ISSN 1977-0944

Gazzetta ufficiale

dell’Unione europea

C 173

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Edizione in lingua italiana

Comunicazioni e informazioni

60° anno
31 maggio 2017


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Sommario

pagina

 

I   Risoluzioni, raccomandazioni e pareri

 

PARERI

 

Comitato economico e sociale europeo

 

523a sessione plenaria del CESE dei giorni 22 e 23 febbraio 2017

2017/C 173/01

Parere del Comitato economico e sociale europeo su: Un’istruzione di alta qualità per tutti (parere esplorativo)

1

2017/C 173/02

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Valutazione intermedia del programma LIFE (parere esplorativo)

7

2017/C 173/03

Parere del Comitato economico e sociale europeo su: L’efficacia dei finanziamenti FSE e FEAD negli sforzi della società civile per far fronte alla povertà e all’esclusione sociale nel quadro della strategia Europa 2020 (parere d’iniziativa)

15

2017/C 173/04

Parere del Comitato economico e sociale europeo su: Il ruolo dell’agricoltura negli accordi commerciali multilaterali, bilaterali e regionali alla luce della riunione ministeriale dell’OMC a Nairobi (parere d’iniziativa)

20


 

III   Atti preparatori

 

COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO

 

523a sessione plenaria del CESE dei giorni 22 e 23 febbraio 2017

2017/C 173/05

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Proposta di direttiva del Consiglio sui meccanismi di risoluzione delle controversie in materia di doppia imposizione nell’Unione europea[COM(2016) 686 final – 2016/0338 (CNS)]

29

2017/C 173/06

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Raccomandazione di raccomandazione del Consiglio sulla politica economica della zona euro[COM(2016) 726 final] e sulla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Banca centrale europea, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni – Verso un orientamento positivo della politica di bilancio della zona euro[COM(2016) 727 final]

33

2017/C 173/07

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (UE) n. 1303/2013 per quanto riguarda le misure specifiche volte a fornire assistenza supplementare agli Stati membri colpiti da catastrofi naturali[COM(2016) 778 final – 2016/0384 (COD)]

38

2017/C 173/08

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda la classificazione degli strumenti di debito non garantiti nella gerarchia dei crediti in caso di insolvenza[COM(2016) 853 final – 2016/0363 (COD)]

41

2017/C 173/09

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Una nuova agenda per le competenze per l’Europa — Lavorare insieme per promuovere il capitale umano, l’occupabilità e la competitività[COM(2016) 381 final] sulla Proposta di raccomandazione del Consiglio sull’istituzione di una garanzia per le competenze[COM(2016) 382 final – 2016/0179 (NLE)] sulla Proposta di raccomandazione del Consiglio sul Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, che abroga la raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2008, sulla costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente[COM(2016) 383 final – 2016/0180 (NLE)] sulla Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a un quadro comune per la fornitura di servizi migliori per le competenze e le qualifiche (Europass) e che abroga la decisione n. 2241/2004/CE[COM(2016) 625 final — 2016/0304 (COD)] e su Migliorare le competenze delle persone nel mercato del lavoro (parere esplorativo richiesto dalla presidenza maltese)

45

2017/C 173/10

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Strategia europea per una mobilità a basse emissioni[COM(2016) 501 final]

55

2017/C 173/11

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Istituzione della garanzia del Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (EFSD) e del fondo di garanzia EFSD[COM(2016) 586 final]

62

2017/C 173/12

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Creazione di un nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione[COM(2016) 385 final]

66

2017/C 173/13

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Banca centrale europea, al Comitato economico e sociale europeo, al Comitato delle regioni e alla Banca europea per gli investimenti Analisi annuale della crescita 2017[COM(2016) 725 final]

73

2017/C 173/14

Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica le direttive 87/217/CEE del Consiglio, 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, 2009/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, il regolamento (UE) n. 1257/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 86/278/CEE del Consiglio e la direttiva 94/63/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativamente alle norme di procedura in materia di rendicontazione ambientale, e che abroga la direttiva 91/692/CEE del Consiglio[COM(2016) 789 final – 2016/0394 (COD)]

82


IT

 


I Risoluzioni, raccomandazioni e pareri

PARERI

Comitato economico e sociale europeo

523a sessione plenaria del CESE dei giorni 22 e 23 febbraio 2017

31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/1


Parere del Comitato economico e sociale europeo su: «Un’istruzione di alta qualità per tutti»

(parere esplorativo)

(2017/C 173/01)

Relatore:

Benjamin RIZZO

Consultazione da parte della presidenza maltese del Consiglio

16.9.2016

Base giuridica

Articolo 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE)

 

 

Sezione competente

Occupazione, affari sociali, cittadinanza

Adozione in sezione

3.2.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

207/1/5

1.   Conclusioni e raccomandazioni

Il CESE:

1.1.

incoraggia gli Stati membri a impegnarsi in misura maggiore nel campo dell’istruzione di alta qualità per tutti, allo scopo di conseguire gli obiettivi dell’UE per il 2020 e gli obiettivi delle Nazioni Unite per il 2030;

1.2.

sottolinea la rilevanza di un’istruzione e formazione di alta qualità finanziate dallo Stato per tutti e — al tempo stesso — mette l’accento sull’importanza sia dell’educazione ai diritti umani dei cittadini (che devono essere consapevoli del loro ruolo) che del rafforzamento dei valori europei in tutti i programmi didattici degli Stati membri;

1.3.

raccomanda un sostegno maggiore all’istruzione nella prima infanzia (che è determinante per l’apprendimento della lingua e la socializzazione, oltre che per l’adattamento alla scuola elementare e agli ulteriori percorsi d’istruzione) e all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (che è determinante per una riuscita integrazione nella società e nel mondo del lavoro);

1.4.

evidenzia la necessità sia di creare opportunità di formazione per i giovani che abbandonano gli studi, i lavoratori scarsamente qualificati e i lavoratori migranti, che di riconoscere i risultati dell’istruzione non formale e informale;

1.5.

ritiene che il futuro del lavoro e le sfide poste dalla digitalizzazione siano questioni fondamentali a cui l’UE e i suoi Stati membri devono dare un posto di rilievo nel dibattito politico e nel dialogo sociale su un’istruzione di alta qualità per tutti;

1.6.

incoraggia l’UE e gli Stati membri a perseguire maggiori sinergie e strategie concertate al livello dell’UE nel campo dell’istruzione per tutti;

1.7.

ricorda alla Commissione europea e agli Stati membri che i docenti e il personale didattico devono essere sostenuti negli sforzi volti a migliorare tutti gli aspetti del loro sviluppo professionale, al fine di migliorare la prestazione professionale. Raccomanda pertanto di investire nella qualificazione dei docenti e dei formatori, puntando ad assicurare l’equilibrio di genere nella fase di assunzione, fornendo un lavoro stabile e garantendo a tutti loro condizioni di lavoro e retribuzioni di buon livello;

1.8.

chiede che i fondi europei, in particolare il Fondo sociale europeo (FSE) e il programma Orizzonte 2020, siano utilizzati in modo più efficace, allo scopo di promuovere l’istruzione e la formazione di qualità, il sostegno al talento, la ricerca e l’innovazione.

2.   Osservazioni generali

2.1.

Il CESE esprime grande compiacimento per la scelta della presidenza neerlandese, che ha individuato nel tema «un’istruzione di alta qualità per tutti» un argomento d’interesse generale e ha chiesto al CESE di elaborare un parere esplorativo sull’argomento. L’Europa non dovrebbe dimenticare il ruolo essenziale che un’istruzione di alta qualità per tutti svolge nella costruzione di una società europea impegnata a difendere i diritti e i valori fondamentali. Malta punta a promuovere l’inclusione nella diversità nel quadro dell’istruzione formale e non formale attraverso l’offerta di percorsi di apprendimento equi e diversificati. In quest’ottica, nel gennaio 2017 Malta ha dedicato una settimana all’istruzione prestando una particolare attenzione ai temi «equità e apprendimento» e «istruzione digitale».

2.2.

Il CESE, inoltre, constata con compiacimento che il 7 dicembre scorso la Commissione europea ha presentato tre comunicazioni nel quadro della cosiddetta Iniziativa per i giovani (1). Il presente parere si occupa della comunicazione Migliorare e modernizzare l’istruzione — Un’istruzione di qualità per tutti. Inoltre, in quanto organo che rappresenta la società civile europea al livello dell’UE, il CESE si attende di essere consultato e di svolgere un ruolo attivo in merito a eventuali ulteriori sviluppi connessi a queste iniziative. La prima reazione è, tuttavia, di preoccupazione, in quanto il CESE teme che il valore di tali iniziative possa perdersi, dato che le misure di austerità sono ancora di applicazione per molte delle nostre società e impediscono loro di trarre il massimo beneficio da un’istruzione di alta qualità.

2.3.

Sebbene l’istruzione rimanga una prerogativa dei governi nazionali, il CESE ritiene che l’UE debba impiegare la sua influenza e la sua capacità finanziaria per aiutare gli Stati membri a investire in misura maggiore in un’istruzione di alta qualità per tutti.

3.   Osservazioni particolari

3.1.    Istruzione di qualità

3.1.1.

Un’istruzione di qualità contribuisce allo sviluppo di uomini e donne liberi, consapevoli, attivi, autonomi e dotati di senso critico, in grado di partecipare al progresso della società in cui vivono e di comprendere i valori comuni della libertà e della solidarietà. Essa costituisce inoltre il fondamento che consente alle persone di padroneggiare le sfide del mondo del lavoro.

3.1.2.

L’impegno per un’istruzione di qualità richiede azioni concrete, ad esempio:

migliorare il sostegno all’istruzione nella prima infanzia (che è determinante per l’apprendimento della lingua e la socializzazione, oltre che per l’adattamento alla scuola elementare e agli ulteriori percorsi d’istruzione) e all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (che è determinante per una riuscita integrazione nella società e nel mondo del lavoro),

assicurarsi che l’istruzione fornisca una risposta alle sfide della globalizzazione e della digitalizzazione, oltre che ai cambiamenti nel mondo del lavoro,

creare opportunità di formazione per i giovani che abbandonano gli studi, i lavoratori scarsamente qualificati e i lavoratori migranti, senza trascurare l’alfabetizzazione digitale,

assicurarsi che nel processo di istruzione si abbia cura di sviluppare la capacità di selezionare le informazioni,

riconoscere i risultati dell’istruzione non formale e informale,

promuovere alleanze tra i più svariati operatori dell’istruzione, coinvolgendo l’intera comunità didattica,

migliorare la formazione iniziale e sul lavoro, e investire in tale formazione a beneficio dei docenti e del personale didattico,

riqualificare la professione di insegnante e fornire condizioni di lavoro e retribuzioni migliori,

assicurare che le politiche concordate per fare fronte alla crisi economica e all’indebitamento statale non compromettano un’istruzione e formazione di qualità,

investire in infrastrutture e strumenti migliori a fini didattici, come le TIC,

migliorare gli investimenti pubblici nell’istruzione, ricerca e formazione professionale di qualità, e continuare a sostenere e finanziare il programma Erasmus +,

utilizzare meglio i fondi europei, in particolare il Fondo sociale europeo (FSE) e il programma Orizzonte 2020, per sostenere l’istruzione, la formazione, la ricerca e l’innovazione di qualità,

rafforzare le opportunità di mobilità su scala europea per studenti, docenti universitari, insegnanti, formatori e ricercatori, che dovrebbero poter trascorrere un certo arco di tempo in un altro Stato membro (questo dovrebbe valere non solo per l’istruzione formale, ma anche per i sistemi non formali, la formazione professionale e gli apprendistati),

perseguire maggiori sinergie e strategie concertate a livello dell’UE in materia di istruzione,

promuovere la cooperazione e il dialogo tra le imprese, i sistemi di istruzione e formazione e i prestatori di servizi in questo campo, al fine di individuare le esigenze in termini di competenze e favorire l’occupazione.

3.2.    Istruzione e diritti umani

3.2.1.

Il CESE ritiene che, se da un lato un obiettivo fondamentale dell’istruzione è, come già affermato, lo sviluppo delle persone, dall’altro la formazione costituisce tanto una disciplina quanto un’attività che è più rilevante per scopi pratici e risulta strettamente connessa allo sviluppo e all’inserimento nel mondo del lavoro. Il CESE ha già evidenziato le differenze e i collegamenti tra l’istruzione e la formazione, che sono certamente interconnesse ma che perseguono obiettivi propri. In numerosi pareri il CESE ha contribuito al riconoscimento dell’istruzione quale diritto umano fondamentale, bene pubblico e precipua responsabilità dei governi.

3.2.2.

Nella Dichiarazione sulla promozione della cittadinanza e dei valori comuni di libertà, tolleranza e non discriminazione attraverso l’istruzione (firmata a Parigi, nel marzo 2015, dai ministri dell’Istruzione dopo gli attacchi compiuti in Francia e Danimarca) si afferma che gli Stati membri dell’UE ribadiscono la loro determinazione a rimanere «spalla a spalla nella difesa dei valori fondamentali posti al cuore della Unione europea: rispetto per la dignità umana, libertà (inclusa la libertà di espressione), democrazia, uguaglianza, legalità, rispetto per i diritti umani».

3.2.3.

Purtroppo, nel 2016 la violenza scoppiata per una serie di motivazioni (compresi i gruppi politici di estrema destra che sostengono progetti xenofobi e razzisti, il terrorismo basato su argomentazioni religiose e il fermo rifiuto di accogliere profughi in fuga dalla guerra e dai conflitti) ha nuovamente generato dolorose conseguenze. Bisognerebbe pertanto rafforzare l’educazione ai diritti umani e alla cittadinanza, oltre che ai valori dell’UE, in tutti i programmi didattici degli Stati membri.

3.2.4.

In quest’ottica, gli Stati membri devono aggiungere nuove dimensioni all’istruzione (ossia i legami con i diritti fondamentali e il futuro del lavoro), devono preparare i cittadini ai cambiamenti culturali e funzionali derivanti dagli sviluppi ambientali e devono assicurare che la formazione sia appropriata per i compiti e le competenze di cui c’è bisogno in un’economia di sviluppo sostenibile.

3.2.5.

Una delle sfide cui oggi è confrontata l’istruzione è la capacità di utilizzare le informazioni. L’accesso all’informazione è un diritto dei cittadini, ma quella dell’uso dell’informazione è una questione complessa. La selezione, l’interpretazione e l’utilizzo delle informazioni sono capacità che nel processo di istruzione possono e devono essere sviluppate, a beneficio del singolo e della società. La capacità di utilizzare le informazioni è uno dei criteri discretivi dell’istruzione di alta qualità.

3.3.    La crisi economica, la povertà e l’esclusione sociale

3.3.1.

In una relazione di Eurostat si afferma che «nel 2015 circa 25 milioni di minori, pari al 26 % della popolazione compresa tra 0 e 17 anni che vive nell’Unione europea, erano a rischio [di povertà o esclusione sociale]. […] Nel 2015 più di un terzo dei minori che vivono in 6 Stati membri — ossia Romania, Bulgaria, Grecia, Ungheria, Spagna e Italia — era a rischio [di povertà o esclusione sociale]». L’aumento maggiore è stato registrato in Grecia (dal 28,7 % nel 2010 al 37,8 % nel 2015, ossia 9,1 punti percentuali in più). Questi dati preoccupanti mostrano chiaramente il nesso tra crisi e aumento della povertà.

3.3.2.

Le relazioni più recenti dell’UE sul settore dell’istruzione forniscono ulteriori indicazioni in rapporto a un problema di cui si è tenuto conto in numerose analisi e dichiarazioni formulate in precedenza dalla società civile, ossia che la povertà è strettamente legata al contesto socioeconomico e culturale delle famiglie di origine e dei gruppi sociali di appartenenza. Secondo Eurostat, «la percentuale dei minori a rischio di povertà o esclusione sociale nell’UE diminuisce in rapporto al livello di istruzione dei genitori. Nel 2015 circa i 2/3 (65,5 %) di tutti i minori i cui genitori avevano un basso livello di istruzione (ossia, avevano al massimo conseguito un titolo d’istruzione secondaria di primo grado) erano a rischio di povertà […] contro il 30,3 % dei minori che abitano con genitori che hanno ricevuto un livello d’istruzione medio […] e il 10,6 % dei minori i cui genitori hanno un livello d’istruzione superiore».

3.3.3.

Oggigiorno la povertà educativa, ovvero la percentuale di giovani che non raggiunge standard minimi d’istruzione, costituisce una delle sfide principali dell’Europa. D’altro canto, a causa della crisi economica e dei rigidi vincoli di bilancio e in materia fiscale, la qualità dei sistemi di istruzione e formazione ha subito un deterioramento, accrescendo il rischio di povertà ed esclusione, oltre a compromettere il principio di un’istruzione pubblica di alta qualità per tutti.

3.3.4.

Alcuni paesi europei hanno deciso di ridurre le dotazioni di bilancio per l’istruzione, di diminuire le retribuzioni dei docenti, di limitare l’assunzione di personale, di interrompere la costruzione di nuove scuole, oppure di non assegnare risorse sufficienti per mantenere sicure e vivibili le infrastrutture degli istituti scolastici, ma questa tendenza andrebbe invertita. Nel 2014 la spesa pubblica per l’istruzione era pari ad appena l’1,1 % in termini reali, e in quello stesso anno dieci Stati membri hanno ridotto la spesa rispetto al 2013 (2). Il CESE raccomanda pertanto ai governi nazionali di riesaminare e modificare i programmi di austerità che potrebbero avere pesanti ripercussioni sull’attuazione degli impegni assunti a livello europeo e internazionale in materia di istruzione, come le agenda all’orizzonte del 2020 e del 2030.

3.4.    L’istruzione e il futuro del lavoro

3.4.1.

Il futuro del lavoro rappresenta un tema essenziale a cui deve essere accordato un posto centrale nel quadro del dibattito politico e del dialogo sociale su un’istruzione di alta qualità. Inoltre, cambiamenti epocali stanno riconfigurando i modi in cui il lavoro viene realizzato. Il risultato è che, malgrado le nuove opportunità offerte dalla trasformazione delle innovazioni in nuove occupazioni, il mondo del lavoro è ora caratterizzato da una forte imprevedibilità sia per i lavoratori che per le imprese e le transizioni che la rivoluzione digitale sta provocando, anche se associate a nuove favorevoli opportunità, amplificano ulteriormente la sensazione di imprevedibilità e complessità. Come indicato nella prima relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione preparata dalla Commissione Juncker, «preparare le persone a un’occupazione è solo un aspetto della questione. L’istruzione ha un ruolo altrettanto importante nella creazione di una società migliore». Tuttavia, oggigiorno anche i lavoratori più qualificati possono perdere il posto di lavoro. Sebbene fondamentali, l’istruzione e la formazione non offrono, di per sé, alcuna garanzia di un posto di lavoro di buon livello, stabile e ben retribuito. Inoltre, le disuguaglianze all’interno del mercato del lavoro sembrano diventate un problema che occorre affrontare in modo adeguato.

3.4.2.

L’istruzione e la formazione professionale (IFP) stanno assumendo un’importanza crescente per la lotta alla disoccupazione e, quindi, devono essere migliorate, rese più accessibili e pertinenti. Bisogna stanziare risorse umane e finanziarie adeguate per garantire la qualità dei risultati dell’istruzione e l’occupabilità delle persone interessate.

3.4.3.

Una relazione valutativa della Commissione europea sugli investimenti realizzati a titolo del Fondo sociale europeo (FSE) nel periodo 2007-2013 indica che, alla fine del 2014, almeno 9,4 milioni di persone residenti in Europa avevano trovato un lavoro e 8,7 milioni di persone avevano ottenuto una qualifica o un certificato di studio. Altri risultati positivi, come un ampliamento delle competenze, sono stati segnalati da 13,7 milioni di partecipanti. Queste notizie favorevoli dovrebbero incoraggiare gli Stati membri a combattere con costanza la disoccupazione in Europa, che in molti paesi è ancora elevata.

3.4.4.

Il CESE, inoltre, raccomanda all’UE e agli Stati membri di investire in misura maggiore nella ricerca e nell’innovazione, allo scopo di creare nuovi e migliori posti di lavoro per il futuro.

3.4.5.

Il divario retributivo di genere è ancora presente. Nel novembre 2015 la commissaria Věra Jourová ha affermato: «Le donne continuano a lavorare gratis quasi due mesi all’anno, dato che il loro salario orario medio è del 16,4 % inferiore a quello degli uomini. La parità tra uomini e donne costituisce uno dei valori fondamentali dell’Unione europea, ma l’attualità ci ricorda che non è una delle sue realtà fondamentali». Poiché nel settore dell’istruzione è alta la percentuale di lavoratori di sesso femminile, bisognerebbe rivedere i salari e andrebbero migliorate le opportunità di carriera.

3.5.    Pubblica istruzione

3.5.1.

Gli Stati membri devono riaffermare il ruolo della pubblica istruzione nel raggiungimento dell’uguaglianza e della coesione sociale. Se si considerano i dati più recenti dell’UE sulla povertà e il rischio di esclusione sociale, non si può minimizzare l’importanza della pubblica istruzione nel costruire una società più equa.

3.5.2.

Bisognerebbe impartire con equità e senza scopo di lucro un’istruzione di alta qualità. I governi hanno principalmente la responsabilità di assicurare risorse adeguate per un’istruzione accessibile a tutti, dato che si sono impegnati a livello sia internazionale che europeo ad agire in questo senso. Gli investimenti nell’istruzione, in particolare nell’istruzione pubblica, dovrebbero diventare una priorità politica.

3.5.3.

Poiché non tutti i lavoratori hanno gli strumenti per far fronte a rischi di natura sociale, personale e professionale, è fondamentale avere accesso a opportunità pubbliche, di alta qualità, per l’aggiornamento professionale e la riqualificazione, nonché a una protezione sociale adeguata lungo tutto l’arco della vita. In quanto organo che rappresenta la società civile al livello dell’UE, il CESE sottolinea la necessità di rafforzare e di dotare di più fondi le infrastrutture pubbliche per la formazione dei disoccupati e dei lavoratori migranti.

3.5.4.

Secondo il CESE, inoltre, le parti sociali e la comunità didattica dovrebbero essere dotate di poteri di monitoraggio e dovrebbero valutare l’efficacia della spesa pubblica nel settore dell’istruzione.

3.6.    Dialogo sociale e contrattazione collettiva

3.6.1.

In tutta l’Europa il dialogo sociale nel settore dell’istruzione è posto di fronte a una serie di sfide, a causa di fattori interni ed esterni. Preoccupazioni economiche più impellenti hanno spinto il dialogo sociale verso il fondo dell’agenda politica. L’assenza di un dialogo sociale reale è rispecchiata dal fatto che le decisioni riguardanti il personale docente e la comunità didattica sono spesso adottate al di fuori delle consultazioni ufficiali con le parti sociali. In molti paesi la sfera della contrattazione collettiva è stata ridotta proprio in un momento in cui andrebbe estesa per affrontare le numerose nuove sfide a cui la comunità didattica è posta di fronte.

3.6.2.

Il CESE incoraggia pertanto gli Stati membri e le parti sociali a rafforzare la correlazione tra il dialogo sociale nazionale e quello europeo, e a discutere in che modo ampliare la sfera della contrattazione collettiva. Il dialogo sociale europeo nel settore dell’istruzione è fondamentale per realizzare la strategia Europa 2020 e gli obiettivi dell’Agenda 2030, in quanto riunisce i datori di lavoro e i lavoratori europei del settore, dando quindi loro la possibilità di accordarsi sulle modalità per rispondere alle sfide cui il settore deve fare fronte. Bisognerebbe inoltre coinvolgere l’intera comunità didattica (genitori, studenti, organizzazioni della società civile ecc.).

3.7.    Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione nel settore dell’istruzione

3.7.1.

Negli ultimi anni il mondo è passato da un’economia sostanzialmente basata sulla produzione a un’economia più orientata verso il settore terziario. La creazione di conoscenze è diventata un fattore di importanza cruciale sia per la produzione di beni che per la prestazione di servizi.

3.7.2.

Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione nel mondo globalizzato hanno modificato l’integrazione e l’interdipendenza economiche a tutti i livelli. Inoltre, la trasformazione digitale sta inducendo grandi cambiamenti nell’industria e nel settore terziario; questo comporta il passaggio da un’occupazione di tipo tradizionale a posti di lavoro digitali. Le TIC sono impiegate in molti modi; esse costituiscono anche il perno su cui poggiano le reti virtuali di natura sociale e/o politica. In questo modo le TIC svolgono un ruolo sempre più rilevante nelle attività di socializzazione dei bambini e dei giovani.

3.7.3.

Le TIC, sebbene offrano opportunità in molti campi, aprono la via anche a pericoli reali, come la criminalità informatica, la diffusione di contenuti nocivi e pericolosi, la crescente commercializzazione dei servizi, la sorveglianza tramite la tecnologia e l’uso improprio dei dati personali. La protezione dei dati personali e la sicurezza delle informazioni nel settore dell’istruzione dovrebbero essere trattate nel quadro di una strategia europea. Inoltre, vari paesi europei dispongono di strategie nazionali per promuovere l’uso delle TIC in differenti ambiti, compresa una strategia specifica dedicata all’istruzione, ma permangono notevoli lacune in fase di attuazione.

3.7.4.

L’introduzione di dispositivi digitali nel settore dell’istruzione rappresenta un tema cruciale per la comunità didattica e la società in generale. La Commissione europea ha sottolineato — nella sua agenda digitale e nel quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione (ET 2020) — la necessità di approcci innovativi in materia di insegnamento e apprendimento negli Stati membri, per rafforzare le competenze digitali e preparare i lavoratori ai posti di lavoro digitali del futuro. Anche le ricerche e i rapporti dell’OCSE e dell’Unesco vanno nella stessa direzione, ossia l’implicita necessità non solo di assicurare che gli istituti d’istruzione siano dotati delle attrezzature per utilizzare le TIC nell’insegnamento, ma anche di rafforzare le competenze didattiche in rapporto all’impiego pedagogico delle TIC a tutti i livelli dell’istruzione allo scopo di plasmare il futuro.

3.7.5.

L’inserimento delle nuove tecnologie nei corsi di studio potrebbe favorire le competenze necessarie per adattarsi alla rapida evoluzione della tecnologia, oltre a preparare gli studenti all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita e alla cittadinanza democratica attiva. Tuttavia le TIC nell’istruzione, sebbene abbiano le potenzialità per migliorare l’insegnamento e l’apprendimento, presentano anche molte sfide per gli insegnanti e gli studenti, come quelle indicate nel presente parere.

3.7.6.

Infine, andrebbe rilevato che l’UE, se intende mantenere una posizione di capofila nel settore dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica, deve potenziare gli investimenti nel sostegno al talento, nella ricerca e nell’innovazione.

3.8.    Gli insegnanti, architetti del futuro

3.8.1.

È risaputo che gli insegnanti svolgono un ruolo essenziale per il successo o il fallimento delle iniziative e dei programmi in materia di istruzione. Il CESE invita le autorità didattiche e gli istituti di istruzione a fornire formalmente un sostegno pedagogico e tecnico continuo agli insegnanti, per aiutarli ad adattarsi ai nuovi sistemi digitali e a evitare che l’impiego delle TIC porti a un deterioramento delle condizioni di lavoro. Il CESE raccomanda di investire nella qualificazione dei formatori e degli insegnanti, puntando ad assicurare l’equilibrio di genere nella fase di assunzione attraverso la scelta dei migliori nella rispettiva categoria professionale, fornendo un lavoro stabile e garantendo condizioni di lavoro e retribuzioni di buon livello.

3.8.2.

Poiché gli standard nazionali in materia di tecnologie didattiche sono destinati a cambiare radicalmente, i rappresentanti del personale docente dovrebbero essere consultati quando le autorità nazionali in materia d’istruzione elaborano nuove strategie e programmi che rappresentano una sfida per il loro lavoro quotidiano. Materie quali la presa di immagini, il maneggio delle apparecchiature, la presentazione e la pubblicazione tramite media, lo sviluppo di siti Internet, l’inserimento di dati, la gestione di banche dati, la raccolta di informazioni, gli ambienti di lavoro in collaborazione e la condivisione di file dovrebbero far parte della formazione iniziale e sul lavoro. È essenziale che tutti gli insegnanti ricevano una formazione che consenta loro di acquisire queste capacità e competenze.

3.8.3.

Il CESE raccomanda inoltre agli Stati membri di facilitare le opportunità di mobilità per gli insegnanti e il personale didattico quando si recano in uno Stato membro diverso dal proprio, tutelando al tempo stesso i loro diritti in materia di pensione e sicurezza sociale, per aumentare il richiamo delle professioni di insegnante e formatore per le giovani generazioni.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  COM(2016) 940 final, COM(2016) 941 final e COM(2016) 942 final.

(2)  Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione (2015).


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/7


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Valutazione intermedia del programma LIFE»

(parere esplorativo)

(2017/C 173/02)

Relatore:

Lutz RIBBE

Consultazione

25.8.2016

Base giuridica

Articolo 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

 

 

Decisione dell’Ufficio di presidenza

15.3.2016

 

 

Sezione competente

Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente

Adozione in sezione

6.2.2017

Adozione in sessione plenaria

23.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

169/25/18

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE ribadisce (1) il suo fermo appoggio a mantenere e ampliare un programma di finanziamento specifico per l’ambiente, la protezione e il rafforzamento della biodiversità, l’impiego efficiente delle risorse, lo sviluppo sostenibile e le attività di comunicazione e informazione, nonché per il sostegno delle ONG ambientaliste.

1.2.

Negli ultimi 25 anni, il programma LIFE è stato fondamentale per la politica ambientale europea e, in misura crescente, anche per quella in materia di sviluppo sostenibile. Tale programma può essere ormai considerato, a giusto titolo, un elemento essenziale della politica ambientale dell’UE, che ha concorso in larga misura a rafforzare.

1.3.

L’azione del programma LIFE è stata duplice, in quanto i progetti da esso finanziati hanno:

a)

contribuito immediatamente a produrre risultati positivi diretti e tangibili salvando, ad esempio, da rapida estinzione alcune specie minacciate, protette dalla legislazione dell’UE;

b)

consentito alle popolazioni locali di rendersi conto degli approcci positivi che sono alla base della politica ambientale dell’UE e dei benefici che tale politica apporta all’uomo, all’ambiente e alla natura. Il programma LIFE è diventato quindi una specie di «ponte» tra la politica dell’UE e l’ «Europa dei cittadini e delle regioni». Questo è particolarmente importante in un momento in cui i cittadini si interrogano sempre più spesso sul valore aggiunto che apporta veramente l’Europa.

1.4.

Il programma LIFE, di cui è da apprezzare il costante adeguamento alle nuove sfide, ha messo in luce anche l’elevato potenziale che esiste nella società civile e l’enorme disponibilità di quest’ultima a impegnarsi a favore dell’attuazione e dell’ulteriore sviluppo della politica dell’UE in materia di ambiente e di sostenibilità. L’applicazione del diritto dell’UE è molto più di un mero atto legislativo che gli Stati membri devono compiere. La riuscita della politica in materia di ambiente e di sostenibilità dipende dall’accettazione da parte dell’opinione pubblica, deve essere attuata e comunicata in maniera trasparente, e il programma LIFE fornisce anche in questo caso un contributo molto prezioso.

1.5.

Spesso i progetti LIFE mettono però a nudo anche, in maniera diretta o indiretta, le incoerenze delle decisioni politiche, non da ultimo a livello dell’UE. Per quanto spiacevole ciò possa risultare per alcuni responsabili decisionali, questo fatto è da considerare un elemento prezioso che può favorire, in ultima analisi, una maggiore integrazione della protezione dell’ambiente in altri settori di intervento.

1.6.

Il recepimento dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite (ossia degli obiettivi di sviluppo sostenibile) nelle politiche europee costituisce una delle principali sfide che l’UE dovrà affrontare nei prossimi anni, e il programma LIFE dovrà contribuire in questo senso. Non si tratterà soltanto di lavorare in stretto dialogo con le parti sociali e i gruppi della società civile per trovare le modalità più efficaci di attuare questi obiettivi. Sarà necessario anche un cambiamento di mentalità da parte di molti servizi della Commissione e, al livello degli Stati membri, di molti ministeri, autorità e uffici per i quali la politica di sviluppo sostenibile ha avuto finora un’importanza marginale, in modo che l’integrazione, tanto discussa, della protezione dell’ambiente e della natura nelle altre politiche possa diventare realtà.

1.7.

Il CESE raccomanda di apportare una serie di modifiche:

il programma LIFE dovrebbe essere trasformato in uno strumento fondamentale di finanziamento della rete Natura 2000. L’approccio, scelto in passato, di organizzare il finanziamento della rete Natura 2000 principalmente attraverso i fondi europei per lo sviluppo regionale e il secondo pilastro della politica agricola comune (PAC), è da considerarsi insufficiente. A questo proposito, il CESE rimanda al suo parere (2) sull’argomento e chiede un potenziamento, con destinazione specifica, della dotazione del programma LIFE. Al riguardo, bisogna garantire la coerenza tra tutte le misure di sostegno, evitando quindi finanziamenti opposti o duplici rispetto ad altri fondi dell’UE,

bisognerebbe esaminare il modo per riuscire ancora meglio a trasformare i progetti finanziati dal programma LIFE in veri e propri «progetti pilota», da replicare in altre parti d’Europa, possibilmente senza necessità di ulteriori aiuti,

i progetti di ricerca classici non dovrebbero essere sostenuti dal programma LIFE, anche per garantire una distinzione ancora più netta rispetto al programma Orizzonte 2020.

1.8.

La componente relativa all’azione per il clima dovrebbe essere ulteriormente sviluppata, soprattutto per quanto riguarda le misure di adattamento che possono essere prese dai cittadini, dagli agricoltori, dalle città, dai comuni e dalle regioni particolarmente colpiti.

2.   Contesto

2.1.

Istituito nel 1992, LIFE costituisce il principale strumento di finanziamento dell’Unione europea specificamente destinato all’ambiente. Il programma sostiene la protezione della biodiversità e degli habitat, in particolare attraverso la rete Natura 2000, l’impiego efficiente delle risorse, l’adattamento ai cambiamenti climatici e le attività di comunicazione e informazione. La dotazione di LIFE per il periodo 2014-2020 ammonta a circa 3 456 milioni di EUR, contro i circa 2 000 milioni di EUR del precedente periodo di sette anni.

2.2.

Gli obiettivi principali del programma sono i seguenti:

contribuire al passaggio a un’economia efficiente in termini di risorse, con minori emissioni di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici, nonché alla protezione dell’ambiente e della biodiversità,

migliorare la definizione delle politiche ambientali, come anche l’applicazione e il controllo dell’acquis ambientale dell’UE, nonché promuovere l’integrazione degli obiettivi ambientali e climatici nelle altre politiche e nella pratica delle organizzazioni sia pubbliche che private,

migliorare la governance ambientale e in materia di clima a più livelli, in particolare con il coinvolgimento della società civile, delle ONG e degli attori locali,

sostenere l’attuazione del Settimo programma d’azione per l’ambiente e, in futuro, il recepimento dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite nelle politiche europee.

2.3.

Rispetto al periodo di programmazione 2007-2013, il programma LIFE presenta una serie di nuovi elementi:

l’introduzione del sottoprogramma «Azione per il clima»,

l’introduzione di una nuova categoria di progetti, i cosiddetti «progetti integrati», in aggiunta a quelli «tradizionali», a quelli di rafforzamento delle capacità e a quelli preparatori,

l’introduzione di strumenti finanziari, in particolare lo strumento di finanziamento del capitale naturale (NCFF), incentrato sui servizi ecosistemici e sulla protezione del capitale naturale, e lo strumento di finanziamento privato dell’efficienza energetica (PF4EE),

la graduale soppressione delle allocazioni nazionali per i progetti: a partire dal 2018 la selezione dei progetti sarà basata esclusivamente sul merito, indipendentemente dalla distribuzione geografica (per quanto riguarda i progetti tradizionali),

per la gestione del programma, la Commissione si affiderà ora all’Agenzia esecutiva per le piccole e medie imprese (EASME).

2.4.

Per il periodo 2014-2020 LIFE si articola in:

un sottoprogramma «Ambiente», suddiviso in «Ambiente e uso efficiente delle risorse», «Natura e biodiversità» e «Governance e informazione in materia ambientale», al quale è assegnato circa il 75 % della dotazione complessiva (ossia 2 592 milioni di EUR),

un sottoprogramma «Azione per il clima», suddiviso in «Mitigazione dei cambiamenti climatici», «Adattamento ai cambiamenti climatici» e «Governance e informazione in materia di clima», al quale è assegnato circa il 25 % della dotazione complessiva (ossia 864 milioni di EUR).

2.5.

La Commissione europea dovrà presentare, entro il 30 giugno 2017, una relazione di valutazione intermedia del programma LIFE e, in vista della pubblicazione di tale valutazione, ha chiesto al CESE e al Comitato delle regioni di esprimere i loro punti di vista in merito alla nuova configurazione del programma, tenendo conto delle novità introdotte nel 2014.

3.   Osservazioni generali

3.1.

Il Comitato ritiene che sia ancora troppo presto per formulare una «valutazione intermedia» attendibile della fase attuale del programma, perché i primi progetti della nuova fase di programmazione sono stati assegnati appena nel 2015 e la stragrande maggioranza di essi non è ancora stata completata, né tanto meno valutabile. Tuttavia, alla luce della valutazione delle fasi precedenti, il Comitato formula un primo contributo riguardo alla configurazione del programma LIFE per il periodo 2021-2028.

Risultati prodotti finora e valore aggiunto, ma anche limiti, del programma LIFE

3.2.

Negli ultimi 25 anni, il programma LIFE è stato fondamentale per la politica ambientale europea e, in misura crescente, anche per quella in materia di sviluppo sostenibile. Inoltre, ha fornito un contributo estremamente importante alla protezione della biodiversità. Tale programma può essere ormai considerato, a giusto titolo, un elemento essenziale della politica ambientale dell’UE, che ha concorso in larga misura a rafforzare.

3.3.

L’azione del programma LIFE è stata duplice, in quanto i progetti da esso finanziati hanno:

a)

contribuito immediatamente a produrre risultati positivi diretti e tangibili, salvando da rapida estinzione alcune specie minacciate, protette dalla legislazione dell’UE, si pensi, ad esempio, ai progetti realizzati per proteggere l’ibis calvo e l’otarda. In molti casi il programma LIFE ha rappresentato e continua a rappresentare l’unica possibilità di finanziamento, dal momento che gli Stati membri spesso non hanno avviato programmi di protezione di questo tipo o non mostrano interesse a farlo;

b)

consentito alle popolazioni locali di rendersi conto degli approcci positivi che sono alla base della politica ambientale dell’UE e dei benefici che tale politica apporta all’uomo, all’ambiente e alla natura. Il programma LIFE è diventato quindi una specie di «ponte» tra la politica dell’UE e l’ «Europa dei cittadini e delle regioni». Questo è particolarmente importante in un momento in cui i cittadini si interrogano sempre più spesso sul valore aggiunto che apporta veramente l’Europa.

3.4.

Con i numerosi progetti finanziati finora, il programma LIFE ha messo in luce l’elevato potenziale che esiste nella società civile e l’enorme disponibilità di quest’ultima a impegnarsi a favore dell’attuazione e dell’ulteriore sviluppo della politica dell’UE in materia di ambiente e di sostenibilità. L’applicazione del diritto dell’UE è molto più di un mero atto legislativo che gli Stati membri devono compiere. La riuscita della politica in materia di ambiente e di sostenibilità dipende dall’accettazione da parte dell’opinione pubblica, deve essere attuata e comunicata in maniera trasparente, e anche a questo riguardo il programma LIFE fornisce un contributo preziosissimo e indispensabile.

3.5.

Spesso i progetti LIFE mettono però a nudo anche, in maniera diretta o indiretta, le incoerenze delle decisioni politiche, non da ultimo a livello dell’UE. Per quanto spiacevole ciò possa risultare per alcuni responsabili decisionali, questo fatto è da considerare un elemento prezioso che può favorire, in ultima analisi, una maggiore integrazione della protezione dell’ambiente in altri settori di intervento.

3.6.

Ma qui si arriva ai limiti del programma LIFE: tale programma non può e non dovrebbe essere inteso a compensare le carenze derivanti dalla mancata applicazione della legislazione ambientale in vigore o dalla mancata presa in considerazione delle problematiche ambientali nelle altre politiche. Tale incoerenza tra le politiche può essere illustrata sulla base di tre esempi:

3.6.1.

il programma LIFE può contribuire, ad esempio, a chiarire all’opinione pubblica che la politica dell’UE contro l’inquinamento atmosferico è volta essenzialmente a ridurre i rischi che le emissioni inquinanti comportano per la salute della popolazione. Questo programma non può però risolvere contrasti quali quelli esistenti, ad esempio, in Germania tra i politici favorevoli all’ambiente e quelli favorevoli ai trasporti, in cui si tratta, in sostanza, di determinare quale sia il «bene da proteggere» di maggior valore (la «protezione della salute dei cittadini dalle polveri sottili» oppure il «diritto degli automobilisti alla libera mobilità»).

3.6.2.

Con il progetto «Urban Bees»  (3), il programma LIFE è stato, ad esempio, di grande aiuto nel richiamare l’attenzione di vaste fasce della popolazione sull’importanza, sulle fonti di rischio ma anche sulle possibilità di intervento per proteggere gli impollinatori. I rischi derivanti, ad esempio, da determinate pratiche agricole o dall’autorizzazione di antiparassitari che possono avere effetti nocivi sulle api, potranno però essere eliminati soltanto se altri servizi dell’UE si occuperanno adeguatamente di questo problema e se il principio di precauzione sarà applicato con coerenza.

3.6.3.

Dal 1999 l’Austria porta avanti un programma efficace di protezione del salmonide Hucho hucho  (4), una specie a rischio di estinzione, finanziandolo con 45 milioni di EUR di fondi pubblici, una parte dei quali provenienti dal programma LIFE. Il bacino idrografico della Sava costituisce il principale ambiente di riproduzione di questo pesce. Da un recente studio emerge però che nell’habitat di diffusione dell’Hucho hucho è prevista la costruzione di circa 600 centrali idroelettriche, che, secondo gli esperti, ne farebbe diminuire la popolazione addirittura del 70 %. La costruzione di alcune di queste centrali sarà finanziata in parte anche con fondi dell’UE.

3.7.

Il Comitato si compiace pertanto che il programma LIFE sia ormai maggiormente orientato a migliorare l’applicazione della legislazione, a livello non soltanto di autorità pertinenti, ma anche di organismi preposti al controllo.

Sviluppo del programma LIFE

3.8.

Il CESE esprime apprezzamento per l’elevato livello di flessibilità e la capacità di adeguamento alle nuove sfide e alle esperienze maturate che hanno sempre caratterizzato il programma LIFE negli ultimi anni e che appaiono confermate anche nel nuovo periodo di finanziamento 2014-2020:

attenzione concentrata sui paesi in cui il divario attuativo è maggiore,

soppressione delle quote nazionali,

maggiori possibilità di partecipazione per le imprese,

maggiore accento sull’innovazione,

rafforzamento delle sinergie con altri programmi, a partire dai nuovi progetti integrati introdotti nel 2014. il CESE si compiace del fatto che sia stato tenuto conto della sua raccomandazione (5) di stabilire una chiara ripartizione degli stanziamenti destinati ai progetti «tradizionali» e a quelli «integrati»,

impiego di strumenti finanziari completamente nuovi per la protezione dell’ambiente (PF4EE e NCFF),

introduzione di una dimensione climatica.

4.   Raccomandazioni del CESE

Mantenere e rafforzare il programma LIFE

4.1.

Nessun programma è talmente perfetto da non poter essere migliorato. In primo luogo, il CESE ribadisce (6) tuttavia il suo pieno appoggio all’idea che questo programma di finanziamento a sé stante dal punto di vista del bilancio venga proseguito oltre le prospettive finanziarie in corso. Tale prosecuzione è necessaria perché, nonostante i numerosi progressi incoraggianti e le decisioni di indirizzo (ad esempio, l’agenda 2030 delle Nazioni Unite, gli accordi di Parigi sul clima e la strategia UE in materia di biodiversità), i problemi ambientali sono lungi dall’essere risolti e l’orientamento delle politiche UE verso l’efficienza delle risorse, le basse emissioni di carbonio e il mantenimento della biodiversità non è ancora stato avviato con risultati positivi. La Commissione europea e l’Agenzia europea dell’ambiente segnalano, anzi, in diverse relazioni che in alcuni casi le pressioni esercitate sull’ambiente sono addirittura in aumento (7).

4.2.

Le analisi effettuate nell’ambito del processo REFIT per le direttive in materia di protezione della natura hanno chiaramente dimostrato che il quadro giuridico è appropriato, ma che le risorse finanziarie per la gestione mirata della rete Natura 2000 sono nettamente insufficienti. Per questo compito fondamentale della protezione della biodiversità in Europa vi è urgente bisogno di finanziamenti adeguati.

4.3.

La continuità del programma LIFE è un fattore chiave per l’efficacia e la credibilità della politica ambientale dell’UE, e deve essere garantita facendo in modo che il Settimo programma d’azione per l’ambiente, l’agenda per lo sviluppo sostenibile adottata dalle Nazioni Unite e gli accordi di Parigi sul clima siano integrati orizzontalmente in tutte le altre politiche e in tutti i programmi di finanziamento dell’UE. Il CESE sottolinea di essersi inoltre pronunciato in più occasioni a favore di un semestre europeo più equo e maggiormente orientato all’ambiente.

Effetti delle modifiche apportate nel 2014

4.4.

L’introduzione di due nuovi strumenti finanziari nel programma LIFE sotto forma di progetti pilota è stata una novità che il CESE accoglie favorevolmente. È ancora troppo presto per formulare una valutazione di questo approccio, dato che i primi progetti collegati ai due nuovi strumenti (lo strumento di finanziamento del capitale naturale (NCFF) e lo strumento di finanziamento privato per l’efficienza energetica (PF4EE)] sono appena stati approvati ma non sono ancora stati realizzati.

4.5.

Con questo approccio viene imboccata una strada completamente nuova colta a creare possibilità innovative di finanziamento dei progetti in materia di protezione della natura e di efficienza energetica portati avanti da piccoli investitori privati. Questa soluzione è necessaria perché, in molti casi, i finanziamenti tradizionali non hanno consentito di realizzare progetti analoghi.

4.6.

Al momento attuale è difficile valutare che successo avrà, in ultima analisi, questa parte del programma, se la cooperazione avviata con la BEI si dimostrerà efficace, se le modalità di presentazione delle domande saranno sufficientemente semplici e se le condizioni di finanziamento, compreso il ricorso al capitale di rischio, saranno adeguate. Il CESE si riserva quindi di analizzare più avanti, in dettaglio, questa parte del nuovo programma LIFE.

4.7.

Nella sua valutazione sarebbe opportuno che la Commissione esaminasse anche il modo per riuscire ancora meglio, all’occorrenza, a trasformare i progetti finanziati dal programma LIFE in veri e propri «progetti pilota», da replicare in altre parti d’Europa, possibilmente senza necessità di ulteriori aiuti, mettendo in evidenza il trasferimento di know-how e la fattibilità economica. Un passo in questo senso potrebbe consistere nell’affidare ai gestori di progetti particolarmente riusciti il compito di occuparsi di questa questione in una fase di approfondimento del loro progetto.

4.8.

Il CESE considera il programma LIFE quale uno strumento di finanziamento per l’attuazione delle azioni e delle politiche UE e non già quale un programma volto a finanziare in primo luogo progetti di interesse nazionale. Potrebbe, tuttavia, verificarsi il caso in cui, ad esempio, i progetti LIFE proposti da organizzazioni della società civile servano agli interessi europei e solo in misura minore a quelli nazionali. In futuro la questione del cofinanziamento dovrà quindi essere inquadrata in modo tale da evitare che i progetti interessati non possano essere realizzati perché viene negato il cofinanziamento nazionale (casi di questo tipo sono noti al CESE). Inoltre, il CESE chiede alla Commissione di esaminare se sia possibile innalzare ulteriormente i tassi di cofinanziamento applicabili per le ONG. Per queste ultime, in particolare, il contributo in fondi propri rappresenta spesso un ostacolo difficile da superare. A ciò si aggiunge il fatto che questi fondi provengono in molti casi da bilanci pubblici e che i cofinanziatori operano in modo evidente una «selezione».

Progetti integrati/complementarità con altre politiche dell’UE

4.9.

I cosiddetti «progetti integrati» rappresentano una tipologia specifica sviluppata nel quadro del programma LIFE e di cui il CESE apprezza in maniera particolare l’importanza. Un eccellente esempio di tali strumenti è rappresentato dal progetto integrato belga per la natura (Belgian Nature Integrated Project — BNIP) che si estende all’intera superficie del Belgio, integra 28 soggetti interessati e finanzia 18 azioni specifiche di conservazione, 48 azioni chiaramente delimitate e complessivamente oltre 300 programmi di gestione (ad esempio, per i siti Natura 2000). Il progetto, attorno al quale lavorano 52 collaboratori suddivisi in 7 diversi gruppi, è riuscito a creare dei ponti non solo tra le varie fonti di finanziamento disponibili a livello europeo, ma anche con risorse nazionali.

Sono proprio questi collegamenti tematici e strutturali che in futuro bisognerebbe rafforzare ulteriormente, creando, ad esempio, possibili sinergie tra il programma LIFE e una PAC più rispettosa dell’ambiente.

Nuovi compiti per il programma LIFE

4.10.

Non soltanto il collegamento tematico tra il programma LIFE e la PAC è suscettibile di miglioramento: ciò che dovrebbe avvenire, in ogni caso, è anche un importante innovamento amministrativo e di bilancio.

4.11.

I fondi europei per lo sviluppo regionale e il secondo pilastro della PAC sono stati finora lo strumento centrale per il finanziamento della rete Natura 2000, com’era stato proposto dalla Commissione nel 2004 (8). All’epoca, il CESE aveva sostenuto tale proposta purché nel quadro dei predetti fondi venissero stanziate sufficienti risorse con destinazione specifica. Ciò non è avvenuto, per cui il CESE ritiene che quell’approccio sia ormai da considerarsi insufficiente (9).

4.12.

Gli stanziamenti messi finora a disposizione non coprono nemmeno approssimativamente gli importi indispensabili per compensare i requisiti in materia di protezione della natura, per elaborare i piani di gestione e per attuare le misure necessarie. Natura 2000 è un ambito d’azione classico di competenza dell’UE, e il bilancio deve offrire chiarezza a questo riguardo.

4.13.

Il Comitato propone invece che, a partire dal prossimo periodo di finanziamento, tutte le risorse necessarie per l’attuazione e la conservazione della rete Natura 2000 siano finanziate attraverso il programma LIFE, e raccomanda di prevedere le risorse di bilancio necessarie. Il Comitato chiede inoltre alla Commissione di chiarire, a livello interno, se il programma LIFE non sia anche lo strumento idoneo per realizzare le «reti transeuropee delle infrastrutture verdi»  (10). Gli stanziamenti corrispondenti dovrebbero essere reperiti e resi disponibili. Al riguardo, bisogna garantire la coerenza tra tutte le misure di sostegno, evitando quindi finanziamenti opposti o duplici rispetto ad altri fondi dell’UE.

4.14.

Il CESE sottolinea che il finanziamento della rete Natura 2000 rappresenta un investimento fondamentale in una parte importante delle infrastrutture verdi europee che fornisce un ritorno non soltanto in termini di una migliore qualità della vita e dell’ambiente, ma anche di un aumento dei redditi a livello locale.

4.15.

Il recepimento degli OSS, ossia dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, nelle politiche europee renderà necessari numerosi cambiamenti, assai radicali, di tali politiche (11). Questo richiede anche:

a)

un cambiamento, in parte radicale, di mentalità soprattutto nei servizi della Commissione che finora sono stati poco efficaci nel settore della politica di sviluppo sostenibile;

b)

un approccio di governance del tutto nuovo in modo da rendere necessari una partecipazione molto più intensa degli attori della società civile e approcci molto più dal basso.

4.16.

Il CESE raccomanda alla Commissione di creare, nella nuova fase dopo il 2020, nuove attività e possibilità di progetti al fine di rafforzare gli elementi necessari esposti al punto 4.15.

4.17.

Per i progetti di ricerca classici, come quelli, in passato, finanziati in parte attraverso il programma LIFE, bisognerebbe valutare se non sia più opportuno, in futuro, inquadrarli nei programmi classici di ricerca sostenuti dalla Commissione. In questo modo verrebbe garantita una distinzione chiara rispetto al programma Orizzonte 2020.

4.18.

In futuro, la componente del programma LIFE relativa alle questioni climatiche dovrebbe essere ulteriormente sviluppata, in particolare per quanto riguarda le eventuali misure di adattamento che possono essere prese dai cittadini, dagli agricoltori, dalle città, dai comuni e dalle regioni particolarmente colpiti.

Bruxelles, 23 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  Cfr. GU C 191 del 29.6.2012, pag. 111

(2)  Cfr. il parere del CESE in merito alla politica dell’UE in materia di biodiversità (GU C 487 del 28.12.2016, pag. 14).

(3)  http://urbanbees.eu/

(4)  Specie protetta a norma dell’allegato II della direttiva Habitat.

(5)  Cfr. GU C 191 del 29.6.2012, pag. 111

(6)  Cfr. GU C 191 del 29.6.2012, pag. 111

(7)  Agenzia europea dell’ambiente, L’ambiente in Europa: stato e prospettive nel 2015 — Relazione di sintesi, Copenaghen, 2015.

(8)  COM(2004) 431 del 15.7.2004 dal titolo Finanziamento di Natura 2000.

(9)  Cfr. il parere del CESE GU C 487 del 28.12.2016, pag. 14

(10)  http://ec.europa.eu/environment/nature/ecosystems/strategy/index_en.htm

(11)  Cfr. i pareri del CESE GU C 117 del 30.4.2004, pag.22 e GU C 487 del 28.12.2016, pag. 41


ALLEGATO

al parere del Comitato

Il seguente emendamento, pur avendo ricevuto almeno un quarto dei voti espressi, è stato respinto nel corso delle deliberazioni:

Punto 3.6.2

Modificare come segue:

 

Con il progetto «Urban Bees» (12) , il programma LIFE è stato, ad esempio, di grande aiuto nel richiamare l’attenzione di vaste fasce della popolazione sull’importanza, sulle fonti di rischio ma anche sulle possibilità di intervento per proteggere gli impollinatori. I rischi derivanti, ad esempio, da determinate pratiche agricole non idonee o dall’autorizzazione di antiparassitari che possono avere con effetti nocivi sulle api, potranno però essere eliminati soltanto se altri servizi dell’UE si occuperanno adeguatamente di questo problema e se il principio di precauzione sarà applicato con coerenza in modo appropriato.

Motivazione

L’agricoltura europea è senza dubbio la più rigorosa nell’applicare le norme in materia di rispetto dell’ambiente, benessere animale, protezione dell’ambiente e gestione dei suoli e delle acque, essendo soggetta agli standard più elevati a livello internazionale ed essendo la «condizionalità», vale a dire il rispetto di tali criteri, una disposizione vincolante per tutti gli agricoltori europei.

D’altra parte, l’autorizzazione dei prodotti fitosanitari è soggetta anche a procedure di verifica e controllo da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare e, pertanto, devono prevalere criteri scientifici e basati su un’analisi del rischio di danni potenziali. È questa stessa base che deve servire di guida per una corretta applicazione del principio di precauzione.

Esito della votazione

Voti favorevoli:

75

Contrari

95

Astensioni

33


(12)  http://urbanbees.eu/


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/15


Parere del Comitato economico e sociale europeo su: «L’efficacia dei finanziamenti FSE e FEAD negli sforzi della società civile per far fronte alla povertà e all’esclusione sociale nel quadro della strategia Europa 2020»

(parere d’iniziativa)

(2017/C 173/03)

Relatore:

Krzysztof BALON

Decisione dell’Assemblea plenaria

21.1.2016

Base giuridica

Articolo 29, paragrafo 2, del Regolamento interno

 

Parere d’iniziativa

 

 

Sezione competente

Occupazione, affari sociali, cittadinanza

Adozione in sezione

3.2.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

171/1/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE, tenuto conto del fatto che, in molti Stati membri, la povertà e l’esclusione sociale stanno alimentando tendenze populistiche, prende atto con soddisfazione delle conclusioni del Consiglio UE del 16 giugno 2016 intitolate «Lotta alla povertà e all’esclusione sociale: un approccio integrato» (1) e si esprime a favore della creazione, nel prossimo quadro finanziario pluriennale (QFP), di un fondo europeo integrato per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, sulla base dell’esperienza finora acquisita con l’attuazione del Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD) e del Fondo sociale europeo (FSE).

1.2.

Considerato che i problemi da affrontare e i gruppi destinatari variano da uno Stato membro all’altro, così come diverse sono le forme di migrazione, l’intervento di tale fondo dovrebbe sfruttare appieno l’esperienza e il potenziale delle organizzazioni della società civile, accordando ad esse un ruolo di primo piano anche in materia di programmazione, attuazione, monitoraggio e valutazione. Il nuovo fondo dovrebbe anche contribuire allo sviluppo delle capacità delle reti di organizzazioni della società civile, con una particolare attenzione per le organizzazioni di assistenza.

1.3.

Per quanto riguarda il QFP in corso, il CESE reputa che la Commissione europea dovrebbe monitorare in maniera più efficace l’impiego del FSE nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale e l’uso del FEAD per azioni di carattere integrato negli Stati membri. Tale monitoraggio dovrebbe essere effettuato coinvolgendo strettamente la società civile organizzata e le persone che vivono in condizioni di povertà e di esclusione sociale.

1.4.

Il CESE ritiene essenziale che gli organi nazionali che gestiscono i fondi cooperino con le organizzazioni partner (2), le quali apportano un notevole contributo di contenuto e organizzativo, rappresentando un vero e proprio valore aggiunto nell’attuazione del FEAD e del FSE. In quest’ottica, il CESE suggerisce alla Commissione europea di considerare la possibilità di chiarire in modo sostanziale i requisiti minimi che le autorità degli Stati membri dovranno rispettare nell’attuazione dei partenariati, nonché di stabilire le sanzioni da applicare in caso di risultati insufficienti.

1.5.

Il CESE esorta la Commissione europea a considerare la possibilità di introdurre l’obbligo per gli Stati membri di avvalersi dell’assistenza tecnica prevista nel quadro del FEAD e del FSE anche al fine di sviluppare la capacità delle organizzazioni della società civile impegnate nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Inoltre, il CESE raccomanda di rafforzare la capacità tecnica e organizzativa delle reti europee delle organizzazioni attive in questa lotta.

1.6.

Il CESE esorta gli Stati membri a fare più ampio ricorso alle sovvenzioni globali, al meccanismo di riassegnazione dei fondi (regranting) e — ove possibile — all’equiparazione del trattamento delle prestazioni in natura a quello dei contributi finanziari. Inoltre, bisognerebbe valutare la possibilità che la Commissione europea imponga l’obbligo di destinare una parte sostanziale dei fondi disponibili per i programmi operativi ai progetti dotati di minori mezzi finanziari. Ciò, infatti, consentirebbe di sostenere le organizzazioni attive a livello locale e i gruppi di autosostegno.

1.7.

Il CESE sosterrà in maniera sistematica le attività delle organizzazioni della società civile e la cooperazione di queste ultime con le autorità e le istituzioni pubbliche nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Nel contempo, il CESE si dichiara pronto a istituire un piccolo gruppo ad hoc — composto da membri del CESE e da piattaforme della società civile a livello europeo pertinenti — che, già nell’attuale QFP, contribuisca non solo a un miglior coordinamento degli interventi del FSE e del FEAD, ma anche al dibattito sui principi da porre alla base di un futuro fondo europeo integrato per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale. In quest’ottica, il CESE ritiene che sia indispensabile una cooperazione con il Comitato delle regioni.

2.   Introduzione

2.1.

L’obiettivo 1 dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile (3) è l’eliminazione della povertà in tutte le sue forme e in tutto il mondo. La lotta alla povertà e all’esclusione sociale in Europa è inoltre uno degli obiettivi prioritari della strategia Europa 2020. Nel contempo, però, le istituzioni europee e alcuni Stati membri continuano a spingere per l’applicazione di politiche di austerità, malgrado il fatto che la mancanza di un rapido e tangibile miglioramento nella situazione dei cittadini europei che vivono in condizioni di povertà e di esclusione sociale sembri essere una delle cause principali del ridursi del sostegno all’integrazione europea negli Stati membri. Gli strumenti finanziari dell’UE per contribuire a combattere la povertà e l’esclusione sociale — segnatamente il FEAD e l’allocazione di almeno il 20 % delle risorse del FSE alle misure di sostegno all’inclusione sociale — dovrebbero essere sfruttati in modo efficace in tutti gli Stati membri, ma non possono e non devono sostituirsi a una politica globale e integrata in materia di lotta contro tali fenomeni.

2.2.

Come è noto, nel quadro della strategia Europa 2020 l’Unione europea si è data l’obiettivo di ridurre il numero delle persone che vivono o rischiano di vivere in condizioni di povertà o di esclusione sociale di almeno 20 milioni entro il 2020. Eppure, secondo i dati relativi al 2014 (4), in quell’anno nell’UE le persone a rischio di povertà o di esclusione sociale erano ancora quasi 122 milioni, pari al 24,4 % della popolazione (rispetto al 24,2 % del 2011 e al 23,4 % del 2010). L’analisi comparativa dei singoli indicatori componenti mostra che, rispetto al 2008, per ciascuno di essi si è registrato un aumento: le persone a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali sono passate dal 16,6 al 17,2 %, quelle in condizioni di grave deprivazione materiale dall’8,5 all’8,9 % e quelle di età da 0 a 59 anni che vivono in nuclei familiari con bassa intensità di lavoro dal 9,1 all’11,1 %. Allo stesso tempo, come indicato dal Consiglio dell’Unione europea, «le crescenti divergenze fra gli Stati membri e all’interno di essi sottolineano l’importanza delle azioni intraprese in tutta l’Unione» (5).

2.3.

La lotta alla povertà e all’esclusione sociale è uno dei principali ambiti della cooperazione tra le organizzazioni della società civile — come le associazioni, le fondazioni e le cooperative sociali, nonché i sindacati e le organizzazioni datoriali — e le autorità e le istituzioni pubbliche degli Stati membri. Per eliminare del tutto (o almeno ridurre in misura sostanziale) la povertà e l’esclusione sociale, è necessario offrire diverse forme di assistenza materiale e immateriale per il tramite di organizzazioni senza fini di lucro (compresi i servizi sociali), creare — anche nel quadro del dialogo sociale — condizioni favorevoli per l’inserimento nel mercato del lavoro, e fornire mezzi finanziari adeguati a livello degli Stati membri e dell’UE. In quest’ottica, il CESE ritiene che il suddetto obiettivo della strategia Europa 2020 possa essere raggiunto soltanto all’interno di un’Unione europea intesa come comunità della società civile europea, degli Stati membri e delle istituzioni dell’UE.

2.4.

Considerati in particolare l’emergere del fenomeno dei lavoratori poveri e l’andamento demografico, la realizzabilità degli obiettivi fissati da tale strategia in materia di lotta alla povertà e all’esclusione sociale può essere garantita soltanto mediante misure di attuazione volte a eliminare le cause — anziché soltanto i sintomi — della povertà e dell’esclusione sociale, in un contesto più ampio che abbracci anche le politiche economiche, familiari, fiscali e monetarie.

2.5.

Pertanto il CESE, pur avendo già da anni dibattuto al proprio interno la questione dell’aiuto agli indigenti, pronunciandosi in merito in diverse occasioni (6), ha elaborato il presente parere, previa consultazione con le parti interessate e con la Commissione europea, per formulare osservazioni e raccomandazioni specifiche basate sull’esperienza finora acquisita con l’attuazione del FEAD e del FSE nel campo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale.

3.   Il FEAD e il FSE come strumenti per sostenere la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale

3.1.

Il Fondo di aiuti europei agli indigenti è — a differenza dei precedenti programmi di aiuto alimentare — inserito nel quadro della politica di coesione. Esso contribuisce a realizzare l’obiettivo di «alleviare le forme più gravi di povertà, prestando un’assistenza non finanziaria alle persone indigenti mediante prodotti alimentari e/o assistenza materiale di base nonché attività a favore dell’inclusione sociale finalizzate all’integrazione sociale delle persone indigenti» (7).

3.2.

Il Fondo sociale europeo ha i seguenti obiettivi: garantire un tasso elevato di occupazione e posti di lavoro di qualità; promuovere un elevato livello di istruzione e formazione per tutti; combattere la povertà, favorire l’inclusione sociale e sostenere l’uguaglianza di genere, la non discriminazione e le pari opportunità.

3.3.

Le misure finanziate dal FEAD dovrebbero essere complementari a quelle finanziate dal FSE: mentre le prime dovrebbero concentrarsi sull’assistenza nelle situazioni di più grave deprivazione materiale e sul sostegno all’attivazione sociale di base di coloro che versano in condizioni di esclusione sociale da molto tempo, le seconde dovrebbero, tra l’altro, agevolare l’ulteriore inserimento sociale e professionale dei beneficiari. Il FEAD mira quindi a rendere possibile il compimento dei primi passi verso il superamento della povertà e dell’esclusione sociale, in modo da offrire ai beneficiari un’opportunità di trovare lavoro o di partecipare ad altre iniziative della politica del mercato del lavoro. Le risorse destinate alla realizzazione di queste attività sono tuttavia insufficienti in rapporto alle necessità reali.

3.4.

Tutti gli Stati membri si sono impegnati a garantire la coerenza del sostegno a titolo del FSE e degli altri fondi strutturali e d’investimento europei con le politiche e le priorità pertinenti dell’UE, compresa l’attuazione del principio di partenariato nello spirito del codice di condotta europeo in materia di partenariato (ECCP) (8).

4.   L’attuazione pratica del FEAD e del FSE ai fini della lotta contro la povertà e l’esclusione sociale nella fase finora trascorsa del periodo di programmazione 2014-2020

4.1.

Sia le reazioni delle organizzazioni della società civile che le informazioni e i dati statistici di pubblico dominio indicano una serie di gravi difficoltà nell’attuazione del FEAD e del FSE nel campo della lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Nei punti che seguono figura una rassegna di tali problemi, che si riscontrano in varia misura in alcuni Stati membri.

4.1.1.

Vi sono ritardi nell’avvio dei meccanismi di sostegno del FEAD, e le informazioni — per il pubblico in generale e per i gruppi destinatari in particolare — circa gli obiettivi del fondo e le opportunità di avvalersi del suo intervento sono insufficienti.

4.1.2.

Destinare il 20 % della dotazione del FSE alla riduzione della povertà e dell’esclusione sociale non serve allo scopo, se si favoriscono le iniziative per l’inserimento nel mercato del lavoro ma si omette di affrontare la questione dell’accessibilità e disponibilità di servizi sociali per i gruppi emarginati (9). Anche se, fino al 2016, il 25,6 % del bilancio del FSE è stato destinato al suddetto obiettivo (10), non vi sono cambiamenti visibili nell’approccio adottato per gli interventi a titolo del FSE.

4.1.3.

Gli Stati membri sfruttano solo parzialmente la possibilità di fornire ai beneficiari del FEAD servizi «a bassa soglia» di inserimento professionale e sociale sostenuti dal FSE.

4.1.4.

Il principio del partenariato, nello spirito del codice di condotta europeo in materia (ECCP), viene applicato in misura insufficiente per quanto riguarda il FSE, mentre nel caso del FEAD manca addirittura uno strumento di questo tipo. Anche la consultazione pubblica è insufficiente, e alle autorità pubbliche vengono delegate decisioni cruciali senza consultare la società civile. Senza contare che l’attuazione inadeguata del principio di partenariato compromette la trasparenza nell’impiego dei fondi e, di conseguenza, aggrava il rischio di corruzione e di frodi (11).

4.1.5.

I requisiti di forma e procedura introdotti dagli Stati membri, che riguardano sia il FEAD che il FSE, sono eccessivamente rigorosi e niente affatto necessari per la corretta attuazione delle disposizioni dell’UE. Tali requisiti, spesso basati sui meccanismi di funzionamento dei servizi sociali delle amministrazioni pubbliche, non tengono conto né delle specificità dei gruppi destinatari (ad esempio le persone senza fissa dimora, che in molti casi è impossibile identificare e registrare) né dei metodi di lavoro delle organizzazioni della società civile; in alcuni Stati membri tali organizzazioni sono soggette a sanzioni amministrative e finanziarie del tutto sproporzionate alla gravità delle infrazioni.

4.1.6.

Lo scarso coordinamento tra i fondi strutturali e le strategie nazionali, l’assenza di un seguito tramite i bilanci nazionali ai programmi avviati a titolo di un fondo UE e la mancanza di un approccio a lungo termine al finanziamento da parte dei fondi strutturali e d’investimento europei sono tutti fattori che possono compromettere gravemente l’effettiva realizzazione degli obiettivi dei fondi negli Stati membri (12). E un altro problema è costituito dalla definizione inadeguata o poco chiara degli indicatori, che non consente di conseguire gli obiettivi a lungo termine dell’intervento.

4.1.7.

Mancano meccanismi atti a rafforzare e sostenere lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile, il che comporta, tra le altre cose, una certa precarietà dei partenariati (e, nel caso del FEAD, dell’accreditamento), il mancato prefinanziamento delle attività o la mancata disponibilità di fondi da destinare all’assistenza tecnica per lo sviluppo delle suddette capacità.

4.2.

Da un’indagine svolta presso le reti nazionali delle organizzazioni attive nella lotta contro la povertà (13) emerge che il grado del loro coinvolgimento nella preparazione dei programmi operativi è, con qualche eccezione, molto scarso. In seno ai comitati di sorveglianza, la voce delle organizzazioni di assistenza non è tenuta nella dovuta considerazione.

4.3.

Tuttavia, considerato il fatto che il FEAD — a differenza del FSE — è uno strumento nuovo, occorre prestare attenzione anche agli aspetti positivi della sua attuazione pratica fino ad oggi. Così, nel 2014 otto Stati membri avevano già avviato iniziative a titolo del FEAD (e nel 2015 ad essi si sono aggiunti altri 15 paesi). Si stima che, soltanto nel 2014, 10,9 milioni di persone abbiano beneficiato degli interventi finanziati dal FEAD (14). Inoltre, l’attivazione del FEAD e l’allocazione obbligatoria del 20 % delle risorse del FSE alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale si sono tradotti in una migliore cooperazione tra Commissione europea e Stati membri e in un migliore coordinamento delle azioni dei vari soggetti attivi in questa lotta. La combinazione di assistenza materiale e misure di accompagnamento a titolo del FEAD crea, nella maggior parte degli Stati membri, le condizioni per una migliore inclusione sociale di coloro che beneficiavano dei programmi di aiuto alimentare.

4.4.

In tale contesto, il CESE accoglie con favore il lancio, da parte della Commissione europea, di una piattaforma come la Rete FEAD, che permette di condividere esperienze e creare reti di contatti nonché di diffondere buone pratiche. In proposito, tuttavia, il CESE ritiene che le principali organizzazioni della Rete attive nell’ambito di intervento del FEAD negli Stati membri dovrebbero essere coinvolte stabilmente in un dialogo strutturato con la Commissione europea.

5.   Raccomandazioni per l’attuazione del FEAD e del FSE ai fini della lotta contro la povertà e l’esclusione sociale

5.1.

Il CESE è favorevole alla creazione, nel prossimo QFP, di un fondo europeo integrato per la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, sulla base sull’esperienza finora acquisita con l’attuazione del FEAD e del FSE. Questo nuovo strumento dovrebbe tener conto del fatto che i problemi da affrontare e i gruppi destinatari differiscono da uno Stato membro all’altro, così come diversi sono gli aspetti relativi alle varie forme di migrazione. Per gli interventi di tale fondo, bisognerebbe avvalersi, in misura maggiore che in passato, dell’esperienza e delle capacità delle organizzazioni della società civile, alle quali dovrebbero essere attribuite competenze sostanziali in materia di programmazione, attuazione, monitoraggio e valutazione; e tale fondo dovrebbe anche contribuire a sviluppare le capacità delle reti di organizzazioni della società civile, con una particolare attenzione per le organizzazioni di assistenza. L’integrazione dei fondi non dovrebbe comprometterne la dotazione finanziaria o ridurre l’intensità dell’impegno sociale dell’UE rispetto agli obiettivi perseguiti dai fondi stessi.

5.2.

Il CESE reputa che la Commissione europea dovrebbe monitorare in maniera più efficace l’utilizzo del FSE nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale e l’impiego del FEAD per misure di integrazione negli Stati membri. In particolare, nell’ambito di tale monitoraggio si dovrebbero valutare i progressi dell’inclusione sociale, senza limitarsi ad applicare una serie di indicatori quantitativi e avvalendosi del contributo essenziale delle organizzazioni della società civile e delle persone che vivono in condizioni di povertà e di esclusione sociale. Anche questi aspetti dovrebbero costituire un elemento essenziale della revisione intermedia.

5.3.

Il CESE suggerisce alla Commissione europea di considerare la possibilità di chiarire in modo sostanziale i requisiti minimi che le autorità degli Stati membri dovranno rispettare nell’attuazione dei partenariati con le organizzazioni della società civile, nonché di stabilire le sanzioni da applicare in caso di risultati insufficienti (15).

5.4.

Il CESE esorta la Commissione europea a considerare la possibilità di introdurre l’obbligo per gli Stati membri di attuare — avvalendosi dell’assistenza tecnica prevista nel quadro del FEAD e del FSE — sistemi efficaci di sostegno allo sviluppo delle capacità tecniche ed organizzative delle organizzazioni della società civile impegnate nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale (16).

5.5.

Il CESE ritiene fondamentale la cooperazione professionale tra le autorità nazionali di gestione dei fondi e le organizzazioni partner, tra cui le organizzazioni della società civile e gli enti regionali e locali, sulla base di principi chiari e accordi trasparenti. Tali organizzazioni recano un contributo tecnico e organizzativo che rappresenta un autentico valore aggiunto nell’attuazione del FEAD e del FSE. Le autorità di gestione dovrebbero consultare maggiormente le organizzazioni partner al fine di perfezionare i programmi operativi, nonché promuovere e sostenere la cooperazione, la consultazione e la condivisione di esperienze tra di esse (17).

5.6.

Poiché gli accordi di partenariato e i programmi operativi sono il frutto di negoziati tra la Commissione europea e le autorità nazionali, in futuro la Commissione potrebbe essere più rigorosa nell’esaminare tali accordi e programmi ai fini della loro approvazione ed esigere che vengano corretti se non rispettano appieno il principio di partenariato (18).

5.7.

Il CESE esorta gli Stati membri a fare più ampio ricorso alle sovvenzioni globali, al meccanismo di riassegnazione dei fondi (regranting) e — ove possibile — all’equiparazione del trattamento delle prestazioni in natura a quello dei contributi finanziari. Inoltre, bisognerebbe valutare la possibilità che la Commissione europea imponga l’obbligo di destinare una parte sostanziale dei fondi disponibili per i programmi operativi ai progetti dotati di minori mezzi finanziari (19). Ciò consentirebbe di sostenere i progetti su piccola scala che partono «dal basso», le organizzazioni e i gruppi di autosostegno, come anche di agevolare la creazione di partenariati a livello locale.

5.8.

Il CESE è dell’avviso che anche i diretti beneficiari delle misure di aiuto possano e debbano contribuire ad accrescerne l’efficacia. Le organizzazioni di assistenza dovrebbero elaborare strumenti di valutazione adeguati e, ove possibile, reclutare volontari tra i diretti beneficiari.

5.9.

Inoltre, il CESE raccomanda di rafforzare la capacità tecnica e organizzativa delle reti europee delle organizzazioni attive nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-10434-2016-INIT/it/pdf

(2)  Ai sensi del regolamento sul FEAD [regolamento (UE) n. 223/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 marzo 2014] per «organizzazioni partner» si intendono gli organismi pubblici e/o le organizzazioni senza scopo di lucro che distribuiscono prodotti alimentari e/o forniscono assistenza materiale di base, e le cui operazioni sono state selezionate dall’autorità di gestione. Nel regolamento relativo al FSE [regolamento (UE) n. 1304/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013] si parla di parti sociali, organizzazioni non governative ed altre organizzazioni.

(3)  http://www.un.org/sustainabledevelopment/sustainable-development-goals/

(4)  Comunicato stampa Eurostat n. 181/2015, del 16 ottobre 2015.

(5)  http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-10434-2016-INIT/it/pdf

(6)  Cfr. i pareri GU C 133 del 14.4.2016, pag. 9 e GU C 170 del 5.6.2014, pag.23

(7)  Regolamento (UE) n. 223/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 marzo 2014, relativo al Fondo di aiuti europei agli indigenti. Ai sensi di tale regolamento, la definizione di «persone indigenti» compete agli Stati membri.

(8)  L’ECCP non si applicherà al FEAD poiché quest’ultimo ha una diversa base giuridica.

(9)  http://www.eapn.eu/barometer-report-eapns-monitoring-the-implementation-of-the-20-of-the-european-social-funds-for-the-fight-against-poverty/

(10)  http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52015DC0639&from=IT

(11)  Cfr. il parere del CESE GU C 487 del 28.12.2016, pag.1

(12)  Cfr. l’analisi del servizio Ricerca del Parlamento europeo (EPRS) intitolata Harnessing cohesion policy to tackle social exclusion [«Sfruttare appieno la politica di coesione per combattere l’esclusione sociale»], maggio 2016 (http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/IDAN/2016/583785/EPRS_IDA%282016%29583785_EN.pdf)

(13)  http://www.eapn.eu/barometer-report-eapns-monitoring-the-implementation-of-the-20-of-the-european-social-funds-for-the-fight-against-poverty/

(14)  COM(2016) 435 final.

(15)  Cfr. il parere del CESE GU C 487 del 28.12.2016, pag.1

(16)  Cfr. il parere del CESE GU C 487 del 28.12.2016, pag.1

(17)  Cfr. le conclusioni del Consiglio UE del 16 giugno 2016 intitolate «Lotta alla povertà e all’esclusione sociale: un approccio integrato», punto 15.

(18)  Cfr. l’analisi del servizio Ricerca del Parlamento europeo (EPRS) intitolata Harnessing cohesion policy to tackle social exclusion [«Sfruttare appieno la politica di coesione per combattere l’esclusione sociale»], maggio 2016 (http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/IDAN/2016/583785/EPRS_IDA%282016%29583785_EN.pdf)

(19)  Ad esempio fino a 50 000 EUR.


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/20


Parere del Comitato economico e sociale europeo su: «Il ruolo dell’agricoltura negli accordi commerciali multilaterali, bilaterali e regionali alla luce della riunione ministeriale dell’OMC a Nairobi»

(parere d’iniziativa)

(2017/C 173/04)

Relatore:

Jonathan PEEL

Decisione dell’Assemblea plenaria

21.1.2016

Base giuridica

Articolo 29, paragrafo 2, del Regolamento interno

 

Parere d’iniziativa

 

 

Sezione competente

Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente

Adozione in sezione

6.2.2017

Adozione in sessione plenaria

23.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

212/0/0

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Parafrasando una frase di Mark Twain (1), si può dire che la cronaca della morte dell’OMC a causa del fallimento del ciclo di Doha «era una vera e propria esagerazione». L’OMC rimane un forum valido ed efficace per i negoziati commerciali, in particolare nel settore agricolo.

1.1.1.

La 10a conferenza ministeriale dell’OMC tenutasi a Nairobi nel dicembre 2015 ha rafforzato questo dato di fatto. Tra le decisioni adottate in quella sede figurava l’effettiva eliminazione delle sovvenzioni all»esportazione di prodotti agricoli. Il direttore generale dell’OMC ha descritto tale eliminazione come «il risultato più significativo che l’OMC ha ottenuto nel campo dell’agricoltura» negli ultimi 20 anni. Tale risultato fa seguito all’accordo sull’agevolazione degli scambi e ad altri accordi conclusi a Bali nel 2013 in occasione della precedente conferenza ministeriale dell’OMC.

1.1.2.

Gli scambi commerciali nel settore agricolo (2) comprendono importanti ambiti strategici in cui gli accordi possono essere meglio raggiunti a livello multilaterale, specialmente per quel che concerne i livelli globali delle sovvenzioni e degli aiuti nazionali, le sovvenzioni all’esportazione e taluni aspetti dell’accesso al mercato, tra cui un meccanismo speciale di salvaguardia (MSS) e il trattamento speciale e differenziato (TSD) per i paesi in via di sviluppo aderenti all’OMC.

1.2.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ritiene che un nuovo approccio, nuovi contributi e un nuovo slancio siano necessari per gli scambi commerciali nel settore agricolo, che spesso è il settore che dà adito alle maggiori controversie durante i negoziati. La dichiarazione ministeriale di Nairobi (3), in cui per la prima volta non si è riaffermato il pieno impegno a concludere il ciclo di negoziati di Doha, prevede tuttavia il «forte impegno di tutti i membri a far progredire i negoziati sulle altre questioni di Doha», compresa l’agricoltura.

1.2.1.

L’approccio multilaterale all’agricoltura deve essere ripensato e irrobustito, non abbandonato. «Doha» quale concetto per un dialogo sulle materie commerciali tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo deve essere mantenuto e rafforzato, nel contestuale rispetto del principio della sovranità alimentare per tutti.

1.2.2.

L’UE è nella posizione idonea per svolgere un ruolo proattivo di guida nella promozione di un approccio nuovo ed equilibrato. Il CESE esorta l’UE a procedere in questo modo, non da ultimo a causa dell’incapacità di molte economie in rapida espansione a compiere sforzi degni di nota nell’aiutare altri paesi che presentano un ritardo di sviluppo maggiore. Lo sviluppo di capacità per questi ultimi paesi continua ad avere un’importanza cruciale, così come è assolutamente importante concedere ai paesi in via di sviluppo meno avanzati un margine d’azione maggiore per impedire che vengano compromesse la loro sicurezza alimentare o l’espansione dei loro settori agricoli emergenti.

1.3.

Bisogna inoltre considerare in maniere più approfondita cosa può essere meglio raggiunto nel settore agricolo tramite negoziati bilaterali e regionali, garantendo al tempo stesso che tali accordi non entrino in contrasto con il multilateralismo.

1.4.

Il CESE ritiene che l’adozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) da parte dell’ONU, nonché l’accordo di Parigi (COP 21 (4)), abbiano modificato in modo sostanziale l’agenda commerciale a livello mondiale, specialmente nel settore agricolo. Tali accordi sono di vasta portata e la necessità di attuarli adesso deve essere posta al centro di tutti i futuri negoziati commerciali.

1.4.1.

Se bisogna realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile, il commercio e gli investimenti devono svolgere un ruolo centrale. Secondo le stime dell’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo), saranno necessari altri 2 500 miliardi di dollari USA all’anno per raggiungere tali obiettivi. Gli OSS sono di natura globale e applicabili universalmente: tutti i paesi devono assumersi e condividere la responsabilità del loro conseguimento. Essi dovrebbero portare a un nuovo metodo di lavoro a livello mondiale: più ampio, più partecipativo e più consultivo. Già più di 90 paesi hanno chiesto assistenza ad altri Stati affinché questi li aiutino nel raggiungere gli obiettivi prefissi.

1.4.2.

Vi sarà una stretta sinergia nella promozione e attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e nella promozione dei valori europei in tutto il mondo, in particolare attraverso il progresso sociale e ambientale. Il CESE raccomanda vivamente che i livelli di trasparenza e partecipazione della società civile ottenuti alla fine dall’UE nei negoziati con gli Stati Uniti diventino la norma.

1.4.3.

La dichiarazione di Nairobi sottolinea che l’OMC ha un ruolo importante da svolgere nel conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, e questo risultato sarebbe molto più difficile da raggiungere senza un meccanismo commerciale multilaterale efficace.

1.5.

Il Comitato accoglie con favore la comunicazione della Commissione sul tema Il futuro sostenibile dell’Europa: prossime tappe, pubblicata nel novembre 2016 (5), che prevede la piena integrazione degli OSS nel «quadro strategico europeo e nelle attuali priorità della Commissione».

1.5.1.

Questo sarà particolarmente importante per i futuri negoziati sugli scambi commerciali nel settore agricolo. L’agricoltura ha un ruolo fondamentale nel conseguimento della maggior parte, se non di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare l’obiettivo 2 (eliminazione della fame), l’obiettivo n. 12 (produzione e consumo sostenibili) e l’obiettivo n. 15 (degrado del suolo). Gli scambi commerciali contribuiscono a correggere gli squilibri nella domanda e nell’offerta, possono migliorare in misura considerevole la sicurezza alimentare e la nutrizione, grazie alla crescente disponibilità di alimenti, e promuovere l’efficienza nell’impiego delle risorse, oltre che incrementare gli investimenti, aumentare le opportunità di mercato e stimolare la crescita economica, generando quindi occupazione, reddito e prosperità nelle zone rurali.

1.6.

L’UE è in una posizione unica per portare avanti questa agenda: gode della statura di maggiore esportatore e importatore mondiale di prodotti agricoli, non è più considerata un attore essenzialmente sulla difensiva nel settore agricolo, ha dimostrato un costante interesse per il commercio e lo sviluppo e, soprattutto, ha mostrato a Nairobi di avere la capacità di proporre una riflessione nuova ed equilibrata. L’UE ha la credibilità per svolgere un’efficace funzione di ponte tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.

1.7.

Tuttavia, affinché possa assolvere a tale funzione in maniera efficace, il CESE raccomanda alla Commissione di realizzare innanzitutto una valutazione d’impatto completa sui probabili effetti che l’attuazione degli OSS e dell’accordo di Parigi avranno sull’agricoltura e sulla politica commerciale dell’UE.

1.7.1.

Al tempo stesso, l’UE deve estendere questa valutazione di impatto per comprendere gli effetti sull’agricoltura in tutta l’Europa che derivano sia dagli accordi commerciali recentemente conclusi dall’UE che dagli sviluppi negli scambi a livello mondiale. Anche se l’agricoltura e il commercio sono competenze dell’UE da oltre 40 anni, talvolta è mancata la comunicazione o una riflessione «congiunta» tra questi due settori d’interesse fondamentale.

2.   Contesto

2.1.

All’articolo 20 dell’accordo agricolo stipulato nel 1994 nel quadro dell’Uruguay Round, i membri dell’appena istituito OMC, che prendeva il posto dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT), stabilivano di avviare entro il 1999 ulteriori negoziati «per proseguire il processo di riforma degli scambi commerciali nel settore agricolo». Nel 2001 questo «programma di riforma incorporato» è entrato a sua volta a far parte del più ampio ciclo negoziale di Doha, o agenda di Doha per lo sviluppo. Questi negoziati, che dovevano concludersi il 1o gennaio 2005, sono ancora in corso dopo 15 anni.

2.2.

Sulla base delle proposte di negoziazione presentate da più di 100 paesi aderenti all’OMC, la dichiarazione di Doha (6) ha fissato l’obiettivo a lungo termine di «istituire, attraverso un programma di riforme approfondite, un sistema commerciale equo e orientato al mercato», destinato a comprendere «norme rafforzate e impegni specifici in materia di sostegno e di protezione dell’agricoltura da parte dei governi … al fine di correggere e prevenire restrizioni e distorsioni sui mercati agricoli mondiali».

2.2.1.

L’agenda di Doha comprendeva «tre pilastri» per gli scambi commerciali nel settore agricolo, secondo quanto determinato dell’accordo sull’agricoltura concluso nel quadro dell’Uruguay Round (URAA):

riduzione sostanziale delle barriere che ostacolano l’accesso al mercato,

riduzione e, in prospettiva, eliminazione di tutte le forme di sovvenzione all’esportazione,

riduzioni sostanziali del sostegno interno all’agricoltura che distorce gli scambi commerciali.

2.2.2.

La dichiarazione di Doha presentava come «parte integrante di tutti i negoziati» il trattamento speciale e differenziato (SDT) per i paesi in via di sviluppo, per consentire a tali paesi di soddisfare le loro esigenze, in particolare in materia di sicurezza alimentare e sviluppo rurale. Sulla base delle proposte presentate dai paesi aderenti, è stato inoltre deciso di tener conto di considerazioni di natura non commerciale, come la tutela dell’ambiente.

2.3.

Avendo mancato varie scadenze, il ciclo di Doha non è mai stato completato, sebbene siano stati compiuti notevoli progressi sia a Bali che a Nairobi.

2.3.1.

Al centro della dichiarazione di Doha c’era «l’impegno unico», in base al quale nulla era deciso finché tutto non era deciso. Sebbene i paesi aderenti all’OMC si siano avvicinati in varie occasioni alla conclusione di un accordo, da ultimo nel 2008, alcune questioni sono rimaste irrisolte. Tuttavia, tale impegno è stato effettivamente abbandonato a Bali nel 2013, mediante l’accordo sull’agevolazione degli scambi e una serie di altri accordi, cui hanno fatto seguito gli accordi specifici sull’agricoltura raggiunti a Nairobi.

2.4.

Sebbene il paragrafo 12 della dichiarazione ministeriale di Nairobi ammetta che «i progressi sono tuttavia molto minori in agricoltura», il direttore generale dell’OMC ha descritto la decisione di eliminare le sovvenzioni all’esportazione in questo settore come «il risultato più significativo conseguito negli ultimi 20 anni dall’OMC nel settore agricolo» (7). Oltre a ciò, nella dichiarazione ministeriale i paesi aderenti si sono nuovamente impegnati a proseguire i lavori per addivenire a un «meccanismo di salvaguardia speciale» (MSS) per i paesi in via di sviluppo membri e per trovare una soluzione definitiva in materia di «stoccaggio pubblico a fini di sicurezza alimentare», da adottare alla prossima conferenza (la CM11) nel 2017. Anche la decisione ministeriale sul cotone riveste rilevanza.

3.   Osservazioni particolati: futuri progressi multilaterali nel settore agricolo

3.1.

Come riconosciuto sia dall’Uruguay Round che dall’agenda di Doha per lo sviluppo, un accordo mondiale effettivo sul meccanismo speciale di salvaguardia, sul trattamento speciale e differenziato o sui livelli complessivi delle sovvenzioni nel settore agricolo è trattato meglio a livello multilaterale. Tuttavia, se gli argomenti sono affrontati in modo frammentario come a Nairobi, rimarranno meno incentivi per le questioni più delicate, con meno da offrire a chi dovrebbe fare grandi concessioni.

3.1.1.

Il comitato per l’agricoltura dell’OMC sta mostrando una crescente volontà di lavorare per ottenere «risultati in materia di agricoltura» alla CM11 che si terrà a Buenos Aires nel dicembre 2017, compreso il «programma di riforma incorporato» (8) dell’accordo agricolo stipulato nel quadro dell’Uruguay Round, anche allo scopo di rafforzare l’approccio multilaterale.

3.1.2.

Concretamente, tuttavia, il processo di Doha in quanto tale ha fatto il suo corso, e ora sono necessari una nuova riflessione e nuovi contributi, non soltanto per i futuri negoziati multilaterali, ma anche per quel che può essere meglio conseguito a livello bilaterale o regionale, senza generare effetti distorsivi sullo scenario mondiale.

3.2.

Il «pacchetto di Nairobi» comprendeva circa sei accordi in materia di agricoltura, soprattutto un impegno ad abolire le sovvenzioni all’esportazione di prodotti agricoli, regolando così efficacemente uno dei tre pilastri dell’agricoltura e dando ai paesi in via di sviluppo un po’ di tempo in più per eliminare gradualmente tali sovvenzioni. Questo ha inoltre permesso di stabilire un obiettivo chiave per l’obiettivo di sviluppo sostenibile n. 2 («fame zero»).

3.2.1.

L’UE è stata una delle principali forze propulsive per questo risultato, specie grazie alla previa preparazione di una posizione comune con importanti esportatori agricoli a livello mondiale, tra cui il Brasile. Questo accordo comprendeva anche normative vincolanti su altre forme di sostegno alle esportazioni — come i crediti all’esportazione, gli aiuti alimentari e le imprese commerciali di Stato — e prevedeva la soppressione dei sussidi per il cotone.

3.3.

Le discussioni sull’accesso al mercato nel quadro dell’agenda di Doha per lo sviluppo si sono finora concentrate sui livelli tariffari, i contingenti tariffari, l’amministrazione del contingente tariffario e le garanzie speciali, compreso il trattamento speciale e differenziato per i paesi in via di sviluppo. Con l’entrata in vigore dell’accordo agricolo dell’Uruguay Round, quasi tutti gli ostacoli non tariffari nel settore agricolo dovevano essere eliminati o trasformati in dazi, a meno che non fossero applicabili altre norme dell’OMC, in particolare l’accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie e l’accordo sugli ostacoli tecnici agli scambi (9). Per i casi in cui gli «equivalenti tariffari stimati» rimanevano ancora troppo elevati per rendere veramente possibili le importazioni, era stato introdotto un sistema di contingenti tariffari, con tariffe più basse entro tali contingenti.

3.3.1.

Le tariffe e i contingenti tariffari possono infatti essere affrontati nei negoziati commerciali bilaterali, ma le garanzie speciali e il trattamento speciale e differenziato sono in realtà questioni multilaterali. I paesi possono anche ridurre unilateralmente le tariffe o le sovvenzioni, e molti lo hanno fatto.

3.4.

Il sostegno interno all’agricoltura è al centro dei negoziati multilaterali, e al riguardo la CM11 lascia intravedere ora un certo margine di manovra e alcune prospettive di progresso.

3.4.1.

La maggior parte dei paesi sostiene i propri agricoltori a livello interno. In alcuni Stati tale sostegno è minimo (ad esempio, i grandi esportatori agricoli, in particolare l’Australia e la Nuova Zelanda). Altri paesi sviluppati offrono un sostegno rilevante ai loro agricoltori sotto varie forme, non da ultimo come remunerazione per i servizi che forniscono alla società. Altrettanto fanno le economie emergenti in rapido sviluppo, in cui si ritiene che i livelli di sostegno aumentino in misura notevole man mano che aumenta la loro ricchezza, ma per i quali stanno emergendo gravi ritardi nelle dichiarazioni statistiche per l’OMC.

3.4.2.

Nel settembre 2016 gli Stati Uniti hanno dato via alla procedura dell’OMC per la risoluzione di una controversia con la Cina legata alle sue misure di sostegno interno, in particolare per il frumento, il mais e alcune varietà di riso. Le ultime statistiche che la Cina ha trasmesso all’OMC riguardano il 2010, anno a partire dal quale si ritiene che il suo sostegno sia rapidamente aumentato. Sebbene il meccanismo di risoluzione delle controversie possa essere complicato ed è possibile che non porti a una procedura completa, questa mossa sta gettando una lunga ombra sulle discussioni in materia di sostegno interno che si stanno tenendo in seno all’OMC in vista della CM11. Questo sembra inoltre in contraddizione con l’intesa di Bali volta a evitare le controversie su questioni legate allo stoccaggio pubblico che coinvolgono paesi in via di sviluppo (10).

3.4.3.

I dati presentati a sua volta dal governo degli Stati Uniti all’OMC (11) mostrano che il suo sostegno interno è aumentato da 12 miliardi di dollari sino a 14 miliardi di dollari nel 2013, ossia vicino al suo massimale globale proposto nel fallito «pacchetto del luglio 2008». Questi dati comprendono i 6,9 miliardi di dollari della «scatola gialla» e i 7 miliardi di dollari dei pagamenti «de minimis». 132 miliardi di dollari sono andati al sostegno per la «scatola verde». Il totale generale del sostegno fornito, che supera i 140 miliardi di dollari, è quasi doppio rispetto al 2007. Dai calcoli si ricava anche che alla Cina sono riconducibili sovvenzioni che distorcono il commercio — secondo la definizione datane nell’accordo agricolo stipulato nel 1994 nel quadro dell’Uruguay Round del GATT — per un importo pari a circa a 18 miliardi di dollari nel 2010, che le sovvenzioni riconducibili al Giappone ammontano a 14 miliardi di dollari nel 2012, quelle della Russia sono pari a 5 miliardi di dollari nel 2014 e quelle dell’India ammontano a 2 miliardi di dollari nel periodo 2010-11. Il Brasile ha segnalato meno di 2 miliardi di dollari per sostegni a effetto distorsivo nel periodo 2014-15 (12).

3.4.4.

Nel periodo 2012-13 i dati dell’UE comunicati all’OMC (13) mostrano che il sostegno annuale è stato di circa 80 miliardi di euro, una cifra numericamente costante sin dall’inizio del ciclo di Doha. Tuttavia, oltre 70 miliardi di euro sono andati al sostegno a titolo della «scatola verde». Gli aiuti dell’UE che hanno un effetto distorsivo — tra cui quelli della «scatola gialla», della «scatola blu» e quelli «de minimis» — sono ammontati a solo 10 miliardi di euro. Il sostegno dell’UE a titolo della «scatola verde» (effetti distorsivi minimi o assenti) comprende i programmi per la protezione ambientale e lo sviluppo a livello regionale.

3.4.5.

Il deciso cambiamento operato dall’UE, che dal sostegno con effetti distorsivi sul commercio (più di 60 miliardi di euro nel 2001) è passata alla «scatola verde», si deve all’accordo di Lussemburgo del 2003, che ha spostato gli aiuti dell’UE per gli agricoltori dal sostegno diretto di singole colture a un sostegno disaccoppiato, ossia separato, del reddito. Questa importante iniziativa unilaterale verso il conseguimento di un obiettivo fondamentale dell’agenda di Doha per lo sviluppo in materia di agricoltura conferisce all’UE una maggiore credibilità quale futuro Mediatore nei negoziati sull’agricoltura.

3.4.6.

Ci si potrebbe tuttavia semplicemente attendere che gli Stati Uniti e altri paesi facciano importanti concessioni in materia di sostegno interno in cambio di grandi concessioni in altri settori, comprese le questioni multilaterali non attinenti all’agricoltura, ma le prospettive in questo senso non sono incoraggianti. Alcuni potrebbero ritenere che non ci sia bisogno di spingersi oltre a causa di altri accordi macro-regionali in corso.

3.4.7.

Altre questioni rimangono molto controverse tra i paesi in via di sviluppo, in particolare lo «stoccaggio pubblico a fini di sicurezza alimentare» che pone paesi vicini l’uno contro l’altro. A Nairobi si è deciso di proseguire i lavori alla ricerca di una soluzione definitiva a tale questione, non risolta a Bali dove era stata sollevata dall’India. Secondo la decisione di Bali, i paesi in via di sviluppo sono autorizzati a mantenere i programmi di scorte alimentari che potrebbero altrimenti violare i limiti di sostegno interno dell’OMC.

3.5.

Ciononostante, come affermato nella recente comunicazione della Commissione sul tema Commercio per tutti, il multilateralismo è al centro del commercio mondiale e deve rimanere «il fulcro della politica commerciale dell’UE» (14). L’OMC non solo sviluppa e fa rispettare le norme del commercio su scala internazionale, ma assicura anche la compatibilità a livello mondiale, anche grazie al sostegno fornito dal suo meccanismo di risoluzione delle controversie (15), che è largamente apprezzato e sempre più utilizzato. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile e la COP 21 fissano entrambi un chiaro ventaglio di traguardi da raggiungere. Al contrario, l’OMC dispone di un meccanismo chiaro contro il diffuso protezionismo e le perturbazioni degli scambi commerciali, come quelle osservabili nel periodo precedente la seconda guerra mondiale e la conseguente istituzione del GATT.

3.5.1.

Questo ruolo normativo è particolarmente importante per l’agricoltura. Ciò vale soprattutto per l’accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie e per il settore estremamente complesso delle norme di origine, sebbene queste non facciano parte dell’agenda di Doha per lo sviluppo. Sussiste il rischio concreto che accordi bilaterali possano stabilire norme che potenzialmente si sovrappongono o sono persino in contrasto tra loro, complicando quindi — invece di chiarire — le regole del commercio mondiale.

3.5.2.

L’accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie dell’OMC, concluso nel 1995, riguarda l’applicazione delle norme in materia di sicurezza alimentare e salute animale e vegetale. L’articolo 5.7 riguarda il principio di precauzione, ora sancito dal trattato di Lisbona. Un eventuale tentativo di modificare tale articolo a un livello differente da quello multilaterale avrebbe profonde ripercussioni sull’ordinamento commerciale mondiale e sulla futura credibilità dello stesso accordo.

4.   Prospettive di accordi commerciali bilaterali o regionali

4.1.

In agricoltura come in altri settori, gli accordi bilaterali di libero scambio devono apportare un valore aggiunto reale. Essi permettono di tenere maggiormente conto non solo delle differenze regionali e nazionali, ma anche delle diverse sensibilità culturali. Devono inoltre essere giudicati in funzione della loro capacità, o meno, di rafforzare il multilateralismo.

4.2.

Le riduzioni tariffarie e i contingenti tariffari costituiscono un elemento fondamentale degli accordi commerciali bilaterali. In Giappone i dazi sulle importazioni di prodotti alimentari rimangono molto alti; in Cina le tariffe doganali sono di gran lunga più basse. L’UE potrebbe disporre di margini di manovra in rapporto al alcuni contingenti tariffari, verosimilmente nei settori in cui è possibile che le sensibilità siano mutate rispetto a quanto stabilito al tempo dell’accordo sull’agricoltura dell’Uruguay Round.

4.2.1.

Le indicazioni geografiche (IG), che si ritiene abbiano un valore di 5,6 miliardi di euro all’anno (16), rappresentano un settore molto importante in cui l’UE deve far valere al massimo i suoi interessi nei negoziati bilaterali. I negoziatori dell’UE sono riusciti a inserire circa 145 indicazioni geografiche riconosciute dell’UE nell’accordo con il Canada (CETA) (17) e un numero maggiore in quello con il Vietnam, ma questo risultato varierà in funzione di ciò che ha rilevanza per uno specifico accordo di libero scambio. Altri paesi, segnatamente nell’Asia orientale, sono stati lenti a specificare le indicazioni geografiche, mentre per gli Stati Uniti molte di queste denominazioni si riferiscono a prodotti generici.

4.2.2.

Nei negoziati bilaterali, l’UE deve anche tutelare pienamente gli interessi del suo settore agricolo e rafforzarli il più possibile, in particolare nei casi in cui la sua controparte negoziale sia rappresentata da un importante esportatore agricolo, quale il Mercosur, l’Australia o la Nuova Zelanda. L’UE deve evitare qualsiasi tentazione di fare concessioni in agricoltura in cambio di vantaggi in altri settori.

4.3.

Gli accordi bilaterali dovrebbero essere intesi a evitare disparità di criteri nell’agricoltura, in particolare in relazione all’accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie e all’accordo sugli ostacoli tecnici agli scambi, nei paesi partner. L’UE vorrà anche promuovere le proprie norme in materia di salute e benessere degli animali, come pure i propri standard ambientali, sociali e di carattere più generale, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Il Comitato accoglie favorevolmente il livello di trasparenza e partecipazione della società civile sin dalla fase di avvio dei negoziati che è stato alla fine raggiunto con il partenariato transatlantico su commercio e investimenti, e raccomanda che diventi la norma nei futuri negoziati.

4.3.1.

L’UE (e altri paesi) devono inserire un impegno vincolante a favore dello sviluppo di capacità per aiutare i paesi meno sviluppati a conformarsi a tali norme, ad esempio, l’assistenza per lo sviluppo di un sistema accettabile di certificazione veterinaria, in quanto le norme sulla sicurezza alimentare sono fondamentali.

4.4.

La garanzia e il rafforzamento della sicurezza alimentare costituiranno anche un motore fondamentale delle politiche in qualsiasi negoziato bilaterale in materia di agricoltura, come indicato nel parere del CESE sul tema Commercio agricolo/sicurezza alimentare globale  (18). Come sottolineato nel parere, il commercio agricolo ha bisogno sia di «soddisfare la domanda solvibile» (forse per la prima volta) che di «offrire aiuto e sostegno lì dove fame e scarsità non possono essere vinte con le risorse locali». È altrettanto importante mantenere un livello adeguato di autosufficienza alimentare, anche per tutelare i paesi importatori da grandi fluttuazioni di prezzo dei prodotti importati.

4.4.1.

Questo parere descriveva l’enorme domanda potenziale di prodotti alimentari e di bevande dell’UE al di fuori dell’Europa. Circa i due terzi della produzione agricola dell’UE sono destinati a un’ulteriore trasformazione. Nel 2015 le esportazioni agroalimentari dell’UE sono arrivate a 129 miliardi di euro, ossia con un aumento del 27 % rispetto al 2011. Nel secondo trimestre del 2016 le esportazioni dell’UE ammontavano a 25,4 miliardi di euro, mentre le importazioni nell’UE di prodotti alimentari e di bevande sono state pari a 17,8 miliardi di euro. Le esportazioni principali hanno riguardato la carne, i distillati, il vino, il latte, il cioccolato e i dolciumi.

5.   Il commercio, l’agricoltura e gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS)

5.1.

L’adozione, da parte delle Nazioni Unite, degli OSS nel settembre 2015, che sono al centro dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e la conclusione dell’accordo di Parigi (COP 21) (19) avranno effetti di vasta portata sul commercio mondiale. La necessità preminente di realizzare tali obiettivi deve essere ora posta al centro di tutti i futuri negoziati commerciali, in particolare in rapporto agli scambi commerciali nel settore agricolo.

5.2.

Gli OSS avranno un effetto più diretto sugli scambi commerciali nel settore agricolo. Essi sono basati sugli obiettivi di sviluppo del millennio (OSM), ma interesseranno ogni paese. Gli OSS sono di natura globale e applicabili universalmente: tutti i paesi devono assumersi e condividere la responsabilità del loro conseguimento. Gli OSS sono strettamente intrecciati con l’accordo di Parigi: almeno 13 di questi obiettivi fanno riferimento ai cambiamenti climatici.

5.2.1.

Per riuscire a conseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile, più di 90 Stati hanno già chiesto assistenza ad altri paesi. Gli OSS sono al centro del dibattito a livello mondiale che l’UE ha contribuito a promuovere. Essi dovrebbero portare a nuovi metodi di lavoro a livello mondiale: più ampi, più partecipativi e più consultivi.

5.2.2.

Il Comitato accoglie con favore la comunicazione della Commissione sul tema Il futuro sostenibile dell’Europa: prossime tappe, pubblicata nel novembre 2016 (20), che prevede la piena integrazione degli OSS nel «quadro strategico europeo e nelle attuali priorità della Commissione», come in effetti stabilito dal trattato di Lisbona (21). GLI OSS «rappresenteranno una dimensione trasversale» ai fini dell’attuazione della strategia globale dell’UE. Come indicato, «l’UE ha svolto un ruolo determinante nella definizione» di questa agenda. Vi sarà una stretta sinergia nella promozione e attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e nella promozione dei valori europei in tutto il mondo, anche se gli OSS non promuovono direttamente la buona governance e lo Stato di diritto.

5.2.3.

Inoltre, gli OSS vanno ben oltre gli obiettivi di sviluppo del millennio, in quanto individuano specificamente gli strumenti — o i «mezzi di attuazione» — per raggiungere tutti i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e i 169 traguardi appositamente individuati. Il commercio è specificamente menzionato in 9 OSS (mentre lo è una sola volta negli OSM).

5.2.4.

Se si vogliono davvero realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile, il commercio e gli investimenti devono svolgere un ruolo di vasta portata, non da ultimo perché l’Unctad stima che per conseguire questi obiettivi sarà necessario reperire altri 2 500miliardi di dollari USA all’anno, molti dei quali dovranno essere trovati nel settore privato. Come è stato sottolineato dal direttore generale dell’OMC, gli obiettivi di sviluppo del Millennio hanno già dimostrato il potenziale «trasformativo» degli scambi commerciali (22).

5.3.

Gli scambi commerciali nel settore agricolo devono inoltre svolgere un ruolo centrale nella realizzazione della maggior parte, se non di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare per l’obiettivo 2 (fame/sicurezza alimentare), l’obiettivo n. 12 (produzione/consumo sostenibili) e l’obiettivo n. 15 (degrado del suolo).

5.3.1.

Essi svolgeranno anche un ruolo essenziale nel conseguire l’obiettivo 1 (povertà/denutrizione), l’obiettivo n. 8 (crescita economica inclusiva e sostenibile), l’obiettivo n. 9 (infrastrutture), l’obiettivo n. 10 (riduzione delle disuguaglianze), l’obiettivo n. 13 (cambiamenti climatici), l’obiettivo 3 (benessere), l’obiettivo 5 (parità di genere) e l’obiettivo n. 7 (energia). Sarà inoltre necessario perseguire una totale sinergia con altre forme di azione, compreso lo sviluppo.

5.4.

Come specificato nella dichiarazione ministeriale dell’OMC di Nairobi, il commercio internazionale può svolgere un ruolo importante nella realizzazione di una crescita sostenibile, solida ed equilibrata per tutti (23). Nella dichiarazione è stato sottolineato che l’OMC ha un ruolo importante da svolgere nel conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e che questo risultato sarebbe molto più difficile da raggiungere senza un meccanismo commerciale multilaterale efficace.

5.4.1.

Occorre tener conto degli effetti sui cambiamenti climatici generati dagli scambi commerciali e dagli investimenti nel settore agricolo. I negoziati per la conclusione di un accordo plurilaterale sui beni ambientali (EGA) preludono a un passo avanti importante per l’inserimento della questione dei cambiamenti climatici nella politica commerciale multilaterale, ma si renderà ancora necessaria un’ulteriore azione multilaterale volta a promuovere una maggiore coerenza.

5.4.2.

Il commercio internazionale può migliorare in misura considerevole la sicurezza alimentare e la nutrizione attraverso la crescente disponibilità di alimenti e l’incentivazione degli investimenti e della crescita. Al contrario, il ricorso a misure protezionistiche può soffocare una flessibilità essenziale e impedire lo sviluppo di mercati regionali. Ciononostante, gli accordi commerciali devono anche comprendere misure efficaci che consentano ai paesi in via di sviluppo meno avanzati di disporre di un margine d’azione maggiore per impedire che vengano compromesse la loro sicurezza alimentare o l’espansione dei loro settori agricoli emergenti.

5.5.

L’UE è stata la prima a inserire delle considerazioni sullo sviluppo sostenibile negli accordi di libero scambio (ALS) da essa conclusi. Dal 2010 è riuscita a concludere sei ALS, a partire da quello con la Corea del Sud, e un accordo di partenariato economico (APE), mentre altri sono in attesa della piena ratifica, compresi gli accordi con Canada, Singapore e Vietnam. Questi accordi contengono capitoli specifici sul commercio e lo sviluppo sostenibile, e sono dotati di un meccanismo congiunto della società civile per monitorarne l’attuazione. In tutti i casi al CESE spetta un ruolo cruciale.

5.5.1.

Il Comitato ha già chiesto (24) che capitoli simili sul commercio e lo sviluppo sostenibile siano inseriti nei negoziati attuali e futuri per la conclusione di accordi autonomi d’investimento separati. Inoltre, l’accordo sul partenariato transpacifico (TPP) contiene dei capitoli specificamente dedicati a questioni sociali e ambientali.

5.6.

Il Comitato rileva anche che molti fra quanti soffrono la povertà alimentare nel mondo sono lavoratori agricoli, e alleviare la fame è giustamente un elemento essenziale degli obiettivi di sviluppo del millennio e, adesso, anche dell’obiettivo di sviluppo sostenibile n. 2. Il 70 % delle persone in condizioni di insicurezza alimentare vive in zone rurali, in parte a causa di una graduale diminuzione degli investimenti in agricoltura e della cronica bassa produttività delle rese agricole nei paesi poveri, ma anche per l’assenza di una politica agricola o commerciale efficiente che tenga sufficientemente conto delle specificità della produzione agricola (anche sul piano del clima, delle risorse, del materiale vivente o della volatilità del mercato), In tale contesto, bisognerebbe prendere nota delle osservazioni della FAO, in particolare in materia di protezione sociale.

5.6.1.

Il commercio interafricano è modesto (tra il 10 e il 15 % del volume complessivo degli scambi commerciali in quel continente). Un rafforzamento della capacità dei paesi africani di espandere gli scambi commerciali nel settore agricolo — associato agli OSS relativi alle infrastrutture, all’integrazione regionale e all’approfondimento dei mercati interni, anche attraverso un aumento della trasformazione secondaria dei prodotti alimentari — sarà essenziale per consentire all’Africa di partecipare con risultati positivi al commercio agricolo e di migliorare la sicurezza alimentare.

6.   Il ruolo dell’UE nei futuri negoziati sugli scambi commerciali nel settore agricolo

6.1.

Come mostrato da Nairobi — dove, a dispetto delle aspettative, è stata concordata un’importante dichiarazione ministeriale — l’UE gode di una posizione solida per svolgere un ruolo di primo piano nei futuri negoziati sugli scambi commerciali nel settore agricolo. Questo è dovuto sia alla percezione del ruolo di guida svolto dall’UE nel promuovere sostenibilità e — al tempo stesso — sviluppo (il ruolo che essa ha svolto a Nairobi) che alle precedenti riforme della PAC, grazie alle quali l’UE non è più considerata essenzialmente sulla difensiva.

6.1.1.

La nuova comunicazione della Commissione impegna l’UE «a fare da apripista» nell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e dell’accordo di Parigi. Adesso tutte le iniziative dell’UE in materia di commercio devono soddisfare i requisiti fissati da tali accordi strettamente collegati tra loro.

6.2.

La Commissione ha inoltre realizzato uno studio sull’impatto che i futuri accordi commerciali avranno sul settore agricolo (25). Questo studio esamina 12 futuri accordi di libero scambio e analizza il potenziale dei prodotti agricoli europei sul mercato mondiale, ma non è riuscito a trattare l’intera gamma dei prodotti agricoli, né i prodotti alimentari trasformati in generale. La Commissione stessa ammette che questo studio è incompleto, in quanto nella valutazione non si è tenuto conto delle barriere non tariffarie, che hanno tuttavia un’incidenza considerevole sul commercio.

6.2.1.

Per consentire alla Commissione di elaborare una strategia completa ed efficace per gli scambi commerciali nel settore agricolo, questa dovrebbe essere estesa in modo da comprendere una valutazione d’impatto esaustiva sui probabili effetti che l’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e dell’accordo di Parigi avranno sull’agricoltura dell’UE, nonché un’ulteriore valutazione d’impatto sugli effetti per l’agricoltura di tutta l’UE derivanti dai recenti sviluppi negli scambi commerciali a livello mondiale. Bisognerebbe tener conto degli accordi di libero scambio recentemente conclusi dall’UE, compresi gli sviluppi indiretti, ad esempio quando una svalutazione della valuta dei paesi partner ha avuto un impatto considerevole.

6.2.2.

Andrebbero compresi gli accordi che sono precedenti alla comunicazione del 2006 sul tema Europa globale  (26), in particolare quelli con il Sudafrica, il Messico e il Cile, anche perché è prevista la revisione degli accordi con questi ultimi due paesi.

6.3.

Nell’intraprendere queste valutazioni d’impatto, la Commissione deve tener presente la necessità di garantire che gli agricoltori possano trarre un beneficio equo da tali accordi commerciali. Gli agricoltori svolgono un ruolo fondamentale nella fornitura di alimenti non solo alla popolazione locale, ma anche a quella mondiale in rapida crescita. È essenziale che le comunità rurali vitali vengano mantenute, attenuando quanto più possibile lo spopolamento delle campagne in tutta l’Europa.

6.3.1.

Sono essenziali pratiche agricole efficienti sotto il profilo delle risorse. È necessario migliorare la gestione delle risorse e l’accesso alle stesse accrescendo la capacità di adattamento e la resilienza dei piccoli agricoltori in rapporto ai cambiamenti climatici, nonché rafforzando le competenze e la produttività nei terreni marginali.

6.4.

L’agricoltura è esposta a un rischio reale per effetto dei cambiamenti climatici. A livello mondiale, le risorse del suolo e dell’acqua sono limitate, i cambiamenti a lungo termine nelle condizioni delle colture sono il risultato di un maggior numero di eventi estremi a livello climatico, e la volatilità dei prezzi è in aumento. Un settore agricolo forte e vitale è fondamentale per mantenere o aumentare un approvvigionamento stabile, sicuro e certo di alimenti. È evidente che gli scambi commerciali contribuiscono a correggere gli squilibri nella domanda e nell’offerta, a promuovere l’efficienza nell’impiego delle risorse, ad aumentare le opportunità di mercato e a stimolare la crescita economica, generando quindi occupazione, reddito e prosperità nelle zone rurali.

6.4.1.

Poiché secondo le stime la popolazione mondiale di ceto medio dovrebbe aumentare di circa 2 miliardi di persone entro il 2030, anche queste persone vorranno poter scegliere tra prodotti alimentari variati che prima non erano alla loro portata. Questo comporterà un aumento esponenziale della domanda di proteine e di altri prodotti agricoli.

6.4.2.

In tale contesto assume importanza la dichiarazione di Cork 2.0. Gli agricoltori sono i custodi sia della terra che di altre risorse rurali, e anche il benessere degli animali costituisce una preoccupazione fondamentale. A questo proposito è particolarmente pertinente il parere del CESE sul tema La produzione integrata nell’Unione europea  (27).

Bruxelles, 23 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  Scrittore statunitense della seconda metà del XIX secolo. (N.d.T.: La frase originale a cui si fa riferimento è «La cronaca della mia morte era una vera e propria esagerazione».)

(2)  Al riguardo, l’OMC utilizza, in inglese, la denominazione «agricultural trade» (o, in francese, «commerce des produits agricoles»). (N.d.T.: Nel testo in italiano del parere si opta per l’espressione «scambi commerciali nel settore agricolo»).

(3)  https://www.wto.org/english/thewto_e/minist_e/mc10_e/mindecision_e.htm.

(4)  La Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC COP 21) che si è tenuta a Parigi.

(5)  SWD(2016) 390 final

(6)  https://www.wto.org/english/thewto_e/minist_e/min01_e/mindecl_e.htm

(7)  https://www.wto.org/english/news_e/spra_e/spra108_e.htm

(8)  https://www.wto.org/english/news_e/news16_e/agng_09mar16_e.htm; ICTSD Bridges report, Vol 20, No 40 — 24/11/2016.

(9)  Importanti anche per finalità di etichettatura e rintracciabilità.

(10)  L’OMC deve utilizzare le classificazioni delle Nazioni Unite e comprendere tra i paesi in via di sviluppo tutti i paesi che non sono classificati come sviluppati o meno avanzati (PMA). Per il suo sistema di preferenze generalizzate (SPG e SPG+) l’UE può utilizzare le categorie più precise della Banca mondiale che sono basate sul reddito del paese.

(11)  Bridges, Vol. 20, No 20 — 2/6/2016.

(12)  Bridges Vol. 20, No 37 — 3/11/2016.

(13)  Bridges Vol. 19, No 38 — 12/11/2015.

(14)  COM(2015) 497 final, punto 5.1.

(15)  Oggi giunto a trattare il suo 513o caso.

(16)  Secondo stime fornite da funzionari della Commissione europea in una riunione del CESE tenutasi nel marzo 2016.

(17)  Accordo economico e commerciale globale, in attesa di ratifica.

(18)  GU C 13 del 15/1/2016, pag. 97

(19)  Cfr. nota a piè di pagina 4.

(20)  SWD(2016) 390 final

(21)  Articolo 21, paragrafo 3, del TFUE.

(22)  Intervento alle Nazioni Unite del 21 settembre 2016.

(23)  Cfr. nota a piè di pagina 3.

(24)  Parere del CESE, GU C 268 del 14.8.2015, pag. 19

(25)  http://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/JRC103602/lb-na-28206-en-n_full_report_final.pdf

(26)  COM(2006) 567 final

(27)  GU C 214 dell'8/7/2014, pag. 8


III Atti preparatori

COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO

523a sessione plenaria del CESE dei giorni 22 e 23 febbraio 2017

31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/29


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Proposta di direttiva del Consiglio sui meccanismi di risoluzione delle controversie in materia di doppia imposizione nell’Unione europea»

[COM(2016) 686 final – 2016/0338 (CNS)]

(2017/C 173/05)

Relatore:

Krister ANDERSSON

Consultazione

Consiglio dell’Unione europea, 16.2.2017

Base giuridica

Articolo 115 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale

Adozione in sezione

2.2.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

174/0/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE accoglie con favore la proposta di direttiva del Consiglio, volta a migliorare i meccanismi di risoluzione delle controversie in materia di doppia imposizione nell’UE, che è stata avanzata dalla Commissione.

1.2.

Il CESE conviene con la Commissione che la doppia imposizione è uno dei maggiori ostacoli fiscali al mercato unico. C’è urgente necessità di meccanismi volti a garantire una soluzione più rapida e decisa dei casi di doppia imposizione che dovessero verificarsi tra Stati membri.

1.3.

Il CESE riconosce che l’eliminazione delle doppie imposizioni non è di per sé sufficiente a creare condizioni di parità nel settore della fiscalità. Secondo il Comitato, l’UE ha bisogno di un quadro comune positivo e lungimirante in materia di tassazione delle imprese.

1.4.

Il CESE si compiace del fatto che la proposta di direttiva apporti elementi di applicazione mirati per affrontare le principali lacune individuate nella convenzione sull’arbitrato dell’Unione (1).

1.5.

Il CESE accoglie molto favorevolmente la possibilità data al contribuente di chiedere al giudice nazionale di prendere le misure necessarie per istituire un collegio arbitrale incaricato di emettere una decisione finale vincolante sul suo caso, entro un arco di tempo prestabilito, qualora gli Stati membri non avviino in modo automatico la procedura di arbitraggio.

1.6.

Il CESE appoggia l’iniziativa della Commissione di estendere il monitoraggio dei risultati conseguiti dai paesi a tutti i casi di controversie in materia di doppia imposizione in situazioni transfrontaliere registrati ogni anno, allo scopo di valutare il raggiungimento degli obiettivi della direttiva.

1.7.

Il CESE si compiace inoltre della flessibilità offerta agli Stati membri per concordare, a livello bilaterale e caso per caso, meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie. Questo faciliterà il reperimento di soluzioni nelle situazioni multilaterali in cui la controversia considerata dev’essere risolta non solo a livello dell’UE, ma anche in relazione a paesi terzi attraverso trattati bilaterali.

1.8.

Il CESE appoggia la disposizione secondo cui le autorità competenti possono pubblicare la decisione finale, previo il consenso di ciascuno dei contribuenti interessati.

1.9.

Il Comitato desidera sottolineare che è urgente attuare la proposta in esame. Il numero di casi di doppia o multipla imposizione è in aumento in termini sia di dimensioni che di rilevanza. Non c’è più spazio per gli indugi.

2.   Contesto e proposta della Commissione

2.1.

Uno dei problemi principali che incontrano oggi le imprese che operano a livello transfrontaliero è la doppia imposizione. I meccanismi che disciplinano la risoluzione delle controversie in materia di doppia imposizione esistono già: si tratta delle procedure amichevoli (PA) previste dalle convenzioni in materia di doppia imposizione (DTC) concluse dagli Stati membri, nonché dalla convenzione sull’arbitrato dell’Unione relativa all’eliminazione delle doppie imposizioni in caso di rettifica degli utili di imprese associate.

2.2.

Sebbene i meccanismi esistenti funzionino bene in molti casi, è necessario migliorarli in aree come l’accesso ai meccanismi stessi per i contribuenti, la copertura, la tempestività e la qualità. Inoltre, i metodi tradizionali di risoluzione delle controversie non sono più del tutto compatibili con la complessità e i rischi dell’attuale contesto fiscale globale.

2.3.

La direttiva proposta si concentra su imprese e società, le più colpite dalle situazioni di doppia imposizione. Prende le mosse dalla vigente convenzione sull’arbitrato dell’Unione, che già prevede un meccanismo di arbitrato vincolante e obbligatorio, ma estende il suo campo di applicazione ad ambiti che non sono attualmente contemplati, aggiungendo elementi di applicazione mirati per affrontare le principali lacune individuate relative all’esecuzione e all’efficacia di tale meccanismo. Ne consegue che nel campo di applicazione della proposta sono comprese tutte le controversie in materia di doppia imposizione che riguardano operazioni transfrontaliere all’interno dell’UE e hanno ripercussioni sui profitti delle imprese.

2.4.

La proposta aggiunge un esplicito obbligo di risultato per gli Stati membri, nonché limiti di tempo chiaramente definiti. Sono escluse le situazioni che caratterizzano la doppia non imposizione e i casi di frode, dolo o colpa grave.

2.5.

La direttiva prevede una procedura amichevole (PA), avviata con la denuncia del contribuente, in virtù della quale gli Stati membri cooperano liberamente e devono raggiungere un accordo entro due anni.

2.6.

La fase iniziale della procedura amichevole è integrata da una procedura automatica di arbitrato che prevede la risoluzione della controversia mediante arbitrato entro un termine di quindici mesi qualora gli Stati membri non siano riusciti a raggiungere un accordo nel corso della fase amichevole iniziale. Questa procedura di arbitrato, che è obbligatoria e inizia automaticamente, si conclude con l’adozione, da parte delle autorità competenti degli Stati membri interessati, di una decisione finale vincolante e obbligatoria.

2.7.

Una maggiore trasparenza è uno degli obiettivi della direttiva proposta. Le autorità competenti possono pubblicare la decisione arbitrale definitiva e informazioni più dettagliate, previo accordo con il contribuente. Qualora il contribuente non dia il proprio consenso, le autorità competenti pubblicano una sintesi della decisione.

3.   Osservazioni generali

3.1.

Il CESE accoglie con favore la proposta di direttiva del Consiglio, nel quadro del pacchetto sulla tassazione delle società, volta a migliorare i meccanismi di risoluzione delle controversie in materia di doppia imposizione nell’UE, che è stata avanzata dalla Commissione. C’è urgente necessità di meccanismi volti a garantire una soluzione più rapida e decisa dei casi di doppia imposizione che dovessero verificarsi tra Stati membri.

3.2.

Il CESE condivide l’affermazione della Commissione secondo cui l’Europa ha bisogno di un sistema fiscale adatto al mercato interno che sostenga la crescita economica e la competitività, attragga gli investimenti, favorisca la creazione di posti di lavoro, stimoli l’innovazione e appoggi il modello sociale europeo. La tassazione dovrebbe fornire entrate stabili utili agli investimenti pubblici e alle politiche favorevoli alla crescita, oltre a garantire che tutte le imprese godano di parità di condizioni e di certezza giuridica e incontrino ostacoli minimi quando operano a livello transfrontaliero.

3.3.

Il CESE condivide le preoccupazioni della Commissione secondo cui le controversie tra Stati membri su chi ha il diritto di tassare determinati utili fanno sì che spesso le imprese sono tassate due o più volte sullo stesso reddito. Dai dati più recenti della Commissione emerge che, nell’UE, sono tuttora aperte circa 900 controversie in materia di doppia imposizione, con in gioco 10,5 miliardi di euro.

3.4.

Il Comitato accoglie con favore l’impegno della Commissione teso ad assicurare che tutte le imprese operanti nell’Unione paghino le tasse nel luogo in cui gli utili e il valore vengono generati, ma le aziende non dovrebbero essere assoggettate a un’imposizione doppia o multipla per gli stessi profitti. Questo principio è essenziale ai fini di un’imposizione equa ed efficace. Il CESE conviene con la Commissione che uno dei maggiori ostacoli fiscali al mercato unico è la doppia imposizione.

3.5.

Il CESE accoglie molto favorevolmente l’iniziativa della Commissione volta ad affrontare il problema della doppia imposizione in maniera coordinata nell’UE. Il Comitato concorda con la Commissione che, per promuovere l’occupazione, la crescita e gli investimenti, bisogna creare un contesto fiscale favorevole alle imprese, riducendo i costi di adeguamento alle normative e gli oneri amministrativi e assicurando certezza fiscale. L’importanza della certezza fiscale nel promuovere gli investimenti e la crescita è stata recentemente riconosciuta dai leader del G20, ed è diventata la nuova priorità mondiale. Gli Stati membri devono trovare un equilibrio tra l’attuazione delle necessarie riforme e la creazione di un contesto fiscale stabile, chiaro e prevedibile per le imprese.

3.6.

Il CESE riconosce che l’eliminazione delle doppie imposizioni non è di per sé sufficiente a creare condizioni di parità nel settore della fiscalità. Secondo il Comitato, l’UE ha bisogno di un quadro comune positivo e lungimirante in materia di tassazione delle imprese. È questa la ragione di fondo per cui la Commissione ha proposto di rilanciare la base imponibile consolidata comune per le società (CCCTB).

3.7.

Il CESE riconosce che, per evitare la doppia imposizione, la maggior parte degli Stati membri si avvale di trattati bilaterali in materia fiscale e di apposite procedure di risoluzione delle controversie. Tali procedure sono tuttavia lunghe e costose e non sempre si traducono in un accordo. La convenzione sull’arbitrato dell’Unione risolve in certa misura la situazione. ma il suo ambito di applicazione si limita alle controversie in materia di prezzi di trasferimento, senza prevedere alcun mezzo di ricorso contro l’interpretazione delle norme.

3.8.

Il CESE si compiace del fatto che la proposta di direttiva apporti elementi di applicazione mirati per affrontare le principali lacune individuate nella convenzione sull’arbitrato dell’Unione, vale a dire situazioni di diniego — implicito o esplicito — dell’accesso, come pure procedure prolungate e bloccate.

3.9.

Il CESE accoglie inoltre con favore il fatto che un numero più ampio di casi potrà giovare di un meccanismo che prevede la risoluzione obbligatoria e vincolante delle controversie. Questi miglioramenti ai meccanismi di risoluzione delle controversie renderanno possibili notevoli risparmi — in termini di tempo, denaro e risorse — sia alle imprese che alle amministrazioni e rafforzeranno la certezza fiscale per le imprese operanti nell’UE.

3.10.

Il CESE accoglie molto favorevolmente la possibilità data al contribuente di chiedere al giudice nazionale di prendere le misure necessarie per istituire un collegio arbitrale incaricato di emettere una decisione finale vincolante sul suo caso, entro un arco di tempo prestabilito, qualora gli Stati membri non avviino in modo automatico la procedura di arbitraggio. Ciò contribuirà a evitare incertezze per le imprese coinvolte e si basa sui meccanismi e le buone pratiche che sono già applicate in tutti gli Stati membri per controversie transfrontaliere in settori diversi da quello fiscale. Il CESE sottolinea tuttavia che gli Stati membri, per evitare notevoli ritardi nella risoluzione delle controversie, devono garantire la speditezza di tali procedimenti giudiziari.

3.11.

Il CESE appoggia l’iniziativa della Commissione di estendere il monitoraggio dei risultati conseguiti dai paesi a tutti i casi di controversie in materia di doppia imposizione in situazioni transfrontaliere registrati ogni anno, allo scopo di valutare il raggiungimento degli obiettivi della direttiva. Dall’analisi condotta emerge che esistono casi per i quali è impedito l’accesso ai meccanismi esistenti, che non rientrano nel campo di applicazione della convenzione sull’arbitrato dell’Unione o delle convenzioni in materia di doppia imposizione (DTC), che sono bloccati senza che i contribuenti siano informati dei motivi o che non sono affatto risolti. Il CESE reputa che, al momento attuale, i risultati conseguiti a livello di Stato membro non siano soddisfacenti e chiede che la Commissione conduca un esame approfondito sul funzionamento della direttiva, quando sarà attuata, e di pubblicare le analisi e i risultati corrispondenti.

3.12.

Il CESE conviene che l’eliminazione della doppia imposizione fiscale dovrebbe essere conseguita attraverso una procedura che preveda, come primo passo, la presentazione del caso alle autorità fiscali degli Stati membri interessati al fine di risolvere la controversia mediante procedura amichevole. Se entro un determinato periodo di tempo non viene raggiunto alcun accordo, il caso va sottoposto a una commissione consultiva — o a una commissione per la risoluzione alternativa delle controversie — composta sia da rappresentanti delle autorità fiscali interessate che da personalità indipendenti. Le autorità fiscali dovrebbero adottare una decisione finale vincolante in riferimento al parere di una commissione consultiva o di una commissione per la risoluzione alternativa delle controversie.

3.13.

Il CESE constata che occorre introdurre nell’UE uno standard minimo efficace per i meccanismi di risoluzione delle controversie che affronti in modo completo e con sufficiente precisione gli adempimenti procedurali necessari per garantire un’applicazione omogenea ed effettiva.

3.14.

Il CESE si compiace inoltre della flessibilità offerta agli Stati membri per concordare, a livello bilaterale e caso per caso, meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie. Questo faciliterà il reperimento di soluzioni nelle situazioni multilaterali in cui la controversia considerata dev’essere risolta non solo a livello dell’UE, ma anche in relazione a paesi terzi attraverso trattati bilaterali.

3.15.

Il CESE appoggia la disposizione secondo cui le autorità competenti possono pubblicare la decisione finale, previo il consenso di ciascuno dei contribuenti interessati.

3.16.

Il Comitato desidera sottolineare che è urgente attuare la proposta in esame. Il numero di casi di doppia o multipla imposizione è in aumento in termini sia di dimensioni che di rilevanza. Non c’è più spazio per gli indugi.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  Convenzione relativa all’eliminazione delle doppie imposizioni in caso di rettifica degli utili di imprese associate (90/436/CEE).


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/33


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Raccomandazione di raccomandazione del Consiglio sulla politica economica della zona euro»

[COM(2016) 726 final]

e sulla

«Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Banca centrale europea, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni – Verso un orientamento positivo della politica di bilancio della zona euro»

[COM(2016) 727 final]

(2017/C 173/06)

Relatore:

Javier DOZ ORRIT

Correlatore:

Petr ZAHRADNÍK

Consultazione

Commissione europea, 27.1.2017

Base giuridica

Articolo 304 del TFUE

 

 

Sezione competente

Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale

Adozione in sezione

2.2.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

218/4/4

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE esprime apprezzamento per gli sforzi della Commissione europea intesi ad applicare una politica economica mirata a sostenere la crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva della zona euro, utilizzando una combinazione bilanciata di strumenti di politica monetaria, di bilancio e strutturali necessari a realizzare tale obiettivo e promuovere un orientamento positivo della politica di bilancio.

1.2.

Il CESE accoglie pertanto con favore la raccomandazione della Commissione europea che propone un orientamento positivo della politica di bilancio della zona euro rispettoso anche degli obiettivi a lungo termine in materia di sostenibilità di bilancio.

1.3.

Il CESE invita la Commissione europea a fare pieno uso della sua posizione di custode dei Trattati dell’UE, di cui si sottolinea, in particolare, l’impegno a migliorare il benessere, il progresso e la giustizia sociali, da un lato, e a promuovere la prosperità economica e la competitività, dall’altro. Il Comitato invita altresì la Commissione ad avvalersi a pieno titolo dei suoi poteri, accresciuti di recente, nell’interpretare le norme di bilancio in modo flessibile, al fine di consentire un incremento significativo degli investimenti pubblici, i quali, a determinate condizioni, dovrebbero essere esclusi dal calcolo del disavanzo nel quadro del Patto di stabilità e crescita.

1.4.

Il CESE si compiace per l’accento posto sull’aumento degli investimenti e sulla volontà di far leva sul piano di investimenti in corso di attuazione. Questa strategia deve essere adeguatamente finanziata, in modo da portare a un significativo aumento dei prestiti erogati dalla BEI rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni. Le strutture di governance dovrebbero garantire che i fondi siano adeguatamente destinati ai paesi nei quali il calo degli investimenti è stato particolarmente drastico. Queste misure devono essere combinate con riforme strutturali capaci di promuovere la crescita, l’occupazione e la coesione sociale.

1.5.

Il CESE accoglie con favore l’invito della Commissione europea a realizzare aggiustamenti simmetrici dei disavanzi delle partite correnti all’interno della zona euro. Questo sforzo dovrebbe essere condiviso tanto dagli Stati membri con disavanzi che da quelli con avanzi delle partite correnti. Gli Stati membri dovrebbero decidere come realizzare tali aggiustamenti, secondo l’orientamento generale comune.

1.6.

Occorre prestare particolare attenzione alle riforme strutturali atte a stimolare la domanda e la crescita anche a breve termine, evitando quelle che rischiano invece di compromettere la crescita aumentando l’insicurezza dell’occupazione e del reddito. Le riforme strutturali adottate dovrebbero avere il potenziale di produrre miglioramenti tangibili delle condizioni del fare impresa, di ridurre gli ostacoli agli investimenti e di contribuire al completamento del mercato unico dell’UE in tutti i suoi aspetti.

1.7.

La crescita della produttività dovrebbe costituire un obiettivo prioritario delle riforme strutturali, le quali dovrebbero garantire l’equa distribuzione degli incrementi di produttività, in modo da rafforzare la domanda e consentire miglioramenti dal lato dell’offerta.

1.8.

Il ripristino e il rafforzamento della crescita della produttività e del PIL dovrebbero essere considerati strumenti fondamentali per riportare in salute le economie alle prese con i più elevati livelli di indebitamento.

1.9.

La priorità dovrebbe essere data alle riforme che favoriscono la creazione di posti di lavoro di qualità (ossia stabili e adeguatamente retribuiti).

1.10.

Il CESE sottolinea che rafforzare e promuovere la concertazione sociale e il dialogo con la società civile, sia a livello nazionale che a livello della zona euro, è di fondamentale importanza per costruire il consenso attorno alle politiche necessarie per la ripresa e la sostenibilità economica a lungo termine e per attuare tali strategie con buon esito.

1.11.

L’adozione di misure efficaci contro il riciclaggio di denaro, i reati tributari, il ricorso ai paradisi fiscali e la concorrenza fiscale sleale tra Stati membri contribuirà inoltre a realizzare gli obiettivi del Patto di stabilità e crescita.

1.12.

Il CESE appoggia la creazione di un sistema europeo di assicurazione dei depositi e chiede di accelerare l’istituzione di un meccanismo comune di ultima istanza per il Fondo di risoluzione unico dell’Unione bancaria. Dovrebbero essere adottate misure decisive per risolvere il problema dei prestiti in sofferenza, tutelando, al tempo stesso, i diritti dei consumatori e rispettando i pertinenti principi del pilastro europeo dei diritti sociali.

1.13.

Il CESE sostiene le iniziative volte a completare l’Unione economica e monetaria, specialmente rafforzando il pilastro europeo dei diritti sociali, accrescendo la flessibilità di bilancio e dotando la zona euro di capacità di bilancio, in particolare attraverso la creazione di un «Tesoro» della zona euro, destinato fondamentalmente a emettere obbligazioni comuni, nel quadro di un forte controllo democratico e politico.

1.14.

Il CESE raccomanda di migliorare ulteriormente il semestre europeo, rafforzando il ruolo di coordinamento della Commissione europea e ottenendo un chiaro impegno da parte degli Stati membri ad attuare le politiche convenute in sede di Consiglio, evitando così l’incertezza e creando un ambiente favorevole agli investimenti.

2.   Contesto generale

2.1.

A seguito della relazione dei cinque presidenti, nell’ambito del semestre europeo è stato preso l’impegno di rafforzare l’integrazione tra la zona euro e i livelli nazionali. Come già nel 2016, l’analisi annuale della crescita 2017 è accompagnata da una raccomandazione di raccomandazione del Consiglio sulla politica economica della zona euro. L’obiettivo è quello di offrire l’opportunità per un dibattito precoce e mirato in merito alla zona euro nel suo insieme, prima delle discussioni specifiche per paese, in modo che le sfide comuni siano pienamente rispecchiate nelle azioni specifiche per paese.

2.2.

Per il semestre europeo 2017, la Commissione ha presentato le seguenti cinque raccomandazioni sulla politica economica della zona euro:

attuare politiche che sostengano la crescita e la convergenza e rimuovere gli ostacoli agli investimenti e alla creazione di posti di lavoro. Gli Stati membri che presentano disavanzi delle partite correnti o un elevato debito estero dovrebbero cercare di aumentare la produttività, mentre i paesi con avanzi delle partite correnti dovrebbero aumentare la domanda interna e gli investimenti,

realizzare un orientamento generale positivo della politica di bilancio che sostenga le riforme e rafforzi la ripresa. Unire i diversi sforzi nazionali per garantire sia la sostenibilità di bilancio a lungo termine che la stabilizzazione macroeconomica. Migliorare la composizione delle finanze pubbliche,

attuare riforme che favoriscano la creazione di posti di lavoro, l’equità sociale e la convergenza, e ridurre la pressione fiscale sul lavoro, in particolare per i lavoratori a basso reddito,

concordare un sistema europeo di assicurazione dei depositi e avviare i lavori sul meccanismo comune di ultima istanza per il Fondo di risoluzione unico. Far fronte ai rischi legati alla sostenibilità del settore bancario e promuovere una riduzione ordinata del forte indebitamento privato,

accelerare il completamento dell’Unione economica e monetaria, anche mediante l’attuazione delle azioni restanti nell’ambito della fase 1 della relazione dei cinque presidenti.

2.3.

Una novità del semestre europeo 2017 è costituita dalla comunicazione Verso un orientamento positivo della politica di bilancio della zona euro, nella quale la Commissione sottolinea la necessità di un orientamento positivo della politica di bilancio, intravedendo anche la possibilità di conseguire tale obiettivo. Per arrivare a un orientamento di questo tipo, la zona euro deve adottare un approccio più collegiale che tenga conto delle diverse situazioni esistenti nei vari paesi. La Commissione raccomanda un’espansione di bilancio fino allo 0,5 % del PIL nel 2017 per la zona euro nel suo complesso, e ha previsto una fascia compresa tra lo 0,3 % e lo 0,8 % in modo da consentire una differenziazione tra i paesi con rischi diversi in termini di stabilità macroeconomica e di sostenibilità di bilancio.

3.   Osservazioni generali

3.1.

Il CESE vede con favore l’invito della Commissione europea ad adottare un orientamento globalmente positivo nella politica di bilancio della zona euro. Tuttavia, il CESE teme anche che limitare l’espansione di bilancio ai due o tre Stati membri che, secondo la disciplina di bilancio dell’UE, presentano attualmente un certo margine di bilancio non consentirà probabilmente di arrivare all’orientamento complessivo proposto per la politica di bilancio. Rafforzare la crescita economica della zona euro e dell’UE è essenziale in un momento di crisi politica e di incertezze alimentate dalla Brexit e dalle politiche del nuovo governo degli Stati Uniti, in particolare quelle di protezionismo commerciale. L’espansione di bilancio e una maggiore crescita degli investimenti, pubblici e privati, daranno impulso alla domanda interna, fattore cruciale di una solida crescita. Vi contribuiranno anche riforme strutturali che si prefiggano l’aumento della produttività, il miglioramento delle condizioni per lo sviluppo delle attività imprenditoriali e l’eliminazione degli ostacoli agli investimenti.

3.2.

Questo mutamento di valutazione da parte della Commissione europea riguardo alla situazione economica della zona euro è in linea con l’analisi formulata dal CESE nel suo precedente parere sulla politica economica della zona euro (1), nel quale il Comitato raccomandava di utilizzare attivamente le politiche di bilancio per sostenere la ripresa della zona euro nel suo complesso. L’orientamento positivo della politica di bilancio proposto dalla Commissione europea è di modesta entità ma, se combinato con un impiego efficace del piano di investimenti e del Fondo europeo per gli investimenti strategici, potrebbe contribuire a superare i problemi più profondi di lentezza della crescita, di stagnazione parziale e di divergenze persistenti dei livelli delle prestazioni economiche tra i paesi della zona euro.

3.3.

Il CESE osserva che un orientamento positivo della politica di bilancio della zona euro nel suo insieme dovrebbe essere considerato uno strumento a breve o medio termine, il quale deve essere compatibile con la sostenibilità di bilancio a lungo termine. Nelle circostanze attuali, i vincoli di disavanzo e di indebitamento in rapporto al PIL dovrebbero essere applicati in modo flessibile, tenendo conto degli obiettivi e delle finalità dell’UE in generale, dell’Unione economica e monetaria e del Patto di stabilità e crescita, di cui agli articoli 119 e 120 del TFUE.

3.4.

Il CESE invita la Commissione europea a svolgere pienamente il suo ruolo di custode dei Trattati dell’UE, in particolare in relazione all’articolo 3 del TUE con il quale l’Unione si prefigge di promuovere il benessere, la coesione e la giustizia sociale, e riconosce che i limiti numerici specifici imposti dal Patto di stabilità e crescita e la sua applicazione rigida non sono né appropriati né necessari nell’attuale contesto di stagnazione e di tassi di interesse ai minimi storici. Tale constatazione è condivisa, tra gli altri, dall’OCSE. Promuovere il benessere, la coesione e la giustizia sociale è un obiettivo pienamente compatibile con la crescita economica e l’incremento della produttività.

3.5.

Nell’attuazione del Patto di stabilità e crescita, il CESE propone di adottare la regola d’oro in base alla quale gli investimenti pubblici che contribuiscono a migliorare il potenziale di crescita e la competitività economica dovrebbero essere esclusi dal calcolo rilevante ai fini delle regole di bilancio. Il CESE conferma quanto già dichiarato nel suo parere sul piano di investimenti per l’Europa, in quello in merito al Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) e in quello sulla proroga di quest’ultimo (2): l’aumento degli investimenti pubblici è essenziale per stimolare la crescita nel breve e nel lungo termine, condizione, questa, necessaria per consolidare i bilanci pubblici.

3.6.

Il CESE mette in guardia sul fatto che se si non orienteranno le politiche economiche in modo che promuovano gli obiettivi generali dell’UE e dell’Unione economica e monetaria, evidenziati anche nel Libro bianco sul futuro dell’Europa (di prossima pubblicazione) potrebbe essere impossibile riuscire ad arrestare la crescita dei sentimenti ostili nei confronti dell’UE e dell’Unione economica e monetaria. Questo fallimento può rivelarsi particolarmente problematico nel contesto delle attuali sfide poste, tra l’altro, dagli sviluppi geopolitici in atto nei paesi vicini dell’UE, dall’ondata di profughi e migranti e dai cambiamenti climatici. Soltanto un’Europa unita ed economicamente forte, che goda di un solido sostegno da parte dei cittadini, potrebbe riuscire a trasformare queste sfide in opportunità. Le istituzioni europee, in collaborazione con le organizzazioni della società civile che sostengono il progetto europeo, dovrebbero adoperarsi per far conoscere a tutti i cittadini europei, mediante strumenti adeguati, tutte le iniziative positive che l’UE dovrebbe realizzare per loro nei settori della politica e dell’economia.

3.7.

Il piano di investimenti per l’Europa dovrebbe essere uno strumento capace di contribuire a ripristinare la crescita e ridurre le divergenze. Il livello di finanziamento garantito finora gli consente soltanto di mantenere i crediti erogati dalla BEI sui livelli del passato, con una forte preferenza verso gli investimenti nei paesi meno in difficoltà. Questa situazione deve essere rettificata con urgenza, garantendo, all’interno del Patto di stabilità e crescita, un sufficiente margine di flessibilità in relazione agli investimenti pubblici necessari e consentendo in tal modo di innalzare nettamente, in tutta la zona euro, i livelli di investimento nella transizione energetica, nell’istruzione e nelle competenze, nelle infrastrutture e nei progetti finanziati dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, incoraggiando nel contempo gli investimenti nei progetti innovativi del settore privato.

3.8.

La politica fiscale, con una tassazione progressiva, è un elemento fondamentale per promuovere l’equità sociale. A tal riguardo è della massima importanza che il sistema fiscale sia ottimale, adeguato e capace di stimolare la crescita. Alleggerire la pressione fiscale sui redditi più bassi può favorire la stabilità macroeconomica e incoraggiare maggiormente l’impiego retribuito. Tuttavia, eventuali riduzioni delle imposte dovrebbero essere accompagnate da fonti di gettito alternative, al fine di evitare disavanzi di bilancio.

3.9.

Il CESE si compiace per l’invito rivolto dalla Commissione agli Stati membri che presentano disavanzi delle partite correnti e un elevato debito estero ad adoperarsi per migliorare la produttività. In tale contesto, il Comitato osserva che un’equa ridistribuzione del reddito e della ricchezza derivante da incrementi di produttività dovrebbe aumentare l’uguaglianza e avere un impatto positivo sulla domanda interna e su quella aggregata della zona euro. Occorre stimolare la domanda interna, quale condizione necessaria per sostenere la crescita e superare la crisi.

3.10.

Il CESE ritiene che, tra le riforme strutturali, dovrebbe essere data la priorità a quelle volte a migliorare la produttività, ma anche a rafforzare la sicurezza occupazionale e il sistema di protezione sociale in un contesto di condizioni adeguate per fare impresa. Nessun paese della zona euro può competere nel mondo moderno facendo leva su retribuzioni basse e su impieghi precari. L’accento dovrebbe essere posto su riforme che coniughino flessibilità negoziata e sicurezza, in modo da rafforzare le competenze e l’innovazione e creare incentivi in questo senso. La riforma del mercato del lavoro dovrebbe promuovere una maggiore stabilità occupazionale, il che contribuirebbe a migliorare, già nel breve termine, l’economia della zona euro sul fronte sia della domanda che dell’offerta.

3.11.

Il CESE sottolinea ancora una volta (3) che l’attuale sofferenza della zona euro deriva non tanto dagli sforzi insufficienti di riforma messi in campo dagli Stati membri, quanto dalla debolezza della domanda, che è a sua volta il risultato delle politiche di bilancio e dell’aggiustamento asimmetrico del saldo delle partite correnti (basato principalmente sul costo del lavoro) realizzati negli anni passati durante quella che è stata la più grave recessione del dopoguerra. Il Comitato sottolinea nuovamente che le riforme strutturali volte a migliorare il lato dell’offerta delle economie non potranno stimolare sufficientemente gli investimenti e la crescita, se non si adotterà e non si manterrà un orientamento espansionistico della politica di bilancio della zona euro finché la ripresa non sarà ben avviata.

3.12.

Il CESE si rammarica che, durante la crisi, la concertazione sociale e il dialogo con la società civile siano stati compromessi, o siano stati addirittura messi completamente da parte, negli Stati membri, specie quelli che hanno avuto bisogno di aiuto finanziario e che hanno dovuto attuare riforme su larga scala di politica sociale e del mercato del lavoro. Nel paradigma del semestre europeo sarebbe raccomandabile includere alcuni dei principali indicatori che rispecchiano il pilastro europeo dei diritti sociali, con un giusto equilibrio tra le parti sociali. Il CESE osserva che, attualmente, nell’Unione europea e in numerosi Stati membri le procedure in materia di dialogo sociale non sono garantite, il che impedisce alle parti sociali di partecipare in modo efficace al processo del semestre europeo.

3.13.

Il CESE ritiene inoltre che dovrebbe essere migliorato il coordinamento delle politiche economiche nel quadro del semestre europeo e che dovrebbe essere rafforzato il ruolo che la Commissione europea vi svolge. Ai fini di una maggiore credibilità del processo, gli Stati membri dovrebbero rispettare puntualmente gli impegni assunti in sede di Consiglio.

4.   Osservazioni specifiche

4.1.

Il CESE sostiene le iniziative della Commissione europea volte a completare l’Unione bancaria, in particolare mediante la creazione di un sistema comune di assicurazione dei depositi e l’istituzione di un meccanismo comune di ultima istanza per il Fondo di risoluzione unico dell’Unione bancaria. Tali misure sono essenziali al fine di alleggerire la pressione che la salvaguardia del bene pubblico rappresentato dalla stabilità del sistema bancario fa gravare sui bilanci pubblici nazionali. Esse sono tanto più importanti se si considera che, per ora, l’avanzamento sulla via dell’unione politica rimane escluso dall’ordine del giorno.

4.2.

Il CESE osserva inoltre che la questione dei prestiti in sofferenza delle banche è di fondamentale importanza per integrare le politiche volte a rilanciare la crescita. Occorre intervenire rapidamente per risolvere questo problema, tenendo però in considerazione le esigenze attinenti alla protezione dei consumatori.

4.3.

La frode e l’evasione fiscali determinano un calo significativo delle entrate pubbliche, inficiando gravemente la realizzazione degli obiettivi del Patto di stabilità e crescita e la capacità di aumentare gli investimenti pubblici. In particolare, i paradisi fiscali svolgono un ruolo vitale nelle operazioni di evasione fiscale su larga scala e nei reati connessi (ad esempio riciclaggio di denaro). Porre fine al ricorso ai paradisi fiscali dovrebbe essere una priorità. Il CESE invita tutte le istituzioni dell’UE e della zona euro ad adottare e attuare senza indugio le direttive che vanno in questo senso.

4.4.

La concorrenza fiscale sleale tra Stati membri ostacola la capacità di riscossione delle imposte di diversi Stati membri e, di conseguenza, la capacità di questi ultimi di raggiungere gli obiettivi del Patto di stabilità e crescita. Il CESE ritiene che le autorità dell’UE dovrebbero prendere misure ragionevoli ed equilibrate per porre fine alle pratiche di concorrenza fiscale sleale, seguendo le raccomandazioni formulate dall’OCSE e dall’FMI.

4.5.

Pur riconoscendo che per rafforzare e sviluppare ulteriormente l’euro sono necessari enormi sforzi, in questo momento e nel prossimo futuro, se si vuole garantire prosperità e stabilità durature alla zona euro, il CESE ritiene che sia auspicabile perseguire, tra gli altri, i seguenti obiettivi:

istituire una rappresentanza unificata della zona euro nelle sedi internazionali (Fondo monetario internazionale, OCSE ecc.) (4),

sviluppare la flessibilità di bilancio e dotare la zona euro di capacità di bilancio, prevedendo in particolare la possibilità di emettere eurobbligazioni mediante eventuali misure istituzionali quali, ad esempio, la creazione di un «Tesoro» comune per la zona euro (5),

rafforzare il pilastro europeo dei diritti sociali attraverso un opportuno dialogo sociale e coinvolgendo le parti sociali in tutte le iniziative legislative (6),

creare un processo specifico di dialogo macroeconomico per la zona euro, come proposto dal CESE in precedenti pareri (7),

rafforzare il controllo democratico delle politiche dell’UE (8).

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  GU C 177 del 18.5.2016, pag. 41

(2)  GU C 268 del 14.8.2015, pag. 27 e GU C 75 del 10.3.2017, pag. 57

(3)  GU C 177 del 18.5.2016, pag. 41

(4)  GU C 177 del 18.5.2016, pag. 16

(5)  GU C 451 del 16.12.2014, pag. 10 GU C 268 del 14.8.2015, pag. 33 e GU C 332 dell’8.10.2015, pag. 8

(6)  GU C 451 del 16.12.2014, pag. 10 e parere del CESE sul tema Proroga del FEIS (FEIS 2.0) (GU C 125 del 21.4.2017, pag. 10).

(7)  GU C 13 del 15.1.2016, pag. 33 e GU C 177 del 18.5.2016, pag. 35

(8)  GU C 332 dell’8.10.2015, pag. 8


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/38


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (UE) n. 1303/2013 per quanto riguarda le misure specifiche volte a fornire assistenza supplementare agli Stati membri colpiti da catastrofi naturali»

[COM(2016) 778 final – 2016/0384 (COD)]

(2017/C 173/07)

Relatore:

Pietro Vittorio BARBIERI

Consultazione

Consiglio dell’Unione europea, 11.1.2017

Parlamento europeo, 15.12.2016

Base giuridica

Articoli 177 e 304 del TFUE

Sezione competente

Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale

Adozione in sezione

2.2.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

183/0/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE esprime un giudizio positivo sulla proposta 2016/0384 della Commissione di modifica del regolamento (UE) n. 1303/2013 (1) per quanto riguarda le misure specifiche volte a fornire assistenza supplementare agli Stati membri colpiti da catastrofi naturali.

1.2.

Il CESE accoglie con favore la proposta da parte della Commissione di introdurre l’impiego del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), integrando le risorse disponibili nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Unione europea (FSUE), a favore degli Stati membri e delle regioni colpite da catastrofi naturali gravi.

1.3.

Il CESE concorda nell’introdurre un asse prioritario separato per gli interventi di ricostruzione finanziati dal FESR nell’ambito di un programma operativo, senza necessità di cofinanziamento nazionale, ai sensi del regolamento (CE) n. 2012/2002 che istituisce il Fondo di solidarietà dell’Unione europea.

1.4.

Il CESE approva l’estensione dell’ammissibilità delle spese d’intervento a partire dalla data in cui si sia verificata la catastrofe naturale, anche se questa precede l’entrata in vigore della presente modifica del regolamento.

1.5.

Il CESE è favorevole alla proposta di consentire allo Stato membro che avesse già incluso i propri interventi in una precedente domanda di pagamento alla Commissione di procedere ai necessari adeguamenti per la successiva domanda di pagamento.

1.6.

In linea con quanto già espresso in altri pareri precedenti, il CESE non può che apprezzare i sopracitati punti della Commissione diretti a semplificare e velocizzare la dinamica degli aiuti, in maniera tale da poter rispondere ai disastri naturali con maggiore tempestività, efficacia e visibilità.

1.7.

Allo stesso tempo il CESE ritiene necessario avviare un ulteriore processo di revisione del Fondo affinché si possa meglio precisare il raggio d’azione del Fondo che non escluda catastrofi dovute ai cambiamenti climatici e ad atti terroristici, nonché rivedere le soglie di accesso ritenute dal CESE troppo alte.

1.8.

Il CESE ritiene che il Fondo rappresenti un’importante testimonianza di solidarietà europea e che vada promosso tra i cittadini dell’Unione.

2.   Argomentazioni a sostegno del parere ed osservazioni specifiche

2.1.

L’Europa ha tristemente conosciuto diverse catastrofi naturali. Molti, purtroppo, sono i paesi dell’Unione che hanno subito un qualche tipo di calamità grave nel corso degli anni.

2.1.1.

Nel 2002 l’Europa centrale, in particolar modo la Germania, l’Austria, la Repubblica ceca e la Slovacchia, furono congiuntamente colpite da gravi inondazioni. L’UE decise di intervenire, nello stesso anno, con il Fondo di solidarietà dell’UE (FSUE) per rispondere alle grandi calamità naturali ed esprimere la solidarietà europea alle regioni colpite. Da allora, tale fondo è stato utilizzato in risposta a numerose e differenti tipologie di catastrofi, tra cui inondazioni, incendi forestali, terremoti, tempeste e siccità (2).

2.2.

Il CESE considera appropriato l’utilizzo del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) (3) come integrazione al FSUE per intervenire nei casi di gravi disastri. I due fondi condividono infatti sia le stesse prerogative etiche, sia alcuni criteri programmatici di intervento. Se da un lato entrambi i fondi danno un’ulteriore prova dello spirito solidale dell’UE, dall’altro la tipologia delle azioni da esse generalmente finanziate presenta il medesimo obiettivo di favorire la crescita economica e lo sviluppo equo e sostenibile nelle regioni europee (4).

2.3.

Il CESE ha già individuato in passato come la tempestività degli aiuti sia un elemento essenziale per garantire l’efficacia e la giusta visibilità degli stessi. Nello specifico, il CESE si è già espresso sulle lungaggini burocratiche nelle procedure del FSUE (5), nonché sugli eccessivi tempi di attesa previsti per l’erogazione degli aiuti (6).

2.4.

Il CESE ribadisce quanto già espresso in precedenza circa il funzionamento del Fondo:

chiarire definitivamente il raggio d’azione del Fondo per non ingenerare aspettative infondate e evitare che di esso ne venga fatto un uso strumentale nella comunicazione politica,

ridefinire la soglia di impatto economico per valutare come sufficientemente grave un evento catastrofico, caratterizzando il Fondo con l’eccezionalità,

ridurre ulteriormente i meccanismi di funzionamento ed i tempi di erogazione affinché il soccorso prestato sia effettivamente immediato.

2.4.1.

Inoltre il CESE è preoccupato per l’aumento del numero delle catastrofi naturali e non, e pone l’accento sulla necessità di rafforzare le politiche di prevenzione.

2.5.

Il CESE approva l’introduzione del paragrafo 8 all’articolo 120 del regolamento (UE) n. 1303/2013 che introduce un asse prioritario separato con un tasso di cofinanziamento fino al 100 % da parte del FESR, a condizione che gli interventi:

siano selezionati dalle autorità di gestione in risposta a catastrofi naturali gravi,

siano volti alla ricostruzione in risposta alla catastrofe naturale,

siano finanziati nell’ambito di una priorità d’investimento del FESR.

2.6.

Il CESE approva la deroga all’articolo 65, paragrafo 9, del regolamento (UE) n. 1303/2013, che consente l’ammissibilità delle spese per gli interventi nell’ambito di questo asse prioritario a partire dalla data in cui si sia verificata la catastrofe naturale.

3.   Il punto di vista del CESE

3.1.

Il CESE ritiene che la proposta di regolamento vada letta assieme al regolamento (CE) n. 2012/2002 con le successive modifiche, poiché lo integra e lo modifica. Le modifiche proposte vanno nella direzione auspicata nei precedenti pareri del CESE di accelerare e semplificare i meccanismi di funzionamento del Fondo. Permangono alcuni criticità da riprendere.

3.2.

Il CESE ribadisce quindi che il regolamento è un provvedimento particolarmente significativo poiché rappresenta una prova di solidarietà europea. Prevede infatti il principio di sussidiarietà integrandosi con le politiche dei paesi membri e il coordinamento con varie altre politiche dell’Unione europea, tra cui altri programmi relativi ai fondi strutturali e quelli della Banca europea per gli investimenti (BEI). Il CESE ritiene che debba essere integrato anche con le deroghe al Patto di stabilità previste per i paesi membri colpiti da calamità naturali e non.

3.3.

Il regolamento prevede che si tratti di gravi calamità naturali, non sostituendosi agli Stati membri nel caso di calamità i cui danni sono valutabili in una cifra che il CESE ritiene soglia eccessivamente alta e quindi da rivedere.

3.4.

Gli interventi ammissibili non prevedono le abitazioni, se non per l’emergenza abitativa provvisoria. Si richiama infatti all’intervento dello Stato a tal proposito oppure da forme assicurative. Nel caso di borghi antichi, l’esistenza stessa è data da attività economiche ascrivibili al turismo delle seconde case. Il CESE ritiene che vada affrontata la dicotomia tra abitazioni e attività economiche.

3.5.

Il regolamento prevede inoltre la non sovrapponibilità con altre misure della stessa UE atte a superare disagi territoriali esiti di catastrofi naturali e non. Infatti uno dei primi requisiti per accedere al fondo è proprio un piano di prevenzione dei rischi delle calamità naturali. Il CESE ritiene che l’enfasi sulla prevenzione da parte delle istituzioni europee e da parte degli Stati membri non sia sufficiente.

3.6.

Il regolamento specifica che le operazioni oggetto di finanziamento devono essere conformi alle disposizioni del trattato e agli strumenti normativi adottati conseguentemente. Si richiama in particolare alla corretta gestione finanziaria, alla trasparenza degli appalti pubblici, nonché alla tutela dell’ambiente e adattamento ai cambiamenti climatici con investimenti orientati in infrastrutturazioni ecocompatibili. All’atto dell’adozione del regolamento non era in vigore una specifica direttiva sull’accessibilità (7). Poiché la domanda di prodotti e servizi accessibili è aumentata ancor di più con l’invecchiamento della popolazione dell’Unione europea (8), il CESE ritiene che l’accessibilità delle iniziative di intervento emergenziale e di ricostruzione debba essere annoverata tra i criteri su cui porre enfasi.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  COM(2016) 778 final — 2016/0384 (COD)

(2)  Gli aiuti da parte della Commissione, attraverso il FSUE, sono stati ad esempio determinanti per far fronte alle catastrofi naturali che Bulgaria, Italia e Romania hanno subito nel 2014.

(3)  Il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) è uno dei fondi strutturali dell’Unione europea. Esso ha lo scopo di ridurre il gap tra i diversi livelli di sviluppo delle regioni europee, tenendo conto degli svantaggi naturali e demografici propri di alcuni regioni. Le azioni del FESR hanno l’obiettivo di stimolare la crescita economica attraverso l’adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo.

(4)  Al fine di favorire la ripresa delle attività economiche nelle regioni colpite, è stato scelto di intervenire su aree tematiche ben precise di emergenza e recupero, quali: la costruzione di alloggi temporanei per la popolazione e la ricostruzione delle principali infrastrutture distrutte.

(5)  GU C 181 del 21.6.2012, pag. 52

(6)  GU C 170 del 5.6.2014, pag. 45

(7)  Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sul ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri relative ai requisiti di accessibilità dei prodotti e dei servizi, COM(2015) 615 final — 2015/0278 (COD)

(8)  Dato che si prevede che nel 2020 nell’Unione europea saranno circa 120 milioni le persone con disabilità multiple e/o lievi. Va anche sottolineato che i borghi rurali e montani colpiti da recenti calamità naturali sono abitati essenzialmente da persone anziane.


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/41


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda la classificazione degli strumenti di debito non garantiti nella gerarchia dei crediti in caso di insolvenza»

[COM(2016) 853 final – 2016/0363 (COD)]

(2017/C 173/08)

Relatore generale:

Daniel MAREELS

Consultazione

Consiglio dell’Unione europea, 3.1.2017

Parlamento europeo, 16.1.2017

Base giuridica

Articoli 114 e 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

 

 

Sezione competente

Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

169/0/3

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il CESE accoglie con favore la proposta della Commissione che modifica la direttiva BRRD (1), volta in particolare a realizzare una classificazione armonizzata a livello nazionale degli strumenti di debito non garantiti nelle procedure di insolvenza. La proposta fa parte di un più ampio pacchetto presentato di recente, volto a riformare ulteriormente il settore bancario (2) e inteso, in sostanza, a recepire i testi elaborati a seguito dei lavori realizzati in un quadro internazionale, quale il G20, il Comitato di Basilea e il Consiglio per la stabilità finanziaria.

1.2.

Per il Comitato è fondamentale che il sistema bancario sia resiliente e ben capitalizzato quale presupposto indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria. Allo stesso tempo, è essenziale che, in caso di crisi di un istituto bancario, si faccia ricorso in primo luogo al capitale privato degli azionisti e degli altri creditori dell’istituto stesso («bail-in»), in modo da non dover ricorrere alle finanze pubbliche o alle risorse dei contribuenti. Allo stesso modo devono essere salvaguardate le retribuzioni e i benefici pensionistici dei lavoratori.

1.3.

Il Comitato condivide l’idea di scorporare la proposta dal pacchetto di cui sopra (cfr. il punto 1.1) in modo che possa essere trattata con rapidità e in via prioritaria. In effetti, i recenti sviluppi che vedono gli Stati membri disciplinare questo settore in maniera individuale e sulla base della loro interpretazione possono generare difficoltà, ad esempio nell’applicazione delle disposizioni in materia di bail-in. Occorre cambiare rotta abbandonando questo approccio individuale e adottare invece un criterio armonizzato a livello dell’Unione, in modo che le norme della direttiva BRRD si applichino ovunque allo stesso modo.

1.4.

Un approccio armonizzato consentirà inoltre di evitare ulteriori distorsioni tra gli Stati membri e una concorrenza indesiderata sul mercato. Per il Comitato è importante creare una maggiore parità di condizioni tra gli istituti bancari e tra gli Stati membri e ridurre i rischi che gravano sul settore finanziario.

1.5.

Il Comitato si compiace del fatto che la proposta contribuisca a rafforzare il meccanismo di risoluzione, ne migliori, al tempo stesso, l’applicabilità operativa, e possa accelerarla.

1.6.

Il Comitato reputa necessario che la normativa sull’assorbimento delle perdite sia applicabile a tutti gli istituti bancari. In tale contesto, accoglie con favore il fatto che la proposta in esame contribuirà ad attuare misure specifiche in materia di enti a rilevanza sistemica globale. Tali misure prevedono che questi istituti (G-SIB (3)) debbano disporre di una maggiore capacità di assorbimento delle perdite da utilizzare in caso di crisi (TLAC (4)). La proposta contribuirà altresì ad applicare la normativa in materia di bail-in per altri istituti bancari, in quanto attenuerà, se del caso, qualsiasi rischio di controversia giuridica.

1.7.

Il CESE accoglie con favore l’inclusione delle suddette regole sulla TLAC nei requisiti minimi per i fondi propri e le passività ammissibili in vigore per tutte le banche (MREL (5)), in modo che tutti gli enti a rilevanza sistemica globale siano soggetti a una normativa armonizzata. L’integrazione in una regolamentazione unica favorirà naturalmente anche l’efficacia e l’efficienza delle procedure di risoluzione.

1.8.

Gli enti creditizi svolgono un ruolo molto importante nel finanziamento dell’economia, in particolare delle famiglie e delle PMI. Occorre pertanto limitare al massimo il possibile impatto negativo sui loro costi di finanziamento. Allo stesso tempo, le nuove norme devono non soltanto facilitare il più possibile l’emissione e la diffusione degli strumenti di debito non garantiti, ma offrire anche il massimo livello possibile di chiarezza e certezza giuridica a tutte le parti interessate, ivi compresi gli investitori. È importante tuttavia che rimangano valide e siano applicate le norme a tutela dei consumatori.

1.9.

La proposta di applicare la nuova normativa soltanto alle emissioni future di strumenti di debito appare l’opzione più realistica e può quindi essere accolta con favore.

2.   Contesto  (6)

2.1.

La proposta in esame (7) fa parte di un pacchetto di cinque proposte legislative pubblicato di recente (8) dalla Commissione relativamente alla regolamentazione degli istituti bancari, le quali si basano sulla legislazione già esistente in questo settore (9). La proposta è stata ora scorporata ed è oggetto di priorità al fine di una più rapida adozione e attuazione.

2.2.

Il pacchetto è volto a recepire i testi risultanti dai lavori del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria e del Consiglio per la stabilità finanziaria, tenendo conto anche dei risultati dell’invito a presentare contributi organizzato dalla Commissione per valutare se la normativa bancaria vigente consenta di realizzare gli obiettivi in maniera efficace ed efficiente.

2.3.

Nel complesso, il pacchetto di proposte è volto essenzialmente a:

2.3.1.

aumentare la resilienza degli enti creditizi dell’UE e a rafforzare la stabilità finanziaria,

2.3.2.

migliorare la capacità di prestito degli istituti finanziari per sostenere l’economia dell’Unione europea,

2.3.3.

facilitare il ruolo degli enti creditizi nel conferire ai mercati dei capitali dell’UE maggiore spessore e liquidità per sostenere la creazione di un’Unione dei mercati dei capitali.

2.3.4.

Inoltre, si può menzionare in questa sede che sono attualmente in corso dei lavori per perfezionare ed estendere l’applicazione del «principio di proporzionalità» a vantaggio degli istituti bancari di piccole dimensione e/o meno complessi.

2.4.

In tale contesto, la proposta in esame mira a stabilire una classificazione armonizzata a livello nazionale degli strumenti di debito non garantiti, un aspetto, questo, di rilievo per la risoluzione di un istituto nel quadro della normativa BRRD.

2.5.

Nel caso di tale procedura è importante che le perdite siano sostenute in primo luogo dal capitale privato e non dai contribuenti o dalle finanze pubbliche. A questo scopo si ricorre al «bail-in», ossia alla cancellazione del debito o alla sua conversione in capitale di rischio.

2.6.

A tal fine, gli istituti bancari devono disporre tutti di un livello minimo di fondi propri e passività ammissibili o, in altre parole, devono soddisfare il requisito MREL.

2.7.

L’elemento nuovo è rappresentato ora dagli accordi internazionali conclusi in materia di requisiti supplementari per gli enti a rilevanza sistemica globale, nel quadro dell’approccio alla questione degli istituti creditizi «troppo grandi per fallire». Una delle altre proposte del pacchetto di cui sopra è volta, proprio nel caso di questi istituti, a integrare nel vigente dispositivo MREL questo requisito, noto come «capacità totale di assorbimento delle perdite» («TLAC»).

2.8.

Gli obblighi imposti da questi due requisiti hanno già indotto alcuni Stati membri ad adeguare (10) il rango di determinati creditori bancari in caso di insolvenza a norma del rispettivo diritto fallimentare nazionale.

2.9.

Tali adeguamenti sono stati realizzati in modo differente e disparato nei diversi Stati membri, il che è da considerare né ottimale né del tutto auspicabile in relazione agli obiettivi perseguiti. La proposta in esame è intesa a rimediare a tale situazione stabilendo norme armonizzate (cfr. il punto 2.4).

3.   Osservazioni e commenti

3.1.

Nel complesso, il pacchetto di misure e la proposta in esame sono da accogliere con favore, in quanto vanno a integrare e perfezionare l’importante opera di riforma che è stata realizzata dopo la crisi, al fine di rafforzare il settore finanziario. Essi contribuiscono inoltre a ridurre ulteriormente i rischi intrinseci a tale settore.

3.2.

In generale è importante che il sistema bancario sia resiliente e sufficientemente capitalizzato, il che, a sua volta, è fondamentale per salvaguardare la stabilità finanziaria. Tale stabilità richiede che, qualora un istituto bancario entri in crisi, si faccia ricorso in primo luogo al capitale privato degli azionisti e degli altri creditori dell’istituto stesso («bail-in»). In questo modo si dovrebbe evitare di dover ricorrere alle finanze pubbliche o alle risorse dei contribuenti. Allo stesso modo devono essere salvaguardati in ogni caso le retribuzioni, i benefici pensionistici e altre remunerazioni fisse dovute ai dipendenti (11).

3.3.

È opportuno che questo approccio sia applicabile effettivamente a tutti gli enti creditizi. A questo riguardo, il Comitato si compiace degli sforzi messi in atto anche per rafforzare la normativa in materia di enti a rilevanza sistemica globale, in linea con gli accordi conclusi a livello di G20.

3.4.

Il Comitato giudica positivamente il fatto che nella proposta in esame le regole sulla TLAC siano integrate nei requisiti minimi per i fondi propri e le passività ammissibili (MREL) in vigore, come previsto nella direttiva BRRD. Tale misura non migliora soltanto l’applicazione della normativa già vigente, ma getta anche le basi per un regime armonizzato in materia di istituti bancari di grandi dimensioni, il che avrà a sua volta un impatto positivo sull’applicabilità operativa della regolamentazione.

3.5.

Dato il ruolo assai importante che gli enti creditizi svolgono nel finanziamento dell’economia, in particolare delle famiglie e delle PMI, l’emissione di strumenti di questo tipo deve avvenire in condizioni adeguate e in modo più ampio possibile. La nuova normativa deve offrire chiarezza e certezza giuridica a tutte le parti interessate, ivi compresi gli investitori. Occorre inoltre prestare attenzione ai costi: le nuove regole devono contenere al massimo il possibile effetto negativo sui costi di finanziamento delle banche.

3.6.

È assolutamente positivo che alcuni Stati membri abbiano cominciato subito ad adeguare le rispettive legislazioni nazionali in materia di insolvenza, onde tener conto degli sviluppi in materia a livello europeo e internazionale (cfr. sopra).

3.7.

Purtroppo, ciò è stato fatto in modo disorganico, dando luogo a differenze significative tra uno Stato membro e l’altro e a una serie di effetti indesiderati, quali incertezza per gli emittenti e gli investitori e riguardo al loro trattamento in caso di applicazione del meccanismo di bail-in. Queste differenze possono anche complicare l’attuazione della normativa BRRD nei confronti di enti creditizi che operano in più di un paese.

3.8.

Per il Comitato non è auspicabile che, al riguardo, esista disparità di trattamento tra gli strumenti di debito non garantiti, anche perché tale situazione darebbe luogo a distorsioni tra gli istituti finanziari e tra gli Stati membri e produrrebbe una concorrenza indesiderata sul mercato.

3.9.

È quindi opportuno intervenire con rapidità, non soltanto ponendo fine all’approccio individuale seguito da ciascuno Stato membro, ma soprattutto imboccando la via di un criterio armonizzato. Così facendo, si otterrà una maggiore parità di condizioni tra gli istituti bancari e tra gli Stati membri e, al tempo stesso, si favorirà la realizzazione degli obiettivi fondamentali di una maggiore stabilità finanziaria e di una riduzione dei rischi nel settore finanziario.

3.10.

La nuova normativa non contiene disposizioni che indicano se determinati investitori possano o meno acquistare o acquisire questi strumenti di debito non garantiti. Inserire disposizioni in questo senso nella normativa BRRD è probabilmente poco opportuno e, in definitiva, ciò che conta è che la protezione dei consumatori (12) in questo settore rimanga pienamente applicabile e possa esplicare tutti i suoi effetti.

3.11.

La normativa proposta si applica soltanto alle emissioni future e non a quelle già sul mercato. Questo approccio appare ragionevole sul piano della certezza giuridica e se si considerano le ripercussioni, eventualmente indesiderate, sui mercati, sugli emittenti e sugli investitori, anche se (temporaneamente) può avere un certo impatto sulle autorità di vigilanza.

3.12.

Per quanto riguarda, infine, l’entrata in vigore della nuova normativa (13), è auspicabile anche puntare a una data realistica.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  L’acronimo «BRRD», con il quale è nota la direttiva, deriva dal suo titolo in inglese «Bank Recovery and Resolution Directive». In italiano è denominata «direttiva sul risanamento e la risoluzione degli enti creditizi» (e delle imprese di investimento).

(2)  Oltre al testo summenzionato, il pacchetto legislativo comprende anche modifiche del regolamento (UE) n. 575/2013 (regolamento sui requisiti patrimoniali o CRR), della direttiva 2013/36/UE (direttiva sui requisiti patrimoniali o CRD) e del regolamento (UE) n. 806/2014 (regolamento sul meccanismo di risoluzione unico o SRMR). Per i riferimenti, cfr. infra le note da 8 a 10. In merito a queste proposte, cfr. anche il parere del CESE ECO/424, attualmente in corso di elaborazione (febbraio 2017).

(3)  Acronimo inglese di «Global Systemically Important Banks», ossia «banche a rilevanza sistemica globale».

(4)  Acronimo inglese di «Total Loss Absorption Capacity», ossia «capacità totale di assorbimento delle perdite».

(5)  Acronimo inglese di «Minimum Requirement for Own Funds and Eligible Liabilities», in italiano: «requisito minimo per i fondi propri e le passività ammissibili».

(6)  Questa parte del parere si basa, in particolare, sulle informazioni diffuse dalla Commissione riguardo al pacchetto di misure e alla proposta in esame [specificamente nel comunicato stampa e nella scheda FAQ (domande più frequenti)].

(7)  COM(2016) 853 final

(8)  In data 23 novembre 2016. Cfr. http://europa.eu/rapid/press-release_IP-16-3731_it.htm

(9)  Le modifiche proposte nel pacchetto riguardano:

il regolamento sui requisiti patrimoniali (CRR) e la direttiva sui requisiti patrimoniali (CRD), adottati nel 2013, che stabiliscono i requisiti prudenziali per gli enti creditizi (ossia le banche) e le imprese d’investimento e le disposizioni in materia di governance e vigilanza;

la direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (BRRD) e il regolamento concernente il meccanismo di risoluzione unico (SRMR), adottati nel 2014, che fissano le norme in materia di risanamento e risoluzione degli enti in dissesto e stabiliscono il meccanismo di risoluzione unico.

(10)  O a prendere disposizioni per adeguare.

(11)  Ai sensi dell’articolo 44, paragrafo 2, lettera g), trattino i), della direttiva BRRD.

(12)  A riguardo, si può rimandare alla direttiva MiFID (relativa ai mercati degli strumenti finanziari) e al pacchetto MiFID II che entrerà in vigore all’inizio del 2018.

(13)  La data prevista nei testi attuali è il 1o luglio 2017, ma occorre chiedersi se essa sia davvero realistica.


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/45


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Una nuova agenda per le competenze per l’Europa — Lavorare insieme per promuovere il capitale umano, l’occupabilità e la competitività»

[COM(2016) 381 final]

sulla

«Proposta di raccomandazione del Consiglio sull’istituzione di una garanzia per le competenze»

[COM(2016) 382 final – 2016/0179 (NLE)]

sulla

«Proposta di raccomandazione del Consiglio sul Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, che abroga la raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2008, sulla costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente»

[COM(2016) 383 final – 2016/0180 (NLE)]

sulla

«Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a un quadro comune per la fornitura di servizi migliori per le competenze e le qualifiche (Europass) e che abroga la decisione n. 2241/2004/CE»

[COM(2016) 625 final — 2016/0304 (COD)]

e su

«Migliorare le competenze delle persone nel mercato del lavoro»

(parere esplorativo richiesto dalla presidenza maltese)

(2017/C 173/09)

Relatrice:

Indrė VAREIKYTĖ

Correlatrice:

Tatjana BABRAUSKIENĖ

Consultazione

Parlamento europeo, 6.10.2016

Commissione europea, 17.2.2017

Consiglio dell’Unione europea, 21.10.2016

Presidenza maltese, 16.9.2016

Base giuridica

Articolo 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

 

 

Sezione competente

Occupazione, affari sociali, cittadinanza

Adozione in sezione

3.2.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

196/0/6

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) accoglie con favore la nuova agenda per le competenze per l’Europa proposta dalla Commissione e ritiene che costituisca un passo avanti verso un migliore equilibrio tra le diverse competenze necessarie per i singoli, per il mercato del lavoro e per la società. È inoltre del parere che una migliore corrispondenza tra domanda e offerta di qualifiche dovrebbe rafforzare l’accesso al mercato del lavoro da parte di persone qualificate e competenti.

1.2.

È comprensibile che la nuova agenda e le sue iniziative si concentrino sulla risoluzione dei problemi attuali, principalmente attraverso la modifica di strumenti e misure esistenti al fine di migliorarne l’applicazione e il funzionamento. È tuttavia necessario adottare soluzioni più innovative nel campo dell’istruzione e dello sviluppo delle competenze, poiché l’Europa ha bisogno di un vero e proprio cambiamento di paradigma per quanto riguarda sia gli obiettivi che il funzionamento del settore dell’istruzione nonché in merito alla comprensione della sua funzione e del suo ruolo nella società.

1.3.

Il CESE sottolinea che non è possibile affrontare adeguatamente i problemi dell’incremento della partecipazione al mercato del lavoro, della risposta alle esigenze di mercati del lavoro in evoluzione, incerti e complessi, nonché della lotta alla povertà, alle diseguaglianze e alla discriminazione nell’UE, senza tener conto delle prospettive sociali e di genere ad essi collegate.

1.4.

Il Comitato esorta la Commissione a presentare una visione più ampia del funzionamento e delle interazioni tra i sistemi globali di istruzione e formazione, quelli del lavoro e i sistemi sociali, comprese le singole misure in ciascuno di questi settori, in particolare riguardo a questioni connesse ai livelli dell’istruzione superiore, nonché al ruolo che svolgono l’apprendimento permanente, la mobilità transfrontaliera, la mentalità imprenditoriale, la creatività, l’innovazione e le competenze sociali e interculturali.

1.5.

Il CESE gradirebbe inoltre vedere collegamenti più espliciti tra la nuova agenda per le competenze, da un lato, e il semestre europeo e la strategia Europa 2020, dall’altro — in particolare riguardo agli obiettivi di questi due strumenti nel campo dell’istruzione e dell’occupazione — e vorrebbe valutare anticipatamente il ruolo della nuova agenda rispetto all’agenda 2030, alle strategie per il mercato unico digitale e per l’economia circolare, all’impegno strategico della Commissione per la parità tra donne e uomini 2016-2019, al pilastro europeo dei diritti sociali e agli obiettivi di sviluppo sostenibile.

1.6.

Il Comitato deplora il fatto che la nuova agenda non comporti azioni specifiche relative al ruolo fondamentale che l’apprendimento non formale e quello informale svolgono nel preparare i giovani alla vita. Inoltre, la nuova agenda per le competenze non insiste sull’imprenditorialità nella sua accezione più ampia (ossia, spirito d’iniziativa) in quanto competenza vitale e vantaggiosa per tutti. A questo proposito, la Commissione dovrebbe anche rivolgere particolare attenzione alle specifiche esigenze delle professioni liberali in materia di qualifiche (1).

1.7.

Il CESE non può accettare il fatto che per attuare la nuova agenda non sia previsto nessun nuovo finanziamento specifico, ed è fermamente convinto che utilizzare nel miglior modo possibile i programmi di finanziamento esistenti non sarà comunque sufficiente a sostenere gli ambiziosi obiettivi perseguiti dall’agenda. Inoltre, dal momento che le fonti di finanziamento proposte per l’attuazione dell’agenda (in particolare il Fondo sociale europeo (FSE) e Erasmus+) sono già programmate e assegnate a livello nazionale, la possibilità di attingervi per realizzare il nuovo programma appare ancora più incerta.

1.8.

Il CESE apprezza il forte accento posto nell’agenda sul dialogo con le parti sociali e le imprese e invita a rafforzarlo ulteriormente, sia con questi soggetti che con le pertinenti organizzazioni della società civile (OSC) e le organizzazioni che lavorano direttamente con i beneficiari e che sono in grado di stabilire dei contatti con le persone vulnerabili.

1.9.

Il CESE ritiene che la Garanzia per le competenze proposta farà la differenza in modo tangibile solo se si farà tesoro dell’esperienza maturata con l’attuazione della garanzia per i giovani.

1.10.

Lo sviluppo delle competenze nell’era digitale interviene in un contesto di mutamenti rapidi e talvolta destabilizzanti, sotto la cui influenza i modelli economico-imprenditoriali possono subire delle trasformazioni radicali. Il CESE ritiene perciò che limitarsi ad aiutare le persone ad acquisire un insieme minimo di competenze non sia sufficiente, ma che sia essenziale fare in modo che la Garanzia per le competenze diventi un percorso sicuro per consentire loro di — e incoraggiarle a — fare nuovi progressi e avanzare fino al livello di competenze più elevato possibile. Il Comitato insiste perché vengano ricercate nuove soluzioni per aumentare le risorse finanziarie — sotto forma ad esempio di investimenti pubblici e privati — necessarie ad assicurare l’offerta di competenze in tempi rapidi. Si dovrebbero inoltre prendere in considerazione strumenti utilizzati in qualche Stato membro dell’UE, come gli accordi collettivi in materia di congedo retribuito di studio/formazione.

1.11.

Al tempo stesso, è importante prendere atto che migliorare le competenze individuali non consentirà, di per sé, di ottenere l’effetto auspicato sull’occupabilità se non verranno anche realizzati ulteriori progressi nel campo, strettamente interconnesso, delle politiche sociali, economiche e di genere che sostengono tale obiettivo.

1.12.

Il CESE ritiene che l’azione volta all’ulteriore sviluppo del Quadro europeo delle qualifiche debba essere incentrata sul rafforzamento della cooperazione fra gli Stati membri e tutte le parti interessate, sull’importanza del riconoscimento delle competenze e delle qualifiche per l’aggiornamento e il perfezionamento professionale, nonché sulla convalida delle competenze acquisite attraverso l’apprendimento non formale e informale, riservando particolare attenzione alle competenze trasversali. È inoltre importante — soprattutto per quanto riguarda il conseguimento di un livello elevato di competenze — migliorare e potenziare l’apprendimento non formale e quello informale affinché possano essere integrati nei sistemi formali di istruzione e formazione esistenti senza incontrare ostacoli e in un modo che risulti accettabile per tutti i pertinenti soggetti interessati.

1.13.

È essenziale, tuttavia, garantire che il tentativo di aggiornare il Quadro europeo delle qualifiche non diventi troppo gravoso e non comporti eccessivi adempimenti burocratici, nonché assicurare una maggiore coerenza tra i diversi strumenti dell’UE in materia di qualifiche, ossia il Quadro europeo delle qualifiche, il sistema europeo di crediti per l’istruzione e la formazione professionale (ECVET) e il quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità dell’istruzione e della formazione professionale (EQAVET). Il modello ESCO (classificazione europea delle abilità, delle competenze, delle qualifiche e delle professioni) dovrebbe sostenere l’ulteriore sviluppo del Quadro europeo delle qualifiche e il suo utilizzo, ma è di fondamentale importanza completare i processi di referenziazione affinché ESCO sia in grado di dare un contributo utile al riguardo.

1.14.

Il CESE approva con convinzione il nuovo quadro Europass, e in particolare la sua trasformazione da meccanismo basato sui documenti a piattaforma basata sui servizi. Ritiene che i fattori principali dell’ulteriore sviluppo di questo strumento debbano essere la trasparenza, la fruibilità, l’accessibilità e l’efficienza. È essenziale fare in modo che il nuovo quadro Europass sia accessibile alle persone con disabilità.

1.15.

Il CESE esprime delle riserve, tuttavia, quanto all’opportunità dal punto di vista etico di utilizzare i fondi del programma Erasmus+ quale fonte di finanziamento iniziale. Nel contempo, la Commissione dovrebbe effettuare una nuova e più realistica valutazione dell’impatto di bilancio dello strumento, soprattutto per quanto riguarda le implicazioni finanziarie per gli Stati membri e l’impatto di bilancio derivante dalla diffusione pubblica delle informazioni del nuovo quadro Europass.

2.   Sintesi della proposta della Commissione

2.1.

La Commissione ha adottato una nuova agenda per le competenze per l’Europa con l’obiettivo di garantire lo sviluppo di un ampio ventaglio di competenze già nei primi anni di vita e di trarre il massimo dal capitale umano dell’Europa, il che dovrebbe incrementare l’occupabilità, la competitività e la crescita del nostro continente.

2.2.

Secondo le stime della Commissione, 70 milioni di europei non possiedono adeguate competenze di lettura e scrittura e hanno scarse competenze nel calcolo, mentre oltre il 20 % non è in grado, di fatto, di lavorare con un computer (2) — altrettante carenze che li espongono al rischio di disoccupazione, povertà ed esclusione sociale. D’altro canto, oltre il 30 % dei giovani altamente qualificati occupa posti di lavoro che non corrispondono ai loro talenti e alle loro aspirazioni, mentre il 40 % dei datori di lavoro europei segnala di non riuscire a trovare persone con le giuste competenze per crescere e innovare. Allo stesso tempo, sono troppo poche le persone provviste di una mentalità imprenditoriale e delle competenze per avviare un’attività in proprio e adattarsi continuamente alle nuove esigenze del mercato del lavoro.

2.3.

La Commissione ritiene che aumentare i livelli di competenze, promuovere le competenze trasversali e individuare modi per prevedere meglio le esigenze del mercato del lavoro, compreso il dialogo con l’industria, siano azioni essenziali per offrire migliori opportunità professionali alle persone e sostenere una crescita equa, inclusiva e sostenibile nonché società coese. Per contribuire ad affrontare le sfide in materia di competenze, la Commissione propone dieci iniziative da realizzare nel corso dei prossimi due anni:

una Garanzia per le competenze per aiutare gli adulti scarsamente qualificati ad acquisire un livello minimo di competenze alfabetiche, matematiche e digitali e progredire verso una qualifica di istruzione secondaria superiore,

una revisione del Quadro europeo delle qualifiche per una migliore comprensione delle qualifiche e per utilizzare al meglio tutte le competenze disponibili sul mercato del lavoro europeo,

la «Coalizione per le competenze e le occupazioni digitali» che riunisce gli Stati membri e gli interlocutori interessati dei settori dell’istruzione, dell’occupazione e dell’industria per creare un ampio bacino di talenti digitali e garantire che i singoli individui e la forza lavoro in Europa siano dotati di competenze digitali adeguate,

il «piano per la cooperazione settoriale sulle competenze» per migliorare l’analisi del fabbisogno di competenze e le informazioni correlate e affrontare le carenze di competenze in settori economici specifici,

uno «strumento di determinazione delle competenze per i cittadini di paesi terzi» per sostenere la rapida individuazione e documentazione delle competenze e delle qualifiche di richiedenti asilo, profughi e altre categorie di migranti,

una revisione del quadro Europass, che offra alle persone strumenti migliori e di più agevole uso per presentare le proprie competenze e ottenere informazioni utili in tempo reale sulle esigenze e le tendenze in materia di competenze, in modo che questo possa aiutarle a compiere le scelte giuste per la carriera e l’apprendimento,

fare dell’istruzione e della formazione professionale (IFP) una scelta di elezione, migliorando le opportunità per gli studenti che seguono questo percorso di studi di intraprendere un’esperienza di apprendimento basata sul lavoro e promuovendo una maggiore visibilità dei buoni risultati dell’IFP sul mercato del lavoro,

una revisione della raccomandazione sulle competenze chiave per consentire a un maggior numero di persone di acquisire le competenze di base necessarie per lavorare e vivere nel XXI secolo, con una particolare attenzione alla promozione della mentalità e delle competenze imprenditoriali e orientate all’innovazione,

un’iniziativa di monitoraggio dei percorsi di carriera dei laureati per ricavare dati di migliore qualità sui progressi dei laureati nel mercato del lavoro,

una proposta di ulteriore analisi e scambio di buone pratiche sui metodi efficaci per contrastare la fuga di cervelli.

3.   Ambito del parere

3.1.

Nel presente parere il CESE incentra la propria analisi sulla nuova agenda per le competenze e su tre delle iniziative già proposte che la accompagnano: la Garanzia per le competenze, la revisione del Quadro europeo delle qualifiche e la revisione del quadro Europass.

3.2.

Con il presente documento, inoltre, il Comitato risponde alla richiesta formulata dalla presidenza maltese del Consiglio dell’Unione europea di elaborare un parere esplorativo sul tema Migliorare le competenze delle persone nel mercato del lavoro. Data la parziale coincidenza tra il suddetto ambito di indagine e quello del presente parere, il parere che il Comitato dovrebbe elaborare in risposta alla richiesta della presidenza maltese è integrato nel presente parere e anzi lo arricchisce, poiché amplia la prospettiva del CESE sui temi delle competenze e dell’occupabilità alla dimensione sociale e agli aspetti collegati al genere.

4.   Osservazioni generali sull’agenda

4.1.

Il Comitato accoglie con favore la nuova agenda sulle competenze per l’Europa proposta dalla Commissione e ritiene che sia un passo positivo verso un migliore equilibrio tra le esigenze della società e quelle delle aziende in termini di competenze. Benché sia comprensibile che la nuova agenda e le sue iniziative si concentrino sulla risoluzione dei problemi attuali, principalmente attraverso la modifica di strumenti e misure esistenti al fine di migliorarne l’applicazione e il funzionamento, il CESE sottolinea la necessità di adottare soluzioni più innovative nel campo dell’istruzione e dello sviluppo delle competenze. Molti paesi UE e numerosi Stati appartenenti allo Spazio economico europeo hanno già adottato approcci innovativi, i quali però non sono menzionati né sono oggetto di una verifica o disamina nell’agenda, né tantomeno vengono promossi presso altri Stati membri.

4.2.

Il CESE è fermamente convinto — e l’impatto relativamente modesto dell’insieme delle misure adottate dall’UE (3) in materia di istruzione e di occupazione giovanile dal 2009 ad oggi rafforza questa sua convinzione — che sia arrivato il momento di un autentico cambiamento di paradigma per quanto riguarda sia gli obiettivi che il funzionamento del settore dell’istruzione e della formazione (in tutte le sue componenti: formale, non formale e informale) e riguardo alla comprensione della funzione e del ruolo del settore nella società, come pure che sia giunto il momento di riconoscere l’istruzione come fattore di produttività in sé. Riservare maggiore attenzione agli investimenti sullo sviluppo umano è vitale per il futuro dell’Europa; la nuova agenda dovrebbe quindi offrire non solo soluzioni parziali per le disparità esistenti sul mercato del lavoro, ma anche misure che consentano a ciascun individuo nell’Unione europea di migliorarsi, accrescere le proprie qualifiche ed essere più flessibile nella scelta delle attività economiche.

4.3.

Il miglioramento delle competenze e la corrispondenza tra domanda e offerta di qualifiche nonché la riqualificazione e lo sviluppo professionale permanente sono questioni della massima importanza in relazione agli impegni sociali e politici assunti dall’Unione europea al fine di incrementare la partecipazione al mercato del lavoro, soddisfare le esigenze di mercati del lavoro in evoluzione e lottare contro la povertà, le diseguaglianze e la discriminazione nell’UE — tutti problemi che non è possibile affrontare adeguatamente se non si tiene conto delle prospettive sociali e di genere ad essi collegate. Tuttavia, il Comitato deplora che la nuova agenda della Commissione si concentri sulle competenze e sull’occupabilità in generale, ma non indichi misure specifiche per sfruttare il potenziale dei lavoratori a tempo parziale, dei lavoratori precari, delle donne economicamente inattive, degli anziani e delle persone con disabilità, categorie che potrebbero, tutte, apportare un contributo sostanziale allo sviluppo e alla crescita dell’UE.

4.4.

Il CESE è del parere che nel pianificare la nuova agenda la Commissione abbia trascurato gli elementi principali che caratterizzano le diseguaglianze di genere (4) in relazione allo sviluppo delle competenze, e in particolare: le pressioni esercitate sulle donne affinché svolgano compiti di accudimento e riescano a conciliare vita professionale e vita familiare; la discriminazione; le rappresentazioni stereotipate; la percentuale più alta di donne occupate in lavori atipici; le scelte professionali limitate disponibili nei posti di lavoro a tempo parziale (il che aumenta il rischio di qualifiche/diplomi in eccesso, soprattutto in caso di «declassamento professionale»); determinati ambiti di studi in cui le donne o gli uomini sono fortemente rappresentati, il che aumenta la probabilità che più tardi siano esposti al rischio di qualifiche/diplomi in eccesso nel mondo del lavoro.

4.5.

Se è vero che la nuova agenda è fortemente incentrata sull’offerta di un insieme minimo di competenze e sullo sviluppo di competenze di livello medio-basso, il Comitato ritiene tuttavia che manchi, da parte della Commissione, una visione più ampia del funzionamento e delle interazioni tra i sistemi globali di istruzione, quelli del lavoro e i sistemi sociali, comprese le singole misure in ciascuno di questi settori. Una simile prospettiva limitata trascura questioni altrettanto importanti come quelle — per citarne solo alcune — dei livelli superiori di istruzione e formazione, nonché del ruolo che svolgono l’apprendimento permanente, la mobilità transfrontaliera, l’imprenditorialità, la creatività, l’innovazione, le competenze sociali e l’educazione interculturale. A questo proposito, la Commissione dovrebbe anche rivolgere particolare attenzione alle specifiche esigenze delle professioni liberali in materia di qualifiche (5).

4.6.

Il CESE esorta pertanto la Commissione ad adottare un approccio coordinato, omogeneo e coerente con le sue iniziative politiche, in particolare laddove esse implichino lo sviluppo delle competenze. Manca un coordinamento efficace tra iniziative, pur strettamente correlate fra loro, proposte contemporaneamente da DG diverse, mentre invece coordinando meglio queste misure se ne potrebbe aumentare notevolmente l’efficacia e l’impatto.

4.7.

Tenuto conto delle implicazioni essenziali dello sviluppo delle competenze per la crescita economica e al fine di garantire un impatto reale, il Comitato gradirebbe inoltre vedere collegamenti più diretti tra la nuova agenda per le competenze, da un lato, e il semestre europeo (segnatamente le raccomandazioni specifiche per paese) e la strategia Europa 2020, dall’altro. Questo riguarda in particolare gli obiettivi di questi due strumenti nel campo dell’istruzione e dell’occupazione, come pure il ruolo della nuova agenda rispetto all’agenda 2030, alle strategie per il mercato unico digitale e per l’economia circolare, all’impegno strategico della Commissione per la parità tra donne e uomini 2016-2019, al pilastro europeo dei diritti sociali (soprattutto i sistemi proposti per i parametri di riferimento) e agli obiettivi di sviluppo sostenibile. Tali collegamenti rafforzerebbero la posizione dell’agenda tra gli obiettivi a lungo termine e i quadri politici globali dell’Unione europea e, pertanto, ne garantirebbero lo status di iniziativa strategica.

4.8.

Il Comitato riconosce l’importanza di far coincidere in modo efficace la domanda e l’offerta di competenze, poiché non è accettabile che il 30 % dei giovani europei sia sovraqualificato, in termini di qualifiche formali acquisite, per il lavoro che svolge e, allo stesso tempo, il 40 % dei datori di lavoro lamenti una mancanza di lavoratori con le competenze richieste. Tuttavia, è della massima importanza che la corrispondenza tra domanda e offerta di competenze sia allineata alla creazione di posti di lavoro di qualità, e altrettanto essenziale è mettere l’accento sull’importanza della mobilità transfrontaliera quale metodo per far incontrare tale domanda e offerta, per poter avere una società pienamente funzionale ed efficiente.

4.9.

La nuova agenda sottolinea al tempo stesso l’importanza dell’inclusione e quella dell’acquisizione di competenze per l’occupabilità. L’iniziativa, inoltre, è incentrata principalmente sulle esigenze dell’industria, ma a giudizio del CESE dovrebbe anche dedicare una maggiore attenzione alle competenze che sono più largamente rilevanti per la società. Le competenze apportano infatti dei benefici più in generale anche ai singoli e all’intera società, ad esempio nel caso di competenze trasversali (soft skills) o trasferibili (ad esempio la riflessione critica e il pensiero creativo, o le competenze sociali, civiche e culturali) (6). Il Comitato si rammarica altresì che la nuova agenda non metta l’accento sull’imprenditorialità (nella sua accezione più ampia, ossia lo spirito d’iniziativa) in quanto competenza vitale e vantaggiosa per tutti.

4.10.

Inoltre, il CESE insiste ancora una volta sull’opportunità «da migliaia di milioni di EUR» che ci si lascia sfuggire facendo mancare il necessario sostegno all’imprenditorialità femminile (7). Le donne imprenditrici creano posti di lavoro, innovazione e nuove competenze in tutti i comparti industriali, e per di più danno prova di dinamismo nell’imprenditoria sociale, rafforzando e promuovendo l’innovazione sia nella comunità di appartenenza che in ambito sociale (8).

4.11.

Il CESE riconosce che garantire che tutti i giovani dispongano di competenze di base è di vitale importanza, tuttavia deplora il fatto che la nuova agenda non preveda misure specifiche dedicate al ruolo fondamentale che l’apprendimento non formale e quello informale svolgono nel preparare i giovani alla vita. Le competenze e abilità acquisite al di fuori del quadro dell’istruzione e della formazione formali offrono ai giovani l’opportunità sia di trovare un impiego che, più in generale, di trovare il loro posto nella società e di contribuirvi. La maggior parte delle competenze nel campo della comunicazione, culturali, gestionali e personali ricercate dai datori di lavoro si acquisiscono attraverso un apprendimento non formale e informale: tali competenze vanno pertanto convalidate e riconosciute (9).

4.12.

Tenendo conto della priorità data agli investimenti finanziari in discipline dell’educazione considerate più rilevanti per stimolare le economie nazionali, il Comitato ritiene che la nuova agenda per le competenze non debba incoraggiare i governi a revocare gli impegni, assunti nel comunicato di Bucarest sul processo di Bologna, a garantire finanziamenti adeguati per il settore dell’istruzione superiore. Tali divisioni potrebbero compromettere altri ambiti dell’istruzione e limitare l’accesso universale all’istruzione e alle competenze generiche.

4.13.

Per favorire ulteriormente l’inserimento dei giovani nell’odierno mercato del lavoro, gli Stati membri dovrebbero rinnovare il loro impegno ad attuare il quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione (ET 2020) e l’agenda di Oslo del 2006, entrambi ancora oggi pienamente validi. Se non verranno fatti dei progressi riguardo alle competenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e alle abilità pratiche, sarà difficile migliorare i sistemi di istruzione e formazione professionale e di apprendistato.

4.14.

Il CESE fa presente che i sistemi educativi nazionali sono il primo livello responsabile dell’efficienza e del corretto funzionamento dell’istruzione e della formazione, e che, pertanto, spetta ai governi degli Stati membri la responsabilità di garantire livelli minimi di competenze di base. È quindi di fondamentale importanza che la Commissione accerti se la nuova agenda consentirà l’approvazione e la promozione dei cambiamenti necessari a livello nazionale e aiuterà veramente gli Stati membri a fare un uso migliore dei fondi esistenti. È comunque importante sostenere l’istituzione di un meccanismo nazionale di consultazione tra i governi e le parti interessate al fine di rafforzare il dialogo sociale, favorire la cooperazione e assicurare un’efficace diffusione delle buone pratiche e la tempestiva raccolta di riscontri e dati pertinenti.

4.15.

Tuttavia, il Comitato teme che le iniziative proposte possano essere svuotate del loro valore, dal momento che in realtà i paesi europei sono tuttora alle prese con la crisi. I tagli di bilancio, e in particolare delle risorse destinate all’istruzione e alla formazione, possono rendere più difficile non solo correggere le disparità di partenza tra i giovani, ma anche promuovere un’istruzione e una formazione permanenti e di alta qualità per tutti.

4.16.

Il CESE non può accettare il fatto che per l’attuazione della nuova agenda non sia previsto nessun nuovo programma di finanziamento specifico, e propone quindi l’inserimento della nuova iniziativa in un quadro macroeconomico favorevole in cui investire in competenze e capacità delle persone non sia considerato un costo bensì una spesa che darà i suoi frutti nel corso del tempo.

4.17.

Il Comitato è fermamente convinto che utilizzare nel miglior modo possibile i programmi di finanziamento esistenti non sarà comunque sufficiente a sostenere gli ambiziosi obiettivi perseguiti dall’agenda. Oltre ai possibili adeguamenti ipotizzati nella comunicazione in occasione della revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020, saranno quindi necessarie maggiori risorse finanziarie. Il CESE invita poi gli Stati membri ad aumentare la spesa per l’istruzione e ad assicurarsi che quei fondi vengano spesi in modo efficiente. È del parere che i contributi stanziati dai paesi UE per le risorse destinate all’istruzione e alla formazione non debbano rientrare nello schema di calcolo dei disavanzi di bilancio nazionali.

4.18.

Il Comitato osserva inoltre che le fonti di finanziamento proposte per l’attuazione dell’agenda (in particolare il Fondo sociale europeo (FSE) e Erasmus+) sono già programmate e assegnate a livello nazionale: di conseguenza, la possibilità di attingervi per realizzare il nuovo programma appare ancora più incerta.

4.19.

Il Comitato apprezza il forte accento posto nell’agenda sul dialogo e la consultazione con le parti sociali e le imprese e invita a rafforzarlo ulteriormente — al fine di migliorare la corrispondenza tra domanda e offerta di qualifiche e di assicurare un migliore accesso al mercato del lavoro da parte di lavoratori qualificati —, tanto nel quadro dell’azione per dare seguito alla dichiarazione su Un nuovo inizio per il dialogo sociale  (10) quanto all’interno degli Stati membri. È inoltre di primaria importanza riconoscere e sostenere il ruolo svolto dalle organizzazioni della società civile (OSC), data la loro vasta esperienza nel fornire servizi nel quadro delle imprese sociali e la loro preparazione nell’ottenere risultati nel campo delle competenze di imprenditorialità sociale, che costituiscono una componente fondamentale dell’agenda. Va aggiunto che è importante che a questo dialogo partecipino anche gli organismi di rappresentanza delle diverse categorie professionali, soprattutto nell’affrontare la questione di come mettere a frutto l’imprenditorialità e le competenze imprenditoriali.

4.20.

Il CESE sottolinea anche la necessità di porre maggiormente l’accento su misure mirate a gruppi svantaggiati, incluse le persone con disabilità. Questo comporta la raccolta di dati a livello nazionale per valutare l’impatto delle misure attualmente in vigore per gruppi mirati e l’assicurazione che esse siano adattate alle esigenze specifiche dei discenti in termini di accesso, durata e offerta. Ciò implica una collaborazione in partenariato con i decisori politici, le organizzazioni e le associazioni che operano direttamente con i potenziali beneficiari. Alcune di queste associazioni sono di dimensioni assai modeste, cosa che impedisce loro di accedere alle sovvenzioni dell’UE: vanno pertanto trovate soluzioni per facilitare il loro accesso a tale sostegno finanziario.

5.   Sulla proposta di istituire una Garanzia per le competenze

5.1.

Il CESE ritiene che la Garanzia per le competenze proposta farà la differenza in modo tangibile solo se si farà tesoro dell’esperienza maturata con l’attuazione della garanzia per i giovani (ossia, evitando le sovrapposizioni e garantendo una maggiore coerenza). In particolare, la Garanzia per le competenze dovrebbe puntare ad assicurare una più rapida attuazione, oltre che ad un approccio integrato con i servizi sociali di accompagnamento, ad una maggiore apertura ai partenariati con le imprese, le parti sociali e le organizzazioni della società civile e ad una maggiore flessibilità per adattarsi agli utenti con esigenze speciali di integrazione. È indispensabile che la Garanzia per le competenze sia considerata una misura d’intervento dotata di valore aggiunto piuttosto che una semplice iniziativa tesa a creare posti di lavoro.

5.2.

Il Comitato ha già avuto modo di sottolineare (11) che lo sviluppo delle competenze nell’era digitale interviene in un contesto di mutamenti rapidi e talvolta destabilizzanti, sotto la cui influenza i modelli economico-imprenditoriali possono subire delle trasformazioni radicali. Se è vero che gli effetti sull’occupazione dovuti al processo di digitalizzazione in corso sono in parte già osservabili, secondo diverse stime circa il 50 % degli attuali posti di lavoro per qualifiche medie rischia di essere sostituito dalle tecnologie digitali nel prossimo ventennio, e in futuro i lavoratori avranno bisogno di misure globali di riqualificazione professionale ogni cinque anni (12). Pertanto, un approccio costante alla riqualificazione professionale e all’apprendimento permanente e un dialogo a stretto contatto con le imprese, le parti sociali e i soggetti interessati diventano più importanti che mai. Il CESE insiste perché vengano ricercate nuove soluzioni per aumentare le risorse finanziarie — sotto forma ad esempio di investimenti pubblici e privati — necessarie ad assicurare l’offerta di competenze in tempi rapidi. Si dovrebbero inoltre prendere in considerazione strumenti utilizzati in qualche Stato membro dell’UE, come gli accordi collettivi in materia di congedo retribuito di studio/formazione.

5.3.

Il CESE ritiene perciò che limitarsi ad aiutare le persone ad acquisire un insieme minimo di competenze non sia sufficiente, ma che sia essenziale fare in modo che la Garanzia per le competenze diventi un percorso sicuro per consentire loro di fare nuovi progressi e avanzare fino al livello di competenze più elevato possibile. La Garanzia non deve prefiggersi unicamente di migliorare e rafforzare le competenze di base, ma anche di consentire ai singoli di fare progressi per acquisire qualifiche più elevate e un ventaglio più ampio di competenze. Altrimenti queste persone, soprattutto se sono donne (13) o anziani, rimarranno disoccupate o confinate in posti di lavoro poco qualificati, il cui numero si va sempre più riducendo nell’attuale mondo digitalizzato.

5.4.

Al tempo stesso, è importante prendere atto che migliorare le competenze individuali non consentirà, di per sé, di ottenere l’effetto auspicato sull’occupabilità se non verranno anche realizzati ulteriori progressi nel campo, strettamente interconnesso, delle politiche sociali, economiche e di genere che sostengono tale obiettivo. Questo obiettivo riguarda in particolare i seguenti ambiti: servizi che consentano di mantenere l’equilibrio tra vita professionale e vita privata; promozione dell’imprenditorialità; servizi di sostegno alle famiglie monoparentali in difficoltà; messa a disposizione di strutture per l’assistenza all’infanzia a tempo pieno, di qualità, accessibili e a costi contenuti quale uno dei fattori principali per incoraggiare la partecipazione sia delle donne che degli uomini al mercato del lavoro; disponibilità di servizi di assistenza adeguati per gli anziani; ecc. (14).

5.5.

Il Comitato sottolinea il ruolo essenziale che svolgono le parti sociali e le loro attività (15) nel miglioramento delle competenze e nello sviluppo delle politiche. Il Comitato ritiene inoltre che il ruolo delle pertinenti organizzazioni della società civile dovrebbe essere meglio promosso, considerata la loro vasta esperienza nell’attuare misure per sviluppare le competenze di persone attualmente non in grado di accedere ai mercati del lavoro. Queste categorie di persone sono caratterizzate solitamente da livelli più bassi di qualifiche e hanno legami più deboli con altri erogatori di competenze quali i servizi pubblici per l’impiego, i fornitori di istruzione formale e di formazione ecc. Inoltre la varietà di utenti dei servizi riuniti in gruppi distinti dai fornitori non-profit di servizi per l’inclusione al lavoro — gruppi che presentano talvolta esigenze complesse — fa sì che le organizzazioni della società civile siano pronte a fornire offerte di apprendimento su misura, il che corrisponde a uno dei tre pilastri previsti dalla Garanzia per le competenze. Se le persone con basse qualifiche costituiscono l’obiettivo principale della Garanzia per le competenze, le organizzazioni della società civile dovrebbero allora essere riconosciute tra i soggetti chiave del processo di attuazione di questo nuovo strumento.

5.6.

Il CESE ritiene che i ruoli e le responsabilità relativi ai programmi per l’acquisizione di qualifiche, della «seconda opportunità» e di miglioramento delle competenze debbano essere ripartiti tra Stati, aziende, discenti e gli erogatori di istruzione, sviluppando le attività di tali programmi sulla base di una riuscita cooperazione. Tuttavia, gli incentivi necessari affinché i datori di lavoro e i dipendenti accettino e condividano tali ruoli e responsabilità nello sforzo comune per il miglioramento delle competenze sono ancora poco chiari.

6.   Sulla proposta di una revisione del Quadro europeo delle qualifiche

6.1.

Il CESE ritiene che un ulteriore sviluppo del Quadro europeo delle qualifiche debba essere incentrato sul rafforzamento della cooperazione fra Stati membri, parti sociali e altri soggetti interessati, in modo che si crei una fiducia reciproca nei rispettivi quadri delle qualifiche e sistemi di qualità dell’istruzione. È importante, seguendo i principi dell’apprendimento permanente, tenere a mente l’importanza del riconoscimento delle competenze e delle qualifiche per l’aggiornamento e il perfezionamento professionale e non solo per il mercato del lavoro. Le qualifiche formali devono trovare delle modalità per convalidare le competenze acquisite attraverso l’apprendimento non formale e informale, soprattutto per quanto riguarda le competenze trasversali, in quanto si tratta di un modo per acquisire conoscenze attraverso percorsi di apprendimento diversi e più flessibili, che trovano una solida base nei principi fondamentali dei risultati di apprendimento e dei quadri delle qualifiche.

6.2.

Va osservato che, benché presenti un notevolissimo potenziale, il modello ESCO (classificazione europea delle abilità, delle competenze, delle qualifiche e delle professioni) è ancora in fase di elaborazione, il che è fonte di incertezza per gli Stati membri. Tale modello dovrebbe sostenere l’ulteriore sviluppo del Quadro europeo delle qualifiche e il suo utilizzo, ma è di fondamentale importanza completare i processi di referenziazione affinché ESCO sia in grado di dare un contributo utile al riguardo.

6.3.

Il Comitato concorda con la necessità di migliorare la comprensione e la comparabilità delle diverse qualifiche. L’attenzione accordata dalla revisione proposta al miglioramento della trasparenza e della coerenza del Quadro europeo delle qualifiche è accolta pertanto con grande favore. È essenziale, tuttavia, garantire che il tentativo di aggiornare il Quadro europeo delle qualifiche non diventi troppo gravoso e non comporti eccessivi adempimenti burocratici.

6.4.

Il CESE fa osservare che — soprattutto per quanto riguarda il conseguimento di un livello elevato di competenze — il cammino è ancora lungo per riuscire a migliorare e potenziare l’apprendimento non formale e quello informale affinché possano essere integrati nei sistemi formali di istruzione e formazione esistenti senza incontrare ostacoli e in un modo che risulti accettabile per tutti i pertinenti soggetti interessati. Oggi una simile integrazione è assai limitata per via dell’assenza di definizioni condivise dell’equivalenza, della scarsa fiducia reciproca degli Stati membri nei quadri delle qualifiche nazionali e delle significative differenze dei livelli di referenziazione tra questi quadri nazionali e il Quadro europeo delle qualifiche.

6.5.

Il CESE raccomanda inoltre di assicurare una maggiore coerenza tra i diversi strumenti dell’UE in materia di qualifiche, ossia il Quadro europeo delle qualifiche, il sistema europeo di crediti per l’istruzione e la formazione professionale (ECVET) e il quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità dell’istruzione e della formazione professionale (EQAVET).

7.   Sulla proposta di una revisione del quadro Europass

7.1.

Il CESE approva con convinzione il nuovo quadro Europass, e in particolare la sua trasformazione da meccanismo basato sui documenti a piattaforma basata sui servizi.

7.2.

Il Comitato ritiene che i fattori principali per trasformare questo strumento in una piattaforma su scala europea attraverso cui sia possibile accedere a un ventaglio di servizi debbano essere la trasparenza, la fruibilità, l’accessibilità e l’efficienza. È di fondamentale importanza fare in modo che il nuovo quadro Europass sia accessibile alle persone con disabilità. È inoltre importante tener conto dell’accessibilità delle informazioni in termini di ambiente fisico, dato che alcune disabilità incidono sulla capacità di utilizzare i sistemi informatici, nel qual caso occorre rendere disponibili punti di accesso speciali e altri metodi di accesso alternativi.

7.3.

Tuttavia, il CESE esprime delle riserve quanto all’opportunità dal punto di vista etico di utilizzare i fondi del programma Erasmus+ (per un importo stimato di 2 500 000 EUR) quale fonte di finanziamento iniziale per sviluppare servizi web per le competenze e le qualifiche. Nel contempo, il Comitato esorta la Commissione ad effettuare una nuova e più realistica valutazione dell’impatto di bilancio, considerate le implicazioni finanziarie per gli Stati membri dovute ad una raccolta dati su più vasta scala e alla conseguente necessità, per le autorità dei paesi UE, di migliorare i loro strumenti e canali di trasmissione delle informazioni.

7.4.

Il Comitato ritiene inoltre importante valutare anche l’impatto di bilancio relativo alla diffusione pubblica delle informazioni del nuovo Europass, dal momento che il successo del nuovo quadro dipenderà fortemente non solo dall’aumento globale della qualità e del numero di servizi offerti, ma anche dal netto incremento del numero di utenti.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  http://ec.europa.eu/growth/smes/promoting-entrepreneurship/we-work-for/liberal-professions_en

(2)  La percentuale è persino più alta nel gruppo d’età dei 55-65 anni, il 50 % dei quali non possiede competenze di base nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC). Programma dell’OCSE per la valutazione internazionale delle competenze degli adulti (Programme for the International Assessment of Adult Competencies — PIAAC), giugno 2015.

(3)  Cfr. ad esempio Commissione europea, Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione nel 2016, settembre 2016; European Policy Centre (Centro di politica europea — EPC), Towards a Europeanisation of Youth Employment Policies? A Comparative Analysis of Regional Youth Guarantee Policy Designs («Verso un’europeizzazione delle politiche per l’occupazione giovanile? Un’analisi comparata della concezione della politica sulla Garanzia per i giovani a livello regionale»), settembre 2016.

(4)  Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), Skills mismatch in Europe («Squilibrio tra domanda e offerta di competenze in Europa»), Statistics Brief, settembre 2014.

(5)  http://ec.europa.eu/growth/smes/promoting-entrepreneurship/we-work-for/liberal-professions_en

(6)  Parere del CESE sul tema Promuovere la creatività, lo spirito imprenditoriale e la mobilità nei settori dell’istruzione e della formazione, (GU C 332 dell’8.10.2015, pag. 20).

(7)  Parere del CESE sul tema Donne imprenditrici (GU C 299 del 4.10.2012, pag. 24).

(8)  Nel quadro del progetto WEStart a cura della EWL — Europeans Women’s Lobby (Lobby europea delle donne) sono stati analizzati 10 studi di casi concreti in diversi paesi europei sull’impatto dell’imprenditoria sociale femminile.

(9)  Parere del CESE sul tema Politiche dell’UE e volontariato (GU C 181 del 21.6.2012, pag. 150).

(10)  Un nuovo inizio per il dialogo sociale, dichiarazione congiunta della presidenza del Consiglio dell’Unione europea, della Commissione europea e delle parti sociali europee, 27 giugno 2016.

(11)  Parere del CESE sul tema L’impatto della digitalizzazione sull’industria dei servizi e sull’occupazione (GU C 13 del 15.1.2016, pag. 161).

(12)  Cfr. per esempio Bowles, J., The computerisation of European jobs who will win and who will lose from the impact of new technology onto old areas of employment?(«L’informatizzazione dei posti di lavoro in Europa: chi vincerà e chi perderà a seguito dell’impatto delle nuove tecnologie sui vecchi settori occupazionali?»), 2014, The computerisation of European jobs; Frey, C. M., Osborne, M., The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation? («Il futuro dell’occupazione: qual è l’impatto dell’informatizzazione sui posti di lavoro?»), 2013; Pajarinen, M., Rouvinen, P., Ekeland, A., Computerization Threatens One-Third of Finnish and Norwegian Employment («L’informatizzazione minaccia un terzo dell’occupazione in Finlandia e in Norvegia»), ETLA, 2015.

(13)  Commissione europea Tabella di marcia New start to address the challenges of work-life balance faced by working families («Un nuovo inizio per affrontare le sfide poste dall’equilibrio tra vita professionale e vita privata alle famiglie che lavorano»), agosto 2015.

(14)  Parere del CESE sul tema L’occupazione femminile e la crescita (GU C 341 del 21.11.2013, pag. 6).

(15)  Attività congiunte intraprese dalle parti sociali europee, incentrate sull’istruzione e la formazione professionale (IFP), e in particolare sugli apprendistati, come pure sugli investimenti nell’istruzione e nella formazione, su misure per ridurre i tassi di abbandono scolastico e sul miglioramento dei risultati dell’apprendimento.


ALLEGATO

Esempi di pareri del CESE sull’argomento

SOC/555

Un’istruzione universale di alta qualità, 2017

SOC/552

Valutazione intermedia di Erasmus+, in corso di elaborazione (2017)

SOC/524

Università impegnate nella costruzione dell’Europa, 2015

SOC/523

Migliorare l’efficacia dei sistemi nazionali di formazione duale, 2015

SOC/521

Convalida delle competenze e delle qualifiche acquisite attraverso l’apprendimento non formale e informale: il contributo concreto della società civile organizzata, 2015

SOC/518

Promuovere la creatività, lo spirito imprenditoriale e la mobilità nei settori dell’istruzione e della formazione, 2015

CCMI/136

L’impatto della digitalizzazione sull’industria dei servizi e sull’occupazione, 2015

SOC/502

Le donne nella scienza, 2014

SOC/499

Quadro di qualità per i tirocini, 2014

SOC/493

Aprire l’istruzione, 2014

CCMI/118

Occupabilità dei giovani — Adeguamento della formazione alle esigenze dell’industria in tempi di austerità, 2014

SOC/486

L’occupazione femminile e la crescita, 2013

SOC/476

Ripensare l’istruzione, 2013

INT/679

Piano d’azione Imprenditorialità 2020, 2013

SOC/469

Il ruolo del mondo economico nel settore dell’istruzione nell’UE, 2013

SOC/446

Donne imprenditrici, 2012

SOC/439

Giovani con disabilità, 2012

SOC/438

Erasmus per tutti, 2012

SOC/431

Politiche dell’UE e volontariato, 2012

SOC/429

Modernizzazione dei sistemi d’istruzione superiore in Europa, 2012

SOC/421

Occupazione giovanile, qualifiche professionali e mobilità, 2012

SOC/409

Rafforzare l’attrattiva dell’istruzione e della formazione professionale post secondaria, 2012

SOC/404

Un’agenda per nuove competenze e per l’occupazione, 2011


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/55


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Strategia europea per una mobilità a basse emissioni»

[COM(2016) 501 final]

(2017/C 173/10)

Relatore:

Stefan BACK

Consultazione

Commissione europea, 20.7.2016

Base giuridica

Articolo 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Trasporti, energia, infrastrutture, società dell’informazione

Adozione in sezione

10.2.2017

Adozione in sessione plenaria

23.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

128/0/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) approva la Strategia europea per una mobilità a basse emissioni (1) (in prosieguo «la strategia»), compresi i suoi obiettivi e metodi, che sono coerenti con il Libro bianco sulla politica dei trasporti del 2011 (in prosieguo «il Libro bianco») (2) e con i contributi previsti stabiliti a livello nazionale (INDC) presentati dall’UE e dagli Stati membri alla Conferenza COP 21, sottoscritti dal CESE (3) e sostenuti dalla Conferenza COP 22 di Marrakech.

1.2.

Il CESE ribadisce quanto affermato nel suoi pareri sul Libro bianco e la sua attuazione e sulle ripercussioni dell’accordo della COP 21 sulla politica dei trasporti dell’UE, affermando che gli obiettivi del Libro bianco per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (GES) sono tuttora pertinenti, ma i metodi dispiegati per conseguire tali obiettivi devono essere aggiornati e rafforzati.

1.3.

Il CESE accoglie con favore le misure comprese nella strategia che superano quelle contenute nel Libro bianco, in particolare la promozione dell’innovazione, compresa la strategia europea sui sistemi di trasporto intelligenti cooperativi (4), lo sviluppo di veicoli connessi, integrati e automatizzati e l’integrazione dei veicoli elettrici nel sistema dell’energia attraverso reti intelligenti, nonché lo sviluppo di nuovi modelli imprenditoriali e di trasporto derivanti dalla crescita della sharing economy (economia collaborativa o della condivisione) e dalla generale espansione dell’economia digitale.

1.4.

Il CESE condivide l’approccio olistico della strategia, che colloca il settore dei trasporti in un contesto di coerenza con altri ambiti politici, quali lo sviluppo del mercato dell’energia elettrica, l’incentivazione della ricerca e dell’innovazione, l’elaborazione di nuove soluzioni di trasporto e di nuove competenze, nonché il miglioramento della pianificazione della mobilità, compreso lo sviluppo dei trasporti pubblici. Avrebbe apprezzato un ulteriore sviluppo di tale approccio sotto il profilo dei collegamenti tra la strategia e la comunicazione sul miglioramento del mercato interno, ivi comprese le sinergie tra l’apertura dei mercati e l’efficienza. Lo stesso dicasi delle prospettive offerte dall’economia digitale, con particolare riguardo alla mobilità digitale, e dallo sviluppo della sharing economy e dell’economia circolare.

1.5.

Il CESE sottolinea i potenziali effetti degli sviluppi descritti al precedente punto 1.4 sui modelli di trasporto, e pone in evidenza le loro implicazioni sociali, compresi gli effetti per gli utenti e le condizioni di lavoro dei lavoratori dipendenti, nonché la situazione delle microimprese utilizzate in qualità di subappaltatori. Tutti questi aspetti richiedono un’attenzione tempestiva affinché eventuali problemi possano essere risolti in una fase precoce. Analogamente, dovrebbero essere presi in considerazione anche gli effetti sulle comunità isolate.

1.6.

Il CESE sottolinea l’importanza fondamentale di ristabilire la fiducia riguardo ai dati sulle emissioni dei veicoli comunicati dai produttori e approva le misure intese a conseguire tale risultato. Pone altresì l’accento sull’importanza del sostegno da parte dei soggetti interessati e dei cittadini e del dialogo con questi interlocutori, nonché sulle misure adottate per accertare la responsabilità delle precedenti comunicazioni di dati errati ed impedire il ripetersi di tali situazioni.

1.7.

Il CESE accoglie con favore le misure volte ad accrescere l’efficienza, quali l’agevolazione dell’attuazione del programma TEN-T, la revisione della rete ferroviaria per un trasporto merci competitivo, nonché l’importanza annessa alla promozione della multimodalità e all’incentivazione del passaggio a modi di trasporto meno inquinanti, compresi il trasporto ferroviario e il trasporto combinato. Il CESE prende atto della richiesta della Commissione di un accesso al mercato per il trasporto in autobus, ma la invita anche a prendere in considerazione altre misure di politica per ampliare le reti di trasporti pubblici e incoraggiare un minore utilizzo delle autovetture private a vantaggio di altri modi di trasporto. Raccomanda pertanto di svolgere un’analisi più approfondita delle opzioni disponibili Si rammarica, tuttavia, per le omissioni sulle norme migliorate relative all’accesso al mercato del trasporto di merci su strada e sull’efficienza energetica migliorata, rese possibili dal sistema modulare europeo per i veicoli combinati. In questo contesto, il Comitato richiama inoltre l’attenzione sul suo parere esplorativo sul tema Il mercato interno del trasporto internazionale di merci su strada: dumping sociale e cabotaggio (TEN/575), e sottolinea ancora una volta l’importanza di una normativa chiara ed applicabile e la necessità di contrastare tutte le forme di dumping sociale, nonché le frodi e gli abusi in relazione al distacco dei lavoratori e all’accesso alle prestazioni previdenziali.

1.8.

Il CESE accoglie con favore anche il progetto di rivedere la direttiva «Eurovignette» ma ribadisce l’importanza della flessibilità per evitare effetti di costi eccessivi nelle aree remote e scarsamente popolate, comprese le isole e le regioni montuose. Insiste inoltre sull’importanza che vi sia parità di condizioni tra i modi di trasporto per quanto riguarda gli oneri di utilizzo delle infrastrutture e i costi esterni, al fine di garantire eque condizioni di concorrenza tra di essi.

1.9.

Il CESE prende atto del rilancio del servizio europeo di telepedaggio (SET) ma ricorda che, sebbene la decisione su tale sistema sia stata presa nel 2004, il SET non è ancora stato attuato, il che mette in evidenza la necessità di rivedere l’intero sistema al fine di superare gli ostacoli alla sua attuazione.

1.10.

Coerentemente con posizioni già espresse in passato, il CESE apprezza l’attenzione prestata ai combustibili alternativi, concentrandosi sull’importanza di incentivare l’innovazione e sulla necessità di un quadro adeguato che permetta l’uso transfrontaliero dell’elettricità, del gas naturale, dell’idrogeno e dei biocarburanti senza interferire con la produzione alimentare. Accoglie con favore l’accento posto sull’interoperabilità e la standardizzazione nel campo della mobilità elettrica.

1.11.

Il CESE apprezza parimenti l’attenzione prestata alla questione vitale delle soluzioni per il finanziamento e sottolinea la necessità di trovare soluzioni di co-finanziamento anche per i progetti più piccoli.

1.12.

Il CESE accoglie con favore l’importanza che la strategia assegna al sostegno da parte della società civile. Sottolinea il potenziale del dialogo partecipativo come strumento per ottenere tale adesione e risolvere i problemi, e pone l’accento sulle possibilità di costruire una coalizione della società civile e degli enti subnazionali (5).

1.13.

Per motivi di trasparenza, il CESE propone che la Commissione pubblichi un quadro di valutazione annuale delle emissioni per il settore dei trasporti.

1.14.

Il CESE approva le azioni che prevedono di mettere in campo l’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale (ICAO) e l’Organizzazione marittima internazionale (IMO) e osserva che potrebbero essere intraprese ulteriori azioni, come la ricerca di un dialogo esterno strutturato sui trasporti a basse emissioni con i paesi vicini, in previsione di progetti specifici.

1.15.

Il CESE prende nota del fatto che la proposta sulla condivisione degli sforzi affida a ciascuno Stato membro la decisione su come assicurare la riduzione delle emissioni di GES, e raccomanda che le richieste al settore dei trasporti siano mantenute entro i limiti stabiliti nel Libro bianco.

1.16.

Il CESE esprime il suo disappunto per il fatto che l’aggiornamento del Libro bianco non faccia più parte del programma di lavoro della Commissione, in quanto tale aggiornamento è richiesto dalla digitalizzazione, dall’evoluzione della politica energetica e da una prospettiva olistica nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche ricercata dall’attuale Commissione.

2.   Contesto

Gli impegni dell’UE per la riduzione delle emissioni e il Libro bianco del 2011 sulla politica dei trasporti

2.1.

Il 20 luglio 2016 la Commissione europea ha approvato un pacchetto di misure per la riduzione delle emissioni nei settori non compresi nel sistema di scambio di quote delle emissioni dell’UE (ETS) (in prosieguo «il pacchetto»).

2.2.

Il pacchetto fa parte del piano per ridurre le emissioni di gas a effetto serra (GES) del 40 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, come deciso dal Consiglio europeo del 23 e 24 ottobre 2014, e dell’impegno (contributo previsto stabilito a livello nazionale (INDC)] assunto dall’Unione europea e dagli Stati membri alla Conferenza COP 21 di Parigi nel dicembre del 2015.

2.3.

Secondo le conclusioni dell’ottobre 2014, le emissioni dei settori compresi nel sistema ETS dovrebbero essere ridotte del 43 % mentre quelle dei settori al di fuori del sistema ETS, compresi i trasporti fatta eccezione per l’aviazione, dovrebbero essere ridotte del 30 %, in maniera condivisa tra gli Stati membri secondo principi di equità e solidarietà. Le conclusioni non si riferiscono in maniera specifica al settore dei trasporti.

2.4.

Secondo il Libro bianco sulla politica dei trasporti dell’UE [COM(2011) 144], per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 oC è necessario ridurre le emissioni di GES nei paesi sviluppati «dell’80-95 % rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050». Per quanto riguarda i trasporti, sarebbe sufficiente «una riduzione di […] il 60 % […] entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990», il che corrisponde a una riduzione del 20 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 2008 (e ad un aumento dell’8 % rispetto ai livelli del 1990).

2.5.

La Commissione ha confermato che questi obiettivi sono compatibili con il quadro 2014 per le politiche del clima e dell’energia per il 2020-2030, con la strategia per l’Unione dell’energia del 2015 e con gli impegni INDC assunti dall’UE (6).

2.6.

Ha anche dichiarato che, al fine di raggiungere tali obiettivi, saranno necessari ulteriori sforzi dopo il 2020 (7).

2.7.

La recente valutazione dei progressi compiuti nell’attuazione del Libro bianco indica che è troppo presto per trarre delle conclusioni e si concentra sull’attuazione (8).

Il pacchetto

2.8.

Il pacchetto comprende:

una comunicazione generale dal titolo Accelerare la transizione dell’Europa verso un’economia a basse emissioni di carbonio [COM(2016) 500] (in prosieguo «la comunicazione»);

una proposta legislativa relativa alle riduzioni annuali vincolanti delle emissioni di gas a effetto serra a carico degli Stati membri nel periodo 2021-2030 [COM(2016) 482] (la proposta sulla condivisione degli sforzi);

una proposta legislativa relativa all’inclusione delle emissioni e degli assorbimenti di gas a effetto serra risultanti dall’uso del suolo, dal cambiamento di uso del suolo e dalla silvicoltura nel quadro 2030 per il clima e l’energia (COM(2016) 479);

una Strategia europea per una mobilità a basse emissioni [COM(2016) 501] (in prosieguo «la strategia»).

2.9.

La comunicazione stabilisce i principi di base che disciplinano l’attuazione, quali la condivisione degli oneri in base all’economia degli Stati membri (equità e solidarietà), la flessibilità utilizzando i diritti di emissione nei settori non-ETS, il mantenimento di livelli di riduzione dei GES ambiziosi mediante una gestione separata per ciascun settore (integrità ambientale). La comunicazione evidenzia l’importanza di un contesto che promuova la transizione.

2.10.

La proposta sulla condivisione degli sforzi ripartisce tra gli Stati membri la responsabilità per gli impegni INDC ai sensi dell’accordo raggiunto alla COP 21 di Parigi. Ciascuno Stato membro decide come conseguire i propri risultati.

2.11.

La strategia dà attuazione agli obiettivi di riduzione delle emissioni del Libro bianco. Essa si concentra sul trasporto su strada e comprende i seguenti punti principali:

a)

Efficienza, comportamento, tariffazione del trasporto su strada

Ottimizzare i sistemi di trasporto

Influenzare il comportamento tramite i pedaggi stradali

Favorire la multimodalità

b)

Combustibili alternativi

Promuovere l’energia alternativa a basse emissioni per i trasporti

Sviluppare i biocarburanti di seconda generazione

Direttiva sulla realizzazione di un’infrastruttura per i combustibili alternativi (2014/94/UE)

c)

Veicoli a basse emissioni

Norme comuni per permettere gli spostamenti transfrontalieri

Promuovere i veicoli a zero emissioni, anche tramite gli appalti pubblici

Certificazione delle emissioni di CO2 e di consumo di carburante per gli autobus e i veicoli di trasporto pesante

Ristabilire la fiducia nella misurazione dei livelli di emissione in condizioni reali di guida

d)

Creare un contesto: sinergie e nuovi modelli imprenditoriali, innovazione, economia digitale, sviluppo delle competenze, investimenti e sostegno

Creare un contesto favorevole per la mobilità a basse emissioni tramite sinergie con altri ambiti politici, con la ricerca, l’innovazione e la creazione di competenze

e)

Aviazione e trasporto marittimo — azione a livello internazionale

L’ICAO propone oggi una misura mondiale per il trasporto aereo basata sul mercato, mentre l’IMO sta sviluppando criteri di efficienza energetica in materia di progettazione per il trasporto marittimo, partendo dal monitoraggio delle emissioni.

3.   Osservazioni generali

3.1.

Il CESE, in linea con la posizione espressa sul Libro bianco e sul contributo INDC dell’UE (9), sostiene gli obiettivi stabiliti nella strategia.

3.2.

Il CESE ribadisce il proprio sostegno agli obiettivi del Libro bianco unitamente al rammarico (già espresso nel parere elaborato nel 2015 in merito all’attuazione del Libro bianco) per il fatto che il mercato interno dei trasporti sia ancora lungi dall’essere completato, indicando che accoglierebbe con favore misure in tale direzione (10). La piena attuazione del mercato interno migliorerebbe l’efficienza delle risorse e ridurrebbe le emissioni. Tale piena attuazione deve essere conseguita grazie a regole chiare ed applicabili e dev’essere accompagnata da misure volte a contrastare tutte le forme di dumping sociale, nonché le frodi e gli abusi in relazione al distacco dei lavoratori e all’accesso alle prestazioni previdenziali.

3.3.

Il CESE sostiene altresì gli elementi nuovi e innovativi della strategia, come i sistemi di trasporto intelligenti cooperativi (C-ITS), compreso lo sviluppo di veicoli cooperativi, connessi e automatizzati e l’integrazione dei veicoli elettrici nel sistema dell’energia attraverso reti intelligenti, lo sviluppo di nuovi modelli imprenditoriali e di trasporto derivanti sia dalla crescita della sharing economy (economia collaborativa o della condivisione) attraverso le piattaforme informatiche, sia dall’espansione generale dell’economia digitale. I sistemi digitali produrranno effetti anche sul trasporto di merci e di passeggeri e consentiranno, ad esempio, di ottimizzare i flussi di traffico e di effettuare scelte efficienti sotto il profilo delle risorse, che ridurranno le emissioni (11).

3.4.

Il CESE sottolinea l’importanza fondamentale di ristabilire la fiducia riguardo ai dati sulle emissioni dei veicoli comunicati dai produttori e approva le misure intese a conseguire tale risultato. Pone l’accento sull’importanza del sostegno da parte dei soggetti interessati e dei cittadini e del dialogo con questi interlocutori, nonché sulle misure adottate per accertare la responsabilità delle precedenti comunicazioni di dati errati ed impedire il ripetersi di tali situazioni.

3.5.

Il CESE ribadisce che buona parte delle misure proposte richiede flessibilità e un adeguamento alle condizioni locali, compresa la tariffazione del trasporto su strada (12).

3.6.

Il CESE rinnova il suo sostegno agli obiettivi dell’accordo di Parigi (COP 21) e al contributo INDC dell’UE, e conferma la sua opinione secondo cui tali impegni non vanno ad aggiungersi agli obiettivi già stabiliti nel Libro bianco (13). Prende atto del sostegno delle parti a favore dell’attuazione dell’accordo di Parigi nella proclamazione di azione di Marrakech e della costituzione di un partenariato di Marrakech per l’azione globale, che coinvolge parti sia contraenti che non contraenti.

3.7.

Il CESE ribadisce la sua opinione secondo cui è necessaria una revisione dell’attuazione del Libro bianco e della strategia quadro per un’Unione dell’energia resiliente (COM(2015) 80), con l’aggiunta, laddove appropriato, di nuove misure per raggiungere gli obiettivi fissati da questi due documenti (14).

3.8.

Il CESE sottolinea la necessità di creare un ambiente propizio all’attuazione della strategia o un quadro favorevole e, a tale proposito, fa riferimento alla comunicazione della Commissione Dopo Parigi  (15) che richiama il bisogno di «superare l’attuale sistema frammentato, caratterizzato da un’assenza di coordinamento delle politiche nazionali, da barriere di mercato e da zone geografiche isolate dal punto di vista energetico». L’Unione dell’energia costituisce un quadro per creare un ambiente propizio alla transizione energetica, e la prossima strategia di ricerca, innovazione e competitività sfrutterà le sinergie che si creeranno tra i settori dell’energia, dei trasporti, dell’economia circolare e dell’innovazione industriale e digitale, per accrescere la competitività delle attuali e future tecnologie europee di efficienza energetica e a basse emissioni di carbonio. Come già indicato al punto 3.3, sono previste anche misure intese a migliorare le competenze e la promozione della ricerca e dello sviluppo.

È inoltre necessario che anche la società civile agisca, in tutte le sue componenti: cittadini, consumatori, parti sociali, PMI, start up innovative e imprese competitive sui mercati mondiali. Le città intelligenti e le comunità urbane, anche per il ruolo che svolgono nello sviluppo dei trasporti pubblici e nella pianificazione dei trasporti, sono citate come i contesti che di fatto vedranno le maggiori trasformazioni (16).

3.9.

Il riferimento alla necessità di un ambiente propizio, alle soluzioni di mobilità digitale e ai collegamenti con la politica energetica sono esemplificativi dell’approccio trasversale ai vari settori adottato dalla strategia. Tale approccio è in linea con il documento di lavoro dei servizi della Commissione sull’attuazione del Libro bianco 2011 sui trasporti e con la comunicazione della Commissione Migliorare il mercato unico, che puntano entrambi a migliorare la visibilità e la comprensione delle politiche settoriali inserendole nel contesto delle strategie europee globali (17).

3.10.

Il CESE condivide l’approccio olistico della strategia alla politica dei trasporti ma avrebbe voluto che tale approccio fosse maggiormente sviluppato, ad esempio in termini di coerenza tra la strategia e la comunicazione sul miglioramento del mercato unico, comprese le sinergie tra l’apertura del mercato e l’efficienza, le prospettive offerte dal mercato interno digitale, dalla sharing economy e dall’economia circolare, inclusi gli effetti sui modelli di trasporto e gli aspetti sociali (18).

3.11.

Il documento di lavoro della Commissione che accompagna la strategia menziona una serie di nuovi sviluppi «sociali», quali la sharing economy nell’ambito dei trasporti, i veicoli connessi e automatici, la digitalizzazione e la mobilità in quanto servizio. Tali sviluppi, compreso l’uso crescente delle piattaforme Internet, avrebbero dovuto essere citati nella strategia.

3.12.

Il CESE lamenta il fatto che nella strategia non vengano citati gli aspetti sociali — compresi i diritti dei consumatori, le relazioni industriali e lo status delle microimprese — di alcune delle iniziative in programma, come ad esempio il piano C-ITS, l’economia digitale, i nuovi modelli di trasporto e le ulteriori aperture del mercato in diversi settori del trasporto. Ritiene che sia importante affrontare questi temi fin dalla fase iniziale per evitare tensioni inutili.

3.13.

Il CESE apprezza che la strategia sollevi la questione del finanziamento, che è di importanza fondamentale per l’attuazione della strategia stessa. Attira l’attenzione sulle necessità di finanziamento delle zone con scarse risorse finanziarie e di quei progetti di dimensioni insufficienti per raggiungere le soglie previste per il cofinanziamento dell’UE. Sarebbe opportuno poter contare su opzioni per il finanziamento di piccoli progetti nel settore dei trasporti, come avviene nel settore dell’energia.

3.14.

Il CESE annette particolare importanza alla revisione del Libro bianco, già programmata dalla Commissione nel corso del 2016 (19). Non ritiene che sia troppo presto per valutarne l’attuazione (20), poiché gli sviluppi fin qui osservati — come la digitalizzazione, l’evoluzione della politica energetica e un approccio olistico all’elaborazione e all’attuazione delle politiche ricercato dall’attuale Commissione — richiedono un aggiornamento del Libro bianco.

3.15.

Il CESE sostiene le proposte in materia di azione esterna formulate nella strategia, in particolare quella di ulteriori azioni da parte dell’ICAO e dell’IMO per i settori dell’aviazione e della navigazione. Si rammarica del fatto che la strategia non preveda altre forme di azione esterna, come dialoghi strutturati e analisi comparative con i paesi vicini dell’Europa orientale e del Nord Africa.

4.   Osservazioni particolari

4.1.

Il CESE approva il piano d’azione allegato alla strategia, con le riserve espresse di seguito.

Si rammarica del fatto che, benché il piano d’azione faccia riferimento ad agevolazioni per l’attuazione della rete TEN-T, alla revisione della rete ferroviaria europea per un trasporto merci competitivo e alle norme sull’accesso al mercato dei servizi di trasporto in autobus, non vengano invece menzionate le proposte previste relative a norme migliorate riguardanti l’accesso al mercato del trasporto di merci su strada. Ciò esclude un elemento della disciplina del mercato dei trasporti che offre ancora ampio margine per migliorare il funzionamento del mercato in modo che evolva in un sistema di trasporti più efficiente dal punto di vista dell’energia e delle risorse. Il CESE richiama l’attenzione sul suo parere esplorativo sul tema Il mercato interno del trasporto internazionale di merci su strada: dumping sociale e cabotaggio (TEN/575), e sottolinea ancora una volta l’importanza di una normativa chiara ed applicabile e la necessità di contrastare tutte le forme di dumping sociale, nonché le frodi e gli abusi in relazione al distacco dei lavoratori e all’accesso alle prestazioni previdenziali.

Plaude all’intenzione di rivedere la direttiva «Eurovignette» (1999/62/CE), la direttiva sul servizio europeo di telepedaggio (SET) (2004/52/CE) e la decisione della Commissione del 2009 sugli aspetti tecnici del SET.

Ribadisce la sua opinione secondo cui tra gli elementi importanti di qualsiasi proposta futura dovrebbero figurare la flessibilità e misure per evitare effetti di costi eccessivi nelle aree remote e scarsamente popolate, comprese le isole e le regioni montuose (21).

La direttiva SET fu adottata nel 2004 e, nonostante vari tentativi in tal senso, non è ancora stata attuata. Il CESE ritiene che il concetto alla base della direttiva debba oggi essere rivisto perché possa presentare maggior interesse per gli operatori e gli utenti.

4.2.

Il CESE concorda sul fatto che la strategia europea sui sistemi di trasporto intelligenti cooperativi offra un considerevole potenziale di valore aggiunto grazie ad una maggiore efficienza, e attira l’attenzione sulle modifiche che il C-ITS comporterà per i modelli di trasporto, la struttura del mercato, il diritto contrattuale e gli aspetti sociali se, ad esempio, un maggior numero di microimprese sarà gestito da piattaforme Internet. Tali aspetti dovrebbero essere presi in debita considerazione (22).

4.3.

Il CESE condivide l’obiettivo della strategia di favorire la multimodalità e sottolinea che, per ogni specifica situazione, dovrebbero essere privilegiate le soluzioni di trasporto più efficienti sotto il profilo delle risorse. Auspica inoltre che la valutazione della direttiva sul trasporto combinato porti a un utile aggiornamento con una flessibilità sufficiente per assicurare la massima efficienza, pur senza prevedere un accesso parallelo al mercato nel settore del trasporto su strada. Insiste sull’importanza di incentivare il passaggio a modi di trasporto meno inquinanti, compresi il trasporto ferroviario e il trasporto combinato, come pure su come sia importante, in proposito, affrontare la questione degli oneri di utilizzo delle infrastrutture e dei costi esterni in modo tale da garantire eque condizioni di concorrenza tra i diversi modi di trasporto.

4.4.

Il CESE attira l’attenzione sulla migliore efficienza sotto il profilo delle risorse dei veicoli combinati di 25,25 metri (sistema modulare europeo — SME). Due veicoli combinati SME sono in grado di portare il carico di tre combinati convenzionali, il che comporta una migliore efficienza energetica e minori emissioni per unità. Previa valutazione da parte di ciascuno Stato membro, i combinati SME dovrebbero pertanto essere autorizzati ogni qual volta le condizioni risultino idonee, anche nel traffico transfrontaliero.

4.5.

Il CESE sostiene l’approccio della strategia sui combustibili alternativi, compresa la necessità di sostenere il mercato e realizzare infrastrutture in linea con le varie esigenze dei diversi modi di trasporto, ad oggi principalmente: a) elettricità, soprattutto per le auto; b) gas naturale nelle varie forme, utilizzato per lo più da camion, autobus e navi; e c) biocarburanti. Sottolinea che il settore dei combustibili alternativi è in costante evoluzione e che potrebbe cambiare sia sul lato della domanda che su quello dell’offerta.

4.6.

Il CESE, conformemente a posizioni già formulate in passato, approva l’intenzione di sviluppare biocarburanti che non siano ricavati da prodotti agricoli o da un uso del suolo che interferisca con la produzione alimentare, bensì da altre fonti quali i prodotti residui, i sottoprodotti e i rifiuti, anche forestali (23).

4.7.

Il CESE sottolinea l’importanza di coinvolgere la società civile e gli enti subnazionali nell’attuazione della strategia. In tal senso, costituirebbe quindi un tassello importante fare maggior ricorso al dialogo partecipativo con la società civile, così come raccomandato nel parere esplorativo del CESE dell’11 luglio 2012 in merito al Libro bianco sui trasporti: verso l’adesione e l’impegno della società civile  (24), che ha dato vita a due convegni (Malmö, 2015 e Milano, 2016) sul futuro dei corridoi della rete prioritaria europea di trasporto, incentrati sulle questioni relative all’attuazione, alla governance e al finanziamento.

4.8.

Ai fini di una maggiore trasparenza, il Comitato propone che la Commissione pubblichi un quadro di valutazione annuale sulla riduzione delle emissioni.

4.9.

Il CESE sottolinea anche l’importanza di costruire una coalizione per sostenere l’attuazione e risolvere i problemi, come proposto nel suo parere su questo tema (25).

4.10.

Il CESE si rammarica del fatto che la proposta sulla condivisione degli sforzi non prenda neppure in considerazione che possa essere eventualmente necessario prevedere obiettivi di riduzione delle emissioni specifici per i vari settori. La strategia conferma che il Libro bianco ha come obiettivo il settore dei trasporti e si basa su una solida valutazione di ciò che è fattibile senza provocare effetti negativi sulle funzioni del trasporto. Le fasi ulteriori descritte nel documento di lavoro dei servizi della Commissione che accompagna la strategia sono modeste e prevedono riduzioni delle emissioni nel settore dei trasporti del 18-22 % entro il 2030, rispetto al 18-19 % attualmente previsto (26).

Bruxelles, 23 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  COM(2016) 501 final

(2)  COM(2011) 144 final

(3)  GU C 24 del 28.1.2012, pag. 146 GU C 291 del 4.9.2015, pag. 14 e GU C 303 del 19.8.2016, pag. 10

(4)  COM(2016) 766 final

(5)  GU C 299 del 4.10.2012, pag. 170, GU C 389 del 21.10.2016, pag. 20

(6)  COM(2014) 15 final pag. 14, punto 4.1; COM(2015) 80 final COM(2011) 112 final, pag. 6.

(7)  COM(2014) 15 final pag. 14, punto 4.1.

(8)  SWD(2016) 226.

(9)  GU C 24 del 28.1.2012, pag. 146 GU C 291 del 4.9.2015, pag. 14 GU C 303 del 19.8.2016, pag. 10

(10)  GU C 291 del 4.9.2015, pag. 14 punti 1.5 e 1.6.

(11)  COM(2016) 766 final

(12)  GU C 24 del 28.1.2012, pag. 146

(13)  GU C 303 del 19.8.2016, pag. 10 punti 1.3, 3.1, 4.6, 5.1 e 5.2.

(14)  GU C 303 del 19.8.2016, pag. 10 punti 1.4, 5.2 e 5.3.

(15)  COM(2016) 110 final sezione 3.1, pag. 5.

(16)  COM(2016) 110 final sezione 3.1, pag. 7.

(17)  SWD(2016) 226 final, sezione 4.1, pag. 27.

(18)  COM(2016) 288 final e COM(2016) 356 final

(19)  GU C 303 del 19.8.2016, pag. 10 punti 1.4 e 5.2.

(20)  SWD(2016) 226 final, sezione 5, pag. 34, e sezione 2, pag. 4.

(21)  GU C 303 del 19.8.2016, pag. 10 punto 1.6.

(22)  COM(2015) 192 final

(23)  GU C 303 del 19.8.2016, pag. 10 punto 1.8.

(24)  GU C 299 del 4.10.2012, pag. 170 punto 1.11, e GU C 389 del 21.10.2016, pag. 20

(25)  GU C 389 del 21.10.2016, pag. 20

(26)  SWD(2016) 501 final, sezione 5, pagg. 82-83.


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/62


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Istituzione della garanzia del Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (EFSD) e del fondo di garanzia EFSD»

[COM(2016) 586 final]

(2017/C 173/11)

Relatore:

Jan SIMONS

Consultazione

24.11.2016

Base giuridica

Articolo 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Relazioni esterne

Adozione in sezione

31.1.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

205/1/0

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) accoglie con favore il lancio del piano europeo per gli investimenti esterni (PIE) e la proposta di regolamento sul Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (European Fund for Sustainable Development — EFSD) e sull’istituzione della garanzia EFSD e del fondo di garanzia EFSD, poiché li ritiene altrettanti passi nella giusta direzione per affrontare alla radice le cause della migrazione irregolare. L’eliminazione della povertà è anch’esso un obiettivo su cui l’EFSD dovrebbe concentrarsi.

1.2.

Il Comitato chiede di riservare particolare attenzione alla soluzione delle situazioni di quei paesi che sono la fonte principale dei flussi migratori, e dove le condizioni economiche, sociali e di sicurezza hanno determinato una vera e propria devastazione dell’economia e innescato una spirale di povertà e, al tempo stesso, hanno impedito qualsiasi sforzo diretto a uno sviluppo sostenibile.

1.3.

Il Comitato fa riferimento ai propri precedenti pareri in cui ha sottolineato la necessità di coinvolgere il settore privato nello sviluppo, a condizione che quest’ultimo sia in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e che il settore privato rispetti i diritti economici, ambientali e sociali di base, le convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e l’agenda dell’OIL per il lavoro dignitoso. Questo dovrebbe valere anche per i progetti di investimento finanziati dall’EFSD.

1.4.

Il Comitato ritiene che la proposta sull’EFSD sia in linea con la propria raccomandazione di avvalersi degli aiuti allo sviluppo come fattore moltiplicatore per associare capitale privato agli investimenti nei paesi in via di sviluppo e per collegare tali investimenti a obiettivi chiaramente definiti, come la creazione di un numero maggiore di posti di lavoro di migliore qualità, un miglioramento qualitativo della produzione e il trasferimento di competenze gestionali al settore privato.

1.5.

Il Comitato invita la Commissione a studiare e analizzare l’esperienza maturata con l’attuazione del piano di investimenti per l’Europa e del Fondo europeo per gli investimenti strategici allo scopo di evitare eventuali lacune e ostacoli, tenuto conto che le situazioni nei paesi partner cui l’EFSD si rivolge sono di gran lunga più complesse rispetto a quelle degli Stati membri dell’UE.

1.6.

Il Comitato accoglie con favore il coordinamento della cooperazione e della governance che sarà assicurato dal comitato strategico dell’EFSD, in cui tutte le istituzioni e gli organi pertinenti dovrebbero essere rappresentati. Alla luce del ruolo insostituibile che svolge la società civile nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, il CESE chiede che gli sia dato lo status di osservatore in seno a tale comitato strategico, e raccomanda di coinvolgere le organizzazioni rappresentative della società civile dei paesi partner nel processo decisionale, in particolare nella preparazione di progetti concreti.

1.7.

Il Comitato raccomanda che lo «sportello unico» che dovrebbe essere creato per gli investitori non limiti il proprio campo d’azione alle sole questioni relative agli investimenti, ma fornisca anche orientamenti e tutte le informazioni e i contatti necessari per coloro che intendano impegnarsi in attività di sviluppo.

1.8.

Il Comitato propone che il regolamento preveda l’impegno a prorogare la validità dell’EFSD e della relativa garanzia oltre il limite temporale del 2020, dopo che saranno stati valutati i risultati conseguiti con la sua attuazione, e invita la Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo a tenere conto di questa sua proposta durante la preparazione del nuovo quadro finanziario pluriennale.

2.   Sintesi della proposta della Commissione

2.1.

Il 28 giugno 2016 il Consiglio europeo ha chiesto alla Commissione di presentare una proposta per un ambizioso piano per gli investimenti esterni (PIE) quale parte integrante del nuovo quadro di partenariato dell’UE con i paesi terzi nel contesto dell’agenda europea sulla migrazione (1). Il nuovo piano è basto su tre pilastri: un nuovo fondo di investimento (1o pilastro); un’assistenza tecnica tesa ad aiutare le autorità e le imprese locali a sviluppare un numero maggiore di progetti sostenibili e ad attirare gli investitori (2o pilastro); un ventaglio di appositi programmi tematici di cooperazione allo sviluppo dell’UE — a livello nazionale e regionale — associati a un dialogo politico strutturato volto a migliorare il clima per gli investimenti e il contesto politico generale nei paesi interessati (3o pilastro).

2.2.

Il 1o pilastro verrà in parte attuato tramite l’istituzione del Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (EFSD), il cui obiettivo principale consisterà nel fornire un pacchetto finanziario integrato per finanziare investimenti inizialmente destinati a regioni dell’Africa e di paesi del vicinato. L’EFSD sarà costituito da piattaforme di investimento regionali che assoceranno alla garanzia EFSD i fondi riconducibili agli strumenti esistenti per il finanziamento combinato (blending facilities). Il Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile fungerà da «sportello unico» per ricevere proposte di finanziamento da istituti finanziari e da investitori pubblici o privati, nonché per fornire un’ampia gamma di sostegno finanziario per investimenti ammissibili.

2.3.

L’obiettivo principale dell’EFSD consiste nel fornire un pacchetto finanziario integrato per finanziare investimenti destinati sia ai paesi firmatari dell’accordo di partenariato tra i membri del gruppo di paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico), da un lato, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall’altro (2), sia ai paesi del vicinato, creando così opportunità in termini di crescita e occupazione, aumentando al massimo l’addizionalità, realizzando prodotti innovativi e attirando fondi del settore privato. Si prevede che entro il 2020 l’EFSD mobiliterà investimenti fino a 44 miliardi di euro impiegando fondi provenienti dal bilancio generale dell’Unione europea, e da altre fonti per un ammontare fino a 3,35 miliardi di euro.

2.4.

L’Unione metterà a disposizione per la garanzia dell’EFSD, fino al 2020, un ammontare totale di 750 milioni di EUR provenienti sia dal bilancio generale dell’Unione che dall’11o Fondo europeo di sviluppo (FES). La Commissione intende proporre di mobilitare il margine per imprevisti per un importo pari a 250 milioni di EUR. Tramite riassegnazioni o riorientamenti dei fondi programmati verrebbero resi disponibili altri contributi provenienti dal bilancio dell’Unione. Ulteriori finanziamenti potrebbero comprendere anche contributi forniti da altri finanziatori, come gli Stati membri.

2.5.

L’EFSD sarà gestito dalla Commissione e verrà attuato attraverso piattaforme di investimento regionali che consentiranno di associare i finanziamenti provenienti dagli strumenti di finanziamento combinato esistenti per l’Africa e i paesi del vicinato con la concessione della garanzia dell’EFSD. La Commissione sarà assistita da un comitato strategico e da due comitati operativi, uno per ciascuna piattaforma di investimento regionale. La Commissione gestirà la segreteria dell’EFSD che assicurerà lo svolgimento di tutti i compiti e funzioni necessari per conseguire gli obiettivi del piano per gli investimenti esterni.

3.   Osservazioni generali

3.1.

Il CESE rappresenta la società civile organizzata europea in vari comitati bilaterali — ad esempio, nelle relazioni ACP-UE, nel partenariato Euromed, nel partenariato orientale, nel dialogo con l’America Latina e in altri ambiti — e presenta il proprio punto di vista sul ruolo della società civile nel sostegno allo sviluppo (3). La società civile può svolgere un ruolo molto importante nel valutare l’utilità e la sostenibilità dei progetti di investimento, nel controllare la trasparenza del loro finanziamento e nel monitorarne l’attuazione.

3.2.

Il Comitato ritiene che il problema posto dal gran numero di profughi e di migranti irregolari diretti verso l’UE costituisca una delle grandi sfide che l’Unione ha dovuto affrontare negli ultimi anni. I due fenomeni hanno cause differenti e richiedono soluzioni distinte. Per la comunità internazionale la priorità assoluta deve consistere nel mettere in atto tutti gli sforzi possibili per porre fine ai conflitti militari e pervenire a un accordo di pace che crei le condizioni necessarie per uno sviluppo reale e la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS). In aggiunta al ruolo importante che spetta alla società civile nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti, oltre che nel lavoro di mediazione in tale ambito, l’UE, in quanto principale donatore di aiuti allo sviluppo, dovrebbe avere un ruolo di capofila nel dispiegare questi sforzi.

3.3.

La migrazione irregolare è spesso il risultato di deboli prospettive e di una crescita fiacca sul piano economico nei paesi di origine, associata a insufficienti condizioni sociali e a seri problemi di sicurezza — tutti fattori, questi, che portano a un aggravamento della povertà e costringono migliaia di persone a prendere la strada dell’esilio. Il Comitato accoglie con favore gli sforzi della Commissione e del Consiglio volti a trovare l’approccio migliore per risolvere la questione della migrazione irregolare affrontandone le cause alla radice.

3.4.

L’aiuto pubblico allo sviluppo rimane insostituibile nella lotta contro la povertà, in particolare nei paesi meno sviluppati, negli Stati fragili e per le popolazioni vulnerabili, ma non può sovvenire a tutte le esigenze di sviluppo.

3.5.

Il Comitato, nei propri pareri sul ruolo del settore privato (4) e sul finanziamento dello sviluppo (5), è giunto alla conclusione che è necessario mobilitare tutte le risorse disponibili e assegnare un ruolo di maggiore rilievo al settore privato, a livello sia europeo che locale, a condizione che questo sviluppo sia in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e che il settore privato rispetti i diritti umani, compresi i diritti economici e sociali, in particolare le convenzioni fondamentali dell’OIL. I nuovi posti di lavoro creati dovrebbero essere conformi ai criteri dell’agenda dell’OIL per il lavoro dignitoso, e questa conformità dovrebbe valere anche per i progetti d’investimento realizzati con le risorse del Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile.

3.6.

I nuovi strumenti, come la garanzia EFSD e il relativo fondo di garanzia, dovrebbero essere utilizzati come fattore moltiplicatore sia per attrarre capitale privato negli investimenti nei paesi in via di sviluppo che per collegare tali investimenti a obiettivi chiaramente definiti, come la creazione di un numero maggiore di posti di lavoro di migliore qualità, un miglioramento qualitativo della produzione e il trasferimento di competenze gestionali al settore privato. Inoltre, la combinazione tra investimenti pubblici e investimenti privati deve essere trasparente e rispettare il necessario equilibrio, per evitare situazioni in cui gli investitori privati colgono tutti i benefici e il settore pubblico ripiana le perdite. I risultati dei progetti devono essere chiaramente misurati e considerati in rapporto a parametri di riferimento valutando anche, tra gli altri risultati positivi ottenuti, se siano state eliminate le cause della migrazione irregolare.

3.7.

Poiché l’EFSD si ispira al piano di investimenti per l’Europa e al Fondo europeo per gli investimenti strategici, il Comitato chiede alla Commissione di fare tesoro degli insegnamenti tratti con il funzionamento di questi due strumenti, dal momento che non può essere descritto come un completo successo. L’esperienza maturata dovrebbe essere studiata e analizzata attentamente, per evitare eventuali lacune e ostacoli nella gestione dell’EFSD, tenuto conto che le situazioni nei paesi partner sono di gran lunga più complesse rispetto a quelle degli Stati membri dell’UE.

3.8.

L’EFSD proposto trasformerà l’attuale strumento combinato di investimenti per l’Africa (6) e il fondo di investimento per la politica di vicinato (7) in due piattaforme di investimento raggruppate all’interno di un unico quadro. Il Comitato ritiene necessario coinvolgere le organizzazioni rappresentative della società civile a livello locale nel processo decisionale, in particolare nella preparazione di progetti concreti, per consentire a tali organizzazioni di svolgere il ruolo di loro competenza nel monitorare la trasparenza dei finanziamenti e l’efficacia dei progetti di investimento.

3.9.

L’UE ha un numero eccessivo di strumenti finanziari collegati a programmi di sviluppo (l’11o Fondo europeo di sviluppo con le sue diverse dotazioni finanziarie, strutture e piattaforme; il quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020 (bilancio dell’UE) con i suoi diversi programmi territoriali, regionali e settoriali; la BEI con i suoi meccanismi e programmi; la BERS ecc.), il che rende molto difficile per il pubblico in generale e per i partner interessati comprendere questi strumenti e capire come utilizzarli. Lo scopo è fare in modo che l’EFSD diventi, per coloro che sono interessati a investire nei paesi in via di sviluppo, lo sportello unico a cui rivolgersi. Il Comitato raccomanda che tale sportello non limiti il proprio campo d’azione unicamente agli investimenti, ma fornisca anche orientamenti corredati da tutte le informazioni e i contatti necessari per coloro che intendano impegnarsi in attività di sviluppo.

3.10.

Solo il 6 % degli aiuti allo sviluppo dell’UE è andato a Stati fragili e la maggior parte di tale sostegno era rivolto a 10 paesi che dispongono di abbondanti risorse naturali. Il Comitato auspica che l’EFSD dia risultati positivi anche nel caso di Stati fragili, in particolare per quelli esposti a conflitti militari, con un’economia devastata e un sistema di governance in dissesto, in cui la garanzia proposta può aiutare gli investitori privati ad affrontare rischi maggiori per i loro progetti. Il Comitato è altresì contrario ai tentativi di fissare una percentuale massima di finanziamento da parte della garanzia, che ne limiterebbe l’applicazione agli investimenti in paesi fragili.

3.11.

Il Comitato ritiene che il cambiamento più importante, sul piano qualitativo, da apportare all’attuale situazione possa consistere nel mettere a punto il coordinamento e nello snellire i meccanismi di cooperazione e governance attraverso il comitato strategico dell’EFSD, in cui tutte le istituzioni e gli organi pertinenti dovrebbero essere rappresentati. Dato il ruolo che ricopre nel settore della cooperazione allo sviluppo, il CESE invita la Commissione a conferire lo status di osservatori ai suoi rappresentanti, in modo da dar voce al punto di vista della società civile.

3.12.

Il Comitato ritiene che il rilevantissimo valore aggiunto inerente al nuovo piano per gli investimenti esterni debba essere apportato attraverso il secondo pilastro, relativo all’assistenza tecnica, e il terzo pilastro, che riguarderebbe le questioni del rafforzamento della democrazia e del miglioramento della governance nei paesi partner — in particolare in materia di trasparenza, monitoraggio e assunzione di responsabilità — e alla creazione di un contesto imprenditoriale favorevole agli investimenti che generi crescita e occupazione e porti all’eliminazione della povertà.

3.13.

È inoltre necessario migliorare la comunicazione sul piano di investimenti e i relativi progetti specifici, per consentire alla società civile di monitorarne l’attuazione.

4.   Osservazioni particolari

4.1.

La proposta di regolamento sulla garanzia EFSD stabilisce (8) che essa possa essere concessa per un periodo iniziale di investimento che prende fine il 31 dicembre 2020, un periodo che secondo il CESE è troppo breve per realizzare gli obiettivi del PIE. Il Comitato si augura che sia possibile prorogare il PIE ed estenderne l’ambito di applicazione in modo da includervi — a seconda della riuscita del piano — anche altri paesi e regioni; questa proposta del CESE andrebbe presa in considerazione al momento della preparazione del nuovo quadro finanziario pluriennale.

4.2.

Si propone che gli Stati membri abbiano la facoltà di fornire contributi sotto forma di una garanzia destinata specificamente a una regione, a un settore o a una finestra di investimento (9). Il Comitato raccomanda di precisare che i contributi degli Stati membri dovrebbero essere in linea con le priorità di sviluppo dell’UE.

4.3.

Il CESE accoglie con favore l’impegno della Commissione a presentare annualmente al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione sulle operazioni di finanziamento e investimento che rientrano nel campo della garanzia EFSD, e si compiace di rilevare che la relazione sarà resa pubblica per consentire a tutti i soggetti interessati pertinenti, compresa la società civile, di formulare le proprie osservazioni. Il CESE auspica vivamente di poter prendere parte alla valutazione tesa a stabilire se l’EFSD contribuisca al conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, e in particolare se soddisfi la sua stessa ragion d’essere, ossia l’eliminazione delle cause della migrazione irregolare.

4.4.

In tutti i pareri sulla cooperazione allo sviluppo, il Comitato ha insistito sul fatto che gli aiuti devono essere forniti in modo assolutamente trasparente per prevenire la frode, la corruzione, il riciclaggio di denaro e l’evasione fiscale. Si compiace pertanto che tali principi siano espressamente menzionati nella proposta in esame (10).

4.5.

Il Comitato propone di inserire l’eliminazione della povertà tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile (indicati all’articolo 3, paragrafo 2) su cui il Fondo concentrerà la propria azione, e di farvi riferimento anche tra gli obiettivi generali di cui all’articolo 8, paragrafo 1, lettera a).

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  Parere del CESE sul tema Nuovo partenariato con i paesi terzi in materia di migrazione (cfr. pagina 66 della presente Gazzetta ufficiale).

(2)  Firmato a Cotonou il 23 giugno 2000 («accordo di Cotonou»).

(3)  GU C 264 del 20.7.2016, pag.1; GU C 303 del 19.8.2016, pag. 138; GU C 44 dell'11.2.2011, pag. 129; GU C 229 del 31.7.2012, pag. 133; GU C 487 del 28.12.2016, pag. 24

(4)  GU C 67 del 6.3.2014, pag. 1

(5)  GU C 383 del 17.11.2015, pag. 49

(6)  C(2015) 5210 final.

(7)  C(2016) 3436 final.

(8)  Cfr. il considerando 9 del COM(2016) 586 final.

(9)  Cfr. il considerando 14 e l’articolo 14, paragrafo 4, del COM(2016) 586 final.

(10)  Articoli 17, 18, 19 e 20.


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/66


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Creazione di un nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione»

[COM(2016) 385 final]

(2017/C 173/12)

Relatore:

Cristian PÎRVULESCU

Consultazione

Commissione europea, 17.8.2016

Base giuridica

Articolo 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

 

 

Sezione competente

Relazioni esterne

Adozione in sezione

31.1.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

225/4/2

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

L’agenda europea sulla migrazione dovrebbe essere concepita in modo da prendere pienamente in considerazione la dimensione umanitaria della sua portata e l’UE non dovrebbe dimenticare i propri impegni fondamentali e le proprie norme giuridicamente vincolanti per la protezione delle vite e dei diritti umani, in special modo delle persone in situazione di pericolo.

1.2.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) sostiene la visione emersa dal vertice tenutosi a La Valletta nel novembre 2015, il cui scopo precipuo era quello di fornire una risposta a lungo termine alla migrazione, affrontandone le cause profonde e istituendo un dialogo con i paesi terzi basato sulla cooperazione e la responsabilità condivisa. Il CESE auspica che il dialogo Europa-Africa su migrazione e sviluppo («processo di Rabat») e il processo di Khartoum contribuiscano alla celere attuazione del piano d’azione di La Valletta.

1.3.

Il CESE sostiene gli accordi specifici e modulati con ciascun paese che rispettino appieno i diritti umani. La flessibilità offre la giusta prospettiva e il giusto connubio di azioni e incentivi.

1.4.

Pur essendo chiara la necessità di un coordinamento e di uno snellimento delle politiche, sembra che l’agenda sulla migrazione si stia trasformando in una politica onnicomprensiva che, nel perseguimento delle proprie azioni e dei propri obiettivi, si sostituisce ad altre politiche (ad esempio politica di vicinato, assistenza allo sviluppo e commercio). Pur riconoscendo l’importanza della politica migratoria, il CESE ritiene che le altre politiche siano ugualmente importanti e degne di essere perseguite, e raccomanda di non utilizzare la partecipazione alla politica migratoria come condizione per un’eventuale cooperazione in altri ambiti politici. Lo scopo primario del coordinamento è quello di promuovere sinergie, complementarietà ed esaustività tra i vari ambiti.

1.5.

È opportuno operare una distinzione tra l’assenza di cooperazione con i paesi terzi dovuta alla mancanza di volontà politica e quella da attribuire alla mancanza di capacità e risorse. Entrambe le situazioni richiedono un intervento, sebbene con strumenti diversi. Per garantire sostenibilità e resilienza, è opportuno concentrarsi anzitutto sullo sviluppo delle capacità. L’assistenza non dovrebbe in nessun caso essere condizionata alle pratiche di riammissione e ai controlli alle frontiere.

1.6.

L’economia svolge un ruolo centrale nell’affrontare le cause profonde della migrazione, senza che ciò debba significare ignorare le dimensioni politica, istituzionale e amministrativa della stabilità e della prosperità. La strategia necessita di un nuovo adeguamento in modo da includere un sostegno maggiormente mirato e impegnato in tre ambiti: la risoluzione dei conflitti e il consolidamento dello Stato, la promozione della democrazia e dei diritti umani e lo sviluppo della società civile.

1.7.

Al fine di trattare le cause profonde della migrazione a lungo termine, un paese necessita di un governo legittimo e valido, di istituzioni rappresentative forti e di partiti, mezzi di comunicazione di massa e organizzazioni della società civile efficaci. L’UE dovrebbe pensare ad accordare la giusta attenzione e un sostegno adeguato all’assistenza alla democrazia, e non trattare le questioni ad essa correlate solo come «contesto generale in cui operano le imprese», dal momento che l’assistenza alla democrazia trova menzione nel terzo pilastro del piano di investimenti esterni.

1.8.

Lo sviluppo di canali di migrazione legali e di capacità istituzionali per sostenere questa migrazione dovrebbe costituire una priorità per l’UE, gli Stati membri e i paesi terzi nel quadro di partenariato con i paesi terzi.

1.9.

Le organizzazioni della società civile svolgono un ruolo significativo nel rendere più sicuri e umani il reinsediamento, il viaggio e l’accoglienza di migranti e rifugiati. La proposta dovrebbe riconsiderare il ruolo delle attività che esse svolgono, nonché il sostegno apportato a queste attività — dalle organizzazioni locali nei paesi di origine e di transito a quelle che partecipano alle operazioni di soccorso e gestiscono l’accoglienza e l’integrazione. Inoltre, le organizzazioni della società civile dovrebbero essere coinvolte nel monitoraggio e nella valutazione delle azioni di tutte le autorità competenti che partecipano alla gestione del fenomeno migratorio.

1.10.

Il CESE incoraggia le pubbliche autorità — nazionali, regionali e locali — a partecipare alla messa in opera della politica in materia di migrazione e asilo, nel rispetto degli obblighi giuridici di diritto internazionale e con l’obiettivo di tutelare i diritti umani e agevolare l’integrazione.

1.11.

Nello svolgimento di tali azioni e procedure, l’UE e gli Stati membri, direttamente o indirettamente, devono rispettare i diritti umani e osservare il principio di non respingimento sancito dalla convenzione di Ginevra.

1.12.

L’UE deve sincerarsi che i paesi di origine e di transito siano realmente «sicuri» al momento di accordare loro tale status, in modo da non violare il principio di non respingimento (1).

1.13.

La Commissione ha elaborato la propria visione strategica sulle modalità con cui l’azione esterna dell’UE può promuovere la resilienza e l’autonomia di chi subisce sfollamenti forzati, verso destinazioni che si trovano il più vicino possibile al proprio paese di origine. Per quanto questa visione comporti determinati vantaggi, è opportuno osservare che l’UE, in quanto attore internazionale responsabile e dotato di risorse, ha anche l’obbligo morale e giuridico di aiutare coloro che richiedono protezione internazionale in conformità dei trattati internazionali.

1.14.

Il CESE sostiene i crescenti tassi di rimpatrio e di riammissione, privilegiando il rimpatrio volontario e puntando al reinserimento. Il rimpatrio volontario orientato verso il reinserimento dovrebbe essere una delle principali scelte strategiche dell’UE e degli Stati membri nella gestione del processo migratorio.

1.15.

In tutti i patti e gli accordi, l’UE dovrebbe garantire l’utilizzo di incentivi per lo più positivi, la corretta definizione e organizzazione dell’assistenza, l’attenzione alle capacità istituzionali e amministrative del governo, la promozione della democrazia e dei diritti umani e la partecipazione delle organizzazioni della società civile a tutti i processi, in special modo quelli locali e nazionali.

1.16.

Il CESE esorta le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e i governi dei paesi terzi a coinvolgere e sostenere quanto più possibile i gruppi della diaspora. Essi potrebbero rivelarsi una valida risorsa per lo sviluppo a lungo termine dei paesi di origine e di transito e potrebbero anche apportare un contributo prezioso alla società e all’economia europee. La promozione della diversità e l’apertura verso il mondo hanno rappresentato un pilastro della società europea e la politica migratoria dev’essere in linea con questi due principi.

1.17.

Il CESE incoraggia gli Stati membri a partecipare pienamente agli sforzi per il coordinamento della politica dell’UE in materia di migrazione. La solidarietà e la cooperazione tra gli Stati membri sono due condizioni essenziali per un’efficace attuazione del quadro di partenariato con i paesi terzi.

1.18.

Il CESE incoraggia la Commissione europea a costituire la prevista piattaforma di dialogo destinata a raccogliere i contributi di imprese, sindacati ed altre parti sociali al fine di accrescere al massimo i benefici della migrazione per l’economia europea e i migranti stessi (2). Il CESE è pronto a collaborare alla sua istituzione e al suo corretto funzionamento.

2.   Contesto (sulla base della comunicazione della Commissione)

2.1.

Dall’adozione dell’agenda europea sulla migrazione si è fatto molto, anche al di là dei confini dell’UE. Centinaia di migliaia di persone sono state soccorse in mare (3). Il vertice tenutosi a La Valletta nel novembre 2015 ha posto le questioni migratorie al centro delle relazioni dell’UE con i paesi africani.

2.2.

Resta tuttavia molto da fare. L’UE si trova ancora di fronte a una crisi umanitaria. I paesi terzi e i partner dell’UE accolgono i profughi, molti dei quali sono minori non accompagnati costretti a lasciare le proprie case e migranti economici desiderosi di venire in Europa.

2.3.

Il fine ultimo del quadro di partenariato è un impegno coerente e modulato sulla cui base l’UE e gli Stati membri agiscono in modo coordinato mettendo insieme meccanismi, strumenti e leve per instaurare partenariati (patti) globali con i paesi terzi volti a gestire meglio la migrazione nel pieno rispetto dei nostri obblighi in termini di assistenza umanitaria e di diritti umani.

2.4.

Bisogna intervenire immediatamente con i partner strategici, fissando obiettivi specifici e misurabili nei seguenti settori: collaborazione con i partner strategici per migliorare il quadro legislativo e istituzionale sulla migrazione; offerta di assistenza concreta per sviluppare le capacità di gestione delle frontiere e della migrazione, compresa la fornitura di protezione ai rifugiati; aumento dei tassi di rimpatrio e di riammissione privilegiando il rimpatrio volontario e puntando al reinserimento; contenimento dei flussi irregolari e offerta, al tempo stesso, di canali di migrazione legali, anche intensificando gli sforzi di reinsediamento.

3.   Osservazioni generali

3.1.

Il CESE ritiene che una migrazione ben gestita costituisca un’opportunità per l’UE, per i paesi di origine e per i migranti e le loro famiglie. La migrazione è una caratteristica propria della società umana. Nella storia recente dei popoli europei, la migrazione riveste un ruolo molto importante.

3.2.

I problemi nascono quando le persone non lasciano il proprio paese volontariamente, quando in tanti sono costretti ad abbandonare il luogo di residenza a causa dell’estrema povertà, della guerra o di disastri naturali. Questi soggetti sono molto vulnerabili. Se i paesi europei non avviano processi di gestione e non introducono normative per agevolare l’orientamento dei migranti verso canali legali e trasparenti, sono in molti a scegliere le rotte irregolari, spesso mettendo a grave repentaglio le loro vite, e a cadere nelle maglie delle reti di criminali coinvolti nel contrabbando e nella tratta di esseri umani.

3.3.

Il CESE avverte che le politiche e le normative da mettere a punto per organizzare i flussi migratori e i controlli alle frontiere dovrebbero rispettare appieno la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti umani e la Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

3.4.

La proposta della Commissione prevede il coordinamento e l’armonizzazione, tanto necessari, delle procedure e degli strumenti adoperati nella gestione del sempre più complesso fenomeno migratorio. Viste la natura e la dinamica delle recenti tendenze migratorie, è opportuno rivedere e stilare una più chiara agenda delle priorità.

3.5.

Il CESE ritiene pienamente motivato adottare un approccio che punti a soccorrere le persone a rischio durante le traversate in mare. Ciò dovrebbe costituire una priorità assoluta per l’UE e per gli Stati membri. Nonostante che il mare continui ad inghiottire vite umane, il Comitato elogia il ruolo dei cittadini, delle organizzazioni della società civile e del personale militare e civile che partecipano alle operazioni di soccorso.

3.5.1.

Oltre agli obiettivi a breve termine enunciati nei patti, vale a dire salvare vite umane nel Mediterraneo, aumentare i tassi di rimpatrio verso i paesi di origine e di transito, consentire ai migranti e ai rifugiati di rimanere vicini a casa ed evitare viaggi pericolosi, il CESE incoraggia altresì la Commissione a considerare anche la protezione dei migranti lungo la cosiddetta rotta dei Balcani, la cui vita e sicurezza potrebbero essere in pericolo, e la creazione di rotte legali per la migrazione.

3.6.

Il CESE ribadisce che l’UE e gli Stati membri sono i principali donatori mondiali nell’ambito umanitario e dello sviluppo e che l’UE fornisce un sostegno importante ai rifugiati, agli sfollati interni e alle comunità che li accolgono, per esempio nel Corno d’Africa e nella regione del lago Ciad (Kenya, Somalia, Uganda, Etiopia e Sudan).

3.6.1.

L’agenda sulla migrazione dovrebbe essere concepita in modo da tenere pienamente conto della portata della dimensione umanitaria. L’UE incontra difficoltà a gestire gli attuali flussi di migranti e di rifugiati. Non dovrebbe tuttavia dimenticare i propri impegni fondamentali e le norme giuridicamente vincolanti per la protezione delle vite e dei diritti umani, specialmente di coloro in situazione di pericolo.

3.7.

L’agenda sulla migrazione può avere successo solo nella misura in cui i paesi terzi abbiano la volontà e la capacità di lavorare a stretto contatto con l’UE e con gli Stati membri. Ciascun paese ha il proprio profilo per quanto riguarda la migrazione. Ci sono paesi di origine in cui sussistono conflitti, tensioni e privazioni gravi, ma anche paesi di transito che sono sì più stabili, ma anche più vulnerabili. Alcuni di questi paesi, in particolare il Libano, la Turchia e la Giordania, si trovano a dover affrontare un numero sproporzionato di rifugiati e di migranti che cercano sicurezza e assistenza nei loro territori. La loro volontà e capacità di attuare misure derivanti da detto partenariato in materia di migrazione dipendono da vari e complessi fattori storici, politici, economici, culturali e legati alla sicurezza. È pertanto necessario trovare la giusta prospettiva e il giusto connubio di azioni e incentivi relativamente a ciascuno di essi. Allo stesso tempo, i patti dovrebbero concentrarsi su un tema comune, che incoraggi lo sviluppo istituzionale, democratico, sociale ed economico dei paesi terzi.

3.8.

L’agenda sulla migrazione richiede un ulteriore rafforzamento e un maggiore coordinamento con altri ambiti politici pertinenti. La proposta della Commissione interessa tre politiche: vicinato, assistenza allo sviluppo e commercio. Circa la metà dei fondi disponibili nel quadro della politica europea di vicinato sarà destinata a questioni migratorie. Per quanto concerne la politica di sviluppo, la proposta prevede l’introduzione di incentivi positivi e negativi per ricompensare i paesi che rispettano l’obbligo internazionale di riammettere i propri cittadini, quelli che collaborano alla gestione dei flussi di migranti irregolari dai paesi terzi e quelli che prendono provvedimenti per accogliere adeguatamente chi fugge da conflitti e persecuzioni. Si prevedono altresì conseguenze per i paesi che non collaborino alle politiche di riammissione e rimpatrio. Per quanto riguarda la politica commerciale, ambito in cui l’UE può concedere ai suoi partner un trattamento preferenziale, la Commissione propone di rendere la cooperazione in materia di migrazione un fattore da considerare nella valutazione delle preferenze commerciali nell’ambito dell’SPG+.

3.9.

Oltre alle politiche indicate in precedenza, in linea di principio tutti gli ambiti politici, compresi l’istruzione, la ricerca, i cambiamenti climatici, l’energia, l’ambiente e l’agricoltura, dovrebbero far parte di un unico pacchetto, essere concepiti in modo da essere sensibili alle questioni migratorie ed avere il massimo peso possibile nelle discussioni.

3.10.

Pur essendo chiara la necessità di un coordinamento e di uno snellimento delle politiche, la strategia solleva alcuni timori. Sembra che l’agenda sulla migrazione si stia trasformando in una politica onnicomprensiva che, nel perseguimento delle proprie azioni e dei propri obiettivi, si sostituisce ad altre politiche. Ciò potrebbe ripercuotersi su altre politiche, ciascuna delle quali presenta scopi e ambiti d’azione legittimi. La politica di vicinato dovrebbe portare stabilità e prosperità ai confini dell’UE e un’attenzione sproporzionata alla migrazione potrebbe far passare in seconda linea altri ambiti d’interesse. Anche la politica di sviluppo persegue obiettivi ampi, tra cui prestare soccorso alle comunità vulnerabili e costruire prospettive economiche e sociali migliori per decine di milioni di persone. La politica commerciale comprende anch’essa una dimensione di sviluppo significativa, offrendo maggiori opportunità ai cittadini sia dell’UE sia dei paesi terzi.

3.11.

Pur riconoscendo l’importanza dell’agenda sulla migrazione, il CESE ritiene altresì che ciascuna politica sia ugualmente importante e degna di essere perseguita. Lo scopo del coordinamento è principalmente quello di promuovere la sinergia, la complementarietà e l’esaustività dei vari ambiti politici.

3.12.

Al riguardo, il quadro specifico di coordinamento delle politiche suggerisce la possibilità di adottare un approccio condizionale e coercitivo: i paesi terzi dovrebbero cioè collaborare con l’UE e con gli Stati membri alla riammissione e al rimpatrio dei propri cittadini, gestendo i flussi migratori interni e transfrontalieri e accogliendo le popolazioni che fuggono dai conflitti e dalle persecuzioni. In caso contrario, l’accesso ai finanziamenti e all’assistenza dell’UE, nonché al mercato dell’Unione potrebbe risultarne compromesso. Questa opzione potrebbe rivelarsi problematica e, in ultima istanza, inefficace. La cooperazione dei paesi terzi all’agenda sulla migrazione è condizionata da timori e capacità interne. È opportuno operare una distinzione tra l’assenza di cooperazione dovuta alla mancanza di volontà politica e quella da attribuire alla mancanza di capacità e risorse. Entrambe le situazioni richiedono un intervento, sebbene con strumenti diversi. Per garantire sostenibilità e resilienza, è opportuno concentrarsi anzitutto sullo sviluppo delle capacità. È anche molto importante operare una distinzione tra l’assistenza allo sviluppo e la cooperazione nel campo della migrazione. Quest’ultima non dovrebbe in nessun caso condizionare la prima.

3.13.

Nell’affrontare le «cause profonde» della migrazione, la proposta della Commissione fa riferimento quasi esclusivamente all’economia. Evidenzia inoltre il ruolo degli investitori privati in cerca di nuove opportunità di investimento sui mercati emergenti. Come riportato nella proposta, «invece di lasciare che i migranti irregolari rischino la vita nel tentativo di raggiungere i mercati del lavoro europei, si dovrebbero mobilitare le risorse pubbliche e private europee per investire nei paesi terzi di origine dei migranti».

3.14.

La Commissione prevede altresì un ambizioso piano di investimenti esterni composto da tre pilastri: «Il primo pilastro consentirebbe di utilizzare in modo innovativo le scarse risorse pubbliche per mobilitare investimenti privati, offrendo garanzie supplementari e finanziamenti agevolati. Il secondo pilastro si concentrerebbe sull’assistenza tecnica, aiutando le autorità e le imprese locali a sviluppare un maggior numero di progetti finanziabili e a farli conoscere alla comunità degli investitori internazionali. Il terzo pilastro verterebbe sul contesto generale in cui operano le imprese promuovendo la buona governance, la lotta alla corruzione e l’eliminazione degli ostacoli agli investimenti e delle distorsioni del mercato».

3.15.

Nell’affrontare le cause profonde della migrazione, l’economia detiene una posizione centrale. Essa dovrebbe essere strettamente legata alle dimensioni politica, istituzionale, amministrativa e sociale della stabilità e della prosperità. Gli insegnamenti tratti da decenni di iniziative di assistenza e di sviluppo mostrano che le istituzioni sono fondamentali e che, in assenza di un quadro e di un’infrastruttura adeguati, la dinamica prevista non potrà essere avviata. Gli investitori privati non investirebbero in paesi di origine e di transito instabili. I finanziamenti destinati a promuovere gli investimenti, lo sviluppo ed altri ambiti di intervento dovrebbero rimanere separati, ma avere obiettivi complementari.

3.16.

Molti paesi terzi, segnatamente quelli che sono diventati paesi di origine dei flussi di rifugiati e di migranti, presentano problemi sostanziali in termini di stabilità e di efficacia di governo. Le loro infrastrutture ed economie sono deboli e i loro sistemi amministrativi sottosviluppati. È pertanto opportuno prendere in considerazione la possibilità di un rinnovato impegno a favore della risoluzione dei conflitti e del consolidamento dello Stato. Ciò vale non solo per la Siria e la Libia, ma anche per molti altri paesi. Riconoscere questo fatto potrebbe aiutare a stabilire un ordine di priorità nelle misure e nelle azioni e a centrare le reali cause che spingono le persone, in ultima analisi, a fuggire da detti territori o a transitarvi. Interventi di portata ristretta, quali per esempio la formazione delle guardie di frontiera e il trasferimento di tecnologia a loro beneficio, lo smantellamento delle reti di trafficanti o l’offerta di incentivi per il rimpatrio, avranno un impatto positivo ma limitato. Il fenomeno migratorio è correlato a carenze e fallimenti degli Stati di tipo e di portata diversi.

3.17.

L’inclusione della governance, nel terzo pilastro del piano di investimenti esterni, in quanto «contesto generale in cui operano le imprese» non è sufficiente ad abbracciare tutte le varie questioni da affrontare. Al fine di trattare le cause profonde della migrazione a lungo termine, un paese necessita di un governo legittimo e valido, di istituzioni rappresentative forti, di partiti, mezzi di comunicazione di massa e organizzazioni della società civile efficaci. L’UE dovrebbe pensare ad accordare la giusta attenzione e un sostegno adeguato all’assistenza alla democrazia, il che è importante non soltanto per la migrazione, ma anche per altri ambiti politici quali il commercio e la politica di vicinato.

3.18.

La proposta della Commissione non riconosce né sostiene a sufficienza il ruolo della società civile. Le organizzazioni della società civile svolgono un ruolo significativo nel rendere più sicuri e umani il reinsediamento, il viaggio e l’accoglienza di migranti e rifugiati. Dai campi profughi alle rotte migratorie, compreso il tragitto in mare, fino ai siti di accoglienza nell’UE, esse apportano un contributo prezioso, se non indispensabile. La proposta dovrebbe riconsiderare il ruolo che queste svolgono, nonché il sostegno da apportare alle loro attività, dalle organizzazioni locali nei paesi di origine e di transito a quelle che partecipano alle operazioni di soccorso e che gestiscono l’accoglienza e l’integrazione. Inoltre, le organizzazioni della società civile dovrebbero essere coinvolte nel monitoraggio e nella valutazione delle azioni di tutte le autorità competenti che partecipano alla gestione del fenomeno migratorio. Il loro lavoro e le loro osservazioni possono rendere l’intero processo maggiormente conforme alle norme in materia di diritti umani riconosciute e tutelate dai trattati internazionali e dell’UE.

4.   Osservazioni specifiche

4.1.

Nell’organizzazione di tutte le attività e procedure, l’UE e gli Stati membri, direttamente o indirettamente, dovrebbero rispettare i diritti umani e osservare il principio di non respingimento sancito dalla convenzione di Ginevra.

4.2.

Il CESE è profondamente preoccupato dall’accordo tra l’UE e la Turchia e dal suo impatto sui diritti fondamentali dei soggetti a cui si applica tale accordo. La dichiarazione UE-Turchia è oggetto di contestazione da parte di gruppi della società civile e difensori dei diritti umani, in quanto considera la Turchia come «paese sicuro». L’UE deve sincerarsi che i paesi di origine e di transito siano realmente «sicuri» al momento di accordare loro tale status, in modo da non violare il principio di non respingimento.

4.3.

La Commissione ha elaborato la propria visione strategica sulle modalità con cui l’azione esterna dell’UE può promuovere la resilienza e l’autonomia di chi subisce sfollamenti forzati verso destinazioni che si trovano il più vicino possibile al proprio paese di origine (4). Per quanto questa visione comporti determinati vantaggi, è opportuno osservare che l’UE, in quanto attore internazionale responsabile e dotato di risorse, ha anche l’obbligo morale e giuridico di aiutare coloro che richiedono protezione internazionale.

4.4.

Le misure operative per contrastare il traffico di migranti sono accolte con favore. I trafficanti impongono ai migranti costi molto alti in cambio del loro aiuto e li espongono a rischi molto seri. Nel contempo, la lotta contro il traffico di migranti non riuscirà a risolvere le questioni strutturali della migrazione. La creazione di rotte legali per la migrazione appare, ancora una volta, fondamentale e ridurrebbe la dipendenza dei migranti dalle reti di trafficanti.

4.5.

Per conseguire gli obiettivi dei patti, è necessario introdurre un meccanismo di coordinamento tra il livello dell’UE e quello degli Stati membri. Eventuali legami storici tra alcuni Stati membri e paesi terzi potrebbero essere utilizzati per assicurare una migliore cooperazione.

4.6.

Il CESE accoglie con favore l’imminente proposta di un sistema strutturato di reinsediamento che garantisca un approccio comune per l’ingresso sicuro e legale nell’UE delle persone bisognose di protezione internazionale tramite il loro reinsediamento, quale dimostrazione diretta dell’impegno assunto dall’UE di aiutare i paesi che subiscono le pressioni più forti (5). Nel piano d’azione di La Valletta, l’UE e gli Stati membri si impegnavano, tra l’altro, a varare progetti pilota che raggruppassero le offerte di migrazione legale. La proposta, tuttavia, dovrebbe essere molto più chiara e identificare progetti specifici cui dare attuazione.

4.7.

Il CESE accoglie con favore la riforma della Carta blu (6), presentata il 7 giugno 2016, volta ad attirare migranti altamente specializzati nel mercato del lavoro dell’UE.

4.8.

Il CESE plaude alla stesura di patti volti ad accrescere l’efficacia e la sostenibilità del processo di rimpatrio e a fornire un sostegno finanziario adeguato ai paesi di riammissione, in particolare alle comunità che dovranno reinserire i rimpatriati. È indispensabile fornire incentivi alle autorità e ai singoli individui, al fine di assicurare un processo efficace.

4.9.

Il CESE sostiene i crescenti tassi di rimpatrio e di riammissione, privilegiando in modo evidente il rimpatrio volontario e puntando al reinserimento. Questa dovrebbe essere una delle principali scelte strategiche dell’UE e degli Stati membri nella gestione del processo migratorio. Essa accresce le probabilità che tutti i soggetti coinvolti collaborino e, soprattutto, trasforma la migrazione in un possibile motore dello sviluppo locale.

4.10.

Gli sforzi dell’UE e degli Stati membri dovrebbero essere coordinati a livello globale. Il CESE concorda con la raccomandazione della Commissione di appoggiare la realizzazione di un programma di reinsediamento a livello mondiale, sostenuto dall’ONU, per consentire il reinsediamento rapido ed efficiente dei rifugiati in paesi sicuri. L’UE dispone sia delle risorse sia dell’esperienza per fare la differenza, anche esercitando pressione per un processo di gestione della migrazione più globale e multilaterale.

4.11.

Il CESE sostiene in linea generale l’orientamento dei partenariati specifici con i paesi terzi: concludere dei patti con la Giordania e il Libano, portare la cooperazione UE-Tunisia a un livello superiore, varare e concordare patti con il Niger, la Nigeria, il Senegal, il Mali e l’Etiopia, nonché sostenere il governo libico di unità nazionale. In tutti i patti e gli accordi indicati, l’UE dovrebbe garantire l’utilizzo di incentivi per lo più positivi e la corretta definizione e organizzazione dell’assistenza, che dovrà essere rivolta, tra l’altro, alle capacità istituzionali e amministrative del governo, promuovere la democrazia e i diritti umani e coinvolgere le organizzazioni della società civile in tutti i processi, specialmente quelli locali e nazionali.

4.12.

Il CESE riconosce gli sforzi profusi su tutti i fronti ai fini dell’operatività e dell’efficacia del quadro di partenariato, quale presentato nella prima relazione sui progressi compiuti pubblicata dalla Commissione (7). L’avvio di progetti finanziati dal Fondo fiduciario dell’UE per l’Africa nei cinque paesi prioritari è un segno che la cooperazione è possibile. Il CESE incoraggia le istituzioni dell’UE ad adoperarsi per la rapida adozione del regolamento sul Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile, uno strumento chiave nella promozione dello sviluppo sostenibile, della crescita inclusiva, dello sviluppo economico e sociale e dell’integrazione regionale al di fuori dell’Europa.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  GU C 71 del 24.2.2016, pag. 82.

(2)  Agenda europea sulla migrazione, COM(2015) 240 final, pagg. 15-17.

(3)  Nella sola operazione italiana Mare Nostrum, sono state tratte in salvo 140 000 persone. Dal 2015, le operazioni condotte dalle forze UE nel Mediterraneo hanno contribuito a salvare oltre 400 000 persone.

(4)  COM(2016) 234 final del 26 aprile 2016.

(5)  COM(2016) 197 final del 6 aprile 2016.

(6)  COM(2016) 378 final.

(7)  COM(2016) 700 final.


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/73


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Banca centrale europea, al Comitato economico e sociale europeo, al Comitato delle regioni e alla Banca europea per gli investimenti Analisi annuale della crescita 2017»

[COM(2016) 725 final]

(2017/C 173/13)

Relatore:

Etele BARÁTH

Consultazione

Commissione europea, 8.12.2016

Base giuridica

Articolo 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

 

 

Sottocomitato competente

SC/046

Adozione in sottocomitato

17.1.2017

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

181/5/36

Cooperazione, titolarità e flessibilità

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) concorda con le priorità indicate dalla Commissione europea nell’analisi annuale della crescita 2017: dare impulso innanzitutto alla creazione di posti di lavoro e alla crescita attraverso i tre pilastri dell’analisi annuale della crescita: prosecuzione delle riforme strutturali, politiche di bilancio responsabili e promozione degli investimenti. L’analisi annuale in esame offre una base adeguata per lanciare il processo del semestre europeo, e quindi per redigere le raccomandazioni specifiche per paese.

1.2.

Il semestre europeo è considerato uno strumento appropriato per conseguire ulteriori progressi nelle politiche e nelle riforme che conducono alla ripresa e all’occupazione. L’analisi annuale della crescita 2017 delinea le priorità economiche e sociali più pressanti, accompagnate da raccomandazioni specifiche; tuttavia, il CESE prende molto sul serio gli aspetti negativi delle norme del patto di stabilità e crescita e delle raccomandazioni specifiche per paese attuate a livello nazionale per stabilire l’orientamento di bilancio della zona euro.

1.3.

L’analisi annuale della crescita individua numerosi sviluppi positivi e segnali di ripresa nell’UE. Gli investimenti hanno ripreso a crescere, sono stati creati 8 milioni di nuovi posti di lavoro dal 2013 in poi, il traguardo di un tasso di occupazione del 75 % è quasi a portata di mano, si evidenziano miglioramenti strutturali nelle prestazioni del mercato del lavoro e il livello medio di disavanzo pubblico è sceso di poco in alcuni Stati membri.

1.4.

Il CESE condivide il giudizio secondo cui la garanzia di un promettente futuro economico per tutti noi costituisce la base per la salvaguardia dello stile di vita europeo, ma ritiene che a tal fine siano necessari sforzi maggiori. L’analisi annuale della crescita asserisce apertamente che la ripresa è ancora fragile. La disoccupazione rimane elevata, il rischio di povertà, semmai, è aumentato, i tassi di crescita del PIL e della produttività sono troppo bassi e, cosa preoccupante, gli investimenti si attestano su livelli inferiori a quelli di prima della crisi. Permangono rilevanti squilibri e ampi rischi nell’area dell’euro e nell’UE in generale.

1.5.

Il CESE conviene che la globalizzazione e gli sviluppi demografici e tecnologici, tra cui la digitalizzazione, sono fattori importanti in grado di innescare cambiamenti che devono andare a beneficio di tutti. Gli investimenti in conoscenza, innovazione, istruzione e TIC, in quanto motori per la crescita, devono continuare a figurare tra le principali priorità.

1.6.

Il CESE concorda con gli obiettivi in materia di parità, equità e inclusività, e richiama l’attenzione sull’importanza di politiche coordinate e sulla rilevanza delle riforme.

1.7.

Al tempo stesso, il CESE fa osservare che ai fini del raggiungimento degli obiettivi comuni e dell’eliminazione degli svantaggi è essenziale rafforzare l’integrazione. La garanzia di ciò è data da una governance europea responsabile, basata sulla cooperazione, al contempo disciplinata ma flessibile. Il semestre europeo è un buon esempio del fatto che un partenariato di alto livello tra gli Stati membri costituisce un percorso efficace di uscita dalla crisi.

1.8.

Il CESE concorda in linea di principio con i compiti e con la ripartizione del lavoro tra Commissione europea e Stati membri indicati nell’analisi annuale della crescita 2017. Ribadisce tuttavia le raccomandazioni volte a integrare il semestre europeo che aveva già formulato nel parere in merito all’analisi annuale della crescita 2016. Oltre all’aumento degli investimenti, alle riforme strutturali e al rafforzamento dell’equilibrio macroeconomico, tra gli obiettivi principali figurano progressi relativi ad indicatori non legati al PIL (obiettivi sociali, ambientali e di sostenibilità).

1.9.

A giudizio del CESE, solo un sistema globale di indicatori — come quello attuale, che tiene conto anche delle ricadute sociali e ambientali, è veramente in grado di esprimere lo sviluppo economico effettivo sulla base dei risultati (GDR — risultati interni lordi).

1.10.

Il CESE ritiene indispensabile riassumere in maniera univoca e chiara le direttrici politiche e strategiche immediate e più a lungo termine. Le priorità della Commissione Juncker e gli obiettivi stabiliti per il 2030, basati sulla strategia Europa 2020 e concernenti anche le sfide della sostenibilità, devono determinare congiuntamente i processi di sviluppo.

1.11.

Le ultime previsioni della Commissione europea (1) indicano che lo sviluppo economico degli Stati membri dell’UE nel periodo 2016-2018 non dovrebbe registrare variazioni sostanziali rispetto al 2015, e che la principale fonte di crescita saranno i consumi piuttosto che gli investimenti. Questa prospettiva, legata ad una crescita debole e al basso livello di investimenti, non è incoraggiante. Tanto più se si considera che il rafforzamento della domanda interna rimane importante come non mai per stimolare gli investimenti.

1.12.

Tenendo conto anche dei limiti delle competenze dell’UE, occorre rafforzare il coordinamento degli strumenti di politica economica e sociale. Un sistema ben congegnato di parametri di riferimento, che sarà proposto nel quadro del futuro pilastro europeo dei diritti sociali, potrebbe stimolare il processo di riforma e garantire un miglior coordinamento delle politiche sociali nel quadro del semestre europeo.

1.13.

Uno dei compiti dell’analisi annuale della crescita deve consistere nell’analisi della concordanza tra, da un lato, la tradizionale politica di coesione, attualmente oggetto di una valutazione intermedia, con i suoi strumenti di finanziamento (fondi SIE), e dall’altro i nuovi strumenti di investimento (FEIS). Tenendo conto in particolare del fatto che si tratta di uno dei meccanismi più dinamici di cooperazione tra l’UE e gli Stati membri, occorre un migliore coordinamento anche nell’attuazione. È importante coordinare la realizzazione degli sviluppi.

1.14.

Il patto di stabilità e crescita è uno dei principali pilastri del funzionamento del semestre europeo. Uno sviluppo economico, sociale e ambientale sostenibile e a lungo termine deve basarsi su politiche di bilancio appropriate e coordinate a livello dell’UE e su un funzionamento trasparente e prevedibile dei sistemi finanziari.

1.15.

Il CESE sottolinea che le riforme strutturali necessarie per realizzare uno sviluppo sostenibile richiedono un notevole impiego di fondi, che è inconcepibile in assenza di un uso più efficiente delle risorse di bilancio e di un aumento sensibile degli investimenti.

1.16.

Mentre il nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) comporta un aumento decisivo delle risorse nel settore della produzione e delle infrastrutture fisiche, il fatto che sinora gli investimenti pubblici e sociali abbiano continuato ad essere in grande misura insufficienti costituisce un serio ostacolo. In questo contesto occorre anche una significativa flessibilità di bilancio.

1.17.

Il CESE raccomanda vivamente di dare la priorità agli investimenti destinati all’istruzione, alla formazione, alla sanità e ad altri sistemi sociali, in particolare nelle regioni con un livello di sviluppo inferiore alla media.

1.18.

La governance europea dev’essere caratterizzata, al tempo stesso, da una titolarità condivisa e da una flessibilità ragionevole. Il CESE ritiene che la revisione intermedia del bilancio dell’UE, la ridefinizione degli obiettivi, un significativo aumento della quota delle risorse e delle entrate proprie, nonché un aumento dell’efficacia e dell’efficienza nell’esecuzione possano contribuire a creare un sistema nel quale la flessibilità possa essere concepita anche come una copertura del rischio. D’altro canto, il miglioramento delle condizioni del mercato e la regolamentazione intelligente possono e incentivare la competitività dell’economia europea in senso lato (sotto il profilo non solo economico, ma anche sociale e ambientale).

2.   Contesto

2.1.

Ciò che adesso assicura la coesione dell’UE non è una volontà politica comune di costruire il futuro, bensì le garanzie giuridiche e il vincolo della cooperazione economica. L’Unione europea è divisa, e deve ancora far fronte a crisi molteplici e ripetute. Il referendum sulla Brexit e la conseguente incertezza rappresentano un segnale eloquente in questo senso. Lo stallo politico è più forte di quello economico, ma le disparità economiche permangono notevoli, nonostante la ripresa economica osservabile in alcuni Stati membri.

2.2.

La crisi migratoria rappresenta un drammatico messaggio globale che impone all’Europa, al tempo stesso, di adempiere ai suoi obblighi umanitari, di mantenere in funzione i sistemi socioculturali e sociali europei e di rafforzare il ruolo che svolge al di là delle sue frontiere.

2.3.

In merito al funzionamento dell’Unione si è ampliato il divario tra la percezione sociale e la realtà. Il rapporto di partenariato tra la società civile e le relative organizzazioni, da un lato, e il sistema istituzionale dell’Unione, dall’altro, è lungi dall’essere soddisfacente; gli europei percepiscono che la situazione si degrada. I cittadini e le piccole, medie e grandi imprese si attendono iniziative efficaci.

2.4.

Hanno assunto un peso maggiore le forze politiche che alle conquiste comuni contrappongono le esigenze vere o presunte della sovranità nazionale. Nella politica quotidiana si evidenziano, purtroppo, non già le convergenze, bensì le differenze.

2.5.

Già nel quadro delle proposte per la revisione intermedia della strategia Europa 2020, è apparso chiaro che, per attuare i valori europei e realizzare gli interessi comuni, è indispensabile rafforzare i processi e gli strumenti di sviluppo che interessano direttamente i cittadini europei.

2.6.

La crisi economica e la flessione degli investimenti che ne è conseguita hanno incrinato l’unità tra Stati membri, basata sulla crescita, e causato tensioni crescenti. Malgrado l’obiettivo fondamentale dell’UE, il divario di sviluppo tra Stati membri, e in particolare tra specifiche regioni, aumenta.

2.6.1.

Inoltre, le regole sui disavanzi di bilancio stabilite nel 2005 andrebbero adattate alla situazione economica e sociale attuale dell’UE, e dovrebbero tenere conto del fatto che determinate spese pubbliche, quali l’istruzione, non devono rientrare nel calcolo del disavanzo, in quanto sono importanti investimenti per il futuro.

2.7.

L’UE ha un notevole richiamo, ma in generale non ha riacquistato il suo ruolo in quanto polo d’attrazione di investimenti. In quanto destinazione di investimenti produttivi, l’Unione perde gradualmente terreno rispetto agli Stati Uniti. I paesi in ritardo frenano quelli più dinamici. Il basso livello di produttività e la debolezza dei processi di innovazione riducono il valore aggiunto europeo nel contesto della concorrenza globale.

2.8.

In alcuni paesi, nonostante una significativa eccedenza di bilancio, si riducono gli investimenti produttivi. Ciò costituisce un ostacolo al recupero del terreno perduto. La risposta è lenta e burocratica.

2.8.1.

Tuttavia il CESE ritiene che per creare le condizioni di una transizione economica verso un’economia sostenibile e in grado di contrastare i cambiamenti climatici siano particolarmente necessari sia gli investimenti che i consumi. Per accrescere la competitività europea occorrerebbero nuove misure di formazione e la creazione di posti di lavoro.

2.9.

Nel 2014 la Commissione europea ha annunciato un nuovo modello di sviluppo economico. Gli obiettivi stabiliti — creare occupazione e promuovere la crescita, rafforzare il mercato unico europeo, semplificare il sistema di regolatori economici, consolidare i principali risultati dell’UE, il mercato energetico, sostenere gli investimenti destinati al mercato e ai servizi digitali, gestire in via prioritaria le reti immateriali e fisiche per collegare l’Europa, rafforzare la responsabilità ambientale — rappresentano una nuova dinamica essenziale per l’economia.

2.10.

Le misure adottate per realizzare il programma, i lavori nel quadro di REFIT, il Fondo europeo per gli investimenti strategici e il relativo quadro istituzionale sembrano confermare l’adeguatezza dell’impegno. Ma, come abbiamo detto in precedenza, questa prospettiva di crescita non è sufficiente.

2.11.

L’assenza di politiche di bilancio orientate alla crescita per paesi che hanno un debito pubblico e un deficit di bilancio eccessivi, talvolta dovuti a dissesti finanziari e bancari piuttosto che a una spesa pubblica sregolata, è risultata controproducente e ha contribuito ad accrescere il divario tra i paesi che registrano un avanzo di bilancio e quelli che sono in disavanzo. In certi casi può essere più efficace concedere tempi più lunghi per permettere un adeguamento più graduale, dato che l’aumento della crescita economica svolge un ruolo chiave nella riduzione dei tassi di disavanzo e di indebitamento.

2.12.

Occorre dispiegare un insieme di strumenti di sviluppo per garantire la crescita, incoraggiare un adeguamento simmetrico in tutta l’UE e limitare le tensioni sociali. Il semestre europeo si presta alla programmazione di processi differenziati per paese e al monitoraggio della relativa attuazione, ma svolge solo un ruolo accessorio nella definizione dell’orientamento di bilancio dell’area dell’euro, come sottolinea chiaramente la comunicazione della Commissione sulla politica economica della zona euro (COM(2016) 726 final).

2.13.

Gli obiettivi principali della strategia Europa 2020 rimangono pertinenti. Il numero di disoccupati resta inaccettabile: oltre 22 milioni nell’UE e più di 17 milioni nella zona euro. Più di 122 milioni di persone vivono alle soglie o comunque a rischio di povertà. La mancanza di prospettive per i giovani rappresenta un serio ostacolo per il rinnovamento futuro dell’Europa. La mobilità della forza lavoro è bassa. Il sistema di apprendimento permanente continua a non essere al centro delle politiche. Le tendenze non sono incoraggianti, e rimangono distanti dagli obiettivi. Vigono già più di 70 direttive in materia di diritti sociali. Nel parere sul Pilastro europeo dei diritti sociali, il CESE esorta a darsi l’obiettivo, nel quadro della preparazione dell’analisi annuale della crescita, di una convergenza verso l’alto dei diritti sociali in Europa. Allo stesso modo, il Comitato sottolinea l’esigenza di garantire la crescita e la competitività in tutta l’UE e, a questo proposito, pone l’accento sulla necessaria interdipendenza tra politiche economiche, sociali e occupazionali (2).

3.   Osservazioni specifiche

3.1.

Investimenti

3.1.1.

L’analisi annuale della crescita realizzata dalla Commissione europea dà particolare rilievo alla sintesi degli interventi miranti a sviluppare il sistema finanziario, importanti soprattutto perché volti a migliorare il funzionamento di tale settore, aumentare l’efficacia del Fondo europeo per gli investimenti strategici, superare gli ostacoli agli investimenti ed estendere il ruolo dell’economia UE a livello globale.

3.1.2.

Il CESE conviene che è essenziale istituire un’unione dei mercati dei capitali e realizzare altre condizioni generali per migliorare le condizioni di finanziamento, ripartire il rischio e rendere il credito più accessibile, in particolare eliminando gli ostacoli al settore delle PMI, e applicare in pratica il principio delle pari opportunità.

3.1.3.

Vanno menzionati, a titolo di esempio, il regolamento sul fondo europeo per il venture capital (capitali di rischio), l’ulteriore sviluppo del fondo per l’imprenditoria sociale, la «seconda opportunità» per gli imprenditori confrontati al fallimento, il miglioramento delle procedure di insolvenza e infine l’adozione di sistemi di ristrutturazione preventiva. Uno dei pilastri dello sviluppo dell’attività di investimento deve consistere nell’incoraggiare la partecipazione delle banche e nell’accrescere la loro efficacia operativa.

3.1.4.

Tutto sembra indicare che il Fondo europeo per gli investimenti strategici, al di là della sua espansione già stabilita, eserciti un significativo effetto incentivante sul mercato europeo degli investimenti. Il FEIS può rivestire un ruolo particolarmente importante nella realizzazione degli obiettivi fissati per il 2030, comprendenti anche i criteri di sviluppo sostenibile. La transizione progressiva verso un’economia circolare a basse emissioni di carbonio creerà nuovi posti di lavoro, in particolare nel settore dei servizi, e i prodotti realizzati conformemente ai criteri di sostenibilità possono a loro volta aprire nuove strade nel campo dell’innovazione.

3.1.5.

Anche in precedenti pareri il CESE ha affermato che la realizzazione dell’Unione dell’energia e la strategia per il mercato unico digitale preparano un ottimo terreno per gli investimenti. La dinamizzazione di tali settori dipende anche dagli accordi commerciali internazionali, alcuni dei quali possono risentire negativamente del cambiamento di atteggiamento nella politica globale, e dalla conseguente accessibilità dei mercati.

3.1.6.

Il CESE ritiene essenziale che i fondi strutturali possano essere impiegati, più di quanto sia possibile adesso, per sostenere l’istruzione, la formazione e la mobilità che vi è connessa.

3.2.    Attuazione delle riforme strutturali

3.2.1.

Il CESE concorda con la proposta di dare attuazione a riforme strutturali in maniera differenziata, come stabilito. Occorre prevedere a livello europeo e nazionale le risorse necessarie a tal fine.

3.2.2.

Il CESE condivide il parere del Parlamento europeo, secondo cui un mercato del lavoro ben funzionante e flessibile costituisce una delle condizioni per dare una svolta positiva all’economia. Tuttavia, ritiene anche necessario rafforzare la dimensione sociale del mercato unico europeo.

3.2.3.

Le raccomandazioni specifiche per paese andrebbero attuate avendo cura di rispettare le capacità di bilancio degli Stati membri cui sono rivolte, affinché essi possano sviluppare politiche favorevoli alla crescita e all’inclusione sociale.

3.2.4.

Il CESE accoglie con favore l’avvio, dal marzo 2016, di una consultazione su un pilastro europeo dei diritti sociali da parte della Commissione europea, e condivide con quest’ultima la convinzione che lo sviluppo economico debba tradursi in maggiore progresso sociale e in una coesione rafforzata. Gli Stati membri che registrano migliori risultati economici hanno sviluppato politiche sociali più ambiziose ed efficienti; tuttavia, in generale, la competitività e la dimensione sociale devono essere rafforzate in Europa.

3.2.5.

È importante che le riforme attuate dagli Stati membri garantiscano l’accesso a servizi di alta qualità. Pertanto migliorare la qualità dell’istruzione, della formazione, dell’assistenza sanitaria, degli alloggi e dell’assistenza all’infanzia è una condizione preliminare dello sviluppo economico, che si ripercuote in modo immediato sull’evoluzione dello stile di vita e sull’inclusione sociale.

3.2.6.

Nella concezione, elaborazione ed esecuzione delle riforme strutturali è particolarmente importante il ruolo delle parti sociali. Esso dovrà basarsi in particolare su un rilancio del dialogo sociale, ispirato al dialogo attuale ma dotato di strumenti di partecipazione rafforzati. Un impegno sociale responsabile dipende in grande misura da una comunicazione chiara e diretta, e il CESE si compiace del proposito annunciato dalla Commissione europea di coinvolgere le parti sociali, in maniera approfondita e sistematica, nel ciclo del semestre europeo.

3.2.7.

La concezione e l’esecuzione coerenti delle riforme consentirebbero anche di tener meglio conto della dimensione sociale nel processo del semestre europeo. Occorre integrare gli strumenti e la metodologia della politica economica con una valutazione incentrata sui risultati orientati al lungo periodo e con valori sociali che riflettano anche la sostenibilità.

3.2.8.

La costruzione di un sistema di incentivi inteso a garantire condizioni di equa concorrenza, a promuovere meglio la crescita e a ridurre la possibilità di abusi dovrebbe essere parte integrante delle riforme.

3.3.    Politiche di bilancio positive

3.3.1.

L’attuazione del patto di stabilità e crescita e il monitoraggio dell’applicazione delle sue disposizioni e del loro impatto sulle economie dei singoli Stati membri sono elementi importanti del processo del semestre europeo. Suscita rammarico che il processo del semestre si sia rivelato uno strumento unilaterale, che sanziona con penalità i disavanzi e i debiti elevati, ma si limita a prescrivere una mera riduzione delle eccedenze di bilancio eccessive. Il CESE è favorevole alla flessibilità, soprattutto quando questa consente investimenti pubblici per rilanciare settori utili anche a lungo termine (istruzione, formazione e assistenza sanitaria).

3.3.2.

Il CESE ritiene tuttavia che l’attuazione del patto di stabilità e crescita debba essere integrata mediante una procedura per gli squilibri sociali, analoga a quella in vigore per gli squilibri macroeconomici, che segnali ed analizzi le ripercussioni sociali dell’attività economica negli Stati membri. Come si è detto in precedenza, occorre dedicare speciale attenzione ai disavanzi di bilancio nazionali quando sono collegati ad investimenti per il futuro, come quelli destinati all’istruzione, o a creare condizioni favorevoli alla transizione verso un’economia sostenibile, in grado di contrastare i cambiamenti climatici.

3.3.3.

Il CESE accoglie con favore il rafforzamento del ruolo della Banca centrale europea, e gli sforzi della Commissione rivolti a definire un orientamento di bilancio positivo per la politica monetaria della zona euro. Il CESE riconosce l’importanza del ruolo svolto dalla BCE nel ripristinare la stabilità in seguito alla crisi. Tale ruolo dev’essere integrato da misure più incisive volte ad accelerare la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. In questo contesto, il CESE esprime forte preoccupazione e rammarico per il fatto che il Consiglio abbia respinto la raccomandazione della Commissione Verso un orientamento positivo della politica di bilancio della zona euro.

3.3.4.

I bassi tassi di interesse che caratterizzano la fase attuale consentono agli Stati membri di accrescere gli investimenti pubblici e di ridurre al tempo stesso il loro indebitamento. Secondo il CESE, nei limiti definiti dal patto di stabilità e crescita, la revisione intermedia del bilancio dell’UE, la programmazione per il periodo successivo, e l’introduzione del «bilancio dell’UE incentrato sui risultati» dovrebbero consentire di attuare pratiche di investimento improntate ad un nuovo approccio, che sostengano la crescita economica garantendo al tempo stesso la sostenibilità nel lungo periodo.

3.3.5.

Le previsioni dell’analisi annuale della crescita 2017 sono particolarmente importanti ai fini dell’esame delle trasformazioni strutturali della società nell’UE. I bilanci degli Stati membri devono sopportare una pressione crescente nel settore sociale per limitare le conseguenze negative dei processi di invecchiamento demografico. Occorre sottolineare ancora una volta l’importanza della formazione e della riqualificazione, il ruolo di prevenzione del settore sanitario, nonché la necessità di una riforma del sistema di sicurezza sociale.

4.   Osservazioni generali

4.1.

Elaborare in dettaglio e attuare un programma prioritario diretto a consolidare pienamente il sistema finanziario dell’area dell’euro è indispensabile e urgente. Tuttavia ciò non dovrebbe portare ad ampliare il divario tra i paesi europei.

4.2.

Nel 2017 si conclude il primo periodo dello sviluppo a due velocità in direzione del completamento dell’Unione economica e monetaria, annunciato nella relazione dei cinque presidenti. Un Libro bianco preparerà la seconda fase. Alla luce della Brexit acquisisce particolare importanza il rafforzamento delle quattro unioni: economica, di bilancio, finanziaria e politica. Appare indispensabile rafforzare la capacità finanziaria in vista del periodo post-Brexit.

4.2.1.

Mentre finora era in primo piano anzitutto il rafforzamento del sistema economico e finanziario della zona euro — costituzione dei consigli competitività e produttività, rafforzamento dell’unione bancaria e accordo in merito al suo terzo pilastro, sistema europeo di assicurazione dei depositi (European deposit insurance scheme — EDIS), istituzione di un organo di sorveglianza della disciplina di bilancio, progresso verso una stretta cooperazione sui mercati dei capitali — dovrebbe rafforzarsi anche la volontà di attuare una cooperazione politica.

4.2.2.

Ciò dovrebbe chiaramente indurre i dirigenti dell’UE ad elaborare un orientamento strategico basato su una politica economica flessibile. Conformemente al trattato di Lisbona e ai quadri normativi che ne disciplinano l’applicazione, tale orientamento prenderà in considerazione in misura maggiore le specificità socioculturali e sociali e la capacità di resistenza di ciascun paese, anche in caso di buon funzionamento degli accordi di regolazione dell’economia e dei loro strumenti

(in tempi recenti questa possibilità è stata esemplificata dalla flessibilità adottata nei confronti della riduzione del deficit di bilancio di Francia, Spagna e Portogallo).

4.3.

Nel corso degli ultimi periodi finanziari e di bilancio si è rafforzata sensibilmente l’esigenza di dimostrare il valore aggiunto europeo nella formulazione dei compiti e dei programmi. I diversi programmi sostenuti dai fondi europei hanno anche perseguito in misura crescente una concreta cooperazione tra gli Stati membri, nel cui quadro i risultati conseguiti grazie allo sforzo comune sono maggiori di quelli che sarebbero stati realizzati a livello nazionale (Meccanismo per collegare l’Europa, Orizzonte 2020 ecc.), o hanno favorito la convergenza degli interessi comuni europei tra il livello locale e quello degli Stati membri (lotta alla disoccupazione e alla povertà, sviluppo delle infrastrutture, sviluppo regionale e urbano ecc.). Tuttavia, l’entità delle risorse a disposizione non è proporzionata ai compiti.

4.4.

Nel processo del semestre europeo, nel quadro delle singole raccomandazioni specifiche per paese, vi è stata una considerevole attenzione anche per la convergenza con gli obiettivi della strategia Europa 2020. I programmi nazionali di riforma, a parte le riforme di bilancio e strutturali, dovevano comprendere anche la definizione di obiettivi concreti e le condizioni per il loro raggiungimento. I tre pilastri della strategia Europa 2020 — un’Europa intelligente, sostenibile e inclusiva, e il relativo sistema di indicatori — potrebbero continuare a servire da riferimento per le risposte da dare alle nuove sfide all’orizzonte del 2030.

4.5.

Gli obiettivi di sostenibilità sociale e ambientale a lungo termine devono assumere un ruolo più rilevante nel meccanismo del semestre europeo. Il processo del semestre europeo si presta a favorire il coordinamento su questioni essenziali, quali la promozione dei vari investimenti nel settore sociale e nel settore pubblico, la presa in considerazione degli investimenti pubblici redditizi a lungo termine nella contabilizzazione del deficit di bilancio, o lo sviluppo di un sistema istituzionale per il benessere dei cittadini. Dev’esserci una nuova «regola d’oro» che definisca cosa sono i consumi e cosa sono gli investimenti. Si possono garantire le condizioni necessarie a questo fine prendendo in esame la possibilità di riesaminare i meccanismi di bilancio dell’UE e di aumentare le fonti di entrate proprie.

4.6.

Nel processo di concertazione rivestono particolare importanza una migliore condivisione della titolarità, dalla definizione dei compiti fino al processo di attuazione, e il riconoscimento del ruolo sempre più importante dei beneficiari finali. Bisogna rafforzare il ruolo dei parlamenti nazionali e rispettare le loro preoccupazioni in materia di sussidiarietà.

4.7.

Mancano una visione del futuro, una volontà politica e una capacità di governance unitarie. Il quadro giuridico è complesso e il coinvolgimento delle parti sociali e della società civile è puramente formale, cosa che riflette adeguatamente la mancanza di sostegno da parte dei cittadini. Ciò aumenta il deficit democratico e mina la fiducia.

4.8.

Attualmente i processi di sviluppo sono determinati da due grandi serie di strumenti e di istituzioni economici e finanziari, molto differenti fra loro, con le rispettive procedure. Occorre rafforzare la complementarità fra tali sistemi: le linee direttrici in materia non sono sufficienti, ma è necessaria una soluzione sistemica.

4.8.1.

La prima serie è quella dei tradizionali fondi strutturali e di investimento europei (fondi SIE), finalizzati a promuovere la coesione. Essi vengono ammodernati di continuo, ma il loro carattere è immutato: si tratta infatti di aiuti all’investimento e allo sviluppo, che derivano dalla ridistribuzione del bilancio dell’UE preveniente a sua volta dai contributi degli Stati membri più sviluppati. In un certo numero di casi questi fondi non sono valutati adeguatamente dai loro destinatari, in base all’argomento che essi «spettano» loro.

4.8.2.

Nel contesto della revisione intermedia, attualmente in corso, del quadro finanziario settennale che si estende fino al 2020 (QFP), è indispensabile integrare e semplificare la regolamentazione, nell’interesse della summenzionata complementarità.

4.8.3.

In tale prospettiva si iscrivono le proposte della Commissione europea finalizzate al rafforzamento dei singoli obiettivi finanziari, alla promozione degli investimenti, alla gestione dei flussi migratori e alla riduzione della disoccupazione giovanile.

4.8.4.

Elementi importanti sono l’aumento della flessibilità e la semplificazione della regolamentazione in materia di accesso ai finanziamenti.

4.8.5.

La seconda serie è quella del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS). Destinato ad attuare il piano Juncker, il FEIS rappresenta un nuovo strumento finanziario, orientato al mercato, in grado di sostenere il capitale di rischio e di mobilitare risorse pubbliche, bancarie e private. La sua dotazione complessiva ha già raggiunto 500 miliardi di euro e il suo orizzonte temporale si estende fino al 2020. Esso potrebbe svolgere un ruolo importante nel prossimo periodo di programmazione.

4.9.

Il nuovo meccanismo di gestione, così istituito, dovrebbe essere integrato in una futura governance orientata allo sviluppo. Anche a livello dei singoli Stati membri occorre coordinare questi due differenti sistemi di finanziamento. A più lungo termine, è opportuno riunire i due meccanismi di governance.

4.10.

Il CESE considera incoraggiante la nuova comunicazione della Commissione europea, che riassume le linee guida relative al periodo fino al 2030 e i lavori strategici di orientamento compiuti sinora, adeguati anche in vista delle sfide della sostenibilità.

4.11.

Nel quadro del nuovo processo di programmazione i compiti dovrebbero basarsi su una serie limitata di obiettivi chiari. L’attuazione presuppone il ricorso ad un nuovo strumento strategico, nel quadro della Commissione europea, un sistema di governance basato sul coordinamento che tenga conto anche del controllo sociale.

4.12.

Sulla base dell’analisi dell’efficacia e dell’efficienza dei singoli strumenti finanziari, occorre avanzare già adesso proposte per il periodo fino al 2030, ai fini di una migliore ripartizione dei compiti tra gli obiettivi tradizionali della coesione e gli investimenti realizzati secondo una logica di mercato. Il meccanismo di valutazione dei progetti legato al Fondo europeo per gli investimenti strategici offre buone indicazioni metodologiche anche in caso di utilizzazione di strumenti tradizionali della coesione.

4.13.

Per accrescere l’efficacia e l’efficienza del semestre europeo occorre rafforzare la struttura istituzionale del partenariato, che dev’essere esteso, attraverso i diritti di partecipazione pubblica, a ogni cittadino europeo. I cittadini europei dovrebbero poter avere accesso alle informazioni pertinenti e partecipare alle decisioni di pianificazione e di attuazione. Essi dovrebbero anche essere in grado di esprimere il loro parere in merito ai progetti di programmi, di bandi di gara e di relazioni di valutazione.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(1)  Commissione europea: Previsioni economiche dell’inverno 2017 — Quadro d’insieme, 13 febbraio 2017.

(2)  SOC/542 (GU C 125 del 21.4.2017, pag. 10).


ALLEGATO

al PARERE

del Comitato economico e sociale europeo

I seguenti punti del parere del sottocomitato, che sono stati sostituiti dal testo di emendamenti adottati dall’Assemblea, hanno ricevuto almeno un quarto dei voti espressi (articolo 54, paragrafo 4, del Regolamento interno):

a)   Punto 1.9:

 

A giudizio del CESE, solo un sistema di indicatori complesso, che tenga conto anche delle ricadute sociali e ambientali, è veramente in grado di esprimere lo sviluppo economico effettivo sulla base dei risultati (GDR — risultati interni lordi).

Esito della votazione:

Voti favorevoli:

111

Voti contrari:

109

Astensioni:

13

b)

Punto 2.13:

 

Gli obiettivi principali della strategia Europa 2020 rimangono pertinenti. Il numero di disoccupati resta inaccettabile: oltre 22 milioni nell’UE e più di 17 milioni nella zona euro. Più di 122 milioni di persone vivono alle soglie o comunque a rischio di povertà. La mancanza di prospettive per i giovani rappresenta un serio ostacolo per il rinnovamento futuro dell’Europa. La mobilità della forza lavoro è bassa. Il sistema di apprendimento permanente continua a non essere al centro delle politiche. Le tendenze non sono incoraggianti, e rimangono distanti dagli obiettivi. Vigono già più di 70 direttive in materia di diritti sociali. «Il CESE richiama l’attenzione sull’esigenza di promuovere la crescita e la competitività nell’insieme dell’UE e pone, a questo proposito, l’accento sulla necessaria interrelazione tra politiche economiche, sociali e occupazionali»  (3).

Esito della votazione:

Voti favorevoli:

145

Voti contrari:

62

Astensioni:

14

c)   Punto 3.2.2:

 

Il CESE condivide il parere del Parlamento europeo, secondo cui un mercato del lavoro ben funzionante e flessibile costituisce una delle condizioni per dare una svolta positiva all’economia. Il CESE osserva che l’UE è la regione più sviluppata al mondo in termini di prestazioni sociali.

Esito della votazione:

Voti favorevoli:

141

Voti contrari:

65

Astensioni:

16


(3)  Parere del CESE in merito al Pilastro europeo dei diritti sociali SOC/542 (GU C 125 del 21.4.2017, pag. 10).


31.5.2017   

IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

C 173/82


Parere del Comitato economico e sociale europeo sulla: «Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica le direttive 87/217/CEE del Consiglio, 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, 2009/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, il regolamento (UE) n. 1257/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 86/278/CEE del Consiglio e la direttiva 94/63/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativamente alle norme di procedura in materia di rendicontazione ambientale, e che abroga la direttiva 91/692/CEE del Consiglio»

[COM(2016) 789 final – 2016/0394 (COD)]

(2017/C 173/14)

Consultazione

Parlamento europeo, 13.2.2017

Consiglio, 20.2.2017

Base giuridica

Articoli 192, paragrafo 1, e 304 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Sezione competente

Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente

Adozione in sessione plenaria

22.2.2017

Sessione plenaria n.

523

Esito della votazione

(favorevoli/contrari/astenuti)

178/1/2

Avendo concluso che il contenuto della proposta è pienamente soddisfacente ed essendosi già pronunciato al riguardo nel proprio parere 1491/90, adottato il 18 dicembre 1990 (*1), il Comitato, nel corso della 523a sessione plenaria dei giorni 22 e 23 febbraio 2017 (seduta del 22 febbraio 2017), ha deciso, con 178 voti favorevoli, 1 voto contrario e 2 astensioni, di esprimere parere favorevole al testo proposto e di rinviare alla posizione a suo tempo sostenuta nel documento citato.

Bruxelles, 22 febbraio 2017

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Georges DASSIS


(*1)  Parere del CESE n. 1491/90 in merito alla Proposta di direttiva del Consiglio in materia di standardizzazione e la razionalizzazione delle relazioni relative all’attuazione di talune direttive concernenti l’ambiente (GU C 60 dell’8.3.1991, pag. 15).