ricerca. La conferenza ad alto livello relativa all’Anno europeo del patrimonio culturale nell’ambito del programma Orizzonte 2020, sul tema «Innovazione e patrimonio culturale» (15), ha invitato a profondere ulteriori sforzi per sviluppare attività di ricerca volte a individuare le priorità e le buone pratiche nella promozione di attività culturali.

3.13.

Le iniziative sostenute da fondazioni e da enti filantropici hanno contribuito in modo significativo a preservare i siti naturali e le attività di sostegno, spesso attraverso imprese sociali, che stimolano lo sviluppo delle zone rurali in modo sostenibile. La Fondazione culturale finlandese sostiene la ricerca sulle misure volte a prevenire i residui agricoli che incidono sulla qualità dell’acqua nel Mar Baltico. Collabora con gli agricoltori, con l’idea che una maggiore biodiversità corrisponda a un paesaggio più ricco. Si accolgono con favore le iniziative di fondazioni, quali l’Welsh Heritage Schools Initiative (iniziativa per le scuole) in Galles che promuove concorsi culturali tra le scuole per coinvolgere i giovani nella definizione e nella realizzazione della loro scelta in tema di attività culturali (16). Un esempio di un progetto che consente ai giovani di esplorare il loro patrimonio culturale è fornito dalla scuola di Piscu (17), in Romania, che è sia una scuola specializzata nel patrimonio culturale che un ente organizzatore di seminari e convegni. Nel marzo 2018, il CESE stesso ha accolto alunni provenienti da diverse scuole d’Europa per discutere in merito alle loro priorità culturali all’insegna del motto «La vostra Europa, la vostra opinione!» (18). Essi sono giunti alla conclusione di voler vivere in un’Europa che attribuisca valore a tutte le forme di cultura e le tuteli, di voler evitare l’elitismo e diffondere la cultura, ma di volere anche avere l’opportunità di creare una propria cultura. A Giffoni, un paese dell’Italia meridionale, circa 300 studenti hanno preparato film e video per promuovere la loro regione.

3.14.

Gli investimenti pubblici dovrebbero essere valutati alla luce del loro impatto sulle zone rurali, in modo che, quando vengono concepiti nuovi flussi di finanziamento, essi comprendano il sostegno per il contributo che le famiglie e i lavoratori dipendenti del settore agricolo apportano, come pure per le organizzazioni non governative che rappresentano artisti e gruppi folkloristici, gruppi di azione locale o aziende agricole di accoglienza a finalità terapeutica (care farm). In questo contesto vanno prese in considerazione le misure necessarie per migliorare l’infrastruttura del patrimonio rurale.

3.15.

Vi è margine e una domanda da parte di turisti culturali per maggiori collegamenti tematici e geografici. Sono benvenuti progetti che prevedono un marchio comune e un accesso condiviso. Le fiere agricole nei paesi e nelle città di piccole dimensioni ed eventi di portata nazionale come il Royal Welsh at Builth Wells (19), che attira circa 240 000 visitatori, e il festival letterario a Hay su Wye, che apporta circa 21 milioni di sterline a una piccola zona rurale, danno un contributo economico e sociale significativo. Le giornate porte aperte delle fattorie, le fiere, i festival culturali quali il Llangollen International Eisteddfod, i concerti, le processioni, come quella che si svolge a Furnes in Belgio, le ferrovie a vapore a scartamento ridotto, la camminata nordica e le compagnie di danze tradizionali: tutto questo contribuisce in modo considerevole al mantenimento e alla promozione del patrimonio culturale rurale. Il contributo fornito a questi eventi dai volontari, nell’arco di diverse generazioni, costituisce di per sé una parte significativa del nostro retaggio culturale. È da encomiare l’attività del Centro europeo per il volontariato e delle organizzazioni di volontari nazionali e regionali, volta a promuovere un volontariato culturale di qualità e si incoraggiano gli attori coinvolti a proseguire i loro sforzi preziosi, compresi quelli di offrire formazioni in tema di salute e sicurezza per garantire esperienze sicure e divertenti per i volontari e i turisti.

3.16.

Tuttavia, si fa più acuta la carenza di artigiani specializzati capaci di trasmettere le conoscenze e di formare una nuova generazione in modo tale da proteggere e sviluppare questo patrimonio variegato. L’iniziativa JEMA (Journées Européennes des Métiers d’Art(20), che ha avuto origine in Francia, promuove regolarmente il lavoro degli artigiani e insiste sulla necessità di fornire una formazione alle nuove generazioni. Confrontarsi con tale esigenza costituisce una buona opportunità per creare un legame intergenerazionale attraverso e per scopi culturali. È essenziale che vi sia una maggiore attività di formazione pratica e un riconoscimento delle competenze acquisite nell’ambito dei programmi nazionali/regionali e dell’UE esistenti, attività che si concentri non solo sulle attuali competenze artigianali e ambientali, ma anche sul tutoraggio, sullo sviluppo di nuove tecniche e sull’imprenditorialità culturale. È necessario fornire supporto agli artisti e ad altri soggetti affinché collaborino con le scuole urbane e rurali locali, sviluppando in modo inclusivo idee culturali tra le generazioni e tra i gruppi etnici.

3.17.

Il patrimonio culturale rurale è anche legato alla democrazia partecipativa. Esiste una forte tradizione europea di solidarietà comunitaria e di lotta contro l’isolamento e le condizioni svantaggiate mediante attività delle comunità, molte delle quali si basano sulla cultura. Creare una leadership locale sostenibile e dare compimento alle priorità locali mediante lo sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD) e il metodo Leader va ad aggiungersi a un lascito di gruppi e movimenti civili organizzati. Le attività sociali e culturali aiutano a unire le persone in aree geografiche con una presenza scarsa di servizi pubblici e privati. Una tradizione di interventi del settore del volontariato, talvolta come ultima risorsa a cui ricorrere, sostiene paesaggi di sopravvivenza umana sensibili e vulnerabili. Il sostegno pubblico a favore di tali attività è di fondamentale importanza.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  Parere del CESE sul tema Nuova agenda per la cultura (non ancora pubblicato in Gazzetta ufficiale).

(2)  https://ec.europa.eu/culture/news/new-european-agenda-culture_en.

(3)  Convegno del CESE, 20 e 21 giugno 2016.

(4)  Risoluzione n. 2 della Conferenza europea dei ministri responsabili della pianificazione territoriale/regionale del Consiglio d’Europa (CEMAT) sulla Carta paneuropea per il patrimonio rurale: Promuovere uno sviluppo territoriale sostenibile — «Il patrimonio rurale come fattore di coesione territoriale», adottata alla 15a sessione della CEMAT, Mosca, Federazione russa, 9 luglio 2010.

(5)  http://www.alpine-space.eu/projects/alpfoodway/en/home.

(6)  http://www.terract.eu/.

(7)  https://www.bangor.ac.uk/studentlife/studentnews/gift-s-marine-renewable-visit-to-plas-newydd-18421.

(8)  https://www.facebook.com/agroktima.artfarm/.

(9)  Parere del CESE sul tema Nuova agenda per la cultura (non ancora pubblicato in Gazzetta ufficiale).

(10)  https://www.gruenewoche.de/.

(11)  http://attivaree.fondazionecariplo.it/it/news/news-attivaree-al-miart-con-airbnb-per-la-presentazione-delle-installazioni-e-degli-artisti-che-hanno-collaborato-al-progetto-di-valorizzazione-dei-borghi-di-italian-villages.html AttivAree project in the Lombardy region.

(12)  http://www.alpine-space.eu/projects/youralps/en/home.

(13)  Progetto di Andrew Skerrett, presentato in occasione dell’audizione del gruppo di studio, il 24 luglio 2018, a Cardiff.

(14)  Innovate Trust — Risultati positivi del progetto giornate dell’orticoltura.

(15)  https://ec.europa.eu/info/events/innovation-and-cultural-heritage-2018-mar-20_en.

(16)  https://jamesprotheroe.wordpress.com/Darren Park Primary School, Ferndale.

(17)  http://piscu.ro/piscu-school/#.

(18)  https://www.eesc.europa.eu/en/our-work/civil-society-citizens-participation/your-europe-your-say.

(19)  http://www.rwas.wales/royal-welsh-show/.

(20)  Journées Européennes des Métiers d’Art https://www.journeesdesmetiersdart.fr/.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/28


Parere del Comitato economico e sociale europeo su «L’impatto della sussidiarietà e della sovraregolamentazione sull’economia e l’occupazione»

(parere esplorativo richiesto dalla presidenza austriaca)

(2018/C 440/05)

Relatore:

Dimitris DIMITRIADIS

Correlatore:

Wolfgang GREIF

Consultazione

Presidenza austriaca del Consiglio dell’UE, 12.2.2018

Base giuridica

Articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

192/1/1

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) accoglie con favore la richiesta della presidenza austriaca del Consiglio dell’Unione europea di elaborare un parere esplorativo sul tema «L’impatto della sussidiarietà e della sovraregolamentazione sull’economia e l’occupazione». Il presente parere arricchisce, e allarga ad altri aspetti, il dibattito in corso sui modi di migliorare la qualità della legislazione («legiferare meglio») al fine di garantire certezza del diritto e chiarezza normativa e far sì che «gli oneri normativi per le imprese, i cittadini e le pubbliche amministrazioni siano ridotti al minimo» (1). L’attuazione della normativa europea non deve indurre a mettere in discussione il livello di protezione dei cittadini, dei consumatori, dei lavoratori, degli investitori e dell’ambiente già garantito negli Stati membri.

1.2.

Il CESE ribadisce con forza che le questioni riguardanti il futuro, compresi i dibattiti sulle competenze e sul livello delle regolamentazioni, devono essere affrontate a livello nazionale ed europeo con il pieno coinvolgimento delle parti sociali e delle altre organizzazioni della società civile. Tale coinvolgimento è un’espressione fondamentale della democrazia partecipativa multilivello e deve pertanto essere rafforzato nell’UE e negli Stati membri.

1.3.

Il CESE sottolinea l’importanza capitale dei principi di sussidiarietà e proporzionalità al fine di garantire la completezza e la correttezza del processo legislativo europeo, e sottolinea che la Commissione europea dovrebbe concentrarsi sugli ambiti in cui l’intervento legislativo dell’UE apporta un significativo valore aggiunto. La Commissione dovrebbe pertanto individuare le questioni che, per essere trattate nel modo più efficiente, è veramente necessario siano affrontate a livello di Unione europea. Ogniqualvolta, per prendere una decisione, sia necessario tenere in debito conto le specificità nazionali, regionali e locali, le autorità dei relativi territori dovrebbero disporre di uno spazio di manovra per precisare tali aspetti, coinvolgendo attivamente i portatori di interessi pertinenti, comprese le parti sociali.

1.4.

In seno al CESE la «sovraregolamentazione» suscita opinioni diverse, che rispecchiano i differenti punti di vista dei vari attori in esso rappresentati. Benché manchi una definizione chiara e precisa di «sovraregolamentazione», questo termine viene in genere riferito alle situazioni in cui, nel recepire la normativa europea nel diritto nazionale, gli Stati membri introducono requisiti che vanno al di là di quelli stabiliti dagli atti legislativi (principalmente dalle direttive) dell’UE. La Commissione europea dovrebbe definire orientamenti che aiutino gli Stati membri a recepire correttamente i requisiti posti da un atto normativo osservando al contempo i principi di proporzionalità e di sussidiarietà nonché garantendo condizioni di concorrenza eque.

1.5.

Il CESE osserva che — in particolare alla luce dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, e in linea con il diritto europeo — gli Stati membri conservano la facoltà esclusiva di introdurre misure aggiuntive, rispetto a quelle previste dai requisiti (minimi) dell’UE, che rispecchino le caratteristiche specifiche di ciascuno di essi. Tali decisioni dovrebbero essere prese in modo trasparente, previa consultazione con le parti sociali e gli altri soggetti interessati, e dovrebbero essere conformi alla legislazione dell’UE. A tal proposito, il CESE non mette affatto in discussione la sovranità, la libertà e la responsabilità degli Stati membri nell’adottare leggi e pratiche nazionali.

1.6.

Il CESE invita le istituzioni europee e gli Stati membri a moltiplicare gli sforzi per ridurre gli oneri amministrativi inopportuni al fine di promuovere la crescita e la creazione di posti di lavoro sostenibili.

1.6.1.

Nell’ambito della preparazione del quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027, il CESE esorta la Commissione ad adottare rapidamente misure volte a eliminare gli oneri amministrativi non necessari che ostacolano gravemente gli investimenti finanziati dai fondi SIE — aiuti di Stato, adempimenti in materia di appalti, prassi in materia di audit e adozione tardiva o persino retroattiva di orientamenti dettagliati universali.

1.6.2.

Il CESE sottolinea che gli oneri normativi e amministrativi non necessari rappresentano un ostacolo alla massimizzazione dei benefici e alla riduzione al minimo dei costi di conformità per le imprese, i cittadini e gli enti pubblici; e ribadisce la necessità di una regolamentazione più semplice, coerente e di migliore qualità, che sia meglio compresa e meglio attuata, con il coinvolgimento, altrettanto indispensabile, di tutti e quattro i livelli di governance — europeo, nazionale, regionale e locale.

1.6.3.

Come ha già fatto in diversi altri pareri (2), il CESE raccomanda alla Commissione di condurre, nell’effettuare le sue valutazioni d’impatto, un test approfondito delle ripercussioni per le PMI («test PMI»).

1.7.

Il CESE ribadisce che le norme minime europee, in particolare nell’ambito delle politiche dell’UE in materia sociale, di consumatori e di ambiente, mirano al ravvicinamento delle condizioni di vita e di lavoro in tutta l’Unione europea nell’ottica di una convergenza verso l’alto. Le norme minime prescritte dalle direttive dell’UE non dovrebbero essere intese come un «livello massimo» da non superare mai nel corso del loro recepimento negli ordinamenti giuridici nazionali. A giudizio del CESE, peraltro, l’accettazione del processo di integrazione europea da parte dei cittadini non dovrebbe essere messa a repentaglio da una competizione normativa all’abbassamento degli standard. Tutte le decisioni devono essere prese in maniera trasparente e nel quadro di un dialogo aperto con le parti sociali e le altre organizzazioni della società civile.

2.   Introduzione

2.1.

La presidenza austriaca del Consiglio dell’UE ha richiesto al CESE un parere esplorativo sul tema «L’impatto della sussidiarietà e della sovraregolamentazione sull’economia e l’occupazione».

2.2.

Il CESE osserva che tale richiesta riguarda sia il principio di sussidiarietà che la sovraregolamentazione e ha l’effetto di ampliare il dibattito in corso sul miglioramento della qualità normativa («legiferare meglio»), sul quale il CESE ha già espresso i suoi punti di vista in una serie di pareri adottati negli ultimi anni (3).

2.3.

Recentemente la questione della sussidiarietà ha acquisito nuova importanza, anche in seguito al Libro bianco sul futuro dell’Europa. La task force per la sussidiarietà e la proporzionalità, istituita nel novembre 2017 dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, ha presentato una relazione contenente raccomandazioni per migliorare l’applicazione dei principi di sussidiarietà (4).

Il CESE reputa che tale relazione sia per certi versi limitata, in ciò rispecchiando la composizione ristretta della task force, ragion per cui raccomanda vivamente che le iniziative che daranno seguito alla relazione siano aperte alla partecipazione attiva dei rappresentanti della società civile. Il CESE ritiene urgente affrontare la questione della proporzionalità dell’azione europea e quella — ancora più importante — degli ambiti in cui l’UE dovrebbe intensificare, ridurre o addirittura sospendere il proprio intervento in linea con gli interessi dei cittadini, dell’economia e delle altre componenti della società.

2.4.

Secondo il CESE, tali questioni, così legate al futuro dell’Europa, devono essere affrontate a livello nazionale e di Unione europea, con la partecipazione delle parti sociali e delle altre organizzazioni della società civile. Accordando a queste organizzazioni uno spazio pari a quello dei livelli locale e regionale nella preparazione e nell’attuazione delle politiche nazionali ed europee, si contribuirebbe direttamente all’esercizio visibile della sussidiarietà orizzontale.

2.5.

Il CESE accoglie con favore il riconoscimento, da parte della presidenza austriaca, dell’utilità di avvalersi delle ampie competenze delle parti sociali e delle altre organizzazioni della società civile nella concezione, nell’attuazione e nella valutazione degli interventi delle politiche nazionali ed europee. Tale coinvolgimento è un’espressione fondamentale della democrazia partecipativa multilivello e deve pertanto essere rafforzato nell’UE e negli Stati membri.

2.6.

A tal proposito, il CESE invita la suddetta task force a tenere nella dovuta considerazione i suoi pareri in materia di sussidiarietà e proporzionalità, che sono altresì alla base delle osservazioni e delle raccomandazioni formulate nel presente parere.

3.   Il principio di sussidiarietà

3.1.

I principi di sussidiarietà e di proporzionalità, come definiti all’articolo 5 del TUE, mirano a garantire che l’azione dell’UE non ecceda quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi del trattato e che l’UE intervenga nei settori che non sono di sua competenza esclusiva solo nel caso in cui gli obiettivi di una misura legislativa possano essere conseguiti in maniera più efficace a livello di Unione europea piuttosto che a livello nazionale, regionale o locale.

3.2.

Il CESE sottolinea l’importanza capitale di tali principi in una comunità sovranazionale come l’UE ed accoglie con grande favore gli strumenti istituiti dal trattato di Lisbona per garantire il rispetto del principio di sussidiarietà — dal controllo della sussidiarietà compiuto prima dell’adozione di un atto legislativo alla presentazione, anche a nome degli organi legislativi nazionali degli Stati membri, di ricorsi per violazione di tale principio mediante un atto legislativo già adottato.

3.3.

Il CESE sottolinea inoltre che in tutti i settori contemplati dal TFUE è necessaria un’Unione europea che funzioni bene, e reputa che il principio di sussidiarietà non debba essere sfruttato per contrastare le azioni dell’UE che abbiano un chiaro valore aggiunto europeo, per accordare a priori la precedenza alle impostazioni nazionali o addirittura per escludere in anticipo l’Unione europea da ambiti d’intervento di importanza cruciale. Dovrebbero essere adottate soltanto disposizioni che apportino un valore aggiunto europeo. Il CESE ritiene che le sfide a cui il nostro continente deve attualmente far fronte non richiedano una rinazionalizzazione delle politiche (direzione «meno Europa»), bensì iniziative coraggiose in direzione di un’Europa migliore e più vicina ai cittadini che promuova altresì la coesione.

3.4.

Il CESE riconosce che gli Stati membri svolgono un ruolo fondamentale nell’attuazione della legislazione dell’UE soprattutto nel caso del recepimento delle direttive, che sono vincolanti per quanto attiene al risultato da conseguire ma che lasciano alle autorità nazionali la scelta della forma e dei metodi di attuazione, nonché la decisione — in linea con il diritto dell’UE — di migliorare le norme minime quando ciò sia ritenuto utile. Al tempo stesso, tale recepimento non dovrebbe essere di ostacolo alla garanzia di condizioni di concorrenza eque per tutti gli operatori del mercato interno, che è un requisito importante per il corretto funzionamento di quest’ultimo.

3.5.

Sebbene gli Stati membri siano responsabili del tempestivo e accurato recepimento delle direttive, spetta alla Commissione europea, in qualità di custode dei Trattati, vigilare sulla corretta attuazione a livello nazionale. Tale «responsabilità condivisa» dovrebbe essere evidente fin dalle prime fasi del processo legislativo: il successo dell’attuazione di una nuova legislazione europea dipende dal fatto che questa si basi su una valutazione d’impatto chiara, trasparente e comprensiva, nonché su una proposta formulata in maniera semplice e chiara, e sia corredata di termini realistici per tale attuazione.

3.6.

Il CESE avverte che, anche laddove i suddetti requisiti siano soddisfatti, tuttavia l’attuazione a livello nazionale, regionale e locale può dimostrarsi insufficiente e/o inefficace; e a tal proposito ribadisce il suo appello alla Commissione europea affinché moltiplichi sistematicamente i suoi sforzi, conformemente alla sue competenze, per reagire in maniera più rapida e rigorosa — una volta esplorata ogni possibilità di cooperazione — nei casi in cui gli Stati membri non recepiscono in modo corretto la legislazione dell’UE o non la recepiscono affatto (5).

3.7.

Il CESE osserva che, in una serie di casi, gli impegni giuridici e politici chiesti dall’UE agli Stati membri sono stati percepiti come interventi che dilatano eccessivamente la competenza delle istituzioni europee e interferiscono con le prerogative e le scelte degli stessi Stati membri (è il caso, ad esempio, delle iniziative che incidono sulle relazioni industriali e sindacali nazionali, sui sistemi pensionistici, sanitari e di protezione sociale o sulla regolamentazione delle professioni, ad esempio riguardo ai criteri di qualificazione nel settore sanitario).

Alla luce di tali considerazioni, il CESE si oppone tanto a questa pratica delle istituzioni europee consistente nel dilatare eccessivamente le loro competenze quanto al trasferimento al livello nazionale, con il pretesto della sussidiarietà, di competenze normative assegnate dal TFUE all’UE in ambiti importanti quali la protezione dei consumatori, gli standard di protezione dell’ambiente e la politica sociale.

4.   Evitare gli oneri normativi e amministrativi non necessari: la sovraregolamentazione

4.1.   Il dibattito sulla sovraregolamentazione (gold-plating)

4.1.1.

Nel recepire la normativa europea, gli Stati membri introducono talora misure più rigorose o più avanzate rispetto a quelle stabilite da tale normativa (e in particolare dalle direttive) oppure non si avvalgono delle possibilità di semplificazione che essa offre. In numerosi documenti, questo fenomeno viene indicato con il termine «sovraregolamentazione» (gold-plating): nel primo caso si parla di «sovraregolamentazione attiva», nel secondo di «sovraregolamentazione passiva».

4.1.2.

In seno al CESE esistono opinioni diverse in merito alla «sovraregolamentazione», che rispecchiano altresì i diversi punti di vista dei vari attori in esso rappresentati. Alcuni portatori di interessi ravvisano in questo fenomeno un eccesso di norme, orientamenti e procedure accumulatisi ai livelli nazionale, regionale e locale che comporta oneri amministrativi non necessari e interferisce con gli obiettivi politici che ci si attende di conseguire con il recepimento della normativa. Altri portatori di interessi, invece, sono del parere che l’uso del termine stigmatizzato di «sovraregolamentazione» rischi di mettere in discussione alcune norme più avanzate adottate democraticamente dagli Stati membri e da questi introdotte nei loro ordinamenti giuridici, in particolare in materia di diritto del lavoro, dei consumatori e dell’ambiente nonché di libere professioni.

4.1.3.

Il CESE chiede di adottare un approccio pragmatico ed equilibrato, e, ai fini del presente parere, avrà cura di adoperare una terminologia neutra e più precisa, in linea con l’accordo interistituzionale «Legiferare meglio» del maggio 2016.

4.2.   Definire la sovraregolamentazione.

4.2.1.

Il CESE propone di definire la sovraregolamentazione in modo più accurato. Per i casi in cui gli Stati membri recepiscono il contenuto della legislazione dell’UE in modo più ambizioso (sul piano sostanziale o procedurale) o si sforzano di garantirne la coerenza con la loro legislazione nazionale, si potrebbero utilizzare espressioni quali «disposizioni più avanzate», «disposizioni più severe» o «requisiti più rigorosi». Il termine «sovraregolamentazione», invece, dovrebbe essere riservato ai casi di aggiunte inopportune e superflue alla legislazione dell’UE nel corso del suo recepimento nel diritto nazionale, per le quali non sia possibile trovare alcuna giustificazione alla luce di uno o più obiettivi della misura proposta o che comportino oneri amministrativi supplementari non necessari. In ogni caso, il termine «sovraregolamentazione» (in inglese: gold-plating) è molto generico, in molte lingue nazionali è tradotto in modo fuorviante e dovrebbe essere sostituito con un termine assai più preciso.

4.2.2.

Indipendentemente dal termine adottato (e anche quando si potrebbe parlare di «sovraregolamentazione»), il CESE ribadisce che occorrerebbe evitare di ricorrere a tale concetto per riferirsi in particolare ai seguenti casi:

innalzamento — nel corso del recepimento e dell’attuazione della legislazione europea — degli standard stabiliti in ambiti quali il diritto del lavoro, della protezione sociale, dei consumatori o dell’ambiente;

adozione di misure nazionali che non hanno alcun legame (oggettivo o temporale) con il recepimento del diritto dell’UE;

consolidamento di disposizioni generali del diritto dell’UE nel corso del relativo recepimento (per esempio introduzione di sanzioni giuridiche concrete per i casi di violazione);

applicazione di una tra le diverse opzioni esplicitamente disponibili per il recepimento del diritto dell’UE;

adozione di disposizioni nazionali avanzate, che vanno al di là delle norme minime europee, in virtù di «clausole di non regresso» contenute nel diritto dell’UE;

applicazione del contenuto di una direttiva a casi analoghi al fine di garantire la coerenza e l’omogeneità delle legislazioni nazionali.

4.2.3.

Il CESE ribadisce che il principio di sussidiarietà consente agli Stati membri di introdurre misure più rigorose in quanto ciò rientra nell’esercizio del loro diritto di garantire il conseguimento di obiettivi diversi (ad esempio economici, sociali o ambientali) e dimostrare il loro impegno ad assicurare un livello elevato di tutela, rispettando il carattere specifico di atti giuridici come le «direttive» nonché talune limitazioni di competenze. Il CESE sottolinea peraltro che questi impegni più stringenti dovrebbero essere assunti soltanto in seguito a un dibattito trasparente e inclusivo con le parti sociali e gli altri soggetti interessati, in uno spirito di comprensione reciproca e nel quadro di un processo decisionale equilibrato.

4.3.   Sovraregolamentazione e miglioramento della regolamentazione.

4.3.1.

Nell’ottica del programma «Legiferare meglio», la Commissione europea riconosce il diritto degli Stati membri di andare oltre le norme stabilite nella legislazione dell’UE (gold-plating = sovraregolamentazione), ma teme la mancanza di trasparenza in questo ambito. Il Regno Unito, i Paesi Bassi, il Belgio, la Germania e l’Austria hanno istituito dei propri sistemi per individuare i casi di sovraregolamentazione. Nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, in particolare, la sovraregolamentazione è soggetta a politiche ufficiali centralizzate, intese a promuovere la crescita economica.

4.3.2.

Il CESE non mette certo in discussione le disposizioni dei Trattati esistenti, e segnatamente le competenze dell’UE o degli Stati membri, bensì ribadisce l’importanza di rispettare «i principi generali del diritto dell’Unione quali la legittimità democratica, la sussidiarietà, la proporzionalità e la certezza del diritto». Ciò significa, tra l’altro, rispettare la sovranità democratica, la libertà e la responsabilità degli Stati membri di elaborare leggi e pratiche nazionali che tengano in debita considerazione il ruolo delle parti sociali al riguardo. Il CESE ha sempre chiesto di promuovere la semplicità, la chiarezza e la coerenza nella redazione delle normative dell’UE, nonché di garantire una maggiore trasparenza del processo legislativo.

4.3.3.

Il CESE ha sottolineato a più riprese che «la regolamentazione europea è un fattore fondamentale di integrazione e non costituisce affatto un onere o un costo da ridurre: se ben equilibrata, proporzionata e non discriminatoria, essa è anzi un’importante garanzia di protezione, di promozione e di certezza del diritto per tutti i cittadini e gli altri soggetti europei» (6). Il CESE ribadisce che, a suo avviso, la legislazione svolge un ruolo essenziale per realizzare gli obiettivi del trattato e per creare le condizioni di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, a vantaggio dei cittadini, delle imprese e dei lavoratori (7). Conformemente all’articolo 3 del TFUE, la legislazione contribuisce altresì a migliorare il benessere, a tutelare l’interesse generale e i diritti fondamentali, a promuovere un livello elevato di protezione sociale e ambientale e a garantire la certezza e la prevedibilità del diritto Inoltre, essa dovrebbe impedire le distorsioni di concorrenza e le pratiche di dumping sociale (8).

4.3.4.

Nel recepire le direttive nel diritto nazionale, gli Stati membri aggiungono talora degli elementi che non hanno alcuna relazione chiara con la legislazione europea in questione. Ebbene, il CESE reputa che tali aggiunte vadano messe in evidenza nell’atto di recepimento [NdT: per l’Italia, la «legge di delegazione europea»] oppure in altri atti giuridici pertinenti. In generale, la legittimità degli Stati membri ad integrare gli atti dell’UE volti a introdurre un’armonizzazione minima deve essere riconosciuta nella misura in cui tale integrazione sia effettuata in maniera trasparente e nel rispetto dei principi di non discriminazione e di proporzionalità. Vi sono molti esempi di recepimento non minimalista delle direttive negli Stati membri che possono essere considerati casi di sovraregolamentazione.

4.3.5.

Il CESE sottolinea che, laddove l’armonizzazione è minima, gli Stati membri conservano la facoltà di introdurre disposizioni che mirino a creare occupazione, a migliorare le condizioni di vita e di lavoro, a garantire una protezione sociale adeguata, a conseguire un tasso di occupazione elevato e sostenibile e a lottare contro l’emarginazione (articolo 151 TFUE), alla promozione e allo sviluppo delle PMI e a stabilire standard elevati in materia di salute e di protezione dei consumatori (articoli 168 e 169 TFUE) nonché di tutela dell’ambiente (articolo 191 TFUE), senza tuttavia introdurre oneri normativi o amministrativi non necessari.

4.4.

Il CESE ritiene che le seguenti misure contribuiranno a evitare gli oneri normativi e amministrativi non necessari:

la Commissione europea dovrebbe effettuare valutazioni d’impatto (VI) integrate della legislazione europea tenendo in debito conto gli oneri superflui e qualsiasi altro impatto che ogni testo normativo rilevante comporterebbe;

le normative europee devono essere valutate secondo i loro meriti, caso per caso, al fine di conseguire un’armonizzazione mirata che consenta, a seconda delle circostanze, una forma di armonizzazione più avanzata in alcuni settori e meno in altri. Spetta alla Commissione, mediante le valutazioni d’impatto, raccomandare il livello di armonizzazione più appropriato, tenuto conto dell’esigenza di un livello elevato di protezione;

nel recepire la legislazione dell’UE, gli Stati membri dovrebbero, a livello sia nazionale che regionale, dar prova di una completa trasparenza in relazione a qualsiasi requisito supplementare che potrebbe arrecare nocumento al mercato unico, alla competitività e alla crescita;

il fatto che un determinato Stato membro imponga norme meno rigorose rispetto a un altro non significa necessariamente che le norme di quest’ultimo siano sproporzionate e incompatibili con il diritto dell’UE. Spetta allo Stato membro valutare ogni singolo caso, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti interessate nonché dell’intero contesto normativo in cui la norma si colloca. E a tal fine la valutazione d’impatto potrebbe costituire uno strumento importante;

eventuali requisiti aggiuntivi introdotti nella fase di recepimento delle direttive dovrebbero essere accompagnati da documenti che spieghino chiaramente i motivi specifici di tali aggiunte.

4.5.

Onde evitare che le imprese e gli altri portatori di interessi subiscano uno svantaggio competitivo rispetto ai loro omologhi di altri Stati membri, la Commissione europea dovrebbe definire orientamenti che aiutino gli Stati membri a recepire correttamente i requisiti posti da un atto normativo osservando al contempo i principi di proporzionalità e di sussidiarietà nonché garantendo condizioni di concorrenza eque. In proposito il CESE ribadisce con forza il suo appello a coinvolgere il più possibile le parti sociali e gli altri portatori di interessi pertinenti nelle attività di recepimento nonché ad associare strettamente gli Stati membri e i loro parlamenti nazionali e regionali alle rispettive valutazioni ex post (9).

4.6.

Raccomandazioni del CESE per un recepimento efficiente

4.6.1.

Gli Stati membri dovrebbero prestare attenzione ai pertinenti termini per il recepimento, al fine di garantire che vi sia tempo sufficiente per consultare tutti i portatori di interessi:

nel preparare le posizioni quadro nazionali per i negoziati iniziali in seno agli organi di lavoro degli Stati membri, occorre prestare attenzione al termine per il recepimento;

in particolare si dovrebbe verificare se le direttive UE non prevedano due termini diversi, uno per l’adozione della normativa interna di attuazione e l’altro per la decorrenza degli effetti giuridici di tale normativa;

la disposizione che fissa il termine per il recepimento deve essere seguita e monitorata lungo l’intero processo legislativo;

i piani di attuazione della Commissione europea offrono sostegno e assistenza.

4.6.2.

Consultazioni:

a livello di Unione europea, l’assistenza fornita dalla Commissione nel corso del processo di attuazione, ad esempio con le raccomandazioni da essa formulate e con i dibattiti in seno ai gruppi di esperti, potrebbe essere utile e contribuire a un’interpretazione comune da parte degli Stati membri;

la Commissione europea dovrebbe adeguare la metodologia di recepimento esistente (orientamenti), non solo per evitare che il recepimento delle direttive abbia luogo in contrasto con il diritto europeo, ma anche per garantire l’efficacia del recepimento stesso;

iniziative della Commissione come quelle volte a mettere a disposizione piattaforme specializzate basate sul web (come l’attuale interfaccia per la notifica elettronica) o una banca dati elettronica dei singoli atti normativi dell’UE al fine di permettere la condivisione di buone pratiche potrebbero essere sviluppate ulteriormente. Occorrerebbe promuovere la governance multilivello e coinvolgere tutti i portatori di interesse pertinenti.

4.6.3.

Terminologia e atti delegati:

gli Stati membri sono invitati a verificare l’accuratezza e la concordanza delle formulazioni durante l’intero processo di negoziazione in seno al Consiglio;

i termini e le definizioni di base devono essere definiti con chiarezza il prima possibile nelle prime fasi dei negoziati;

i diversi significati dei termini e delle definizioni negli Stati membri devono essere tenuti in considerazione dalla Commissione;

le definizioni contenute in un atto legislativo specifico dovrebbero essere coerenti con quelle fornite in altre normative dell’UE;

gli atti delegati dovrebbe essere soggetti a requisiti, come sancito dall’articolo 290 TFUE, fornendo definizioni chiare ed esplicite nel testo legislativo di base;

si dovrebbe considerare la possibilità di ricorrere agli atti delegati solo per gli elementi non essenziali dell’atto legislativo, e dovrebbe essere possibile integrare o modificare solo queste parti (10).

5.   Settori sensibili specifici

5.1.   Fondi strutturali e d’investimento europei (fondi SIE)

5.1.1.

Gli strumenti della politica di coesione europea, ossia i fondi strutturali e in particolare il Fondo sociale europeo, sono attuati in un contesto amministrativo, istituzionale e normativo complesso e rappresentano un ambito specifico in cui un recepimento non necessario e oneroso potrebbe avere conseguenze negative sulle politiche dell’UE. In tale contesto, spesso le norme nazionali e/o regionali «si sommano» ai requisiti minimi (europei) anziché limitarsi a garantire che tali requisiti siano trasposti nel diritto interno. Molte di queste norme comportano oneri amministrativi supplementari. Occorre sottolineare che i requisiti supplementari spesso si basano sul presupposto che essi siano importanti, utili, necessari, nonché sul risultato di un processo democratico.

5.1.2.

Nel quadro della preparazione del QFP per il periodo 2021-2027, il CESE esorta la Commissione ad adottare rapidamente misure volte a eliminare gli oneri amministrativi non necessari che ostacolano gravemente gli investimenti finanziati dai fondi SIE — aiuti di Stato, adempimenti in materia di appalti, prassi in materia di audit e adozione tardiva o finanche retroattiva di orientamenti dettagliati universali. Quella di evitare — o quantomeno ridurre — gli oneri amministrativi non necessari è una responsabilità comune che incombe a tutti gli attori pertinenti.

5.1.3.

Pratiche inappropriate potrebbero generare sfiducia nel sistema di attuazione dei fondi SIE nel suo complesso. Tra queste, basti menzionare una generale avversione al rischio a tutti i livelli, la mancanza di coerenza nelle risposte interpretative delle diverse DG della Commissione, lacune persistenti nell’armonizzazione delle norme relative ai fondi SIE a livello nazionale, locale e regionale, il timore di violare le norme in materia di aiuti di Stato, diversità di impostazioni nei confronti della politica in materia di appalti pubblici tra il livello europeo (dove si pone l’accento sulla trasparenza) e quello nazionale (dove si pone l’accento sul rapporto costi-benefici) e culture amministrative nazionali divergenti.

5.1.4.

Pratiche inappropriate potrebbero inoltre recare pregiudizio sia ai beneficiari che agli organi preposti ai programmi e far lievitare i costi e gli oneri amministrativi dell’attuazione dei fondi SIE, rendendola meno attrattiva. L’assenza di sistemi alternativi per la risoluzione delle controversie potrebbe avere effetti negativi per le imprese, soprattutto se piccole e medie, costrette a fare i conti con pagamenti tardivi, sovraccarico di lavoro amministrativo, controlli non appropriati, progetti rifiutati, esclusione da azioni collettive ecc., ragion per cui il CESE esorta a mettere in atto sistemi specifici per la risoluzione delle liti.

5.1.5.

Raccomandazioni per interventi futuri nel periodo 2021-2027:

5.1.5.1.

Ridurre gli oneri amministrativi nell’ambito della gestione e del controllo:

occorre intervenire rapidamente, a livello europeo e nazionale, per individuare e, se possibile, eliminare le pratiche, i processi e le procedure ridondanti e per raccomandare soluzioni più efficaci sulla base delle buone prassi;

la «gestione condivisa» è una delle cause principali all’origine della complessità dei fondi SIE, ragion per cui occorrerebbe applicare un «approccio integrato» dove la gestione e il controllo di tali fondi sono eseguiti sulla base di norme nazionali («gestione decentrata»);

gli Stati membri dovrebbero esaminare essi stessi i propri sistemi di verifica, gestione e controllo al fine di individuare ed eliminare le ridondanze e le sovrapposizioni normative continuando al tempo stesso a garantire l’impiego corretto dei fondi europei;

la Commissione europea dovrebbe tenere maggiormente conto dell’intensità degli aiuti e delle caratteristiche specifiche dei diversi modelli e meccanismi di attuazione (ossia sovvenzioni, strumenti finanziari, semplificazione dei costi ecc.) al momento di elaborare le relative norme e procedure.

5.1.5.2.

Il CESE invoca la semplificazione e la razionalizzazione delle norme in materia di aiuti di Stato, anche mediante la rimozione di qualsiasi fonte di incertezza riguardo alla loro applicazione. Occorrerebbe considerare possibili modifiche, ove necessario anche alle norme applicabili, in modo che i progetti simili finanziati con fondi SIE siano trattati alla stregua di quelli finanziati mediante il FEIS e dei programmi gestiti direttamente dalla Commissione, come Orizzonte 2020. Nel contempo, il CESE avverte che è necessario porre un limite alle note interpretative e orientative e ai documenti basati su domande e risposte, in modo che non diventino di fatto un ulteriore strato di legislazione, e raccomanda di sostituirli con un’ampia opera di diffusione delle buone prassi, come anche di evitarne l’applicazione retroattiva. Inoltre, invita la Commissione ad astenersi dall’elaborare orientamenti che siano validi per tutti gli Stati membri in seguito a richieste — o segnalazioni di problematiche — riguardanti soltanto uno od alcuni Stati membri.

5.1.5.3.

Per affrontare il problema della diversità di impostazioni relativamente alle norme in materia di appalti pubblici, il CESE raccomanda di istituire una task force congiunta, composta dai rappresentanti delle DG competenti e dai responsabili dei fondi pertinenti, che interpreti le norme, laddove necessario, in maniera coerente e assicuri una consulenza omogenea e un approccio uniforme in merito alle correzioni finanziarie.

5.1.5.4.

Il CESE è dell’avviso che, nell’attuare i fondi SIE, la sussidiarietà debba essere applicata meglio, lasciando alle autorità nazionali il compito di verificare il rispetto delle norme nazionali; e invita gli Stati membri a sfruttare appieno le opzioni di semplificazione previste nel nuovo periodo di programmazione, ad astenersi dalla sovraregolamentazione — termine con cui si intendono qui tutte le norme, gli orientamenti e le procedure di attuazione che possono essere considerati non necessari ai fini degli obiettivi politici stabiliti dalle autorità preposte — e ad eliminare gli oneri amministrativi non necessari.

5.2.   Verso una normativa di migliore qualità

5.2.1.

Il CESE sottolinea che gli oneri normativi e amministrativi non necessari rappresentano un ostacolo per le imprese, i cittadini e gli enti pubblici; ribadisce la necessità di una regolamentazione più semplice, coerente e di migliore qualità, che sia compresa e attuata correttamente e in maniera trasparente, con il coinvolgimento, altrettanto indispensabile, di tutti e quattro i livelli di governance — europeo, nazionale, locale e regionale.

5.2.2.

Alcuni Stati membri dispongono di comitati nazionali di fronte ai quali i governi sono chiamati a giustificare i casi in cui introducono norme più rigorose rispetto ai requisiti minimi stabiliti dalla legislazione dell’UE («sovraregolamentazione»). Negli Stati membri in cui tali istanze non esistono non è necessario istituire nuovi organi amministrativi, purché in questi paesi ogni eventuale requisito superiore agli standard dell’UE sia adottato con un processo trasparente.

5.2.3.

Come già in precedenti pareri (11), il CESE raccomanda di eseguire in modo più efficiente i «test PMI» nelle valutazioni d’impatto relative alle proposte di nuovi atti legislativi europei. Chiede inoltre agli Stati membri di sfruttare le possibilità di accordare alle microimprese, nel rispetto del diritto dell’UE, esenzioni da determinati obblighi; e ribadisce la sua convinzione che gli obiettivi di riduzione dell’onere normativo debbano basarsi su una valutazione globale che includa il dialogo con la società civile e le parti direttamente interessate. L’attuazione della normativa europea non deve indurre a mettere in discussione il livello di protezione dei cittadini, dei consumatori, dei lavoratori, degli investitori e dell’ambiente già garantito nello Stato membro (12).

5.2.4.

Il CESE ribadisce la parità e l’omogeneità dei diversi obiettivi delle politiche dell’UE ai sensi del trattato, sottolineando in particolare quelli relativi a un’economia di mercato socialmente responsabile e fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, come pure a un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente.

5.2.5.

Il CESE invita la Commissione a considerare la possibilità di ricorrere, ove giustificato e opportuno, a modelli basati su incentivi e a norme e orientamenti internazionali.

6.   Impatto sugli standard in materia di lavoro, consumatori e ambiente

6.1.

Negli ultimi decenni, a livello di UE sono state stabilite numerose norme minime in materia di protezione dei consumatori, dell’ambiente e dei lavoratori il cui scopo è garantire una convergenza «verso l’alto» delle condizioni di vita e di lavoro all’interno dell’Unione, ossia quella maggiore convergenza sociale prescritta all’articolo 151 del TFUE.

6.2.

Il legislatore europeo ha deliberatamente lasciato agli Stati membri un certo margine di manovra nell’attuare le norme minime in conformità con i principi del trattato UE, pur e soprattutto nel rispetto del principio di proporzionalità. Di conseguenza, le direttive prevedono che, nel processo di attuazione, gli Stati membri tengano conto degli standard più elevati eventualmente presenti nei loro ordinamenti interni. Il CESE sottolinea che, ogni qual volta gli Stati membri decidano di optare per livelli di tutela più ambiziosi, si potrebbe tener conto, tra altre considerazioni, anche dei principi del miglioramento normativo (programma «Legiferare meglio»).

6.3.

Tali standard a livello nazionale sono il frutto di processi di negoziazione democratica cui hanno partecipato in larga misura le parti sociali europee e nazionali e vanno a vantaggio dei lavoratori, dei consumatori e delle imprese. In linea con gli obiettivi del trattato UE, l’adozione di tali norme minime dovrebbe puntare a garantire un funzionamento migliore del mercato interno e nel contempo non incidere negativamente sui livelli di tutela più elevati eventualmente già previsti a livello nazionale. In molti casi le norme minime di diritto dell’UE comprendono persino delle clausole esplicite di «non regresso», in base alle quali l’attuazione della direttiva in questione non può essere utilizzata per giustificare l’abbassamento al livello della norma europea di eventuali standard nazionali più elevati. Ciò non significa, tuttavia, che gli standard nazionali siano scolpiti nel marmo e non possano in alcun caso essere modificati.

6.4.

Nel recepire il diritto europeo nel proprio diritto nazionale, gli Stati membri potrebbero utilizzare valutazioni d’impatto per accertarne i possibili effetti sociali, economici e di altra natura.

6.5.

In materia di politica sociale, così come di protezione dei consumatori e dell’ambiente, il legislatore europeo si è assicurato che gli standard più elevati previsti negli Stati membri non risultassero compromessi ma venissero anzi salvaguardati, fermo restando il coinvolgimento nelle valutazioni d’impatto di tutte le parti interessate. A tal proposito, il CESE ha ripetutamente osservato che il programma «Legiferare meglio» dovrebbe sì garantire una produzione normativa europea di qualità, ma senza che ciò comprometta gli obiettivi fondamentali delle politiche o eserciti una pressione a favore della deregolamentazione per quanto concerne gli standard di protezione sociale e ambientale come anche i diritti fondamentali (13).

6.6.

Il CESE ribadisce che le norme minime europee, in particolare nell’ambito della politica sociale dell’Unione, mirano al ravvicinamento delle condizioni di vita e di lavoro in tutta l’UE nell’ottica di una convergenza sociale verso l’alto. Le norme minime prescritte dalle direttive dell’UE non dovrebbero essere intese come un «livello massimo» da non superare nel corso del loro recepimento negli ordinamenti giuridici nazionali.

6.7.

Il CESE sostiene il processo di miglioramento della regolamentazione («legiferare meglio») e ne riconosce il valore aggiunto. Nel contempo, però, il CESE avverte che tale processo non dovrebbe in alcun caso essere addotto come pretesto per un abbassamento degli standard, specialmente in ambiti quali la tutela dei consumatori o dell’ambiente, il diritto del lavoro, la promozione della prosperità, della crescita e della creazione di posti di lavoro sostenibili; e fa presente che, qualora ciò avvenisse, alimenterebbe il crescente euroscetticismo tra ampie fasce della popolazione dell’UE: a giudizio del CESE, infatti, l’accettazione del processo di unificazione europea da parte dei cittadini non dovrebbe essere messa a repentaglio da una competizione normativa all’abbassamento degli standard.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  https://ec.europa.eu/info/law/law-making-process/planning-and-proposing-law/better-regulation-why-and-how_it

(2)  GU C 197 dell'8.6.2018, pag. 1.

(3)  GU C 434 del 15.12.2017, pag. 11, GU C 13 del 15.1.2016, pag. 192, GU C 303 del 19.8.2016, pag. 45, GU C 487 del 28.12.2016, pag. 51, GU C 262 del 25.7.2018, pag. 22.

(4)  https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/report-task-force-subsidiarity-proportionality-doing-less-more-efficiently_1.pdf.

(5)  GU C 262 del 25.7.2018, pag. 22, GU C 18 del 19.1.2017, pag. 10.

(6)  Cfr., tra l’altro, il punto 1.2 del parere del CESE sul tema «REFIT» (GU C 303 del 19.8.2016, pag. 45).

(7)  COM(2012) 746 final, pag. 2.

(8)  GU C 303 del 19.8.2016, pag. 45, punto 2.1.

(9)  GU C 262 del 25.7.2018, pag. 22, punto 1.2.

(10)  CES248-2013 (relazione informativa); (GU C 13 del 15.1.2016, pag. 145).

(11)  GU C 197 dell'8.6.2018, pag. 1.

(12)  GU C 262 del 25.7.2018, pag. 22, punti 4.7.1 e 4.8.3.

(13)  GU C 262 del 25.7.2018, pag. 22 (punti 1.1 e 3.4), GU C 303 del 19.8.2016, pag. 45 (punti 2.1-2.2 e 2.5) e GU C 13 del 15.1.2016, pag. 192 (punto 2.4).


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/37


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul «Divario digitale di genere»

[parere esplorativo richiesto dal Parlamento europeo]

(2018/C 440/06)

Relatrice:

Giulia BARBUCCI

Parere esplorativo richiesto dal Parlamento europeo

Lettera del 19.4.2018

Base giuridica

Articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Occupazione, affari sociali, cittadinanza

Adozione in sezione

19.7.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

176/2/6

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Le cause del divario digitale di genere sono molteplici e bisogna pertanto intervenire in diversi ambiti: il sistema di istruzione dall’infanzia all’età adulta, il mercato del lavoro, l’equilibrio tra vita professionale e vita privata, i servizi pubblici e il divario digitale in generale. Si raccomanda di ricorrere a un approccio multidisciplinare che riunisca diversi aspetti dell’innovazione (tecnologico, sociale, culturale ecc.).

1.2.

Il divario digitale di genere non si riduce a una questione tecnologica: si tratta di una questione economica, sociale e culturale, da affrontare con politiche con più livelli e complete, al fine di affrontare le disuguaglianze di genere alle loro radici sociali e culturali più profonde.

1.3.

È importante intraprendere azioni volte ad accrescere il numero delle donne nei settori della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM), poiché questo consente anche di migliorare le condizioni in altri settori, nonché nell’economia e nella società nel loro insieme. Allo stesso tempo è essenziale riconoscere la crescente importanza nell’era digitale e in tutti i settori dell’istruzione nel campo delle TIC, come anche delle competenze trasversali, imprenditoriali, digitali e generali (le cosiddette soft skills, come l’empatia, la creatività e la soluzione di problemi complessi). Saranno essenziali l’istruzione interdisciplinare e un insieme di competenze basate sulle capacità umane; i sistemi di istruzione dovrebbero tenere conto di questi aspetti.

1.4.

È essenziale garantire l’alfabetizzazione e l’istruzione digitale per tutti, rivolgendo una particolare attenzione alle ragazze, al fine di eliminare il divario digitale di genere alla radice. Per superare gli stereotipi è indispensabile sviluppare un maggior numero di modelli di ruolo digitali femminili.

1.5.

È necessario incoraggiare la partecipazione delle donne in posti di lavoro tecnici e di alto livello, superando ostacoli e stereotipi nel campo dell’istruzione e in quello professionale e assicurando l’apprendimento digitale lungo tutto l’arco della vita per impedire l’esclusione delle donne dal mercato del lavoro.

1.6.

È opportuno mettere a disposizione di insegnanti e formatori gli strumenti giusti per utilizzare le TIC a tutti i livelli nell’insegnamento, promuovendo la democrazia e sistemi di istruzione e formazione più inclusivi e personalizzati.

1.7.

Per prevenire la spirale della femminilizzazione della povertà occorre garantire condizioni di lavoro eque e l’accesso alla protezione sociale (1). Ciò è particolarmente vero per la cosiddetta «gig economy» (singola prestazione lavorativa attivata su richiesta tramite piattaforme online o applicazioni di cellulari, smartphone ecc.) (2). Il dialogo sociale e la contrattazione collettiva svolgono un ruolo fondamentale a questo riguardo.

1.8.

La presenza di donne tra coloro che sviluppano le TIC può contribuire a far superare i pregiudizi di genere che potrebbero introdursi nella concezione di una determinata tecnologia.

1.9.

L’imprenditorialità femminile deve essere sostenuta eliminando gli ostacoli all’accesso delle donne al lavoro autonomo e migliorando l’accesso alle misure di protezione sociale come pure la loro qualità (3).

1.10.

Il «lavoro agile» (smartworking) e il telelavoro vanno monitorati per evitare il rischio che rendano confusi i confini tra assistenza, lavoro e tempo libero.

1.11.

È importante rafforzare la partecipazione al mercato del lavoro delle donne con disabilità, attuando la Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) (4).

1.12.

La digitalizzazione del settore pubblico rappresenta una grande opportunità per agevolare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per aiutare le donne con responsabilità di assistenza, nonché per superare gli ostacoli di tipo burocratico e quelli legati all’accesso ai servizi pubblici.

1.13.

È essenziale affrontare il problema degli stereotipi di genere: la questione deve essere esaminata in ogni politica e in ogni settore e dovrebbe essere affrontata alle sue radici sociali e culturali più profonde.

1.14.

Uno dei principali ostacoli che le donne si trovano ad affrontare nella partecipazione alle attività online e alle reti sociali è il cyberbullismo. La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica deve essere ratificata ed applicata.

1.15.

Tutte le politiche a livello nazionale, europeo e internazionale dovrebbero tenere conto delle discriminazioni nei confronti delle donne nel settore digitale, discriminazioni che hanno anche ripercussioni negative sull’economia e sulla società in generale.

1.16.

Le politiche pubbliche dovrebbero essere concepite in un’ottica di genere (integrazione in tutte le politiche). Il bilancio di genere e la lente di genere possono costituire degli strumenti utili a tale fine.

1.17.

Il CESE incoraggia la Commissione europea a rafforzare la task force «Donne nel digitale» e l’iniziativa «Digital4Her». È importante creare e sviluppare reti europee di donne nel settore digitale per promuovere la partecipazione delle donne e delle ragazze agli studi e alle carriere in ambito digitale in tutta l’UE.

1.18.

La Commissione europea dovrebbe raccomandare agli Stati membri dell’UE di stabilire obiettivi e indicatori nazionali per monitorare la situazione (quadro di valutazione annuale). Occorrerebbe procedere alla misurazione di miglioramenti o peggioramenti, anche attraverso le ricerche condotte dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE). Nell’ambito del processo del semestre europeo si potrebbero indirizzare agli Stati membri raccomandazioni specifiche per paese in questo settore.

1.19.

Per colmare il divario digitale di genere le parti sociali, ai livelli più opportuni, si impegnano a rafforzare la parità di genere nell’istruzione e nel mercato del lavoro, svolgendo un ruolo fondamentale in questo contesto. In particolare, nell’ambito dell’apprendimento permanente e del mercato del lavoro, la funzione della contrattazione collettiva è fondamentale per affrontare la questione dei ruoli di genere, promuovere il ruolo della donna nel processo decisionale e in diversi organi, sostenere l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata e risolvere il problema del divario retributivo (5).

1.20.

Il CESE raccomanda che il Parlamento europeo sostenga tali raccomandazioni per la prossima legislatura, dato che si tratta di un tema fondamentale per il futuro sviluppo dell’Europa.

2.   Introduzione

2.1.   Ineguaglianza di genere

2.1.1.

Nel suo discorso al Parlamento europeo sulle priorità politiche della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha affermato che nell’Unione europea non vi dovrebbe essere posto per la discriminazione e ha definito il settore della giustizia e dei diritti fondamentali una delle dieci priorità politiche del lavoro della Commissione. La parità di genere forma parte di questo settore, anche se la Carta dei diritti fondamentali svolge già un ruolo importante in questo campo, prevedendo che «la parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione» (6). Mariya Gabriel, commissaria europea per l’Economia e la società digitali, ha di recente illustrato le azioni nel quadro della sua strategia per favorire un aumento nella partecipazione delle donne al settore digitale. È pertanto necessario assicurare il seguito della dichiarazione Digital4Her firmata dalle imprese informatiche, la quale promuove una cultura e un ambiente di lavoro inclusivi ed equilibrati sotto il profilo del genere.

2.1.2.

La discriminazione nei confronti delle donne persiste nel mercato del lavoro e nella società in generale. Secondo l’indice sull’uguaglianza di genere, che misura la disuguaglianza nei settori del lavoro, del tempo, del denaro, della conoscenza, del potere, della violenza e della salute, i progressi realizzati in questi ambiti sono lenti: l’indice è salito da 62 punti nel 2005 a 65 punti nel 2012, per arrivare a 66,2 punti nel 2017 (7). Le cause della discriminazione sono molteplici. Per superare gli squilibri derivanti da tale discriminazione, il capo I del pilastro europeo dei diritti sociali ha per oggetto le pari opportunità e l’accesso al mercato del lavoro, riconoscendo che la parità di genere e le pari opportunità sono i campi in cui la discriminazione è più comune.

2.1.3.

Il divario digitale di genere è una forma di diseguaglianza che deriva dalla discriminazione che colpisce le donne e che probabilmente rappresenta un ostacolo insormontabile alla loro partecipazione a livello europeo e globale. Esso rallenta anche la crescita dell’economia europea del futuro, caratterizzata dalla digitalizzazione. Attualmente il 68 % degli uomini e il 62 % delle donne usano il PC e Internet in modo regolare, il 33 % degli uomini e il 18 % delle donne installano software nei loro dispositivi e il 47 % degli uomini e il 35 % delle donne utilizzano servizi bancari online (8). Inoltre, sebbene rappresentino più della metà delle persone laureate, le donne continuano a essere sottorappresentate nei corsi di laurea in materie scientifiche e nelle TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), costituendo circa un terzo dei dipendenti totali del settore, con percentuali diverse a seconda del particolare tipo di lavoro (8 % per il software, 54 % nelle posizioni di livello più basso tra gli operatori delle tecnologie dell’informazione). Il presente parere formula raccomandazioni e proposte al fine di superare gli squilibri in relazione al sistema di istruzione e al mercato del lavoro.

2.1.4.

Le donne devono inoltre far fronte a maggiori difficoltà online a causa del cyberbullismo: le molestie online sono molto più mirate alle ragazze (secondo i dati raccolti dall’EIGE, il 51 % delle donne sono vittime di molestie online rispetto al 42 % degli uomini) (9). La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica deve essere ratificata ed applicata.

2.2.   La digitalizzazione e il divario digitale

2.2.1.

La digitalizzazione non è solo un processo tecnologico, ma anche economico, sociale, culturale e relativo alla società nel suo complesso.

2.2.2.

Secondo uno studio della Commissione europea (10), la digitalizzazione potrebbe aggiungere 415 miliardi di euro all’anno al PIL dell’UE e una maggiore presenza femminile nei posti di lavoro digitali potrebbe determinare uno stimolo annuale per il PIL dell’UE pari a 16 miliardi di euro. Al tempo stesso le imprese hanno difficoltà ad assumere specialisti delle TIC, per cui esistono margini per accrescere l’occupazione e migliorare l’istruzione in campo digitale.

2.2.3.

Il divario digitale non include soltanto un accesso limitato alla connessione Internet, ma anche la mancanza delle competenze di base necessarie per usare gli strumenti TIC. Uno degli aspetti del divario digitale è il divario digitale di genere. Secondo l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, i dati disaggregati per genere relativi a 91 economie dimostrano che nel 2017 la diffusione dell’uso di Internet tra le donne era del 44,9 % e tra gli uomini del 50,9 %. Secondo i dati Eurostat, nel 2017 si è collegato quotidianamente ad Internet il 71 % delle donne rispetto al 74 % degli uomini, mentre il 49 % delle donne ha utilizzato i servizi bancari online rispetto al 54 % degli uomini (11). È importante inquadrare la questione sia dal lato del mercato del lavoro, posto che la digitalizzazione coinvolge tutti i lavoratori, che dal punto di vista degli utenti, dato che tutti utilizzano la tecnologia.

2.2.4.

Il divario digitale s’interseca spesso con altre tipologie di discriminazione, quali ad esempio la discriminazione dovuta all’appartenenza a una minoranza etnica, al fatto di risiedere in una zona rurale, alla condizione di migrante o di persona con disabilità o alla povertà ecc. Le tecnologie possono aiutare a superare questi ostacoli, rendendo il mondo più inclusivo per tutti, ma se il processo non è guidato dagli attori sociali esse possono anche aggravarli.

2.2.5.

Il divario digitale di genere è una questione economica, sociale, culturale e relativa alla società, da affrontare con politiche con più livelli e complete, in quanto esso determina una crescente disuguaglianza di genere. Inoltre, la disuguaglianza di genere deve essere presa in considerazione in ogni politica e in ogni settore e dovrebbe essere affrontata alle sue radici sociali e culturali più profonde.

2.2.6.

L’impatto qualitativo della digitalizzazione sulle esigenze in termini di competenze è interessante anche in una prospettiva di genere, in quanto le donne sono più rappresentate in alcuni posti di lavoro e sottorappresentate in altri, tra cui nei settori della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM). È necessario agire per aumentare il numero delle donne nel settore STEM.

2.2.7.

È anche fondamentale, tuttavia, riconoscere la crescente importanza nell’era digitale e in tutti i settori delle competenze generali (le cosiddette soft skills), perché, in effetti, il principale lineamento dell’intelligenza artificiale (AI) e dell’Internet degli oggetti è l’evoluzione delle macchine nel senso di una maggiore sensibilità e intelligenza e da ciò consegue che la forza lavoro umana diventa insostituibile solo se essa compete con le macchine sulla base di abilità veramente umane quali la capacità di adattarsi ai cambiamenti e di collaborare. Nella società attuale l’empatia, la creatività e la soluzione dei problemi complessi sono competenze che vengono più spesso insegnate alle ragazze piuttosto che ai ragazzi e che le ragazze tendono a sviluppare di più (12). Si raccomanda un approccio multidisciplinare che riunisca diversi aspetti dell’innovazione (tecnologico, sociale, culturale ecc.) nel tentativo non solo di contrastare i rischi ma anche di cogliere le opportunità della digitalizzazione per le donne.

2.2.8.

È necessario prestare particolare attenzione alle persone con disabilità, e in particolare alle donne, la cui «condizione è peggiore rispetto a quella delle donne non disabili» (13). Per questo è importante garantire «alle donne e alle ragazze con disabilità […] un pari accesso alle diverse componenti delle infrastrutture delle TIC e della società dell’informazione» (14).

3.   Il divario digitale di genere nel sistema di istruzione

3.1.

Il sistema di istruzione è il principale settore di cui occuparsi. Rispetto al 2011 si registra un calo del numero delle donne che intraprendono studi superiori nel settore delle TIC (15). Pertanto, migliorare l’alfabetizzazione e le competenze digitali delle donne a tutti i livelli è essenziale per permettere loro di partecipare attivamente allo sviluppo della società e di beneficiare delle opportunità derivanti dalla digitalizzazione, evitando di perdere terreno. Le donne con disabilità dovrebbero avere diritto a un’istruzione inclusiva e di qualità. È necessario affrontare risolutamente gli stereotipi culturali e linguistici, presentando alle ragazze modelli di ruolo differenti, in particolare nel settore dei media. Inoltre, gli strumenti TIC possono essere utilizzati nell’insegnamento e nelle attività in classe.

3.2.

Nell’istruzione primaria è essenziale garantire l’alfabetizzazione e l’istruzione digitale per tutti, al fine di garantire, in futuro, la capacità di adattamento di uomini e donne alla rapida evoluzione delle tecnologie. In base al Programma per la valutazione internazionale degli studenti (PISA), che misura i progressi in materia di istruzione compiuti dai giovani di 15 anni nei paesi OCSE, il numero dei ragazzi che aspirano a una carriera nelle discipline STEM è circa quattro volte superiore a quello delle ragazze (16). Secondo uno studio dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), in tutta l’Unione europea aspirano a lavorare come professionisti delle TIC dal 3 % al 15 % dei ragazzi adolescenti, mentre solo in quattro Stati membri aspirano a questo tipo di carriera dall’1 % al 3 % delle ragazze adolescenti. Inoltre, anche se nell’UE i ragazzi e le ragazze hanno le medesime competenze digitali, i ragazzi continuano a sentirsi più sicuri in questo campo: si tratta ancora una volta di un problema di errata percezione e di stereotipi di genere (17). «Il CESE ricorda agli Stati membri la necessità di investire in sistemi di istruzione non discriminatori e inclusivi» (18).

3.3.

È importante formare i formatori a utilizzare le TIC come strumento didattico. Per eliminare il divario digitale di genere alla radice e promuovere sistemi di istruzione e formazione più inclusivi e personalizzati, è fondamentale rivolgere un’attenzione particolare alle ragazze. Gli strumenti digitali possono anche essere utili per ridurre le trafile burocratiche per gli insegnanti e i formatori (19).

3.4.

Nell’istruzione secondaria e terziaria interdisciplinare il numero delle ragazze che scelgono corsi dell’area STEM è tuttora inferiore a quello dei ragazzi e meno di 1 laureato su 5 nel settore delle TIC è donna (20). Anche l’istruzione interdisciplinare e le competenze generali basate sulle capacità umane saranno essenziali.

3.5.

L’apprendimento di tipo duale e l’IFP (istruzione e formazione professionale) dovrebbero essere rafforzati e prendere in considerazione l’accesso delle ragazze all’apprendimento tecnico e sul posto di lavoro (21).

4.   Il divario digitale di genere nel mercato del lavoro

4.1.

È necessario incoraggiare la partecipazione delle donne in posti di lavoro tecnici e di alto livello, rovesciando ostacoli e stereotipi nel campo dell’istruzione e in quello professionale. Una maggiore presenza di donne nel settore delle TIC potrebbe beneficiare questo settore e l’economia e la società nel loro complesso.

4.2.

Per superare il divario digitale di genere nel mercato del lavoro, il ruolo delle parti sociali a livello aziendale, nazionale ed europeo è di fondamentale importanza. Dal dialogo sociale e dalla contrattazione collettiva possono provenire proposte di soluzioni accettabili, che tengano conto delle esigenze dei datori di lavoro e dei lavoratori (22). Un maggior numero di donne nei settori STEM e nei posti di lavoro ad alto livello può inoltre contribuire a ridurre il divario retributivo di genere.

4.3.

L’apprendimento lungo tutto l’arco della vita è essenziale per impedire l’esclusione dal mercato del lavoro e questo è ancora più importante per le donne. A questo proposito è fondamentale il ruolo delle parti sociali.

4.4.

Polarizzazione del mercato del lavoro e «gig economy»: anche se è tecnicamente possibile che le macchine sostituiscano lavori poco qualificati (manuali o intellettuali, grazie all’Internet degli oggetti, ai sensori e alle tecnologie dell’AI), se tali lavori sono precari e non conferiscono diritti, può essere più conveniente per le imprese assumere personale a basso costo invece di investire in nuove macchine. Ciò è quello che già avviene nella cosiddetta «gig economy» (singola prestazione lavorativa attivata su richiesta tramite piattaforme online o applicazioni di cellulari, smartphone ecc.). In tali contesti, non c’è nessuna protezione sociale analoga a quella garantita nelle forme di lavoro standard (23). Data la natura informale di questo tipo di lavoro, vi è il pericolo che le donne si spostino da occupazioni di tipo tradizionale che prevedono prestazioni sociali a lavori nel quadro della «gig economy», più prontamente disponibili e talvolta più facilmente gestibili sotto l’aspetto dell’orario di lavoro. Al fine di prevenire la spirale della femminilizzazione della povertà (24), devono essere garantite condizioni di lavoro eque e deve essere promosso da tutte le parti interessate un modello di sviluppo basato su un approccio «di alto profilo». Il ruolo delle parti sociali e della contrattazione collettiva è fondamentale in questo contesto (25).

4.5.

La tecnologia non è neutrale: se in teoria un software o un algoritmo dovrebbero ridurre la soggettività che contraddistingue un processo o una decisione umani, se vi si introduce un pregiudizio culturale (come i pregiudizi di genere), esso riprodurrà sempre questo tipo di discriminazione su base strutturale (invece che casuale). Per questo motivo le persone che contribuiscono alla concezione di questi sistemi dovrebbero essere quanto più possibile diverse. Attualmente le donne costituiscono solo il 17 % degli 8 milioni di persone che lavorano nelle TIC (26), inoltre, soltanto il 20 % delle donne di 30 anni e più che abbiano conseguito una laurea nel settore delle TIC decidono di rimanere nel settore delle tecnologie (27). Aumentare in questi posti di lavoro la presenza delle donne e, in tal modo, la diversità, può contribuire a far superare i pregiudizi che possono essere inclusi nella progettazione di una determinata tecnologia.

4.6.

Sfondare il soffitto di cristallo (glass ceiling) per un sistema economico più digitale: solo il 32 % dei leader economici sono donne (28) anche se è dimostrato che le imprese in cui le donne hanno responsabilità decisionali mostrano stili di governance migliori, che sono di solito più orizzontali e incoraggiano la diversità e il pensiero creativo ed innovativo. Di conseguenza, se le imprese sviluppano politiche di genere, al fine di promuovere la presenza di donne ai massimi livelli dell’organizzazione, ne trarranno vantaggi in termini di capacità di innovazione. Questo approccio applicato su vasta scala beneficerà, a sua volta, l’intero sistema economico.

4.7.

Il sistema produttivo europeo è costituito in gran parte da PMI che incontrano maggiori difficoltà al momento di investire in nuove tecnologie. Allo stesso tempo, le tecnologie digitali agevolano la microimprenditorialità, nella misura in cui alcuni strumenti digitali (per esempio l’e-commerce) permettono a micro e piccole e medie imprese di raggiungere i mercati globali e, in generale, di eliminare ostacoli all’accesso al lavoro autonomo. Secondo il 2o«European Start-up Monitor» solo il 14,8 % dei fondatori di start-up sono donne (29). Questo problema è legato a reti di imprese più deboli, a stereotipi e ad un sostegno finanziario insufficiente. La digitalizzazione può creare il contesto adatto per l’imprenditoria femminile. Devono essere garantiti istruzione e servizi di sostegno per consentire alle donne di avviare un’attività in proprio, utilizzando le tecnologie digitali disponibili.

5.   La digitalizzazione e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata

5.1.

Secondo uno studio dell’EIGE, nel settore delle TIC gli orari di lavoro sono più lunghi rispetto ad altri settori (30). Pertanto il primo problema da affrontare è la ripartizione dei compiti di assistenza tra uomini e donne: è importante intervenire a favore di una più equa ripartizione dei compiti di assistenza tra i generi, anche adottando la proposta di direttiva relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza (31).

5.2.

Il lavoro agile e il telelavoro sono spesso considerati strumenti per conciliare vita professionale e vita privata tenendo conto sia dei rischi che delle opportunità. Se il lavoro agile può aiutare i lavoratori a gestire la loro vita privata (specialmente eliminando i tempi morti degli spostamenti da e verso il posto di lavoro), è anche vero che, se non è gestito correttamente, esso può contribuire a rendere confusi i confini tra assistenza, lavoro e tempo libero. Il lavoro agile deve essere gestito attraverso contratti collettivi specifici per l’impresa interessata al fine di adattarlo al contesto culturale, ai mezzi di produzione e all’organizzazione del lavoro. A lungo termine il lavoro agile potrebbe anche modificare lo stile di vita delle persone nei centri urbani (e nelle zone rurali) e negli spazi sociali.

5.3.

Gli strumenti digitali possono anche rappresentare un’opportunità per le persone escluse dal mercato del lavoro. Essi inoltre possono agevolare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. L’esclusione dal mercato del lavoro raggiunge livelli molto più alti per le donne con disabilità (32). Pertanto, è molto importante attuare la Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) (33).

6.   La digitalizzazione del settore pubblico

6.1.

La popolazione europea sta invecchiando a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita e dei bassi tassi di natalità, e il carico dei compiti di assistenza che grava sulle donne di mezza età è in aumento. Se, da un lato, è essenziale giungere a un’equa ripartizione del lavoro di assistenza tra uomini e donne, dall’altro è anche importante riconoscere che la digitalizzazione del settore pubblico, e la robotica in particolare, rappresenta una grande opportunità per agevolare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per aiutarle nei compiti di assistenza che esse possono dover assolvere.

6.2.

La robotica può automatizzare e, soprattutto, facilitare alcuni dei compiti più pesanti che la prestazione di assistenza può comportare (per esempio spostare una persona invalida), contribuire alla riabilitazione di persone infortunate, prevenire malattie ecc. Queste tecnologie possono migliorare la qualità di vita della società nel suo complesso, in particolare quella delle donne, nonché la loro partecipazione al mercato del lavoro, in due modi: da un lato, agevolando il lavoro nel settore dei servizi per la prestazione di assistenza alle persone, in cui le donne sono ampiamente rappresentate, e, dall’altro, aiutando le donne che prestano assistenza non retribuita, ma questo solo se tali tecnologie sono disponibili e garantite per tutti coloro che ne hanno bisogno.

6.3.

Le tecnologie digitali possono anche avere un impatto profondo su tutte le procedure amministrative legate ai servizi pubblici. Alcuni paesi stanno già applicando questo tipo di tecnologia su ampia scala, creando un’identità digitale unica per tutte le procedure relative al settore pubblico (imposte, assistenza sanitaria, istruzione ecc.). Ampliare questo processo consentirebbe di migliorare la qualità della vita, ma è anche importante conoscere (e prevenire) i rischi connessi a un controllo dei dati esercitato da un unico soggetto (anche se si tratta di un’amministrazione pubblica), nonché i rischi in materia di riservatezza, cibersicurezza e deontologia (34).

6.4.

Le amministrazioni pubbliche dovrebbero predisporre bilanci di genere per tutti i servizi e tutte le attività, al fine di promuovere la parità e di tenere conto dell’impatto delle politiche sulle donne. Tutte le decisioni in materia di investimento dovrebbero essere prese utilizzando la «lente di genere» in tre ambiti: la parità di genere sul posto di lavoro, l’accesso delle donne al capitale e prodotti e servizi utili per le donne.

6.5.

Mentre in alcuni paesi la digitalizzazione del settore pubblico è già in fase avanzata, in altri il processo è solo agli inizi e potrebbe quindi offrire un’opportunità per formare e assumere più donne nel settore pubblico, in una prospettiva di genere.

6.6.

Al fine di sviluppare la digitalizzazione, occorre mettere a disposizione le infrastrutture necessarie, quali la banda larga, la rete 5G ecc., senza discriminazioni geografiche.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  SOC/581 — Parere del CESE sul tema Accesso alla protezione sociale (Cfr. pag. 135 della presente Gazzetta ufficiale).

(2)  The Social Protection of Workers in the Platform Economy, European Parliament, 07.12.2017 (La protezione sociale dei lavoratori nell’economia delle piattaforme, Parlamento europeo, 7.12.2017).

(3)  GU C 173 del 31.05.2017, pag. 45.

(4)  Parere del CESE sul tema La condizione delle donne con disabilità (GU C 367 del 10.10.2018, pag.20).

(5)  A Toolkit for Gender Equality in Practice («Manuale per l’uguaglianza di genere nella pratica») a cura delle parti sociali europee, CES, BusinessEurope, CEEP e UEAPME.

(6)  Titolo III, articolo 23.

(7)  Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), Indice sull’uguaglianza di genere — Relazione 2017.

(8)  Cfr. risoluzione del PE del 17 aprile 2018.

(9)  EIGE, Youth, digitalisation and gender equality: opportunities and risks of digital technologies for girls and boys (Giovani, digitalizzazione e parità di genere: opportunità e rischi delle tecnologie digitali per le ragazze e i ragazzi), 2018 (di prossima pubblicazione).

(10)  Vessela Karloukovska, DG-CNECT, task force «Donne nel digitale», Commissione europea.

(11)  Dati Eurostat.

(12)  Martha Ochoa (UNI Global Union), The path to genderless digitalisation («Il cammino verso la digitalizzazione senza genere»).

(13)  Parere del CESE sul tema La condizione delle donne con disabilità (GU C 367 del 10.10.2018, pag. 20), punto 2.1.

(14)  Idem, punto 5.3.6.

(15)  «Le donne nell'era digitale», Commissione europea, 2018.

(16)  Konstantina Davaki, autrice dello studio The underlying causes of the digital gender gap and possible solutions for enhanced digital inclusion of women and girls («Le cause soggiacenti al divario digitale di genere e possibili soluzioni per una migliore inclusione digitale delle donne e delle ragazze»).

(17)  Lina Salanauskaite, Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE).

(18)  Parere del CESE sul tema Piano d’azione dell’UE per il 2017-2019 — Affrontare il problema del divario retributivo di genere, punto 4.4 (GU C 262 del 25.07.2018, pag. 101).

(19)  Ekaterina Efimenko, Comitato sindacale europeo degli insegnanti (CSEI).

(20)  Vessela Karloukovska, DG-CNECT, task force «Donne nel digitale», Commissione europea.

(21)  GU C 13 del 15.01.2016, pag. 161; GU C 434 del 15.12.2017, pag. 36.

(22)  Parere del CESE sul tema Concetti dell’UE per la gestione della transizione in un mondo del lavoro digitalizzato: un importante contributo a un Libro bianco dell’UE sul futuro del lavoro (GU C 367 del 10.10.2018, pag.15).

(23)  Pareri del CESE sul tema Per una direttiva quadro europea in materia di reddito minimo (adozione prevista nel corso della sessione plenaria di dicembre 2018) e sul tema Accesso alla protezione sociale (Cfr. pag. 135 della presente Gazzetta ufficiale).

(24)  Mary Collins, Lobby europea delle donne (EWL) (GU C 129 dell'11.04.2018, pag. 7).

(25)  Cfr. ad esempio gli accordi delle parti sociali europee, nonché la proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita privata e il pilastro europeo dei diritti sociali.

(26)  Vessela Karloukovska, DG-CNECT, task force «Donne nel digitale», Commissione europea.

(27)  Mary Collins, Lobby europea delle donne (EWL).

(28)  Vessela Karloukovska, DG-CNECT, task force «Donne nel digitale», Commissione europea.

(29)  «Women in the digital age», studio realizzato per la Commissione europea.

(30)  Lina Salanauskaite, Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE).

(31)  COM(2017) 253.

(32)  Parere del CESE sul tema La condizione delle donne con disabilità (GU C 367 del 10.10.2018, pag. 20), punto 5.4.1.

(33)  Parere del CESE sul tema La condizione delle donne con disabilità (GU C 367 del 10.10.2018, pag. 20), punto 1.2, Convenzione dell'ONU sui diritti delle persone con disabilità.

(34)  Servizi pubblici digitali (l'amministrazione e la sanità elettroniche).


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/45


Parere del Comitato economico e sociale europeo su «Bioeconomia: contribuire a realizzare gli obiettivi dell’UE in materia di clima e di energia e a conseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite»

(parere esplorativo)

(2018/C 440/07)

Relatrice:

Tellervo Kylä HARAKKA-RUONALA

Correlatore:

Andreas THURNER

Consultazione

Presidenza austriaca del Consiglio, 12.2.2018

Base giuridica

Articolo 302 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Parere esplorativo

Decisione dell’Assemblea plenaria

13.3.2018

Sezione competente

Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente

Adozione in sezione

5.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

180/1/4

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE ritiene che la bioeconomia sia una forma di creazione di valore aggiunto per la società attraverso la produzione, la trasformazione e l’impiego di risorse biologiche naturali. Il passaggio a un’economia senza emissioni di carbonio e alla circolarità fungerà sempre più spesso da fattore trainante per la bioeconomia, in quanto una bioeconomia sostenibile ha il potenziale per generare simultaneamente benefici economici, sociali e climatici.

1.2.

Il CESE rileva che la bioeconomia contribuisce a mitigare i cambiamenti climatici in diverse maniere: attraverso la cattura del CO2 presente nell’atmosfera sotto forma di biomassa, mediante lo stoccaggio del carbonio in bioprodotti e con la sostituzione delle materie prime e dei prodotti fossili con quelli biologici.

1.3.

Il Comitato fa altresì notare che la bioeconomia contribuisce alla realizzazione degli obiettivi dell’UE in materia di clima e di energia, sostituendo i combustibili fossili con la bioenergia nella produzione di elettricità, nel riscaldamento e raffreddamento e nei trasporti. Essa contribuisce anche all’efficienza energetica e alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico.

1.4.

Il CESE è convinto che la bioeconomia svolga un ruolo fondamentale nel conseguimento degli obiettivi economici, ambientali e sociali generali stabiliti nell’agenda 2030 delle Nazioni Unite (obiettivi di sviluppo sostenibile o OSS). La bioeconomia è strettamente collegata con altri obiettivi inerenti all’industria, all’agricoltura e alla creazione di posti di lavoro in questi settori.

1.5.

Il Comitato chiede di adattare la strategia dell’UE per la bioeconomia al fine di creare, in linea con la sostenibilità economica, ambientale e sociale, le condizioni più favorevoli affinché la bioeconomia europea possa produrre un vantaggio competitivo per l’UE.

1.6.

Il CESE sottolinea che i responsabili politici devono promuovere una produzione e una mobilizzazione sostenibili di biomassa nell’UE e garantire un quadro stabile, affidabile e coerente per gli investimenti nella bioeconomia in ogni anello della catena di valore. Inoltre, i responsabili politici dovrebbero rafforzare la domanda di bioprodotti tramite gli appalti pubblici e adottare un quadro normativo coerente per quanto riguarda gli aspetti tecnici e di sicurezza, come anche gli aiuti di Stato, al fine di garantire condizioni di parità per questo tipo di prodotti.

1.7.

Il CESE ritiene che la ricerca e l’innovazione siano essenziali per lo sviluppo di una bioeconomia in grado di resistere alla prova del tempo. A tal fine, si dovrebbero portare avanti gli sforzi di innovazione promossi dalla strategia per la bioeconomia, e in particolare l’impresa comune Bioindustrie (IC Bioindustrie).

1.8.

Il Comitato mette in evidenza il ruolo fondamentale dell’istruzione, dei servizi di consulenza, del trasferimento di conoscenze e della formazione al fine di garantire che i lavoratori e gli imprenditori dispongano delle informazioni e delle competenze necessarie. I cittadini devono essere ben informati sulla bioeconomia e devono essere resi più consapevoli delle loro responsabilità, in modo da poter essere consumatori attivi e capaci di prendere decisioni di consumo sostenibili.

1.9.

Il CESE fa notare che l’esistenza di infrastrutture idonee è un prerequisito per la bioeconomia e richiede finanziamenti adeguati. Per consentire l’accesso alle materie prime e la distribuzione di prodotti ai mercati sono necessari sistemi di trasporto efficaci.

1.10.

L’UE raccomanda all’UE di adoperarsi per creare un sistema di tariffazione globale per le emissioni di carbonio, sistema che rappresenterebbe il modo più neutrale ed efficace di promuovere la bioeconomia e coinvolgere tutti gli attori del mercato negli sforzi volti ad attenuare i cambiamenti climatici.

1.11.

Il CESE è convinto che il coinvolgimento della società civile nelle iniziative e nei processi decisionali in materia di bioeconomia sia essenziale. Il Comitato sottolinea che è indispensabile garantire che il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio si svolga in modo equo.

1.12.

Il CESE mette in risalto che una bioeconomia sostenibile può avere successo solo se si adotta un approccio intersettoriale. Occorre pertanto garantire la coerenza e il coordinamento tra le varie politiche e i diversi obiettivi dell’UE. È altresì importante garantire che vi sia uniformità tra le misure adottate a livello di Stati membri.

2.   Contesto generale

2.1.

La presidenza austriaca del Consiglio ha chiesto al Comitato economico e sociale europeo (CESE) di formulare un parere esplorativo sul ruolo della bioeconomia nella realizzazione degli obiettivi dell’UE in materia di clima e di energia e nel conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) delle Nazioni Unite. Parallelamente, il CESE sta elaborando un parere di iniziativa sulle nuove opportunità che una bioeconomia sostenibile e inclusiva può creare per l’economia europea (CCMI/160).

2.2.

Allo stesso tempo, la Commissione europea sta lavorando all’aggiornamento della strategia europea per la bioeconomia del 2012. Per parte sua, il CESE sta monitorando tale processo e accoglie con favore gli sforzi della Commissione, la quale ha definito la bioeconomia come «la produzione di risorse biologiche rinnovabili e la trasformazione di tali risorse e dei flussi di rifiuti in prodotti a valore aggiunto quali alimenti, mangimi, bioprodotti e bioenergie».

2.3.

In termini generali, la bioeconomia comporta la sostituzione dei combustibili fossili e delle materie prime fossili con energia e materie prime di origine biologica. La bioeconomia include attività economiche basate sulla produzione, sull’estrazione, sulla trasformazione e sull’uso di risorse naturali biologiche. I flussi di rifiuti, sottoprodotti e residui possono rappresentare un’altra fonte principale per l’approvvigionamento di materie prime.

2.4.

L’agricoltura e la silvicoltura, unitamente alla pesca, rivestono un ruolo fondamentale nella produzione di biomassa per un uso ulteriore. Numerosi e diversi comparti industriali, quali i settori forestale, alimentare, chimico, energetico, tessile ed edile, trasformano la biomassa, comprese le materie prime secondarie, in beni di consumo o prodotti intermedi destinati ad altri settori di attività. La bioeconomia si basa di norma su catene di valore estensive, comprendenti i trasporti, il commercio e altri servizi connessi alle attività summenzionate. In aggiunta, formano parte della bioeconomia i servizi ecosistemici.

2.5.

L’UE si è impegnata a ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 40 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 (1), fissando obiettivi e norme per i settori che rientrano nel sistema di scambio delle emissioni distinti da quelli per gli altri settori. Inoltre, l’uso del suolo, i cambiamenti di uso del suolo e la silvicoltura, ossia il settore LULUCF, sono stati integrati nel quadro 2030, stabilendo che tale settore non deve generare emissioni nette ma contribuire invece all’obiettivo di incrementare i pozzi di assorbimento del carbonio nel lungo periodo. Questo è in linea con gli impegni di cui all’articolo 4.1 dell’accordo di Parigi, che impone di «raggiungere un equilibrio tra le fonti di emissioni e gli assorbimenti antropogenici di gas ad effetto serra nella seconda metà del corrente secolo» (2).

2.6.

Conformemente agli obiettivi dell’UE in materia di energia per il 2030, l’efficienza energetica dovrebbe essere aumentata del 32,5 % rispetto alle proiezioni, e la quota di energie rinnovabili nel mix energetico complessivo dovrebbe essere pari al 32 %; entrambi i valori sono espressi in termini di obiettivi comuni dell’UE, piuttosto che come obiettivi a livello degli Stati membri (3).

2.7.

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) delle Nazioni Unite coprono i diversi aspetti delle sfide economiche, sociali e ambientali che occorre affrontare a livello mondiale. Se è vero che nessun OSS si focalizza specificamente sulla bioeconomia, quest’ultima è comunque collegata a un buon numero di tali obiettivi.

3.   Contributo della bioeconomia alla realizzazione degli obiettivi dell’UE in materia di clima e di energia

3.1.

La transizione verso la neutralità in termini di emissioni di carbonio costituisce una sfida enorme e richiede una considerevole riduzione delle emissioni, nonché un aumento dello stoccaggio di carbonio. L’uso sostenibile delle risorse naturali a base biologica è un elemento chiave in questo senso.

3.2.

La bioeconomia contribuisce alla mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso diversi meccanismi: tramite la cattura del CO2 presente nell’atmosfera sotto forma di biomassa mediante fotosintesi, attraverso lo stoccaggio del carbonio in bioprodotti e con la sostituzione delle materie prime e dei prodotti fossili con quelli biologici.

3.2.1.

L’assorbimento efficace di CO2 richiede una crescita sostenibile della biomassa. La gestione attiva e sostenibile delle foreste e l’utilizzo del legname costituiscono elementi fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi sul clima (come già sottolineato nel parere NAT/655 (4) sull’impatto della politica del clima e dell’energia e nel parere NAT/696 (5) sulla condivisione degli sforzi e il settore LULUCF). Un m3 di legname cattura circa 1 000 kg di CO2. Poiché solo la biomassa in crescita ha la capacità di assorbire il CO2, è fondamentale non fissare limiti all’uso delle foreste, purché il ritmo di raccolta non superi quello di reimpianto e crescita dei prodotti forestali e si seguano pratiche di gestione forestale sostenibili.

3.2.2.

Esistono diversi tipi di bioprodotti e nuovi prodotti sono in fase di sviluppo. Tali prodotti sono in grado di stoccare il carbonio, sottraendolo così all’atmosfera. I prodotti di legno duraturi quali edifici e mobili di alta qualità costituiscono lo strumento più efficace per lo stoccaggio del carbonio e neanche i bioprodotti a vita più breve rilasceranno il loro contenuto di carbonio fintantoché vengono riciclati. Inoltre, al termine del loro ciclo di vita, i bioprodotti possono essere utilizzati come fonte di bioenergia e, quindi, sostituire fonti di energia fossili.

3.3.

La bioenergia contribuisce altresì all’obiettivo dell’UE riguardante l’efficienza energetica. Il teleriscaldamento nei centri abitati e la produzione industriale sostenibile combinata di calore e di elettricità (CHP) rappresentano un buon esempio. Gli edifici consumano una quantità considerevole di energia e quindi la loro efficienza energetica, unitamente alle fonti energetiche utilizzate, è molto importante.

3.4.

Al settore dei trasporti spetta un ruolo decisivo nel conseguimento degli obiettivi relativi al clima. Date le diverse esigenze e caratteristiche dei vari modi di trasporto (come indicato in vari pareri del CESE, come il parere TEN/609 (6) sulla decarbonizzazione dei trasporti), è pertanto necessario adottare tutti i tipi di misure che contribuiscono a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

3.4.1.

L’elettrificazione dei trasporti sembra essere una tendenza in crescita. Per avere un impatto positivo sul clima, l’elettricità deve essere prodotta utilizzando fonti energetiche che comportino basse emissioni di gas a effetto serra, compreso il ricorso alle fonti bioenergetiche sostenibili.

3.4.2.

I combustibili fossili nei trasporti sono in parte sostituiti dai biocarburanti sostenibili. Nonostante la crescente elettrificazione delle autovetture, l’aviazione, i trasporti marittimi, nonché il trasporto su strada con mezzi pesanti e le macchine mobili non stradali continuano a dipendere in larga misura dai carburanti fossili. In tale contesto, i biocarburanti avanzati sono particolarmente promettenti.

3.5.

Oltre ai vantaggi per il clima, l’utilizzo della bioenergia contribuisce a migliorare la disponibilità di energia e la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Pertanto, se gestita correttamente, la bioenergia svolgerà un ruolo significativo nel raggiungimento degli obiettivi di fondo definiti nella politica energetica europea.

4.   Contributo della bioeconomia al conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS)

4.1.

Le sfide degli OSS ci spingono a prendere in esame il ruolo della bioeconomia, non solo in un’ottica legata al clima e all’energia, ma da un punto di vista economico, sociale e ambientale generale, tenendo anche conto di una prospettiva globale a lungo termine. Dato il suo ampio orizzonte, la bioeconomia presenta relazioni con quasi tutti i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Si può tuttavia affermare che essa contribuisce in modo particolare ai seguenti OSS: 1, 2, 6, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 14 e 15.

4.2.

La bioeconomia ha il potenziale per generare crescita economica e occupazione, non solo nelle aree urbane, ma anche nelle zone rurali. Essa ha pertanto un ruolo significativo da svolgere nel conseguimento dell’OSS n. 1 (porre fine a ogni forma di povertà).

4.3.

L’OSS n. 2 ambisce di porre fine alla fame. La biomassa è una risorsa limitata e vi è un collegamento tra la produzione di alimenti, mangimi e fibre. È necessario adottare un approccio responsabile in materia di bioeconomia sostenibile al fine di consentire una produzione sufficiente per i vari scopi, fra cui quello della disponibilità di prodotti alimentari è prioritario, e garantire ecosistemi sani. I principi dell’efficienza nell’impiego delle risorse e della circolarità, nonché il passaggio a regimi alimentari che privilegiano alimenti di origine vegetale sono tutti i modi per realizzare questi obiettivi.

4.4.

Una bioeconomia sostenibile contribuisce all’OSS n. 6 (disponibilità e gestione sostenibile delle risorse idriche e servizi igienico-sanitari per tutti), ad esempio attraverso il mantenimento di ecosistemi forestali sani che sono fondamentali per la disponibilità di acqua pulita.

4.5.

L’OSS n. 7 (accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni per tutti) è al centro della bioeconomia. L’utilizzo dei flussi collaterali e dei flussi di rifiuti fornisce energia pulita e riduce la dipendenza dalle risorse energetiche fossili.

4.6.

Nel complesso, la bioeconomia svolge un ruolo fondamentale nel rafforzamento degli obiettivi economici e sociali. Essa apporta un contributo importante al conseguimento dell’OSS n. 8 (crescita economica e lavoro dignitoso per tutti). Inoltre, la bioeconomia dell’UE può aiutare a ridurre in misura considerevole la dipendenza dalle importazioni di materie prime fossili, promuovendo così il valore aggiunto a livello interno e sostenendo le catene di valore locali.

4.7.

L’OSS n. 9 spinge a un incremento significativo della quota dell’occupazione industriale e del PIL, nonché a una riconfigurazione delle industrie che le renda sostenibili, accompagnata da una maggiore efficienza nell’uso delle risorse e da una maggiore applicazione di tecnologie e processi industriali puliti e compatibili con l’ambiente. La bioeconomia è strettamente connessa a tutti questi obiettivi, e l’uso sostenibile della biomassa può rafforzare la leadership industriale dell’UE. Essa offre anche un grande potenziale per favorire la crescita delle PMI e integrarle nelle catene di valore.

4.8.

La bioeconomia può svolgere un ruolo importante nel conseguimento dell’OSS n. 11 (città e insediamenti umani sostenibili). I concetti di città intelligente sotto il profilo climatico (7) e di benessere nelle aree urbane sono coerenti con le soluzioni fornite dalla bioeconomia (ad esempio, costruzioni in legno o trasporti a basse emissioni e teleriscaldamento).

4.9.

La bioeconomia è in buona posizione per contribuire all’OSS n. 12 (consumo e produzione responsabili). Ottimizzando l’uso delle materie prime, applicando la progettazione ecocompatibile e producendo prodotti riciclabili e durevoli, la bioeconomia svolge un ruolo notevole nel passaggio all’economia circolare. Tuttavia, la sensibilizzazione dei consumatori è considerata un importante prerequisito per modelli di consumo informato e responsabile e per promuovere modelli di produzione sostenibili.

4.10.

La bioeconomia può contribuire in modo significativo alla mitigazione dei cambiamenti climatici globali, come richiesto nell’OSS n. 13 (combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze) e come già indicato nel capitolo 3. In aggiunta alle misure interne, l’UE può avere un notevole impatto globale esportando bioprodotti, soluzioni per il clima e competenze.

4.11.

Infine, la bioeconomia ha un impatto sull’OSS n. 14 (preservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine) e sull’OSS n. 15 (uso sostenibile degli ecosistemi terrestri). Pertanto, l’utilizzo responsabile, efficiente e sostenibile delle risorse naturali deve essere al centro della bioeconomia.

5.   Prerequisiti per lo sviluppo della bioeconomia

5.1.

La bioeconomia contribuisce in molti modi alla realizzazione degli obiettivi in materia di clima e di energia e al conseguimento degli OSS, tuttavia, perché ciò avvenga, le condizioni devono essere propizie. Da un lato, gli OSS sostengono e migliorano le condizioni necessarie ad aiutare la bioeconomia a evolversi e, dall’altro lato, alcuni OSS impongono determinati requisiti che la bioeconomia deve soddisfare.

5.2.

La strategia dell’UE per la bioeconomia deve essere adattata ai nuovi mercati per fornire, in linea con la sostenibilità economica, ambientale e sociale, le condizioni più favorevoli alla bioeconomia europea, che si sta evolvendo ed espandendo rapidamente.

5.3.

In primo luogo, i responsabili politici devono promuovere la produzione e la mobilizzazione sostenibili di biomassa nell’UE, e la politica di sviluppo regionale dell’UE dovrebbe fornire un sostegno sufficiente a consentire lo sviluppo delle imprese rurali. I responsabili politici devono altresì garantire un quadro stabile, affidabile e coerente per gli investimenti nella bioeconomia in ogni anello della catena di valore.

5.4.

Essi dovrebbero adottare inoltre un quadro normativo coerente per quanto riguarda gli aspetti tecnici e di sicurezza, come anche gli aiuti di Stato, al fine di garantire condizioni di parità per i bioprodotti. Anche il settore pubblico, tramite gli appalti pubblici, svolge un ruolo importante nell’ambito della domanda di questo tipo di prodotti. Iniziative quali la «Settimana europea della bioeconomia» potrebbero contribuire a stimolare la penetrazione nel mercato e a incentivare la crescita di diversi progetti.

5.5.

La ricerca e l’innovazione sono essenziali per lo sviluppo di una bioeconomia resistente alla prova del tempo, la quale potrebbe costituire un vantaggio competitivo per l’UE. È un aspetto che dovrebbe essere considerato alla luce dell’enorme potenziale offerto dai nuovi tipi di bioprodotti, dai prodotti alimentari tradizionali e i prodotti in fibre a nuove tipologie di materiali da costruzione e di imballaggio, ai tessili, alle sostanze chimiche e alle plastiche di origine biologica. Lo stesso vale per quanto riguarda il potenziale delle specie vegetali risultanti da attività di selezione e di diverse sostanze di fungere da materie prime per i bioprodotti (ad esempio lignocellulosa, olio vegetale, amido, zucchero, proteine).

5.6.

A tal fine, si dovrebbero portare avanti gli sforzi di innovazione promossi dalla strategia dell’UE per la bioeconomia, e in particolare l’impresa comune Bioindustrie (8). Anche il Bioeconomy Knowledge Centre (Centro di conoscenze sulla bioeconomia) (9) dovrebbe svolgere un ruolo importante nell’individuazione di soluzioni su come utilizzare le conoscenze per favorire la crescita della bioeconomia. Le iniziative nel campo della ricerca e dell’innovazione dovrebbero inoltre essere rese più allettanti per le imprese.

5.7.

Il ruolo dell’istruzione, dei servizi di consulenza, del trasferimento di conoscenze e della formazione è decisivo al fine di garantire che lavoratori e imprenditori dispongano delle informazioni e delle competenze necessarie, con il risultato che la sostenibilità delle imprese attuali potrebbe essere accresciuta e si potrebbero sfruttare nuove opportunità nella bioeconomia.

5.8.

Al tempo stesso, i cittadini devono essere ben informati sulla bioeconomia e devono essere resi più consapevoli delle loro responsabilità, in modo da poter essere consumatori attivi e capaci di prendere decisioni di consumo sostenibili, tenendo conto dei diversi livelli di propensione all’adattamento e al cambiamento secondo le fasce d’età. A tal fine, dovrebbero essere organizzate campagne di informazione volte a rafforzare la fiducia dei consumatori nella bioeconomia e nei bioprodotti.

5.9.

L’accesso alle materie prime costituisce uno dei prerequisiti fondamentali per la bioeconomia. È pertanto necessario un contesto imprenditoriale adeguato per l’agricoltura e la silvicoltura per promuovere la disponibilità e la mobilizzazione di biomassa. La gestione sostenibile delle foreste, delle risorse terrestri e marine, come richiesto negli obiettivi n. 14 e n. 15, contribuisce in misura determinante alla sicurezza dell’approvvigionamento di materie prime. In tale contesto, nell’UE dovrebbe essere riconosciuto e promosso il quadro esistente legislativo e non legislativo per le materie prime sostenibili e rinnovabili. Il crescente utilizzo dei flussi e dei residui laterali come materia prima per nuovi usi contribuisce altresì a garantire la disponibilità di biomassa. In caso di strutture su piccola scala, le cooperative o le organizzazioni di produttori possono svolgere un ruolo importante.

5.10.

Un altro prerequisito per la bioeconomia è dato dall’esistenza di un’infrastruttura fisica idonea, e a tal fine sono necessari finanziamenti adeguati per l’energia, i trasporti e le infrastrutture digitali. Per consentire l’accesso alle materie prime e la distribuzione di prodotti ai mercati è essenziale disporre di sistemi di trasporto efficaci.

5.11.

In relazione ai mercati globali, la bioeconomia è strettamente connessa all’obiettivo n. 17, volto a rafforzare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile. Questo obiettivo richiede la promozione di un sistema multilaterale di scambi commerciali universale, regolamentato, aperto, non discriminatorio ed equo sotto il controllo dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Ciò è importante per gli scambi commerciali, sia dei prodotti della bioeconomia agricola sia per quelli della bioeconomia industriale. Nel frattempo, per promuovere lo sviluppo regionale, dovrebbe essere rafforzata la cooperazione lungo le catene di valore regionali.

5.12.

Al fine di stimolare lo sviluppo della bioeconomia in maniera neutrale, l’UE dovrebbe adoperarsi per creare un sistema di tariffazione globale per le emissioni di carbonio che coinvolga tutti gli attori del mercato e crei condizioni di parità.

5.13.

Coinvolgere la società civile nelle strutture delle iniziative e dei processi decisionali legati alla bioeconomia è di fondamentale importanza per rafforzare la cooperazione tra i diversi attori all’interno della società e per accrescere la consapevolezza pubblica in merito alla bioeconomia sostenibile.

5.14.

Poiché il passaggio a un’economia circolare e a basse emissioni di carbonio costituisce una sfida enorme e implica profondi cambiamenti strutturali per i posti di lavoro interessati, è importante garantire che la transizione avvenga in modo equo.

5.15.

Una bioeconomia sostenibile può avere successo solo se si adotta un approccio intersettoriale. Occorrono pertanto coerenza e coordinamento tra le diverse politiche e i vari obiettivi dell’UE, soprattutto per quanto concerne il clima, l’ambiente, gli alimenti, l’agricoltura, la silvicoltura, l’industria, l’energia, l’economia circolare e le attività di ricerca e innovazione. A tal fine, si dovrebbe istituire un gruppo multilaterale di alto livello sulla bioeconomia sostenibile sotto l’egida del presidente della Commissione.

5.16.

I progressi nel conseguimento degli OSS vengono misurati e monitorati mediante 232 indicatori, che includono indicatori relativi al clima e all’energia, ma non indicatori specifici per la bioeconomia. La Commissione dovrebbe pertanto sviluppare gli indicatori più pertinenti al fine di ottenere un quadro realistico e informativo dello sviluppo della bioeconomia dell’UE.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  Cfr. il quadro per il clima e l’energia 2030, all’indirizzo https://ec.europa.eu/clima/policies/strategies/2030_it.

(2)  Cfr. l’articolo 4.1 dell’Accordo di Parigi, all’indirizzo https://unfccc.int/sites/default/files/paris_agreement_english_.pdf (in inglese).

(3)  Cfr. la dichiarazione della Commissione europea del 19 giugno 2018, all’indirizzo http://europa.eu/rapid/press-release_STATEMENT-18-3997_en.htm (in inglese).

(4)  Cfr. il parere esplorativo NAT/655 sul tema Impatto della politica del clima e dell'energia dell'UE sui settori agricolo e forestale, GU C 291 del 4.9.2015, pag. 1.

(5)  Cfr. il parere NAT/696 sul tema Ripartizione degli sforzi in relazione al quadro 2030 e uso del suolo, cambiamenti di uso del suolo e silvicoltura (LULUCF), GU C 75 del 10.3.2017, pag. 103.

(6)  Cfr. il parere TEN/609 sul tema Decarbonizzazione dei trasporti, GU C 173 del 31.5.2017, pag. 55.

(7)  http://www.climatesmartcities.org/.

(8)  https://www.bbi-europe.eu.

(9)  https://biobs.jrc.ec.europa.eu.


III Atti preparatori

COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO

537a sessione plenaria del CESE, 19.9.2018 – 20.9.2018

6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/51


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla «Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — L’intelligenza artificiale per l’Europa»

[COM(2018) 237 final]

(2018/C 440/08)

Relatore:

Giuseppe GUERINI

Correlatore:

Gonçalo LOBO XAVIER

Consultazione

Commissione europea, 12.7.2018

Base giuridica

Articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

199/1/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE ritiene che l’intelligenza artificiale («IA») e i processi di automazione abbiano un enorme potenziale per migliorare la società europea in termini di innovazione e trasformazione positiva, ma che essi comportino delle sfide e dei rischi e siano fonte di preoccupazioni. È pertanto essenziale che le istituzioni europee si dedichino a sviluppare e disciplinare l’IA rapidamente e senza tralasciare alcun aspetto.

1.2.

Un approccio avanzato all’IA in Europa deve coprire diversi settori, tra cui i) gli investimenti pubblici e privati in R&S e in infrastrutture digitali avanzate, ii) l’applicazione di nuove norme legislative o l’adattamento di quelle esistenti, iii) lo sviluppo di una conoscenza e di una sensibilizzazione adeguate tra i cittadini e i consumatori, e iv) programmi di formazione ad hoc per i lavoratori.

1.3.

In particolare le sfide concernenti la responsabilità che sorgono nel contesto delle tecnologie digitali emergenti dovrebbero essere individuate e gestite a livello internazionale, dell’UE e degli Stati membri; e il CESE è pronto a collaborare strettamente con le istituzioni europee nell’analisi e nella valutazione di tutti gli atti legislativi dell’UE in materia di responsabilità, sicurezza dei prodotti e responsabilità civile che sia opportuno modificare di conseguenza.

1.4.

Il CESE concorda con l’obiettivo della comunicazione della Commissione, che è precisamente quello di rafforzare la capacità industriale e tecnologica dell’UE al fine di diffondere l’IA in tutto il mercato interno. L’entità dello sforzo necessario per competere con gli altri attori globali è tale da rendere fortemente necessario il coordinamento tra tutti gli strumenti e i finanziamenti disponibili ai livelli europeo e nazionale.

Ciò detto, i valori e i principi dell’UE non dovrebbero essere sacrificati sull’altare della competitività globale.

1.5.

Riguardo all’obiettivo della Commissione di portare l’IA a tutti i potenziali utilizzatori, con particolare attenzione per le imprese piccole e medie, il CESE pensa che, per affrontare la sfida della competitività globale, sia necessario che l’IA sia accessibile al più ampio numero di soggetti possibile. Per tale ragione, è cruciale mettere l’IA a disposizione di tutte le diverse forme di imprese attive nell’intero mercato unico europeo, comprese le PMI, le imprese agricole, le cooperative, le imprese sociali, le imprese individuali e le associazioni dei consumatori.

1.6.

La Commissione europea e gli Stati membri dovrebbero collaborare per mettere a punto orientamenti sull’etica dell’intelligenza artificiale e dovrebbero implicare in questo sforzo tutte le parti interessate pertinenti, pubbliche e private. Tali orientamenti dovranno includere i principi di trasparenza nell’utilizzo dei sistemi di IA per assumere lavoratori e valutarne o controllarne le prestazioni. In aggiunta ai principi etici, il CESE suggerisce di elaborare un quadro giuridico chiaro, armonizzato e obbligatorio a livello europeo per disciplinare nel modo dovuto l’intelligenza artificiale ed aggiornare le norme esistenti interessate dall’IA, con particolare riguardo a quelle relative alla responsabilità del produttore e alla protezione dei consumatori. Il CESE manifesta la propria volontà di collaborare strettamente con le istituzioni dell’UE nell’analisi e nella valutazione della pertinente legislazione dell’UE, che richiederà, in futuro, modifiche dovute allo sviluppo dell’IA.

1.6.1.

La Commissione europea dovrà anche effettuare un’attenta valutazione degli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Tale analisi deve tenere conto sia della possibile sostituzione di alcuni lavoratori da parte di dispositivi elettronici o robot, sia del fatto che alcune funzioni, anche se non saranno completamente automatizzate, risulteranno profondamente modificate dalle nuove tecnologie.

1.7.

Per questo motivo il CESE raccomanda che l’affermazione della volontà che «nessuno resti escluso» non rimanga allo stadio di proposta o di esortazione, ma si traduca in fatti concreti.

1.8.

È importante sottolineare il ruolo dei programmi di formazione nella protezione dei lavoratori europei operanti in un contesto che il progressivo emergere dell’IA sta cambiando profondamente. I cittadini europei dovrebbero avere accesso a informazioni adeguate che consentano loro di essere utilizzatori consapevoli e responsabili dei dispositivi e delle applicazioni resi disponibili dal rapido sviluppo tecnologico.

1.9.

Nei casi in cui nuove misure consentano alle amministrazioni di servirsi della tecnologia per adottare decisioni organizzative e operare scelte in modo più rapido, sarà necessario affrontare il problema dell’effettiva responsabilità legale di queste decisioni entro un quadro giuridico chiaro che garantisca la piena rendicontabilità dell’amministrazione nei confronti dei cittadini.

1.10.

Un’attenzione particolare va riservata al ruolo delle organizzazioni della società civile e dell’economia sociale nell’espandere la partecipazione attiva delle persone ai processi economici e sociali, che, grazie all’intelligenza artificiale, consentiranno di aumentare la partecipazione nella nostra società. Le organizzazioni della società civile e le imprese sociali possono svolgere un ruolo importante nel promuovere la comprensione e l’accettazione delle tecnologie da parte delle persone, in particolare attraverso meccanismi di collaborazione che consentano il loro coinvolgimento nell’attuale trasformazione digitale.

1.11.

L’attuale rivoluzione tecnologica non può e non deve essere portata avanti senza il coinvolgimento significativo e attivo dei lavoratori, dei consumatori e delle organizzazioni sociali, e gli sviluppi tecnologici in corso devono essere indirizzati in un senso tale da assicurare una maggiore e più responsabile partecipazione di cittadini pienamente informati. Per questo motivo il CESE raccomanda che, al momento di istituire l’Alleanza europea per l’IA, la Commissione europea tenga conto della necessità di creare una piattaforma inclusiva, multiprofessionale e rappresentativa per le diverse parti interessate che rappresentano i cittadini europei, compresi i rappresentanti dei lavoratori che dovranno interagire con macchine intelligenti (1).

2.   Osservazioni generali

2.1.

I dispositivi digitali e le macchine intelligenti di grandi dimensioni espandono quotidianamente la capacità degli algoritmi di lavorare su enormi quantità di dati, e tale capacità aumenterà probabilmente ulteriormente in futuro grazie alle cosiddette «reti neuronali» (già utilizzate, per esempio, dagli smartphone per il riconoscimento visivo di oggetti, volti e immagini).

2.2.

Questi sviluppi stanno trasformando il tradizionale modo di «apprendimento» che le macchine dell’IA hanno utilizzato finora, in quanto esse non si limitano più a «imparare» soltanto estraendo regole dai dati, ma stanno anche sviluppando una capacità di apprendimento flessibile ed adattivo. Tale processo aumenterà la capacità dell’IA di apprendere ed eseguire azioni nel mondo reale.

2.3.

Di fronte ai rapidi mutamenti tecnologici in corso, è ora essenziale che la Commissione europea e gli Stati membri collaborino per condurre un esame approfondito delle sfide emergenti poste dal rapido sviluppo dell’IA e coinvolgano tutte le parti interessate pubbliche e private pertinenti in questo processo senza compromettere le opportunità di progresso e di sviluppo tecnologico.

2.4.

La comunicazione della Commissione COM(2018) 237 si propone di rafforzare la capacità tecnologica e industriale dell’UE e d’incoraggiare la diffusione dell’IA in tutta l’economia europea, sia nel settore privato che nella pubblica amministrazione. Come già sottolineato nel parere di iniziativa (2), il CESE supporta l’iniziativa della Commissione, che nella sua comunicazione ha recepito tutta una serie di suggerimenti proposti a suo tempo dal CESE stesso, ma la esorta ad agire con prontezza e con decisione.

2.5.

Adottare un approccio europeo efficace al tema dell’IA significa incoraggiare importanti investimenti in ricerca e innovazione, compresi quelli in infrastrutture digitali, che sono necessari per prepararsi alle grandi sfide socioeconomiche che il progresso delle nuove tecnologie porrà nei prossimi anni per la società e per i mercati europei.

2.6.

La Commissione europea e gli Stati membri dovrebbero collaborare per mettere a punto orientamenti sull’etica dell’intelligenza artificiale e coinvolgere nel processo tutte le parti interessate pertinenti, pubbliche e private.

2.7.

Allo stesso tempo, è necessario approvare un quadro giuridico armonizzato a livello europeo, in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e i principi sanciti nei Trattati dell’UE. Il nuovo quadro normativo dovrebbe contenere regole precise che tengano conto dei rischi che comportano le macchine intelligenti, quali la mancanza di trasparenza del mercato, la mancanza di concorrenza, la discriminazione, le pratiche commerciali sleali, le minacce alla cibersicurezza e alla sicurezza dei prodotti.

In particolare, le tutele normative dovrebbero essere stringenti quando i dati che orientano i sistemi d’intelligenza artificiale sono estratti automaticamente durante l’uso di dispositivi elettronici e di computer.

2.8.

Il CESE osserva che il documento di lavoro dei servizi della Commissione SWD (2018) 137 final, allegato alla comunicazione della Commissione, analizza debitamente le implicazioni dell’IA per la legislazione dell’UE e procede a una rilevazione delle sfide legate alla responsabilità che sorgono nel contesto delle tecnologie digitali emergenti.

2.9.

Inoltre, saranno necessari piani d’azione ad ampio raggio per i) sostenere la modernizzazione dei sistemi di istruzione e formazione coltivando le nuove professionalità richieste dal futuro assetto del mercato del lavoro e ii) garantire un alto livello di protezione per i cittadini e i lavoratori in relazione alle sfide attese (3).

2.10.

Il CESE incoraggia la Commissione a procedere in tempi brevi con ulteriori interventi sia sul piano della regolamentazione che su quello dell’incentivo agli investimenti, poiché la velocità del cambiamento in corso impone tempi di adattamento rapidi.

3.   La proposta della Commissione: un supporto europeo all’intelligenza artificiale e un investimento nell’IA

3.1.

Nella sua comunicazione, la Commissione annuncia che sosterrà la diffusione dell’IA per quanto riguarda sia la ricerca di base che le applicazioni industriali. A questo proposito, il CESE sottolinea l’importanza di coinvolgere tutti i tipi di attori in tale processo, incluse le PMI, le imprese di servizi, le imprese sociali, gli agricoltori, le cooperative, le associazioni dei consumatori e le associazioni rappresentative degli anziani.

3.2.

Riguardo all’obiettivo della Commissione di «portare l’IA a tutti i potenziali utilizzatori, con particolare attenzione per le imprese piccole e medie», il CESE pensa che, per affrontare la sfida della competitività globale, sia necessario che l’IA sia accessibile al più ampio numero di soggetti possibile. Per raggiungere tale obiettivo, oltre a quanto già previsto dalla Commissione per lo sviluppo di una «piattaforma di Intelligenza Artificiale a richiesta», è importante anche istituire adeguate forme di coinvolgimento e consultazione dei diversi portatori di interesse, incluse le PMI, le reti dell’economia sociale e le organizzazioni della società civile (queste ultime hanno un fondamentale ruolo da svolgere nel coinvolgere in modo consapevole e attivo i cittadini europei).

3.3.

La Commissione ha annunciato che sosterrà l’innovazione basata sull’intelligenza artificiale mediante un progetto pilota varato dal consiglio europeo per l’innovazione, che prevede uno stanziamento di 2,7 miliardi di euro per il 2018-2020.

3.4.

Il CESE ritiene che tale iniziativa possa essere utile per lo sviluppo dell’IA, ma sottolinea allo stesso tempo come il finanziamento della ricerca dovrebbe passare rapidamente dalla fase della sperimentazione a quella strutturale. È inoltre importante che la Commissione incoraggi i diversi centri di ricerca ubicati attualmente in tutti gli Stati membri al fine di sviluppare una rete collaborativa di livello europeo che si occupi specificamente di intelligenza artificiale.

3.5.

Il CESE prende atto che la Commissione intende incrementare a circa 1,5 miliardi di EUR entro la fine del 2020 gli investimenti riguardanti l’IA nell’ambito del programma Orizzonte 2020. Questo approccio, se adottato con rapidità nell’ambito dei partenariati pubblico-privati esistenti, potrebbe generare ulteriori investimenti per 2,5 miliardi entro due anni. Lo stesso approccio deve essere adottato anche dal futuro programma quadro Orizzonte Europa.

3.6.

Da un altro punto di vista, è positivo che la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti strategici, cui dovrebbe spettare un ruolo centrale d’indirizzo nel sostenere lo sviluppo dell’IA nell’UE, abbiano lanciato il programma Venture EU, un fondo di venture capital dotato di 2,1 miliardi di euro e destinato ad incrementare gli investimenti in imprese innovative in tutta Europa.

3.7.

Tuttavia, l’entità dello sforzo necessario per competere con gli altri attori globali è tale da rendere indispensabili il coordinamento e le sinergie tra tutti gli strumenti e i finanziamenti disponibili ai livelli europeo e nazionale. È infatti evidente che, per competere con gli investimenti di Cina e Stati Uniti nel settore dell’IA, occorre unire le forze di tutti i soggetti pubblici e privati attivi a livello europeo, in modo da assicurarsi che l’Unione europea svolga un ruolo di primo piano su scala globale.

3.8.

Al fine di lavorare in modo fruttuoso per garantire un ruolo competitivo dell’UE in materia di IA, sarà importante anche effettuare adeguati investimenti nelle attività di software e hardware informatici appropriate e nelle adeguate infrastrutture digitali che siano in grado di garantire un ruolo credibile all’UE.

3.9.

Gli investimenti nell’IA dovrebbero tener conto del fatto che le imprese europee sono particolarmente forti nei settori dell’automazione e della robotica. Tali settori, che formano parte dell’IA in senso lato, potrebbero pertanto dimostrarsi realmente importanti nel garantire un ruolo globale significativo all’UE per quanto riguarda l’attuale sviluppo tecnologico e meritano quindi un’attenzione specifica.

4.   L’intelligenza artificiale e il suo impatto sulle persone e sui lavoratori

4.1.

È innegabile che il ritmo di sviluppo dell’IA sia estremamente rapido. Per questo la valutazione di impatto riguardante ogni intervento di regolamentazione sul tema dell’intelligenza artificiale da parte delle istituzioni europee deve adottare un approccio multidisciplinare, che integri considerazioni non solo di ordine amministrativo, legale ed economico, ma anche considerazioni antropologiche, psicologiche, sociologiche e tecnologiche.

4.2.

Per sostenere queste innovazioni, ma soprattutto per orientarle in una direzione che garantisca che al centro rimanga sempre l’essere umano, è importante che l’Unione europea agisca per raggiungere un alto grado di competitività tecnologica, senza trascurare considerazioni etiche, sociali e umane irrinunciabili.

4.3.

Il CESE ritiene quindi che sia cruciale: i) tutelare la privacy delle persone e il garantire un trattamento responsabile dei loro dati personali tramite adeguati strumenti normativi, quali l’attuazione efficace del nuovo GDPR, che, se necessario, dovrà essere costantemente aggiornato per mantenere il passo del rapido sviluppo dell’IA, ii) valutare e, se necessario, adattare ai nuovi scenari indotti dall’IA parti importanti della legislazione dell’UE in vigore, e iii) sviluppare le competenze e le abilità di cui i cittadini, le amministrazioni e le imprese europee hanno bisogno per beneficiare in modo efficace dei vantaggi offerti dall’intelligenza artificiale.

4.4.

Come base di partenza dell’analisi, val la pena osservare che l’IA si basa sull’uso e sul trattamento di grandi quantità di dati, che sono alla base di ogni applicazione basata sulle nuove tecnologie. Stando così le cose, la sfida principale per il regolatore europeo consiste nel garantire un accesso trasparente e regolamentato ai dati degli utenti finali.

4.5.

Maggiore è la qualità dei dati trattati, migliore sarà l’accuratezza e la performance dei sistemi di IA. Tuttavia, non si deve dimenticare che i dati riguardanti le persone devono essere acquisiti in modo legale ed essere utilizzati con modalità che siano conosciute dai diretti interessati, in modo da assicurarsi che i dati personali siano usati per gli scopi prestabiliti e trasparenti per i quali l’utente abbia precedentemente dato un consenso adeguato e informato.

4.6.

Val la pena osservare che diverse parti importanti della legislazione europea (ad esempio quelle riguardanti la pubblicità online, le pratiche commerciali sleali, la sicurezza dei prodotti e la responsabilità in materia di prodotti, i diritti dei consumatori, clausole contrattuali abusive, vendite e garanzie, assicurazione e l’indicazione dei prezzi) possono dover essere modificate e debitamente adattate ai nuovi scenari innescati da un più ampio e perfezionato utilizzo dell’intelligenza artificiale al fine di tutelare i consumatori finali.

4.7.

La questione decisiva della sicurezza dei prodotti e della responsabilità in materia di prodotti è stata debitamente presa in considerazione dalla Commissione nel suo documento di lavoro (SWD (2018) 137) final mediante analisi di studi su casi e la predisposizione di un elenco di atti legislativi dell’UE che richiedono un’analisi e una valutazione ulteriori. Il CESE incoraggia con convinzione la Commissione a proseguire questo lavoro ed è pronto a dare il suo contributo in tal senso.

4.8.

È importante sottolineare il ruolo della formazione culturale, scolastica e accademica, da un lato, e di un’adeguata informazione generale all’opinione pubblica, dall’altro, al fine di tutelare i diritti dei cittadini europei nei confronti dell’avanzata dell’IA. In particolare, è importante garantire la trasparenza e la correttezza nella gestione degli algoritmi dell’IA e delle basi di dati su cui operano.

4.9.

È quindi cruciale che i cittadini europei ricevano un’adeguata formazione e informazioni semplici e comprensibili che permettano loro di essere utilizzatori consapevoli e responsabili dei dispositivi e delle applicazioni resi disponibili dal rapido sviluppo tecnologico che è in corso ed è sempre più diffuso ad ogni livello.

4.10.

Alla luce di tutte queste esigenze, l’Unione europea e gli Stati membri devono fornire soluzioni chiare ed efficaci, segnatamente promuovendo un sistema scolastico al passo coi tempi e diffondendo sempre più la formazione permanente nel mercato del lavoro e nella società civile.

4.11.

La Commissione europea dovrà effettuare un’attenta valutazione degli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Questa rappresenta una delle maggiori preoccupazioni per molti lavoratori europei già avanti nella loro carriera ma ancora lontani dall’età pensionabile, i quali guardano all’evoluzione in corso con diffidenza e timore. L’analisi deve tenere conto sia della possibile sostituzione di alcuni lavoratori da parte di dispositivi elettronici o robot, sia del fatto che alcune funzioni, anche se non saranno completamente automatizzate, risulteranno profondamente modificate da nuove tecnologie. Occorre quindi concentrare la valutazione e l’analisi non solo sull’inevitabile e attesa modifica delle linee di produzione, ma anche sul ripensamento dei processi organizzativi e degli obiettivi aziendali a seguito di un adeguato dialogo sociale con i lavoratori.

4.12.

In alcuni contesti, come accade ed è accaduto per molte altre tecnologie, sarà consigliabile testare l’IA per gradi e per approssimazioni successive prima di arrivare ad un utilizzo a pieno regime, in modo che le persone interessate si sentano sicure nell’usare le nuove tecnologie anche grazie a opportuni percorsi formativi, correggendo eventuali errori di adattamento in corso di processo (4).

4.13.

L’introduzione delle nuove tecnologie nelle imprese esige il dialogo sociale fra le varie parti coinvolte. In proposito, le organizzazioni dei lavoratori e i sindacati devono essere costantemente informati e consultati.

5.   Intelligenza artificiale, pubblica amministrazione e società civile

5.1.

L’IA è un’innovazione tecnologica e sociale in grado di trasformare radicalmente la società nel suo complesso e di modificare in modo positivo anche il settore pubblico e il rapporto fra i cittadini e la pubblica amministrazione. Le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale riguardano sia il possibile aumento di efficienza dell’organizzazione amministrativa, sia la soddisfazione dei cittadini per i servizi resi dalla pubblica amministrazione e per l’efficace esercizio della funzione pubblica.

5.2.

Per raggiungere questi obiettivi, è fondamentale che anche il personale delle pubbliche amministrazioni sia preparato ad affrontare i cambiamenti e le sfide che saranno il portato dell’IA nella società europea. I datori di lavoro pubblici e i responsabili delle amministrazioni, insieme con gli insegnanti, i formatori e il personale universitario succitati, dovranno essere in grado di comprendere appieno il fenomeno dell’IA e decidere quali nuovi strumenti integrare nei procedimenti amministrativi.

5.3.

L’introduzione dell’IA nei settori pubblico e privato richiede il disegno di processi che favoriscano la comprensione e l’accettazione delle tecnologie da parte degli utenti attraverso meccanismi di collaborazione che permettano al cittadino di contribuire, se possibile attraverso sistemi di governance partecipativa, allo sviluppo delle tecnologie basate sull’IA.

5.4.

Per ottenere risultati importanti in questo senso, potrebbe essere utile lo sviluppo di forme di cooperazione e partnership tra pubblico e privato sempre più affidabili che puntino a cogliere le opportunità derivanti dalle applicazioni tecnologiche, dall’intelligenza artificiale e dalla robotica.

5.5.

La sfida per le pubbliche amministrazioni si presenta particolarmente complessa sul piano legale e della legittimazione, giacché si dovrà raggiungere un adeguato bilanciamento tra interessi pubblici (che implicano l’esercizio di poteri pubblici) e interessi privati (estrinsecazione concreta della libertà del singolo). A questo proposito, per esempio, nell’ambito dell’utilizzo dell’IA da parte della pubblica amministrazione sarà necessario contemperare il principio di trasparenza e pubblicità degli atti amministrativi con la protezione dei dati personali e il diritto alla privacy del singolo all’interno di un quadro normativo chiaro ed esplicito.

5.6.

Nei casi in cui nuovi dispositivi consentano alla pubblica amministrazione di servirsi della tecnologia per adottare decisioni organizzative e compiere scelte più rapidamente, ad esempio per selezionare un contraente in una gara d’appalto, gestire liste di attesa per servizi specifici o assumere personale in un’amministrazione pubblica, sarà necessario affrontare il problema dell’effettiva responsabilità legale di queste decisioni entro un quadro giuridico chiaro, che garantisca una piena rendicontabilità dell’amministrazione nei confronti dei cittadini.

5.7.

Alle organizzazioni della società civile e alle imprese sociali spetta un ruolo importante nel favorire la comprensione e l’accettazione delle tecnologie da parte delle persone, in particolare attraverso meccanismi di collaborazione che permettano il coinvolgimento nei processi di trasformazione digitale. A questo proposito è importante la possibilità di creare sistemi di governance partecipativa (per esempio in forma cooperativa) di questi strumenti, a cominciare dalle piattaforme digitali con le quali si stanno già strutturando nuove forme di relazione economica di gestione del lavoro.

5.8.

Le autorità amministrative preposte ai meccanismi di sorveglianza del mercato dovrebbero disporre delle competenze e dei poteri necessari per garantire la concorrenza leale e i diritti dei consumatori, nonché la sicurezza e i diritti dei lavoratori. La responsabilità dell’audit degli algoritmi dovrebbe essere posta in capo a enti pubblici o indipendenti. Al tempo stesso, le imprese dovrebbero introdurre meccanismi efficaci per controllare l’uso dei dati in relazione all’intelligenza artificiale.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  Cfr. il parere CESE INT/845, già adottato, sul tema L'intelligenza artificiale: anticipare i suoi effetti sul lavoro per assicurare una transizione equa (parere d'iniziativa), relatrice: Salis-Madinier (Cfr. pagina 1 della presente Gazzetta ufficiale).

(2)  INT/806 del 31 maggio 2017 — L’intelligenza artificiale — Le ricadute dell’intelligenza artificiale sul mercato unico (digitale), sulla produzione, sul consumo, sull’occupazione e sulla società — (GU C 288 del 31.8.2017, pag. 1)

(3)  Il CESE ha adottato il parere SOC/578 — La gestione della transizione in un mondo del lavoro digitalizzato (GU C 367 del 10.10.2018, pag. 15).

(4)  Cfr. il parere d'iniziativa CESE INT/845, già adottato, sul tema L'intelligenza artificiale: anticipare i suoi effetti sul lavoro per assicurare una transizione equa, relatrice: Salis-Madinier (Cfr. pagina 1 della presente Gazzetta ufficiale).


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/57


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla «Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni relativa alla trasformazione digitale della sanità e dell’assistenza nel mercato unico digitale, alla responsabilizzazione dei cittadini e alla creazione di una società più sana»

[COM(2018) 233 final]

(2018/C 440/09)

Relatore:

Diego DUTTO

Correlatore:

Thomas KATTNIG

Consultazione

Commissione europea, 18.6.2018

Base giuridica

Articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

193/0/3

1.   Conclusioni

1.1.

Nel processo di cambiamento innescato dalla trasformazione digitale è necessario garantire che al centro dell’assistenza vi siano le persone.

1.2.

I processi di digitalizzazione devono aiutare gli operatori sanitari a dedicare più tempo ai pazienti. Occorre garantire che le professioni sanitarie siano adeguatamente dotate di personale qualificato e in possesso di competenze digitali appropriate.

1.3.

Il passaggio al digitale sta cambiando la natura del lavoro nel settore della sanità e dell’assistenza. Tutti i soggetti coinvolti dovrebbero affrontare tale trasformazione in modo professionale e con spirito di apertura per raggiungere elevati standard di qualità.

1.4.

Occorre rafforzare il dialogo sociale a livello europeo per quanto riguarda gli ospedali e i servizi di assistenza sanitaria e sociale. È necessario prevedere programmi adeguati di formazione e perfezionamento professionale, migliorare le condizioni di lavoro e la qualità dei posti di lavoro e rafforzare la protezione dei dati del personale.

1.5.

Il CESE è consapevole che sono gli Stati membri ad essere responsabili dell’organizzazione e della prestazione dell’assistenza sanitaria e sociale. Nel quadro della direttiva sull’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera (direttiva 2011/24/UE), è prevista l’istituzione di una rete di assistenza sanitaria online (rete eHealth) per far progredire l’interoperabilità delle soluzioni di sanità elettronica (eHealth).

1.6.

Gli strumenti digitali devono fungere da leva per sviluppare nuove forme di organizzazione nei sistemi sanitari e di assistenza. Essi rafforzano il potenziale degli individui, delle comunità locali e delle economie sociali. È necessario riaffermare, grazie ad investimenti pubblici adeguati, i valori della solidarietà e dell’universalità come fondamento di tali sistemi.

1.7.

I processi di digitalizzazione non devono essere travisati e usati come un pacchetto per risparmiare sui bilanci sanitari, né devono condurre a riduzioni del personale o a tagli dei servizi. L’assistenza va considerata come un servizio alla persona e, specialmente nella prospettiva dell’invecchiamento della popolazione, è necessario sviluppare nuovi concetti di assistenza a lungo termine.

1.8.

Il CESE concorda con la visione delineata nella comunicazione, che è quella di promuovere la salute, prevenire e combattere le malattie, aiutare a rispondere alle esigenze non soddisfatte dei pazienti e rendere più facile per i cittadini avere un accesso paritario ad un’assistenza di alta qualità attraverso un uso adeguato delle innovazioni digitali e dell’economia sociale.

1.9.

L’alfabetizzazione sanitaria in ambito sociale e digitale riguarda la capacità di una persona di acquisire, comprendere e utilizzare in modo responsabile le informazioni atte a promuovere il suo benessere e a mantenersi in salute.

1.10.

I cittadini dovrebbero avere il diritto di accesso ai propri dati sanitari e devono essere loro a decidere se e quando condividerli. È essenziale tenere conto del regolamento generale sulla protezione dei dati, che garantisce ai cittadini il controllo sull’utilizzo dei propri dati personali, specialmente i dati sanitari.

1.11.

Il CESE suggerisce che un «diritto alla copia (gratuita)» potrebbe essere una forma attiva di tutela. Ciò riguarda tutti i dati generati dagli utilizzatori nell’interazione con le piattaforme digitali e permette ai cittadini di riutilizzare i propri dati.

1.12.

I dati originali sono l’unico valore utile per gli algoritmi e le piattaforme; essi devono essere considerati come un prodotto originale generato dall’utilizzatore che va tutelato ai sensi delle normative sulla proprietà intellettuale.

1.13.

Il «diritto alla copia (gratuita)» è un aiuto anche ai fini della tutela e della promozione della concorrenza, che oggi viene messa a dura prova dai sistemi impiegati dalle piattaforme digitali per espropriare dati e tracce personali.

1.14.

Il CESE sostiene (1) il processo basato su quattro pilastri per le attività congiunte transfrontaliere sulla trasformazione digitale in materia di sanità e assistenza, che comprende le valutazioni cliniche congiunte, le consultazioni scientifiche congiunte, l’individuazione di nuove tecnologie emergenti e la cooperazione volontaria tra gli Stati membri.

1.15.

Il CESE propone di adottare misure adeguate per esaminare nuovi quadri etici, giuridici e sociali che tengano conto dei rischi associati all’estrazione dei dati.

1.16.

Il CESE raccomanda di promuovere la ricerca e l’innovazione sull’integrazione delle tecnologie digitali al fine di rinnovare i processi sanitari, ad esempio l’intelligenza artificiale, l’Internet degli oggetti e l’interoperabilità. Il CESE sostiene fermamente un accesso sicuro per i cittadini a dati sanitari affidabili a livello transfrontaliero per promuovere la ricerca e la prevenzione delle malattie.

1.17.

Il CESE approva inoltre il sostegno dell’UE alle piccole e medie imprese e alle imprese sociali che sviluppano soluzioni digitali per l’assistenza incentrata sulla persona e per i riscontri da parte dei pazienti.

1.18.

Il CESE sostiene la necessità di riequilibrare l’asimmetria socioeconomica nelle economie trainate dai dati promuovendo lo sviluppo di piattaforme sicure e sostenendo le organizzazioni cooperative senza scopo di lucro per archiviare, gestire e condividere le copie digitali di tutti i dati personali.

2.   Contesto e osservazioni generali

2.1.

Il 25 aprile 2018 la Commissione europea ha pubblicato la comunicazione sulla trasformazione digitale della sanità e dell’assistenza nel mercato unico digitale (2), che tratta delle riforme e delle soluzioni innovative per rendere più resilienti, accessibili ed efficaci i sistemi sanitari e assistenziali nell’erogazione di un’assistenza di qualità per i cittadini europei e per migliorare la salute della società nel suo complesso. Se correttamente concepite e attuate in modo efficiente sotto il profilo dei costi, le soluzioni digitali nel campo dell’assistenza e della sanità possono accrescere il benessere di milioni di cittadini e aumentare radicalmente l’efficacia dei servizi sanitari e di assistenza forniti ai pazienti. La digitalizzazione può supportare la continuità dell’assistenza transfrontaliera (direttiva 2011/24/UE), un aspetto importante per le persone che trascorrono un periodo di tempo all’estero per lavoro o per svago. La digitalizzazione può inoltre contribuire a promuovere la salute, anche quella legata alla professione nel luogo di lavoro, e a prevenire le malattie. Può fornire sostegno alla riforma dei sistemi sanitari e alla loro transizione verso nuovi modelli di assistenza, basati sulle esigenze delle persone, e consente il passaggio da sistemi incentrati sugli ospedali a strutture integrate e con un legame più stretto con le comunità. Durante il processo di cambiamento, occorre garantire che al centro dell’assistenza vi siano i cittadini. I processi di digitalizzazione dovrebbero aiutare gli operatori sanitari a dedicare più tempo ai pazienti. Occorre pertanto garantire che le professioni sanitarie siano adeguatamente dotate di personale qualificato e in possesso di competenze digitali appropriate.

2.2.

La transizione verso la sanità e l’assistenza digitali sta trasformando la natura del lavoro in tali settori. La trasformazione può realizzarsi con un elevato standard di qualità solo se tutti coloro che sono coinvolti l’affrontano in modo professionale e senza pregiudizi. Il dialogo sociale a livello europeo nel settore sanitario e dei servizi sociali deve pertanto essere ulteriormente rafforzato, in modo da elaborare programmi adeguati di formazione e di perfezionamento professionale e migliorare le condizioni di lavoro, in particolare l’equilibrio tra lavoro e vita privata, la protezione dei dati del personale e la qualità dei posti di lavoro.

2.3.

La Commissione europea fa notare che i sistemi sanitari e di protezione sociale europei devono affrontare importanti sfide, quali l’invecchiamento della popolazione, la multimorbilità, i vaccini, l’insufficiente disponibilità di operatori sanitari, a causa delle difficili condizioni di lavoro, e il crescente problema delle malattie non trasmissibili prevenibili, provocate da fattori di rischio quali il tabacco, l’alcol e l’obesità, e di altre malattie, comprese quelle neurodegenerative e le malattie rare. Un’ulteriore e crescente minaccia è rappresentata dalle malattie infettive dovute a un’accresciuta resistenza agli antibiotici e ad agenti patogeni nuovi o riemergenti. I costi pubblici collegati all’assistenza sanitaria a lungo termine sono in aumento negli Stati membri dell’UE e si pensa che questa tendenza sia destinata a proseguire. È particolarmente importante che i relativi costi vadano a coprire il miglioramento della qualità del lavoro degli operatori sanitari, evitando di promuovere un approccio che favorisca retribuzioni basse e condizioni di lavoro gravose. L’invecchiamento della popolazione rende necessario sviluppare nuovi concetti di assistenza a lungo termine.

2.4.

Anche quando sono disponibili, i dati sulla salute sono spesso legati a tecnologie che non sono interoperabili, fatto che ostacola la loro ampia utilizzazione.

2.5.

È per questo che i sistemi sanitari non dispongono di informazioni chiave per ottimizzare i propri servizi ed è anche questo il motivo per cui è difficile per i prestatori di servizi generare economie di scala e offrire così soluzioni sanitarie e assistenziali digitali efficienti, nonché sostenere il ricorso transfrontaliero ai servizi sanitari. I risultati quantificati sulla base di dati sanitari devono generare la comprensione dello stato di salute dei singoli individui ed essere accessibili ai medici generici, ai medici specialisti e ai ricercatori in modo tale che ne conseguano azioni volte a costruire raggruppamenti di dati (cluster) e modelli predittivi e a utilizzare le buone pratiche.

2.6.

Le conclusioni della relazione Stato di salute nell’UE: relazione di accompagnamento 2017 mostrano che l’uso dei dati sanitari incentrati sul paziente non è ancora sufficientemente sviluppato nell’UE.

2.7.

Sono gli Stati membri ad essere responsabili dell’organizzazione e della prestazione dell’assistenza sanitaria e sociale. In alcuni Stati membri, in particolare quelli con sistemi federali (regionali), gli enti regionali sono responsabili del finanziamento e della prestazione dell’assistenza sanitaria.

2.8.

Nel quadro della direttiva concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera (direttiva 2011/24/UE), è stata istituita una rete di assistenza sanitaria online (rete eHealth) per far progredire l’interoperabilità delle soluzioni di sanità elettronica (eHealth).

2.9.

Sono anche state create delle strutture di cooperazione, ad esempio il partenariato europeo per l’innovazione sull’invecchiamento attivo e in buona salute, il programma comune a sostegno di una vita attiva e autonoma (Active and Assisted Living) e partenariati pubblico-privati come l’impresa comune per l’iniziativa in materia di medicinali innovativi e quella intitolata Componenti e sistemi elettronici per la leadership europea. Anche le strategie di specializzazione intelligente regionali e nazionali svolgono un ruolo centrale nello sviluppo di ecosistemi regionali più forti nell’ambito dell’assistenza sanitaria. Dal 2004, due piani di azione relativi all’eHealth hanno fornito un contesto per l’azione politica degli Stati membri e della Commissione, e il gruppo di parti interessate nell’ambito della sanità elettronica (eHealth Stakeholders Group) ha svolto un ruolo importante.

2.10.

Con riferimento anche alle posizioni espresse in pareri precedenti (3), il CESE ritiene che l’azione proposta dalla Commissione in tre settori dovrebbe essere sostenuta. I settori in questione sono: accesso sicuro per i cittadini ai dati sanitari e condivisione transfrontaliera di tali dati; dati affidabili per promuovere la ricerca, la prevenzione delle malattie, la sanità e l’assistenza personalizzate; e strumenti digitali per responsabilizzare i cittadini e fornire un’assistenza incentrata sulle persone. Come indicato sopra, si deve garantire che i processi di digitalizzazione non siano travisati, usandoli come un pacchetto per risparmiare sui bilanci sanitari, e non conducano a riduzioni del personale o a tagli dei servizi. L’insufficiente disponibilità di personale ha come conseguenza una cattiva assistenza e un rischio accresciuto di morbilità. on va dimenticato che la trasformazione digitale è un fenomeno bidimensionale composto dalla dimensione della direzione e da quella del processo. In termini di direzione ci concentriamo sui fattori esterni per le organizzazioni, con un’attenzione continua a «cosa» sta affrontando la trasformazione digitale. In termini di processo ci si concentra sulla riflessione interna alle organizzazioni, con una particolare attenzione al «come» si realizza la trasformazione digitale. È quindi assolutamente necessario tener conto di questa impostazione nell’esame del tema del parere, al fine di garantire un approccio incentrato sul paziente.

2.11.

Proprio per questo motivo, il CESE ricorda, come ha già sottolineato nel suo precedente parere (4), che, per beneficiare della trasformazione digitale, le reti dell’UE e le misure di sostegno programmate dovrebbero utilizzare strumenti digitali per attuare e rafforzare, e non indebolire, i nostri diritti fondamentali in materia di sanità e assistenza. Gli strumenti digitali devono sostenere lo sviluppo del potenziale individuale, delle comunità locali e dell’economia sociale, operando come una leva potente a favore della promozione dei diritti e dello sviluppo di nuove forme di organizzazione e di governance per la sanità e l’assistenza e contribuendo a riaffermare i valori della solidarietà e dell’universalità che sono il fondamento del nostro sistema di assistenza sanitaria. Ciò dovrebbe essere garantito effettuando adeguati investimenti pubblici, come indicato in un precedente parere (5).

2.12.

In linea con i suoi precedenti pareri, il CESE ritiene che la parità di accesso all’assistenza sanitaria, che è uno degli obiettivi fondamentali delle politiche in materia, possa beneficiare della digitalizzazione se vengono soddisfatte alcune condizioni:

copertura territoriale omogenea, tenendo conto delle aree scarsamente servite dagli operatori digitali (accesso e velocità di trasferimento dei dati);

riduzione del divario digitale, in termini di utilizzo, tra cittadini, professionisti della sanità e operatori dei regimi di assicurazione malattia/sanitaria;

interoperabilità dell’intera architettura digitale (basi di dati e dispositivi medici) per facilitare la continuità delle cure tra le diverse strutture e in ciascuna di esse;

protezione dei dati sanitari, i quali non possono in alcun caso essere utilizzati a scapito dei pazienti;

diffusione elettronica delle informazioni sui prodotti approvati dalle agenzie del farmaco per migliorare l’accessibilità (come indicato in un precedente parere del CESE (6)).

2.13.

Il rapido sviluppo della telemedicina, degli oggetti connessi e delle nanotecnologie, delle biotecnologie, dell’informatica e delle scienze cognitive (NBIC) non deve indurre a considerare i pazienti come semplici corpi connessi, che possono essere analizzati, controllati e monitorati a distanza attraverso un programma informatico onnipotente. La tecnicizzazione della sanità incoraggia, in realtà, l’approccio contrario, ricollocando al centro dell’esercizio della medicina e della prestazione di assistenza i rapporti interpersonali e i legami sociali.

3.   Gli effetti della trasformazione digitale

3.1.   L’impatto della trasformazione digitale sulla sanità e l’assistenza

3.1.1.

La comunicazione della Commissione illustra come l’UE può aiutare a conseguire gli obiettivi delle conclusioni del Consiglio; propone di sviluppare la cooperazione e le infrastrutture necessarie nell’UE e, così facendo, di aiutare gli Stati membri ad adempiere al loro impegno politico in tali settori. Le azioni proposte sostengono inoltre l’impegno della Commissione nel conseguire l’obiettivo di sviluppo sostenibile «Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età» e nel realizzare i principi del pilastro europeo dei diritti sociali.

3.1.2.

Il CESE concorda con la visione delineata nella comunicazione, che è quella di promuovere la salute, prevenire e combattere le malattie, aiutare a rispondere alle esigenze non soddisfatte dei pazienti e rendere più facile per i cittadini avere un accesso paritario ad un’assistenza di alta qualità attraverso un uso adeguato delle innovazioni digitali e delle imprese sociali.

3.1.3.

Il CESE considera essenziale accrescere la sostenibilità dei sistemi sanitari e assistenziali europei, contribuendo a massimizzare il potenziale del mercato unico digitale con un maggiore impiego di prodotti e servizi digitali nei settori della sanità e dell’assistenza. Le azioni proposte devono poi mirare anche a stimolare la crescita e promuovere l’industria europea del settore, nonché le strutture, a scopo di lucro e non profit, che progettano e gestiscono i servizi sanitari e di assistenza.

3.1.4.

La trasformazione digitale permette, in particolare, l’accesso e lo sfruttamento dei dati che rendono possibile ridurre i costi dell’assistenza sanitaria legati alla crescita della popolazione e all’aumento dell’aspettativa di vita, sostenendo l’ottimizzazione dell’azione di governo a livello nazionale ed europeo.

3.1.5.

La digitalizzazione della salute contribuirà non solo ad accorciare i periodi di degenza ospedaliera, con un impatto positivo diretto sull’assistenza sanitaria in ospedale, ma anche a facilitare il ristabilimento dei pazienti stessi. Nel contesto di un riconoscimento internazionale, l’Organizzazione mondiale della sanità, in cooperazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (UIT), ha proposto il National eHealth Strategy Toolkit (Toolkit strategico per la sanità elettronica a livello nazionale), che fornisce sostanzialmente un metodo per perfezionare e sviluppare strategie, piani d’azione e quadri di monitoraggio nazionali in materia di sanità elettronica.

3.2.   L’impatto della trasformazione digitale sulle persone

3.2.1.

La trasformazione digitale offre ai cittadini ampie possibilità di accedere a conoscenze, infrastrutture e servizi personalizzati innovativi e più efficienti in materia di assistenza sanitaria, nonché di contribuire (in quanto prestatori di servizi, produttori di informazioni e fornitori di dati) a migliorare la salute degli altri.

3.2.2.

Si potrebbe anche considerare che i cittadini abbiano il diritto di accedere ai propri dati sanitari e di decidere se e quando condividerli. Il CESE ritiene, inoltre, che sia indispensabile tener conto del regolamento generale sulla protezione dei dati, che è entrato in vigore il 25 maggio 2018 e garantisce ai cittadini il controllo sull’utilizzo dei propri dati personali, tra cui i dati sanitari. Inoltre, si dovrebbe tener conto della dichiarazione di Taipei dell’Associazione medica mondiale (WMA) sulle considerazioni etiche per quanto riguarda le banche dati sanitarie e le biobanche, adottata dalla 53a assemblea generale dell’Associazione, a Washington D.C., Stati Uniti, nell’ottobre 2002, e riveduta dalla 67a assemblea generale a Taipei, Taiwan, nell’ottobre 2016.

3.2.3.

A questo riguardo è essenziale evitare il rischio di un divario sempre più ampio nei livelli di alfabetizzazione digitale della popolazione. L’alfabetizzazione sanitaria in ambito sociale e digitale riguarda la capacità di una persona di acquisire, comprendere e utilizzare in modo responsabile le informazioni atte a promuovere il suo benessere e a mantenersi in salute. A tal fine, è necessario garantire un livello di competenze e una familiarità con i nuovi strumenti tali da consentire alle persone di aumentare il loro benessere e quello della comunità attraverso misure volte a migliorare lo stile e le condizioni di vita.

3.2.4.

In quanto gli utilizzatori sono al centro della progettazione e del servizio, i dati che essi generano dovrebbero essere considerati fondamentali, con l’adozione di opportune normative riguardanti la proprietà dei dati e il diritto di usarli da parte dell’utilizzatore stesso e di altre parti. Si devono porre le seguenti domande: chi è il proprietario dei dati?», «chi ha il diritto di usarli?», «a quali condizioni altre parti che forniscono i servizi possono usare i dati?», «l’utilizzatore può usare i dati liberamente?» ecc. A tale proposito, bisognerebbe distinguere nettamente tra i tipi di dati: i dati grezzi, da un lato, e i dati generati dagli algoritmi e dai servizi di intelligenza artificiale, dall’altro. Se un’altra parte genera nuovi dati aggregati usando algoritmi privati, come si dovrebbe gestire la proprietà delle informazioni? In che modo sono progettati i modelli d’impresa per gestire la presenza di molteplici parti interessate, ognuna delle quali fornisce una parte fondamentale del servizio? È inoltre opportuno distinguere tra modelli d’impresa basati soltanto sui servizi (più tradizionali, ad esempio, sostegno alle ADL — attività di vita quotidiane — Activities of daily living) e quelli basati su dati incentrati sul paziente, con la possibilità di sviluppare nuovi servizi di salute a distanza (ad esempio servizi di prevenzione, di sostegno al trattamento e di adattamento).

3.2.5.

I dati autentici, cioè originali, di ogni utente sono l’unico valore utile per gli algoritmi/servizi/piattaforme, fatto che comporta che essi possono/devono essere considerati come un prodotto originale generato dall’utilizzatore (e solo da lui e dalle sue caratteristiche biologiche, cognitive, culturali, comportamentali), e in quanto tali sono un «contributo originale» che va tutelato secondo regole analoghe, anche se declinate ad hoc, basate sull’I.P. (intellectual property). Una proposta potrebbe essere una forma attiva di tutela attraverso un «diritto alla copia (gratuita)» di tutti i dati generati dagli utilizzatori nell’interazione con le piattaforme sanitarie digitali, in modo da permettere loro di riusarli, se si giudica opportuno, riaggregandoli attraverso altri servizi/algoritmi. Il «diritto alla copia (gratuita)» è un aiuto anche nell’affrontare un altro problema che riguarda la tutela e la promozione della concorrenza, che oggi viene messa a dura prova dai sistemi che le piattaforme digitali usano attualmente, su basi contrattuali o meno, per espropriare dati e tracce personali.

3.2.6.

La stessa UE ha affrontato in diverse occasioni il problema menzionato al punto 3.2.5 e in alcuni casi ha optato per un diritto alla messa a disposizione (copia) dei dati (cfr. la direttiva sull’efficienza energetica 2012/27/UE, articolo 9: «[gli Stati membri] provvedono affinché, se il cliente finale lo richiede, i dati del contatore relativi all’immissione e al prelievo di energia elettrica siano messi a sua disposizione o a disposizione di un terzo che agisce a suo nome in un formato facilmente comprensibile che possa essere utilizzato per raffrontare offerte comparabili»).

3.2.7.

Il CESE propone di creare un’infrastruttura informatica connessa in modo che i pazienti con malattie rare possano essere contattati rapidamente e possano mettere a disposizione i loro dati medici e sanitari per la ricerca globale senza scopo di lucro. L’Unione europea sta promuovendo la creazione di un sistema di cartelle cliniche elettroniche attraverso il sostegno allo scambio di informazioni e alla standardizzazione e allo sviluppo di reti per lo scambio di informazioni tra prestatori di assistenza sanitaria al fine di coordinare le azioni in caso di rischi per la salute pubblica.

3.2.8.

Ciò consentirebbe alle persone/cittadini/pazienti/utilizzatori di riassumere il pieno controllo della loro identità digitale e di partecipare all’acquisizione di conoscenze ottenute dai dati sanitari aggregati a fini di medicina e prevenzione personalizzate, nonché di godere dei notevoli benefici economici derivanti da tali dati aggregati.

3.3.   L’impatto della trasformazione digitale sui sistemi sociali e sanitari

3.3.1.

Il CESE sostiene (come già indicato in un suo parere (7)) il processo basato su quattro pilastri per le attività congiunte transfrontaliere sulla trasformazione digitale in materia di sanità e assistenza.

3.3.1.1.

La proposta istituisce un gruppo di coordinamento, composto di rappresentanti degli organismi di valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA) degli Stati membri, e descrive i quattro pilastri della futura cooperazione. Le attività congiunte, che sarebbero guidate dagli Stati membri attraverso il gruppo di coordinamento, dovrebbero comprendere:

valutazioni cliniche congiunte;

consultazioni scientifiche congiunte;

individuazione di tecnologie sanitarie emergenti;

cooperazione volontaria tra gli Stati membri.

3.3.1.1.1.

Le valutazioni cliniche congiunte riguardano le tecnologie più innovative, che comprendono i) medicinali assoggettati alla procedura centralizzata di autorizzazione all’immissione in commercio; ii) talune categorie di dispositivi medici e dispositivi medico-diagnostici in vitro che rispondono a una serie di criteri quali bisogni medici insoddisfatti, potenziale impatto sui pazienti, sulla sanità pubblica o sui sistemi sanitari e dimensione transfrontaliera significativa. Tali valutazioni saranno elaborate e definite dagli organismi HTA degli Stati membri, da società farmaceutiche o fabbricanti dei dispositivi medici (gli «sviluppatori»), da pazienti, esperti clinici e altri soggetti interessati. Una volta verificata dalla Commissione, la relazione sarebbe pubblicata e successivamente utilizzata dagli Stati membri.

3.3.1.1.2.

Le consultazioni scientifiche congiunte, comunemente note come «dialoghi precoci», consentirebbero a uno sviluppatore di una tecnologia sanitaria di chiedere il parere degli organismi di valutazione delle tecnologie sanitarie sui dati e sulle evidenze che potrebbero essere richiesti nell’ambito di una potenziale futura valutazione clinica congiunta. Gli sviluppatori avrebbero la possibilità di chiedere una consultazione scientifica congiunta al gruppo di coordinamento. Una volta approvate dal gruppo di coordinamento, le relazioni sulle consultazioni scientifiche congiunte sarebbero trasmesse agli sviluppatori di tecnologie sanitarie, ma non sarebbero pubblicate.

3.3.1.1.3.

Un sistema di allerta precoce («horizon scanning»), ovvero l’individuazione di nuove tecnologie emergenti (tecnologie sanitarie che non sono ancora state adottate nel sistema sanitario), contribuirebbe a garantire l’individuazione, nelle fasi iniziali del loro sviluppo, delle tecnologie sanitarie che potrebbero avere un impatto di rilievo sui pazienti, sulla sanità pubblica o sui sistemi sanitari e la loro inclusione nelle attività congiunte.

3.3.1.1.4.

Gli Stati membri avrebbero la possibilità di continuare la cooperazione volontaria a livello dell’UE nei settori non coperti dalla cooperazione obbligatoria. Ciò consentirebbe, tra l’altro, di effettuare valutazioni di tecnologie sanitarie diverse dai medicinali o dai dispositivi medici (per esempio procedure chirurgiche), nonché valutazioni non cliniche (per esempio, l’impatto dei dispositivi medici sull’organizzazione dell’assistenza).

3.3.2.

La diffusione di nuove soluzioni di assistenza sanitaria rese possibili dalla trasformazione digitale solleva una serie di importanti questioni multidisciplinari, di carattere etico, giuridico e sociale. Anche se esiste già un quadro giuridico per la protezione dei dati e la sicurezza dei pazienti, devono essere affrontate altre questioni, come l’accesso alla banda larga, i rischi connessi con l’estrazione dei dati e il processo decisionale automatico, la garanzia di standard e di una legislazione adeguati per assicurare la qualità richiesta della sanità elettronica (eHealth) o dei servizi di sanità mobile (mHealth), l’accessibilità e la qualità dei servizi. Analogamente, a livello dei servizi, pur se vi sono norme a livello dell’UE e a livello nazionale che disciplinano gli appalti pubblici, la concorrenza e il mercato interno, è opportuno discutere e adottare nuovi approcci che tengano conto della trasformazione digitale.

3.3.3.

La trasformazione digitale comporterà una riorganizzazione del sistema sanitario, con nuovi metodi e standard di prestazione di servizi (ad esempio, l’uso di robot in collaborazione con i prestatori di assistenza). Inoltre, i prestatori di assistenza dovrebbero seguire programmi di formazione appropriati e specifici (comprendenti, ad esempio, una preparazione in campo sociale, sanitario o tecnico) ed essere preparati a nuovi profili professionali e a trasformazioni nell’ambiente di lavoro. Ciò porterà alla definizione di nuovi modelli di servizi, politiche di sostegno, certificazioni e standard idonei all’introduzione dei servizi e delle tecnologie digitali in contesti di assistenza e in mercati reali. La loro concezione e il loro sviluppo dovrebbero seguire i principi di progettazione incentrata sull’utilizzatore, di ingegneria delle caratteristiche utilizzative fin dalla progettazione, della progettazione universale ecc., ponendo gli utilizzatori e le loro esigenze al centro del processo ed evitando di creare un divario digitale e di escludere determinate persone dai servizi.

3.3.4.

Il CESE approva gli sforzi della Commissione volti a sostenere lo sviluppo e l’adozione del formato europeo di scambio delle cartelle cliniche elettroniche e a elaborare misure comuni di identificazione e autenticazione, come stabilito all’articolo 14, paragrafo 2, della direttiva 2011/24/UE.

3.4.   L’impatto della trasformazione digitale sul mercato digitale

3.4.1.

La sfida è quella di riequilibrare l’asimmetria socioeconomica in un’economia trainata dai dati (8) attraverso:

un diritto riconosciuto per legge a una copia digitale di tutti i dati personali (medici e non medici); la portabilità dei dati (articolo 20, direttiva sulla protezione dei dati dell’UE);

una piattaforma affidabile e sicura in cui le persone possano conservare, gestire e condividere attivamente i dati secondo modalità da loro stesse decise;

una struttura organizzativa cooperativa senza scopo di lucro delle piattaforme di dati personali in modo che siano di proprietà di cittadini;

l’investimento dei proventi dell’uso secondario dei dati controllati dai cittadini in progetti e in servizi a beneficio di tutti i membri e della società in generale.

3.4.2.

Le valutazioni cliniche congiunte permetterebbero un accesso più rapido, eviterebbero sovrapposizioni a livello nazionale e garantirebbero un grado più elevato di coerenza, di chiarezza e di prevedibilità per tutti i soggetti coinvolti nel processo. L’industria dei dispositivi medici è in generale più scettica nei confronti della proposta. La cooperazione obbligatoria in materia di valutazioni cliniche delle tecnologie sanitarie può ritardare l’accesso al mercato per i dispositivi, piuttosto che semplificarlo.

3.4.3.

Con l’aumento della diffusione dei dispositivi mobili, le soluzioni eHealth o mHealth offriranno nuovi servizi con ottimizzazione delle procedure. Tali procedure comprenderanno l’agevolazione della mobilità per gli operatori in campo sanitario e assistenziale.

3.4.4.

La trasformazione digitale promuoverà lo sviluppo di nuovi modelli di impresa agili, favorirà la partecipazione a questa attività economica delle diverse parti interessate e recherà vantaggi derivanti dalla quantificazione delle esperienze degli utilizzatori. Il suo successo dipende dal fatto che è incentrata sul cliente (o sull’utilizzatore), per garantire che il punto di vista di quest’ultimo sia preso in considerazione fin dall’inizio del processo di progettazione (pensiero progettuale).

3.4.5.

La trasformazione digitale consentirà l’utilizzo diffuso dei dati sanitari e sociali, promuovendo l’integrazione dei sistemi e dispositivi con servizi di apprendimento automatico e aumentando la necessità dell’interoperabilità e della capacità di interazione da macchina a macchina (M2M), che deve tener conto della varietà di esigenze e preferenze, dello sviluppo di sistemi «a prova di futuro», della possibilità di integrazione con le infrastrutture esistenti e con i fornitori di servizi locali, nonché di eventuali e impreviste tecnologie dirompenti e di servizi con nuovi requisiti di standardizzazione.

3.4.6.

Nuove tecnologie abilitanti fondamentali, come il 5G, creeranno opportunità per migliorare i prodotti e i servizi mobili a banda larga, sostenendo in tal modo la diffusione di milioni di connessioni per dispositivi dell’Internet degli oggetti (IoT) su vastissima scala. Con la diffusione del 5G e dell’Internet degli oggetti, le strategie di trasformazione digitale sono essenziali per molte parti interessate che operano in ambito sanitario, in particolare in ragione del fatto che nuovi comportamenti e nuove esigenze dei consumatori richiederanno nuovi servizi digitalizzati.

3.4.7.

Il CESE sostiene i servizi collegati alle informazioni sanitarie, alla prevenzione delle malattie, allo sviluppo di sistemi di consultazione a distanza, alle prescrizioni, alle impegnative e al rimborso delle spese mediche online. Si può considerare che le piattaforme esistenti, quali Alfred, Big White Wall, Medicine Patient Portal, Empower ecc. consentano la trasformazione digitale nel mercato unico digitale. È interessante notare che il 29 maggio 2018 è stato annunciato che l’European Open Science Cloud avrebbe sostenuto i settori scientifici dell’UE leader mondiali creando un ambiente sicuro per lo stoccaggio e il trattamento dei dati della ricerca. Il Cloud dovrebbe essere un’ampia federazione paneuropea di infrastrutture d’eccellenza esistenti e emergenti che rispetta i meccanismi di governance e di finanziamento delle sue parti componenti; l’adesione alla federazione sarebbe volontaria e la struttura di governance comprenderebbe i ministri degli Stati membri, parti interessate e ricercatori.

3.5.   L’impatto della trasformazione digitale sui prestatori dei servizi

3.5.1.

In questo contesto il CESE conviene sui seguenti obiettivi:

una particolare attenzione ai prestatori di assistenza sanitaria;

una particolare attenzione ai pazienti al momento in cui entrano nel sistema sanitario;

un trasferimento di dati efficiente nell’ambito dell’assistenza di base (eHealth, fascicolo elettronico dei pazienti/EPD);

consenso dei pazienti per l’uso dei loro dati a fini di ricerca; incentivi a fornire dati aggiuntivi (mHealth);

riduzione degli ostacoli che si incontrano nel coinvolgere i pazienti nella ricerca.

3.5.2.

Recenti studi tecnologici, sociali ed economici rimarcano che l’intelligenza artificiale, l’Internet degli oggetti e la robotica renderanno possibile progettare e sviluppare nuovi approcci nei settori della medicina personalizzata e di precisione, della fragilità cognitiva e della robotica collaborativa. La loro adozione nell’assistenza sanitaria comporterà l’adattamento e lo sviluppo di tutte le procedure relative alla progettazione, alla fornitura e alla valutazione dei servizi. In tale contesto, la trasformazione digitale rappresenta un fattore fondamentale, ma anche abilitante (o «acceleratore»), nell’integrazione di tecnologie innovative nel settore dell’assistenza sanitaria.

3.5.3.

La trasformazione digitale ha il potenziale per rendere disponibile un grande volume di dati in grado di consentire lo studio e lo sviluppo di nuove e ambiziose soluzioni in materia di servizi basate sull’intelligenza artificiale. Ciò potrebbe costituire la base per la creazione di un quadro di riferimento per la quantificazione oggettiva delle malattie croniche e per l’individuazione di opportunità nel campo della diagnosi precoce e del monitoraggio delle terapie. In aggiunta, i recenti progressi nel campo dell’intelligenza artificiale trarrebbero vantaggio dalla disponibilità di dati per sviluppare sistemi in grado di imparare e di adattarsi ai modi in cui le malattie si evolvono.

3.5.4.

L’uso diffuso dei dati e la capacità delle parti interessate di usarli e trasformarli in base alle esigenze degli utenti aprono nuovi scenari per la condivisione di dati, di conoscenze e di competenze specifiche, come già avviene nel quadro delle Reti di riferimento europee (European Reference Networks), che forniscono una struttura di governance per lo scambio di conoscenze e il coordinamento dell’assistenza in tutta l’UE nel campo delle malattie rare. Se un territorio specifico (regione o paese) non ha alcuna competenza in una determinata malattia, la rete può aiutare i medici a ottenere conoscenze provenienti da altri centri di competenza specifica situati altrove. Allo stesso modo, gli ospedali di tutta Europa possono utilizzare i sistemi digitali di collegamento per scambiarsi conoscenze e fornirsi vicendevolmente sostegno.

3.5.5.

Una conseguenza ovvia dei punti precedenti è che la cibersicurezza è una priorità fondamentale. Come è stato sottolineato nella relazione ENISA (European Union Agency for Network and Information Security — Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione) intitolata ENISA Threat Landscape Report 2017: 15 Top Cyber-Threats and Trends (Relazione Enisa 2017 sul panorama delle minacce: 15 principali minacce e tendenze informatiche), la complessità degli attacchi e la sofisticazione delle azioni dolose nel ciberspazio continueranno ad aumentare. Nel settore sanitario, dove molti sistemi diffusi sono collegati tra loro e sono in gioco beni significativi, per esempio la vita dei pazienti, dati personali sensibili, risorse finanziarie ecc., la sicurezza delle informazioni è una questione di fondamentale importanza. Nel contesto della trasformazione digitale, sono necessari nuovi metodi e orientamenti per la modellizzazione di quadri per la valutazione della sicurezza informatica, di contromisure organizzative e di conformità all’interoperabilità basata sulla sicurezza informatica.

3.5.6.

Il CESE approva inoltre il sostegno dell’UE alle piccole e medie imprese che sviluppano soluzioni digitali per l’assistenza incentrata sulla persona e per i riscontri da parte dei pazienti. La cooperazione coinvolgerà ovviamente i poteri pubblici e le altre parti interessate impegnati a promuovere principi condivisi o reciprocamente riconosciuti per la convalida e la certificazione di soluzioni digitali da adottare nei sistemi sanitari (per esempio, mHealth — sanità mobile — e vita autonoma).

3.5.7.

Il CESE ritiene inoltre che le precedenti iniziative intese a rilasciare tessere sanitarie degli Stati membri debbano proseguire, riflettendo la trasformazione digitale della sanità e dell’assistenza nel mercato digitale. Data la natura sensibile dei dati medici che possono essere memorizzati in tali tessere sanitarie elettroniche, queste devono offrire una robusta tutela della vita privata.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  GU C 283 del 10.8.2018, pag. 28.

(2)  COM(2018) 233 final.

(3)  GU C 434 del 15.12.2017, pag. 1, GU C 13 del 15.1.2016, pag. 14 e GU C 458 del 19.12.2014, pag. 54.

(4)  GU C 434 del 15.12.2017, pag. 1.

(5)  GU C 173 del 31.5.2017, pag. 33.

(6)  GU C 13 del 15.1.2016, pag. 14.

(7)  GU C 283 del 10.8.2018, pag. 28.

(8)  World Economic Forum (Forum economico mondiale) — Global Information Technology Report 2014 (Relazione sulla tecnologia dell’informazione a livello mondiale).


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/66


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla a) «Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle azioni rappresentative a tutela degli interessi collettivi dei consumatori e che abroga la direttiva 2009/22/CE»

[COM(2018) 184 final — 2018/0089 (COD)]

e sulla

b) «Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 93/13/CEE del Consiglio del 5 aprile 1993, la direttiva 98/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e la direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio per una migliore applicazione e una modernizzazione delle norme dell’UE relative alla protezione dei consumatori»

[COM(2018) 185 final — 2018/0090 (COD)]

(2018/C 440/10)

Relatore:

Jarosław MULEWICZ

Correlatore:

Antonio LONGO

Consultazione

a)

Parlamento europeo, 2.5.2018

a)

Consiglio, 22.5.2018

b)

Parlamento europeo, 2.5.2018

b)

Consiglio, 22. 5.2018

Base giuridica

Articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

20.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

154/1/5

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE prende atto della proposta della Commissione europea concernente una migliore applicazione e una modernizzazione delle norme dell’UE relative alla protezione dei consumatori e diretta inoltre ad aggiornare le norme esistenti (affinché tengano conto delle nuove abitudini di consumo) e ad adattarle all’evoluzione del mercato unico digitale. Tuttavia, come già raccomandato nel parere del CESE sulla vulnerabilità dei consumatori rispetto alle pratiche commerciali (1), devono ancora essere affrontate le preoccupazioni legate all’insufficiente attuazione delle norme esistenti.

1.2.

Il CESE concorda con la Commissione europea sulla necessità di modernizzare e semplificare la politica dei consumatori dell’UE, e reputa che il nuovo pacchetto legislativo possa contribuire a colmare il divario creato dalla crescita esponenziale del commercio elettronico, che mina la fiducia dei consumatori e causa distorsioni del mercato unico.

1.3.

In generale, il Comitato considera che l’armonizzazione delle norme in materia di protezione dei consumatori non dovrebbe ridurre il livello di protezione dei consumatori negli Stati membri, pur contemperando tale tutela con la garanzia della certezza del diritto per gli operatori commerciali. Il CESE prende atto delle conclusioni di REFIT secondo cui le disposizioni in materia di protezione dei consumatori rispondono allo scopo, ma osserva altresì che un numero crescente di consumatori è oggetto di azioni di marketing aggressive e di pratiche commerciali ingannevoli.

1.4.

Il CESE appoggia la proposta di estendere l’ambito di applicazione dei diritti dei consumatori a tutti i servizi digitali «apparentemente gratuiti» per ottenere i quali gli utenti forniscono dati personali e non personali; e sostiene inoltre le misure volte a garantire una maggiore trasparenza e responsabilità per le piattaforme online.

1.5.

Per quanto riguarda il riesame della direttiva 2011/83/UE relativa alla protezione dei diritti dei consumatori, in seno al Comitato sono emerse due diverse preoccupazioni. Gli operatori commerciali sono a favore dell’aggiornamento, della semplificazione e dell’adeguamento delle informazioni precontrattuali, mentre i consumatori ritengono che ciò potrebbe ridurre il loro livello di protezione.

1.6.

Il CESE reputa che le disposizioni in materia di contenuti e servizi digitali e di vendite online dovrebbero essere rese conformi alla normativa in materia di mercato unico digitale.

1.7.

Il CESE reputa che il diritto di recesso sia un efficace strumento di protezione dei consumatori che non dovrebbe essere messo a repentaglio. Le opinioni dei membri del Comitato in merito alla proposta della Commissione sono differenti. Gli operatori commerciali, in particolare le PMI, hanno bisogno di maggiore certezza giuridica in materia di merci provate dall’acquirente più del necessario e in materia di rimborso anticipato. I consumatori, invece, sono contrari alle modifiche proposte e chiedono il mantenimento dello status quo. Il Comitato invita la Commissione a riesaminare questa importante disposizione in modo da realizzare un compromesso tra questi interessi contrapposti.

1.8.

Il CESE ritiene che le misure volte a proteggere i consumatori nei confronti di «prodotti a doppio standard qualitativo» siano giustificate e sostiene la proposta della Commissione di garantire una maggiore trasparenza,

1.9.

Il Comitato è favorevole all’impiego di meccanismi di risoluzione extragiudiziale delle controversie (REC) e di risoluzione online delle controversie (ROC), come la mediazione o l’arbitrato, il ricorso ai quali dovrebbe essere promosso a livello europeo e nazionale.

1.10.

Il CESE chiede alla Commissione di fare in modo che gli Stati membri applichino effettivamente le norme in materia di protezione dei consumatori e ne garantiscano il rispetto; di sostenere l’armonizzazione di tali norme; di promuovere la cooperazione transfrontaliera tra le autorità nazionali per il tramite del canale rappresentato dalla cooperazione per la protezione dei consumatori (CPC) e di lanciare una campagna di comunicazione per agevolare il rispetto della normativa in materia di protezione dei consumatori da parte delle piccole e medie imprese.

1.11.

Il CESE invita gli Stati membri a introdurre norme più severe per far rispettare la normativa in materia di protezione dei consumatori, per contrastare le infrazioni nazionali e transfrontaliere e per mantenere il livello attuale di protezione dei consumatori.

1.12.

Il CESE appoggia la proposta di introdurre criteri specifici per la determinazione delle sanzioni pecuniarie in quanto strumento efficace di protezione dei consumatori. È importante disporre di sanzioni realmente dissuasive per le imprese che violano le norme, sanzioni che corrispondano a una percentuale significativa del loro fatturato annuo e tengano conto delle infrazioni a livello di tutta l’UE.

1.13.

Il CESE prende atto della proposta di direttiva relativa alle azioni rappresentative a tutela degli interessi collettivi dei consumatori e che abroga la direttiva 2009/22/CE. In proposito, tuttavia, si rammarica che, nell’elaborare tale proposta legislativa, le raccomandazioni da esso formulate nel parere su un quadro europeo per i ricorsi collettivi (2) non siano state tenute in considerazione.

1.14.

A tutti i cittadini dell’UE dovrebbe essere garantito un accesso semplice e veloce alla giustizia. I consumatori dovrebbero poter ottenere un risarcimento in caso di un pregiudizio subito in conseguenza di violazioni del contratto. È quindi accolta con favore l’introduzione di un ampio sistema di ricorsi specificamente concepito per i danni collettivi. Tale sistema dovrebbe essere pragmatico ed efficiente sul piano dei costi, fornire le garanzie pertinenti e tener conto dei sistemi giudiziari nazionali esistenti.

1.15.

Il CESE dà atto degli sforzi compiuti dalla Commissione per individuare gli enti legittimati a intentare un ricorso collettivo, nel rispetto del principio di sussidiarietà e della legislazione nazionale.

1.16.

Inoltre, gli Stati membri dovrebbero sostenere la creazione di fondi per le spese di contenzioso degli enti legittimati. Nei casi in cui i danni siano di modesta entità e quando sia impossibile rintracciare tutte le persone che li hanno subiti, il CESE è d’accordo con la proposta della Commissione di destinare gli importi corrispondenti a obiettivi d’interesse pubblico. Tuttavia, il Comitato chiede che si chiarisca la natura di tali obiettivi (per esempio assistenza ai consumatori, programmi d’informazione ed educazione, fondi per le spese di contenzioso).

1.17.

Infine, un’importante salvaguardia che dovrebbe essere inclusa nella direttiva è costituita dalla possibilità di scegliere se partecipare («opt in») o non partecipare («opt out») a una procedura di ricorso collettivo. Infatti, in linea con le raccomandazioni già formulate nel suo parere in merito a un quadro europeo per il ricorso collettivo (3), il CESE reputa che i consumatori dovrebbero essere liberi di decidere se aderire o rinunciare a un’azione collettiva.

2.   Contesto e introduzione

2.1.

L’11 aprile 2018, la Commissione europea ha pubblicato un pacchetto legislativo su un «New Deal» per i consumatori, consistente in una proposta di direttiva che modifica la direttiva 93/13/CEE (4), la direttiva 98/6/CE (5), la direttiva 2005/29/CE (6) e la direttiva 2011/83/UE (7) per quanto riguarda una migliore applicazione e una modernizzazione delle norme dell’UE relative alla protezione dei consumatori e in una proposta di direttiva sulle azioni rappresentative a tutela degli interessi collettivi dei consumatori che abroga la direttiva 2009/22/CE.

Proposta di direttiva COM(2018) 185

2.2.

La proposta della Commissione COM (2018) 185 concernente una migliore applicazione e una modernizzazione delle norme dell’UE relative alla protezione dei consumatori mira a completare i meccanismi esistenti per tale protezione, per il contrasto alle infrazioni transfrontaliere e in materia di commercio elettronico, nonché a ridurre l’onere che grava sugli operatori commerciali. La proposta segue le conclusioni del controllo di adeguatezza condotto nell’ambito del programma REFIT in materia di diritti dei consumatori e di marketing (8) come anche quelle della valutazione della direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori.

2.3.

In particolare, la proposta di direttiva in esame prevede:

2.3.1.

l’introduzione di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive in modo coordinato per infrazioni sia a livello nazionale che a livello transfrontaliero;

2.3.2.

una maggiore trasparenza nel mercato unico digitale, con obblighi in materia di trasparenza per le piattaforme online;

2.3.3.

l’estensione della protezione dei consumatori nell’ambito dei servizi digitali, in particolare quelli in cui i consumatori non pagano, ma forniscono dati personali e non personali che hanno un valore economico e che pertanto non possono essere considerati «gratuiti»;

2.3.4.

la riduzione degli oneri per le imprese, consentendo ai professionisti di impiegare nuovi mezzi di comunicazione online, come moduli online oppure chat in alternativa alla posta elettronica (e-mail);

2.3.5.

la revisione di taluni aspetti relativi al diritto di recesso. In particolare, si consente all’operatore di rimborsare il consumatore solo dopo aver ispezionato le merci ed essersi accertato che il consumatore non abbia «utilizzato» le merci, anziché essersi limitato a provarle;

2.3.6.

la possibilità per gli Stati membri di limitare le pratiche aggressive e ingannevoli indesiderate nell’ambito di vendite porta a porta, presso il domicilio del consumatore o in occasione di escursioni promozionali;

2.3.7.

disposizioni esplicite riguardo ai casi di «doppio standard qualitativo» dei prodotti e a tutte le azioni di marketing a ciò collegate, comprese le pratiche commerciali ingannevoli, particolarmente diffuse nel settore agroalimentare.

Proposta di direttiva relativa alle azioni rappresentative

2.4.

La proposta della Commissione COM (2018) 184 sulle azioni rappresentative a tutela degli interessi collettivi dei consumatori getta le basi per un meccanismo europeo di ricorso collettivo contro le diffuse violazioni del diritto in materia di protezione dei consumatori. Questo strumento, finora disponibile in alcuni Stati membri dell’UE, dovrebbe ormai essere esteso a tutti. Tuttavia, si dovrebbe applicare il principio di sussidiarietà, permettendo agli Stati membri di precisare questo nuovo regime a livello nazionale mantenendo al contempo i sistemi già esistenti.

2.5.

Solo gli enti legittimati a livello nazionale dovrebbero poter agire per conto dei consumatori e sarebbero tenuti a rispettare alcuni requisiti minimi introdotti dalla Commissione europea.

2.6.

Il meccanismo di risarcimento è collegato a una decisione d’ingiunzione. Gli enti legittimati dovrebbero poter avviare una causa di ricorso collettivo solo dopo che un tribunale o un’autorità amministrativa abbia accertato una violazione dei diritti dei consumatori. La direttiva si applica alle violazioni commesse a livello nazionale e dell’UE, consentendo ricorsi collettivi transfrontalieri per i consumatori.

2.7.

In termini di risarcimento per il danno subito dai consumatori, la proposta opera una distinzione tra piccoli importi, nel qual caso il risarcimento è destinato a un obiettivo di interesse pubblico, e importi ingenti, nel qual caso i consumatori sono risarciti direttamente.

3.   Osservazioni generali sulla proposta di direttiva COM(2018) 185

3.1.

Il CESE prende atto della proposta della Commissione europea concernente una migliore applicazione e una modernizzazione delle norme dell’UE relative alla protezione dei consumatori e diretta ad aggiornare le norme esistenti (affinché tengano conto delle nuove abitudini di consumo) e ad adattarle all’evoluzione del mercato unico digitale. Tuttavia, come già raccomandato nel parere del CESE sulla vulnerabilità dei consumatori rispetto alle pratiche commerciali (9), devono ancora essere affrontate le preoccupazioni legate all’insufficiente attuazione delle norme esistenti.

3.2.

Il CESE rimanda qui a due sue relazioni informative (quella sul diritto europeo dei consumatori e del marketing (10), nella quale valuta i modi in cui le organizzazioni della società civile di tutta l’UE percepiscono l’attuazione di tale diritto, e quella riguardante la direttiva sui diritti dei consumatori (11), nella quale valuta l’attuazione di tale atto normativo) basate su tre diversi strumenti di raccolta di dati: un questionario, un’audizione di esperti e nove missioni conoscitive svolte rispettivamente a Riga, Roma, Varsavia, Madrid, Parigi, Atene, Vilnius, Lisbona e Bruxelles.

3.3.

Il CESE osserva che la proposta della Commissione tiene conto delle suddette relazioni informative, chiedendo di intensificare gli sforzi in materia di sensibilizzazione, formazione e coordinamento in relazione alla politica di protezione dei consumatori, alla regolamentazione delle piattaforme online e all’economia digitale; ma osserva altresì che, in tale proposta, le preoccupazioni espresse dal CESE riguardo alla politica di protezione dei consumatori (ovvero la necessità di finanziare campagne di sensibilizzazione, incoraggiare la formazione lungo tutto l’arco della vita, sostenere le PMI, rendere meglio comprensibili le informazioni giuridiche fornite ai consumatori e promuovere i sistemi di REC, l’autoregolamentazione e i codici di condotta) non sono prese nella dovuta considerazione.

3.4.

Il CESE riconosce che i consumatori possono trovarsi in situazioni nelle quali sono indotti in errore o spinti in modo aggressivo a concludere contratti. Problemi specifici sono stati segnalati in relazione a call center che vendono contratti di fornitura energetica, servizi di telecomunicazione o erogazione idrica che traggono in inganno i consumatori. Analogamente, sono state segnalate tecniche commerciali simili, ossia particolarmente pressanti, attuate nel corso di escursioni organizzate per vendere prodotti a determinate categorie di consumatori vulnerabili. In tali situazioni il consumatore dovrebbe avere il diritto di recedere dal contratto di compravendita e/o di essere risarcito per il danno subito.

3.5.

Il CESE reputa che, come ha già raccomandato nel suo parere sulla vulnerabilità dei consumatori rispetto alle pratiche commerciali, ai consumatori debbano essere offerte soluzioni individuali come il rimborso del prezzo, la sostituzione del bene o la risoluzione del contratto di compravendita. I rimedi, inoltre, dovrebbero essere adeguati alla situazione di ciascun consumatore, in modo da consentirgli di optare per soluzioni su misura.

3.6.

Il CESE ritiene altresì che occorra evitare di ridurre il grado di armonizzazione raggiunto dalla legislazione dell’UE in materia di protezione dei consumatori. Compiere un passo indietro in tal senso non significa creare condizioni uniformi nell’Unione europea e non sarà vantaggioso né per i consumatori né per gli operatori commerciali;

3.7.

Il CESE, sottolineando che le strategie di vendita aggressive e ingannevoli sono già oggi vietate dalla direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali, che in materia ha introdotto una piena armonizzazione, esorta la Commissione europea a garantire un’applicazione più rigorosa delle norme esistenti da parte degli Stati membri.

3.8.

In merito alla proposta della Commissione di limitare alcuni metodi di distribuzione, i membri del CESE manifestano opinioni divergenti. I rappresentanti degli operatori commerciali ritengono che tali misure non dovrebbero essere limitate alle vendite a domicilio, stigmatizzando così un intero settore economico, ma dovrebbero invece prendere di mira tutte le pratiche aggressive; i rappresentanti dei consumatori sono a favore della possibilità data agli Stati membri di limitare taluni metodi di vendita per categorie specifiche di prodotti (armi, medicinali e altri prodotti farmaceutici ecc.) per ragioni di salute e sicurezza.

3.9.

A tale riguardo, la cooperazione tra le autorità che, nei singoli Stati membri, sono preposte alla protezione dei consumatori nel quadro del regolamento sulla CPC è cruciale per contrastare in modo efficiente le pratiche abusive senza penalizzare gli operatori che agiscono in modo conforme alle norme. I consumatori dovrebbero avere accesso a informazioni sugli operatori commerciali, e dovrebbero essere promosse campagne di sensibilizzazione a livello nazionale e dell’UE.

3.10.

Per quanto concerne il riesame della direttiva 2011/83/UE relativa alla protezione dei diritti dei consumatori, in seno al Comitato sono emerse due diverse posizioni e preoccupazioni. Gli operatori commerciali sono a favore dell’aggiornamento, della semplificazione e dell’adeguamento delle informazioni precontrattuali, mentre i consumatori ritengono che ciò potrebbe ridurre il livello di protezione loro accordato. Il Comitato è a favore di un approccio che contemperi la protezione dei consumatori con la certezza del diritto per gli operatori commerciali. Il CESE reputa che le disposizioni in materia di contenuti e servizi digitali e di vendite online dovrebbero essere rese conformi alla normativa in materia di mercato unico digitale.

3.11.

Per quanto concerne le piattaforme online, la trasparenza riguardo alla loro identificazione e alla loro responsabilità dovrebbe essere l’elemento preminente. Il CESE ritiene essenziale che, al momento di stipulare un contratto, il consumatore riceva tutte le informazioni pertinenti sulla sua controparte. Inoltre, la trasparenza delle piattaforme online è un fattore cruciale per lo sviluppo del mercato unico digitale, sia per i consumatori che per le imprese (operazioni B2B) (12).

3.12.

Oltre a ciò, il CESE appoggia anche la proposta di estendere l’ambito di applicazione dei diritti dei consumatori a tutti i servizi digitali «gratuiti» per ottenere i quali gli utenti forniscono dati personali e non personali. Poiché tali dati hanno un valore commerciale, sarebbe iniquo nei confronti dei consumatori considerare tali servizi «gratuiti» e non fornire ai consumatori stessi la protezione pertinente. Il pacchetto di misure proposto dalla Commissione europea permette di riequilibrare, almeno in parte, il rapporto tra i principali attori globali delle piattaforme online e i singoli utenti.

3.13.

Il CESE è favorevole all’introduzione di moderni meccanismi di scambio di informazioni tra gli operatori e i consumatori (per esempio chatbot, moduli online). Il Comitato reputa che tali meccanismi dovrebbero semplificare il dialogo tra le parti, purché siano previste adeguate salvaguardie per i consumatori, come la possibilità di tracciare lo scambio di informazioni, di ottenere ulteriori informazioni e presentare reclami. In particolare, dovrebbe essere possibile utilizzare forme tradizionali di contatto (call center, per esempio).

3.14.

Il CESE condivide l’idea del diritto di recesso e ne riconosce l’importanza in quanto strumento efficace per la protezione dei consumatori — uno strumento che non dovrebbe essere messo a repentaglio. La proposta della Commissione rischia di limitare i diritti dei consumatori senza fornire prove adeguate di un abuso sistematico e diffuso di tali diritti. D’altro canto, gli operatori commerciali, e in particolare le PMI, hanno bisogno di maggiore certezza giuridica in materia di merci provate dall’acquirente più del necessario e in materia di rimborso anticipato. Il Comitato invita la Commissione a riesaminare questa importante disposizione per raggiungere un compromesso equilibrato.

3.15.

Il CESE accoglie con favore i chiarimenti apportati riguardo ai prodotti «a doppio standard qualitativo»; sembra infatti che alcuni prodotti, in particolare alimentari, siano etichettati in modo identico anche se la loro composizione è diversa, con il rischio di ingannare i consumatori. Se si vuole garantire la trasparenza, allora occorre vietare qualsiasi descrizione o etichettatura ingannevole dei prodotti.

3.16.

Il CESE appoggia la proposta di introdurre criteri specifici per la determinazione delle sanzioni pecuniarie in quanto strumento efficace di protezione dei consumatori. Come rilevato dal gruppo consultivo europeo dei consumatori, è importante disporre di sanzioni dissuasive, tali da corrispondere a una percentuale significativa del fatturato annuo delle imprese che violano le norme e da tener conto della dimensione europea dell’infrazione. La Commissione dovrebbe esaminare la possibilità di allineare la proposta alle disposizioni del regolamento generale sulla protezione dei dati.

3.17.

Il CESE è favorevole anche all’impiego di meccanismi di REC e di ROC (13), come la mediazione o l’arbitrato, il ricorso ai quali dovrebbe essere promosso a livello nazionale. La composizione amichevole delle controversie può essere un’opzione da considerare prima del ricorso al giudice; laddove pertinente, essa dovrebbe anzi essere sostenuta. Il ricorso agli organi giudiziari dovrebbe rimanere un’opzione di ultima istanza. La proposta della Commissione europea dovrebbe dare maggior spazio a queste possibilità alternative di risoluzione delle controversie in materia di protezione dei consumatori.

3.18.

In generale, secondo il CESE la sostenibilità e la qualità dovrebbero essere al centro della catena di approvvigionamento, in modo da assicurare la protezione dei consumatori durante l’intero ciclo di vita dei prodotti.

4.   Osservazioni specifiche sulle azioni collettive nell’UE

4.1.

Il CESE prende atto della proposta di direttiva relativa alle azioni rappresentative a tutela degli interessi collettivi dei consumatori e che abroga la direttiva 2009/22/CE (14). Tuttavia, si rammarica che, nell’elaborare tale proposta legislativa, nessuna delle raccomandazioni da esso formulate nei diversi pareri dedicati a un quadro europeo per i ricorsi collettivi (15) sia stata presa in considerazione.

4.2.

Le valutazioni di adeguatezza REFIT hanno dimostrato che il rischio di violazioni del diritto dell’UE che colpiscono gli interessi collettivi dei consumatori è in aumento, in conseguenza della globalizzazione dell’economia e della digitalizzazione. Inoltre, un certo numero di Stati membri non prevede meccanismi di ricorso collettivo di natura risarcitoria efficaci, adeguati alle situazioni di danno collettivo, e non ha attuato le garanzie suggerite dalla raccomandazione della Commissione del 2013 in materia di ricorso collettivo (16).

4.3.

A tutti i cittadini dell’UE dovrebbe essere garantito un accesso semplice e veloce alla giustizia. I consumatori dovrebbero poter ottenere un risarcimento in caso di un danno subito in conseguenza di violazioni del contratto. Lo stesso vale, tuttavia, anche per gli operatori commerciali, i quali non dovrebbero essere il bersaglio di azioni legali abusive. Le azioni collettive sono uno strumento giudiziale, un diritto procedurale fondamentale volto a permettere la tutela giurisdizionale degli interessi diffusi, collettivi o individuali omogenei ai sensi dell’articolo 81 del TFUE che dovrebbe essere neutrale e non circoscritto ai consumatori (bensì esteso alla tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori e delle PMI, agli ambiti dell’energia, dell’economia collaborativa, dell’economia circolare e delle piattaforme, alla tutela di tutti i diritti digitali ecc.).

4.4.

È quindi accolta con favore l’introduzione di un ampio sistema di ricorsi specificamente concepito per i danni collettivi. Tale sistema dovrebbe essere pragmatico ed efficiente sul piano dei costi, fornire le garanzie pertinenti e tener conto dei sistemi giudiziari nazionali esistenti (ad esempio quello norvegese o quello danese). La direttiva UE dovrebbe definire gli orientamenti di massima per un’azione collettiva organizzata, precisando con chiarezza quali aspetti dovrebbero essere disciplinati da un atto normativo europeo e quali dovrebbero essere lasciati alla disciplina degli Stati membri, conformemente al principio di sussidiarietà; far sì che il nuovo sistema contribuisca a un’amministrazione della giustizia più efficiente, rapida, economicamente accessibile ed equa; creare le condizioni per una riparazione effettiva e integrale dei danni subiti e prevedere una copertura finanziaria adeguata a garantire la sostenibilità del sistema. L’attuale proposta della Commissione non risponde a questi obiettivi.

4.5.

Il CESE riconosce gli sforzi compiuti della Commissione per individuare gli enti legittimati a intentare un ricorso collettivo, nel rispetto del principio di sussidiarietà e della legislazione nazionale. Tuttavia, reputa che occorrerebbe anche indicare con chiarezza che il luogo di stabilimento dell’ente legittimato determina il foro competente e la legge applicabile. Inoltre, reputa che la Commissione dovrebbe specificare meglio tutta una serie di aspetti: il ruolo attribuito al giudice nel valutare la fondatezza della pretesa fatta valere in giudizio, l’onere della prova e la produzione di elementi probatori, l’efficacia soggettiva (inter partes o erga omnes) del giudicato e il regime delle impugnazioni.

4.6.

Per tutte le spese legali derivanti dai ricorsi collettivi dovrebbe essere previsto un sostegno, conformemente ai sistemi nazionali di assistenza giudiziaria.

4.7.

Le associazioni dei consumatori o le organizzazioni della società civile dovrebbero poter ricevere un sostegno finanziario e un’assistenza legale adeguati per intentare i ricorsi. fondi specifici dovrebbero aiutare gli enti legittimati a remunerare consulenti legali. Gli Stati membri dovrebbero sostenere la creazione di fondi per le spese di contenzioso degli enti legittimati.

4.8.

Per quanto concerne il risarcimento, la normativa proposta non fornisce una risposta esauriente all’esigenza che i consumatori ottengano un risarcimento effettivo per il danno subito. La proposta dovrebbe fare esplicito riferimento alla necessità di risarcire interamente la perdita subita dai consumatori, quale che sia il pregiudizio loro arrecato.

4.9.

Il CESE è preoccupato per la tutela dei diritti degli imprenditori, compresa la salvaguardia dei segreti aziendali. Senza che ciò comprometta la protezione dei consumatori che hanno subito un danno, il CESE accoglierebbe con favore l’introduzione di meccanismi che confermino la garanzia della riservatezza delle informazioni fornite, non solo nella fase del procedimento ma anche in quella delle decisioni finali.

4.10.

Analogamente, gli operatori commerciali dovrebbero accettare la possibilità di composizione delle controversie in tempi brevi, anche attraverso i suddetti meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie.

4.11.

Il CESE invita la Commissione a inserire nella proposta relativa al ricorso collettivo una raccomandazione agli Stati membri a utilizzare le innovazioni tecnologiche, come fanno già adesso gli organi di REC e di ROC, in particolare per raccogliere le partecipazioni a un’azione collettiva. Tale misura dovrebbe consentire di realizzare risparmi significativi ai promotori delle azioni collettive e alle associazioni di consumatori che decidono di aderirvi. La Commissione dovrebbe inoltre incoraggiare la condivisione delle buone pratiche, con un’attenzione specifica per la raccolta dei dati concernenti tutti i casi che formano oggetto di un’azione collettiva.

4.12.

In linea con le raccomandazioni già formulate nel suo parere in merito a un quadro europeo per il ricorso collettivo (17), il CESE reputa che i consumatori dovrebbero essere liberi di decidere se desiderino partecipare o rinunciare a partecipare ad un’azione collettiva. In particolare, il CESE ritiene che una clausola di partecipazione (opt-in) sarebbe opportuna per i casi che comportino un numero limitato di danneggiati che hanno sofferto un pregiudizio considerevole, mentre una clausola di non partecipazione (opt-out) sarebbe più appropriata per i casi che coinvolgano un gran numero di danneggiati che hanno subito una perdita limitata.

Bruxelles, 20 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  GU C 12, pag. 15.1.2015, pag. 1.

(2)  GU C 170 del 5.6.2014, pag. 68.

(3)  GU C 170 del 5.6.2014, pag. 68.

(4)  Direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori (GU L 95 del 21.4.1993, pag. 29).

(5)  Direttiva 98/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 1998, relativa alla protezione dei consumatori in materia di indicazione dei prezzi dei prodotti offerti ai consumatori (GU L 80 del 18.3.1998, pag. 27).

(6)  Direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio (GU L 149 dell'11.6.2005, pag. 22).

(7)  Direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2011, sui diritti dei consumatori, recante modifica della direttiva 93/13/CEE del Consiglio e della direttiva 1999/44/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga la direttiva 85/577/CEE del Consiglio e la direttiva 97/7/CE del Parlamento europeo e del Consiglio (GU L 304 del 22.11.2011, pag. 64).

(8)  SWD(2017) 208 final (sintesi) e SWD(2017) 209 final (relazione), pubblicate il 23.5.2017.

(9)  GU C 12, pag. 15.1.2015, pag. 1.

(10)  Relazione informativa del CESE presentata alla sessione plenaria del 14.12.2016 (INT/796).

(11)  Relazione informativa del CESE presentata alla sessione plenaria del 14.12.2016 (INT/795).

(12)  Parere CESE TEN/662 — Equità e trasparenza per gli utenti dei servizi di intermediazione online e dei motori di ricerca (Cfr. pag. 177 della presente Gazzetta ufficiale).

(13)  Direttiva 2013/11/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013, sulla risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, che modifica il regolamento (CE) n. 2006/2004 e la direttiva 2009/22/CE (Direttiva sull’ADR per i consumatori) (GU L 165 del 18.6.2013, pag. 63).

(14)  Direttiva 2009/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2009, relativa a provvedimenti inibitori a tutela degli interessi dei consumatori (GU L 110, 1.5.2009, p. 30).

(15)  GU C 170, pag. 5.6.2014, pag. 68.

(16)  Raccomandazione 2013/396/UE della Commissione, dell’11 giugno 2013, relativa a principi comuni per i meccanismi di ricorso collettivo di natura inibitoria e risarcitoria negli Stati membri (GU L 201 del 26.7.2013, pag. 60).

(17)  GU C 170 del 5.6.2014, pag. 68.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/73


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla «Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Una nuova agenda europea per la ricerca e l’innovazione — l’opportunità dell’Europa di plasmare il proprio futuro»

(Contributo della Commissione europea alla riunione informale sull’innovazione dei leader dell’UE, tenutasi a Sofia il 16 maggio 2018)

[COM(2018) 306 final]

(2018/C 440/11)

Relatore:

Ulrich SAMM

Correlatore:

Stefano PALMIERI

Consultazione

Commissione europea, 18.6.2018

Base giuridica

Articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

 

 

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

196/1/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE accoglie con favore il fatto che, anche nel contesto del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, la Commissione abbia chiarito che la ricerca e l’innovazione devono continuare ad essere una priorità fondamentale dell’UE.

1.2.

Il CESE è favorevole all’idea che l’innovazione dovrebbe avere un peso maggiore e ricorda la sua richiesta di impostare la futura politica di finanziamento su un sostegno equilibrato all’intera catena di ricerca e innovazione, dalla ricerca di base alla ricerca orientata al prodotto. L’innovazione è fondamentale per la crescita economica e i nuovi strumenti recheranno benefici in particolare alle PMI. Il CESE sottolinea ancora una volta l’importanza degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo quale fattore chiave per generare e mantenere effetti indotti positivi sulle economie degli Stati membri.

1.3.

Inoltre, il CESE concorda con l’obiettivo di semplificare ulteriormente le norme sugli aiuti di Stato per agevolare la combinazione di diversi fondi, approccio che può essere determinante per superare le grandi disparità tra Stati membri e tra regioni in termini di numero di progetti di ricerca e innovazione che producono risultati positivi.

1.4.

Orizzonte Europa deve investire in settori in cui esiste un particolare valore aggiunto europeo. I progetti di ricerca collaborativa dovrebbero avere la priorità, dal momento che soddisfano tale condizione in un modo che non ha praticamente eguali in nessun altro programma.

1.5.

Il CESE è convinto che molte grandi sfide a livello della società possano essere risolte solo a livello europeo e necessitino di sforzi concertati di vari attori, che vanno al di là della portata di singoli progetti di ricerca collaborativa. Per questo motivo è favorevole all’idea delle missioni.

1.6.

Sostenere la mobilità dei ricercatori attraverso le azioni Marie Skłodowska-Curie (MSCA) è un altro elemento fondamentale per rafforzare ulteriormente lo Spazio europeo della ricerca, mentre le politiche dell’UE e quelle nazionali devono essere volte a creare condizioni di lavoro adeguate e attraenti per i professionisti al fine di evitare il fenomeno della fuga dei cervelli, che non giova all’obiettivo di un contesto coerente nell’UE.

1.7.

Il CESE ritiene che sia necessario aumentare il volume degli investimenti dell’UE per permettere ai lavoratori europei di tenersi aggiornati sugli sviluppi nelle professioni digitali e conseguire le qualifiche necessarie.

1.8.

Il CESE reputa, inoltre, che occorra sostenere più efficacemente le iniziative volte ad aiutare le PMI a valorizzare e mettere a frutto i risultati della ricerca e dell’innovazione.

2.   Introduzione

2.1.

Alla riunione informale dei leader dell’UE sull’innovazione tenutasi a Sofia il 16 maggio 2018, la Commissione europea ha invitato i presenti a discutere e a fornire un orientamento strategico in vista del prossimo quadro finanziario pluriennale, in generale, e delle priorità da dare alla ricerca e all’innovazione, in particolare. A tal fine, la Commissione europea ha proposto nuove iniziative e priorità nella sua comunicazione (1).

2.2.

La presente proposta serve anche come primo passo verso la definizione del prossimo programma quadro (9o PQ o Orizzonte Europa) che è diretto a dare continuità ai risultati positivi del programma Orizzonte 2020 e a migliorarli (2).

2.3.

Allo stesso modo, sono proposte attività per sostenere l’innovazione e promuovere la leadership a livello dell’industria sulla scia della nuova strategia di politica industriale dell’UE (3).

3.   Sintesi della proposta

3.1.

La proposta della Commissione europea è volta a fare in modo che la ricerca e l’innovazione continuino a figurare in futuro tra le politiche fondamentali e tra le priorità di finanziamento dell’UE, in tutti i diversi strumenti di bilancio. Si pone maggiormente l’accento sull’innovazione, al fine di rendere l’Europa leader nell’innovazione creatrice di nuovi mercati.

3.2.

La Commissione propone di aumentare gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, stanziando circa 100 miliardi di EUR per il futuro programma Orizzonte Europa e per il programma Euratom di ricerca e formazione (4).

3.3.

Allo stesso modo, la Commissione ha proposto di mobilitare circa 11 miliardi di EUR per gli strumenti basati sul mercato, compresi gli strumenti finanziari e le garanzie di bilancio in un’apposita sezione nell’ambito del Fondo InvestEU, che a sua volta mobiliterà 200 miliardi di EUR di investimenti privati a sostegno della ricerca e dell’innovazione.

3.4.

Gli Stati membri sono invitati ad adottare le misure necessarie per aumentare la loro spesa in ricerca e innovazione per raggiungere l’obiettivo del 3 % del PIL.

3.5.

Si propone di avviare una prima serie di missioni di ricerca e innovazione a livello dell’UE con obiettivi audaci, ambiziosi e dal forte valore aggiunto europeo. Le missioni incoraggeranno gli investimenti, la partecipazione in molteplici settori lungo la rispettiva catena di valore e le politiche (ad esempio in materia di energia e clima, trasporti, tecnologie produttive avanzate, salute e nutrizione, digitale) in varie discipline scientifiche (comprese le scienze sociali e umanistiche).

3.6.

Si propone di applicare il principio di innovazione tutte le volte che si procede a un riesame della politica e della legislazione dell’UE e dei quadri normativi nazionali, e ciò per garantire una valutazione completa dell’impatto sull’innovazione.

3.7.

La Commissione propone di creare un Consiglio europeo per l’innovazione per individuare e potenziare l’innovazione rivoluzionaria e dirompente, concentrando l’attenzione sulle innovazioni in rapida evoluzione, ad alto rischio, che hanno un forte potenziale in termini di creazione di mercati interamente nuovi.

3.8.

Formula proposte di misure per aumentare gli investimenti privati nella ricerca e nell’innovazione e per potenziare le iniziative relative a:

l’attuazione di un programma paneuropeo di fondi di fondi di capitali di rischio (VentureEU);

la prioritarizzazione del recepimento della direttiva (5) riguardante i quadri di ristrutturazione preventiva, la seconda opportunità e misure volte ad aumentare l’efficacia delle procedure di ristrutturazione, insolvenza e liberazione dai debiti.

3.9.

La Commissione propone di semplificare ulteriormente le norme sugli aiuti di Stato per facilitare la combinazione di fondi diversi e migliorare l’uso di standard di valutazione comuni per progetti di ricerca e innovazione.

3.10.

Propugna un sistema fiscale (6) che sostenga l’innovazione, permetta di dedurre fiscalmente i costi degli investimenti in ricerca e innovazione e preveda agevolazioni supplementari per le giovani imprese.

3.11.

Propone poi l’introduzione di un marchio di «Scienza aperta» per le università e gli istituti pubblici di ricerca allo scopo di metterli in grado di diventare più imprenditoriali e interdisciplinari.

4.   Osservazioni generali

4.1.

Il CESE accoglie con favore il fatto che, anche nel contesto del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, la Commissione abbia chiarito che la ricerca e l’innovazione devono continuare ad essere una priorità fondamentale dell’UE. Un programma forte ed efficace che riunisca eccellenza, infrastrutture di ricerca comuni, collaborazione transfrontaliera e sinergie tra il mondo accademico, l’industria, le PMI e gli organismi di ricerca è uno strumento d’intervento fondamentale per conseguire una crescita sostenibile e la competitività dell’economia europea e per raccogliere le grandi sfide che la società europea si trova di fronte.

4.2.

Il CESE è favorevole all’idea che l’innovazione dovrebbe avere un peso maggiore e ricorda la sua richiesta di impostare la futura politica di finanziamento su un sostegno equilibrato all’intera catena di ricerca e innovazione, dalla ricerca di base alla ricerca orientata al prodotto (7). L’innovazione è fondamentale per la crescita economica e i nuovi strumenti recheranno beneficio in particolare alle PMI. Il CESE sottolinea ancora una volta l’importanza degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo quale fattore chiave per generare e mantenere effetti indotti positivi sulle economie degli Stati membri.

4.3.

Per quanto riguarda le elevate aspettative in merito all’impatto di Orizzonte Europa e il suo ruolo nel garantire la competitività europea, il CESE raccomanda lo stanziamento di 120 miliardi di EUR, come proposto dal Parlamento europeo. Le istituzioni europee devono dimostrare di aver colto l’enorme importanza della ricerca e dell’innovazione per la competitività futura dell’UE.

4.4.

Il CESE ritiene che sia necessario aumentare il volume degli investimenti dell’UE per permettere ai lavoratori europei di tenersi aggiornati sugli sviluppi nelle professioni digitali e conseguire le qualifiche necessarie. Inoltre, il CESE reputa che occorra sostenere più efficacemente le iniziative volte ad aiutare le PMI a valorizzare e mettere a frutto i risultati della ricerca e dell’innovazione.

5.   Osservazioni particolari

5.1.   Ricerca lungo l’intera catena di valore

5.1.1.

I fondi strutturali e di investimento europei dovrebbero essere utilizzati per portare le regioni nell’economia dell’innovazione. Andrebbero create sinergie con il programma Orizzonte Europa, il Fondo InvestEU, il Fondo sociale europeo, il programma Erasmus+, il programma Europa digitale, la politica agricola comune e altri programmi.

5.1.2.

L’UE è la regione del mondo più aperta alla ricerca e all’innovazione. Non solo apre i suoi progetti a organizzazioni di ricerca di tutto il mondo, ma porta avanti un’estesa collaborazione con partner internazionali su programmi comuni. Orizzonte Europa deve investire in settori in cui esiste un particolare valore aggiunto europeo. È opportuno dare precedenza ai progetti di ricerca collaborativa (8), in quanto essi soddisfano tale requisito in un modo che non ha praticamente eguali in nessun altro programma: questi progetti riuniscono i migliori scienziati, oltre alle PMI e alle parti interessate dell’industria più innovative a livello europeo, al fine di realizzare progressi nella gestione di problemi che investono l’intera società e che non possono essere risolti a livello nazionale. Combinando le abilità e le competenze nelle diverse discipline di tutti i partecipanti, i progetti di ricerca collaborativa apportano benefici di grande valore per i cittadini europei.

5.1.3.

Il CESE è convinto che molte grandi sfide che interessano la società possano essere risolte solo a livello europeo e necessitino di sforzi concertati di vari attori, che vadano al di là della portata di singoli progetti di ricerca collaborativa. Per questo motivo sostiene l’idea delle missioni. Il CESE riconosce che obiettivi comuni ambiziosi hanno il potenziale di stimolare e creare una dinamica positiva, vale a dire la volontà di agire, nelle diverse comunità, e la popolazione in generale. Le missioni dovrebbero offrire una prospettiva di finanziamento a lungo termine per l’intero periodo coperto dal programma Orizzonte Europa. È essenziale che le missioni siano innanzitutto concepite come lavori di ricerca su vasta scala, anche se nei loro sottoprogetti coinvolgono varie parti interessate. Per realizzare i loro ambiziosi obiettivi, le missioni devono abbracciare l’intera catena dell’innovazione e comprendere attività di ricerca a tutti i livelli di maturità tecnologica. Il CESE esorta a non limitarsi a magnificare l’idea delle missioni, ma a dotare questi strumenti dei finanziamenti adeguati necessari a realizzare gli obiettivi che essi perseguono, e che dovrebbero essere raggiungibili e tangibili.

5.1.4.

Uno dei punti di forza dei programmi quadro di ricerca europei risiede nel loro impegno concreto su scala UE a promuovere uno Spazio europeo della ricerca che sia aperto a tutti gli Stati membri. Questa apertura potrebbe essere sostenuta rafforzando le sinergie tra il prossimo programma quadro e i fondi strutturali. Colmare più efficacemente il divario tra le regioni è una delle principali sfide politiche degli anni a venire, e lo sviluppo di partenariati efficaci tra gli istituti di ricerca può essere fondamentale in questo senso.

5.1.5.

Uno strumento importante in tale contesto è rappresentato dalle iniziative faro TEF (Tecnologie emergenti e future). Esse sono caratterizzate da una forte attenzione allo sviluppo di tecnologie innovative, un’attenzione che rappresenta un punto di forza unico. L’Europa deve poter permettersi di realizzare progetti su larga scala e a lungo termine, che possono comportare un determinato livello di incertezza ma che sono tanto innovativi quanto lungimiranti. Le iniziative faro TEF dovrebbero pertanto essere ben distinte dalle missioni. È essenziale che le future iniziative faro TEF siano avviate come previsto e continuino a essere finanziate in via prioritaria.

5.1.6.

Rendere le infrastrutture di ricerca accessibili in tutta l’UE e oltre è uno dei successi dei programmi quadro. Le infrastrutture di ricerca di altissimo livello attraggono senza dubbio gli scienziati migliori, e molto spesso è soltanto il fatto di poter accedere a una certa infrastruttura di ricerca che consente di raggiungere risultati innovativi. È quindi urgente incrementare a livello europeo i finanziamenti per le infrastrutture di ricerca e non ridurre la loro quota nel bilancio come la Commissione europea ha previsto nella sua proposta. Garantire l’accesso agli utenti dei paesi dell’UE-13 dovrebbe essere una preoccupazione prioritaria.

5.1.7.

Sostenere la mobilità dei ricercatori attraverso le azioni Marie Skłodowska-Curie (MSCA) è un altro elemento fondamentale per rafforzare ulteriormente lo Spazio europeo della ricerca e generare un impatto non ottenibile a livello nazionale. Il CESE accoglie con favore qualsiasi iniziativa volta a sostenere la mobilità dei ricercatori che lavorano nelle PMI. È tuttavia preoccupato per il fenomeno della fuga dei cervelli, che i finanziamenti a favore della mobilità potrebbero addirittura accentuare, e chiede pertanto che le politiche dell’UE e quelle nazionali siano volte a creare condizioni di lavoro adeguate e attraenti per i professionisti al fine di evitare tale tendenza, che non giova all’obiettivo di un contesto coerente nell’UE.

5.1.8.

Va rilevato che in molti Stati membri i soggetti direttamente interessati degli enti accademici finanziati con denaro pubblico non sono autorizzati a contrarre prestiti. Orizzonte Europa dovrebbe pertanto continuare a funzionare concentrandosi in primo luogo sul cofinanziamento, e non sui prestiti.

5.1.9.

Il CESE si unisce all’appello rivolto agli Stati membri affinché adottino le misure necessarie per aumentare la loro spesa in ricerca e innovazione fino a raggiungere l’obiettivo del 3 % del PIL.

5.2.   Ricerca e innovazione per dischiudere nuovi mercati e per rafforzare la coesione in Europa

5.2.1.

Come sottolineato nella 7a relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale, le attività di ricerca e innovazione nell’UE restano fortemente concentrate in un numero limitato di regioni. Negli Stati membri nordoccidentali, la qualità dei collegamenti interregionali, una forza lavoro altamente qualificata e un contesto imprenditoriale attrattivo hanno consentito di capitalizzare la ricerca e l’innovazione facendone fattori tangibili a sostegno della competitività economica e della coesione sociale. Negli Stati membri meridionali e orientali i risultati in termini di innovazione sono scarsi e le regioni vicine ai centri di innovazione, che sono prevalentemente le capitali, non traggono vantaggio da tale prossimità. Questa situazione richiede politiche che colleghino imprese, centri di ricerca e servizi specializzati alle imprese presenti nelle varie regioni. Il CESE ritiene che per realizzare questo obiettivo sia fondamentale semplificare ulteriormente le norme in materia di aiuti di Stato al fine di agevolare la combinazione di diversi fondi.

5.2.2.

I programmi di ricerca e innovazione per il periodo successivo al 2020 devono tener conto delle dimensioni economiche, sociali e territoriali che caratterizzano le regioni dell’UE, evitando l’attuazione di strategie che si applicano indistintamente a tutti. Questo approccio può essere sostenuto mettendo in atto strategie basate sull’«innovazione aperta». Per quanto riguarda la dimensione territoriale delle politiche in materia di ricerca e innovazione, è importante definire nuovi programmi e nuove priorità, tenendo conto degli aspetti economici e sociali che caratterizzano i territori nei quali l’azione sarà attuata.

5.2.3.

Le politiche e i programmi in materia di ricerca e innovazione per il periodo successivo al 2020 dovrebbero essere coerenti con gli obiettivi dell’«economia del bene comune», un modello economico sostenibile orientato alla coesione sociale. Questo tipo di economia costituisce un processo di «innovazione sociale» e di imprenditorialità positiva utile per promuovere e sostenere nuove idee che, oltre a rispondere ai bisogni sociali, creino nuovi rapporti sociali e rafforzino la creazione di valore economico.

5.2.4.

Nonostante l’impegno profuso nell’ambito dell’attuazione della programmazione 2014-2020, l’accesso delle PMI alle opportunità di crescita indotte dall’innovazione è scarsamente rilevante in termini di competitività e creazione di posti di lavoro. In alcune regioni il sistema di sostegno per la ricerca e l’innovazione è ancora troppo complesso e scoraggia quindi la partecipazione delle micro e piccole imprese, in particolare, ai progetti dell’UE. Il CESE accoglie pertanto con favore la creazione di un Consiglio europeo per l’innovazione, che dovrebbe accelerare la commercializzazione e l’espansione delle innovazioni di start-up che emergono da progetti condotti nell’ambito di Orizzonte Europa e che potrebbe rivelarsi un meccanismo più rapido per portare a termine il processo volto a colmare il divario in materia di innovazione.

5.2.5.

Per trasformare le opportunità offerte dalla ricerca e dall’innovazione in fattori di competitività e sviluppo economico è essenziale rafforzare le collaborazioni tra PMI e centri di ricerca, sviluppo e innovazione, sostenere le iniziative di start-up imprenditoriali fondate sul trasferimento di ricerca e innovazione e agevolare le attività di consulenza e di raccolta fondi. Il CESE ritiene che sia importante sostenere la diffusione e la valorizzazione del modello a «quintupla elica» (9) per promuovere i partenariati tra il settore pubblico e i privati.

5.2.6.

Le PMI potrebbero essere leader sul piano delle «innovazioni sociali aperte», nelle quali le capacità umane di costruire reti di contatti e di co-creare, co-progettare e co-innovare sono fondamentali per il pieno compimento dell’innovazione sociale in tutta Europa. È quindi necessario promuovere politiche di innovazione adeguate per le PMI sulle orme di ciò che viene già fatto dall’iniziativa Eureka. Di questo compito potrebbero farsi specificamente carico gli enti in grado di sostenere direttamente le PMI impegnate nello sviluppo dell’impresa e nell’attività di innovazione, quali ad esempio le camere di commercio.

5.2.7.

Sempre nel rispetto del principio di sussidiarietà e pur tenendo presente le notevoli capacità delle regioni e degli Stati membri in materia di sostegno alle PMI, il CESE esorta tuttavia a concentrarsi sul valore aggiunto europeo, valore aggiunto che può consistere nell’appoggiare ad esempio la collaborazione tra più di due attori europei dell’innovazione o nel fornire capitali ai soggetti innovatori con progetti eccessivamente rischiosi per essere sostenuti a livello nazionale. Inoltre, la razionalizzazione degli strumenti di cui sopra dovrebbe portare a una maggiore efficienza del quadro di finanziamento. Sarebbe quindi logico che il Consiglio europeo per l’innovazione richiedesse una minore quota del bilancio di Orizzonte Europa rispetto agli strumenti finanziari di Orizzonte 2020, anziché il considerevole aumento previsto nella proposta della Commissione. Nei programmi di ricerca e innovazione per il periodo successivo al 2020 deve essere maggiormente sostenuta la dimensione qualitativa degli obiettivi perseguiti.

5.2.8.

L’«intelligenza» di un sistema socioeconomico non può essere misurata solamente in base a indicatori di carattere quantitativo, come per esempio la spesa per la ricerca e l’innovazione, ma deve considerare anche indicatori di carattere qualitativo, quali la tipologia di innovazioni introdotte, così come il numero di nuovi posti di lavoro creati. Il CESE accoglie pertanto con favore questo approccio.

5.2.9.

Il CESE si compiace che, nell’ambito del nuovo quadro finanziario pluriennale, la Commissione abbia incluso l’accessibilità tra le «condizioni abilitanti». Tutti i finanziamenti dell’UE e degli Stati membri per la ricerca e l’innovazione devono rispettare appieno i criteri di accessibilità, in modo che i risultati vadano a beneficio di tutte le categorie sociali, comprese le persone con disabilità, che costituiscono il 15 % della popolazione dell’UE.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  COM(2018) 306 final.

(2)  GU C 34 del 2.2.2017, pag. 66 e Orizzonte 2020 (valutazione) (relazione informativa).

(3)  GU C 197 dell'8.6.2018, pag. 10.

(4)  La dotazione finanziaria proposta, pari a 100 miliardi di EUR per il periodo 2021-2027, prevede per il programma Orizzonte Europa 97,6 miliardi di EUR (di cui 3,5 miliardi di EUR stanziati a titolo del Fondo InvestEU) e per il programma Euratom di ricerca e formazione 2,4 miliardi di EUR.

(5)  COM(2016) 723 final.

(6)  Previsto nel quadro della base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società (CCCTB).

(7)  GU C 34 del 2.2.2017, pag. 66.

(8)  I progetti di ricerca collaborativa, come quelli concepiti e attuati da Eureka, con un numero minimo di tre partner di Stati membri differenti consentono di unire le forze per affrontare sfide che non possono essere raccolte da un paese da solo, e generano sinergie all’interno del panorama della ricerca dell’UE, creando in tal modo un valore aggiunto significativo dell’UE.

(9)  Quintuple Helix and how do knowledge, innovation and the environment relate to each other? A proposed framework for a trans-disciplinary analysis of sustainable development and social ecology [«La quintupla elica e come la conoscenza, l’innovazione e l’ambiente interagiscono tra loro. Proposta di un quadro per un’analisi transdisciplinare dello sviluppo sostenibile e dell’ecologia sociale»], International Journal of Social Ecology and Sustainable Development, vol. 1, n. 1, pagg. 41-69.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/79


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla «Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica i regolamenti (UE) n. 596/2014 e (UE) 2017/1129 per quanto riguarda la promozione dell’uso dei mercati di crescita per le PMI»

[COM(2018) 331 final — 2018/0165 (COD)]

(2018/C 440/12)

Relatore:

Mihai IVAŞCU

Consultazione

Parlamento europeo, 11.6.2018

Consiglio, 21.6.2018

Base giuridica

Articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

04.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

196/1/1

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) sostiene la proposta della Commissione europea di trasformare i mercati di capitali in un’alternativa credibile per il finanziamento e ritiene che si debba trovare un equilibrio tra i tre obiettivi principali di questa proposta: lo sviluppo dei mercati di PMI, l’alleggerimento degli oneri amministrativi e l’aumento del livello di liquidità. La Commissione non deve eccedere nella regolamentazione, bensì deve mantenere degli ostacoli a un livello che scoraggi le imprese impreparate.

1.2.

Il CESE è convinto che la proposta attuale, pur costituendo un passo nella giusta direzione, non sia sufficiente per rimuovere gli ostacoli presenti sui mercati di crescita per le PMI. Sebbene vi sia effettivamente bisogno di un approccio globale, ogni singola fase deve avere il suo proprio peso.

1.3.

Rispetto alle imprese statunitensi, quelle europee che continuano a ricorrere ai prestiti bancari come opzione di finanziamento sono ben più numerose, anche se talvolta questo comporta costi aggiuntivi significativi. È necessario assicurare un’educazione finanziaria più approfondita dato che i mercati pubblici dell’UE hanno avuto difficoltà ad attrarre nuovi emittenti e il numero di offerte pubbliche iniziali (IPO) non è aumentato in maniera significativa.

1.4.

Il CESE conferma quanto affermato nei suoi precedenti pareri, vale a dire che le carenze di comunicazione (1) e l’approccio burocratico (2) costituiscono barriere significative e che occorre un maggiore impegno per superare questi ostacoli. La comunicazione da Bruxelles dev’essere sempre destinata ai livelli più bassi della catena, vale a dire alle PMI stesse, coinvolgendo le associazioni di PMI, le parti sociali, le camere di commercio ecc.

1.5.

Il CESE accoglie con grande favore la proposta di mantenere solo degli elenchi di persone aventi accesso permanente a informazioni privilegiate per le PMI e la proposta di prolungare di due giorni il termine per rendere pubbliche le operazioni effettuate dalle persone che esercitano funzioni di amministrazione, di controllo o di direzione. A tale proposito, il CESE non può che suggerire alla Commissione di esplorare altre soluzioni che permettano di eliminare gli oneri amministrativi per le PMI e di trasferirli verso altri portatori di interessi, come ad esempio le autorità nazionali competenti.

1.6.

Il prospetto semplificato permette effettivamente di ridurre significativamente gli oneri amministrativi, ma il CESE ritiene che si dovrebbero esaminare altre possibilità per semplificare progressivamente il prospetto di trasferimento per le imprese che hanno dimostrato la loro maturità dopo essere state quotate per diversi anni sui mercati di crescita per le PMI.

1.7.

Il CESE è favorevole alle modifiche proposte per il regime dei sondaggi di mercato e desidera mettere in guardia contro le richieste di chiarimenti eccessivamente dettagliati e/o prescrittivi da parte delle autorità nazionali competenti.

1.8.

Il CESE raccomanda alla Commissione di esaminare la possibilità di attrarre investitori istituzionali, come i fondi pensione privati, affinché investano nei mercati di crescita per le PMI, fornendo incentivi, soprattutto in materia di trattamento fiscale. Gli Stati membri dovrebbero studiare le possibilità di introdurre ulteriori regimi attraenti di sostegno agli investimenti a livello nazionale.

1.9.

Il CESE accoglie con particolare favore i contratti di liquidità, soprattutto per i mercati scarsamente sviluppati. Ritiene inoltre che il 29o regime in materia di contratti di liquidità elaborato dalla Commissione europea aprirà un’opzione supplementare per gli emittenti parallelamente alla legislazione nazionale.

1.10.

Il CESE desidera sottolineare che una valutazione d’impatto approfondita e regolare è giustificata. Effettuate con cadenza annuale, tali valutazioni potrebbero fornire informazioni preziose per eventuali modifiche future del quadro normativo.

2.   La proposta della Commissione europea

2.1.

La proposta di regolamento rientra nel quadro dell’Unione dei mercati dei capitali ed è incentrata su una serie di modifiche specifiche al funzionamento dei mercati di crescita per le PMI, che sono regolamentati dal gennaio 2018. L’Unione europea ha compiuto notevoli progressi per aumentare le fonti di finanziamento via via che le imprese si espandono ed aumentare la disponibilità di finanziamenti basati sul mercato in tutta l’UE. Sono già in vigore nuove norme per stimolare gli investimenti dei fondi UE per il capitale di rischio (EuVECA) nelle start-up e nelle piccole e medie imprese. Insieme al Fondo europeo per gli investimenti, la Commissione ha inoltre lanciato un programma paneuropeo di fondi di fondi di capitali di rischio (VentureEU).

2.2.

L’obiettivo principale della proposta è semplificare la possibilità per le piccole e medie imprese di essere quotate e di ricorrere ai mercati dei capitali per finanziare la loro crescita. La proposta prevede il perfezionamento del quadro iniziale che rappresenta un passo avanti verso una regolamentazione migliore e più efficace.

2.3.

La proposta si applicherà a tutte le imprese che sono quotate sui mercati di crescita per le PMI, indipendentemente dal fatto che siano o meno piccole o medie imprese. Ciò garantisce, in primo luogo, che le imprese in rapida crescita non siano penalizzate per i risultati economici conseguiti e, in secondo luogo, che tali mercati siano in grado di attirare anche le grandi imprese. Con l’introduzione di queste nuove norme, la Commissione si attende che un maggior numero di sistemi multilaterali di negoziazione (Multilateral Trading Facilities — MTF) si registrino come mercati di crescita per le PMI (finora solo 3 su 40 l’hanno fatto).

2.4.

La proposta prevede semplificazioni intese a:

ridurre gli oneri che gravano sulle PMI in relazione agli obblighi in materia di registrazione e di informativa, preservando nel contempo l’integrità del mercato e garantendo un flusso regolare di informazioni destinato agli investitori;

creare norme comuni per i contratti di liquidità sui mercati di crescita per le PMI, il che permetterà di aumentare la liquidità delle azioni;

consentire agli emittenti di elaborare un prospetto semplificato quando cercano di passare a un mercato regolamentato (una nuova categoria di «prospetto di trasferimento» permetterà agli emittenti quotati da almeno tre anni di spostarsi più agevolmente per accedere alle principali borse, al fine di accrescere la liquidità e il numero di investitori).

3.   Considerazioni generali

3.1.

Le PMI rappresentano il 99,8 % di tutte le imprese non finanziarie nell’UE, generano il 58 % circa del valore aggiunto totale e danno lavoro a oltre 90 milioni di persone. Tuttavia, circa 200 000 PMI falliscono ogni anno, con ripercussioni per oltre 1,7 milioni di lavoratori (3).

3.2.

Secondo l’indagine condotta dalla BEI sugli investimenti nel 2016/2017, in genere le PMI dipendono da fondi interni per gli investimenti (oltre il 60 %) (4). Per il resto dipendono per lo più da strumenti bancari. I finanziamenti basati sul mercato non realizzano appieno le loro potenzialità. Il CESE ritiene che lo sviluppo di tali possibilità sia fondamentale per le imprese innovative o per quelle che presentano un elevato profilo di rischio/rendimento.

Tabella 1

Fonte di finanziamento degli investimenti nel corso dell’ultimo esercizio finanziario, UE 28  (5)

%

 

Microimprese

Piccole imprese

Medie imprese

Grandi imprese

Fondi interni o utili non distribuiti

71

64

59

57

Finanziamenti esterni

28

35

38

38

Prestiti bancari

60

60

57

54

Altre forme di finanziamento bancario

11

8

10

11

Leasing

18

23

24

23

Factoring

2

3

3

4

Prestiti concessi da famiglia/amici

4

2

1

1

Sovvenzioni

4

3

4

3

Obbligazioni

0

0

1

4

Capitale proprio

0

0

0

1

Altri

1

1

1

1

Finanziamenti intragruppo

0

1

3

5

Nota: Tutte le imprese che hanno investito nell’ultimo esercizio finanziario (ad esclusione di quelle che hanno risposto «non so» o non hanno risposto)

3.3.

Il CESE sottolinea la riluttanza delle PMI a cercare finanziamenti provenienti dai mercati dei capitali e la loro disponibilità a sostenere i costi più elevati del finanziamento tramite crediti bancari. Questa caratteristica culturale costituisce una delle principali differenze rispetto ai più prosperi mercati dei capitali negli Stati Uniti e alla minore dipendenza delle imprese americane dai prestiti bancari. È fondamentale migliorare l’educazione finanziaria.

3.4.

Il CESE ha già fatto presente in altri pareri che «nelle politiche dell’UE per le PMI e nell’attuale meccanismo di sostegno continuano a prevalere un approccio burocratico e regole amministrative complesse, malgrado gli sforzi costanti a livello dell’UE per minimizzare l’onere amministrativo» (6).

3.5.

Il CESE ha già espresso il proprio sostegno ad altre proposte volte a ridurre gli oneri amministrativi inerenti alla redazione dei prospetti per tutti gli emittenti, in particolare per le PMI, che sono spesso emittenti di titoli e di emissioni secondarie (7). Per di più, il CESE ha chiarito che «mentre i prestiti bancari sono una realtà, l’accesso al capitale di rischio quale strumento finanziario, pur essendo necessario, non è sufficientemente sviluppato in Europa a causa di regimi fiscali dissuasivi, della mancanza di una cultura dell’investimento azionario, della scarsa alfabetizzazione finanziaria e della frammentazione dei regimi di insolvenza» (8).

3.6.

Il CESE è favorevole all’iniziativa della Commissione volta a ridurre gli oneri amministrativi per le PMI, consentendo loro di accedere più facilmente ai mercati dei capitali e a diversificare le loro fonti di finanziamento. Il CESE sostiene anche l’obiettivo dichiarato della proposta che consiste nell’aumentare la liquidità delle azioni emesse sul mercato di crescita per le PMI.

3.7.

Sebbene i vantaggi per le PMI di essere quotate sui mercati specializzati siano evidenti, e sebbene questo migliori e diversifichi le loro opportunità di finanziamento, in realtà i mercati pubblici dell’UE hanno difficoltà ad attirare nuovi emittenti e il numero di offerte pubbliche iniziali non vede alcun aumento significativo. Soltanto 3 000 degli oltre 20 milioni di PMI esistenti sono quotate e, rispetto al periodo precedente alla crisi finanziaria, solo la metà è stata oggetto di un’offerta pubblica iniziale. L’insufficiente liquidità su questi mercati si traduce in costi più elevati a carico degli emittenti per reperire capitali e nella riluttanza ad investire da parte dei detentori di capitale; di conseguenza gli intermediari del mercato sono meno inclini a sostenere le piccole società quotate.

3.8.

I finanziamenti di capitale di rischio sono fondamentali per le imprese innovative che creano valore e crescita e, in particolare, per le imprese che presentano un elevato profilo di rischio-rendimento. I finanziamenti di capitale di rischio nella fase di avviamento e in quella iniziale possono promuovere la creazione e lo sviluppo di nuove imprese, mentre altri strumenti di capitale, quali le piattaforme specializzate per la quotazione pubblica delle PMI, possono fornire risorse finanziarie alle PMI innovative e orientate alla crescita. Inoltre, il finanziamento con capitale di rischio può risultare più adatto del finanziamento tramite debito per le PMI che non dispongono di garanzie, hanno flussi di cassa negativi o irregolari, o hanno bisogno di scadenze più lunghe perché i loro investimenti diano frutti (9).

3.9.

I mercati dell’UE sono ancora frammentati e non sembrano in grado di sostenere un gran numero di offerte pubbliche iniziali. Apparentemente l’Europa occupa una posizione di forza in relazione alle imprese ad alta tecnologia innovative e in crescita; tuttavia, quando tali imprese necessitano di robusti investimenti di capitali, generalmente falliscono. Inoltre, le imprese in rapida crescita spesso abbandonano il mercato dell’UE per passare a quello statunitense, dato che sono alla ricerca di sistemi più accessibili di opzioni su azioni.

3.10.

Le società quotate sono meno dipendenti dal finanziamento bancario, possono accedere a una più ampia base di investimenti e presentano una maggiore visibilità pubblica. Ciononostante, occorre fare di più per sviluppare un quadro normativo più idoneo a favorire l’accesso ai finanziamenti pubblici da parte delle piccole e medie imprese (PMI), in particolare promuovendo la denominazione «mercato di crescita per le PMI». Occorre inoltre trovare il giusto equilibrio tra tutela degli investitori e integrità del mercato mediante un’adeguata regolamentazione.

3.11.

Le PMI che dispongono di fonti di finanziamento diversificate sono più solide e competitive, dato che beneficiano di costi ridotti e migliori prospettive di sviluppo. Ciò consente di rafforzare il mercato del lavoro e di offrire migliori opportunità ai cittadini in cerca di un posto di lavoro, indipendentemente dal loro livello di formazione.

3.12.

Il CESE raccomanda alla Commissione europea di prevedere un’ulteriore semplificazione delle norme e dei requisiti relativi ai mercati di crescita per le PMI, in modo da differenziarli maggiormente dai mercati regolamentati e da renderli più attraenti come mercati di ingresso.

4.   Osservazioni particolari

4.1.

Il CESE sostiene pienamente gli attuali sforzi tesi a trasformare i mercati dei capitali in un’alternativa di finanziamento credibile, nel quadro del programma per l’Unione dei mercati dei capitali. Tuttavia, sembra poco probabile che tali sforzi siano sufficienti per ridurre i significativi ostacoli presenti sul mercato. Le PMI non sembrano modificare il loro comportamento in materia di finanziamento, pertanto molto deve ancora essere fatto in questo ambito. La Commissione ha riconosciuto che si tratta soltanto di un passo in avanti e non di una soluzione completa a tutti i problemi dei mercati finanziari.

Tabella 2

Tipi di finanziamento che le PMI vorrebbero fossero più frequenti nella combinazione di finanziamenti nei prossimi tre anni, UE-28 (10)

Image

4.2.

Il CESE ritiene che le misure proposte siano un passo nella direzione giusta, anche se resta ancora da vedere se saranno in grado di ridurre i costi di conformità, alleggerire gli oneri e favorire la liquidità di mercato, considerato che tutti questi obiettivi sono piuttosto ambiziosi.

4.3.

Il CESE ritiene che il numero limitato di PMI che ottengono l’accesso ai finanziamenti sul mercato sia dovuto anche alla mancanza di comunicazione destinata alla base. I messaggi e gli strumenti disponibili a livello di UE non raggiungono i livelli più bassi della catena, vale a dire le PMI alle quali sono destinati. Questo è dovuto a diverse ragioni, soprattutto all’insufficiente comunicazione e interazione proattiva tra Bruxelles e gli Stati membri, le associazioni di PMI, le parti sociali o le camere di commercio. Il CESE ha messo in guardia riguardo a questo problema in un precedente parere (11), ma finora non ha notato alcun miglioramento.

4.4.

D’altro canto, il basso numero di investitori istituzionali sui mercati delle azioni e obbligazioni delle PMI può essere dovuto alla mancanza di incentivi previsti per detti investitori, in particolare per quanto riguarda i trattamenti fiscali. Il CESE raccomanda alla Commissione di esaminare tale possibilità.

4.5.

Il CESE accoglie con favore la proposta di prolungare di due giorni il termine per rendere pubbliche le operazioni effettuate dalle persone che esercitano funzioni di amministrazione, di controllo o di direzione. Si tratta di uno strumento importante per preservare la trasparenza e la simmetria dei mercati junior, ma il termine di tre giorni costituiva un grave ostacolo per le PMI. Secondo il CESE, la modifica proposta permetterà di adottare una procedura più razionalizzata nei periodi più difficili o in quelli di punta per le imprese. Il CESE raccomanda alla Commissione di esplorare soluzioni che permettano di eliminare gli oneri amministrativi per le imprese e di trasferirli ad altri attori, come le autorità nazionali competenti.

4.6.

Il CESE ha già espresso il suo pieno sostegno alla semplificazione e alla razionalizzazione dei requisiti per i prospetti da pubblicare per l’offerta al pubblico dei titoli sui mercati regolamentati, rendendoli più efficienti sul piano dei costi e più utili agli investitori in termini di informazioni fornite (12). Ogni nuova proposta volta a realizzare questo obiettivo è molto apprezzata. Tenuto conto della grande quantità di informazioni che le imprese sui mercati di crescita per le PMI sono tenute a comunicare a norma del regolamento sugli abusi di mercato e della direttiva 2014/65/UE, il CESE ritiene che un prospetto di trasferimento semplificato sia sufficiente per le imprese che passano a un mercato regolamentato.

4.7.

Inoltre, il CESE sosterrebbe la semplificazione progressiva del prospetto in caso di trasferimento verso un mercato regolamentato di quelle imprese che risultano quotate per un numero ragionevole di anni su un mercato di crescita per le PMI.

4.8.

Il CESE accoglie con favore la proposta di mantenere solo degli elenchi di persone aventi accesso permanente a informazioni privilegiate per le imprese quotate sui mercati di crescita per le PMI, dato che il numero dei dipendenti che hanno accesso a informazioni privilegiate è limitato e subisce variazioni limitate. Questa misura consente di realizzare una notevole riduzione degli oneri amministrativi.

4.9.

Il CESE è favorevole a modificare il regime dei sondaggi di mercato, dato che le modifiche proposte agevoleranno l’emissione di obbligazioni societarie da parte degli emittenti dei mercati di crescita per le PMI. Per quanto riguarda le giustificazioni che gli emittenti dei mercati di crescita per le PMI dovranno fornire quando la comunicazione al pubblico di informazioni privilegiate avviene con ritardo, il CESE ritiene che i chiarimenti richiesti caso per caso dalle autorità nazionali competenti, a seguito della notifica da parte dell’emittente, non dovrebbero essere troppo dettagliati né troppo prescrittivi.

4.10.

Il regolamento sugli abusi di mercato è all’origine di costi amministrativi e legali e può essere considerato dagli emittenti di paesi terzi come un ostacolo alla quotazione sui mercati dell’UE. Il CESE raccomanda che siano apportate ulteriori modifiche per adeguare i requisiti per i mercati di crescita per le PMI.

4.11.

Benché i contratti di liquidità siano da accogliere favorevolmente, soprattutto per i mercati scarsamente sviluppati, una proposta a livello europeo creerebbe condizioni di parità che consentono di stabilire delle condizioni locali. Il CESE ritiene che il 29o regime in materia di contratti di liquidità, che la Commissione sta attualmente mettendo a punto, darà agli emittenti di mercato la possibilità di concludere contratti di liquidità sulla base o della legislazione nazionale, laddove esiste, o di una normativa a livello europeo.

4.12.

La proposta della Commissione costituisce un chiaro passo avanti. Tuttavia, il CESE suggerisce di prevedere periodicamente delle valutazioni d’impatto con un ampio accesso a dati non confidenziali e analisi basate su indicatori quantitativi.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  GU C 345 del 13.10.2017, pag. 15.

(2)  GU C 345 del 13.10.2017, pag. 15.

(3)  Marcin Szczepanski, Helping European SMEs to grow: Start-up and scale-up initiatives for business ventures in the EU («Aiutare le PMI europee a crescere: le iniziative in materia di start-up e scale-up per le attività imprenditoriali nell’UE»).

(4)  EIBIS 2016/2017: Surveying Corporate Investment Activities, Needs and Financing in the EU («Indagine della BEI 2016/2017: Indagine sulle attività, le esigenze e i finanziamenti degli investimenti delle imprese nell'UE»), Banca europea per gli investimenti, 2017.

(5)  Apostolos Thomadakis, Developing EU Capital Markets for SMEs: Mission impossible? («Sviluppare i mercati dei capitali dell'UE per le PMI: una missione impossibile?»), Osservazioni dell'ECMI n. 46, 4 settembre 2017.

(6)  GU C 345 del 13.10.2017, pag. 15.

(7)  GU C 177 del 18.5.2016, pag. 9.

(8)  GU C 288 del 31.8.2017, pag. 20.

(9)  Iota Kaousar Nassr e Gert Wehinger, Opportunities and limitations of public equity markets for SMEs («Opportunità e limiti dei mercati pubblici di capitale per le PMI»), OECD Journal: Financial Market Trends 2015/1, pagg. 49-84.

(10)  Apostolos Thomadakis, Developing EU Capital Markets for SMEs: Mission impossible? («Sviluppare i mercati dei capitali dell'UE per le PMI: una missione impossibile?»), Osservazioni dell'ECMI n. 46, 4 settembre 2017.

(11)  GU C 345 del 13.10.2017, pag. 15.

(12)  GU C 177, del 18.5.2016, pag. 9.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/85


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla «Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 2009/103/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 settembre 2009, concernente l’assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli e il controllo dell’obbligo di assicurare tale responsabilità»

[COM(2018) 336 final — 2018/0168 (COD)]

(2018/C 440/13)

Relatore:

Christophe LEFÈVRE

Consultazione

Consiglio, 06/06/2018

Parlamento europeo, 11/06/2018

Base giuridica

Articolo 114, paragrafo 1, del TFUE

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

04/09/2018

Adozione in sessione plenaria

19/09/2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

191/0/6

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) accoglie favorevolmente le proposte presentate dalla Commissione attraverso la modifica della direttiva concernente l’assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli e il controllo dell’obbligo di assicurare tale responsabilità. Il CESE, tuttavia, si rammarica che la Commissione non abbia colto questa opportunità per anticipare gli sviluppi relativi ai veicoli autonomi, nonostante le osservazioni formulate nella valutazione d’impatto (1) che accompagna la proposta.

1.2.

Per quanto riguarda il rafforzamento della protezione delle vittime di incidenti stradali in caso di insolvenza dell’assicuratore, il Comitato considera pertinente la proposta che prevede l’indennizzo delle persone lese da parte dell’organismo pertinente dello Stato membro di residenza delle stesse. Tuttavia, la Commissione esclude l’intervento di detto organismo qualora la vittima abbia presentato richiesta di indennizzo direttamente all’assicuratore o intrapreso un’azione legale contro lo stesso. Il Comitato raccomanda pertanto che tale esclusione non si applichi se nel frattempo l’assicuratore è soggetto a procedura di fallimento o di liquidazione o se la vittima autorizza l’organismo a subentrare in quanto beneficiario delle azioni di ricorso, al fine di ottenere più rapidamente il risarcimento. Il Comitato raccomanda che i livelli di indennizzo (poste di danno) applicati, tra quello del paese in cui si è verificato il sinistro e quello del paese di residenza, siano quelli più favorevoli alle vittime.

1.3.

Per quanto riguarda un miglior riconoscimento delle attestazioni di sinistralità passata, il Comitato raccomanda di specificare il nome del conducente interessato e il suo grado di responsabilità nel sinistro (totale, parziale o nulla). Il Comitato si interroga sul contenuto dell’attestazione nel contesto di una normativa nazionale che copra un veicolo indipendentemente dal conducente, rispetto a una normativa che preveda invece l’assicurazione di un veicolo con un conducente dichiarato e un premio stabilito in funzione del profilo individuale di rischio e di sinistralità, oppure del titolare della patente di guida, indipendentemente dal veicolo utilizzato. Il Comitato invita la Commissione a imporre l’obbligo di presentare certificati di assicurazione e attestazioni di sinistralità passata su supporti protetti e a consentire, al fine di verificarne la validità, l’uso di una banca dati interconnessa accessibile alle forze dell’ordine.

1.4.

Per quanto riguarda i controlli dell’assicurazione per contrastare la circolazione di veicoli non assicurati, il Comitato accoglie con favore la proposta di utilizzare le tecnologie di riconoscimento delle targhe nell’ambito di un sistema nazionale per controllare i veicoli senza doverli fermare. In caso di assenza di un contratto di assicurazione, il Comitato raccomanda il fermo del veicolo fino alla presentazione di un certificato di assicurazione valido.

1.5.

Per quanto riguarda l’armonizzazione degli importi minimi di copertura, il Comitato raccomanda alla Commissione di fissare un termine definitivo entro il quale completare l’istituzione di soglie minime di indennizzo.

1.6.

In merito al campo d’applicazione della direttiva, il Comitato accoglie con favore il chiarimento relativo al concetto di mezzo di trasporto su terreni pubblici o privati, fermo o in movimento, escluso un impiego esclusivamente agricolo dei veicoli in questione. Tuttavia, sarà opportuno garantire che i veicoli agricoli che circolano sulla pubblica via siano soggetti alla direttiva.

1.7.

Infine, per quanto riguarda la coerenza con le disposizioni vigenti nel settore normativo interessato, il Comitato considera inoltre che le proposte della Commissione sostengano la libera circolazione delle persone e dei beni e i principi del mercato interno, garantendo la libera prestazione di servizi, e la libertà di stabilimento da parte degli assicuratori.

2.   Contesto e introduzione

2.1.

La Commissione europea propone una modifica della direttiva 2009/103/CE del Parlamento europeo e del Consiglio (2) concernente l’assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli e il controllo dell’obbligo di assicurare tale responsabilità.

2.2.

L’obiettivo della Commissione è quello di accrescere la protezione (attualmente insufficiente) delle vittime di incidenti automobilistici, di ridurre le differenze di trattamento nell’UE per gli assicurati per quanto riguarda il bonus/malus e di integrare le sentenze emesse dalla Corte di giustizia dell’Unione europea dall’applicazione della prima direttiva dell’UE sull’assicurazione degli autoveicoli, adottata nel 1972.

2.3.

La direttiva costituisce uno strumento giuridico fondamentale che rafforza il corretto funzionamento del mercato unico in materia di libertà di circolazione, in quanto consente ai residenti di circolare ovunque nell’UE sulla base di un premio unico, senza la necessità di acquistare un’assicurazione aggiuntiva; essa è tesa inoltre a garantire un elevato livello di convergenza per quanto riguarda la protezione delle vittime di incidenti automobilistici.

2.4.

La legislazione dell’UE è fondata sul sistema della carta verde internazionale, che non dipende dall’Unione e che coinvolge 48 paesi. Gli elementi chiave della direttiva 2009/103/CE sono i seguenti:

l’obbligo per i veicoli a motore di disporre di una polizza di assicurazione della responsabilità civile autoveicoli, valida per tutte le parti dell’Unione europea, sulla base di un premio unico;

gli importi minimi obbligatori di copertura che tali polizze di assicurazione devono fornire (gli Stati membri possono richiedere una copertura più elevata a livello nazionale);

il divieto per gli Stati membri di svolgere controlli sistematici dell’assicurazione dei veicoli che stazionano abitualmente in un altro Stato membro;

l’obbligo per gli Stati membri di creare fondi di garanzia per il risarcimento delle vittime di incidenti causati da veicoli non assicurati o non identificati;

la protezione per le vittime di incidenti stradali in uno Stato membro diverso dal loro Stato membro di residenza («vittime che si trovano all’estero»);

il diritto per gli assicurati di ottenere una dichiarazione della sinistralità passata degli ultimi cinque anni dal loro assicuratore.

2.5.

Nel quadro del programma di lavoro della Commissione per il 2016 e del piano d’azione riguardante i servizi finanziari del marzo 2017, nello stesso anno si è svolta una valutazione (3) della direttiva 2009/103/CE, e sono state emesse due sentenze della CGUE. Detti elementi hanno indotto la Commissione a presentare la proposta in esame.

2.5.1.   Accrescere la protezione delle vittime di incidenti stradali in caso di insolvenza dell’assicuratore

2.5.1.1.

La Commissione propone di istituire in ciascuno Stato membro un organismo per indennizzare le parti lese che risiedono abitualmente all’interno del suo territorio, almeno entro i limiti dell’assicurazione obbligatoria, per i danni alle persone o i danni alle cose causati da un veicolo assicurato, in mancanza di una risposta motivata sugli elementi invocati nella richiesta d’indennizzo entro tre mesi, o in caso di fallimento o liquidazione dell’impresa di assicurazione o riassicurazione. Da tale indennizzo sono escluse le persone lese che abbiano già presentato una richiesta direttamente all’impresa di assicurazione o intrapreso un’azione legale contro la stessa, se tale richiesta o azione è ancora pendente.

2.5.1.2.

La Commissione prevede che questo organismo possa chiedere il rimborso dell’indennizzo da parte dell’organismo del paese ove ha sede l’impresa responsabile.

2.5.2.   Migliorare il riconoscimento delle attestazioni di sinistralità passata, in particolare in contesto transfrontaliero

2.5.2.1.

La direttiva vigente impone agli assicuratori di presentare un’attestazione della sinistralità passata relativa agli ultimi cinque anni, ma non vi è nessun obbligo di tenerne conto nel calcolo dei premi assicurativi.

2.5.2.2.

La Commissione raccomanda di uniformare contenuto e formato di tali attestazioni, che dovrebbero indicare in modo preciso gli elementi necessari all’adeguamento dei premi in funzione della sinistralità e a rendere sicure le attestazioni.

2.5.3.   Controlli dell’assicurazione per contrastare la circolazione di veicoli non assicurati

2.5.3.1.

La Commissione raccomanda l’impiego delle tecnologie di riconoscimento delle targhe per eseguire controlli senza ostacolare i veicoli, nel quadro di un sistema generale di controllo nazionale, procedura che non interferisce con la libera circolazione delle persone e dei veicoli.

2.5.3.2.

La Commissione precisa che tale verifica dell’assicurazione dei veicoli che entrano nel territorio nazionale comporta uno scambio di dati tra gli Stati membri.

2.5.4.   Armonizzazione degli importi minimi di copertura

2.5.4.1.

La Commissione rileva inoltre che i livelli minimi di indennizzo sono diversi a seconda dei paesi, per effetto in particolare del mancato adeguamento degli stessi durante il periodo di transizione, e raccomanda pertanto di armonizzare gli importi minimi di copertura, lasciando liberi gli Stati membri di imporre livelli più elevati.

2.5.5.   Campo di applicazione della direttiva

2.5.5.1.

Integrando tre sentenze della CGUE (4), la Commissione chiarisce il campo d’applicazione dell’obbligo di assicurazione della responsabilità civile autoveicoli, escludendo gli incidenti in cui il veicolo è stato utilizzato esclusivamente per uso agricolo: la direttiva si applica a qualsiasi attività coerente con la funzione abituale di un veicolo come mezzo di trasporto, che si trovi sulla pubblica via o su un terreno privato e che sia fermo o in movimento.

2.6.   Coerenza con le altre politiche dell’Unione

2.6.1.

La Commissione rileva che le sue proposte sostengono la libera circolazione delle persone e dei beni, i principi del mercato interno, garantendo la libera prestazione di servizi, e la libertà di stabilimento da parte degli assicuratori.

3.   Osservazioni

3.1.

Il CESE accoglie favorevolmente le proposte presentate dalla Commissione attraverso la modifica della direttiva concernente l’assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli e il controllo dell’obbligo di assicurare tale responsabilità. Esse si basano sull’esperienza acquisita, come previsto dal quadro legislativo, ma anche sulle valutazioni d’impatto e sulle consultazioni pubbliche, nonché sull’integrazione della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea.

3.2.   Accrescere la protezione delle vittime di incidenti stradali in caso di insolvenza dell’assicuratore

3.2.1.

Il Comitato considera pertinente la proposta di indennizzo delle vittime da parte dell’organismo dello Stato membro di residenza, per porre rimedio all’assenza di assicuratori, o in mancanza di una risposta motivata entro un periodo di tempo ragionevole, e accoglie con favore il fatto che l’organismo del paese di residenza della vittima possa chiedere il rimborso all’organismo del paese ove ha sede l’assicuratore responsabile.

3.2.2.

Considerando tuttavia che la proposta esclude che l’organismo di gestione sia tenuto a risarcire la vittima qualora essa abbia presentato richiesta di indennizzo direttamente all’assicuratore, o se è in corso un procedimento giudiziario, il Comitato raccomanda che tale esclusione non si applichi nei seguenti casi:

se nel frattempo l’assicuratore è soggetto a procedura di fallimento o di liquidazione;

in caso di revoca dell’autorizzazione delle autorità di controllo;

se la vittima autorizza l’organismo a subentrare in quanto beneficiario delle azioni di ricorso, in modo da essere indennizzata in tempi molto rapidi.

Il Comitato raccomanda che i livelli di indennizzo (poste di danno) applicati, tra quello del paese in cui si è verificato il sinistro e quello del paese di residenza, siano quelli più favorevoli alle vittime.

3.3.   Migliorare il riconoscimento delle attestazioni di sinistralità passata, in particolare in contesto transfrontaliero

3.3.1.

Il Comitato accoglie con favore l’obbligo di presentare sistematicamente un’attestazione contenente informazioni standardizzate, in cui si indichi l’esistenza o meno di sinistri, relativa agli ultimi cinque anni.

3.3.2.

Il Comitato raccomanda inoltre di specificare il nome del conducente interessato e il suo grado di responsabilità nel sinistro (totale, parziale o nulla).

3.3.3.

Il Comitato si interroga sul contenuto dell’attestazione nel contesto di una normativa nazionale che copra un veicolo indipendentemente dal conducente, rispetto a una normativa che preveda invece l’assicurazione di un veicolo con un conducente dichiarato e un premio stabilito in funzione del profilo individuale di rischio e di sinistralità, oppure del titolare della patente di guida, indipendentemente dal veicolo utilizzato.

3.3.4.

Tuttavia, il Comitato si interroga in merito alla situazione derivante dagli autoveicoli senza conducente, o eventualmente al concetto di «conducente» responsabile quando il veicolo a motore è comandato a distanza.

3.3.5.

Il Comitato constata che la Commissione non ha intenzione di legiferare in materia di frode documentale connessa alle attestazioni di sinistralità o ai certificati di assicurazione.

3.3.6.

Il Comitato invita la Commissione a imporre l’obbligo di presentare certificati di assicurazione e attestazioni di sinistralità passata su supporti protetti e a consentire, al fine di verificarne la validità, l’uso di una banca dati interconnessa accessibile alle forze dell’ordine.

3.3.7.

Il Comitato rileva che la Commissione non fa alcun riferimento al finanziamento della creazione dei sistemi di interconnessione transfrontaliera.

3.4.   Controlli dell’assicurazione per contrastare la circolazione di veicoli non assicurati

3.4.1.

Il Comitato accoglie con favore la proposta di utilizzare le tecnologie di riconoscimento delle targhe per controllare i veicoli senza ostacolarli, purché i controlli effettuati rientrino in un sistema nazionale generale di controllo, non siano discriminatori e non impongano di fermare il veicolo.

3.4.2.

Tuttavia, la Commissione non si pronuncia sulla sorte dei veicoli che in seguito a tali controlli risultino privi di protezione assicurativa. Il Comitato raccomanda il fermo del veicolo fino alla presentazione di un certificato di assicurazione valido o scaduto da meno di un mese.

3.4.3.

La Commissione precisa che la verifica dell’assicurazione dei veicoli che entrano nel territorio nazionale comporta lo scambio di dati tra gli Stati membri, e che è necessario salvaguardare i diritti, le libertà e l’interesse legittimo dell’interessato a norma del regolamento generale dell’UE sulla protezione dei dati (RGPD).

3.4.4.

Tuttavia, la Commissione nulla dice in merito all’ente incaricato della gestione, né al costo della creazione e della manutenzione di una banca dati interconnessa dei contratti di assicurazione validi o non validi.

3.5.   Armonizzazione degli importi minimi di copertura

3.5.1.

Il Comitato concorda con l’analisi della Commissione circa l’esistenza, in quasi la metà degli Stati membri, di livelli minimi diversi e in particolare non conformi, in quanto inferiori alle soglie previste dalla direttiva.

3.5.2.

Al di là della semplice raccomandazione di un’armonizzazione dei livelli (5), il Comitato esorta la Commissione di fissare un termine definitivo, per esempio la fine del 2019, entro il quale completare l’istituzione di soglie minime di indennizzo, anche se il termine è già decorso.

3.5.3.

Il Comitato raccomanda che i livelli di indennizzo (poste di danno) applicati, tra quello del paese in cui si è verificato il sinistro e quello del paese di residenza, siano quelli più favorevoli alle vittime.

3.6.   Campo di applicazione della direttiva

3.6.1.

Il Comitato accoglie con favore il chiarimento relativo al concetto di mezzo di trasporto su terreni pubblici o privati, fermo o in movimento, esclusi i veicoli a esclusivo uso agricolo. Tuttavia, sarà opportuno garantire che i veicoli agricoli che circolano sulla pubblica via siano soggetti alla direttiva.

3.7.   Coerenza con le disposizioni vigenti nel settore normativo interessato

3.7.1.

Il Comitato considera inoltre che le proposte della Commissione sostengano la libera circolazione delle persone e dei beni e siano conformi ai principi del mercato interno, garantendo la libera prestazione di servizi, e la libertà di stabilimento da parte degli assicuratori.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  https://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/10102/2018/EN/SWD-2018-247-F1-EN-MAIN-PART-1.PDF

(2)  GU L 261 del 7.10.2009, pag. 11.

(3)  https://ec.europa.eu/info/law/better-regulation/initiatives/com-2017-3714481_it

(4)  Sentenza Vnuk (2014 C-162/13), sentenza Rodrigues de Andrade (2017 C-514/16), sentenza Torreiro (2017 C-334/16).

(5)  Direttiva 84/5/CEE, modificata dalla direttiva 2005/14/CE.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/90


Parere del Comitato economico e sociale europeo su «Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai requisiti di omologazione dei veicoli a motore e dei loro rimorchi, nonché di sistemi, componenti ed entità tecniche destinati a tali veicoli, per quanto riguarda la loro sicurezza generale e la protezione degli occupanti dei veicoli e degli altri utenti vulnerabili della strada, che modifica il regolamento (UE) 2018/… e abroga i regolamenti (CE) n. 78/2009, (CE) n. 79/2009 e (CE) n. 661/2009»

[COM(2018) 286 final — 2018/0145 (COD)]

(2018/C 440/14)

Relatore:

Raymond HENCKS

Consultazione

Parlamento europeo, 28.5.2018

Consiglio, 4.6.2018

Base giuridica

Articolo 114, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

193/1/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Nel corso degli ultimi decenni la sicurezza stradale nell'Unione europea è migliorata notevolmente grazie al rafforzamento del codice della strada, alla maggiore severità delle disposizioni riguardanti il comportamento dei conducenti e le condizioni di lavoro e di formazione dei conducenti professionali, al miglioramento delle infrastrutture stradali e delle prestazioni dei servizi di soccorso, nonché all'introduzione, da parte dell'UE, di requisiti legislativi più rigorosi in materia di sicurezza dei veicoli, requisiti ai quali l'industria automobilistica ha sempre trovato il modo di rispondere con soluzioni tecniche innovative.

1.2

Ciò nonostante, il numero di vittime di incidenti stradali nell'UE resta ben al di sopra dell'obiettivo che essa si è prefissa nel Libro bianco sui trasporti del 2011, che prevedeva, in particolare, di avvicinarsi al traguardo di «zero vittime» entro il 2050 e di dimezzare il numero di incidenti mortali sulle strade entro il 2020.

1.3

La maggior parte degli incidenti stradali è da ricondurre esclusivamente all'errore umano, legato perlopiù all'eccesso di velocità, alla distrazione oppure alla guida in stato di ebbrezza. Si dovrà quindi incoraggiare ulteriormente, se non addirittura costringere, i cittadini dell'Unione ad assumersi, adottando un comportamento appropriato, la responsabilità primaria della loro stessa sicurezza e di quella degli altri utenti della strada nell'UE.

1.4

È dunque opportuno adottare un approccio integrato alla sicurezza stradale, che riguardi i comportamenti dei conducenti, le condizioni di lavoro e le competenze dei conducenti professionisti e le infrastrutture. Anche i sistemi di sicurezza installati a bordo dei veicoli, in grado di prevenire o correggere alcuni errori umani, rappresentano un fattore decisivo per la sicurezza.

1.5

Il CESE accoglie con favore l'obiettivo della Commissione di rendere obbligatoria una nuova serie di misure avanzate di sicurezza come dotazione standard per tutti i veicoli stradali, e segnatamente sistemi di monitoraggio della pressione degli pneumatici, di adattamento intelligente della velocità, di monitoraggio dell'attenzione e della stanchezza del conducente, di riconoscimento della distrazione, di rilevamento in retromarcia, di segnalazione di arresto di emergenza e di frenata di emergenza.

1.6

Il CESE condivide altresì la scelta di imporre ad autocarri e autobus di munirsi di sistemi capaci di rilevare e segnalare la presenza di utenti vulnerabili della strada situati nelle immediate vicinanze della parte anteriore e del lato destro del veicolo, progettati e costruiti in modo da rendere più visibili gli utenti vulnerabili della strada dal sedile del conducente, con un sistema di avviso di deviazione dalla corsia; così come accoglie con favore l'obbligo supplementare di progettare e costruire autobus accessibili anche alle persone a mobilità ridotta, comprese le persone su sedia a rotelle.

1.7

Tuttavia, si chiede per quale motivo la Commissione non renda obbligatorio un dispositivo di tipo alcolock e si limiti a prevederne un'installazione semplificata. Il CESE ritiene infatti che l'installazione di un alcolock dovrebbe essere un obbligo, e non un'opzione.

1.8

Inoltre, il CESE raccomanda di prevedere un registratore di dati di evento (incidente) anche per gli autocarri e gli autobus, perché, sebbene i tachigrafi dei veicoli forniscano già alcuni dati relativi alla guida, essi non memorizzano i dati essenziali durante e dopo un incidente.

1.9

Infine, il CESE deplora che i sistemi di sicurezza più restrittivi di quelli imposti dalla legislazione europea, che alcuni fabbricanti installano su base volontaria, siano spesso limitati ai modelli di alta gamma, a scapito di altri veicoli meno costosi che sono privi dei dispositivi avanzati di sicurezza non obbligatori. Ne consegue che non tutti i cittadini dell'UE hanno accesso ad automobili con un livello di sicurezza equivalente. Per rimediare a questa situazione, il CESE raccomanda alla Commissione di imporre, per quanto riguarda il regolamento in esame così come regola generale, l'adeguamento delle norme europee agli sviluppi tecnologici in tempi più brevi.

1.10

Ciò vale anche per gli autocarri e gli autobus, in particolare per quanto riguarda il sistema di rilevamento e di segnalazione della presenza di utenti nelle immediate vicinanze della parte anteriore e del lato destro del veicolo (lato marciapiede), la cui installazione è prevista dal regolamento proposto, ma dovrebbe anch'essa diventare obbligatoria in tempi più brevi.

2.   Introduzione

2.1

Nel corso degli ultimi decenni la sicurezza stradale è migliorata in misura significativa, soprattutto grazie ai sistemi avanzati di sicurezza installati a bordo dei veicoli, al miglioramento delle infrastrutture stradali, al rafforzamento delle norme del codice della strada, alle campagne di sensibilizzazione e alla rapidità e competenza dei servizi di pronto intervento.

2.2

Tuttavia, permangono notevoli disparità tra gli Stati membri, e ciò nonostante l'impegno profuso dalla Commissione europea, la quale, attraverso i suoi vari programmi e orientamenti, mira ad armonizzare le norme di sicurezza in tutta l'Unione europea.

2.3

Così, ad esempio:

la segnaletica stradale e l'età minima per la guida non sono le stesse dappertutto;

in alcuni paesi è consentito l'uso di telefoni cellulari durante la guida con un kit «mani libere»;

il tasso massimo autorizzato di alcool nel sangue varia, a seconda degli Stati membri, tra la tolleranza zero e un'impostazione più permissiva;

i limiti di velocità sono differenti;

l'equipaggiamento di sicurezza necessario per i ciclisti (casco) e per gli automobilisti (giubbotto fluorescente, triangolo di segnalazione di pericolo, kit di pronto soccorso, estintore) non è lo stesso dappertutto.

2.4

Nel 2017 sulle strade dell'UE hanno perso la vita 25 300 persone, ossia il 2 % in meno rispetto al 2016 (1); un calo che, tuttavia, resta ampiamente insufficiente per ridurre in misura significativa il numero di decessi sulle strade (2), in modo da avvicinarsi all'obiettivo di zero vittime nel trasporto su strada entro il 2050.

2.5

L'anno scorso circa 135 000 persone hanno riportato lesioni gravi (3), e molte di queste persone erano pedoni, ciclisti e motociclisti, considerati dalla Commissione come utenti della strada particolarmente «vulnerabili».

2.6

Secondo la Commissione europea, il costo socioeconomico degli incidenti stradali (cure mediche, invalidità ecc.) si può stimare in 120 miliardi di EUR l'anno.

3.   Proposta della Commissione

3.1

L'iniziativa in esame fa parte del terzo pacchetto sulla mobilità intitolato «L'Europa in movimento», che mira a rendere più sicura e accessibile la mobilità europea, più competitiva l'industria europea e più sicuri i posti di lavoro in Europa, seguendo metodi più puliti e più adatti alla necessità di affrontare i cambiamenti climatici, in particolare tramite l'introduzione di requisiti più rigorosi per i dispositivi di sicurezza dei veicoli stradali.

3.2

Dato che le disposizioni attuali relative alla procedura di omologazione UE per tipo di veicolo nel contesto della protezione dei pedoni e della sicurezza dell'idrogeno sono in gran parte superate dagli sviluppi tecnologici, i regolamenti (CE) n. 78/2009 (protezione dei pedoni), (CE) n. 79/2009 (autoveicoli alimentati a idrogeno) e (CE) n. 661/2009 (requisiti dell'omologazione per la sicurezza generale dei veicoli a motore) sono abrogati e sostituiti dalle disposizioni equivalenti dei regolamenti della commissione economica per l'Europa delle Nazioni Unite (regolamenti UNECE) e dalle relative modifiche cui l'Unione ha dato voto favorevole o che l'Unione applica, in conformità della decisione n. 97/836/CE.

3.3

In generale, l'ambito di applicazione del regolamento sulla sicurezza generale dei veicoli a motore (GSR) viene mantenuto; tuttavia, per quanto riguarda i dispositivi di sicurezza dei veicoli attualmente applicabili e le relative esenzioni, tale ambito è stato esteso fino a comprendere tutte le categorie di veicoli e ad eliminare le attuali esenzioni relative ai veicoli utilitari sportivi (SUV) e ai furgoni.

3.4

La proposta di regolamento in esame stabilisce i requisiti tecnici generali per l'omologazione di veicoli, sistemi, componenti ed entità tecniche, e contiene un elenco di aspetti relativi alla sicurezza per i quali sono ulteriormente elaborate (od occorre elaborare) norme dettagliate in sede di diritto derivato. Tutti i regolamenti di sicurezza stradale dell'UNECE che si applicano obbligatoriamente nell'UE sono elencati in un allegato della proposta di regolamento in esame.

3.5

La proposta prevede inoltre di conferire alla Commissione il potere di stabilire norme dettagliate e requisiti tecnici all'interno di atti delegati.

3.6

L'ambito di applicazione del requisito attualmente vigente che impone di montare sulle autovetture un sistema di monitoraggio della pressione degli pneumatici è esteso a tutte le categorie di veicoli.

3.7

Viene resa obbligatoria per tutti i veicoli una serie di dispositivi avanzati di sicurezza, come l'adattamento intelligente della velocità, i sistemi di monitoraggio dell'attenzione e della stanchezza del conducente o di riconoscimento della distrazione, il rilevamento in retromarcia, la segnalazione di arresto di emergenza, l'interfaccia di installazione di dispositivi di tipo alcolock e il sistema avanzato di frenata d'urgenza.

3.8

Le autovetture e i veicoli commerciali leggeri dovranno inoltre essere dotati di:

un registratore dei dati di evento (incidente),

un sistema di mantenimento della corsia e

un sistema di protezione frontale progettato e costruito in modo da offrire agli utenti vulnerabili della strada una protezione antiurto più ampia per la testa.

Gli autocarri (categorie N2 e N3) e gli autobus (categorie M2 e M3) devono:

essere dotati di un sistema di rilevamento e segnalazione della presenza di utenti vulnerabili della strada situati in prossimità della parte anteriore del veicolo o sul lato del marciapiede, ed essere progettati e costruiti in modo da migliorare la visibilità diretta degli utenti vulnerabili della strada dal posto di guida, e

essere muniti di un sistema di avviso di deviazione dalla corsia.

Gli autobus, inoltre, devono essere progettati e costruiti in modo da essere accessibili alle persone a mobilità ridotta come gli utenti di sedie a rotelle.

I veicoli alimentati a idrogeno devono essere conformi ai requisiti di cui all'allegato V del regolamento in esame.

In relazione ai veicoli automatizzati, è necessario elaborare ulteriori norme e requisiti tecnici dettagliati in materia di sicurezza, che fungano da base per la diffusione di tali veicoli.

4.   Osservazioni generali

4.1

Il CESE si congratula con la Commissione europea per la sua iniziativa volta a rendere obbligatoria una nuova serie di misure avanzate di sicurezza come dotazione standard per i veicoli stradali. Tuttavia, desidera ricordare che, oltre a rivedere le norme minime obbligatorie per le autovetture nuove vendute sul mercato europeo, è necessario incoraggiare ulteriormente, se non addirittura costringere, i cittadini dell'Unione ad assumersi, con un comportamento appropriato, la responsabilità primaria della loro stessa sicurezza e di quella degli altri utenti della strada nell'UE.

4.2

Di per sé, le nuove misure relative ai dispositivi di sicurezza a bordo dei veicoli rischiano, per quanto utili e necessarie, di avere soltanto un effetto limitato sulla riduzione degli incidenti stradali gravi perseguita, in assenza di altre misure complementari relative al comportamento degli utenti della strada, alle condizioni di lavoro e alle competenze dei conducenti professionisti e alle infrastrutture stradali. La persistenza di un numero elevato di incidenti stradali, che si traduce in un numero elevato di decessi e di lesioni gravi, esige un ulteriore adeguamento dinamico della politica di sicurezza stradale, nel cui ambito, oltre a rafforzare i requisiti relativi ai dispositivi di sicurezza nei veicoli stradali e ad attuare misure preventive, occorrerà adottare anche misure dissuasive contro tutti coloro che non rispettano le norme e mettono in pericolo la propria vita e quella degli altri.

4.3

Il CESE reputa che, anche se è necessario promuovere le tecnologie di interazione tra i conducenti, come pure i sistemi di trasporto intelligenti (STI), non ci si possa aspettare che la mobilità del futuro, e in particolare i sistemi di trasporto intelligente e di guida completamente automatizzata, riesca, a breve e medio termine, ad affrontare le sfide attuali.

4.4

Secondo la Commissione, il nuovo quadro sarà più adatto a migliorare la protezione degli utenti vulnerabili della strada. L'articolo 3, paragrafo 1, del regolamento proposto definisce l'utente vulnerabile come «un utente della strada che utilizza un veicolo a motore a due ruote o un utente della strada non motorizzato, quali pedoni o ciclisti». Il CESE ritiene che questa definizione non copra necessariamente tutte le categorie «ad alto rischio», tra cui le persone che presentano una fragilità intrinseca a causa della loro età (bambini, anziani) o in quanto portatori di una disabilità.

4.5

È noto che i rischi sostenuti dagli utenti della strada sono dovuti principalmente ai comportamenti dei conducenti (eccesso di velocità, abuso di alcol o di stupefacenti, uso di apparecchi elettronici portatili durante la guida di un veicolo, momenti di distrazione, condizioni fisiche, tempi di guida troppo lunghi, mancato rispetto dei tempi di riposo) e all'inadeguatezza delle infrastrutture (assenza di spazi riservati ai pedoni, mancanza di un'illuminazione adeguata alle situazioni).

4.6

Il CESE, pertanto, concorda sulla scelta della Commissione che, per prevenire una parte di tali rischi, impone di installare sistematicamente nei veicoli nuovi:

un sistema di regolazione reattivo e di adattamento intelligente della velocità, che, oltre all'aspetto della sicurezza, incoraggia uno stile di guida che favorisce il risparmio di carburante e quindi la riduzione dell'inquinamento,

un sistema di controllo della pressione degli pneumatici,

sistemi avanzati di monitoraggio dell'attenzione e della stanchezza del conducente e di riconoscimento della distrazione.

4.7

Tuttavia, si chiede per quale motivo la proposta di regolamento non imponga l'introduzione di un dispositivo di tipo alcolock e si limiti a prevederne un'installazione facilitata. Secondo uno studio dalla Verband der TÜV e.V. (4), infatti, nel 2016 l'11 % degli incidenti è stato causato da conducenti di cui è stato accertato lo stato di ebbrezza. Dato che il numero dei casi di guida in stato di ebbrezza non individuati si situa in un rapporto di 1 a 600, il numero di incidenti causati dall'abuso di alcol è stimato a oltre il 25 %. Il CESE reputa che l'installazione di un etilometro non dovrebbe essere limitata ai recidivi, la cui patente è stata sospesa dalla sentenza di un giudice per guida sotto l'influenza di alcol o droghe, bensì essere obbligatoria per tutti.

4.8

Il CESE raccomanda di prevedere un registratore di dati di evento (incidente) anche per gli autocarri e gli autobus, perché, sebbene i tachigrafi dei veicoli forniscano già alcuni dati relativi alla guida, essi non memorizzano i dati essenziali durante e dopo un incidente.

4.9

Secondo la valutazione d'impatto della Commissione allegata alla proposta di regolamento in esame, nell'arco di 16 anni l'introduzione dei nuovi dispositivi di sicurezza contribuirà a ridurre i decessi di 24 794 unità e le lesioni gravi di 140 740 unità. Il CESE si domanda se stime siffatte, quantificate fin quasi alla singola unità, non rischino di essere considerate poco credibili e dunque di compromettere il valore aggiunto dell'intera valutazione d'impatto.

4.10

Infine, il CESE richiama l'attenzione sul fatto che alcuni fabbricanti applicano, su base volontaria, delle norme di sicurezza più rigorose di quelle imposte dalla normativa europea. Purtroppo, questi miglioramenti si limitano spesso ai modelli di alta gamma venduti nei principali mercati degli Stati membri, a scapito dei veicoli più economici che sono privi dei dispositivi avanzati di sicurezza non obbligatori. Ne consegue che non tutti i cittadini dell'UE hanno accesso ad automobili con un livello di sicurezza equivalente. Per rimediare a questa situazione, il CESE raccomanda alla Commissione di imporre l'adeguamento delle norme europee agli sviluppi tecnologici in tempi più brevi.

Ciò vale anche per gli autocarri e gli autobus, in particolare per quanto riguarda il sistema di rilevamento e segnalazione della presenza di utenti vulnerabili della strada che si trovano nelle immediate vicinanze della parte anteriore del veicolo e sul lato destro (angolo cieco), la cui installazione dovrebbe anch'essa diventare obbligatoria in tempi più brevi.

Bruxelles, 19 settembre 2018

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Luca JAHIER


(1)  Comunicato stampa della Commissione del 10 aprile 2018, IP/18/2761.

(2)  Comunicato stampa della Commissione del 10 aprile 2018, IP/18/2761.

(3)  Comunicato stampa della Commissione del 10 aprile 2018, IP/18/2761.

(4)  https://etsc.eu/wp-content/uploads/5_VdTÜV_DeVol_Brussels.PPT_17.06.18.pdf.


6.12.2018   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 440/95


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla «Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che integra la legislazione dell’UE in materia di omologazione in relazione al recesso del Regno Unito dall’Unione»

[COM(2018) 397 final — 2018/0220 (COD)]

(2018/C 440/15)

Relatore:

Séamus BOLAND

Consultazione

Parlamento europeo, 2.7.2018

Consiglio, 3.7.2018

Base giuridica

Articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Mercato unico, produzione e consumo

Adozione in sezione

4.9.2018

Adozione in sessione plenaria

19.9.2018

Sessione plenaria n.

537

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

198/0/7

1.   Conclusioni

1.1.

Il CESE accoglie favorevolmente la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che è stata presentata dalla Commissione europea per integrare la legislazione dell’UE in materia di omologazione in relazione al recesso del Regno Unito dall’Unione.

1.2.

Il CESE ritiene che la proposta sia incentrata sulle misure concrete necessarie per affrontare le reali conseguenze, sia per l’industria della fabbricazione e distribuzione di veicoli che per i consumatori, derivanti dagli inevitabili cambiamenti giuridici nella certificazione dell’omologazione rilasciata dalle autorità britanniche sulla base della legislazione dell’UE.

1.3.

In tale contesto, il CESE reputa che la proposta in esame debba fungere da modello per molti altri accordi di natura simile che si renderanno necessari per effetto del recesso del Regno Unito.

1.4.

Il CESE raccomanda che nell’accordo sulla proposta in esame venga riconosciuta la necessità di prevedere un arco di tempo ragionevole prima di dare piena attuazione al nuovo sistema. Nel complesso, il termine del 29 marzo è veramente troppo limitativo e dovrebbe essere esteso di comune accordo tra il Regno Unito e l’UE.

1.5.

Il CESE accetta il fatto che, a seguito del recesso del Regno Unito dall’UE, le autorità britanniche incaricate dell’omologazione non potranno più certificare i veicoli ai sensi della legislazione dell’Unione, per cui i produttori con sede nel Regno Unito dovranno ottenere l’omologazione da un’autorità competente che abbia sede in uno dei 27 Stati membri dell’UE. Poiché il governo del Regno Unito ritiene che la sua autorità di omologazione debba essere riconosciuta come tale a livello internazionale, il CESE raccomanda di chiarire questo punto per evitare qualsiasi confusione.

1.6.

Il CESE rileva che la proposta in esame sarà attuata secondo i criteri fissati nell’accordo di recesso negoziato a livello generale e, di conseguenza, raccomanda che essa non venga snaturata in alcun modo.

1.7.

Il CESE osserva che, all’interno dell’UE, potranno rendersi necessari cambiamenti e modifiche delle direttive per effetto di nuove tecnologie, nuove informazioni e così via. Il Comitato raccomanda pertanto di prevedere la necessaria flessibilità nel quadro degli accordi pertinenti affinché sia possibile condurre gli opportuni negoziati.

1.8.

Il CESE raccomanda che tutti gli accordi commerciali globali, come anche quello relativo al recesso dall’UE, tengano conto del fatto che nell’UE e nel Regno Unito esiste un mercato di enormi proporzioni, e tutti gli accordi dovrebbero assicurare che questo mercato non subisca conseguenze negative.

1.9.

Il CESE raccomanda vivamente che i sistemi d’informazione e i servizi di formazione e consulenza del caso siano dotati delle risorse opportune, e siano a disposizione in modo trasparente di tutte le parti del settore, compresi i consumatori e i soggetti interessati in campo ambientale.

1.10.

Il CESE, pur riconoscendo che la proposta in esame non riguarda i «diritti fondamentali», ricorda che i diritti dei consumatori saranno sempre al centro delle preoccupazioni e raccomanda pertanto che se ne tenga conto in fase di attuazione.

2.   Contesto generale

2.1.

Il 23 giugno 2016, a seguito di un referendum sull’appartenenza all’UE, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord ha deciso di uscire dall’Unione europea. Questa decisione riguarda anche Gibilterra.

2.2.

Il 29 marzo 2017 il Regno Unito ha notificato l’intenzione di recedere dall’Unione a norma dell’articolo 50 del trattato sull’Unione europea. L’attivazione dell’articolo 50 ha dato avvio al negoziato per il recesso dall’UE, volto a gestire in modo efficace le nuove complesse disposizioni giuridiche.

2.3.

Una volta concluso il negoziato, è previsto che a decorrere dal 30 marzo 2019 il Regno Unito non sarà più uno Stato membro dell’UE e diventerà un paese terzo, a meno che l’accordo in materia non proponga una nuova data di decorrenza.

2.4.

È riconosciuto che il recesso dall’UE renderà necessario risolvere numerose questioni pratiche connesse alla regolamentazione europea sui beni e i servizi. In particolare, le autorità incaricate dell’omologazione che hanno sede nel Regno Unito non avranno più la funzione di autorità di regolamentazione dell’UE a partire dalla data del recesso e ciò, a sua volta, avrà delle conseguenze sulla regolamentazione attuale e futura dei beni, compresi quelli già omologati.

2.5.

Andrebbe tuttavia osservato che la posizione esatta del Regno Unito in rapporto alle autorità britanniche di omologazione sarà oggetto dell’accordo globale che è in corso di negoziazione.

2.6.

Tra le numerose implicazioni vanno ricordate le perturbazioni per le varie catene di approvvigionamento dei prodotti, che sono calibrate per consegnare le merci in modo efficiente sotto il profilo dei costi e tempestivamente in tutti gli Stati membri, tra cui la Gran Bretagna.

2.7.

La proposta tiene inoltre pienamente conto della necessità di mantenere tutti gli standard di qualità e di assicurare che le norme relative all’ambiente e ai consumatori non vengano snaturate.

2.8.

La proposta in esame potrebbe facilmente servire da modello per altri accordi simili e, in tale contesto, è essenziale che riceva il sostegno di tutte le parti interessate e del pubblico in generale.

2.9.

Nel testo della proposta si afferma che quest’ultima non ha conseguenze per la tutela dei diritti fondamentali. Il CESE fa tuttavia notare che le modifiche nei quadri normativi che disciplinano le merci avranno sempre delle implicazioni per i consumatori.

2.10.

Il presente parere verte sulla situazione relativa al sistema di omologazione per i motori, per i veicoli adibiti al trasporto di merci, nonché per i motori destinati a macchine non mobili.

3.   Sintesi della proposta della Commissione

3.1.

La proposta della Commissione è incentrata sul quadro legislativo dell’UE che disciplina il sistema di omologazione applicato a un certo numero di prodotti, sistema che non sarà più di applicazione nel Regno Unito quando il paese cesserà di essere uno Stato membro dell’Unione.

3.2.

In particolare, e fatte salve le eventuali disposizioni transitorie contenute nell’accordo di recesso, la proposta della Commissione elenca gli atti legislativi che saranno interessati dal recesso, ossia:

la direttiva 2007/46/CE, relativa all’omologazione dei veicoli a motore e dei loro rimorchi (che sarà sostituita da un regolamento applicabile a partire dal 1o settembre 2020);

il regolamento (UE) n. 168/2013, relativo all’omologazione dei veicoli a motore a due o tre ruote e dei quadricicli;

il regolamento (UE) n. 167/2013, relativo all’omologazione dei veicoli agricoli e forestali, e