ISSN 1725-2466

doi:10.3000/17252466.C_2011.048.ita

Gazzetta ufficiale

dell'Unione europea

C 48

European flag  

Edizione in lingua italiana

Comunicazioni e informazioni

54o anno
15 febbraio 2011


Numero d'informazione

Sommario

pagina

 

I   Risoluzioni, raccomandazioni e pareri

 

RISOLUZIONI

 

Comitato economico e sociale europeo

 

465a sessione plenaria del 15 e 16 settembre 2010

2011/C 048/01

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema La situazione dei Rom nell'Unione europea

1

 

PARERI

 

Comitato economico e sociale europeo

 

465a sessione plenaria del 15 e 16 settembre 2010

2011/C 048/02

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema La strategia dell'UE per la regione del Danubio

2

2011/C 048/03

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Il ruolo dell'immigrazione legale in un contesto di sfida demografica (parere esplorativo)

6

2011/C 048/04

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Lavori verdi

14

2011/C 048/05

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Situazione e sfide della flotta dell'Unione europea per la pesca del tonno tropicale (parere esplorativo)

21

2011/C 048/06

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Verso uno spazio europeo della sicurezza stradale: orientamenti strategici per la sicurezza stradale fino al 2020 (parere elaborato su richiesta del Parlamento europeo)

27

2011/C 048/07

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Strutture di finanziamento per le PMI nel contesto dell'attuale situazione finanziaria (parere d'iniziativa)

33

2011/C 048/08

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Dopo la crisi: un nuovo sistema finanziario per il mercato interno (parere d'iniziativa)

38

2011/C 048/09

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Creatività e imprenditorialità: strumenti per uscire dalla crisi (parere d'iniziativa)

45

2011/C 048/10

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema La risposta dell'UE al nuovo equilibrio del potere economico globale (parere di iniziativa)

51

2011/C 048/11

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Ripresa economica: punto della situazione e iniziative concrete (parere d'iniziativa)

57

2011/C 048/12

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Verso un vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile nel 2012 (parere d'iniziativa)

65

2011/C 048/13

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Migliorare i modelli di partenariati pubblico-privati partecipativi sviluppando i servizi online per tutti nell'UE-27 (parere d'iniziativa)

72

2011/C 048/14

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Di quali servizi di interesse generale abbiamo bisogno per far fronte alla crisi? (parere d'iniziativa)

77

2011/C 048/15

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema La nuova politica energetica europea: applicazione, efficacia e solidarietà per i cittadini (parere d'iniziativa)

81

2011/C 048/16

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Relazioni tra l'UE e il Canada (parere d'iniziativa)

87

2011/C 048/17

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema La situazione delle persone con disabilità nei paesi Euromed

94

2011/C 048/18

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema La politica dell'UE per il multilinguismo (supplemento di parere)

102

 

III   Atti preparatori

 

Comitato economico e sociale europeo

 

465a sessione plenaria del 15 e 16 settembre 2010

2011/C 048/19

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Terzo esame strategico del programma per legiferare meglio nell'Unione europea — COM(2009) 15 definitivo — al Documento di lavoro della Commissione — Riduzione degli oneri amministrativi nell'Unione europea — Allegato al terzo esame strategico del programma per legiferare meglio — COM(2009) 16 definitivo — e al Documento di lavoro della Commissione — Terza relazione sullo stato d'avanzamento della strategia per la semplificazione del contesto normativo — COM(2009) 17 definitivo

107

2011/C 048/20

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Preparare il nostro futuro: elaborare una strategia comune per le tecnologie abilitanti fondamentali nell'UE — COM(2009) 512 definitivo

112

2011/C 048/21

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito al Libro verde — L'interconnessione dei registri delle imprese — COM(2009) 614 definitivo

120

2011/C 048/22

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Semplificare l'attuazione dei programmi quadro di ricerca — COM(2010) 187 definitivo

129

2011/C 048/23

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 97/68/CE per quanto riguarda le disposizioni per i motori immessi sul mercato in regime di flessibilità — COM(2010) 362 definitivo — 2010/0195 (COD)

134

2011/C 048/24

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla lotta contro l'abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pedopornografia, che abroga la decisione quadro 2004/68/GAI — COM(2010) 94 definitivo — 2010/0064 (COD)

138

2011/C 048/25

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Migliore funzionamento della filiera alimentare in EuropaCOM(2009) 591 definitivo

145

2011/C 048/26

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Soluzioni per una visione e un obiettivo dell'UE in materia di biodiversità dopo il 2010 — COM(2010) 4 definitivo

150

2011/C 048/27

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito al Libro verde — La protezione e l'informazione sulle foreste nell'UE: preparare le foreste ai cambiamenti climaticiCOM(2010) 66 definitivo

155

2011/C 048/28

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento (Euratom) del Consiglio che fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali in caso di livelli anormali di radioattività a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva (rifusione) — COM(2010) 184 definitivo — 2010/0098 (CNS)

160

2011/C 048/29

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento (UE) n. xxxx/2010 del Parlamento europeo e del Consiglio del … recante modifica del regolamento (CE) n. 1234/2007 del Consiglio (regolamento unico OCM) per quanto riguarda l'aiuto concesso nell'ambito del monopolio tedesco degli alcolici — COM(2010) 336 definitivo — 2010/0183 (COD)

163

2011/C 048/30

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (CE) n. 663/2009 che istituisce un programma per favorire la ripresa economica tramite la concessione di un sostegno finanziario comunitario a favore di progetti nel settore dell'energia — COM(2010) 283 definitivo — 2010/0150 (COD)

165

2011/C 048/31

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Consiglio recante modifica della direttiva 2008/9/CE che stabilisce norme dettagliate per il rimborso dell'imposta sul valore aggiunto, previsto dalla direttiva 2006/112/CE, ai soggetti passivi non stabiliti nello Stato membro di rimborso, ma in un altro Stato membro — COM(2010) 381 definitivo — 2010/0205 (CNS)

167

2011/C 048/32

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento (UE) … del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica del regolamento (CE) n. 2187/2005 del Consiglio per quanto riguarda il divieto di selezione qualitativa e le restrizioni applicabili alla pesca della passera pianuzza e del rombo chiodato praticata nel Mar Baltico, nei Belt e nell’Øresund — COM(2010) 325 definitivo — 2010/0175 (COD)

168

2011/C 048/33

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla commercializzazione dei materiali di moltiplicazione vegetativa della vite (rifusione) — COM(2010) 359 definitivo — 2010/0194 (COD)

169

IT

 


I Risoluzioni, raccomandazioni e pareri

RISOLUZIONI

Comitato economico e sociale europeo

465a sessione plenaria del 15 e 16 settembre 2010

15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/1


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «La situazione dei Rom nell'Unione europea»

2011/C 48/01

Nel corso della sessione plenaria del 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato la seguente risoluzione con 151 voti favorevoli, 22 voti contrari e 28 astensioni.

1.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) condanna fortemente le azioni discriminatorie contro i Rom e contro qualsiasi minoranza etnica.

2.

Il CESE si è sempre adoperato per la difesa dei diritti umani fondamentali di tutte le persone che vivono nell'Unione europea e si è sempre mobilitato contro ogni forma di discriminazione nei confronti delle minoranze nazionali, contro il razzismo e la xenofobia. L'entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha rafforzato il quadro normativo e politico di questo approccio, nonché gli strumenti per la sua attuazione.

3.

Il CESE, inoltre, ha sempre sostenuto con vigore il diritto alla libera circolazione e al soggiorno di tutti i cittadini comunitari e delle loro famiglie, in conformità del diritto dell'UE.

4.

Il CESE ha sempre reclamato con forza politiche attive d'inclusione sociale a favore delle minoranze e dei migranti, in particolare dei Rom.

5.

Il CESE desidera inoltre ribadire il proprio attaccamento al principio dello Stato di diritto secondo cui la responsabilità di ogni atto, compresi eventuali atti di natura criminale, deve essere sempre individuale.

6.

Il CESE, consapevole del fatto che i problemi legati all'integrazione dei Rom si pongono innanzi tutto a livello degli Stati membri interessati, sottolinea tuttavia la responsabilità dell'UE sulla base del nuovo Trattato e la necessità di fornire una risposta a livello dell'UE, sia per tener conto delle specificità delle popolazioni Rom sia per garantire parità di trattamento su tutto il territorio dell'Unione.

7.

Il CESE difende attivamente l'integrazione economica e sociale della popolazione Rom, come quella delle altre minoranze e dei migranti, e propone alle istituzioni dell'UE di definire una strategia globale e convincente nei confronti degli Stati membri per realizzare una vera integrazione basata sui diritti e i doveri che sono comuni a tutti i cittadini dell'UE. Una strategia di questa natura deve essere elaborata in modo partecipativo, coinvolgendo le comunità Rom, ed essere sostenuta da fondi proporzionati e adeguati alle grandi sfide da affrontare.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI

Il Segretario generale del Comitato economico e sociale europeo

Martin WESTLAKE


PARERI

Comitato economico e sociale europeo

465a sessione plenaria del 15 e 16 settembre 2010

15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/2


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «La strategia dell'UE per la regione del Danubio»

2011/C 48/02

Relatore: BARABÁS

Correlatore: MANOLIU

Il vicepresidente della Commissione europea Šefčovič, in data 26 febbraio 2010, ha chiesto al Comitato economico e sociale europeo di elaborare un parere esplorativo sul tema:

La strategia dell'UE per la regione del Danubio.

La sezione specializzata Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 20 luglio 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 123 voti favorevoli, 2 voti contrari e 8 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1   Il presente parere del Comitato economico e sociale europeo (CESE) vuole innanzi tutto approfittare dell'occasione offerta dalla Commissione europea alla società civile organizzata europea di formulare proposte pratiche e specifiche come contributo al piano d'azione, in fase di elaborazione, relativo alla strategia per il Danubio (1). Il CESE auspica che le sue proposte riflettano adeguatamente l'impegno del Comitato stesso e della società civile organizzata europea e il loro forte sostegno a tale strategia. Il CESE si attende che la futura strategia costituisca un autentico contributo al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i cittadini della regione danubiana, che esso considera come lo specchio dell'Europa.

1.2   A livello politico, la prevista strategia per il Danubio:

1.2.1

deve essere aperta e ricettiva, sensibile agli aspetti sociali, economici ed ambientali, deve essere attenta alle raccomandazioni delle organizzazioni della società civile e deve basarsi sulla loro esperienza;

1.2.2

data la complessità e l'interdipendenza delle questioni trattate, la strategia sarà efficace solo se seguirà costantemente un approccio integrato piuttosto che i punti di vista settoriali, e se si concentrerà sull'esigenza di realizzare gli obiettivi delle pertinenti parti in causa;

1.2.3

deve tenere presente e cercare di incoraggiare la cooperazione nei settori della «sicurezza cooperativa» (soft security), ad esempio l'attività congiunta dei servizi di emergenza in caso di catastrofi naturali, nel settore della mobilità dei lavoratori e delle imprese, ecc., o per lo sviluppo di piani di emergenza per far fronte a incidenti ecologici;

1.2.4

deve contribuire a un'utilizzazione più completa del potenziale offerto dal Trattato di Lisbona, e quindi, ad esempio, a un'applicazione coerente del principio della democrazia partecipativa;

1.2.5

deve essere uno strumento adeguato per:

a.

contribuire in modo sostanziale, in quanto politica di sviluppo macroregionale, all'approfondimento del processo di integrazione europea, specialmente nel quadro della strategia Europa 2020 (per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva);

b.

avvicinare all'UE i sei paesi terzi della regione, sostenendo le loro aspirazioni all'integrazione;

1.2.6

deve riflettere le politiche di livello macroregionale dell'UE, come pure il ruolo e il contributo attivi e costruttivi della società civile organizzata;

1.2.7

deve contribuire a coordinare il lavoro dei sistemi di cooperazione già presenti a vari livelli e in differenti parti della regione, a rendere più efficiente la loro attività e ad eliminare le sovrapposizioni;

1.2.8

deve avere una governance chiara, semplice, trasparente e strutturata secondo un approccio dal basso in relazione alla società civile organizzata; i risultati devono essere valutati mediante convegni annuali;

1.2.9

deve essere attuata sotto forma di un processo che consenta un certo grado di flessibilità, revisioni periodiche e, quando possibile, l'assegnazione di risorse finanziarie aggiuntive;

1.2.10

deve avere obiettivi realistici e, per garantire una realizzazione efficace, deve definire delle priorità; ai fini dell'attuazione di tali priorità occorre predisporre un piano di azione a medio termine, in cui sia specificato che una condizione essenziale per il successo consiste nella fattiva partecipazione di tutti gli attori, conformemente al principio del partenariato;

1.2.11

deve avere risultati visibili e tangibili per la società e per i cittadini, con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini europei, in particolare dei giovani;

1.2.12

deve riflettere l'importanza del dialogo sociale e civile;

1.2.13

deve riconoscere l'importanza della connettività nella regione del Danubio;

1.2.14

deve tener conto dell'esperienza di applicazione della strategia UE per la regione del Mar Baltico.

1.3   Proposte pratiche, a livello della società civile, in merito al programma di azione relativo alla prevista strategia per la regione del Danubio:

1.3.1

occorre costituire una rete delle organizzazioni della società civile della regione (forum della società civile del Danubio), che renda possibili, tra l'altro, interventi e progetti comuni; i membri di tale rete dovrebbero incontrarsi ogni anno in uno dei paesi della regione;

1.3.2

si devono organizzare programmi (incontri, festival, visite, esposizioni, fiere, ecc.) per rafforzare il senso di appartenenza comune dei popoli della regione del Danubio, per promuovere la formazione di una coscienza regionale e per preservare la diversità culturale, in particolare nei settori che riguardano più da vicino i giovani; anche la pubblicazione di un periodico culturale regionale contribuirebbe alla realizzazione di tale obiettivo;

1.3.3

occorre organizzare annualmente, in località di volta in volta diverse, una settimana del Danubio, che potrebbe costituire la sede adatta per discutere questioni di attualità concernenti la strategia del Danubio e per illustrarne i risultati;

1.3.4

per garantire un sostegno continuo da parte dei cittadini e della società civile organizzata, sia nell'UE che nei paesi terzi vicini, occorre un piano efficace e a lungo termine di comunicazione della strategia;

1.3.5

nell'elaborare i programmi della strategia del Danubio occorre rivolgere particolare attenzione ai gruppi svantaggiati e marginalizzati, primi fra tutti i Rom;

1.3.6

nella regione danubiana occorre rafforzare le relazioni e la cooperazione regolari tra i vari soggetti, nonché intensificare il dialogo sociale e civile; in tale processo possono svolgere un ruolo importante i consigli economici e sociali nazionali;

1.3.7

la creazione del Forum d'affari del Danubio (Danube Business Forum), che comprenderebbe attori sociali ed economici, può costituire uno strumento importante per la collaborazione e la coesione economica, sociale e territoriale nella regione; le organizzazioni dei datori di lavoro della regione danubiana dovrebbero avere accesso e, anzi, essere incoraggiate a partecipare a programmi di finanziamento volti all'organizzazione del Forum d'affari;

1.3.8

per rafforzare i rapporti tra le persone sarebbe utile ridurre o rimuovere del tutto i residui ostacoli alla libera circolazione e applicare i principi del lavoro dignitoso e della retribuzione equa;

1.3.9

ai fini dell'attuazione della strategia per il Danubio si dovrebbe fare ricorso ai progressi realizzati dalla società dell'informazione e ai servizi da essa offerti;

1.3.10

occorre istituire un gruppo di ricerca internazionale per analizzare e studiare scientificamente le questioni strategiche della regione del Danubio; le sue attività dovrebbero essere coadiuvate anche mediante un programma di borse di studio;

1.3.11

bisogna esaminare in che modo i vari Anni europei e programmi tematici dell'UE possano essere messi in relazione con la strategia per il Danubio;

1.3.12

occorre sostenere le iniziative che vertono sull'insegnamento delle lingue utilizzate nella regione;

1.3.13

il CESE dovrebbe istituire un osservatorio o un gruppo di studio permanente sulla strategia per il Danubio;

1.3.14

gli elementi della strategia per il Danubio e il suo piano d'azione dovrebbero essere attuati e monitorati da un comitato di gestione, comprendente rappresentanti delle organizzazioni della società civile, il quale redigerà relazioni annuali in merito alle proprie conclusioni;

1.3.15

parallelamente all'adozione della strategia per il Danubio, la Commissione europea dovrebbe promuovere alcuni progetti pilota adeguati per la sperimentazione e per raccogliere le prime esperienze maturate;

1.3.16

l'attuazione della strategia per il Danubio e del relativo piano d'azione può essere finanziata ricorrendo a varie fonti: a parte i finanziamenti dell'UE (specialmente i fondi strutturali), si possono prendere in considerazione gli Stati della regione, il settore privato e le istituzioni finanziarie internazionali. Contando sul loro contributo, raccomandiamo la creazione di un fondo apposito;

1.3.17

il CESE ritiene che la strategia per il Danubio, la cui adozione è prevista per la prima metà del 2011, durante la presidenza ungherese, sarà uno strumento decisivo per sviluppare una regione danubiana dinamica, competitiva, inclusiva e fiorente.

2.   Orientamento della strategia per il Danubio

2.1   Nell'elaborare la strategia per il Danubio è importante definire la base teorica che sorreggerà la strategia di cooperazione nella regione e il programma d'azione inteso a realizzarla.

2.2   Pertanto, ai fini dell'elaborazione della strategia, va tenuto a mente quanto segue:

gli aspetti della coesione economica, sociale e territoriale,

il ruolo svolto dal Danubio nel contesto dei trasporti e delle infrastrutture (con particolare riferimento al settimo corridoio paneuropeo, che riguarda il Danubio) e il relativo potenziale di sviluppo delle attività economiche in generale; l'esigenza di sostenere misure di manutenzione del canale navigabile in tutti i tratti in cui sia necessario per garantire il trasporto e rimuovere le strozzature di cui al progetto prioritario 18 delle TEN-T (in tale contesto la dichiarazione comune redatta sotto l'egida della Commissione internazionale per la protezione del Danubio (ICPDR), andrebbe considerata una guida e applicata nella pratica; la necessità di proseguire l'attuazione di progetti di trasporto intermodale (realizzazione di un terminale per container nei porti) e di trasporto su strada nelle aree limitrofe della regione danubiana (costruzione di ponti che servirebbero a rendere molto più fluido il trasporto merci); inoltre, l'esigenza di portare avanti progetti che avrebbero un impatto considerevole nel campo dello sviluppo, ad esempio il canale Danubio-Bucarest, la cui realizzazione andrebbe a vantaggio dell'economia europea nel suo complesso,

il Danubio come fonte di acqua potabile e di energia e come ambiente naturale da salvaguardare - il fattore essenziale è lo sviluppo sostenibile; è necessario sostenere la realizzazione di progetti nel settore delle infrastrutture per l'energia, ad esempio la costruzione di centrali idroelettriche,

il ruolo svolto nella regione dall'innovazione, dalla ricerca e dall'istruzione,

le esigenze del turismo nella regione danubiana e il potenziale di sviluppo rurale; per quanto riguarda quest'ultimo settore, occorrerebbe considerare il finanziamento di progetti in grado di promuovere attività nei paesi con un'importante tradizione agricola; il finanziamento di progetti per la costruzione di infrastrutture per il carico e scarico di cereali contribuirebbe a valorizzare il potenziale dell'agricoltura locale, soprattutto nei paesi di consolidata tradizione agricola,

il ruolo del fiume nella formazione di una coscienza e di un'identità comuni «danubiane», a integrazione della formazione in tutta l'UE di una coscienza e di un'identità europee; il dialogo interculturale e la solidarietà, anche tra Stati membri e non membri dell'UE presenti nella regione, sono di primaria importanza in tale contesto,

l'esigenza di fare in modo che qualsiasi incremento del volume dei trasporti avvenga nel rispetto dell'ambiente,

necessità di un potenziale di risoluzione dei conflitti capace di affrontare le tensioni tuttora vive nella regione e che affondano le loro radici nella storia.

2.3   Data la presenza di valori e di interessi complessi e spesso in concorrenza tra loro, è importante che prenda forma una strategia per il Danubio integrata e fondata su principi comuni, che tenga conto, oltre che delle logiche economiche, anche delle esigenze e dei fattori sociali, compresi i punti di vista e i contributi della società civile.

2.4   Un'efficace strategia per il Danubio, fondata sulla coesione economica, territoriale e sociale, rappresenta l'elemento fondante di una regione danubiana dinamica, competitiva e fiorente.

3.   Contesto

3.1   Nella riunione del 18 e 19 giugno 2009, il Consiglio europeo ha invitato la Commissione a presentare entro la fine del 2010 una strategia europea per la regione del Danubio. Nel corso dei lavori preparatori numerosi soggetti interessati hanno espresso il proprio parere, tra l'altro nel quadro della consultazione pubblica promossa dalla Commissione.

3.2   Il CESE sostiene univocamente e fermamente la nuova concezione dell'UE in materia di politica macroregionale e, in tale contesto, l'elaborazione di una strategia per la regione del Danubio. Nella sua qualità di rappresentante istituzionale della società civile organizzata europea, il CESE è pronto a svolgere un ruolo attivo e a prendere l'iniziativa nell'elaborazione e nell'attuazione di tale strategia.

3.3   L'interesse e l'impegno del CESE per le questioni relative alla strategia per il Danubio non sono un fatto nuovo. Negli ultimi anni il Comitato ha adottato vari documenti, in cui trattava specificamente questioni come i trasporti o la tutela dell'ambiente. Tali documenti illustrano le ragioni dell'interesse del CESE per la regione del Danubio e sostengono l'elaborazione di una strategia per tale regione.

3.4   Va notato che gli ultimi allargamenti hanno spostato sensibilmente più a Est il centro geografico dell'UE, mentre il suo baricentro economico è rimasto fermo nell'Europa occidentale. La coesione economica, territoriale e sociale, in quanto elemento decisivo della strategia per il Danubio, e le idee concrete che servono alla sua realizzazione, sembrano costituire un contributo appropriato all'eliminazione di tali squilibri.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  La futura strategia per il Danubio comprenderà i seguenti Stati membri dell'UE: Germania, Austria, Ungheria, Slovacchia, Repubblica ceca, Slovenia, Bulgaria e Romania, e i seguenti Stati non appartenenti all'UE: Croazia, Serbia, Ucraina, Moldova, Bosnia-Erzegovina e Montenegro.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/6


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Il ruolo dell'immigrazione legale in un contesto di sfida demografica» (parere esplorativo)

2011/C 48/03

Relatore: PARIZA CASTAÑOS

Con lettera datata 16 febbraio 2010, Joëlle MILQUET, vice primo ministro e ministro dell'Occupazione e delle pari opportunità, responsabile della politica di immigrazione e asilo, a nome della futura presidenza belga e conformemente al disposto dell'articolo 304 del TFUE, ha invitato il Comitato economico e sociale europeo a elaborare un parere esplorativo sul tema:

Il ruolo dell'immigrazione legale in un contesto di sfida demografica.

La sezione specializzata Occupazione, affari sociali, cittadinanza, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 2 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 115 voti favorevoli, 1 voto contrario e 2 astensioni.

1.   Conclusioni

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ritiene necessario affrontare le sfide demografiche con un approccio olistico, intervenendo in numerosi ambiti economici, sociali e politici. L'immigrazione legale fa parte della risposta dell'UE a questa situazione demografica.

1.2

La mobilità interna dei cittadini europei è ridotta, minore dell'immigrazione di cittadini di paesi terzi. Il CESE ritiene che si debbano eliminare gli ostacoli e facilitare la mobilità interna dei lavoratori europei.

1.3

Il CESE accoglie con favore l'obiettivo della strategia Europa 2020, di innalzare al 75 % il livello di occupazione della fascia di età compresa tra 20 e 64 anni grazie a una maggiore partecipazione delle donne e dei lavoratori anziani e a una migliore integrazione degli immigranti nel mercato del lavoro.

1.4

La politica comune di immigrazione deve fondarsi su un approccio strategico, con una visione di medio e di lungo periodo, che tenga conto di aspetti quali: il contesto demografico, l'evoluzione dei mercati del lavoro, l'integrazione, la diversità culturale, i diritti fondamentali, la parità di trattamento, la non discriminazione e la cooperazione con i paesi d'origine.

1.5

Spetta a ciascuno Stato membro decidere in merito all'ammissione di nuovi immigrati sul suo territorio. L'UE può apportare un significativo valore aggiunto attraverso una politica comune e una legislazione improntata a un elevato livello di armonizzazione.

1.6

Nonostante alcune differenze nazionali, l'UE e gli Stati membri devono poter disporre di una legislazione aperta, che permetta un'immigrazione per motivi di lavoro mediante canali legali e trasparenti, sia per i lavoratori altamente qualificati che per quelli che svolgono lavori meno qualificati.

1.7

Il CESE ritiene che, alla luce delle sfide demografiche, occorra modificare le direttive in vigore ed elaborare nuovi strumenti legislativi.

1.8

Con la ratifica del Trattato di Lisbona è entrata in vigore la Carta dei diritti fondamentali, che renderà più equilibrato l'approccio dell'UE in materia di legislazione sull'immigrazione e promuoverà un maggiore rispetto dei diritti umani.

1.9

In Europa, ciononostante, stanno crescendo l'intolleranza, il razzismo e la xenofobia nei confronti degli immigrati e delle minoranze. È necessario che i responsabili politici, i leader sociali e i mezzi di comunicazione agiscano con un alto senso di responsabilità e di pedagogia politica e sociale per prevenire questi comportamenti. Le istituzioni dell'UE, dal canto loro, devono agire con decisione, e le organizzazioni della società civile devono essere molto attive nella lotta contro queste ideologie e questi comportamenti.

1.10

La legislazione europea in materia di immigrazione deve garantire la parità di trattamento, sulla base del principio di non discriminazione.

1.11

La cooperazione con i paesi di origine non dovrebbe riguardare esclusivamente la lotta all'immigrazione irregolare, il rimpatrio e il controllo delle frontiere. I relativi accordi devono tenere conto anche dell'interesse di tutte le parti: gli immigrati, che devono veder rispettati i loro diritti fondamentali; i paesi d'origine, perché l'immigrazione possa avere effetti positivi sul loro sviluppo economico e sociale; e le società europee di accoglienza.

1.12

La politica comune di immigrazione deve tenere conto dell'integrazione, un processo sociale bidirezionale di reciproco adattamento tra emigranti e società di accoglienza, che dev'essere favorito nell'Unione europea attraverso una buona gestione a livello nazionale, regionale e locale. Un approccio comune europeo presenta un grande valore aggiunto in quanto vincola l'integrazione ai valori e ai principi del Trattato, alla parità di trattamento e alla non discriminazione, alla Carta dei diritti fondamentali, alla Convenzione europea dei diritti umani e alla strategia Europa 2020.

1.13

Il CESE invita la Commissione europea a chiedere l'elaborazione di un parere esplorativo in merito all'utilità di costituire una piattaforma europea di dialogo per la gestione dell'immigrazione per ragioni di lavoro.

2.   La popolazione dell'Unione europea

2.1

L'Unione europea conta attualmente poco meno di 500 milioni di abitanti  (1). Negli ultimi dieci anni si è registrata una variazione positiva, e la popolazione è aumentata di oltre 18 milioni di unità (2).

2.2

Si osservano tuttavia grandi differenze nazionali. La popolazione è diminuita in vari Stati membri, e in particolare in Ungheria, Polonia, Bulgaria e Romania, mentre è rimasta stabile o è cresciuta negli altri, in particolare in Spagna, Francia, Italia e Regno Unito. In alcuni Stati membri si osservano inoltre notevoli differenze tra le varie regioni.

2.3

La crescita naturale ha aggiunto oltre 3 milioni di abitanti alla popolazione complessiva dell'UE (3). I paesi nei quali la crescita naturale è stata più forte in termini assoluti sono stati Francia, Regno Unito, Spagna e Paesi Bassi, ma anche altri paesi hanno fatto registrare valori positivi. I paesi con il saldo naturale negativo più significativo sono stati Germania, Bulgaria, Romania e Ungheria.

2.4

La popolazione dell'UE sta invecchiando. La percentuale di abitanti di età inferiore ai 15 anni è scesa dal 17,7 % del 1998 al 15,7 % del 2008.

2.5

La percentuale di abitanti di età pari o superiore a 65 anni è invece cresciuta dal 15,3 % del 1998 al 17 % del 2008. Questa percentuale è leggermente diminuita in Irlanda e Lussemburgo, mentre si avvicina al 20 % in Germania e Italia e supera il 18,5 % in Grecia.

2.6

Il tasso di dipendenza demografica  (4) dell'UE si è mantenuto praticamente stabile negli ultimi dieci anni, passando dal 49,2 % del 1998 al 48,6 % del 2008. In questi anni detto tasso è aumentato in Danimarca, Germania, Grecia, Italia e Paesi Bassi, è rimasto stabile in Francia e Finlandia ed è calato negli altri Stati membri, in particolare in quelli dove è diminuita maggiormente la percentuale di bambini e ragazzi.

2.7

Nel 2006 l'indice sintetico di fecondità  (5) era di 1,53 figli per donna, e tra il 1999 e il 2008 è aumentato in tutti gli Stati membri. Rimane tuttavia sotto il valore 1,5 in molti Stati membri. Soltanto in Francia si raggiungono i 2 figli per donna.

2.8

Aumenta la speranza di vita alla nascita della popolazione europea, che si situa su un valore medio di oltre 82 anni per le donne e di 76 anni per gli uomini.

2.9

La mortalità infantile  (6) è in calo nella maggior parte degli Stati membri, e nel 2006, nell'insieme dell'UE, era al di sotto dei 5 decessi per ogni 1 000 nati vivi.

3.   Le migrazioni nell'Unione europea

3.1

L'Europa è il luogo di destinazione di una piccola parte delle migrazioni internazionali, da anni la sua popolazione comprende numerosi immigrati.

3.2

Nel Trattato, e pertanto nei pareri del CESE, il termine immigrazione si riferisce ai cittadini di Stati terzi.

3.3

L'immigrazione ha costituito nel periodo 1999-2008 il fattore principale dell'aumento della popolazione dell'UE. La migrazione netta ha aggiunto infatti quasi 15 milioni di persone alla popolazione dell'UE (7). Il saldo migratorio è negativo soltanto in Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania, ed è leggermente positivo in vari Stati membri, mentre il saldo migratorio più alto si riscontra in Germania, Spagna, Francia, Italia e Regno Unito. Tra il 1999 e il 2008 la maggior parte degli Stati membri ha avuto un saldo migratorio positivo, ad eccezione della Bulgaria (- 215 600), della Lettonia (- 24 700), della Lituania (- 88 100), della Polonia (- 566 100) e della Romania (- 594 700).

3.4

I flussi migratori contribuiscono all'aumento della popolazione dell'UE. L'immigrazione è all'origine di più dell'80 % dell'aumento della popolazione registrato negli ultimi 10 anni.

3.5

In alcuni paesi (Italia, Malta, Austria e Portogallo) il saldo migratorio è stato superiore al 4 % della popolazione media del periodo; in altri ha superato il 10 %: Cipro (11,64 %), Spagna (12,62 %), Irlanda (10,66 %) e Lussemburgo (11,08 %). All'altro estremo, le perdite di popolazione dovute al saldo migratorio oscillano tra lo 0,75 % della Lettonia e il 2,62 % della Romania.

3.6

Nel 2008, il numero di residenti stranieri (compresi sia i cittadini europei che quelli di paesi terzi) era di quasi 31 milioni. Il paese con la più grande popolazione straniera è la Germania, con oltre 7 milioni, seguita da Spagna (5,3 milioni), Regno Unito (4 milioni), Francia (3,7 milioni) e Italia (3,4 milioni), con un aumento generalizzato, nel 2009, in tutti questi paesi a eccezione della Germania. La Grecia e il Belgio si avvicinano al milione di stranieri, mentre Irlanda, Paesi Bassi, Austria e Svezia superano il mezzo milione.

3.7

Nel quarto trimestre del 2009 (8) quasi 11 milioni di cittadini europei risiedevano in un altro Stato membro. Di questi, 2,5 milioni vivevano in Germania, 1,8 milioni nel Regno Unito, 1,6 milioni in Spagna, 1,2 milioni in Francia e 1,1 milioni in Italia. In quantità minori se ne trovano anche in Belgio (642 900), Irlanda (350 500), Lussemburgo (191 000), Austria (322 200), Paesi Bassi (272 100), Grecia (142 500) e Svezia (185 700).

3.8

Dal quarto trimestre del 2005 il numero dei cittadini di uno Stato membro che risiedono in un altro è aumentato di oltre 2,7 milioni; le principali destinazioni di questi spostamenti interni all'UE sono stati Italia, Regno Unito e Spagna, con oltre 1,7 milioni di nuovi residenti.

3.9

Nel 2009 l'aumento del numero complessivo di stranieri è sceso sotto il milione, un valore simile a quello del 2006.

4.   Il futuro della popolazione dell'Unione europea

4.1

Secondo le proiezioni demografiche di Eurostat, nel 2018 la popolazione dell'UE oscillerà tra i 495 e i 511 milioni, laddove la differenza tra le due cifre è legata alla consistenza del fenomeno migratorio nei prossimi anni.

4.2

Tenendo conto dell'immigrazione di cittadini di paesi terzi, la proiezione per il 2020 sale a 514 milioni, e per il 2030 raggiunge i 520 milioni. La proiezione si basa sull'ipotesi per cui ogni anno vi sarà una migrazione netta di poco meno di 1,5 milioni di persone.

4.3

Pertanto la previsione di crescita della popolazione di qui al 2020, tenuto conto dell'immigrazione, si aggira sui 14 milioni di persone. Di queste, 5,3 milioni si troveranno in Spagna, 4 nel Regno Unito, 1,4 in Italia, 1,3 in Francia, quasi 1 milione in Irlanda, circa 500 000 in Svezia e Belgio e quasi 500 000 in Portogallo. All'estremo opposto, si verificheranno cali demografici di oltre 660 000 persone in Romania, 530 000 in Germania, 419 000 in Bulgaria e oltre 100 000 in Polonia, Ungheria, Lituania e Lettonia.

4.4

Nel 2020 la popolazione dell'UE farà registrare, rispetto ai valori del 2008, un aumento di quasi 845 000 persone di età inferiore a 15 anni, un calo di 2,8 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni e un aumento di 18,1 milioni di persone di 65 anni o più. Inoltre la popolazione tra i 20 e i 59 anni si ridurrà di 4,7 milioni. La crescita prevista della popolazione dell'UE si concentrerà pertanto nella fascia di età di 65 anni o più, con un maggiore invecchiamento demografico: le persone di età superiore a 65 anni raggiungeranno il 20 %.

5.   Il mercato del lavoro nell'Unione europea

5.1

Nel contesto del mercato del lavoro, la variabile demografica va considerata assieme ad altre variabili di natura economica, sociale o politica, che esulano dal tema del presente parere.

5.2

Nel periodo 1998-2008 la popolazione potenzialmente attiva per motivi di età è cresciuta di 12,1 milioni di unità, di cui poco meno di 12 milioni tra i 20 e i 59 anni di età.

5.3

Nel 2009 l'UE aveva circa 218 milioni di occupati, con un calo di 3,8 milioni rispetto all'anno precedente. Oltre 24 milioni (l'11 %) avevano un lavoro temporaneo. L'età media della fine dell'attività lavorativa era di 61,4 anni.

5.4

Nel quarto trimestre del 2009, 5,8 milioni di cittadini dell'UE lavoravano in un altro Stato membro. Di questi, 1,4 milioni lavoravano in Germania, 1,1 milioni nel Regno Unito, 820 000 in Spagna, 650 000 in Italia, 540 000 in Francia, 280 000 in Belgio, 190 000 in Irlanda, 180 000 in Austria, 150 000 nei Paesi Bassi e 125 000 in Svezia.

5.5

Tra il 1998 e il 2008, nell'UE-15, il tasso di attività è aumentato per tutte le fasce d'età, ma con differenze che vanno dall'1 % della fascia 15-19 anni al 10 % della fascia 60-64. Il tasso di occupazione maschile è rimasto pressoché invariato, aumentando però per la fascia di età compresa tra i 50 e i 70 anni, con un massimo di 10 punti per la fascia 60-65. Il tasso di occupazione femminile è cresciuto per tutte le fasce di età e, in particolare, per le donne tra i 30 e i 65 anni, con valori massimi di oltre 10 punti percentuali tra i 50 e i 65 anni.

5.6

Negli ultimi anni è aumentata in modo notevole la presenza delle donne nel mercato del lavoro, nondimeno il tasso di occupazione femminile è ancora inferiore a quello maschile.

5.7

Nel 2020 la popolazione potenzialmente attiva sarà di 361 milioni di persone, delle quali circa 238 milioni saranno realmente attive (9), mentre un margine di 123 milioni di persone non avrà un'attività lavorativa. Ciò significa un tasso di occupazione del 74,2 % per la fascia 20-64 anni, in leggero calo rispetto al valore del 2008, a causa delle mutazioni nella struttura demografica.

5.8

Tenuto conto dei tassi di disoccupazione (10), nel 2020 gli occupati potrebbero essere 221,5 milioni, il che significherebbe un tasso di occupazione del 69,3 % per la fascia 20-64 anni.

5.9

Tuttavia la strategia Europa 2020 (11) punta a portare al 75 % il tasso di attività della popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni, mediante una maggiore partecipazione delle donne e dei lavoratori anziani e una migliore integrazione degli immigrati nel mercato del lavoro.

5.10

Pervenire a un tasso di occupazione del 75 % nel 2020 per la fascia di età da 20 a 64 anni significherebbe avere 17,5 milioni di occupati in più. Anche così, tuttavia, rimarrebbero oltre 76 milioni di persone non occupate appartenenti a questa fascia d'età, benché la cifra comprenda anche ammalati e disabili non in grado di lavorare.

5.11

Vi sono differenze significative tra i tassi di occupazione dei diversi paesi dell'UE, che nel 2009 andavano dal minimo di Malta (meno del 60 %) al massimo dei Paesi Bassi (quasi l'80 %), con paesi che superano già l'obiettivo del 75 %. Per questo motivo l'aumento del tasso di occupazione nei paesi dove esso è basso e si colloca al di sotto della media UE, ossia nella maggioranza degli Stati membri, o in quelli dove supera la media dell'UE senza tuttavia raggiungere il 75 %, potrebbe comportare spostamenti di popolazione interni all'UE.

5.12

Uno dei fattori di incremento del tasso di occupazione è l'aumento del livello di istruzione della popolazione. Nel 2008, nella fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni, il tasso di occupazione dei laureati era dell'84 %, contro il 71 % dei diplomati e del 48 % di chi aveva un titolo di studio inferiore. Il tasso di occupazione di laureati e diplomati, inoltre, si colloca al di sopra del livello medio, che è del 66 %. Il miglioramento del livello di istruzione può inoltre essere un fattore di incremento della produttività e contribuire a equilibrare una domanda crescente di lavoratori con un livello di istruzione elevato.

5.13

Nell'attuale situazione di crisi economica, i mercati del lavoro non sono in grado di assorbire tutta la popolazione in età lavorativa (autoctoni e immigrati), e il tasso di disoccupazione si aggira sul 10 %. Nel febbraio 2010 nell'UE c'erano 23,01 milioni di disoccupati (uomini e donne) in età lavorativa, 3,1 milioni in più rispetto allo stesso mese del 2009.

5.14

L'invecchiamento della popolazione sta accelerando. Con il pensionamento della generazione del boom demografico degli anni '60, la popolazione attiva dell'UE diminuirà; il numero di persone che hanno più di 60 anni aumenterà a un ritmo doppio rispetto a quello del 2007, ossia di 2 milioni l'anno invece di 1.

5.15

Secondo la Commissione europea (12) a partire dal 2020 la scarsità di forza lavoro sarà più acuta, ragion per cui l'Europa avrà difficoltà a mantenere il suo livello di attività economica e di occupazione. Tale situazione potrebbe protrarsi per vari decenni.

5.16

In alcuni Stati membri le persone anziane sono incoraggiate a rimanere attive nel mercato del lavoro, avvicinando così l'età di pensionamento reale a quella legale. Vengono anche promosse riforme legislative intese a portare l'età della pensione oltre i 65 anni, come raccomanda il Libro verde della Commissione (13).

6.   Il ruolo dell'immigrazione in questo contesto demografico

6.1

Il CESE ritiene necessario affrontare le sfide demografiche con un approccio olistico, intervenendo in numerosi ambiti economici, sociali e politici. L'azione dell'UE deve riguardare tra l'altro le politiche di occupazione e di formazione, il miglioramento dei mercati del lavoro, i sistemi pensionistici, la conciliazione di attività professionale e vita familiare, le politiche attive per la famiglia ecc.

6.2

La politica di immigrazione rientra tra le decisioni politiche che l'UE deve adottare in questo contesto.

6.3

Il CESE ricorda le conclusioni del gruppo di saggi presieduto da Felipe González, riprese nel documento Europa 2030  (14), secondo le quali «la sfida demografica che si profila per l'Unione europea potrà essere vinta solo con due filoni d'azione complementari: innalzare i tassi di partecipazione al mercato del lavoro e attuare una politica dell'immigrazione equilibrata, equa e proattiva». «i lavoratori migranti contribuiranno a risolvere il problema della futura penuria di forza lavoro e di competenze in Europa e l'UE dovrà definire una linea proattiva in tema d'immigrazione».

6.4

Il CESE ha adottato numerosi pareri per promuovere una politica comune dell'immigrazione, affinché nuove persone possano sviluppare il loro progetto migratorio in Europa attraverso procedure legali e trasparenti.

6.5

L'Europa è la destinazione di una parte delle migrazioni internazionali, perché la relativa prosperità economica e la stabilità politica ne fanno, agli occhi di alcuni migranti, un luogo attraente e ricco di opportunità.

6.6

L'UE deve tenere conto del fatto che molti immigranti hanno un forte spirito imprenditoriale, e che essi avviano imprese in Europa e contribuiscono alla creazione di nuovi posti di lavoro.

6.7

La mobilità interna all'UE per motivi di lavoro è meno consistente dell'immigrazione. Negli ultimi anni i cittadini polacchi e romeni sono quelli che hanno esercitato in misura maggiore il diritto alla libera circolazione all'interno dell'UE. Il CESE ritiene che l'UE debba promuovere e agevolare la mobilità lavorativa dei cittadini europei e a tal fine rafforzare la rete EURES e promuovere il riconoscimento dei titoli accademici e professionali.

7.   La politica comune di immigrazione

7.1

La politica comune di immigrazione si sta sviluppando con molte difficoltà. È migliorata la collaborazione nella lotta all'immigrazione irregolare e al traffico di esseri umani, sono stati conclusi alcuni accordi con paesi terzi e si è delineato un approccio europeo all'integrazione, ma si sono fatti scarsi progressi in materia di legislazione sull'ammissione di nuovi immigrati per motivi economici, di condizioni di ingresso e di soggiorno e di diritti degli immigrati.

7.2

Nell'elaborare la politica comune di immigrazione si deve considerare che ciascuno Stato membro presenta caratteristiche specifiche per quanto riguarda il mercato del lavoro, il sistema giuridico, i vincoli storici con paesi terzi ecc.

7.3

La legislazione comune in materia di ammissione si sviluppa attraverso direttive diverse a seconda delle categorie professionali di lavoratori immigrati.

7.4

Le imprese europee vogliono procedure migliori per l'assunzione di lavoratori immigrati altamente qualificati. A questo fine l'UE ha adottato la direttiva (15) sulla Carta blu, che il CESE ha appoggiato pur presentando alcune proposte di modifica.

7.5

Per quanto riguarda altre attività lavorative, tuttavia, non si dispone ancora di una legislazione comune, anche se in avvenire l'UE accoglierà un gran numero di lavoratori immigrati per svolgere attività con qualifiche medie o basse.

7.6

Nel suo contributo al programma di Stoccolma, la Commissione ha proposto di creare una piattaforma europea per la migrazione dei lavoratori alla quale partecipino le parti sociali, ma il Consiglio ha respinto la proposta. Il CESE auspica che la Commissione lo consulti sull'utilità di creare la suddetta piattaforma.

8.   Legislazione

8.1

L'UE sta discutendo da due anni la proposta della Commissione per una direttiva quadro  (16) sui diritti degli immigrati, che prevede tra l'altro una procedura unica. Il CESE ritiene fondamentale che si approvi tale direttiva durante la presidenza belga.

8.2

Il 13 luglio 2010 la Commissione ha adottato due nuove proposte legislative: una riguardante i lavoratori immigrati stagionali (17) e una sui lavoratori immigrati distaccati temporaneamente in un altro Stato membro (18). Il CESE esaminerà l'impostazione di queste due proposte ed elaborerà i corrispondenti pareri.

8.3

Per il suo carattere de minimis, la direttiva 2003/86/CE sul diritto al ricongiungimento familiare consente che alcune legislazioni nazionali non garantiscano pienamente l'esercizio del suddetto diritto. Tale direttiva va modificata affinché, dopo un anno di residenza, gli immigrati possano richiedere alle autorità il ricongiungimento, esercitando il fondamentale diritto alla vita familiare. Il CESE ritiene anche che i coniugi o conviventi ricongiunti e i figli in età lavorativa debbano poter ottenere il permesso di lavoro. La Commissione presenterà in ottobre un Libro verde in materia.

8.4

Da alcuni anni è in vigore la direttiva  (19)«studenti». Il CESE ritiene che le persone che ai sensi di tale direttiva hanno un permesso di soggiorno, una volta che esso sia scaduto debbano poter beneficiare di una procedura accelerata per richiedere un permesso di lavoro e una proroga del precedente permesso di soggiorno. La Commissione elaborerà nel 2011 una relazione sull'applicazione della direttiva.

8.5

È in vigore anche la direttiva  (20)«ricercatori». A giudizio del CESE, va introdotta una procedura accelerata per consentire a queste persone, una volta concluso il loro progetto di ricerca, di accedere alla Carta blu per svolgere un'attività lavorativa. La Commissione elaborerà nel 2012 una relazione sull'applicazione di tale direttiva.

8.6

È necessario risolvere uno dei problemi più importanti di cui risentono molti immigrati e molte imprese europee: quello del riconoscimento dei titoli accademici e professionali.

8.7

Il CESE ritiene che, perché la maggior parte dell'immigrazione possa avvenire in modo legale e trasparente, la legislazione in materia di ammissioni deve tenere conto anche delle attività lavorative svolte nelle microimprese e nelle famiglie. Per questo motivo il CESE, in un altro parere (21), ha proposto l'introduzione di un permesso di ingresso e di soggiorno temporaneo per la ricerca di un lavoro, della durata di sei mesi.

8.8

Tenendo conto della Carta dei diritti fondamentali, l'UE deve assicurare a ciascun individuo la protezione dei diritti umani nel quadro degli ordinamenti giuridici europei e nazionali.

8.9

I diritti umani sono universali e irrevocabili, e valgono per tutte le persone, indipendentemente dalla loro condizione o dal loro status giuridico. Per questo motivo il CESE ha elaborato un parere d'iniziativa (22) nel quale propone che le politiche e la legislazione dell'UE in materia di immigrazione e frontiere rispettino adeguatamente i diritti umani.

8.10

La legislazione europea in materia di immigrazione deve garantire la parità di trattamento, sulla base del principio di non discriminazione (articolo 21 della Carta) e assicurare il rispetto dell'articolo 15, paragrafo 3, della Carta stessa, che recita: «i cittadini dei paesi terzi che sono autorizzati a lavorare nel territorio degli Stati membri hanno diritto a condizioni di lavoro equivalenti a quelle di cui godono i cittadini dell'Unione».

8.11

La parità di trattamento nel lavoro riguarda le condizioni di lavoro, il salario, il licenziamento, la salute e sicurezza sul posto di lavoro e i diritti di associazione e di sciopero, nonché la parità di trattamento nel quadro di altri diritti sociali fondamentali come: l'assistenza sanitaria, i diritti pensionistici, la protezione in caso di disoccupazione e la formazione.

8.12

Il CESE osserva con preoccupazione che in Europa crescono il razzismo, la xenofobia e l'intolleranza. Esso valuta favorevolmente le attività dell'Unione dell'Agenzia europea dei diritti fondamentali.

8.13

Il CESE ritiene che una parte dei progetti migratori avrà carattere temporaneo, e in alcuni casi circolare, ma l'esperienza dimostra che i progetti migratori sono in gran parte definitivi o di lungo periodo. È quindi necessario che le politiche e la legislazione europea promuovano sempre il rispetto dei diritti umani, la sicurezza dello status giuridico degli immigrati, l'integrazione e il ricongiungimento familiare.

8.14

L'UE e gli Stati membri possono concordare con i paesi d'origine sistemi di immigrazione circolare che agevolino l'immigrazione attraverso procedure trasparenti. Il CESE appoggia i partenariati per la mobilità, che sono stati concordati con alcuni paesi d'origine, ma ritiene che detti accordi debbano essere equilibrati affinché tutte le parti (immigrati, paesi d'origine e paesi dell'UE) possano trarne beneficio.

8.15

Perché possa funzionare un sistema di immigrazione circolare è necessario che la legislazione europea preveda permessi di breve durata, molto flessibili, combinati con procedure di rimpatrio e garanzie di nuove assunzioni negli anni successivi. In questo modo molti immigrati utilizzeranno i canali legali e non permarranno in Europa in modo irregolare alla fine del loro periodo di soggiorno.

8.16

Il CESE propone di rilasciare permessi temporanei frequenti validi da 3 a 9 mesi e rinnovabili per 3, 4 o 5 anni. Queste procedure richiedono risorse finanziarie e logistiche e la collaborazione tra i datori di lavoro e le autorità degli Stati di origine e di accoglienza, nonché quella dei sindacati.

8.17

Il CESE desidera far osservare che l'immigrazione circolare rende più difficile il radicamento sociale e l'integrazione e non favorisce la creazione di legami tra i lavoratori e le imprese, né la partecipazione alle organizzazioni sindacali o alle attività di formazione.

8.18

Le procedure per l'ammissione temporanea possono includere convenzioni in materia di formazione e di riconoscimento delle qualifiche professionali, che consentono agli immigrati temporanei che lavorano in Europa di migliorare la propria qualificazione e, una volta rimpatriati, di ampliare le proprie opportunità di lavoro.

8.19

Gli immigrati che godono dello status di residenti permanenti ai sensi della direttiva soggiornanti di lungo periodo  (23) perdono il loro status se si assentano per un periodo di dodici mesi.

8.20

Per agevolare la circolazione degli immigrati e le iniziative imprenditoriali e lavorative nei paesi d'origine, la legislazione europea in materia di immigrazione deve consentire il mantenimento a lungo termine (per almeno tre anni) del diritto alla residenza permanente, e il ritorno nel paese d'origine non deve comportare automaticamente la perdita del permesso di lavoro e di soggiorno in Europa.

8.21

Occorre garantire i diritti pensionistici acquisiti nell'UE. A tal fine si dovranno negoziare convenzioni di reciprocità con i paesi d'origine e dovrà essere ratificata la convenzione n. 157 dell'OIL.

8.22

Il CESE propone che gli Stati membri dell'UE ratifichino le convenzioni n. 97 e n. 143 dell'OIL, riguardanti i lavoratori immigrati. Gli Stati membri dovrebbero inoltre sottoscrivere la convenzione internazionale (24) sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie, come già proposto dal CESE in un parere d'iniziativa (25).

9.   La collaborazione con i paesi d'origine

9.1

Il CESE ha proposto (26) che l'UE, nell'ambito della sua politica estera, promuova un quadro normativo internazionale per le migrazioni.

9.2

Attualmente l'UE ha sottoscritto diversi strumenti di vicinato e di associazione. Il CESE ritiene che nei suddetti accordi vadano rafforzati i capitoli riguardanti le migrazioni e la mobilità. È prioritario concludere accordi per la mobilità tra l'UE e i paesi vicini, con i quali già esistono legami di collaborazione economica e politica.

9.3

Il CESE ha adottato due pareri (27) in cui propone di intervenire affinché l'immigrazione in Europa favorisca lo sviluppo economico e sociale nei paesi d'origine.

9.4

La formazione nei paesi d'origine può agevolare la politica di immigrazione e contribuire alla gestione dell'immigrazione, tenendo conto delle esigenze professionali delle imprese europee.

9.5

Il CESE propone che siano firmate delle convenzioni tra l'UE e i paesi d'origine per agevolare il riconoscimento dei titoli professionali e la formazione nei paesi d'origine.

9.6

Va considerata la possibilità che l'UE e gli Stati membri finanzino i programmi di formazione nei paesi d'origine e in questo modo contribuiscano anche allo sviluppo di strutture formative di qualità. I titoli acquisiti attraverso questi programmi dovrebbero essere riconosciuti come titoli europei. Questi programmi di formazione devono essere accompagnati da una procedura accelerata per l'ottenimento del permesso di lavoro e di soggiorno.

10.   Le politiche di integrazione

10.1

L'agenda Europa 2020 include tra i suoi obiettivi quello dell'integrazione. L'integrazione è un processo sociale bidirezionale di reciproco adattamento che si sviluppa nelle complesse relazioni tra le persone e tra i gruppi. I processi di integrazione si realizzano lentamente nelle strutture della società (famiglia, scuola e università, quartieri e paesi, luoghi di lavoro, sindacati, organizzazioni imprenditoriali, istituzioni religiose, culturali e sportive, ecc.).

10.2

Grazie alla collaborazione tra la Commissione europea e il CESE, è stato istituito il Forum europeo dell'integrazione, che ha l'obiettivo di rendere possibile la partecipazione della società civile e delle organizzazioni degli immigrati alle politiche di integrazione dell'UE.

10.3

Il CESE ha elaborato diversi pareri per accelerare le politiche di integrazione, e ha creato un Gruppo permanente per promuovere l'integrazione e rafforzare i rapporti con le organizzazioni della società civile e con il Forum.

10.4

Il CESE ha adottato un nuovo parere d'iniziativa (28) dal titolo L'integrazione e l'agenda sociale in cui propone di rafforzare l'obiettivo dell'integrazione nel quadro della strategia Europa 2020, nella nuova agenda europea di politica sociale, tenendo conto in misura maggiore degli effetti sociali dell'immigrazione, della situazione occupazionale degli immigranti, dell'inclusione sociale, della parità di genere, della povertà, dell'istruzione e della formazione, della salute, della protezione sociale e della lotta alla discriminazione.

10.5

La presidenza spagnola ha inoltre chiesto al CESE di elaborare un parere esplorativo (29) sul tema Integrazione dei lavoratori immigrati, che esamina l'importanza dell'occupazione, della parità di condizioni di lavoro, di opportunità e di trattamento ai fini dell'integrazione. Il parere formula anche alcune raccomandazioni rivolte alle autorità europee e nazionali e alle parti sociali.

10.6

La conferenza ministeriale svoltasi a Saragozza il 15 e 16 aprile 2010 ha chiesto alla Commissione di elaborare una nuova agenda per l'integrazione. Il CESE contribuisce ai lavori attraverso una relazione informativa dal titolo Le nuove sfide dell'integrazione , nella quale propone che nella nuova agenda si rafforzi la partecipazione civica degli immigrati e il loro coinvolgimento nel processo democratico.

10.7

L'approccio bidirezionale impone ai governi di assumersi nuovi impegni affinché le leggi nazionali facilitino la concessione della cittadinanza agli immigrati che lo richiedano e le relative procedure siano trasparenti.

10.8

Il CESE ha elaborato un parere d'iniziativa (30) indirizzato alla Convenzione che ha elaborato il Trattato costituzionale, nel quale raccomanda di concedere la cittadinanza europea ai cittadini di paesi terzi che abbiano lo status di residenti di lungo periodo.

10.9

Oltre alla sfida demografica, l'UE e gli Stati membri devono affrontare la grande sfida politica e sociale relativa all'integrazione di nuovi cittadini con diritti e doveri uguali. Pertanto i diritti di cittadinanza nazionale ed europea devono includere gli immigranti, che apportano all'Europa una grande diversità etnica, religiosa e culturale.

11.   Gli immigrati in situazione irregolare

11.1

Il CESE desidera ricordare che nell'UE vivono diverse centinaia di migliaia di persone che si trovano in una situazione amministrativa irregolare. Esse svolgono la loro attività lavorativa nell'economia informale e nell'occupazione irregolare, sono «invisibili» nella società ufficiale e non possono godere dei diritti fondamentali.

11.2

Nel documento del gruppo dei saggi Europa 2030 si afferma che è necessario armonizzare «in tutta l'UE i diritti degli immigrati irregolari». Il CESE appoggia questa proposta.

11.3

Come il CESE ha già asserito in altri pareri (31), bisogna facilitare la regolarizzazione personale degli immigranti irregolari, tenendo conto del radicamento lavorativo e sociale, sulla base dell'impegno assunto dal Consiglio dell'UE nel quadro del Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo (32).

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  Dati provvisori dell'Eurostat riferiti al 1o gennaio 2009.

(2)  Cifra calcolata sulla base dei dati Eurostat riferiti al periodo 1999-2009, al 1o gennaio di ogni anno.

(3)  Cifra calcolata sulla base dei dati Eurostat riferiti al periodo 1999-2008 (nascite meno decessi).

(4)  Definito come il rapporto tra la somma della popolazione di età inferiore a 15 o superiore a 65 anni e la popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni.

(5)  Numero medio di figli per donna nell'anno, ottenuto sommando i tassi di fecondità per età.

(6)  La mortalità infantile è riferita ai decessi di bambini nati vivi, che intervengono nel primo anno di vita.

(7)  Valore calcolato mediante l'equazione compensativa (saldo migratorio = popolazione 2009 - popolazione 1999 - crescita naturale 1999-2008).

(8)  Secondo le cifre dell'Inchiesta sulla forza lavoro.

(9)  Stima basata sui tassi di occupazione media del quarto trimestre 2007 e del primo trimestre 2008.

(10)  Cfr. nota 9.

(11)  COM(2010) 2020 definitivo.

(12)  COM(2009) 674 definitivo.

(13)  COM(2010) 365 definitivo.

(14)  Cfr. http://www.reflectiongroup.eu/wp-content/uploads/2010/06/project-europe-2030-it.pdf.

(15)  Direttiva 2009/50/CE del Consiglio, del 25 maggio 2009, sulle condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi che intendano svolgere lavori altamente qualificati.

(16)  COM(2007) 638 definitivo.

(17)  COM(2010) 379 definitivo.

(18)  COM(2010) 378 definitivo.

(19)  Direttiva 2004/114/CE del Consiglio.

(20)  Direttiva 2005/71/CE del Consiglio.

(21)  GU C 80 del 3.4.2002, pag. 37.

(22)  GU C 128 del 18.5.2010, pag. 29.

(23)  Direttiva 2003/109/CE del Consiglio, del 25 novembre 2003, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo.

(24)  Approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 45/158 del 18 dicembre 1990.

(25)  GU C 302 del 7.12.2004, pag. 49.

(26)  GU C 44 del 16.2.2008, pag. 91.

(27)  GU C 120 del 16.5.2008, pag. 82 e GU C 44 del 16.2.2008, pag. 91.

(28)  GU C 347 del 18.12.2010, pag. 9.

(29)  GU C 354 del 28.12.2010, pag. 16.

(30)  Parere d'iniziativa, GU C 208 del 3.9.2003, pag. 76.

(31)  GU C 354 del 28.12.2010, pag. 16.

(32)  Consiglio dell'UE 13440/08, 24 settembre 2008.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/14


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Lavori verdi»

2011/C 48/04

Relatore: IOZIA

Con lettera del 7 giugno 2010 Joëlle MILQUET, vice primo ministro e ministro dell'Occupazione e delle pari opportunità, responsabile della politica di immigrazione e asilo, a nome della futura presidenza belga del Consiglio dell'UE e conformemente al disposto dell'articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, ha chiesto al Comitato economico e sociale europeo di elaborare un parere esplorativo sul tema:

Lavori verdi.

La sezione specializzata Occupazione, affari sociali, cittadinanza, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 2 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 142 voti favorevoli, 3 voti contrari e 8 astensioni.

1.   Proposte e raccomandazioni

1.1

Poiché ci si attende un contributo molto importante da tutti i settori per ridurre i gas a effetto serra (GES), il Comitato economico e sociale europeo (CESE) considera in via preliminare che sarebbe meglio parlare di «lavori da rendere più verdi» (greening jobs), piuttosto che di «lavori verdi» (green jobs).

1.2

L'Unione spesso si pone obiettivi ambiziosi, senza contestualmente indicare strumenti e risorse necessarie. Anche nel caso dei «lavori da rendere più verdi» molte parole sono state spese, ma poche iniziative concrete sono state assunte. Commissione, Consiglio e Parlamento dovrebbero programmare un piano europeo per la promozione dei lavori verdi, e il Comitato economico e sociale europeo accoglie molto favorevolmente l'iniziativa della presidenza belga, che ha posto il tema tra le sue priorità. Una risposta estremamente importante alla crisi dell'occupazione che sta attanagliando l'Europa intera.

1.3

Il CESE raccomanda alla Commissione di predisporre una specifica comunicazione sul tema Incentivi a rendere i lavori più verdi, partendo dall'analisi dei dati in corso di elaborazione dal Comitato FSE e dal documento di lavoro che la DG EMPL sta predisponendo. L'importanza strategica del tema è tale che merita un dibattito esteso ed approfondito.

1.4

Il CESE è convinto che l'Unione europea può dare un contributo fondamentale per individuare strumenti e obiettivi comuni e per aiutare gli Stati membri con minore potenziale economico e tecnologico a raggiungere insieme agli altri le mete prefissate. Tutte le politiche dell'Unione dovrebbero essere permeate di un'attenzione verso la creazione di lavori più verdi (mainstreaming).

1.5

I fondi strutturali e di coesione a tale scopo, una volta definiti gli spazi concreti di una loro utilizzazione e della loro trasferibilità, possono sicuramente aiutare a far fronte all'enorme fabbisogno finanziario. Una chiara politica in questo senso contribuirebbe a rendere più concrete le prospettive per i lavori verdi. Il prossimo programma finanziario (2014-2020) dovrà tenere in considerazione questa indifferibile esigenza e adeguare le risorse disponibili nei vari fondi strutturali, con una visione d'insieme, privilegiando l'effettività e l'efficacia dei programmi.

1.6

Un ruolo cruciale può essere giocato dal Fondo sociale europeo (FSE). Per sostenere la strategia Europa 2020, che ha come obiettivi «una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva», occorre riqualificare il FSE ed indirizzarlo maggiormente verso priorità concrete e coerenti con la nuova strategia. Il Comitato FSE, nel giugno di quest'anno, ha emesso un parere sul futuro del FSE, nel quale si sostiene la necessità di indirizzare il Fondo verso il rafforzamento dell'occupazione, con un esplicito riferimento ai lavori verdi. Il CESE non ritiene sia indispensabile costituire un VI pilastro del Fondo dedicato ai lavori verdi, ma piuttosto orientare l'allocazione delle risorse con particolare attenzione verso tutte le attività che possono contribuire a ridurre l'impronta di carbonio.

1.7

Per far fronte alle esigenze finanziarie collegate a programmi di sostegno alla riconversione professionale, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione - FEG (European Globalisation Adjustment Fund - EGF) può rappresentare un utile strumento da utilizzare, migliorando l'accessibilità, per ora limitata ad imprese con almeno 500 dipendenti, riducendo tale numero minimo a 50 dipendenti.

1.8

Il CESE ritiene che i consigli settoriali europei sull'occupazione e sulle competenze (CSE), siano un'ottima idea da sostenere, infatti essi «dovrebbero fornire un importante sostegno al processo di gestione delle trasformazioni in atto nei settori, contribuendo in particolare a prevedere i bisogni in materia di occupazione e competenze e adeguare le competenze all'offerta e alla domanda». Tali consigli dovrebbero basarsi sui risultati conseguiti da iniziative quali il quadro europeo delle qualifiche (EQF), il sistema europeo di trasferimento e accumulo dei crediti (ECTS), il sistema europeo di crediti per l'istruzione e la formazione professionale (ECVET), il quadro europeo di riferimento per l'assicurazione della qualità dell'istruzione e della formazione professionali (EQARF) ed Europass, nonché contribuire al loro ulteriore potenziamento (1).

1.9

La creazione di un «Fondo sovrano europeo», affidato alla gestione della BEI, che già opera egregiamente nel campo del sostegno alle iniziative a favore dell'efficienza energetica, come il contributo finanziario agli investimenti decisi nel quadro del Patto dei sindaci (Covenant of Mayors), potrebbe essere una delle risposte ai problemi, oggi quasi irrisolvibili, legati alla enorme difficoltà di reperimento di capitali sui mercati.

1.10

Il CESE ritiene necessario lanciare un nuovo «piano Marshall» per l'ambiente e la sostenibilità sociale, per un nuovo sviluppo compatibile con la capacità del pianeta di mantenere il più possibile inalterato il suo livello di entropia, cioè il suo «invecchiamento». Un piano europeo straordinario evoca appunto il cambiamento epocale che dovremo affrontare prima possibile per produrre crescita, ma una crescita diversa, rispettosa dell'ambiente, sostenibile e creatrice di progresso in linea con l'obiettivo dei Trattati. In questo modo è possibile apportare un contributo alla riflessione sulla ricerca di indicatori «al di là del PIL».

1.11

È di estrema importanza far capire ai cittadini la necessità di una politica economica sostenibile, anche attraverso una corretta e puntuale informazione. Un buon esempio di sostegno all'informazione dei cittadini è il programma LIFE+, che il CESE chiede sia prolungato anche nel prossimo periodo finanziario 2014-2020.

1.12

Il governo della transizione tra il vecchio e il nuovo modello di sviluppo costituisce certamente l'impegno maggiore, che dovrà vedere coinvolte, a livello europeo, nazionale e territoriale, le autorità pubbliche e le parti sociali. Nell'ambito dei tavoli di dialogo sociale interconfederale e settoriale dovrebbero essere previsti specifici progetti di anticipazione del cambiamento sulle prevedibili ricadute nei sistemi produttivi, nei diversi settori interessati. A livello aziendale è necessario sviluppare un dialogo continuo tra parti sociali ed operare con obiettivi chiari rispetto ai fabbisogni professionali, all'innalzamento delle competenze, all'anticipazione dei processi. Una seria politica di valutazione d'impatto si impone nella valutazione dei piani energetici e climatici, connessi alla legislazione europea e nazionale.

1.13

Nella transizione si potranno perdere molti posti di lavoro a causa delle politiche di sviluppo delle attività a più basso contenuto di emissioni, politiche che, d'altro canto, creeranno nuove opportunità occupazionali. Vanno preparati per tempo adeguati strumenti di sostegno al reddito e di riconversione professionale. Essenziale a questo fine è il ruolo delle parti sociali e delle autorità locali. Inoltre, è importante promuovere con decisione le attività di R&S per capire in quale direzione si muova l'evoluzione della tecnica e dove si sviluppino nuovi ambiti occupazionali.

1.14

Le politiche di bilancio hanno ridotto, in qualche caso drasticamente, gli incentivi e i finanziamenti, provocando una regressione del numero degli occupati, com'è successo in Spagna nel settore eolico e fotovoltaico. È auspicabile che gli investimenti pubblici e il quadro normativo siano mantenuti stabili, con cambiamenti prevedibili e possibilmente concordati a livello globale, per consentire una programmazione altrettanto stabile alle imprese private.

1.15

Sviluppo e ricerca sono gli assi strategici su cui continua a fondarsi la strategia di crescita dell'Unione. La strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva rilancia l'obiettivo di investimenti pari almeno al 3 % del PIL annuo in R&S.

1.16

Almeno il 50 % dei fondi derivanti dalla vendita degli ETS dovrebbero essere investiti per sostenere l'efficienza energetica e la promozione dell'economia verde: un trasferimento di risorse dalle imprese più responsabili delle emissioni a quelle che, invece, contribuiscono alla diminuzione dei gas a effetto serra. Per i settori non coperti dagli ETS, quali il trasporto su gomma e via mare, vanno prese misure alternative.

1.17

La promozione dei lavori verdi (per il CESE è preferibile utilizzare il concetto di lavori sostenibili per un'economia sostenibile), deve avvenire attraverso un mix di misure di incentivazione e di penalizzazione, sul modello degli ETS, che dovrebbero fornire le risorse necessarie, senza gravare in modo sensibile sulle esauste casse pubbliche. La questione delle risorse finanziarie sarà fondamentale e rende necessaria la partecipazione di tutti, poiché la strategia Europa 2020 e i programmi d'aiuto non potranno funzionare se gli Stati membri non disporranno di un più ampio margine di manovra finanziario. Le imprese che si impegneranno a rafforzare la qualità dell'occupazione e a produrre in maniera più sostenibile dovrebbero essere facilitate e sostenute. Le imprese richiedono un quadro normativo chiaro, stabile e possibilmente con regole concordate a livello globale. Una soluzione condivisa ed urgente del problema del brevetto europeo andrebbe senz'altro nella giusta direzione.

1.18

Le risorse pubbliche dovrebbero essere convogliate preliminarmente verso il sostegno per chi si troverà senza occupazione nei cosiddetti black job, i lavori neri che producono elevati tassi di emissioni di GES e di inquinamento. Una quota significativa dovrà essere devoluta alla preparazione professionale, attraverso adeguati percorsi formativi, che dovranno caratterizzare la formazione lungo l'arco della vita.

1.19

Il CESE ritiene utile adottare il modello «CECA», che ha consentito la gestione di una transizione altrettanto importante, quella dal carbone al petrolio, ovviamente tenendo conto dell'evoluzione intercorsa. Quel modello prevedeva un forte coinvolgimento delle parti sociali - che il CESE ribadisce debbano essere protagoniste del cambiamento epocale atteso - nonché piani di aiuto sostenibili.

1.20

Particolare attenzione dovrà essere rivolta all'offerta di pari opportunità educative e formative per le donne, ma anche per quanto riguarda i livelli di retribuzione e di qualifiche. In particolare, si deve cominciare a parlare di istruzione primaria nell'economia verde e di greening education. E il dialogo sociale deve essere un «faro» per l'apprendimento permanente nell'economia verde.

1.21

Nel campo delle rinnovabili, ad esempio, se la presenza femminile nelle attività di amministrazione è sostanzialmente pari a quella degli uomini, essa scende drasticamente a percentuali minime nel campo delle attività a maggior contenuto professionale e in quelle tecniche di installazione e manutenzione.

1.22

Il CESE, in un suo parere, ha valorizzato il ruolo dell'educazione e della formazione in una società a basse emissioni di GES, sottoscrivendo a questo fine un protocollo di cooperazione con la Fondazione nazionale Carlo Collodi, il progetto Pinocchio, per l'utilizzo del burattino di legno come testimonial per campagne europee per l'educazione energetica ed ambientale (2).

1.23

L'offerta formativa deve iniziare dalla scuola e dai servizi pubblici all'impiego.

1.24

Occorre colmare il divario tra i fabbisogni professionali e l'offerta formativa, attraverso un più stretto collegamento tra tutti gli attori. Consulte permanenti, diffuse sul territorio, che vedano insieme gli esperti delle parti sociali nel campo della formazione professionale, le autorità pubbliche incaricate dei servizi all'impiego, le rappresentanze delle autorità territoriali: dovrebbero tutti lavorare insieme per individuare con congruo anticipo i fabbisogni professionali e formativi.

1.25

Un sistema europeo di certificazione delle competenze potrebbe rappresentare un ulteriore stimolo all'indirizzo verso le attività più sostenibili dei giovani, aprendo anche le prospettive di un mercato del lavoro europeo, rendendo effettivo il diritto alla mobilità, il più clamoroso esempio di diritto negato nei fatti dalla inadeguatezza e dalla mancata armonizzazione dei sistemi educativi e formativi. Il progetto ESCO (European Skill, Competencies and Occupations taxonomy) fornirà uno strumento fondamentale per l'incontro tra domanda ed offerta, in particolare nell'ambito dei cosiddetti nuovi lavori. Anche il coinvolgimento della rete EURES (mobilità intraeuropea) può svolgere un ruolo positivo al riguardo.

1.26

Imprese e sindacati hanno la responsabilità di orientare le attività formative e di collaborare costantemente per i migliori risultati. In molti paesi europei questa cooperazione è istituzionalizzata attraverso l'esperienza degli istituti bilaterali o degli istituti di formazione professionale distinti che collaborano costantemente tra loro. Questi esempi andrebbero diffusi attraverso uno specifico programma della strategia Europa 2020, che pone la conoscenza tra le tre priorità.

1.27

Il dialogo sociale e civile ha un ruolo da giocare. Senza il coinvolgimento della società civile nessun programma epocale di questo tipo potrà essere realizzato. Le parti sociali possono impegnarsi durevolmente nel «rendere più verdi» tutti i lavori. Obiettivi di efficienza energetica e di risparmio possono essere inclusi in accordi negoziali, per distribuire, sotto forma di premi collettivi, parte dei risparmi reali acquisiti. Ci sono già alcuni esempi nel Regno Unito e in altri paesi.

1.28

Per muovere l'insieme della società verso un'economia sostenibile occorrono obiettivi chiari, una informazione diffusa, una coesione sociale e politica di fondo, una condivisione degli strumenti da utilizzare. L'Unione può svolgere un ruolo estremamente importante, sia attraverso una legislazione di sostegno, quale di fatto è stato il pacchetto climatico, ma soprattutto proponendo un metodo coerente di dialogo e confronto che dovrebbe essere applicato ai livelli nazionali e locali. Si fa sempre più forte l'esigenza di rafforzare il ruolo di una politica comune nel campo energetico ed ambientale. Il CESE si è già espresso a favore di un «servizio pubblico europeo dell'energia» (3). Viste le grandi difficoltà, sarebbe auspicabile, in un primo tempo, un sistema di cooperazione rafforzata tra Stati membri in campo energetico, ad esempio partendo dall'interconnessione delle reti e dalla progressiva diffusione delle smart grid, cioè le reti intelligenti che possono aiutare molto a risolvere la gestione della distribuzione dell'energia. Su questo tema il CESE, il CNEL italiano e i CES di Francia e Spagna stanno lavorando per elaborare una proposta comune. Per quanto riguarda il crescente impiego delle energie rinnovabili, oltre a occuparsi del potenziamento delle reti occorre risolvere soprattutto la questione dello stoccaggio.

1.29

I cittadini devono essere convinti del grande affare loro proposto, che richiede una mobilitazione di energie e di risorse straordinarie, come straordinario è il periodo che viviamo, con la necessità di abbandonare progressivamente modelli di consumo e di sviluppo e di abbracciarne altri, più sobri, più rispettosi della natura, più umani.

1.30

Fondamentale è il ruolo svolto dall'informazione e il coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni. Una buona informazione potrà dare frutti straordinari, se accompagnata da chiarezza e trasparenza negli obiettivi.

1.31

Le politiche di adattamento vanno indirizzate oltre che alle persone, lavoratori e manager, alle imprese e alle autorità pubbliche. È necessario fare meglio con meno. In campo energetico significa diminuire l'intensità energetica (unità di energia per unità di prodotto interno lordo) e migliorare costantemente l'EROEI (il ritorno energetico sull'investimento energetico).

1.32

Un ruolo importante compete alle associazioni delle imprese, in particolare sul territorio, che possono diffondere informazioni e cultura d'impresa sostenibile. La costruzione di distretti energetici sostenibili ed integrati, ove si possano sviluppare sinergie importanti ad esempio nella cogenerazione, richiede un coordinamento ed una assistenza da parte del mondo associativo sia verso le imprese che verso i pubblici poteri.

1.33

L'esempio della geotermia è molto indicativo. In Svezia lo sviluppo della geotermia e una regolazione favorevole sono state possibili grazie al contributo determinante del mondo delle imprese e alla sensibilità dei pubblici poteri, che hanno deciso di sostenere la diffusione delle pompe di calore. Un esempio analogo si sta avendo in Lombardia, con una legislazione di favore, che ha indirizzato le imprese verso soluzioni a circuito chiuso, che non danneggiano l'ambiente e garantiscono un EROEI molto elevato.

1.34

Il ruolo del mondo agricolo nello sviluppo dei lavori verdi è di fondamentale importanza. La generazione di energia distribuita, l'utilizzo delle biomasse, la riduzione dell'uso di biocidi e di pesticidi sono le grandi sfide che il mondo agricolo deve saper affrontare.

1.35

Un quadro normativo stabile, il forte coinvolgimento della società civile, una mobilitazione straordinaria di capitali e di risorse intellettuali, il sostegno alla ricerca e allo sviluppo, programmi chiari di sostegno alla transizione, di educazione e formazione ad una società a basso contenuto di emissioni, il sostegno a politiche ecologiche di mobilità urbana ed extraurbana, il lancio di un piano straordinario per l'economia sostenibile, adeguatamente sostenuto da fondi europei, la creazione dei fattori di una nuova crescita: questi i capisaldi di un'azione europea per sostenere e promuovere l'economia sostenibile e lavori «verdi» rispondenti ai criteri europei di un «lavoro di qualità» enunciati dal Consiglio europeo già nel marzo 2007.

2.   Introduzione

2.1

La presidenza belga ha richiesto un parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema della promozione di politiche del lavoro utili nel quadro di una transizione verso un'economia a basso contenuto di emissioni di gas a effetto serra, intendendo inserire questo tema tra le priorità della presidenza belga dell'Unione europea.

2.2

Il CESE ha approvato un parere di iniziativa su un tema analogo (4): Promuovere lavori verdi sostenibili per il pacchetto clima ed energia; il presente parere completa e specifica quello precedente.

2.3

Nell'opinione pubblica è diffusa la consapevolezza che ormai è imprescindibile una sostanziale modifica nel modello di sviluppo.

2.4

Per sostenere le sfide poste:

dai programmi di efficienza energetica,

dal cambiamento climatico,

dalla progressiva riduzione della disponibilità di idrocarburi,

dalla necessità di aumentare l'indipendenza energetica,

dalla necessità di sostituire progressivamente centrali elettriche obsolete ed inquinanti,

dalla sostenibilità sociale, economica ed ambientale,

occorre preparare un programma strategico di lungo termine, che affronti complessivamente i problemi posti da questo cambiamento epocale.

2.5

Il mercato del lavoro sarà fortemente interessato dagli effetti di queste politiche. Costruzioni, trasporti, energia, reti, i settori maggiormente coinvolti, che dovranno radicalmente modificare gli attuali modelli produttivi.

2.6

Questi cambiamenti comporteranno dei seri problemi di adattamento e di riconversione, di mobilità professionale e territoriale, in particolare in quei paesi che hanno una maggiore dipendenza da fonti energetiche ad alte emissioni di gas a effetto serra (ad es. petrolio, carbone), una industria a forte componente energivora (ad es. cemento, alluminio), nella quale una disponibilità energetica a prezzi sostenibili è il principale fattore di sopravvivenza economica degli impianti esistenti.

2.7

Ci si attende in Europa, entro il 2030, un saldo positivo di oltre un milione di posti di lavoro, previsioni che dovranno essere aggiornate, considerando l'effetto negativo sulla crescita determinato dalle politiche di stabilizzazione dei deficit pubblici, che ritardano la ripresa economica. Finora lo sviluppo dei lavori verdi in particolare in campo energetico è stato sostenuto da politiche di sostegno alle energie rinnovabili, in particolare solare fotovoltaico, termico ed energia eolica; nell'autotrasporto, alle auto ibride, elettriche, alimentate a gas.

2.8

Incentivi nel campo delle costruzioni nuove e in quello delle ristrutturazioni hanno giocato un ruolo molto importante per sviluppare un'industria sostenibile, che oggi ha una chiara visione degli impegni futuri, ma anche delle opportunità di lavoro nella riqualificazione del patrimonio abitativo pubblico e privato, nella ristrutturazione ad alta efficienza energetica degli edifici pubblici destinati all'amministrazione e ai servizi, negli uffici e negli immobili a uso industriale.

2.9

Una nuova competitività va ricercata e promossa. Prodotti innovativi e più rispettosi dell'ambiente, processi produttivi più puliti, consumi più sobri, sono la chiave per una nuova stagione di sviluppo e progresso. L'Europa continua a voler occupare un posto di primo piano nel processo di cambiamento verso una economia a zero emissioni, ma per fare questo deve aiutare l'industria a mantenere la sua capacità di competere, in particolare le PMI, le più esposte ai rischi della perdita di capacità di stare sui mercati. Lo Small Business Act dovrebbe essere messo in pratica, in particolare nel campo dell'innovazione.

2.10

Le esigenze e i bisogni delle imprese e dei lavoratori dovrebbero essere presi in primaria considerazione (bottom-up): piuttosto che pensare a politiche di tipo dirigistico (top-down), la Commissione dovrebbe essere più orientata in questo senso e orientare le strategie dell'Unione con un'attenzione particolare a queste esigenze. L'obiettivo generale dovrebbe essere la creazione di fattori che favoriscano una nuova crescita sostenibile, rispettosa dell'ambiente e, allo stesso tempo, foriera di posti di lavoro e di possibilità di progresso.

2.11

Nell'ambito dei rapporti bilaterali e multilaterali con i paesi terzi, in particolare Cina, India e Brasile, sarebbe opportuno prevedere programmi di informazione e di scambio con questi paesi sulle buone pratiche adottate e da adottare.

3.   L'economia sostenibile, la promozione dei lavori verdi

3.1

La possibilità per l'Europa di continuare ad avere una prospettiva futura nel panorama economico mondiale consiste nella sua capacità di mantenere la leadership nel campo dello sviluppo delle energie rinnovabili, già messo in dubbio dalla crescita irruenta delle economie asiatiche, Cina e Taiwan in testa. La nuova amministrazione americana intende colmare il divario e rafforzare il suo enorme potenziale con investimenti importanti nel settore energetico. I recenti avvenimenti nel Golfo del Messico, con il disastro ecologico della piattaforma Deepwater Horizon, avvenuto per ironia del destino proprio nel «Giorno della Terra», stanno accelerando le decisioni di riconversione verso un'economia sostenibile.

3.2

Il fabbisogno professionale per far fronte alle sfide poste dalle politiche climatiche ed ambientali è enorme. Tutti i settori e tutte le attività sono potenzialmente interessati a queste politiche. Occorre un grandissimo lavoro di programmazione e coordinamento, di individuazione di priorità, di reperimento delle risorse finanziarie necessarie. Ma occorre soprattutto una buona politica, affiancata da una buona capacità tecnica e un buon livello di risorse umane.

3.3

Il mercato del lavoro sarà chiamato a raccogliere la sfida di questo cambiamento e dovrà contestualmente provvedere alla ricollocazione dei lavoratori addetti ad attività obsolete e alla preparazione delle nuove professionalità necessarie.

3.4

I servizi pubblici all'impiego dovranno impegnarsi a fondo per far fronte ad una transizione che investirà centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Programmi di formazione professionale di qualità, attenti ad offrire pari opportunità a donne e uomini, sono indispensabili. Il ruolo dei servizi pubblici sarà essenziale per garantire qualità di preparazione, il rispetto delle pari opportunità, l'avvio all'impiego.

3.5

Le imprese private dovranno impegnarsi altrettanto a fondo per sostenere il salto tecnologico necessario per passare da un'economia che utilizza principalmente idrocarburi come fonte energetica ad una economia a basse emissioni di GES, ad una economia sostenibile.

3.6

Le PMI, in particolare, avranno necessità di aiuti e di sostegni. L'accesso al credito, nonostante i buoni propositi del sistema bancario, è sempre più difficile e costoso, e il mercato dei capitali certamente non è in una fase tale da far prevedere a breve un'abbondanza di disponibilità di credito.

3.7

I posti di lavoro creati in un'economia verde devono essere, per definizione, buoni posti di lavoro, di qualità e adeguatamente retribuiti. Come riuscire a garantire che questo accada? Solo un continuo e costante confronto tra parti sociali ed autorità pubbliche può effettivamente rendere possibile questo scenario. L'utilizzo della leva fiscale, ad esempio, può aiutare a mantenere in equilibrio un sistema che deve scontare la concorrenza agguerrita dei detentori delle attuali fonti energetiche, che non sono disponibili a perdere mercati e profitti.

3.8

Non è pensabile trasferire sui prezzi finali l'intero costo della conversione, così come non è pensabile che esso sia interamente a carico della fiscalità generale. Almeno su questo terreno un'armonizzazione della fiscalità tra gli Stati membri si dovrebbe imporre. La recente crisi dell'euro testimonia ancora una volta della necessità di rafforzare l'armonizzazione dei sistemi e dei prelievi fiscali.

4.   Il ruolo dell'Unione: i fondi strutturali

4.1

La DG EMPL ha fornito alcune interessanti valutazioni ad una serie di domande poste dal CESE, che riportiamo qui sinteticamente.

4.2

Il regolamento generale dei fondi strutturali, all'art. 3, inserisce lo sviluppo sostenibile tra le priorità dell'Unione e stimola gli Stati membri ad integrare nei loro programmi la crescita, la competitività, l'impiego e l'inclusione sociale, proteggendo e migliorando la qualità dell'ambiente.

4.3

L'art. 3 del regolamento del FSE indica che esso deve sostenere le iniziative volte ad aumentare la capacità di adattamento dei lavoratori, delle imprese e dei capi d'impresa sostenendo in particolare lo sviluppo delle qualificazioni e delle competenze e la diffusione delle tecnologie rispettose dell'ambiente.

4.4

Non è possibile quantificare i numerosi interventi del FSE nel campo dei lavori verdi e dello sviluppo delle competenze, in quanto non sono né una priorità né una categoria di spesa (ai sensi dell'art. 2 del regolamento FSE). Il CESE, tenendo conto della estrema genericità della definizione dei lavori verdi (tutti i lavori possono essere resi più «verdi»), non ritiene essenziale costituire una sesta categoria specifica per i lavori verdi, piuttosto chiede di rafforzare le indicazioni relative ai programmi di adattamento e riconversione professionale.

4.5

Per un intervento dei fondi europei per una sorta di «piano Marshall europeo», nell'ambito dell'attuale programmazione finanziaria è molto difficile immaginare di modificare i programmi operativi esistenti. Si potrebbero prevedere azioni specifiche per il prossimo periodo di programmazione che, nel quadro della strategia Europa 2020, indirizzassero i diversi fondi strutturali nel loro campo d'intervento (il FESR e i fondi di coesione per le infrastrutture e per gli alloggi, il FSE per sostenere programmi di formazione professionale e di adeguamento delle competenze).

4.6

La prossima programmazione finanziaria (2014-2020) potrebbe inserire l'obiettivo di «rendere i lavori più verdi» tra le priorità specifiche delle strategie del FSE, al di là del principio orizzontale dello sviluppo sostenibile, che consentirebbe di promuovere in modo più concreto e di seguire meglio la realizzazione dei progetti relativi. Non è certo che questa sia l'opzione più efficace. Il CESE ritiene che siano da sostenere in maniera trasversale tutte le azioni che tendano a ridurre l'impatto ambientale e l'impronta di CO2. È indispensabile il contributo di tutte le attività produttive, dei servizi pubblici e privati per contribuire a raggiungere gli obiettivi relativi alla riduzione dei GES e al miglioramento della sostenibilità dell'inquinamento di origine antropica.

4.7

La Commissione è impegnata attivamente nell'attività di ricerca e di sviluppo, coerente con gli impegni assunti dall'Unione. La DG EMPL ha recentemente avviato un'inchiesta presso le autorità di gestione dei progetti finanziati dal FSE e legati alle competenze e all'obiettivo di «rendere i lavori più verdi», parallelamente ad uno studio su «FSE e sviluppo sostenibile»; questi documenti saranno diffusi e discussi nel quadro del Comitato FSE. Il CESE auspica che essi possano essere resi pubblici e trasfusi in una comunicazione ad hoc della Commissione, che tenga conto anche dei risultati del documento di lavoro della Commissione sui lavori verdi, in corso di elaborazione da parte della DG EMPL. Questa comunicazione dovrebbe esaminare le diverse possibilità legate alla «promozione dei lavori verdi», per preparare alcune decisioni correlate, nel prossimo programma finanziario.

5.   Lavori neri vs lavori verdi

5.1

La transizione comporterà anche la perdita di molti posti di lavoro. La nuova economia sociale di mercato dell'Unione non può prescindere dal dare risposte a quei lavoratori che saranno travolti dal cambiamento. Percorsi di riqualificazione professionale, interventi di sostegno al reddito, aiuti per sostenere una mobilità territoriale sono alcune delle iniziative che occorrerà assumere. Il dialogo sociale a livello europeo interconfederale e settoriale così come a livello nazionale e territoriale dovrà occuparsi della gestione anticipata dei cambiamenti per un modello inclusivo di sviluppo.

5.2

Si impone un modello cooperativo e partecipato nelle relazioni industriali, che devono porsi obiettivi alti e condivisi per rafforzare il sistema economico e renderlo sempre più sostenibile sotto il profilo sia sociale che ambientale.

5.3

Ma oltre ai lavori nuovi, occorrerà essenzialmente trasformare i vecchi lavori e renderli tutti un po' più «verdi», cioè sostenibili. Programmi di efficienza energetica dovrebbero essere fatti in tutte le imprese e in tutti i luoghi di lavoro pubblici e privati. Una nuova consapevolezza verso consumi più sobri libererà risorse da destinare ad altro. Accordi sindacali per obiettivi misurabili e distribuzione dei benefici tra imprese e lavoratori possono essere un sistema utile per poter realizzare una diffusa consapevolezza dell'importanza del risparmio energetico.

6.   Mobilità urbana ed extraurbana

6.1

Coerentemente con una politica di riduzione dei GES, andranno privilegiati i trasporti pubblici, tram, bus, metro e quelli ferroviari per il trasporto extraurbano. La disincentivazione dell'auto privata, in particolare in città, farà crescere l'offerta di lavoro sul trasporto pubblico, che occorrerà rendere sempre più pulito. Bus elettrici, a idrogeno verde, a idrocarburi a basse emissioni come il metano circolano già nelle capitali europee. I poteri pubblici hanno una responsabilità nel poter diffondere il trasporto pulito, attraverso gare di appalto che privilegino queste modalità.

6.2

Gli esperimenti di mobility manager nelle imprese hanno in alcuni casi dato risultati apprezzabili, sono esperienze da diffondere e rendere sempre più efficaci. Occorrerebbe pensare a diffondere il green manager, incaricato di ridurre l'impatto ambientale e le emissioni dell'impresa non solo nel ciclo produttivo, ma ad esempio negli uffici, nel trasporto dei beni prodotti, nell'approvvigionamento di materie prime o di semilavorati, possibilmente favorendo la prossimità.

6.3

Anche la nuova agenda europea del digitale proposta dalla Commissione può dare un contributo sostanziale ad una crescita e a un'economia verdi, nonché all'obiettivo di rendere i lavori più verdi. Il telelavoro potrebbe in molti casi aiutare a rendere più verdi i lavori, riducendo notevolmente il dispendio energetico dovuto agli spostamenti casa-lavoro. Le parti sociali europee hanno negoziato da tempo un accordo quadro in materia. La Commissione dovrebbe sostenere efficacemente il telelavoro, attraverso iniziative che possano portare alla sua diffusione. Campagne d'informazione, conferenze, studi sullo sviluppo delle attività e buone pratiche dovrebbero essere programmate nell'ambito delle azioni sul contenimento delle emissioni. Se le tecnologie odierne dovessero consentire ai lavoratori di esercitare a domicilio moltissime attività e se la prestazione lavorativa fosse allora incentrata più sulla qualità che sulla quantità, sarebbe necessario occuparsi delle condizioni di lavoro specifiche di questi lavoratori.

7.   La società civile e la promozione dei lavori verdi

7.1

È indubbio che la società civile abbia una funzione straordinariamente importante nel successo nell'imponente sfida che abbiamo di fronte a noi. Il CESE è convinto che se i poteri pubblici, a partire dall'Unione europea, non faranno tutto quello che è nelle loro possibilità per coinvolgere le parti sociali, per assegnare loro un ruolo attivo e propositivo, per associarle ad iniziative e progetti, per sostenerle nella loro organizzazione a favore di un'economia sostenibile, i risultati non saranno pari alle attese e l'Europa perderà definitivamente il suo appuntamento con il nuovo progresso.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  GU C 347 del 18.12.2010, pag. 1.

(2)  GU C 277 del 17.11.2009, pagg. 15-19.

(3)  GU C 175 del 28.7.2009, pag. 43; GU C 128 del 18.5.2010, pagg. 65-68; GU C 306 del 16.12.2009, pagg. 51-55.

(4)  Cfr. il parere del CESE del 14 luglio 2010 sul tema Promuovere posti di lavoro verdi e sostenibili per il pacchetto«Energia-clima»dell'UE, relatore: IOZIA, adottato nella sessione plenaria del 14 e 15 luglio 2010.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/21


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Situazione e sfide della flotta dell'Unione europea per la pesca del tonno tropicale» (parere esplorativo)

2011/C 48/05

Relatore: Gabriel SARRÓ IPARRAGUIRRE

La presidenza spagnola dell'UE, in data 20 gennaio 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo sul tema:

Situazione e sfide della flotta dell'Unione europea per la pesca del tonno tropicale (parere esplorativo).

La sezione specializzata Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 31 agosto 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 118 voti favorevoli, 1 voto contrario e 2 astensioni.

1.   Conclusioni

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) è del parere che gli elevati standard sociali, sanitari, di sicurezza alimentare, ambientali, giuridici, di sicurezza della navigazione marittima, di buona governance e di controllo richiesti dal regime dell'UE siano un esempio eccellente di uno sfruttamento razionale e sostenibile delle risorse.

1.2

L'applicazione di tali principi incide tuttavia sul costo di un prodotto che deve competere con le produzioni di altri paesi, avvantaggiati da un regime meno rigido su tutti questi aspetti. L'UE deve continuare a promuovere l'applicazione di tutti questi elementi da parte delle altre flotte mondiali: l'armonizzazione deve essere fatta verso l'alto, prendendo gli standard dell'UE come riferimento per gli altri operatori.

1.3

Il CESE ritiene che la sfida principale per il settore del tonno tropicale dell'UE sia quella di sopravvivere in un contesto di concorrenza sleale da parte delle flotte dei paesi terzi e in un quadro giuridico rigido, creato dalla stessa UE.

1.4

L'applicazione di una normativa stabile in grado di promuovere una concorrenza libera ma leale costituisce l'obiettivo dell'UE a livello internazionale. È essenziale definire una politica dell'UE integrata e coerente in tutti i suoi elementi, che consenta di mantenere la competitività e la sostenibilità del settore del tonno tropicale dell'UE nei suoi tre aspetti: economico, sociale e ambientale, come afferma la Convenzione sulla diversità biologica firmata a Rio de Janeiro nel 1992.

1.5

Per quanto riguarda la pirateria, il Comitato chiede agli Stati membri e al Consiglio di fare il possibile affinché il mandato dell'operazione «Atalanta» di lotta contro la pirateria nell'Oceano Indiano faccia specifico riferimento alla protezione della flotta per la pesca del tonno.

1.6

Il CESE ritiene che il mantenimento degli accordi di partenariato nel settore della pesca sia fondamentale per il proseguimento delle attività della flotta dell'UE per la pesca del tonno tropicale. Chiede inoltre alla Commissione di ampliare la rete di accordi sulla pesca del tonno in funzione delle necessità della flotta dell'UE e di prevedere quanto prima la possibilità di derogare alla clausola di esclusiva contenuta in tali accordi, in modo che la flotta europea possa ottenere anche licenze private di pesca, a condizione che lo stato delle risorse lo consenta e basandosi sui più accurati dati scientifici a disposizione.

1.7

Ai fini di una gestione adeguata delle risorse mondiali è essenziale che l'UE abbia un ruolo guida all'interno delle organizzazioni regionali della pesca (ORP), onde promuovere i principi di pesca responsabile e sostenibile. Il Comitato ritiene che l'UE dovrebbe incrementare i propri sforzi in questo ambito.

1.8

Per garantire la sopravvivenza dell'industria del tonno nell'UE e il buon esito degli investimenti dell'UE nei paesi terzi è indispensabile mantenere i regimi preferenziali ACP e SPG+ senza modifiche, quali la recente concessione dell'origine universale a Papua Nuova Guinea e alle Isole Figi, che altera l'equilibrio del mercato mondiale del tonno. In vista di possibili perturbazioni nel settore della pesca del tonno dell'UE, il CESE giudica opportuno prendere in considerazione e, se del caso, applicare le misure di vigilanza e di salvaguardia previste dall'Accordo di partenariato economico interinale UE-Stati del Pacifico.

1.9

Il mantenimento dei dazi dell'UE sui prodotti trasformati a base di tonno è di importanza fondamentale per salvaguardare la competitività dell'industria dell'UE. Il CESE ritiene che, nel quadro sia dell'OMC sia dei negoziati commerciali dell'UE con i paesi terzi, occorra cercare di ottenere il livello di protezione più elevato possibile.

1.10

Sulla base di quanto precede, il CESE è del parere che le istituzioni europee debbano difendere il principio della preferenza dell'UE. Considera inoltre che l'indennità compensativa per i tonni tropicali forniti dalla flotta europea all'industria di trasformazione dovrebbe ritornare al suo valore iniziale, vale a dire al 93 % del prezzo di riferimento dell'UE. Negli ultimi anni, infatti, l'indennità è stata notevolmente svalutata, scendendo all'87 % del prezzo di produzione.

2.   Situazione attuale della flotta dell'UE per la pesca del tonno tropicale

2.1

In Europa, la pesca del tonno ha iniziato a svilupparsi a metà del ventesimo secolo, in Spagna e in Francia, per soddisfare la crescente domanda dell'industria conserviera che riforniva il mercato interno. Inizialmente si trattava di una pesca costiera dedicata alla cattura di alalunga (Thunnus alalunga). Col passar del tempo e grazie all'evoluzione tecnologica, l'attività di pesca si è estesa verso Sud per catturare le specie di tunnidi tropicali: il tonno pinna gialla (Thunnus albacares), il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis) e, in misura minore, il tonno obeso (Thunnus obesus). All'inizio la pesca avveniva in acque vicine alle coste francesi, spagnole e portoghesi. In seguito, negli anni Sessanta e Settanta, i pescatori si sono diretti verso le coste dell'Africa occidentale. Negli anni Ottanta e Novanta, si sono poi spostati verso l'Oceano Indiano e l'Oceano Pacifico orientale per arrivare, all'inizio del ventunesimo secolo, all'Oceano Pacifico occidentale.

2.2

La pesca dei tunnidi tropicali realizzata da flotte dell'UE attrezzate con reti da circuizione è pelagica e selettiva. L'obiettivo è quello di catturare i grandi branchi di tonni concentrati nella fascia tropicale dei tre oceani principali. Le catture avvengono in alto mare o nelle zone economiche esclusive (ZEE) di paesi terzi.

2.3

I tunnidi, molto apprezzati per le loro proprietà nutritive, fanno parte dell'alimentazione di base in numerosi paesi del mondo, sono oggetto di importanti scambi commerciali e rappresentano una fonte importante di reddito per gli Stati che ne praticano la pesca, la trasformazione e la commercializzazione.

2.4

Queste circostanze hanno fatto sì che la pesca del tonno sia diventata un'attività economica molto importante per taluni paesi. Attualmente vengono pescati in tutto il mondo e con vari tipi di arnesi da pesca più di 4 milioni di tonnellate di tunnidi tropicali. Le catture effettuate con reti da circuizione ammontano a 2 milioni di tonnellate. In genere le popolazioni di queste specie sono in buono stato, e vengono sfruttate in base ad adeguati programmi di gestione elaborati per ciascun oceano da parte delle ORP.

2.5

La flotta dell'UE si compone di 54 pescherecci, dotati di reti da circuizione e di congelatore (34 spagnoli e 20 francesi). Le catture operate da tali imbarcazioni ammontano a circa 400 000 tonnellate l'anno, ossia a circa il 10 % delle catture mondiali.

2.6

La maggior parte di questi pescherecci lavora in base a 13 appositi accordi di partenariato stabiliti tra l'UE e paesi terzi (6 paesi dell'Oceano Atlantico, 4 dell'Oceano Indiano e 3 dell'Oceano Pacifico).

2.7

La pesca di tunnidi tropicali viene praticata da circa 30 paesi mediante 580 imbarcazioni specializzate, per una stazza lorda complessiva di 650 000 tonnellate (1). La flotta da circuizione dell'UE, che in tutto stazza 97 500 tonnellate, rappresenta il 9 % delle imbarcazioni e il 15 % della capacità mondiale di cattura di tunnidi.

2.8

La principale zona di pesca dei tunnidi tropicali è l'Oceano Pacifico, dove si effettua il 67 % delle catture mondiali, seguito dall'Oceano Indiano con il 22 % e dall'Atlantico con l'11 %.

2.9

Le catture del tonno tropicale sono gestite da quattro specifiche organizzazioni regionali per la pesca:

2.9.1

la ICCAT (Commissione internazionale per la conservazione dei tunnidi dell'Atlantico), organizzazione fondata nel 1969, che copre l'Oceano Atlantico e i mari adiacenti, tra cui il Mediterraneo.

2.9.2

La IOTC (Commissione dei tunnidi dell'Oceano Indiano), fondata nel 1997, che copre l'Oceano Indiano.

2.9.3

La IATTC (Commissione interamericana per i tunnidi tropicali), fondata nel 1949, che copre il Pacifico orientale (Americhe).

2.9.4

La WCPFC (Commissione dei tunnidi del Pacifico occidentale e centrale), fondata nel 2004, che copre la zona occidentale e centrale dell'Oceano Pacifico.

2.10

La flotta dell'UE è soggetta a numerosi controlli amministrativi che dipendono da vari ministeri nazionali e da diverse direzioni generali della Commissione europea. Per poter navigare e commercializzare i propri prodotti battendo la bandiera di uno Stato membro dell'UE, le imbarcazioni debbono rispettare i requisiti burocratici richiesti per ottenere i certificati relativi alla stazza, allo scafo, ai motori, agli impianti frigoriferi, alle attrezzature di bordo, alla navigabilità, al salvataggio marittimo, alla sicurezza e all'igiene sul lavoro e al registro sanitario, nonché i permessi speciali di pesca, le licenze di pesca dei diversi paesi in cui si lavora, o ancora i certificati relativi al controllo via satellite, al controllo da parte di osservatori a bordo, al controllo delle catture attraverso il diario elettronico di bordo, al controllo delle vendite ecc. Per mantenere i certificati, i permessi e le licenze citati bisogna eseguire una gestione quotidiana, rinnovarli ogni anno e sottoporsi a revisioni periodiche cui nessun'altra flotta peschereccia mondiale è assoggettata con altrettanta frequenza. Tutti questi requisiti fanno notevolmente aumentare i costi di esercizio delle flotte europee.

2.11

Inoltre, contrariamente alle flotte dei paesi terzi, la flotta peschiera dell'UE è soggetta alle disposizioni previste dalla politica comune della pesca. L'applicazione dei principi di tale politica basata sulla pesca responsabile, sulle raccomandazioni delle ORP, sull'osservanza delle norme igieniche, di navigazione, di sicurezza, dei requisiti ambientali e delle regole di previdenza sociale dei lavoratori, comporta costi elevati per gli armatori europei e rende le nostre flotte meno competitive rispetto ai pescherecci dei paesi in cui tali obblighi non esistono o sono applicati con meno severità.

2.12

Da alcuni anni, inoltre, la flotta europea risente dei problemi generati dalla pirateria nell'Oceano Indiano. Questa situazione, oltre a provocare il panico e l'insicurezza tra gli equipaggi imbarcati sui pescherecci nell'esercizio della loro legittima attività imprenditoriale, determina una riduzione delle catture e un incremento dei costi di esercizio dovuti al mantenimento di servizi di sicurezza a bordo dei pescherecci.

2.13

La produzione di tunnidi tropicali è destinata principalmente all'industria conserviera, considerata la maggiore industria mondiale della trasformazione del pesce. L'Europa è il primo mercato mondiale, con un consumo di tonno tropicale inscatolato pari a 800 000 tonnellate l'anno, importate per oltre la metà da paesi terzi.

3.   Evoluzione della flotta per la pesca del tonno tropicale

3.1

La flotta dell'UE per la pesca del tonno tropicale ha percorso negli ultimi 50 anni un cammino parallelo a quello dell'industria della trasformazione del tonno tropicale.

3.2

Il tonno è stato il primo prodotto ittico totalmente esente da dazi dell'UE, al fine di proteggere l'industria di trasformazione. L'allora CEE stabilì un'indennità compensativa a beneficio dell'armatore, pari alla differenza tra il prezzo di vendita e il 93 % del prezzo di riferimento fissato ogni anno. Dato che tale percentuale è stata poi ridotta all'87 %, negli ultimi anni gli armatori dell'UE non hanno più ricevuto l'indennità, la quale risulta oggi totalmente inefficace.

3.3

La flotta e l'industria conserviera dell'UE favoriscono da molti anni lo sviluppo economico dei paesi terzi, attraverso la politica commerciale dell'UE. In tale contesto gli accordi di Yaoundé, Lomé e Cotonou hanno favorito la costituzione di un quadro stabile per il commercio tra i paesi ACP e l'UE. Inoltre l'SPG+ ha promosso il commercio tra l'UE e i suoi partner nell'America centrale e nella Comunità andina.

3.4

Grazie agli accordi di partenariato economico, i paesi ACP beneficiano del libero accesso ai mercati dell'UE per i prodotti derivati da tunnidi tropicali (interi, in filetti o conservati) con un dazio dello 0 %. Queste condizioni hanno permesso all'industria dell'UE di trasformazione del tonno di realizzare investimenti diretti in Costa d'Avorio, Ghana, Madagascar, Seychelles e Maurizio, nonché indirettamente in Kenya e in Senegal. Tali investimenti hanno contribuito a creare più di 40 000 posti di lavoro nei paesi citati e hanno favorito il trasferimento di tecnologie.

3.5

L'UE ha inoltre elaborato il Sistema di preferenze generalizzate plus (SPG+) per garantire condizioni commerciali ancora più favorevoli ai paesi dell'America centrale e meridionale, applicando ai prodotti della pesca un dazio ridotto allo 0 %. L'UE ha investito in paesi come Ecuador, El Salvador, Guatemala, Brasile (SPG generale o paesi terzi con dazio del 24 % per le conserve) e Cile (mediante l'accordo di libero scambio con l'UE) e, indirettamente, Colombia e Venezuela, contribuendo a mantenere i 50 000 posti di lavoro diretti nel settore del tonno.

3.6

Grazie a questi accordi le imprese comunitarie hanno trasferito in paesi terzi dell'Africa, dell'America e dell'Oceania parte delle loro imbarcazioni da pesca, le quali battono adesso la bandiera di paesi che l'UE riconosce come partner preferenziali. L'UE raccomanda inoltre l'integrazione o la formazione di società miste con imprese di tali paesi.

3.7

Una parte delle 400 000 tonnellate catturate dalla flotta tropicale dell'UE sono sbarcate e trasformate in fabbriche impiantate in paesi terzi. Ciò comporta un livello elevato di occupazione nel porto, il pagamento di diritti portuali per lo sbarco o il trasbordo del pesce, l'approvvigionamento della flotta nei vari porti dei paesi terzi interessati e un sensibile contributo allo sviluppo di tali paesi.

3.8

Da un esame generale del settore del tonno emerge che la flotta e l'industria della trasformazione si sono evolute di pari passo, costituendo l'unico comparto della pesca dell'UE ad avere una struttura interprofessionale e transnazionale, grazie alla quantità di interessi comuni ai vari imprenditori dell'UE. Tale settore, come è stato anticipato nei punti precedenti, ha effettuato una serie di investimenti e ha creato, seguendo gli orientamenti dell'UE, attività economiche in quei paesi terzi che godono dei sistemi preferenziali concessi dall'UE.

4.   Sfide per la flotta dell'UE per la pesca del tonno tropicale

4.1

La principale sfida cui devono far fronte la flotta e l’industria del tonno dell'UE è costituita dalle distorsioni della concorrenza con altri operatori, i quali perseguono l'obiettivo di accrescere la loro presenza sul mercato europeo, che da solo consuma il 50 % della produzione mondiale (UE più paesi terzi) di conserve di tonno tropicale.

4.2

La produzione mondiale di tonno in scatola ammonta approssimativamente a 1 600 000 tonnellate, circa 330 000 delle quali vengono prodotte nell'UE (2).

4.3

I principali concorrenti della flotta per la pesca al tonno dell'UE sono le flotte asiatiche che pescano con reti da circuizione e che operano nella zona di pesca più ricca del mondo, l'Oceano Pacifico, in cui si cattura più del 60 % del tonno tropicale mondiale. Queste flotte riforniscono per lo più la principale area mondiale di trasformazione del tonno tropicale, vale a dire il triangolo composto da Tailandia, Filippine e Indonesia. I loro prodotti sono di minore qualità ma sono estremamente competitivi a livello di prezzo sul mercato europeo, del quale già detengono una quota del 35 % pur essendo soggette ad un dazio del 24 %.

4.4

Anche il settore della trasformazione dei prodotti derivati dal tonno ha subito, nei confronti dei paesi terzi non ACP né SPG+, una perdita di competitività analoga a quella delle flotte. Nella maggior parte dei casi, l'acquisto di materie prime a minor prezzo, un'imposizione fiscale più leggera, la differenza dei costi salariali e di protezione sociale dei lavoratori e infine le minori garanzie sanitarie dei prodotti trasformati sono aspetti che indubbiamente fanno abbassare i costi di produzione e permettono di vendere i prodotti ad un prezzo inferiore a quello dei prodotti dell'UE.

4.5

In linea di massima, esistono al mondo due sistemi diversi di produzione del tonno. Il primo è quello che fa capo alla flotta dell'UE o agli investimenti dell'UE nei paesi terzi (ACP o SPG) che riforniscono l'industria di trasformazione europea o degli stessi paesi ACP/SPG. Questo sistema si basa sugli standard più elevati in materia di sicurezza sul lavoro, previdenza sociale, sicurezza alimentare, protezione ambientale e rispetto delle norme di una pesca responsabile. Il secondo sistema, in espansione, è quello praticato da alcune flotte e industrie poco sensibili alla sostenibilità, le quali operano in base a norme in materia sociale, di lavoro e sanitarie notevolmente inferiori a quelle in vigore nell'UE.

4.6

Per godere del sistema di preferenze dell'UE è necessario che i paesi ACP e SPG aderiscano ad una serie di convenzioni internazionali che regolano tutti questi aspetti. Allo stesso modo gli altri paesi che esportano verso l'UE, per poter accedere al mercato, dovrebbero mantenere gli stessi standard, garantendo una concorrenza equa con la produzione dell'UE e quella dei paesi partner preferenziali dell'Unione.

4.7

Un'altra minaccia importante per il mantenimento dell'attività di pesca del tonno in Europa è rappresentata dalle modifiche alla legislazione dell'UE che disciplina il delicato equilibrio del mercato mondiale del tonno. Questa legislazione ha svolto, attraverso gli accordi di partenariato economico, un ruolo chiave nel dirigere gli investimenti e lo sviluppo del settore del tonno dell'UE verso i paesi designati dalla stessa UE come partner prioritari.

4.8

Tale quadro di sviluppo, rivelatosi particolarmente efficace per il settore del tonno, è minacciato dai negoziati in seno all'OMC, dai possibili negoziati con altri paesi o gruppi di paesi nell'ambito di trattati di libero scambio e dalla recente modifica delle norme di origine che concedono l'origine universale (3) a Papua Nuova Guinea e alle Isole Figi.

4.9

Tanto nel quadro dell'OMC che nell'ambito di negoziati bilaterali, il rischio maggiore che corre il settore del tonno è l'eliminazione dei dazi doganali sui prodotti trasformati a base di tonno. Il tonno intero congelato è da più di 30 anni totalmente liberalizzato (a dazio zero) con l'obiettivo di garantire l'approvvigionamento dell'industria della trasformazione dell'UE, e per tale motivo la flotta dell'UE è obbligata a concorrere apertamente con altre flotte che esportano tonno intero congelato sul mercato europeo. Tuttavia, ulteriori passi avanti nella liberalizzazione dei prodotti trasformati a base di tonno porterebbero solo ad un progressivo peggioramento della situazione nell'industria europea e alla perdita di posti di lavoro e di attività economica, a favore di concorrenti esterni all'UE che operano a costi minori.

4.10

La concessione del regime di origine universale ai prodotti ittici di Papua Nuova Guinea e delle Isole Figi nel quadro dell'Accordo di partenariato economico del Pacifico altera l'equilibrio del mercato mondiale del tonno, con conseguenze disastrose per l'industria europea e quella degli altri paesi ACP e SPG. L'eliminazione del requisito di origine ACP o UE al tonno trasformato in Papua Nuova Guinea o nelle Isole Figi per assicurare un dazio zero sul mercato dell'UE induce i principali concorrenti, in maggioranza asiatici, a costruire nuovi impianti di trasformazione in Papua Nuova Guinea.

4.11

Con tale concessione, l'UE sta provocando un eccessivo sfruttamento delle risorse di tonno del Pacifico, le cui popolazioni sono già soggette a una forte pressione. Inoltre, le imprese che conseguiranno l'accesso al mercato dell'UE a dazio zero sono essenzialmente quelle asiatiche, le quali vengono incoraggiate ad aumentare la loro capacità di produzione di conserve in un mercato caratterizzato da prezzi bassi per un eccesso di offerta. Per volontà politica dei paesi del Forum Fisheries Agency, guidati da Papua Nuova Guinea, la presenza di operatori dell'UE nella zona del Pacifico occidentale e centrale è limitata a quattro imbarcazioni per la pesca del tonno.

4.12

La concessione presuppone uno svantaggio comparativo per gli altri paesi ACP e SPG, in quanto concede esclusivamente a Papua Nuova Guinea e alle Isole Figi la possibilità di ottenere facilmente materia prima a basso costo: i primi devono rispettare le norme d'origine, i secondi no. Questo inoltre potrebbe rappresentare una forma di riciclaggio di prodotti provenienti dalla pesca di frodo.

4.13

Un'altra sfida cui deve far fronte la flotta dell'UE per la pesca del tonno tropicale è il mantenimento della rete di accordi di partenariato nel settore della pesca. Tale rete è fondamentale in quanto garantisce l'accesso della flotta dell'UE a risorse altamente migratorie in un quadro di certezza del diritto e di trasparenza unico al mondo. Il tonno tropicale non risponde, sul piano spaziale e temporale, ad uno schema fisso di movimento e per tale ragione la flotta per la pesca del tonno ha bisogno, per poter operare, del maggior numero possibile di accordi di pesca nei tre oceani principali.

4.14

Le navi frigorifero impegnate nella pesca del tonno nell'Oceano Atlantico soffrono attualmente di un grave deficit di licenze di pesca dovuto, tra le altre cose, alla diminuzione degli accordi negli ultimi anni e in particolare alla pirateria nell'Oceano Indiano. Tale fenomeno ha fatto sì che alcuni pescherecci operativi in quella zona abbiano cercato rifugio nell'Atlantico, oceano in cui si può ancora pescare in condizioni minime di sicurezza. È dunque indispensabile che l'UE chieda ai paesi atlantici di aumentare il contingente di licenze previste in tutti gli accordi di partenariato con i paesi di tale zona, a condizione che lo stato delle risorse lo consenta e basandosi sui più accurati dati scientifici a disposizione.

4.15

Dato che l'aumento del contingente potrebbe durare più del necessario, in quanto la cosa non dipende esclusivamente dall'UE, il CESE propone di introdurre urgentemente la possibilità di derogare alla clausola di esclusiva prevista negli accordi di partenariato (clausola che impedisce agli armatori europei di ottenere licenze private di pesca nei paesi in cui sia in vigore un accordo di partenariato), in modo che la flotta europea possa ottenere licenze private di pesca a condizione che lo stato delle risorse lo consenta e basandosi sui più accurati dati scientifici a disposizione.

4.16

La flotta per la pesca del tonno tropicale ritiene che, conformemente alle conclusioni del Consiglio del 2004, l'UE debba dare maggior rilievo a tali accordi nell'ambito della riforma della PCP e avviare una politica che estenda la rete di accordi ai paesi più importanti di ciascun oceano, negoziando più precisamente nuovi accordi con i seguenti:

Atlantico: Senegal, Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia, Ghana, Guinea equatoriale e Angola,

Oceano Indiano: Kenya, Tanzania, isole francesi del canale del Mozambico, territori britannici dell'Oceano Indiano e Yemen,

Pacifico: Ecuador, Colombia, Perù, Panama, Costa Rica, e un accordo regionale con la Forum Fisheries Agency.

4.17

D'altro canto la flotta dell'UE per la pesca al tonno tropicale considera indispensabile che l'UE mantenga la propria presenza nelle ORP del settore del tonno e continui a dettare, appoggiandosi sul comportamento della propria flotta per la pesca del tonno, i canoni di una pesca responsabile.

4.18

L'UE è, insieme al Giappone e alla Corea, l'unica parte che sia, al tempo stesso, membro di tutte e quattro le ORP (ICCAT, IOTC, IATTC, WCPFC) e deve disporre di mezzi che le consentano di promuovere, in modo coerente e obiettivo, i principi della pesca responsabile.

4.19

Il CESE ritiene che l'UE dovrebbe favorire un sistema di gestione il più possibile omogeneo e coerente a livello mondiale, che risponda chiaramente alla realtà di un mercato totalmente globalizzato come quello del tonno tropicale, e prevedere in futuro un organismo internazionale che gestisca le questioni orizzontali concernenti la pesca del tonno sul piano mondiale. Questo sistema di gestione globale ha cominciato a muovere i primi passi nell'ambito del processo di Kobe concernente la revisione del funzionamento delle ORP del tonno.

4.20

Per quanto concerne la pirateria nell'Oceano Indiano, la flotta dell'UE per la pesca del tonno è estremamente preoccupata per la portata degli attacchi alle imbarcazioni per la pesca del tonno verificatisi nel 2009 e nel 2010. Tali attacchi si verificano sempre più lontano dalle acque territoriali della Somalia, alcuni di essi a mille miglia marine dalla costa somala e addirittura dentro la zona economica esclusiva delle Seychelles e di altri paesi che si affacciano sull'Oceano Indiano (Kenya, Tanzania).

4.21

La flotta per la pesca al tonno è particolarmente vulnerabile agli attacchi dei pirati. A differenza delle navi mercantili, che navigano costantemente, le imbarcazioni per la pesca del tonno restano immobili per due o tre ore nel corso del loro lavoro, con le reti gettate in acqua, il che rende il rischio di attacchi e di arrembaggio da parte dei pirati ben più elevato. Inoltre, il bordo libero ridotto di tali imbarcazioni e la rampa situata a poppa facilitano ulteriormente l'assalto dei pirati.

4.22

Per tutti questi motivi, è necessario modificare urgentemente il mandato dell'operazione «Atalanta» (azione comune 2008/851/PESC del Consiglio del 10 novembre 2008 relativa all'operazione militare dell'Unione europea volta a contribuire alla dissuasione, alla prevenzione e alla repressione degli atti di pirateria e delle rapine a mano armata al largo della Somalia), al fine di garantire in modo specifico la protezione della flotta per la pesca del tonno che opera nell'Oceano Indiano evitando inseguimenti e sequestri come quello del peschereccio Playa de Bakio (2008) o del peschereccio Alakrana (2009).

4.23

Le imbarcazioni per la pesca del tonno incontrano attualmente diverse difficoltà se desiderano andare a pescare in zone diverse dall'Oceano Indiano, dato il numero limitato di licenze nell'Atlantico e dato che le ORP che regolano tale pesca nel Pacifico hanno introdotto misure di contingentamento. Dall'attività della flotta nell'Oceano Indiano inoltre dipendono numerosi lavoratori delle società armatrici, delle industrie conserviere e dei porti dove approda la flotta. Per tale motivo, l'abbandono dell'attività comporterebbe anche la soppressione di numerosi posti di lavoro non solo nell'UE ma anche nelle Seychelles, in Madagascar, Kenya, Maurizio ecc.

4.24

La flotta dell'UE per la pesca al tonno tropicale, l'industria di trasformazione del tonno e quella conserviera fanno fronte alle sfide summenzionate nell'interesse della propria stabilità e della propria presenza nel contesto mondiale, il cui mantenimento non comporta alcun costo per il Fondo europeo per la pesca e richiede solo decisioni politiche da parte dell'UE.

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  La stazza è la misura dei volumi interni delle imbarcazioni.

(2)  FAO 2007.

(3)  Regolamento (CE) n. 1528/2007 del Consiglio, del 20 dicembre 2007, recante applicazione dei regimi per prodotti originari di alcuni Stati appartenenti al gruppo degli Stati dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) previsti in accordi che istituiscono, o portano a istituire, accordi di partenariato economico – Allegato II, articolo 4.3, lettera a).


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/27


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Verso uno spazio europeo della sicurezza stradale: orientamenti strategici per la sicurezza stradale fino al 2020» (parere elaborato su richiesta del Parlamento europeo)

2011/C 48/06

Relatore: RANOCCHIARI

Il Parlamento europeo, in data 2 giugno 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 304 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), di consultare il Comitato economico e sociale europeo sul tema:

Verso uno spazio europeo della sicurezza stradale: orientamenti strategici per la sicurezza stradale fino al 2020.

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 6 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 128 voti favorevoli, 4 voti contrari e 2 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1   Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ribadisce che l'obiettivo del terzo Programma d'azione europeo per la sicurezza stradale, ossia dimezzare il numero di morti sulle strade nell'arco del periodo 2001-2010, era estremamente ambizioso. In base alle statistiche ufficiali, infatti, nel 2008 la diminuzione dei decessi causati da incidenti stradali nell'UE a 27 è stata del 28,4 % rispetto al 2001. Dati recenti pubblicati dalla Commissione, tuttavia, danno conto di un sorprendente progresso, che potrebbe portare, in definitiva, ad un calo delle vittime della strada superiore al 40 % nel 2010.

1.2   Le ragioni per cui non sarà possibile pervenire ad una riduzione del 50 % dei decessi dovuti ad incidenti vanno ricercate nella seguente combinazione di fattori:

1.2.1

il fatto che soltanto il programma d'azione e gli orientamenti di attuazione sono di competenza del livello europeo, mentre l'attuazione di tutte le misure previste dal programma spetta ai diversi livelli di governo degli Stati membri;

1.2.2

le differenze da uno Stato membro all'altro per quanto riguarda l'attuazione e l'applicazione delle misure di sicurezza stradale;

1.2.3

la mancanza di un'interpretazione uniforme dei dati statistici relativi alla sicurezza stradale in tutti gli Stati membri;

1.2.4

la preminenza data negli ultimi dieci anni alle misure repressive rispetto all'educazione e alla formazione di tutti gli utenti della strada;

1.2.5

il fatto che non siano stati assegnati obiettivi intermedi agli Stati membri e che non sia stata dedicata un'attenzione particolare ai differenti tassi di rischio tra uno Stato e l'altro, il che impone l'adozione di una tabella di marcia su misura per ciascun paese.

1.3   Per quanto riguarda le misure di «sicurezza attiva e passiva», il CESE conclude che negli ultimi dieci anni si è verificato un miglioramento sostanziale dovuto in particolare all'introduzione, da parte dell'industria, di una vasta gamma di innovazioni tecniche in materia di sicurezza sia nelle autovetture che nei veicoli pesanti. In avvenire le norme di sicurezza potrebbero essere più severe, e sarebbe opportuno adottare ulteriori misure alla luce della recente immissione sul mercato di autovetture a basso prezzo che rispettano a malapena le norme di sicurezza.

1.3.1   La situazione è ancora peggiore nel caso dei ciclomotori e dei motocicli a basso costo, importati soprattutto dal Sud-Est asiatico, che non soddisfano i requisiti europei in fatto di omologazione. Si tratta di una questione della massima importanza, considerando che gli utilizzatori di veicoli a due ruote hanno probabilità 18-20 volte maggiori di rimanere feriti in caso di incidente stradale rispetto agli automobilisti, e che il numero delle persone che si spostano abitualmente con i veicoli a due ruote per evitare il traffico congestionato delle città è in costante aumento.

1.4   Da un esame dei progressi registrati negli ultimi dieci anni sul fronte della sicurezza dell'infrastruttura stradale, il CESE è incline a concludere che si sarebbe potuto fare molto di più. Il passo in avanti più significativo in questo campo è stata l'adozione della direttiva del Consiglio sulla sicurezza nelle gallerie, che ha avuto un impatto molto positivo in tutta Europa. Non vi sono stati, invece, miglioramenti di rilievo per quanto riguarda le strade rurali e le reti secondarie, sulle quali si verifica il 50 % dei decessi causati da incidenti.

1.5   Perché il Quarto programma d'azione europeo per la sicurezza stradale possa dare risultati migliori, il CESE raccomanda di tenere conto dei seguenti aspetti:

1.5.1

visto che si tratta di una responsabilità condivisa dall'UE e dagli Stati membri, è necessaria una forte leadership politica;

1.5.2

vi è bisogno di dati statistici armonizzati e dettagliati in materia di sicurezza stradale per tutta l'UE a 27;

1.5.3

vanno fissati degli obiettivi riguardo ai casi di lesioni gravi a utenti della strada, con una definizione comune del concetto di lesioni gravi;

1.5.4

è necessario adottare una politica più severa in materia di armonizzazione e regolamentazione delle misure di sicurezza stradale, da combinare con l'assistenza agli Stati membri, per garantire che questi ultimi attuino dette misure in maniera sia più efficace che più rapida; se l'approccio volontario non funziona, bisogna rendere obbligatoria l'attuazione del sistema eCall a livello paneuropeo;

1.5.5

va attribuita maggiore attenzione a un'educazione e a una formazione differenziate per tutti gli utenti della strada, in particolare per i più giovani e i più anziani nonché per altri utenti particolarmente vulnerabili quali i motociclisti e i ciclomotoristi, i ciclisti e i pedoni;

1.5.6

tutti i datori di lavoro (in particolare quelli del settore privato) che gestiscono parchi di veicoli dovrebbero essere coinvolti nei progetti attuali e futuri su tematiche quali la promozione delle buone pratiche volte a ridurre le collisioni sui percorsi casa-lavoro, l'incentivazione dei dipendenti a utilizzare i mezzi pubblici e lo sviluppo di politiche di sicurezza per i parchi di veicoli. A questo fine uno strumento importante sarà rappresentato dalla prevista norma ISO 39001 in materia di sicurezza stradale dei lavoratori;

1.5.7

occorre rafforzare la normativa UE a tutela delle categorie più vulnerabili di utenti della strada. Per esempio, nel caso dei motociclisti e dei ciclomotoristi è necessario adottare nuove norme in materia di omologazione dei veicoli che prevedano l'obbligo di dotare dei sistemi di frenata ABS e CBS, nonché di un sistema di accensione automatica dei fari (automatic headlights on, AHO) i ciclomotori e motocicli con cilindrata superiore ai 150 cc e prevedano inoltre l'introduzione di controlli tecnici e di una seconda fase di formazione (formazione avanzata ovvero «di secondo livello») nella revisione della direttiva sulle patenti di guida;

1.5.8

per quanto riguarda lo sviluppo dell'infrastruttura, il CESE raccomanda di includere nel nuovo programma d'azione l'obiettivo di migliorare il livello di sicurezza della rete stradale transeuropea (Trans-European Road Network, TERN) e di portare almeno il 25 % della rete non TERN alle medesime condizioni della rete TERN;

1.5.9

il programma d'azione dovrebbe comprendere obiettivi ambiziosi ma realistici, con la proposta non soltanto di un obiettivo globale - ossia una riduzione del numero complessivo dei decessi - ma anche di obiettivi specifici quanto al numero di vittime di incidenti che riportano lesioni gravi e al numero di utenti particolarmente vulnerabili, quali i pedoni, i ciclisti e i motociclisti e ciclomotoristi, coinvolti in incidenti stradali. Per quanto riguarda l'obiettivo globale, il CESE osserva che il tasso di rischio varia notevolmente tra i diversi paesi dell'UE e quindi raccomanda vivamente di stabilire per il 2020 obiettivi differenziati in materia di riduzione dei decessi, sulla base dei dati forniti dagli Stati membri per il 2010;

1.5.10

per garantire il conseguimento degli obiettivi definiti dal programma d'azione, il CESE ritiene che sia necessario un monitoraggio annuale da parte dell'UE, e a tal fine suggerisce di istituire un'agenzia europea ad hoc per la sicurezza stradale che controlli e segua l'attuazione del programma d'azione in coordinamento con responsabili della sicurezza stradale nominati da ciascuno Stato membro.

1.6   Da ultimo, ma non per importanza, l'UE deve stabilire un collegamento forte e permanente con il progetto per un «decennio di azione per la sicurezza stradale» lanciato dalle Nazioni Unite, e moltiplicare gli sforzi per diventare il leader mondiale in fatto di sicurezza stradale.

2.   Introduzione

2.1   Il 28 aprile 2010, Brian SIMPSON, presidente della commissione per i Trasporti e il turismo (TRAN) del Parlamento europeo, ha inviato una lettera al Presidente del CESE Mario SEPI in cui, conformemente all'articolo 124 del Regolamento interno del Parlamento europeo, chiede al CESE di elaborare un parere esplorativo sulla sicurezza stradale.

2.2   Nella sua lettera, SIMPSON fa riferimento al nuovo programma di lavoro della Commissione per il 2010, pubblicato il 31 marzo 2010, che propone tra l'altro di elaborare un nuovo pacchetto per la sicurezza stradale, con l'obiettivo di creare uno «spazio europeo della sicurezza stradale».

2.3   SIMPSON chiede al CESE di rispondere a una serie di quesiti fondamentali sul decennio appena concluso: qual è stato il grado di efficacia delle politiche adottate a livello dell'UE nell'indurre gli utenti della strada a modificare il loro comportamento e nel migliorare la sicurezza passiva dei veicoli e l'infrastruttura stradale? Queste politiche sono state attuate correttamente dagli Stati membri? E infine: cosa occorre per creare un vero e proprio «spazio della sicurezza stradale» in tutti e 27 gli Stati membri?

2.4   Nel 2001 la Commissione ha pubblicato il Libro bianco sui trasporti, seguito nel 2003 dal programma d'azione. Entrambi i documenti ponevano l'obiettivo di dimezzare il numero dei decessi causati da incidenti stradali entro il 2010.

2.5   Secondo i dati disponibili più recenti (2008), rispetto al 2001 si è verificato un calo dei decessi del 36,8 % nell'UE a 15 e del 28,4 % nell'UE a 27. Si tratta di una riduzione notevole, ma che rimane purtroppo al di sotto dell'obiettivo del 50 % di decessi in meno stabilito dalla Commissione. La stessa Commissione, tuttavia, ha pubblicato proprio di recente dati per il 2009 e previsioni per il 2010 che risultano di poco inferiori rispetto a tale obiettivo iniziale, poiché danno conto di un calo totale delle vittime della strada di oltre il 40 % entro la fine del 2010.

2.5.1   Il CESE è convinto che, se tali importanti risultati verranno effettivamente confermati, lo si dovrà alla recente entrata in vigore della legislazione sulla sicurezza stradale e ai miglioramenti ottenuti quanto al livello di sicurezza dei veicoli piuttosto che a un diverso comportamento degli utenti della strada, poiché sotto questo aspetto molto resta ancora da fare.

2.6   Per sapere quali misure vadano introdotte in una nuova strategia, è essenziale comprendere quali politiche e iniziative abbiano dato buoni frutti negli ultimi dieci anni e quali invece si siano rivelate inefficaci.

2.7   Il programma d'azione della Commissione per l'ultimo decennio si è concentrato su tre dimensioni fondamentali:

i cambiamenti nei comportamenti individuali, per esempio per quanto riguarda l'uso delle cinture di sicurezza e dei dispositivi di ritenuta per bambini, l'uso dei telefoni cellulari al volante o la guida sotto gli effetti dell'alcol,

il sostegno alle iniziative dell'industria per lo sviluppo e la commercializzazione di veicoli più sicuri,

le misure volte a migliorare l'infrastruttura, per esempio una più attenta progettazione di strade e gallerie e l'armonizzazione dei sistemi di soccorso in tutti gli Stati membri.

2.8   Tra l'aprile e il luglio del 2009 la Commissione europea ha effettuato consultazioni pubbliche allo scopo di coinvolgere i cittadini e le autorità pubbliche a livello nazionale, regionale e locale, nonché il mondo imprenditoriale e delle professioni, nell'individuazione dei problemi più importanti che dovrebbe affrontare il programma d'azione per la sicurezza stradale 2011-2020 e delle azioni prioritarie da intraprendere per porre rimedio ai livelli di decessi e lesioni gravi dovuti agli incidenti stradali, livelli che in tutta l'UE sono tuttora inaccettabili e fonte di costi molto elevati.

2.9   Il CESE concorda con la commissione TRAN sul fatto che, prima di adottare un nuovo programma d'azione in materia di sicurezza stradale, bisognerebbe procedere a una valutazione dell'efficacia delle politiche attuate in passato, del Libro bianco sui trasporti del 2001 e del programma d'azione del 2003.

2.10   Detta valutazione si potrà realizzare, tra l'altro, avvalendosi di informazioni recenti e delle opinioni espresse nei pareri adottati negli ultimi anni dal CESE su questo tema, che indicano chiaramente come il CESE ritenga il miglioramento della sicurezza stradale un elemento chiave della politica dei trasporti, degno di figurare in cima all'agenda degli Stati membri anche in un periodo di difficoltà economiche.

2.11   A livello mondiale, nel frattempo, ci sono stati sviluppi importanti. Dopo la prima conferenza ministeriale mondiale sulla sicurezza stradale (Time for Action), tenutasi a Mosca nel novembre 2009, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il periodo 2011-2020 «decennio di azione per la sicurezza stradale», con l'obiettivo di stabilizzare e successivamente ridurre il numero delle vittime di incidenti stradali in tutto il mondo. Oggi si tratta di una vera e propria epidemia, che ogni anno provoca oltre un milione di morti e circa 20 milioni di feriti gravi, nella stragrande maggioranza (90 %) in paesi con un reddito pro capite basso o medio. Secondo le stime, le conseguenze economiche di questa sorta di pandemia incidono sul PIL dei vari paesi, a livello globale, in misura variabile dall'1 al 3 %. Nella sola Europa, i costi sociali di questo flagello ammontavano a circa 130 miliardi di euro nel 2009.

2.12   A proposito di quanto sopra ricordato, il CESE ritiene che, approfittando dello slancio dovuto a queste iniziative, l'UE abbia la possibilità, grazie al suo nuovo programma d'azione in materia di sicurezza stradale, di essere all'avanguardia mondiale in questo campo, e che non debba lasciarsi sfuggire questa opportunità.

3.   Osservazioni generali

3.1   Il CESE tiene a far notare che, per poter valutare l'efficacia delle precedenti politiche in materia di sicurezza stradale, è essenziale disporre di dati statistici quantitativi e qualitativi documentati relativi a tutta l'UE a 27, di modo da poterli raffrontare. Oggi tutti gli Stati membri forniscono all'UE le cifre essenziali relative alla sicurezza stradale, ma la qualità e la completezza delle informazioni presentate da alcuni di loro lascia ancora a desiderare e non consente di differenziare tra i tipi di utenti della strada, le diverse categorie di strade, le condizioni atmosferiche e la gravità delle lesioni riportate.

3.2   Considerando che negli ultimi 30 anni il traffico sulle strade europee è triplicato, il CESE si rallegra dei notevoli passi avanti fatti nell'UE verso l'obiettivo di dimezzare i decessi entro il 2010. Questo obiettivo, già di per sé ambizioso in un'UE con 15 Stati membri - come sottolineato dal CESE nel suo parere del 10 dicembre 2003 sul tema Sicurezza dei trasporti 2003-2010 - sarebbe stato ancora più difficile da realizzare in un'Europa allargata.

3.3   Il CESE fa notare che, se l'UE si è posta un obiettivo molto ambizioso per quanto riguarda la riduzione dei decessi dovuti agli incidenti stradali, non ha fatto altrettanto per le lesioni gravi. Tra il 2001 e il 2008, il numero di utenti della strada vittime di lesioni gravi è diminuito soltanto del 18 % nell'UE a 27. Per conseguire una riduzione drastica, il nuovo programma d'azione della Commissione dovrà quindi prevedere misure ad hoc, che dovranno essere applicate dagli Stati membri non appena sarà possibile pervenire a una definizione concordata di «lesioni gravi» e «lesioni lievi».

3.4   Rispetto alla questione dell'efficacia delle politiche UE dell'ultimo decennio nell'indurre gli utenti della strada a modificare il loro comportamento, va tenuto presente che soltanto il programma d'azione e gli orientamenti di attuazione vengono adottati dall'UE, mentre l'applicazione vera e propria di tutte le misure previste dal programma è di competenza dei diversi livelli di governo degli Stati membri, conformemente al principio di sussidiarietà.

3.5   Se gli Stati membri applicassero le misure contenute nel programma d'azione in modo uniforme incontrerebbero meno problemi, ma purtroppo l'esperienza dimostra che le cose non stanno così, in quanto permangono grandi disparità tra i paesi dell'Unione per quanto concerne il livello di sicurezza stradale. L'attuazione e l'applicazione delle misure in questo campo varia molto da un paese all'altro, e a giudizio del CESE non vi è dubbio che una politica UE più rigorosa darebbe risultati migliori.

3.6   Per questo motivo il CESE sottolinea l'importanza dello sviluppo e dell'attuazione di un programma di armonizzazione e regolamentazione più ambizioso, accompagnato dall'assistenza agli Stati membri, per garantire che questi ultimi applichino in maniera sia più efficace che più rapida le misure di sicurezza stradale. A questo fine, la soluzione potrebbe essere l'istituzione di un'agenzia europea per la sicurezza stradale.

3.6.1   Esiste già, infatti, un'agenzia europea responsabile della sicurezza per ciascuno degli altri modi di trasporto, ad eccezione appunto del trasporto su strada. L'agenzia europea per la sicurezza stradale dovrebbe essere un organo esecutivo, di piccole dimensioni, assistito da rappresentanti permanenti per la sicurezza stradale nominati dagli Stati membri.

3.6.2   Il CESE ritiene che la nuova agenzia, avvalendosi del lavoro di organi già esistenti come l'ERSO (European Road Safety Observatory - Osservatorio europeo della sicurezza stradale), dovrebbe svolgere in modo più efficiente la funzione esecutiva nel settore della sicurezza stradale. Ad esempio, potrebbe effettuare una valutazione annuale dei punti ad alto rischio di incidenti (black spot) della rete, individuando le strade poco sicure e divulgando i risultati di questo monitoraggio presso gli utenti delle strade europee – una proposta già avanzata dal CESE in un precedente parere (1). L'agenzia potrebbe inoltre sostenere l'azione dei gruppi nazionali e locali responsabili della sicurezza stradale, promuovendo e diffondendo le migliori pratiche in tutta l'Unione.

3.6.3   Oltre a ciò, la nuova agenzia potrebbe garantire l'integrazione della politica in materia di sicurezza stradale nelle altre politiche dell'UE pertinenti (istruzione, salute, ambiente) e predisporre una tabella di marcia con priorità a breve e medio termine, ponendo così rimedio a uno dei principali punti deboli del piano precedente.

3.7   Considerando i cambiamenti avvenuti negli ultimi dieci anni nel comportamento degli utenti della strada, si deve concludere che oltre metà dei decessi è imputabile direttamente a fattori legati al comportamento, come il mancato rispetto dei limiti di velocità, la presenza di conducenti giovani e inesperti e la guida in stato di ebbrezza. A giudizio del CESE, i tre pilastri dell'educazione, della repressione e della formazione hanno pari importanza e si influenzano reciprocamente, ma in ultima analisi lo strumento ottimale su cui puntare rimane l'educazione.

3.8   Il CESE fa notare che una delle tre dimensioni chiave del programma d'azione della Commissione per gli ultimi dieci anni consisteva nei «cambiamenti del comportamento individuale». Visto l'aumento del numero di veicoli in circolazione verificatosi negli ultimi dieci anni, l'azione in questo ambito andrebbe intensificata.

3.9   Bisogna tener presente, inoltre, che alcune categorie particolarmente vulnerabili di utenti della strada, come i motociclisti, i ciclisti e i pedoni, sono tuttora esposte a rischi sproporzionati. Il CESE raccomanda di potenziare l'educazione stradale, combinandola con una regolamentazione quadro esaustiva sull'omologazione di motocicli e ciclomotori e con una formazione avanzata per i conducenti di questi veicoli, in modo da modificare in meglio il comportamento di queste categorie di utenti della strada.

3.10   È inoltre importante rendersi conto che la popolazione dell'UE sta invecchiando e che pertanto la politica di sicurezza stradale dovrebbe concentrarsi su misure specifiche, come i sistemi di trasporto intelligenti, l'adeguamento dei veicoli e delle infrastrutture, la sensibilizzazione e l'educazione.

3.11   Per i prossimi dieci anni, il CESE raccomanda di concentrare la politica sull'educazione, sulla formazione e sui controlli tecnici differenziati per tutti gli utenti della strada, in particolare i gruppi «a rischio» - i più giovani e i più anziani - e le categorie più vulnerabili come motociclisti, ciclisti e pedoni.

3.12   La politica a livello di UE dovrebbe essere delineata in un programma d'azione per la sicurezza stradale che comprenda proposte chiare e rigorose e orientamenti di attuazione altrettanto chiari e stringenti per gli Stati membri. Si dovrebbe inoltre disporre di un feedback sotto forma di dati statistici ben precisi forniti alla Commissione con cadenza annuale, per darle la possibilità di reagire tempestivamente. Dal canto suo, la Commissione dovrebbe esortare gli Stati membri ad attuare quanto prima le normative vigenti (quelle già adottate e quelle che lo saranno in futuro) in materia di sicurezza stradale.

4.   Osservazioni specifiche

4.1   La grande sfida per una politica di sicurezza stradale riuscita è quella della cooperazione tra le autorità a livello UE, nazionale e locale. Se il progresso sul fronte della tecnologia può essere realizzato mediante l'adozione e l'attuazione della normativa europea, i cambiamenti nel comportamento degli utenti della strada possono essere conseguiti soltanto a livello nazionale. Per questo motivo, sono essenziali sia orientamenti rigorosi da parte dell'UE che un feedback annuale dagli Stati membri alla Commissione.

4.2   Quanto all'efficacia delle politiche UE adottate nell'ultimo decennio per indurre gli utenti della strada a modificare il loro comportamento, il CESE è incline a concludere che, per ragioni legate alla sussidiarietà e alla carenza di strumenti di monitoraggio, esse non hanno avuto pieno successo. La formazione e l'educazione permanenti sono lo strumento più importante per influenzare in modo positivo i comportamenti, in particolare quelli dei conducenti più giovani e degli utenti della strada più anziani. Gli Stati membri hanno introdotto questi strumenti in modo diverso e a volte inadeguato.

4.3   Il CESE è convinto che, per quanto riguarda i tipi di comportamento, nel prossimo decennio la politica in materia dovrebbe concentrarsi sulla formazione e sull'educazione di tutte le categorie di utenti della strada in tutti gli Stati membri. Per esempio, l'introduzione di un livello minimo obbligatorio di educazione stradale nelle scuole e, su base volontaria, l'incentivazione di un apprendimento in questo campo lungo tutto l'arco della vita dei cittadini.

4.4   Gli Stati membri dovrebbero realizzare campagne mirate e periodiche di sensibilizzazione per influenzare il comportamento degli utenti della strada, trattando temi legati alla sicurezza tra cui il rispetto reciproco, i dispositivi di protezione, la velocità e il consumo di alcol e droga, con un parallelo rafforzamento delle misure repressive.

4.5   Il nuovo programma d'azione dovrebbe dedicare un'attenzione particolare alle differenze nei tassi di rischio legati alla sicurezza stradale che esistono tra gli Stati membri. Nel 2008, il tasso di rischio più alto era fino a quattro volte superiore a quello più basso. Per quei paesi che hanno un tasso di rischio nettamente superiore alla media UE, l'obiettivo dovrebbe essere una più forte riduzione del numero di decessi e lesioni gravi tra gli utenti della strada, e quindi in quest'ambito andrebbero stabiliti obiettivi differenziati per il 2020 sulla base dei dati del 2010.

4.6   Negli ultimi dieci anni si è verificato un miglioramento sostanziale nell'ambito della «sicurezza attiva e passiva», dovuto in particolare all'introduzione, da parte dell'industria, di una vasta gamma di misure tecniche in materia di sicurezza sia nelle autovetture che nei veicoli pesanti. I progetti di R&S finanziati attraverso i programmi quadro dell'UE potrebbero fungere da traino per ulteriori miglioramenti delle tecnologie ITS (Intelligent Transport Systems).

4.7   La crisi economica ha fatto emergere un fenomeno nuovo e sempre più pericoloso, ossia l'immissione sul mercato di autovetture a prezzo molto basso, che rispettano a malapena le norme minime di sicurezza. Per garantire e migliorare il livello di sicurezza del parco veicoli esistente, si potrebbero installare, nella misura del possibile, i più recenti dispositivi di sicurezza sulle autovetture in circolazione. È inoltre necessario prevedere controlli periodici e ispezioni annue degli autoveicoli. Ancora peggiore è la situazione del settore motocicli e ciclomotori, nel quale è essenziale rafforzare la vigilanza sul mercato ed effettuare controlli periodici (2). Secondo il CESE, l'UE deve reagire a questo fenomeno fissando le norme di sicurezza a un livello più alto.

4.8   Alla luce di quanto sopra esposto, è necessario introdurre nuove norme UE in materia di omologazione di motocicli e ciclomotori che prevedano l'obbligo di dotare quelli al di sopra dei 150 cc di ABS e CBS, come pure l'introduzione di controlli tecnici e di una seconda fase di formazione per i conducenti di questi veicoli nella revisione della direttiva sulle patenti di guida. L'UE dovrebbe inoltre appoggiare le campagne di sensibilizzazione per garantire la conformità con le più importanti regole di sicurezza.

4.9   La progettazione delle strade e dei bordi delle strade ha un ruolo importante in caso di incidenti. Gli studi realizzati in quest'ambito dimostrano che l'infrastruttura stradale è uno dei fattori causali nel 30 % circa degli incidenti. Si tratta quindi di un ambito dove si possono compiere notevoli progressi. Secondo questi studi, i principali ostacoli a una maggiore sicurezza stradale non sono esclusivamente quelli legati ai vincoli finanziari, ma anche quelli connessi a una scarsa sensibilizzazione generale. Le statistiche dimostrano che le strade rurali sono spesso le più pericolose. L'erogazione dei sussidi UE (TERN, fondi strutturali) dovrebbe essere subordinata alla realizzazione di strade sicure. In ogni caso è essenziale che la progettazione, la costruzione e la manutenzione dell'infrastruttura stradale vengano effettuate tenendo conto anche della sicurezza dei veicoli a due ruote.

4.10   Il CESE è giunto alla conclusione che, tra le iniziative adottate negli ultimi dieci anni per rendere più sicura l'infrastruttura, la più efficace è stata una delle proposte del Terzo programma d'azione per la sicurezza stradale: la direttiva per la sicurezza nelle gallerie (2004/54/CE), la cui introduzione ha avuto un forte impatto in tutta Europa.

4.11   Per i prossimi dieci anni, per quanto riguarda lo sviluppo dell'infrastruttura, il CESE raccomanda di includere nel nuovo programma d'azione l'obiettivo di migliorare il livello di sicurezza della rete stradale transeuropea (TERN) e di portare almeno il 25 % della rete non TERN alle medesime condizioni di quella TERN. Un altro notevole contributo alla sicurezza stradale potrebbe venire da una decisione del Consiglio di modificare la direttiva sulla gestione della sicurezza delle infrastrutture stradali includendovi degli allegati tecnici vincolanti ed estendendone il campo d'applicazione alle strade non TERN, nonché dall'adozione di orientamenti europei in materia di sicurezza dell'infrastruttura stradale urbana. A breve termine, l'UE deve incoraggiare tutti gli Stati membri ad adottare rapidamente le quattro misure della direttiva infrastrutture riguardanti le valutazioni d'impatto sulla sicurezza stradale, i controlli della sicurezza stradale, la gestione della sicurezza della rete e le ispezioni di sicurezza.

4.12   Dal momento che si tratta di un settore di responsabilità condivisa, il CESE è convinto che una forte leadership politica sia un requisito imprescindibile per la creazione di un vero e proprio «spazio della sicurezza stradale» in tutti e 27 gli Stati membri. I responsabili decisionali a livello di UE, ma anche a livello nazionale e regionale nei singoli Stati membri, devono essere persuasi dell'importanza di collaborare all'attuazione di modifiche legislative sia a breve che a lungo termine e alla realizzazione di campagne di informazione di vaste proporzioni. Avvalendosi delle competenze di alcuni soggetti privati fondamentali, esperti in materia di sicurezza stradale in Europa, si riuscirà a generare consenso e a garantire un migliore rapporto costi-benefici.

4.13   Per quanto riguarda il settore privato, considerando che gli spostamenti per motivi di lavoro e i percorsi dei pendolari rappresentano un'importante fonte di rischio, un passo importante nella direzione giusta può essere fatto dai datori di lavoro che gestiscono parchi di veicoli aziendali. Le misure volte a ridurre il numero di vittime della strada dovrebbero infatti riguardare qualsiasi uso di veicoli a fini di lavoro, e non soltanto il settore del trasporto di merci su strada.

4.13.1   I datori di lavoro - del settore privato come di quello pubblico - dovrebbero promuovere le buone pratiche per ridurre le collisioni sui percorsi casa-lavoro, incoraggiare i dipendenti a utilizzare quando possibile i mezzi pubblici, definire linee guida in materia di sicurezza per i parchi di veicoli e monitorare le prestazioni di questi ultimi in fatto di sicurezza. Un buon esempio in quest'ambito è il progetto Praise (3), cofinanziato dalla Commissione europea e diretto a promuovere la gestione della sicurezza stradale connessa all'attività lavorativa e a fornire il relativo know-how ai datori di lavoro. Queste tematiche potrebbero inoltre interessare anche l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA).

4.13.2   Nella stessa prospettiva, è in fase di elaborazione una nuova norma internazionale ISO 39001 per la sicurezza stradale dei lavoratori, che dovrebbe essere emanata entro la fine del 2011. La Commissione europea dovrebbe invitare tutti i firmatari della Carta europea per la sicurezza stradale a ottenere quanto prima la certificazione ISO 39001.

4.14   Altre condizioni per la creazione di uno «spazio della sicurezza stradale» sono: una maggiore ricchezza di dati statistici comparabili sugli Stati membri, un feedback con informazioni fornite dagli Stati membri alla Commissione con cadenza annuale, la creazione di un sistema di monitoraggio e di follow-up a livello di UE attraverso un'agenzia europea per la sicurezza stradale, la corretta e rapida attuazione della normativa UE da parte di tutti gli Stati membri, una maggiore enfasi sulla formazione e sull'educazione permanente e un'attenzione particolare per gli utenti della strada più giovani e più anziani.

4.15   Il CESE raccomanda l'adozione di un piano d'azione che preveda obiettivi ambiziosi ma realistici. Per motivi politici, come in passato, anche l'obiettivo stabilito per i prossimi dieci anni deve essere globale. Il CESE non intende interferire nel dibattito in corso proponendo una determinata percentuale di riduzione del numero di decessi, ma caldeggia fortemente la definizione di una serie di obiettivi specifici relativi alla riduzione del numero di vittime di incidenti che riportano lesioni gravi nonché del numero di utenti della strada particolarmente vulnerabili - pedoni, ciclisti e conducenti di motocicli e ciclomotori - feriti o comunque coinvolti in incidenti stradali.

4.16   Oltre a ciò, l'UE dovrebbe stabilire non solo l'obiettivo a lungo termine, ma anche obiettivi intermedi, avviando un programma di assistenza tecnica per fornire sostegno agli Stati membri che non sono ancora a buon punto nell'elaborazione di una strategia nazionale per la riduzione del numero di vittime della strada. Questo potrebbe essere un compito della nuova agenzia per la sicurezza stradale, una volta entrata in funzione.

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  GU C 80 del 30.3.2004, pagg. 77-80.

(2)  GU C 354 del 28.12.2010, pag. 30.

(3)  Praise: Preventing Road Accidents and Injuries for the Safety of Employees («Prevenire gli incidenti stradali e le conseguenti lesioni per la sicurezza dei lavoratori») (www.etsc.eu/PRAISE.php).


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/33


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Strutture di finanziamento per le PMI nel contesto dell'attuale situazione finanziaria» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/07

Relatrice: Anna Maria DARMANIN

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 26 febbraio 2009, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

Strutture di finanziamento per le PMI nel contesto dell'attuale situazione finanziaria.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori in materia, ha adottato il proprio parere in data 8 luglio 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 121 voti favorevoli, un voto contrario e 3 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1   Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) invita la Commissione a rafforzare gli strumenti di finanziamento per le PMI, rinnovando il regime di garanzia del Programma quadro per la competitività e l'innovazione (CIP) dopo la fine dell'attuale periodo di finanziamento, rendendo i fondi strutturali facilmente accessibili alle PMI e enunciando chiaramente le priorità di finanziamento. Nell'attuale contesto di minori fondi propri, gli organismi di garanzia offrono agli istituti bancari partner la possibilità di beneficiare di un utile effetto di mitigazione nel quadro di Basilea II. In tale contesto andrebbero incoraggiati gli organismi di mutua garanzia.

1.2   Il CESE raccomanda la creazione di piattaforme di negoziazione per le microimprese e le PMI. La maggior parte delle borse valori riconosciute prevede troppi obblighi di segnalazione e procedure troppo lunghe perché una PMI sia in grado di quotarsi in borsa. Inoltre i costi sono in genere proibitivi, compresi quelli connessi alle quotazioni alternative e/o secondarie. L'istituzione di minipiattaforme regionali coordinate da una rete europea creerebbe un nuovo strumento da utilizzare per raccogliere nuovo capitale per le piccole aziende. Ciò incoraggerebbe ulteriormente il finanziamento proveniente da capitale di rischio e dagli investitori informali (business angel) e inoltre aiuterebbe i piccoli investitori di capitali di rischio ad assistere le piccole imprese.

1.3   Le PMI, in particolare le microimprese, stanno incontrando più problemi a finanziarsi. Inoltre per la collettività in generale non è affatto chiaro dove sia finito tutto il denaro utilizzato per i salvataggi delle banche. Potrebbe non essere opportuno imporre alle banche di rendere pubblici questi dati ma, d'altro canto, il CESE ritiene che sarebbe più giusto che le banche destinassero una percentuale concordata dei fondi stanziati per il loro salvataggio (nei paesi in cui siano stati usati) per offrire linee di credito alle piccole imprese e alle microimprese, in particolare per progetti innovativi.

1.4   Il CESE incoraggia lo sviluppo di un quadro che faciliti la creazione di istituti di microfinanza partecipativa ed etica. Questo approccio finanziario può sicuramente rivelarsi positivo per le PMI essendo basato sulla condivisione del rischio e degli utili, su un finanziamento stabile e sulla rinuncia ad attività speculative. Un fenomeno come quello dell'attività bancaria partecipativa dovrebbe essere esaminato in modo approfondito dalla Commissione. Il CESE invita quest'ultima a preparare un Libro verde che serva di base per lanciare il dibattito sull'attività bancaria partecipativa a livello europeo. Le iniziative separate intraprese da Stati membri dell'UE quali Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Malta sono positive, ma possono ostacolare l'ulteriore integrazione del settore dei servizi finanziari all'interno dell'UE. Inoltre, iniziative separate e non coordinate possono non dare i risultati più efficienti che questo tipo di finanza potrebbe conseguire, come la condivisione del rischio e degli utili e un approccio sociale alla finanza. L'incentivazione della microfinanza islamica potrebbe anche stimolare la nascita di nuove attività imprenditoriali e, allo stesso tempo, contribuire alla lotta contro la povertà in determinate regioni. In tale contesto bisognerebbe lavorare a una direttiva che preveda, inquadri e incoraggi metodi alternativi di finanziamento, garantendo che tali metodi si trovino su un piano di parità con altri sistemi di finanza come la finanza convenzionale.

1.5   Il CESE raccomanda agli Stati membri di concedere direttamente prestiti alle PMI o di offrire garanzie totali o parziali agli enti finanziari per incentivarli a concedere finanziamenti. Durante la crisi finanziaria alcuni Stati membri hanno adottato questa pratica che si è dimostrata capace di attenuare i problemi di accesso ai finanziamenti delle PMI.

1.6   Il CESE ritiene che il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) dovrebbe investire nelle PMI direttamente oppure mediante un sub-fondo per un settore specifico, come il Fondo per giovani imprenditori, che avrebbe anche l'effetto di incoraggiare una cultura imprenditoriale. Inoltre i fondi della Banca europea per gli investimenti (BEI) dovrebbero essere allocati a intermediari che diano pieno sostegno alle PMI. Il CESE propone inoltre che, al fine di incoraggiare le banche intermediarie a utilizzare i fondi della BEI per finanziare le PMI, il rischio dovrebbe essere ripartito tra queste banche e la BEI.

1.7   Il CESE raccomanda che le banche concedano forme differenti di finanziamento, compreso il finanziamento a carattere partecipativo, innovativo ed etico. Un tipo di finanziamento come quello erogato dalla Grameen Bank in Bangladesh può essere molto limitato a causa dell'Accordo di Basilea II. Gli istituti finanziari non sono in condizione di iniziare dal problema invece che dalla soluzione: un sistema di credito deve essere basato su un'indagine del contesto sociale invece che su una tecnica bancaria prestabilita. Pertanto è necessaria una celere revisione di Basilea II oppure un accordo che preveda forme di finanziamento che si discostano dall'approccio convenzionale.

1.8   Nell'UE stanno facendo la loro comparsa le reti di investitori informali (business angel). Purtroppo tali reti non sembrano essere regolamentate e potrebbero esistere casi di rilevante abuso che dissuaderebbero gli imprenditori dall'utilizzare questa importante forma di finanziamento alternativo. Andrebbe promosso un quadro giuridico che incentivi l'azione delle reti di investitori informali oppure attività simili.

1.9   Il CESE raccomanda l'applicazione negli Stati membri di incentivi fiscali che siano rivolti agli investitori informali e alle loro reti, compresi gli investitori che appartengono alla famiglia dell'imprenditore, come i genitori. Molti giovani imprenditori fanno assegnamento sui fondi delle loro famiglie dato che nessun'altro fondo è disponibile e questi investitori andrebbero premiati e incoraggiati con crediti d'imposta.

2.   Introduzione e contesto

2.1   Gli Stati membri dell'UE si sono trovati alle prese con una sfida importante, ossia la necessità di incoraggiare e rafforzare l'imprenditoria. Il Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 ha fissato questo come obiettivo per far progredire l'occupazione, la riforma economica e la coesione sociale. Il 21 gennaio 2003 la Commissione europea ha pubblicato il Libro verde L'imprenditorialità in Europa, che rivolgeva la sua attenzione al fatto che il numero di europei che avviano una impresa propria fosse troppo modesto e all'assenza di una crescita continua delle imprese in essere.

2.2   Lo sviluppo dell'imprenditorialità arreca importanti benefici in termini sia economici che sociali. L'imprenditorialità non è soltanto una forza propulsiva per la creazione di posti di lavoro, per la competitività e la crescita, ma contribuisce anche alla realizzazione personale e al raggiungimento di obiettivi sociali (1).

2.3   La correlazione tra imprenditorialità e performance economica nazionale può essere ricondotta alla sopravvivenza delle imprese, all'innovazione, alla creazione di posti di lavoro, al progresso tecnologico e agli aumenti della produttività e delle esportazioni. Pertanto l'imprenditorialità è vantaggiosa non soltanto per le persone coinvolte, ma anche per la società nel suo complesso.

2.4   In un'indagine realizzata dal Centre for Enterprise and Economic Development Research (Centro per la ricerca nel campo dello sviluppo aziendale ed economico), i fondi per l'avviamento rappresentavano uno dei problemi menzionati più di frequente tra quelli che i giovani imprenditori devono affrontare (insieme a quello degli obblighi normativi di natura amministrativa). Tuttavia soltanto il 40 % circa delle organizzazioni di sostegno specializzate che hanno risposto all'indagine riteneva che tale problema fosse maggiore di quello dei vincoli finanziari che agiscono su altre piccole imprese. Molte aziende di nuova costituzione hanno difficoltà a procurarsi la garanzia richiesta per ottenere un prestito per l'avviamento dell'attività, ma per i giovani imprenditori tali difficoltà possono rappresentare un ostacolo più rilevante in quanto essi hanno minori opportunità di accumulare attivi che possono essere utilizzati come garanzia. Ovviamente fino a che punto ciò costituisca un vincolo reale varia a seconda dei settori e delle attività imprenditoriali.

2.5   L'attuale crisi economica è un disincentivo per l'imprenditorialità, specie per il modo in cui colpisce le PMI. Il CESE ha trattato estesamente la genesi e le conseguenze della crisi finanziaria e il ruolo centrale che vi ha avuto il sistema bancario. La realtà è che le PMI sono ancora gravemente colpite dalla crisi e continuano ad incontrare problemi di accesso ai finanziamenti.

2.6   Ad ogni modo, nell'attuale scenario il credito bancario rimane estremamente scarso (malgrado le considerevoli riduzioni dei tassi d'interesse di riferimento) a causa:

delle perdite derivanti da prassi contabili basate sul valore corrente di mercato (mark-to-market, ossia il processo mediante il quale le banche riducono il valore contabile dei titoli iscritti in bilancio perché non esiste mercato per questi titoli nel prossimo futuro),

della inesigibilità o dubbia esigibilità dei debiti della clientela, a causa, ancora una volta, dalla recessione,

dell'assenza di finanziamenti sul mercato interbancario, un fenomeno ancora sotto i nostri occhi che sinora non si è corretto malgrado l'intervento di numerosi governi,

del persistente fattore paura (i banchieri che temono per il proprio posto di lavoro sono meno propensi a correre il rischio di prendere decisioni in materia di credito che possono sembrare rischiose).

2.7   Pertanto il capitale delle banche viene razionato e dato in prestito alla clientela già esistente che le banche difficilmente possono permettersi di perdere, oppure investito in strumenti a reddito fisso di qualità superiore, come i titoli di Stato. Poiché i governi stanno aumentando i loro fabbisogni di finanziamento per iniettare fondi nelle rispettive economie, la disponibilità di titoli di debito sovrano è cresciuta e ciò, a sua volta, porta a meno fondi disponibili per l'erogazione di credito a imprese e consumatori.

3.   Una breve panoramica, basata sull'osservazione, della natura delle PMI, al di là delle statistiche ufficiali

3.1   Le PMI sono speciali sotto vari aspetti. Elencare tutte le specifiche caratteristiche non renderebbe giustizia al dinamismo delle PMI; ciononostante vale la pena ricordare alcune di queste caratteristiche in modo conciso.

3.2   Le PMI sono generalmente imprese familiari in cui la proprietà passa di generazione in generazione; la famiglia è pertanto un investitore importante per l'impresa, ma spesso non sufficiente. Le PMI tendono ad avere un radicamento locale e ciò influisce sui loro metodi di esternalizzazione e sul loro modo di assumere personale (spesso molto prudente). Non c'è una netta distinzione tra chi gestisce l'impresa e chi ne detiene la proprietà; inoltre spesso esiste uno stretto rapporto tra personale e proprietari (ciò accresce la fedeltà di entrambe le parti). Le PMI sono flessibili, dinamiche e rapide nell'incorporare l'innovazione. Le PMI sono contraddistinte dalla riluttanza a correre rischi nella gestione dei flussi di cassa, a utilizzare i loro fondi di riserva prima di rivolgersi ad istituti di credito e dalla necessità di superare numerosi passaggi burocratici per chiedere prestiti e riceverli.

3.3   La percezione che prestare alle PMI comporti rischi maggiori è in parte dovuta alla stessa natura di tale categoria di aziende, che spesso sono imprese di recente creazione, restie ad accettare le lungaggini di sistemi di finanziamento burocratizzati, prive di garanzie sufficienti e, in genere, sprovviste di strumenti di gestione del rischio a causa della loro dimensione.

3.4   Occorre rilevare che i problemi incontrati dalle PMI sono ancora più accentuati nelle microimprese.

4.   Strumenti di finanziamento

4.1   Quotazione pubblica in borse valori riconosciute - Le offerte iniziali al pubblico riguardano in genere imprese consolidate che cercano di raccogliere capitale a lungo termine sotto forma di titoli rappresentativi di una quota del capitale nominale (azioni) o di titoli di debito (obbligazioni) ammessi al listino ufficiale. Questa raccolta generalmente ha luogo prima della fase di espansione, quando i proprietari dell'impresa e/o i finanziatori con capitali di rischio cercano di uscire dall'azienda. Esistono anche mercati secondari, che in genere non sono adatti per le microimprese, e solo le aziende più grandi del settore delle piccole imprese saranno in grado di seguire questa strada. Sebbene i listini alternativi siano generalmente più scarni di quelli del mercato primario, essi sono soggetti agli stessi obblighi sulla pubblicità delle informazioni. Il costo dell'ammissione al listino può andare da 500 000 euro in su.

4.2   Nuove fonti di finanziamento: i prestiti partecipativi delle banche - Un nuovo fenomeno sta facendo la sua comparsa in tutta l'Europa sotto forma di prestiti partecipativi ed etici, noti anche con il nome di finanza islamica. Il suo modus operandi è interessante e probabilmente appropriato per le PMI e i loro fabbisogni finanziari visto l'attuale contesto. Essa offre vari strumenti, molti dei quali non sono nuovi per i paesi europei. Tuttavia una parte della legislazione, specie quella in materia fiscale, sta ostacolando l'evoluzione di questo tipo di finanziamento. Purtroppo vari Stati membri dell'UE (come Regno Unito, Francia, Lussemburgo, Germania, Malta e Italia) stanno adottando misure unilaterali con il rischio di creare problemi per quanto riguarda l'attività all'estero delle banche nell'ambito mercato interno. È possibile il sorgere di un fenomeno consistente nella possibilità che gli istituti finanziari che concedono prestiti partecipati trovino strumenti legislativi alternativi per penetrare nel mercato dell'UE (2).

4.2.1   Questo sistema di finanza può senz'altro essere vantaggioso per le PMI, essendo basato sulla condivisione del rischio e del profitto, su un finanziamento stabile, sulla rinuncia ad attività speculative e a certi tipi di investimenti.

4.2.2   Un campo particolarmente nuovo e in evoluzione è quello noto come microfinanziamento islamico. La microfinanza è costituita da un ventaglio di servizi finanziari per persone che sono tradizionalmente considerate come non finanziabili dalle banche, soprattutto perché prive delle garanzie che possono proteggere un istituto finanziario contro un rischio di perdita.

4.2.3   La vera rivoluzione della microfinanza consiste nel fatto che essa dà una possibilità a persone a cui era negato l'accesso al mercato finanziario, apre nuove prospettive e mette in grado le persone di poter finalmente realizzare i loro progetti e le loro idee con risorse proprie, evitando l'assistenza, i sussidi e la dipendenza. Le esperienze di microfinanza realizzate in tutto il mondo hanno ormai definitivamente provato che i poveri hanno bisogno di un'ampia gamma di servizi finanziari, che sono disposti a sopportare le relative spese e che sono assolutamente idonei a usufruire dei servizi bancari. La microfinanza ha come destinatari specifici coloro che vivono al limite della cosiddetta soglia di povertà, persone che potrebbero raggiungere più facilmente una qualità di vita dignitosa e che hanno idee imprenditoriali, ma sono prive di accesso alla finanza formale.

4.2.4   Su questo argomento sono stati condotti alcuni studi e l'esperienza in questo campo è ancora relativamente limitata, ma la microfinanza dimostra di possedere un enorme potenziale sia nella lotta alla povertà e all'esclusione finanziaria e sociale, sia nell'ampliare e accrescere la base della clientela degli istituti finanziari nei paesi in via di sviluppo con un substrato culturale islamico. Pertanto l'attività bancaria partecipativa ha dimostrato di concentrarsi non solo sui risultati finanziari, ma anche sulla massimizzazione dei benefici sociali attraverso la creazione di istituti finanziari più sani che possono erogare servizi finanziari efficaci, anche a livello di base.

4.3   Regimi di finanziamento dei governi e dell'UE - I governi, tramite i loro intermediari, sono stati coinvolti nella promozione delle imprese attraverso varie misure, come gli incentivi fiscali, i regimi di finanziamento e le sovvenzioni accordate nel quadro del Fondo europeo di sviluppo regionale e del Fondo europeo per gli investimenti.

4.3.1   Il ricorso a talune iniziative concernenti il capitale di avviamento e il capitale iniziale può non avere raggiunto i livelli sperati.

4.4   I business angel , noti anche come investitori privati o investitori informali, sono classificati come fonti di finanziamento non tradizionali e forniscono capitale azionario alle imprese dalla fase di avviamento a quella della prima crescita.

5.   Un possibile quadro d'azione da adottare per frenare il tracollo di investimenti e finanziamenti e per agevolare l'accesso delle PMI al credito

5.1   Nell'attuale scenario economico è cruciale una rapida attuazione della legislazione sulle piccole imprese (Small Business Act - SBA). Il CESE ha accolto con favore lo SBA preparato dalla Commissione, ma ribadisce che è fondamentale attuare le iniziative in esso proposte.

5.1.1   Considerato che attualmente la liquidità rappresenta una merce di lusso per le PMI, occorre modificare la direttiva sui ritardi di pagamento per garantire che le PMI vengano pagate puntualmente per tutte le operazioni commerciali e che venga rispettato il termine di pagamento di 30 giorni. È tuttavia necessario che l'attuazione della direttiva sia realmente fattibile e che incontri il consenso dei fornitori (sia pubblici che privati).

5.1.2   Occorre inoltre attuare con celerità la direttiva sulle aliquote IVA ridotte applicabili ai servizi che sono prestati a livello locale e sono ad alta intensità di lavoro, servizi che sono principalmente forniti dalle PMI. Malgrado alcune controversie sorte in proposito, si ritiene che tale direttiva potrebbe stimolare le pratiche commerciali delle PMI, rendendole più interessanti per il consumatore finale.

5.2   Secondo i dati delle camere di commercio europee, il 30 % delle PMI deve far fronte a problemi di liquidità, un quarto dei quali è dovuto alla mancata concessione di credito da parte delle banche. In un momento in cui gli istituti bancari sono sottoposti ad attento esame e stanno seguendo un approccio estremamente prudente nell'erogazione del credito, il fatto che le PMI siano oggetto di una linea di condotta così prudente avrà effetti negativi per l'economia.

5.2.1   I fondi bancari per le PMI sono stati aumentati dall'UE attraverso l'aumento dei fondi della BEI per effetto del piano di ripresa economica. Tuttavia l'esperienza delle PMI è che l'accesso al credito tramite le banche è ancora molto difficile. Pertanto, sebbene sembri che il denaro sia stato destinato al finanziamento delle PMI, esso in realtà non sta raggiungendo le PMI. Di conseguenza è importante che le banche intermediarie selezionate per gestire i fondi della BEI siano banche che sostengono pienamente le PMI. Quando un intermediario non riesce sistematicamente a far confluire questi fondi verso le PMI, la BEI dovrebbe cessare di utilizzarlo. Infine, allo scopo di incoraggiare gli intermediari a prestare veramente i fondi della BEI alle PMI, il rischio del prestito dovrebbe essere ripartito tra la BEI e gli intermediari e non sopportato solo da questi ultimi.

5.3   Una questione importante, in particolare per le imprese appena avviate, è l'accesso al capitale di rischio. In Europa il mercato del capitale di rischio per l'avviamento delle imprese rappresenta all'incirca soltanto 2 miliardi di euro l'anno, il che equivale solo a circa il 25 % del corrispondente mercato statunitense. Non più di una PMI su 50 si rivolge a una società di capitale di rischio per ottenere dei finanziamenti. Le informazioni sui finanziamenti di questo tipo sono facilmente disponibili, tuttavia molto spesso le PMI tradizionali non si rendono conto della possibilità di ottenere effettivamente del capitale di rischio. Ciò è anche legato all'approccio prudente in rapporto al rischio seguito dagli imprenditori europei, che sembrano ricorrere più ai servizi offerti dalle banche che ai capitali di rischio.

5.4   Gli appalti pubblici rappresentano un'opportunità importante per le PMI che, tuttavia, sono meno competitive in questo settore a causa non solo dell'esperienza già accumulata dalle società più grandi, ma anche delle rigorose normative in materia di garanzie bancarie e rendiconti finanziari sul fatturato. Negli appalti pubblici si dovrebbero introdurre misure più attente alla situazione delle PMI, come ridurre il capitale legato alle garanzie bancarie, favorire la presentazione di offerte da parte delle PMI e sostenere i raggruppamenti (cluster) di PMI.

5.5   La priorità fondamentale per le PMI è la riduzione degli adempimenti burocratici, perché esse sostengono oneri normativi e amministrativi sproporzionati rispetto alle imprese più grandi. È assodato che, se una grande società spende mediamente 1 euro per dipendente per adempiere agli obblighi di legge, una piccola azienda deve spenderne fino a 10. La Commissione ha imboccato la giusta direzione nel ridurre gli adempimenti burocratici, però siamo ancora lontani dal raggiungere quel livello che aiuterebbe effettivamente le PMI.

5.6   La concorrenza sostenibile rappresenta il futuro della nostra economia. Le PMI che aderiscono ai principi dello sviluppo sostenibile e che operano secondo i criteri dell'economia «verde» dovrebbero quindi essere agevolate nel loro processo di finanziamento.

5.7   I finanziamenti dell'UE sono abbondanti e ad ampio raggio, e sostengono utilmente le PMI che operano nel settore delle nuove tecnologie. Tuttavia, occorre incoraggiare le PMI più tradizionali che si occupano della fornitura di prodotti e/o servizi, in modo che adottino impostazioni innovative nel proprio ambito di attività. Sarebbe necessario un ulteriore rafforzamento degli strumenti di finanziamento, per sostenere anche queste attività diffuse a livello delle PMI.

5.8   Il CESE riconosce che organismi come quelli che fanno parte dell'Associazione europea di mutua garanzia (European Mutual Guarantee scheme, AECM) sono stati utili durante la crisi. Invita la Commissione a continuare a creare un ambiente favorevole al mantenimento del sostegno da parte di tali organismi alle PMI per quanto riguarda le garanzie offerte per il loro finanziamento.

5.9   Il Programma quadro per la competitività e l'innovazione (CIP) è stato uno strumento utile per le PMI, e il CESE invita pertanto la Commissione a mantenere dopo il 2013 lo strumento delle garanzie in favore delle PMI previsto da tale programma.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  Flash Eurobarometro n.192, Entrepreneurship Survey of the EU (25 Member States), United States, Iceland and Norway - Analytical Report (Indagine sull'imprenditoria nell'UE (25 Stati membri), negli Stati Uniti, in Islanda e in Norvegia - Relazione analitica).

(2)  Cfr. «Islamic Finance in a European Union Jurisdiction Workshops Report» (Relazione sui seminari sul tema La finanza islamica in un ambito giurisdizionale europeo) pubblicata da: Malta Institute of Management, Malta Employers Association e Malta Union of Bank Employees.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/38


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Dopo la crisi: un nuovo sistema finanziario per il mercato interno» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/08

Relatore: IOZIA

Correlatore: BURANI

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 18 febbraio 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

Dopo la crisi: un nuovo sistema finanziario per il mercato interno.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori in materia, ha formulato il proprio parere in data 8 luglio 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 160 voti favorevoli, 8 voti contrari e 2 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1   Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) con questo parere d'iniziativa si propone di indicare alcune possibili riforme del sistema finanziario europeo: come dovrebbe essere regolamentato, come dovrebbe funzionare meglio, per ridurre i rischi sistemici. La crisi ancora può riprendere vigore ed intensità, se non si porrà un argine alla speculazione selvaggia e se i governi non daranno quelle risposte attese ormai da troppo tempo.

1.2   Dopo la crisi quale sistema finanziario per il mercato interno? BCE/SEBC, banche commerciali, di investimento, istituzioni finanziarie mutue e cooperative, etiche, assicurazioni, fondi pensione, fondi di investimento, private equity, hedge fund, società di rating; produttori, distributori e venditori di prodotti finanziari e titoli; borse, mercati non regolamentati; regolatori, autorità di vigilanza, agenzie di rating di credito: questi gli attori principali del sistema finanziario che saranno chiamati a modificare i loro comportamenti, ad adeguarsi ad una normativa più stringente, ad adeguare la propria organizzazione ai nuovi compiti che saranno loro assegnati.

1.3   Non tutti gli attori del mercato debbono essere considerati in modo generalizzato responsabili. Fortunatamente alcuni settori importanti, come alcuni importanti gruppi transnazionali non sono stati direttamente coinvolti dalla crisi, perché le loro attività erano ben lontane dal grande casinò della finanza. Assicurazioni, banche cooperative e popolari, casse di risparmio, ma anche primarie banche commerciali europee e globali, non hanno dovuto rettificare i loro conti a causa delle perdite finanziarie, né chiedere aiuti ai propri governi.

1.4   «Motivo della crisi è la miseria morale», il CESE condivide questa sintesi di Tomáš Baťa del 1932, purtroppo registrando che nulla è cambiato! Lavoratori e pensionati, imprese, cittadini, organizzazioni della società civile, consumatori ed utenti sono tutti fortemente interessati a poter contare su un sistema finanziario efficiente e sicuro, a costi ragionevoli, cui affidare i propri risparmi con fiducia, cui rivolgersi per sostenere un'iniziativa economica, cui guardare come un indispensabile strumento di crescita economica e di presidio di importanti funzioni sociali quali le pensioni, le assicurazioni contro le malattie e gli infortuni, i danni. La gravissima crisi finanziaria ha messo in pericolo tutto questo, attraverso una generalizzata perdita di fiducia.

1.5   Occorre ricostruire un capitale di fiducia verso le istituzioni finanziarie, ma anche verso le istituzioni politiche e le autorità regolatrici e di vigilanza, che non hanno saputo e potuto evitare questa catastrofe che è costata fino ad ora 2300 miliardi di euro secondo le stime più recenti dell'FMI.

1.6   L'opinione pubblica è stata scossa profondamente. La crisi di liquidità conseguente alla crisi finanziaria ha investito l'economia reale che ha subito un contraccolpo enorme: la disoccupazione è arrivata ad oltre il 10 %, con punte del 22 % in Lettonia e del 19 % in Spagna, con un totale di oltre 23 milioni di disoccupati a dicembre. Cifra che è destinata ancora a salire. Tutti i bilanci pubblici hanno registrato deficit enormi, che dovranno essere ripianati con manovre di rientro, che certamente non aiuteranno la crescita, ma agiranno da freno ad una ripresa che già si preannunciava fredda, cioè senza effetti positivi sull'occupazione.

1.7   Il CESE nel corso di questi anni ha elaborato una serie di pareri proponendo alcune riflessioni, spesso ignorate, che avrebbero certamente aiutato, se ascoltate, ad evitare o quanto meno a ridimensionare gli effetti devastanti della crisi.

1.8   Il CESE chiede alle istituzioni europee di accelerare il processo di riforma. Trascorso circa un anno e mezzo dalla presentazione delle conclusioni della commissione de Larosière, il processo decisionale europeo non è ancora entrato nella fase conclusiva. I governi, purtroppo, hanno indebolito il disegno di riforma, escludendo, ad esempio, la possibilità d'intervento di un'authority europea su istituzioni finanziarie transnazionali.

1.8.1   Il CESE prende atto con favore della comunicazione della Commissione sulle iniziative legislative che saranno prese per rafforzare la regolazione e la trasparenza del mercato finanziario. Tali proposte, intervenute durante la redazione del presente parere, vanno nella direzione auspicata. Potenziare la vigilanza sulle agenzie di rating del credito, aprire il dibattito sulla governance societaria sono gli aspetti più importanti. Le relazioni sui compensi agli amministratori e sulle politiche retributive compendiano il pacchetto. Entro sei-nove mesi la Commissione si è impegnata a presentare ulteriori proposte per migliorare il funzionamento dei mercati dei derivati, misure adeguate sulle vendite allo scoperto e sui CDS e miglioramenti alla direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (MiFID).

1.8.2   Il CESE attende con molto interesse le altre iniziative preannunciate nel campo della responsabilità: la revisione della direttiva relativa ai regimi di garanzia dei depositi e della direttiva relativa ai sistemi di indennizzo degli investitori. La direttiva sugli abusi di mercato e quella sui requisiti patrimoniali (CRD IV) saranno sottoposte a modifica; mentre è in preparazione una nuova proposta sui prodotti di investimento al dettaglio preassemblati (PRIP). Per diminuire l'arbitraggio regolamentare, la Commissione emanerà una comunicazione sulle sanzioni nei servizi finanziari.

1.9   Il CESE ritiene che occorra lavorare più intensamente per preparare il sistema finanziario del dopo crisi, che dovrà essere trasparente, socialmente ed eticamente responsabile, meglio controllato e innovativo e che dovrà avere una crescita equilibrata, compatibile con il resto del sistema economico, orientata alla creazione di valore nel medio e lungo periodo, una crescita sostenibile.

1.10   Alcuni milioni di persone lavorano nel mondo della finanza. La larghissima maggioranza è fatta di persone per bene, che lavorano con professionalità e che meritano il rispetto di tutti. Una piccola minoranza di irresponsabili e di senza scrupoli ha messo a repentaglio la reputazione di un'intera categoria di lavoratrici e di lavoratori.

1.11   Il CESE raccomanda maggiore trasparenza in particolare nella identificazione dei rischi. I mercati OTC non dovrebbero essere aperti a scambi bilaterali, ma funzionare esclusivamente con controparte centrale, che monitorando il livello di rischio complessivo può limitare l'accesso alle transazioni per quelle parti eccessivamente esposte. Gli scambi dovrebbero avvenire su un'unica piattaforma, o al massimo su un insieme definito di piattaforme, migliorando così la trasparenza dei mercati.

1.12   La responsabilità sociale d'impresa, nel settore finanziario dovrebbe essere declinata in tutte le attività e in ogni comportamento Sono stati privilegiati volumi di vendite piuttosto che idonei consigli di investimento. Il ritorno ad un'etica professionale alta, una esplicita condanna delle associazioni di categoria che dovrebbero indurre a comportamenti corretti, attraverso un'opera di prevenzione e sanzionare quelle imprese giudicate colpevoli di episodi di malafede, di truffe, di comportamenti penalmente perseguibili.

1.13   Una governance più aperta e democratica delle authority nazionali ed europee, che includa gli stakeholder nelle attività regolatorie e di vigilanza. Lavoratori, imprese, consumatori ed utenti dovrebbero avere un ruolo riconosciuto nella governance d'impresa. Il CESE raccomanda un maggior coinvolgimento della società civile nella consultazione e nella valutazione d'impatto. Recenti decisioni della Commissione in merito alla scelta di gruppi di esperti continuano a privilegiare esclusivamente l'industria, senza coinvolgere adeguatamente consumatori e lavoratori. Il CESE non si stanca di continuare a raccomandare una rappresentanza bilanciata della società civile nell'ambito dei gruppi di esperti e dei comitati organizzati dalla Commissione.

1.14   Una governance delle imprese per le quali i requisiti di onorabilità e di trasparenza si estendano dagli amministratori agli azionisti, il cui capitale ad oggi è considerato per definizione di origine lecita, quando esempi clamorosi hanno dimostrato che non sempre è così.

1.15   Il ruolo dei manager è diventato esorbitante, come alcuni dei loro compensi stratosferici, che sono stati mantenuti perfino dopo le nazionalizzazioni intervenute per salvare alcuni istituti dal fallimento. Una seria politica di contenimento di bonus, da distribuire eventualmente solo in presenza di risultati stabili nel medio termine e migliori della media di sistema; incentivazioni al personale legate a vendite responsabili, non a campagne per prodotti bancari non basate sul dovuto rispetto per i bisogni dei consumatori, incentivazioni dirette alla valorizzazione della qualità del capitale umano in termini di contributo professionale, di soddisfazione della clientela, di migliore professionalità.

1.16   Il CESE raccomanda l'adozione di serie ed efficaci misure da parte delle autorità nazionali di vigilanza, che non sembrano molto convinte della opportunità di un'azione che non è solo moralizzatrice, ma che tende a preservare per il futuro il profilo di rischio, esplicito od occulto. Molte operazioni ad altissimo rischio, assunte per moltiplicare profitti e bonus, si sarebbero potute evitare.

1.17   Il CESE chiede che sia eliminato dalla legislazione europea il riferimento al rating per quanto riguarda la classificazione degli investimenti e la conseguente copertura nei fondi rischi, adottata con i principi di Basilea II e chiede che le autorità nazionali rivedano la politica di investimento.

1.18   La classificazione del debito sovrano degli Stati membri, dovrebbe essere fatta esclusivamente attraverso una nuova agenzia indipendente europea. Gli annunci di downgrading del debito sovrano di un paese, come recentemente nel caso della Grecia e di altri paesi europei in difficoltà, hanno causato serie difficoltà sui mercati, incitando la speculazione ad attaccare vistosamente le emissioni, amplificando la percezione di una crisi grave.

1.19   Gli aiuti concessi alla Grecia serviranno a mettere al riparo il sistema finanziario internazionale che ha sottoscritto per centinaia di miliardi di euro il debito greco, fidandosi anche della più importante banca d'affari del mondo, che ha nascosto importanti finanziamenti che non sono apparsi sui conti ufficiali di Atene. Solo le banche francesi (76,45 miliardi) e quelle tedesche (38,57) assommano prestiti per 115 miliardi: ancora una volta i contribuenti europei saranno chiamati a pagare per i comportamenti illegali. Il pesantissimo conto economico e sociale che i cittadini greci dovranno sostenere è enorme.

1.20   Il CESE ritiene opportuno approfondire il tema della tassazione di alcune attività finanziarie, in particolar modo quelle a carattere eminentemente speculativo. Un parere sull'argomento è stato recentemente adottato.

1.21   Il CESE raccomanda la messa a punto di sistemi integrati di gestione della crisi, che prevedano criteri efficaci di pre-allarme, di prevenzione e di uscita dalla crisi. È necessario sviluppare meccanismi affidabili di reciproca responsabilità tra le autorità degli Stati membri, soprattutto per quello che riguarda i grandi gruppi europei: in Europa centrale e dell'Est, ad esempio, i mercati finanziari sono quasi esclusivamente nelle mani di assicurazioni e banche dell'Ovest.

2.   Introduzione

2.1   «Motivo della crisi è la miseria morale

Punto di svolta della crisi economica? Io non credo in punti di svolta spontanei. Quello che noi siamo abituati a chiamare la crisi economica è solo un nome diverso per la miseria etica.

Miseria morale è la causa, la crisi economica è solo la conseguenza. Ci sono molte persone nel nostro paese che pensano che sia possibile salvarci dal declino economico con il denaro. Io temo le conseguenze di questo errore. Nel caso in cui ci troviamo ora, non abbiamo bisogno di colpi di scena brillanti o di combinazioni.

Abbiamo bisogno di un atteggiamento morale nei confronti delle persone, del lavoro e della proprietà pubblica.

Mai più sostegno per le bancarotte, mai più debiti, mai più gettare via i valori per niente, mai più sfruttamento dei lavoratori; avremmo meglio dovuto fare altre cose per risollevarci dopo la povertà del periodo di guerra e rendere il lavoro e il risparmio più efficace, desiderabile e più onesto, piuttosto che darci alla pigrizia e allo spreco. Hai ragione, è necessario superare la crisi di fiducia, tuttavia non la sconfiggeremo con mezzi tecnici, finanziari o di credito. La fiducia è un fatto personale e può essere ristabilita solo attraverso un comportamento morale e l'esempio personale». Tomáš Baťa 1932.

2.2   Nulla è cambiato

2.2.1   La citazione, inusuale nei pareri del Comitato, serve ad introdurre il tema molto più di una dotta e ripetuta analisi della crisi, degli errori della politica, dei controllori, delle società di rating, della finanza ed anche degli investitori e degli azionisti. Sono stati spesi fiumi di inchiostro: è sufficiente dire che le misure attuate, in corso di esame o progettate in materia di vigilanza macro e microprudenziale sono sostanzialmente valide e razionali, ma ancora manca un collegamento organico e strutturale fra vigilanza del mercato (banche, assicurazioni, mercati finanziari) e controllo dei sistemi di pagamento; questi ultimi possono fornire preziosi segnali - se debitamente interpretati - di défaillance individuali o di minacce sistemiche. Occorre che le autorità prendano in esame l'opportunità di dotarsi di questo sistema di controlli incrociati.

2.2.2   A differenza del passato, la società civile non intende lasciare il dibattito sul futuro del sistema finanziario agli specialisti, ai tecnici e ai politici, ma intende partecipare attivamente alla costruzione di un sistema finanziario sostenibile, visto che inesorabilmente le conseguenze delle scelte ricadono su lavoratori, imprese e cittadini. Il denaro pubblico impegnato nei salvataggi delle banche più esposte, prima, e nel necessario ossigeno all'economia, strangolata da una crisi di liquidità senza precedenti, dopo, è andato ad incrementare i deficit e i debiti pubblici, che dovranno essere risanati con ulteriori manovre correttive che scaricheranno di nuovo sui cittadini oneri e tasse, di cui non si sentiva certamente il bisogno.

2.2.3   Il sistema finanziario dopo la crisi non dovrà e non potrà essere più quello che si è andato a formare nel corso degli ultimi 20 anni. Rinunciando a percentuali di crescita che una politica di breve termine ha fatto esplodere.

2.2.4   Una redditività molto elevata, infatti, ha spinto le imprese più motivate ad iniziare una fase di concentrazione considerata impensabile fino a pochi anni fa.

2.2.5   Queste concentrazioni sono state facilitate dalla liberalizzazione, dalla privatizzazione in molti paesi, ma soprattutto dall'impulso derivante dalle direttive sul mercato unico, che hanno cancellato non solo i confini territoriali, ma anche quelli che separavano le diverse categorie specialistiche: banche commerciali, investment bank, società finanziarie, società di borsa, depositari di titoli, gestori di sistemi di pagamento, assicurazioni, ecc.

2.2.6   I conglomerati finanziari che si sono costituiti sono caratterizzati da una forte eterogeneità, da una complessità di articolazioni, incroci azionari, golden share (per le banche ex pubbliche in particolare) rendendo estremamente difficile, se non impossibile, una vigilanza globale sulle strutture. Solo ora, dopo la bufera che ha sconvolto i mercati, ci si rende conto della necessità di dotarsi di forme di vigilanza transnazionale. I processi decisionali, però, avanzano troppo lentamente. Le potenti organizzazioni finanziarie cercano di limitare l'azione regolatrice delle autorità, riuscendo a convincere alcuni governi europei a sostenere le loro ragioni. La relazione de Larosière, le conseguenti direttive, la revisione degli accordi di Basilea II e la modifica degli IASB stanno procedendo con grande fatica e molte delle promesse di cambiamento sembra si stiano perdendo per strada.

2.3   La redditività

2.3.1   Redditività e crescita

2.3.1.1   Un'elevata redditività è da sempre considerata un indice di salute di un'impresa. È anche un elemento che ne sostiene la crescita dimensionale attraverso il reinvestimento dei profitti. Un'impresa con il cui ROE è il 10 % reinvestendo tutti i suoi profitti può crescere del 10 % all'anno, se mantiene costante il suo rapporto tra debiti e mezzi propri: se cresce più velocemente significa che aumenta il peso del debito oppure che fa ricorso a nuovi apporti di capitale proprio.

2.3.1.2   Ne consegue che le imprese più redditizie hanno maggiori possibilità di crescita e sviluppo.

2.3.2   Redditività e rischio

2.3.2.1   Spesso per migliorare la redditività si devono sopportare maggiori rischi: a tale proposito si sostiene che ciò che conta è la redditività aggiustata per il rischio. Solo l'aumento della redditività aggiustata per il rischio configura una reale creazione di nuovo valore (per gli azionisti, sia inteso, non necessariamente per gli altri stakeholder).

2.3.2.2   Chi è arbitro di questo giudizio di redditività corretta per il rischio? Il mercato finanziario, ovviamente.

2.3.2.3   Cosa ci ha insegnato al riguardo la crisi? Che sebbene sia migliorata la capacità di interpretare e stimare molti rischi, il mercato non è sempre in grado di quantificarli correttamente.

2.3.2.4   Ne consegue che certi modelli di redditività e sviluppo, sia delle imprese che delle intere economie, sembravano vincenti semplicemente perché non se ne stimavano correttamente i rischi.

2.3.2.5   La più importante lezione che ci deve insegnare la crisi è che non saremo mai capaci di stimare correttamente tutti i rischi.

2.3.3   I driver della redditività

2.3.3.1   I due principali driver di redditività, non solo per le imprese finanziarie sono:

il miglioramento dell'efficienza, reso possibile dalle economie di scala (crescita dimensionale) ed economie di scopo (crescita dell'ampiezza di offerta dei prodotti e servizi),

l'innovazione: offrire prodotti e servizi nuovi su cui i margini di profitto, grazie a una concorrenza meno ampia, sono maggiori.

2.3.3.2   Per questi motivi, «grande è bello» e «l'innovazione finanziaria è un bene» sono stati per lungo tempo gli slogan di molti attori del mercato finanziario. Il fatto è che sono stati sottostimati i rischi collegati a questi fattori. Richiamiamoli:

2.3.3.3   Dimensione - economie di scala: il rischio principale è il rischio sistemico del «too big to fail».

2.3.3.4   Ampiezza dell'offerta - economie di scopo: il rischio principale è sempre di natura sistemica, ma potrebbe essere riassunto da questa affermazione: «too interconnected to fail».

2.3.3.5   Innovazione finanziaria: innovazione finanziaria significa introdurre nuovi prodotti/servizi per gestire nuovi rischi o per gestire in modo nuovo rischi noti. Se fossero attività banali, le avrebbero già fatte altri. I rischi che ciò comporta sono spesso stimati con notevoli approssimazioni.

2.4   I rischi male stimati dell'innovazione finanziaria sono all'origine della crisi finanziaria. Ma l'innovazione è essenziale per conseguire una redditività elevata, troppo elevata alla luce dei tassi di crescita delle economie sviluppate. Bisogna andare alla causa del problema, piuttosto che agli effetti: dobbiamo accettare tassi di redditività e crescita più ridotti dei numeri a 2 cifre a cui si riteneva non solo legittimo, ma anche doveroso, aspirare. Questo perché per definizione è molto probabile che una redditività molto elevata, in un'economia che non può più crescere come 50 anni fa, comporti rischi che non possono essere trascurati. Se non diremo che in un'economia sviluppata non ha senso ed è insano aspirare ad avere dai propri investimenti ritorni a due cifre continueremo ad alimentare i semi che ci hanno portato a un passo dal collasso del sistema.

2.5   Il business delle banche e degli intermediari finanziari

Il sistema finanziario intermedia attività monetarie e finanziarie e rischi. L'intermediazione di rischi è condotta soprattutto con i contratti derivati, in larga parte OTC. La politica monetaria può influenzare direttamente l'intermediazione monetaria e finanziaria, ma ha le armi spuntate verso i derivati. I derivati infatti impiegano ammontari minimi di liquidità.

2.6   Il rischio dei derivati: ovvero i rischi della gestione dei rischi

I derivati sono stati il principale strumento d'innovazione finanziaria. Il mercato OTC è stato l'arena del risk sharing dove i rischi originariamente assunti da un unico attore venivano trasferiti e frazionati in innumerevoli transazioni. In teoria ciò dovrebbe portare a un frazionamento e quindi a un depotenziamento delle originali caratteristiche destabilizzanti dei rischi. Ma si è trascurato che le innumerevoli interconnessioni che queste transazioni comportano introducono un rischio controparte difficilmente controllabile, di fatto facendo perdere il senso del rischio globale, e un fenomeno del tipo «too interconnected to fail».

2.7   Un percorso verso un sistema finanziario più stabile

È sbagliato affermare che l'innovazione finanziaria, poiché ha contribuito a creare i presupposti per la crisi, debba essere vista con connotati negativi. Non si può però pensare che quello che è accaduto sia semplicemente un incidente di percorso: mostra invece che il sistema, così come è stato, non è accettabile.

Un'architettura integrata di controllo dei rischi deve muoversi lungo tre dimensioni: strumenti, mercati e istituzioni.

2.7.1   Gli strumenti

Piuttosto che proibire la creazione di nuovi strumenti, bisognerebbe applicare una sorta di meccanismo di registrazione che stabilisca a chi possono essere offerti. Gli strumenti non registrati possono essere usati solo da operatori qualificati. Si dovrebbe applicare il principio dei medicinali: alcuni possono essere venduti quasi liberamente, altri dietro la presentazione di una ricetta, altri solo in strutture particolari.

2.7.2   Le istituzioni

La tradizionale supervisione microprudenziale che dovrebbe controllare la stabilità stand-alone di un intermediario è insufficiente. Per costruire un quadro macroprudenziale si deve tenere conto di due importanti esternalità:

l'interconnessione. Le istituzioni finanziarie hanno esposizioni comuni che ampliano le conseguenze negative dei rischi. Qui ci rifacciamo ai due problemi «too big to fail» e «too interconnected to fail»,

la prociclicità. Il sistema finanziario dovrebbe gestire i rischi del sistema reale. In realtà accade spesso che le dinamiche dell'uno rinforzino quelle dell'altro, con la conseguenza che boom e crisi sono esasperati, invece che attenuati.

2.7.2.1   Attraverso il cosiddetto «shadow banking system» si sono perseguiti non solo scopi legittimi di maggiore flessibilità, ma anche scopi elusivi rispetto alle regole prudenziali. I soggetti regolati, come le banche, lo hanno usato per il cosiddetto «arbitraggio prudenziale», in altre parole per aumentare la leva finanziaria a dispetto di quanto richiesto funzionalmente dalla normativa. Questo sistema deve essere inquadrato nel perimetro regolamentare. Le banche non devono potere usare questo sistema per eludere gli obblighi patrimoniali.

2.7.3   I mercati

La crisi ha mostrato inequivocabilmente che i mercati finanziari non hanno una autonoma capacità di autocorreggersi, raggiungendo nuove condizioni di equilibrio, in tutte le situazioni. La possibilità che si passi abbastanza rapidamente dall'abbondanza di transazioni all'illiquidità è pertanto un'evenienza possibile.

2.7.3.1   Quando le transazioni avvengono bilateralmente, come negli OTC, il fallimento di un'istituzione può rapidamente contagiare molte controparti, con conseguente rischio sistemico. Per limitare i rischi sistemici dei mercati è necessario che gli scambi con controparte centrale si sostituiscano agli scambi bilaterali: inoltre gli scambi dovrebbero avvenire o sulla stessa piattaforma, o su un insieme definito di piattaforme, per assicurare una maggiore trasparenza. È verosimile che queste condizioni implichino una maggiore standardizzazione dei contratti scambiati: questo non è un effetto collaterale indesiderato, ma una conseguenza positiva che migliorerà la trasparenza dei mercati.

3.   La governance

3.1   Se è difficile controllare i mercati, ancora più difficile è controllare la governance: se in apparenza il controllo appartiene a chi detiene la maggioranza, effettiva o attraverso patti, in pratica le differenti legislazioni, alcune più permissive di altre, permettono la creazione di entità finanziarie di non chiara origine. Oltre ad un generale problema di trasparenza, entra in gioco un complesso argomento: quello della penetrazione nel mondo della finanza di poteri occulti o della criminalità finanziaria. La materia comprende i fondi sovrani o sotto controllo pubblico, il riciclaggio, l'evasione fiscale, i paradisi fiscali; in altri termini, la presenza - non necessariamente maggioritaria - di interessi «opachi». Il problema non riguarda soltanto i grandi gruppi; si estende, fors'anche in misura maggiore, alla moltitudine di imprese finanziarie e di fondi d'investimento, non necessariamente di grandi dimensioni. Le direttive prevedono regole per l'ammissione di persone negli organi direttivi e di azioni nelle trattazioni di borsa, ma tacciono sulla natura ed origine di capitali, implicitamente ammettendo che essa sia riconosciuta come lecita. Non si tratta qui di introdurre nuove regole, ma di istituire collegamenti operativi fra le autorità investigative e quelle di vigilanza.

3.2   Il tallone d'Achille dei grandi gruppi, spesso è proprio una governance debole e costruita a loro uso e consumo dai manager, diventati i veri dominus dell'impresa. La diluizione del capitale dovuta alle progressive integrazioni tra attori del mercato, ha determinato un progressivo indebolimento degli azionisti di riferimento, in alcuni casi al punto di non poter sostenere un'OPA ostile. Grandi gruppi a livello internazionale sono stati prima acquisiti e poi spolpati dai concorrenti, con conseguenze molto negative per l'economia reale e per i lavoratori.

3.3   «… un avvenire relativamente prossimo troverà la società organizzata in un sistema del tutto diverso di istituti fondamentali, economici, sociali e politici, e nella quale saranno affatto diverse anche le principali credenze sociali, o ideologie. Nella nuova struttura sociale un diverso gruppo o classe - i manager - sarà la classe dominante o dirigente» (James Burnham, The Managerial Revolution: What is Happening in the World. New York: John Day Co., 1941).

3.4   Il potere politico, piuttosto succube dei grandi manager bancari, ha assecondato questa trasformazione. Neanche nelle recenti, forzose, acquisizioni di banche da parte di alcuni Stati, ha avuto la capacità di rimettere un po' di ordine nei rapporti tra manager ed azionisti. La clamorosa sconfitta del Presidente Obama contro i vertici AIG, che hanno incassato 165 milioni di dollari, prelevandoli direttamente dai 170 miliardi messi a disposizione dal Tesoro americano, dà la misura del potere smisurato, in questo caso sfacciato ed arrogante, dei manager. Negli Stati Uniti, le grandi banche si sono rimesse in piedi grazie ai 787 miliardi di stimulus pagati dal contribuente. Poi hanno ricoperto i loro manager di bonus (49,5 miliardi solo tra Goldman Sachs, JpMorganChase e Morgan Stanley). E ora sempre grazie ai magici bonus risparmiano proprio sulle tasse: visto che i compensi sono detraibili, tutto il sistema (calcola la Robert Willens LLC) risparmierà qualcosa come 80 miliardi. In Europa le cifre sono più modeste, ma RboS ha distribuito 1,3 miliardi di sterline. Nulla cambia!

3.5   Occorre un serio ripensamento dei meccanismi di governance, ridistribuendo il potere aziendale tra azionisti e manager e riconducendo ognuno nel suo proprio alveo.

3.6   La partecipazione degli stakeholder alla governance, una democrazia economica più avanzata, possono contribuire a riequilibrare il potere e a orientare dal brevissimo termine al lungo termine le strategie di impresa, con un evidente vantaggio per l'economia tutta.

3.7   Profitti duraturi e stabili, una gestione accorta dei rischi, una politica prudenziale degli investimenti dovrebbe caratterizzare il nuovo indirizzo del sistema finanziario, dopo la stagione spensierata dei tassi di crescita a due cifre.

4.   Il credito: fattore di sviluppo e funzione sociale

4.1   Il ruolo insostituibile del sistema finanziario per convogliare risorse verso attività produttive ha una evidente e positiva ricaduta sociale. Il lavoro, la ricchezza generata dalle imprese, anche grazie al sostegno ricevuto dalle banche, ridistribuiscono benessere, servizi alla collettività. La condivisione del rischio da parte delle assicurazioni produce stabilità e tranquillità all'attività economica.

4.2   La funzione sociale non deve essere, però, confusa con la valutazione «sociale» del rischio. La banca è un'azienda come qualsiasi altra, e deve rispondere dei fondi che le sono affidati: una banca che finanzi un'azienda sulla via del fallimento si espone ad azioni penali, e nel caso di privati verrà accusata di averli spinti al sovraindebitamento.

4.3   L'unico criterio valido per concedere credito è quello di una severa, obiettiva e responsabile valutazione del rischio unita, questo sì, ad un apprezzamento dei fini sociali dei fondi messi a disposizione: c'è differenza nella scelta fra chi chiede fondi per incrementare la produzione o per evitare licenziamenti e chi vorrebbe trasferire le proprie attività all'estero. Questi sono criteri universali che valgono in tutte le banche, grandi o piccole, società per azioni o cooperative o casse di risparmio; anche per quelle che esercitano funzioni dichiarate «sociali», come il microcredito, il credito etico o socialmente responsabile.

5.   Quale sistema finanziario dopo la crisi?

5.1   Tomáš Baťa quasi 80 anni fa indicava la strada giusta: un forte ritorno all'etica professionale; la riscoperta di valori e di principi che si sono molto indeboliti nel tempo; l'accettazione da parte degli investitori di tassi di profitto più sobri, ma più stabili, con una politica di lungo termine; la separazione delle attività a carattere meramente speculativo, che devono essere separate dal resto delle attività finanziarie e meglio regolamentate.

5.2   Un sistema finanziario trasparente, che dia un'informazione sufficiente a far comprendere il rischio connesso alle operazioni che vengono proposte: dalle carte revolving (a grandissimi emittenti recentemente è stato vietato di continuare a vendere i loro prodotti in violazione alle leggi antiusura e antiriciclaggio!), ai prodotti finanziari semplici, a quelli più complessi.

5.3   Un sistema finanziario socialmente responsabile. La ricerca del profitto a breve ha spinto molte imprese finanziarie a privilegiare la quantità, i volumi di vendita, rispetto alla qualità del servizio reso al cliente. Molte persone si sono fatte influenzare da proposte di acquisto di prodotti finanziari che si sono dimostrati assolutamente inidonee a soddisfare i bisogni dei risparmiatori. In questi casi si sono verificate vendite contro consigli, buon senso e norme deontologiche di base piuttosto che vendite dopo consigli sensati. Per ottenere risultati maggiori queste vendite sono state spinte da pressioni commerciali quotidiane, pressanti, in cambio di premi e bonus, ma anche di azioni paragonabili al mobbing per coloro che non riuscivano a raggiungere i risultati richiesti, sempre più importanti. Anche per il sistema finanziario dovrebbe valere il principio stabilito dalla legge in materia di frode in commercio e vizi nascosti.

5.4   Un sistema finanziario eticamente responsabile. Le associazioni di categoria dovrebbero adottare iniziative per prevenire fenomeni patologici ed assumere la responsabilità di sanzionare esemplarmente quelle imprese che sono state giudicate colpevoli di episodi di malafede, di truffe, di comportamenti penalmente perseguibili; queste prese di posizione sono finora mancate.

5.5   Un sistema finanziario meglio regolato e controllato. Gli attori del sistema finanziario stanno moltiplicandosi, mentre si riducono le capacità delle autorità di vigilanza di seguire capillarmente le evoluzioni del mercato e di quelle legislative di dare un ordine e tenere alla larga soggetti inappropriati se non organizzazioni criminali. Uno sforzo di razionalizzazione, pulizia ed ordine si impone. La finanza, che pure deve seguire i modelli gestionali più avanzati, non è propriamente un'industria come tutte le altre. Maneggia un capitale specifico che è la fiducia dei risparmiatori e dei clienti, indispensabile alla sua attività. Bastava una tripla A data ad un titolo per far sentire il risparmiatore assolutamente tranquillo. La realtà ha dimostrato che i meccanismi di certezza sono ben lungi dall'essere raggiunti.

5.6   Un sistema finanziario innovativo. La ricerca di nuovi strumenti finanziari, volti a servire meglio le esigenze del mercato deve continuare ad essere il motore dell'economia. Ridurre le leve finanziarie, moltiplicare le opportunità di protezione dai rischi, accontentandosi del giusto ritorno è un modo giusto di declinare: il ritorno al futuro. Due passi indietro dall'avventurismo, tre passi in avanti per un futuro di sviluppo sostenibile.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/45


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Creatività e imprenditorialità: strumenti per uscire dalla crisi» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/09

Relatrice: SHARMA

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 18 febbraio 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

Creatività e imprenditorialità: strumenti per uscire dalla crisi.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 1o settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 109 voti favorevoli, 2 voti contrari e 6 astensioni.

1.   Premessa - «il ponte»

Per uscire dalla crisi finanziaria e affrontare le sfide poste da disoccupazione, povertà, disuguaglianza, globalizzazione e cambiamenti climatici, l'Europa deve incoraggiare l'apertura di spirito dei suoi cittadini.

1.1   Il presente parere esamina il valore aggiunto della creatività e dell'imprenditorialità, in quanto strumenti per uscire dalla crisi concentrandosi sugli investimenti in capitale umano tramite il rafforzamento e la promozione di un atteggiamento positivo.

1.2   Per imprenditorialità, in Europa, si intendono di norma la creazione di un'impresa, le PMI, le imprese private e l'imprenditoria sociale. L'imprenditorialità è, più in generale, «la capacità di una persona di tradurre le idee in azione», e dunque il valore di tale caratteristica per la società, particolarmente in tempo di crisi, non può essere sottovalutato o trascurato. Essa comprende i seguenti aspetti:

creatività, innovazione e assunzione di rischi,

capacità di pianificare e di gestire progetti per raggiungere obiettivi,

utilità per tutti nella vita quotidiana, nella sfera domestica e nella società,

consapevolezza dei lavoratori rispetto al contesto in cui operano,

capacità di cogliere le opportunità,

un punto di partenza per le abilità e le conoscenze più specifiche di cui hanno bisogno gli imprenditori che avviano un'attività sociale o commerciale (1).

2.   Conclusioni e raccomandazioni

2.1   Il presente parere intende identificare delle modalità per valorizzare il potenziale dei cittadini europei e fare in modo che si realizzi. Si è scelto di ricorrere ad un approccio inclusivo al fine di creare opportunità per un maggior numero di persone, indipendentemente da fattori quali l'età, il genere, la razza, le capacità o le condizioni sociali. Ciò premesso, i programmi regionali, nazionali ed europei specifici volti a promuovere la creatività e l'imprenditorialità devono prestare attenzione ai gruppi svantaggiati per affrontare le diseguaglianze nella società.

2.2   Nel parere vengono affrontati i seguenti punti:

come riuscire a preservare la diversità dell'Europa trasformandola al tempo stesso in un'identità comune,

come fare dell'Europa un FACILITATORE e rafforzare i poteri dei suoi cittadini,

come creare un'Europa basata su orgoglio, ambizione e valori, nella quale i cittadini svolgano il ruolo di ambasciatori e possano celebrare i successi delle loro realizzazioni.

2.3   Come conseguenza della crisi finanziaria il Comitato economico e sociale europeo (CESE) riconosce la necessità di stimolare la creazione di posti di lavoro e sviluppare economie sane e sostenibili negli Stati membri. Per essere competitiva a livello internazionale, una forza lavoro di qualità elevata ha bisogno di attività imprenditoriali di qualità elevata come pure di investimenti nel settore pubblico e privato. L'imprenditorialità è uno strumento idoneo per fronteggiare questa sfida, infondere speranze realistiche di successo in tutti i gruppi sociali e aiutare l'Europa ad acquisire un'identità più dinamica.

2.4   La strategia Europa 2020 propone dei fattori di stimolo tematici imperniati sulle seguenti priorità:

una crescita basata sulla conoscenza come fattore di ricchezza,

il coinvolgimento dei cittadini in una società partecipativa. L'acquisizione di nuove competenze, l'accento sulla creatività e l'innovazione, lo sviluppo dell'imprenditorialità e la possibilità di cambiare facilmente lavoro saranno fattori essenziali in un mondo che offrirà più occupazione in cambio di maggiore adattabilità,

creazione di un'economia competitiva, interconnessa e più verde.

2.5   La crisi permette di creare nuovi modelli di sviluppo, crescita e governance. Condizioni quadro migliori e coerenti sono essenziali per il cambiamento, e ciò offre alle parti sociali e alla società civile l'opportunità di contribuire tramite strumenti concreti e tangibili.

2.6   Il capitale umano dell'Europa potrebbe essere sfruttato rapidamente creando un ambiente «FACILITATORE» attraverso l'ATTUAZIONE delle seguenti raccomandazioni che prevedono obiettivi semplici e realizzabili:

10 percorsi fondamentali per favorire il cambiamento

1.

VISIONE: sviluppare una visione unica per l'Europa

2.

EDUCAZIONE: promuovere l'ambizione

3.

MOBILITÀ: creare opportunità per un apprendimento strutturato

4.

CONSAPEVOLEZZA DEI RISCHI: aiutare gli europei a superare l'avversione al rischio

5.

STIMOLO: incoraggiare lo spirito imprenditoriale

6.

RESPONSABILITÀ: dei progetti europei

7.

COMUNITÀ: promuovere la cittadinanza attiva

8.

ATTUAZIONE: della politica a favore di imprenditori e PMI

9.

CONSULTAZIONE: una piattaforma di discussione tra le parti interessate

10.

PROMOZIONE: di una nuova cultura nei media e tramite una rete di ambasciatori.

2.7   L'attuazione di queste raccomandazioni non spetta ad una sola delle parti interessate, ma deve essere responsabilità di tutte. Per evitare l'esclusione, in un mondo complesso e in rapida evoluzione, gli individui devono acquisire nuove capacità e competenze. Il dialogo sociale può influire sui cambiamenti necessari per conseguire gli obiettivi della strategia Europa 2020 e per sviluppare un'imprenditorialità sostenibile. Occorre creare, in tutta Europa, una tradizione che favorisca l'imprenditorialità degli individui e delle organizzazioni.

2.8   Il valore europeo derivante dall'investire nell'imprenditorialità:

 

se ti do 1 €, e tu mi dai 1 €, ciascuno di noi ha 1 €,

 

ma se ti do un'idea, e tu mi dai un'idea, abbiamo due idee.

Imprenditorialità in Europa = 500 milioni di persone + 500 milioni di idee + 500 milioni di azioni.

Quante di queste idee potrebbero farci uscire dalla crisi?

3.   L'Europa di oggi

3.1   Nel 2008 l'Europa è stata colpita da una crisi finanziaria, iniziata negli Stati Uniti, che ha avuto serie ripercussioni sulla dimensione economica e sociale della società. Le cause della crisi sono ampiamente documentate, e l'Europa è stata tra le regioni maggiormente colpite nel medio e lungo termine.

3.2   Nel 2010 l'UE conta oltre 20 milioni di disoccupati: un capitale umano inutilizzato composto principalmente da giovani, donne, lavoratori anziani, migranti e altri gruppi vulnerabili. Né il settore pubblico, alle prese con enormi disavanzi, né le grandi imprese, che devono affrontare le sfide poste dalla crisi e dalla globalizzazione, saranno in grado di creare, a breve termine, i posti di lavoro necessari. Il mito di un rapido ritorno ad una forte crescita dell'UE non può realizzarsi a meno che non intervenga un mutamento nelle condizioni strutturali, poiché la disoccupazione è principalmente un problema di tipo strutturale e non un fenomeno legato ai cicli economici.

3.3   L'UE deve concentrarsi sull'economia, l'imprenditoria sostenibile, l'occupazione e la politica sociale, ma il ritmo della globalizzazione non le consentirà di colmare il ritardo accumulato, nonostante la sua grande capacità di contribuire allo sviluppo degli altri. La dimensione europea è una fonte di opportunità per lo scambio di esperienze e uno strumento per creare un'identità europea più forte all'interno e all'esterno dell'Europa.

3.4   Oggi l'Europa è un'Unione coesa di 27 Stati membri produttivi e di talento, alla quale i nostri vicini sono impazienti di aderire. L'UE può contare su molti punti di forza: pace, stabilità, diversità, sistemi normativi, buona governance e solidarietà. Nutre un profondo rispetto per i valori sociali e per i propri territori. Economicamente può contare su un mercato di 500 milioni di persone, e le sue imprese hanno buone potenzialità di crescita.

3.5   È giunto quindi il momento per noi europei di potenziare al massimo le nostre forze collettive.

4.   L'imprenditorialità - una forza europea e uno strumento per uscire dalla crisi

4.1   L'imprenditorialità è associata alla creazione di ricchezza che condurrà l'Europa fuori dalla crisi. Il Trattato di Lisbona riconosce l'imprenditorialità e la diversità dei soggetti economici: vi è ora l'esigenza di trovare nuove modalità di imprenditorialità sostenibile che possano rappresentare il motore principale per guidare la crescita e mantenere l'Europa competitiva.

4.2   A questo proposito sarà necessario cercare nuove idee e dare un nuovo slancio per ripristinare la fiducia e la credibilità, garantendo una crescita costante nel futuro. La ricchezza prodotta servirà a sostenere gli investimenti nell'istruzione, nell'occupazione, nelle competenze, nella produttività, nella sanità e nelle condizioni sociali. In tale contesto l'imprenditorialità, la creatività e l'innovazione sono strumenti fondamentali per il progresso della società.

4.3   Un ampio numero di studi - teorici, empirici e pratici realizzati da ricercatori e imprese - ha confermato che esiste un'evidente correlazione tra imprenditorialità e crescita (2). Le associazioni di imprese, le confederazioni sindacali, le agenzie internazionali per lo sviluppo, la Banca mondiale, l'OIL, l'OCSE e le ONG sostengono la promozione dell'imprenditorialità come strumento chiave per la crescita, lo sviluppo, il superamento della povertà e l'inclusione sociale. In molti pareri il CESE ha formulato delle raccomandazioni a sostegno del valore dell'imprenditorialità nella società, e numerosi Stati membri hanno messo a punto delle «migliori pratiche» in materia di imprenditorialità.

4.4   L'imprenditorialità è considerata in tutto il mondo come un veicolo di innovazione, investimento e cambiamento e come tale è chiamata a svolgere un ruolo essenziale per uscire dall'attuale congiuntura economica, caratterizzata da un elevato grado di incertezza. In questo contesto il riconoscimento di capacità e di competenze attraverso l'imprenditorialità è uno degli strumenti che consentono di risolvere i problemi basandosi su nuove idee.

4.5   Le attività imprenditoriali devono essere integrate nella vita quotidiana, affinché venga mantenuto quell'equilibrio tra sviluppo economico e forte impegno a favore della dimensione sociale che da sempre caratterizza l'UE. Ciò vale anche per i settori non commerciali:

l'inclusione sociale e il superamento della povertà sono obiettivi sostenuti dall'imprenditorialità «poiché la società è al centro dell'analisi dell'innovazione» (3), in quanto cambia le sue idee, pratiche e istituzioni,

la tutela dell'ambiente dipende dalle fonti energetiche sostenibili e dall'adattamento ai cambiamenti climatici, da cui deriveranno nuovi metodi operativi, l«ecologizzazione» dei posti di lavoro, la creazione di nuovi posti di lavoro «verdi» e di tecnologie pulite,

il turismo, il risanamento e la migrazione, compreso il recupero delle aree rurali e meno favorite, richiederanno di realizzare attività imprenditoriali finalizzate alla creazione di posti di lavoro e all'adeguamento delle infrastrutture, specialmente in settori quali il risanamento urbano, l'agricoltura, la silvicoltura, il turismo insulare (4) e l'agriturismo,

l'istruzione utilizza la creatività per individuare i motori adatti ad avviare una ricerca di conoscenza in grado di assicurare il coinvolgimento dei cittadini nell'apprendimento a tutti i livelli e a tutte le età,

la sanità impiega nuovi metodi operativi e nuove tecnologie allo scopo di creare un ambiente ottimale per la prestazione delle cure, la ricerca e la somministrazione di farmaci e trattamenti,

le tendenze demografiche in atto renderanno necessari adeguamenti sociali e soluzioni innovative e creative in materia di infrastrutture, servizi, occupazione, famiglia e protezione sociale,

le attività delle ONG, compresi i progetti di sensibilizzazione e di formazione, sono efficaci e innovative in numerosi settori in cui occorrono nuove soluzioni per superare le sfide della società,

per quanto riguarda le capacità del settore pubblico, bisognerà trovare soluzioni che consentano di offrire gli stessi servizi e migliorarne la prestazione con risorse finanziarie ridotte.

4.6   Ciascuno di noi possiede talento, creatività e spirito imprenditoriale, qualità che possono però svilupparsi soltanto in un ambiente favorevole alla promozione di tali attività. È essenziale porre l'accento sull'individuo, tenendo conto della diversità, poiché l'esclusione e la discriminazione costituiscono un circolo vizioso, una spirale negativa che alimenta le disparità in termini di opportunità: tanto meno gli individui realizzano le proprie potenzialità tanto più essi risultano demotivati ad autosvilupparsi (5). L'imprenditorialità, soprattutto nell'Europa di oggi, può offrire nuove soluzioni per far fronte all'alto numero di persone senza qualifiche e senza occupazione. Inoltre, un approccio orientato alla diversità può contribuire a creare opportunità per un maggior numero di individui, indipendentemente da età, genere, razza, capacità o condizioni sociali.

4.7   Alcuni fattori collettivi contribuiscono a creare un ambiente favorevole al successo in tutte le dimensioni della vita, anche per quanto riguarda l'uscita dalla crisi:

una VISIONE chiara, accompagnata da una MISSIONE fattibile e da OBIETTIVI realizzabili,

un PROGETTO con una FINALITÀ/IDENTITÀ COMUNE,

un APPROCCIO MIRATO e un «ATTEGGIAMENTO POSITIVO»,

una CLASSE DIRIGENTE promotrice di individualità e allo stesso tempo di VALORI comuni forti.

5.   I 10 PERCORSI - Un elenco di possibili azioni da realizzare per creare un ambiente «facilitatore»

La crescita non avviene nel vuoto: essa ha infatti bisogno di un insieme di persone con idee affini, di reti e di parti interessate. La diffusione di una tradizione nella società, sul posto di lavoro e tra le mura domestiche finirà per diffondere l'imprenditorialità tra gli individui e le organizzazioni, favorendo altresì la creazione di posti di lavoro attraverso piccole imprese e aumentando l'offerta di lavoratori specializzati. Le parti interessate - datori di lavoro, sindacati, ONG, settore pubblico e responsabili politici - dovranno unire i loro sforzi per innescare una trasformazione culturale e favorire l'affermarsi di una cultura dell'imprenditorialità, che sarebbe utile a TUTTI, non soltanto per agevolare l'uscita dalla crisi ma anche per superare le sfide a lungo termine del pianeta.

5.1   Occorre comunicare una visione unica e chiara per l'Europa  (6), dotata di una strategia e di obiettivi concreti. Ciò presuppone l'esistenza di una classe dirigente tenuta a rendere conto del proprio operato, responsabile e dotata di senso della realtà. Occorre rivitalizzare e completare il progetto del mercato unico, affinché possa apportare benessere economico per tutti, una maggiore mobilità, nuove competenze, opportunità commerciali e una più ampia scelta. L'imprenditorialità per tutti deve essere un elemento trasversale a ciascun settore della politica.

5.2   L'educazione all'imprenditorialità in tutta Europa nell'ambito di tutti i programmi scolastici e come parte dell'apprendimento permanente richiede ancora un impegno concreto da parte dei responsabili politici. Occorre attribuire il giusto valore alla promozione dell'ambizione e all'importanza della creatività e dell'imprenditorialità, che non devono essere considerate unicamente come attività commerciali e lucrative. La creatività si sviluppa attraverso l'apprendimento nel quadro di sistemi formali e informali. Gli educatori devono essere pienamente coinvolti per riuscire a comunicare correttamente questi concetti. Gli insegnanti devono contrastare una concezione ristretta dell'imprenditorialità che la vede unicamente come creazione di un'impresa, bensì favorirne una visione più ampia come competenza chiave per affrontare la vita. Per sviluppare le attività e l'insegnamento può essere utilizzata una «scala dell'imprenditorialità» (entrepreneurial staircase) al fine di diffondere lo spirito imprenditoriale nelle classi (7).

5.2.1   Gli insegnanti devono adottare stili innovativi, metodi di apprendimento sperimentali e meccanismi che consentano agli studenti di acquisire le nuove competenze e di imparare a utilizzare le tecnologie più moderne, al passo con la globalizzazione. Devono considerarsi alla stregua di «facilitatori», che permettono agli studenti di assumere una maggiore indipendenza e di prendere iniziative per la loro stessa formazione. Una formazione efficace degli insegnanti, lo scambio di buone prassi e la creazione di reti (8), così come la disponibilità di metodi e strumenti, sono altrettanti elementi in grado di aiutare l'insegnante ad adattarsi a tutti gli stili di apprendimento. Si potrebbe valutare l'ipotesi di creare partenariati con i datori di lavoro, i sindacati e le ONG per sostenere il trasferimento delle conoscenze.

5.3   La creazione di opportunità per una mobilità strutturata a fini di apprendimento dovrà diventare una caratteristica naturale della condizione di cittadino europeo. L'accesso all'apprendimento è un aspetto determinante della coesione sociale, della partecipazione politica e dell'esercizio della cittadinanza (9). Si potrebbe lanciare l'ambiziosa iniziativa di creare un sistema di istruzione europeo per il XXI secolo, che il CESE potrebbe discutere con le parti interessate e successivamente proporre ai responsabili politici dell'UE.

5.3.1   Il triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione) svolge un ruolo essenziale nel promuovere la crescita e l'occupazione nel futuro. Erasmus, Leonardo, Socrates e altri programmi analoghi devono essere aperti a tutti: in particolare, devono risultare più accessibili, prevedere procedure amministrative più snelle e incentivi adeguati alla partecipazione. Il CESE raccomanda l'introduzione di un modello Europass in cui registrare tutti i periodi di studio svolti in Europa.

5.4   Aiutare gli europei a superare l'avversione al rischio e ad assumere un atteggiamento «positivo» e una cultura di «valutazione del rischio» dovrebbe essere un requisito indispensabile per lo sviluppo di una società produttiva. Si dovrebbero evidenziare i benefici e i vantaggi della creatività e dell'innovazione per la società, compiendo uno sforzo consapevole per allontanarsi dalla cultura negativa del fallimento imperante oggi in Europa.

5.4.1   Occorre contemplare sistemi innovativi di accesso ai finanziamenti, che potrebbero comprendere meccanismi di microcredito (Progress, FSE, Jasmine, Jeremie e CIP) e microprestiti per cooperative di credito e progetti comunitari (10). Questi strumenti possono non solo favorire gli imprenditori ma anche garantire la sostenibilità delle iniziative a favore delle comunità e dello sviluppo, in particolare quelle intraprese dalle ONG.

5.4.2   Gli strumenti esistenti a sostegno dell'innovazione vanno adeguati affinché rispecchino la natura evolutiva dell'innovazione stessa (innovazione aperta ai servizi e incentrata sugli utenti). La gestione e la riduzione della complessità, il rafforzamento della flessibilità dei sistemi, la facilitazione della collaborazione e la velocizzazione dell'accesso ai fondi sono tutti meccanismi in grado di accelerare la trasformazione delle conoscenze in prodotti commerciabili.

5.5   Incoraggiare le grandi imprese a svolgere un ruolo creativo e di stimolo allo spirito imprenditoriale. È importante sfruttare le competenze e i talenti di tutti i lavoratori, i quali dispongono di molte abilità pratiche e intellettuali. Si dovrebbe incoraggiare l'identificazione delle competenze e dei beni immateriali mediante lo sviluppo di nuovi strumenti destinati a tale scopo.

5.5.1   Le opportunità di tirocinio e apprendistato per studenti e disoccupati dovrebbero essere più ampiamente promosse e incentivate.

5.5.2   Si potrebbe mettere a punto un quadro di imprese inteso a favorire la creazione di spin-off, nell'ambito del quale le grandi imprese potrebbero offrire sostegno, consulenza e opportunità di mercato alle imprese innovatrici. Tale quadro potrebbe anche essere utilizzato per immettere sul mercato brevetti già registrati ma non ancora noti. Nel quadro dello sviluppo delle relazioni e della promozione del miglior ambiente di lavoro possibile, devono essere contemplate misure intese ad aiutare i comitati di dialogo sociale e le parti sociali a intraprendere e contribuire alle valutazioni d'impatto per quanto riguarda la strategia europea per l'occupazione e la strategia Europa 2020.

5.6   Per giustificare gli investimenti occorre eseguire una valutazione degli obiettivi a lungo termine dei progetti europei. Questa valutazione dovrebbe tenere conto della sostenibilità del progetto nonché della possibilità di commercializzare le innovazioni di maggior successo e di utilizzarle a beneficio dell'intera società.

5.6.1   A questo scopo si potrebbe ricorrere a progetti intergenerazionali e transettoriali, tra cui anche i raggruppamenti (cluster), per proporre di riunire esperienze e nuove idee allo scopo di condividere nuove competenze, abilità, conoscenze e reti tramite relazioni di «mentoraggio e tutoraggio». La promozione di progetti in materia di economia sostenibile, con il coinvolgimento di imprenditori ecologici consapevoli delle sfide del cambiamento climatico e dell'esaurimento delle fonti di energia fossile, contribuirà a richiamare l'attenzione sul tema della tutela ambientale.

5.7   Occorre incoraggiare iniziative comunitarie e la cittadinanza attiva per promuovere progetti di portata europea a favore della comunità e/o avviati da quest'ultima. Questa misura, che dovrebbe tener conto della diversità e dei gruppi più vulnerabili, potrebbe essere accompagnata da un sistema europeo di certificazione volontaria in materia di responsabilità sociale delle imprese (RSI) e dalla possibilità di un riesame delle iniziative comunitarie.

5.8   È essenziale un forte impegno per attuare politiche intese a promuovere un ambiente favorevole agli imprenditori intenzionati ad avviare un'attività. Il 98 % di tutte le imprese dell'UE sono PMI, ed è quindi importante che, nel quadro dell'UE, questa lunga tradizione di creazione di PMI venga mantenuta e addirittura migliorata (11):

è ancora necessario un forte impegno per la realizzazione dello Small Business Act for Europe e del principio «Pensare anzitutto in piccolo» (Think Small First) (PMI) in molti Stati membri, che attualmente si dedicano a questo obiettivo in misura inferiore a quanto ci si aspetterebbe in un periodo di crisi. Occorre ampliare l'accesso e la partecipazione delle PMI ai progetti e agli appalti pubblici dell'UE, promuovendo mercati aperti favorevoli alla crescita degli imprenditori. Il sostegno ad ambienti interattivi può essere creato utilizzando incubatori, raggruppamenti, parchi scientifici e tecnologici e partenariati con le università. A questo proposito si potrebbe creare uno SPORTELLO UNICO DELL'UE, in grado di fornire informazioni sull'imprenditorialità in tutti i settori,

si deve poi valutare l'opportunità di creare una rete di sicurezza sociale per i lavoratori autonomi, che tenga conto di alcuni aspetti specifici della gestione aziendale, che riguardano in particolare la maternità, la custodia dei bambini e la chiusura delle attività,

il Consiglio dovrà approvare lo statuto di società europea per le PMI, sostenendo in tal modo il progetto di mercato unico e facilitando le operazioni transfrontaliere per le PMI. Questo progetto, promosso su iniziativa del CESE, crea un'identità europea per i nuovi imprenditori,

diffondere la conoscenza e fornire un più ampio sostegno al programma Erasmus per i giovani imprenditori  (12). Per far sì che il programma abbia un impatto reale, devono essere studiate delle soluzioni in grado di attrarre un maggior numero di società disponibili a ospitare giovani imprenditori e riconoscere il loro contributo. Si potrebbe, ad esempio, assegnare a tali imprese un Premio per gli imprenditori europei, un marchio UE oppure offrire loro l'opportunità di acquisire maggiore visibilità. La certificazione delle competenze degli imprenditori, a differenza di quella dei lavoratori, viene effettuata raramente, e i contributi che gli imprenditori recano alla società sono conseguentemente ignorati.

5.9   Utilizzare le esperienze creando una piattaforma di discussione tra le parti interessate su come rafforzare lo spirito e la cultura dell'UE in materia di «innovazione e creatività». Intensificando la cooperazione tra le parti interessate si potrebbero formulare raccomandazioni politiche concordate e trasversali su temi quali il miglioramento delle relazioni tra università e industria, l'innovazione negli ambienti commerciali e non commerciali, la mobilità dei ricercatori, l'utilizzo dei fondi strutturali, le buone pratiche a livello mondiale e la creazione di un quadro per affrontare le questioni urgenti. Un dialogo civile inteso a facilitare la promozione dello spirito imprenditoriale a livello regionale può promuovere un profilo dell'imprenditore europeo adeguato alle sfide del XXI secolo.

5.10   Promozione della nuova cultura attraverso i media, avvalendosi di una rete di ambasciatori e di modelli. Occorre favorire una cultura che riconosca la forma mentis imprenditoriale e sostenga le iniziative a sostegno delle nuove imprese e di quelle in crescita, degli imprenditori sociali, dell'innovazione nel settore pubblico, della creatività sul posto di lavoro, della pianificazione delle successioni e della partecipazione dei lavoratori. La nuova cultura dell'imprenditorialità in Europa necessita di impegno e di capacità di persuasione da parte di portavoce e «ambasciatori».

6.   La crisi deve fungere da stimolo per far sì che l'Europa non solo riconosca il potenziale dei suoi cittadini ma contribuisca altresì a promuovere tra loro lo spirito e la cultura imprenditoriali.

6.1   La crisi attuale non sarà l'unica che l'Europa dovrà affrontare. Per garantire che l'Europa sia pronta per le sfide future è necessario dare un nuovo slancio tramite i 10 percorsi fondamentali in quanto strumenti di progresso, in combinazione con le seguenti misure:

Piano d'azione

Gruppo di lavoro europeo sull'imprenditorialità

Piattaforma delle parti interessate

Vertice europeo e G20 sull'imprenditorialità

Innovare l'Europa (Europa 2020).

6.1.1   Il CESE potrebbe sviluppare queste idee insieme con le parti interessate in un prossimo futuro.

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  COM(2005) 548 definitivo, punto 7 dell'allegato.

(2)  Audretsch, D. B; Thurik, R. (2001). Linking Entrepreneurship to Growth, OECD Science, Technology and Industry Working Papers, 2001/2, OECD Publishing. doi: 10.1787/736170038056.

(3)  Eucis-LLL. Barcellona, 2010.

(4)  Bornholme, Danimarca.

(5)  Hillman, 1997.

(6)  I cittadini devono poter comprendere il significato dei seguenti concetti:

I.

La visione per l'Europa: gli Stati Uniti d'Europa, rispettosi di tutte le culture e lingue e aperti al mondo.

II.

La forza dell'Europa: la creazione di un'entità comune e pacifica dopo secoli di guerre civili e di conflitti.

III.

L'UE: un'entità politica prospera che offre le migliori opportunità per la realizzazione dei desideri individuali e collettivi.

IV.

Essere europeo: condividere valori comuni e in particolare una buona combinazione di valori individuali (prestazione) e collettivi.

V.

Il vantaggio di essere cittadino dell'UE: utilizzare la dimensione dell'UE a livello culturale, economico e scientifico, per sviluppare le abilità e le qualificazioni proprie degli individui per il loro futuro e per quello degli altri.

(7)  GU C 309 del 16.12.2006, pag. 110.

(8)  Towards Greater Cooperation and Coherence in Entrepreneurship Education, Commissione europea, marzo 2010.

(9)  BIG ISSUE, ACAF Spagna.

(10)  www.european-microfinance.org: esempi di progetti comunitari e di inclusione sociale basati sull'imprenditorialità.

(11)  Le PMI sono spesso considerate come il gruppo più importante di imprenditori, e raccomandazioni a favore della loro crescita figurano in molti documenti della CES e dell'Ueapme, nonché in numerosi pareri del CESE.

(12)  Programma Erasmus per i giovani imprenditori, Commissione europea, DG Imprese e industria.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/51


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «La risposta dell'UE al nuovo equilibrio del potere economico globale» (parere di iniziativa)

2011/C 48/10

Relatore: Brian CALLANAN

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 18 febbraio 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

La risposta dell'UE al nuovo equilibrio del potere economico globale (parere d'iniziativa).

La sezione specializzata Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 20 luglio 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 135 voti favorevoli, 4 voti contrari e 3 astensioni.

1.   Sintesi e conclusioni

1.1   Gli Stati membri dell'Unione europea hanno vissuto la peggiore crisi economica dagli anni '30 e la ripresa resta debole, irregolare e vulnerabile. Dopo la crisi più profonda dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli equilibri globali sono mutati e l'Europa deve ridefinire la sua posizione e le sue strategie nel nuovo contesto. Poiché l'85 % del commercio dell'Europa si svolge nel suo mercato, alcune risposte alle nuove sfide verranno trovate internamente. L'espansione della domanda interna è cruciale per un'Unione sostenibile se l'UE vuole fare fronte alle sfide globali. Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha elaborato diversi pareri su questo tema. Il presente parere studia la dimensione esterna della risposta dell'Unione europea alla crisi economica mondiale: il nuovo posizionamento dell'Europa nel mercato globale. Esso si sofferma sull'evoluzione dei risultati economici dell'UE sul mercato mondiale e gli effetti internazionali della recente ascesa della Cina e di altre economie in via di sviluppo; solleva alcuni interrogativi volti a stimolare un'analisi di queste tematiche e avviare una discussione sulle relative implicazioni per i rapporti politici e commerciali che l'UE intrattiene con il resto del mondo; presenta le riflessioni e le idee della società civile per un dibattito politico le cui conclusioni avranno conseguenze di vasta portata.

1.2   L'Europa si trova ad affrontare problemi di enorme portata nel rispondere agli sconvolgimenti nelle relazioni economiche, politiche e commerciali mondiali che la recessione ha ulteriormente accelerato. Pertanto deve adattare le proprie politiche stimolando la crescita; migliorando quantitativamente e qualitativamente l'occupazione; facendo diventare l'economia più verde e più innovativa; conseguendo l'obiettivo di un tasso d'occupazione del 75 % previsto dalla strategia 2020 e assicurando che esso includa i gruppi a rischio come i giovani, le donne, le persone di mezza età e i diversamente abili.

1.3   Il progetto europeo ha concentrato la maggior parte delle proprie energie sugli affari interni; lo sviluppo del mercato unico, l'architettura istituzionale, le dispute monetarie, gli interminabili negoziati sui Trattati. Per emergere da questa recessione e riorganizzarsi con successo per affrontare le sfide del ventunesimo secolo, nel prossimo decennio l'Europa dovrà invece rivolgere decisamente il suo sguardo all'esterno. In particolare, dovrà essere più consapevole e attenta agli sviluppi derivanti in particolare dalla nuova interazione tra gli Stati Uniti e la Cina e dall'influenza di potenti gruppi di paesi in via di sviluppo come i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina).

1.4   Se agisce in questo senso, l'Europa, come dice il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, possiede tutti gli strumenti necessari per riuscirvi, ossia: «risorse, intelligenza, senso critico, retaggio storico, risorse umane, intellettuali e culturali».

1.5   La Commissione nel suo programma di lavoro si impegna a: ridurre le barriere ai flussi internazionali di scambi e investimenti; concludere i negoziati bilaterali in corso; migliorare l'applicazione degli accordi esistenti; promuovere iniziative finalizzate ad aprire il commercio ai settori in crescita come l'alta tecnologia, i servizi e i servizi ambientali.

1.6   Una tendenza preoccupante è il fatto che non vi sia alcun comparto nel settore delle alte tecnologie in cui l'Europa abbia un ruolo di punta a livello mondiale e che nell'UE non esistano abbastanza imprese ad alta tecnologia di punta per sfruttare adeguatamente le tecnologie abilitanti fondamentali del futuro.

1.7   Il CESE sottolinea l'importanza di aspetti che vanno al di là dell'oggetto in senso stretto del presente parere, ossia il protezionismo dannoso e la risposta al cambiamento climatico; tali aspetti riguardano, ad esempio, le seguenti misure: incoraggiare le nuove imprese caratterizzate da spirito imprenditoriale e da un approccio globale; promuovere l'innovazione nelle industrie consolidate; fornire sostegno ai settori strategicamente vitali per l'Europa; tenere conto del potenziale di esportazione dei servizi pubblici come la sanità e l'istruzione; incoraggiare le città dell'UE a «fare squadra» con le loro omologhe nel resto del mondo.

1.8   Una conseguenza della recessione mondiale è stata la maggiore attrattiva delle politiche protezionistiche. Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale per il commercio Pascal Lamy ha invitato i paesi a rifuggire da questa tentazione.

1.9   Sul piano esterno occorre portare a termine con successo il ciclo di negoziati di Doha, obiettivo che si sta rivelando di non facile realizzazione. Nel frattempo l'UE sta sviluppando una nuova matrice di relazioni e accordi bilaterali, sia con i paesi industrializzati che con quelli in via di sviluppo, che influenzeranno in maniera crescente le politiche commerciali globali.

1.10   Tra gli altri importanti obiettivi della politica dell'UE figurano: l'inclusione della reciprocità in questi nuovi accordi bilaterali dell'UE, privilegiando, dove possibile, la sicurezza energetica; l'introduzione di regole flessibili e adattabili alle circostanze spesso in rapida evoluzione; l'eliminazione di barriere non tariffarie, anche «oltre le frontiere»; la trasparenza delle norme relative al lavoro e alla qualità conformemente alle regole dell'OIL; gli accordi di libero scambio (ALS) per i beni e i servizi ambientali.

1.11   Gli accordi ambientali multilaterali devono potersi integrare facilmente con gli accordi nell'ambito del sistema commerciale internazionale, in modo da potersi sostenere reciprocamente, senza disturbarsi.

1.12   La sicurezza energetica è al centro della sfida del cambiamento climatico che si trova ad affrontare l'UE. A titolo di esempio si possono citare: la negoziazione comune di accordi di fornitura esterni (come già avviene nell'ambito degli accordi commerciali bilaterali); la vendita di competenze e tecnologie per i miglioramenti infrastrutturali, come le reti intelligenti o la nuova generazione di tecnologie per la produzione di elettricità che utilizzano materie prime diverse dai combustibili fossili; la condivisione delle nuove tecnologie sviluppate per contribuire a raggiungere gli attuali obiettivi del «20 %» che l'UE si è fissata in materia di energie alternative; la ricerca di opportunità di esportazione delle competenze necessarie per sviluppare e adottare gli incentivi per ridurre le emissioni di carbonio.

1.13   In un mondo sempre più interdipendente e interconnesso, i responsabili politici devono sviluppare un modus operandi comune. L'interazione reciproca tra il mercato unico europeo e la politica commerciale non è mai stata così importante, così come il fatto di assicurare che la consultazione richiesta in seno all'UE, tra le sue istituzioni e con i suoi Stati membri sostenga e rafforzi lo sviluppo, l'accordo e l'attuazione efficaci di una politica commerciale più flessibile.

1.14   Da un punto di vista più vicino agli aspetti umani, c'è bisogno di affrontare e superare i timori e le incertezze che derivano dai nuovi equilibri del potere economico. La società civile organizzata ha l'opportunità e il dovere di aiutare gli individui, i politici e le economie ad affrontare il cambiamento.

1.15   La nuova strategia Europa 2020 della Commissione rappresenta la risposta politica strategica iniziale dell'UE alla recessione e ai nuovi equilibri del potere economico globale. Il successo di tale strategia dipende da una risposta europea coordinata con la partecipazione delle parti sociali e della società civile (come ha affermato il Presidente Barroso nella comunicazione sulla strategia Europa 2020). Per adattarsi ai cambiamenti nel potere economico globale, l'UE deve basarsi sulle forme di partenariato tra Stato e società civile organizzata che le sono proprie e che le consentono di ottenere importanti risultati economici e di raggiungere la coesione sociale.

1.16   Tuttavia la Commissione europea dispone solo di un numero limitato di strumenti diretti per influenzare i progressi; la responsabilità principale continua a incombere ai governi degli Stati membri che ora sono anche sottoposti a crescenti pressioni finanziarie, politiche e sociali.

2.   Introduzione

2.1   «Gli Stati membri dell'Unione europea hanno vissuto la peggiore crisi economica dagli anni '30… e la ripresa resta debole, irregolare e vulnerabile» (1). Dopo la crisi più profonda dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli equilibri globali sono mutati e l'Europa deve ridefinire la sua posizione e le sue strategie nel nuovo contesto. Poiché l'85 % del commercio dell'Europa si svolge nel suo mercato, alcune risposte alle nuove sfide verranno trovate internamente. L'espansione della domanda interna è cruciale per un'Unione sostenibile se l'UE vuole fare fronte alle sfide globali. Il CESE ha elaborato diversi pareri su questo tema (2). Il presente parere studia la dimensione esterna della risposta dell'Unione europea alla crisi economica mondiale: il nuovo posizionamento dell'Europa nel mercato globale. Esso si sofferma sull'evoluzione dei risultati economici dell'UE sul mercato mondiale e sugli effetti internazionali della recente ascesa della Cina e di altre economie in via di sviluppo; solleva alcuni interrogativi volti a stimolare un'analisi di queste tematiche e avviare una discussione sulle relative implicazioni per i rapporti politici e commerciali che l'UE intrattiene con il resto del mondo; presenta le riflessioni e le idee della società civile per un dibattito politico le cui conclusioni avranno conseguenze di vasta portata.

2.2   L'Europa dipende dall'economia globale e gode attualmente di una posizione di predominio in molti mercati mondiali, ma per quanto tempo ancora durerà questa situazione? Nel 1800 l'Europa, comprese le sue propaggini nel nuovo mondo, rappresentava il 12 % della popolazione mondiale e circa il 27 % del suo reddito complessivo. Dopo un picco raggiunto nel 1913 (quando queste economie «sviluppate» rappresentavano solo il 20 % della popolazione mondiale ma oltre il 50 % del reddito) è iniziata un'inversione di tendenza e attualmente la popolazione europea rappresenta il 12 % di quella mondiale e continua a diminuire, mentre la sua quota sul reddito mondiale è pari al 45 % circa (3).

Il CESE ritiene che, per gestire efficacemente l'impatto dei cambiamenti attualmente in corso sui mercati globali, i responsabili politici dell'UE potrebbero dover prestare maggiore attenzione alle nuove realtà delle relazioni commerciali dell'Europa con il resto del mondo e soprattutto alle sue esportazioni.

3.   Contesto

3.1   Il commercio europeo

3.1.1   Il valore totale delle esportazioni europee ammonta a circa 1300 miliardi di USD. Se si escludono gli scambi tra gli Stati membri, nel 2008 l'UE rappresentava il 16 % delle esportazioni mondiali e in questo stesso anno i suoi principali partner commerciali erano gli Stati Uniti, la Russia, la Svizzera, la Cina e la Turchia.

3.1.2   In un mondo globalizzato in cui gli Stati dell'UE figurano tra i maggiori operatori sui principali mercati, le politiche che guidano le relazioni intereuropee devono tenere conto degli sviluppi globali, ad esempio dell'impatto sulle relazioni politiche del crescente potere economico di partner commerciali come la Cina, l'India e il Brasile. Ma quali azioni dovrà intraprendere l'Europa per adeguarsi a tali sviluppi? Rafforzare il proprio ruolo sulla scena mondiale? O viceversa accettare la rapida diffusione di un nuovo paradigma globale che prevede che un nuovo G2 (Stati Uniti e Cina) si imponga come soggetto predominante?

3.1.3   La Commissione nel suo programma di lavoro riconosce che il commercio internazionale è un motore di crescita per l'occupazione e gli investimenti nell'Unione e si impegna a: ridurre le barriere ai flussi internazionali di scambi e investimenti; concludere i negoziati bilaterali in corso; migliorare l'applicazione degli accordi esistenti; promuovere iniziative finalizzate ad aprire il commercio ai settori in crescita come l'alta tecnologia, i servizi e i servizi ambientali. Un'importanza centrale verrà annessa al miglioramento delle relazioni bilaterali con Stati Uniti, Cina, Giappone e Russia.

3.2   Il commercio europeo nell'economia globale

3.2.1   La recessione sta modificando l'assetto del potere economico globale. Tra il 2000 e il 2007, le economie emergenti, prima tra tutte la Cina, hanno ampliato la loro base di investimenti e guidano attualmente la ripresa mondiale, indotta principalmente dalla crescita delle esportazioni (ad es. +17,7 % nel dicembre 2009). Durante lo stesso periodo nell'UE le esportazioni sono state caratterizzate da un andamento irregolare, con perdite significative su alcuni mercati dinamici, specie in Asia e in Russia.

3.2.2   Se in Cina la ripresa guidata dalle esportazioni è già iniziata, in tutta l'economia, nell'UE essa resta ancora prevalentemente un'aspirazione. La Commissione prevede che le esportazioni dell'UE cresceranno del 5 % nel 2010 e del 5,1 % nel 2011, grazie principalmente a una diminuzione del valore relativo dell'euro per i nostri principali partner commerciali. Ma ciò non costituisce, né è considerato, un incentivo alla ripresa economica «nazionale» al di fuori di paesi come la Germania e l'Irlanda, già fortemente impegnati nel commercio internazionale (4).

3.2.3   Secondo una relazione pubblicata dalla Commissione europea l'andamento delle esportazioni UE di prodotti di alta tecnologia risulta deludente e suscita preoccupazioni circa la capacità dell'Europa di continuare a sfornare prodotti all'avanguardia sotto il profilo della qualità e dell'innovazione (5). Si nota un peggioramento anche nei servizi, dove si è registrata una diminuzione della quota di mercato dell'UE tra il 2004 e il 2006. Si tratta di una tendenza preoccupante, tanto quanto il fatto che non vi sia alcun comparto nel settore delle alte tecnologie in cui l'Europa abbia un ruolo di punta a livello mondiale e che nell'UE non esistano abbastanza imprese ad alta tecnologia di punta per sfruttare adeguatamente le tecnologie abilitanti fondamentali del futuro.

3.2.4   Malgrado queste debolezze, l'UE resta la più importante potenza commerciale nel settore terziario, nonché il primo esportatore e il secondo importatore di merci. Inoltre svolge un ruolo di primo piano sia come fonte che come destinataria di investimenti diretti esteri. Per l'Europa è quindi fondamentale mantenere e addirittura rafforzare la propria posizione nell'arena commerciale mondiale ma per conseguire questo obiettivo serve un nuovo approccio solidamente ancorato alle realtà di un ambiente commerciale mondiale diverso e molto più complesso.

3.2.5   Il CESE sottolinea l'importanza di aspetti che vanno al di là dell'oggetto in senso stretto del presente parere, ossia il protezionismo dannoso e la risposta al cambiamento climatico; tali aspetti riguardano, ad esempio, le seguenti misure: incoraggiare le nuove imprese caratterizzate da spirito imprenditoriale e da un approccio globale; promuovere l'innovazione nelle industrie consolidate; fornire sostegno ai settori strategicamente vitali per l'Europa; tenere conto del potenziale di esportazione dei servizi pubblici come la sanità e l'istruzione; incoraggiare le città dell'UE a «fare squadra» con le loro omologhe nel resto del mondo.

3.3   Riequilibrio del potere economico e della politica economica

3.3.1   Il fallimento della Lehman Brothers, una delle più antiche banche d'investimento di Wall Street e il conseguente caos nei mercati, che ha visto il declino più marcato dell'economia manifatturiera mondiale dalla Seconda guerra mondiale, hanno fatto precipitare l'economia mondiale in caduta libera. Gli interventi statali hanno impedito un effetto domino nel sistema bancario mondiale ma non sono riusciti a evitare la brusca e rapida diminuzione dei flussi di capitale.

3.3.2   L'impatto sul commercio è stato immediato poiché il credito era limitato e la spesa dei consumatori aveva subito un tracollo, costringendo le società a ridurre la produzione. Tuttavia la gravità di questo adeguamento ha assunto dimensioni estremamente varie nei diversi blocchi commerciali: la Cina ha fatto registrare la ripresa più rapida, grazie soprattutto alla decisione del proprio governo di adottare una politica di bilancio basata sull'iniezione di 580 miliardi di USD nell'economia nazionale, allo scopo di stimolarne la rapida ripresa.

3.3.3   Nel marzo 2009 sono state adottate misure politiche a Pechino, Londra, Washington e Francoforte. I leader del G20 hanno promesso 1000 miliardi di USD di aiuti dall'FMI e dalla Banca mondiale come replica a livello mondiale degli sforzi intrapresi individualmente dai singoli Stati. L'incontro del G20 è stato caratterizzato dalla maturazione e dall'entrata in scena di nuovi attori potenti e/o capaci di influire sulla scena internazionale, immagine di un nuovo ordine economico mondiale e di una svolta radicale nelle relazioni economiche con implicazioni potenzialmente profonde per la politica commerciale dell'UE.

3.3.4   I paesi caratterizzati da consumi eccessivi, come gli Stati Uniti, sono stati sollecitati a ridurre la spesa, mentre i paesi con surplus a livello di credito e riserve valutarie sono stati incoraggiati ad alimentare la domanda dei consumatori. È stato posto l'accento sulla necessità che l'economia mondiale segua traiettorie sostenibili ed equilibrate, nonché sull'interesse proprio dell'UE di cooperare più strettamente con il resto del mondo.

3.3.5   Malgrado la recente ripresa della crescita la cautela è d'obbligo per diverse ragioni. Gli economisti esprimono ancora incertezza riguardo alla futura direzione dell'economia mondiale. Ci si interroga infatti su quando e come sopprimere gli incentivi fiscali, sugli effetti che hanno prodotto finora e sulla loro sostenibilità a lungo termine. Sebbene sia possibile osservare segnali di ritorno della crescita bisogna considerare che è in atto anche una recessione umana  (6). A causa dell'elevato tasso di disoccupazione è diventato difficile per i leader mondiali difendere il regime commerciale liberista a livello politico, intellettuale e interno .

3.3.6   A seguito di questo spostamento nell'equilibrio globale del potere, il processo decisionale dell'UE deve rapidamente adattarsi alle sue implicazioni e sviluppare le capacità di riflessione necessarie per tale scopo; agire collettivamente in maniera più coerente, ponderata e tempestiva; incentivare le opportunità di creazione di posti di lavoro, ad esempio nell'ambito dell'economia verde; aiutare le imprese a riqualificare il personale; fornire a quanti hanno perso il lavoro gli strumenti necessari per riaggiustarsi e adattarsi a queste nuove possibilità; in effetti gli aggiustamenti strutturali passati hanno mostrato che aiutare i singoli individui per favorire il loro adattamento e riaggiustamento sono la risposta politica più efficace (7).

4.   Due temi chiave

4.1   Il protezionismo

4.1.1   Una conseguenza della recessione mondiale è stata la maggiore attrattiva delle politiche protezionistiche. Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale per il commercio Pascal Lamy ha invitato i paesi a rifuggire da questa tentazione (8). L'UE ha tratto enormi benefici dall'adozione di norme trasparenti e facilmente applicabili, che sostengono e facilitano, in maniera equa e obiettiva, lo sviluppo di un ambiente commerciale competitivo. Eppure secondo il commissario UE responsabile per il commercio Karel De Gucht, dall'inizio dell'attuale crisi economica i principali partner commerciali dell'Unione hanno introdotto 280 misure restrittive degli scambi. Si teme quindi che queste misure finiscano per diventare un nuovo elemento permanente del quadro globale degli scambi commerciali.

4.1.2   Una delle principali barriere commerciali è rappresentata dal tasso di cambio artificialmente basso del renminbi o yuan cinese, che il governo considera uno strumento utile per rendere le esportazioni cinesi più competitive, ma che invece nuoce gravemente allo sviluppo di un commercio libero ed equo. Pertanto le misure adottate recentemente per alleviare questa situazione sono accolte con favore anche se occorro cambiamenti decisivi e a lungo termine nelle politiche sui tassi di cambio perseguite dal governo cinese.

4.1.3   I pacchetti di incentivi stimolano la crescita economica aumentando la domanda anche se il loro obiettivo primario è aiutare le imprese locali. Un effetto collaterale potrebbe però essere il sostegno dei settori non competitivi. Ma la normativa in materia di concorrenza e aiuti di Stato attribuisce all'UE gli strumenti necessari per coordinare gli sforzi volti a impedire che si verifichi questa eventualità e un mercato unico perfettamente funzionante impedisce l'applicazione di un protezionismo potenzialmente dannoso.

4.1.4   Sul piano esterno occorre portare a termine con successo il ciclo di negoziati di Doha, obiettivo che si sta rivelando di non facile realizzazione. Nel frattempo l'UE sta sviluppando una nuova matrice di relazioni e accordi bilaterali, sia con i paesi industrializzati che con quelli in via di sviluppo, che influenzeranno in maniera crescente le politiche commerciali globali.

4.1.5   Tra gli altri importanti obiettivi della politica dell'UE figurano: l'inclusione della reciprocità in questi nuovi accordi bilaterali dell'UE, privilegiando, dove possibile, la sicurezza energetica; l'introduzione di regole flessibili e adattabili alle circostanze spesso in rapida evoluzione; l'eliminazione di barriere non tariffarie, anche «oltre le frontiere»; la trasparenza delle norme relative al lavoro e alla qualità conformemente alle regole dell'OIL; gli accordi di libero scambio (ALS) per i beni e i servizi ambientali (9).

4.1.6   Con l'adozione del Trattato di Lisbona i processi decisionali dell'Unione subiscono alcune modifiche, che comprendono l'estensione della codecisione con il Parlamento ad alcuni settori chiave, compreso il commercio. È importante che le modalità di questi nuovi processi decisionali che coinvolgono il Consiglio, il Parlamento e la Commissione si traducano in risposte più rapide e flessibili, in grado di migliorare la capacità dell'Unione di reagire con efficacia e coerenza tanto alle necessità strategiche ad alto livello, quanto ai piccoli bisogni «quotidiani» del commercio.

4.2   I cambiamenti climatici

4.2.1   In Europa è stato raggiunto un consenso sulla necessità di intraprendere un'azione immediata in materia di lotta al cambiamento climatico. Una conseguenza singolare del processo di globalizzazione è l'interdipendenza che esso alimenta. Un cambiamento climatico incontrollato sarà un'ipoteca pesante sulle generazioni future e intralcerà il processo di globalizzazione, causando impennate nei prezzi delle risorse e disastri ambientali, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Il cambiamento climatico è quindi un problema economico con un'importante dimensione commerciale.

4.2.2   L'Unione europea ha assunto la guida dell'azione internazionale volta a limitare il riscaldamento globale nel quadro del protocollo di Kyoto. L'esito negativo del vertice di Copenaghen sul cambiamento climatico ha segnato una battuta d'arresto nell'attività promossa dall'Europa per rafforzare la cooperazione internazionale, specialmente con le economie emergenti, le cui emissioni, entro il 2020, avranno superato quelle delle nazioni sviluppate. L'UE teme altresì che le popolazioni più povere del mondo saranno quelle che soffriranno maggiormente a causa dell'attuale fase di cambiamento climatico che l'UE deve contrastare con una risposta politica generale, pratica e realistica, per evitare il rischio che le future generazioni si trovino a subire conseguenze negative sociali ed economiche che avrebbero potuto essere evitate.

4.2.3   Integrando il cambiamento climatico nelle sue politiche in materia di commercio e sviluppo, l'Unione europea si troverebbe a sostenere dei costi e ad imporre delle restrizioni per conseguire un obiettivo che non può essere raggiunto senza la collaborazione degli altri grandi blocchi commerciali (10). Gli accordi ambientali multilaterali devono potersi integrare facilmente con gli accordi nell'ambito del sistema commerciale internazionale, in modo da potersi sostenere reciprocamente, senza disturbarsi. È sensato che l'UE assuma il comando nella lotta al cambiamento climatico se gli altri non saranno, o addirittura non potranno, essere costretti a seguire il suo esempio? Ad esempio, per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di carbonio, si può «costringere» la Cina a sostituire il suo modello basato sul principio «chi consuma paga» con il modello europeo del «chi produce paga»? (11) Oppure si può arrestare il tentativo di Wall Street di assicurarsi, con il sostegno di Washington, una posizione di leader in un mercato internazionale di scambio dei diritti di emissione di CO2 in forte espansione?

4.2.4   La sicurezza energetica è al centro della sfida del cambiamento climatico che si trova ad affrontare l'UE. Sebbene i singoli Stati membri siano in primo piano nel rispondere a questa sfida, essa presenta una vera e propria dimensione europea, soprattutto nel contesto degli scambi commerciali. A titolo di esempio si possono citare: la negoziazione comune di accordi di fornitura esterni (come già avviene nell'ambito degli accordi commerciali bilaterali); la vendita di competenze e tecnologie per i miglioramenti infrastrutturali, come le reti intelligenti o la nuova generazione di tecnologie per la produzione di elettricità utilizzando materie prime diverse dai combustibili fossili; la condivisione delle nuove tecnologie sviluppate per contribuire a raggiungere gli attuali obiettivi del «20 %» che l'UE si è fissata in materia di energie alternative; la ricerca di opportunità di esportazione delle competenze necessarie per sviluppare e adottare gli incentivi per ridurre le emissioni di carbonio.

5.   Risposta

5.1   Affrontare le sfide e cogliere le opportunità

5.1.1   Per creare opportunità per il commercio europeo, è importante essere onesti circa le sfide che un diverso ambiente mondiale pone all'UE, alle sue istituzioni e ai suoi Stati membri. Secondo il CESE, le riforme istituzionali introdotte dal Trattato di Lisbona devono essere applicate ancora più efficacemente e più a stretto contatto, per riuscire a individuare soluzioni innovative per sostenere le realizzazioni passate dell'UE e conseguirne di nuove (12). Per intervenire efficacemente occorre disporre di ottime conoscenze aggiornate, di un'ottima capacità di percezione e di comprensione.

5.1.2   In un mondo sempre più interdipendente e interconnesso, i responsabili politici devono sviluppare un modus operandi comune. L'interazione reciproca tra il mercato unico europeo e la politica commerciale non è mai stata così importante, cosi come il fatto di assicurare che la consultazione richiesta in seno all'UE, tra le sue istituzioni e con i suoi Stati membri sostenga e rafforzi lo sviluppo, l'accordo e l'attuazione efficaci di una politica commerciale più flessibile.

5.1.3   Da un punto di vista più umano c'è bisogno di affrontare e superare i timori e le incertezze che derivano dai nuovi equilibri del potere economico. La società civile organizzata ha l'opportunità e il dovere di aiutare gli individui, i politici e le economie ad affrontare il cambiamento. Perseguire politiche protezionistiche in presenza di spostamenti nel potere globale può rivelarsi un'impresa velleitaria. Aiutare gli individui, le imprese e i governi ad adattarsi alle nuove realtà è invece un modo efficace per affrontare e superare questi timori e incertezze. Ad esempio il basso tasso di natalità e l'invecchiamento della popolazione in Europa impongono il superamento di numerose sfide strutturali profonde e di ampia portata.

5.1.3.1   La politica più importante, in linea con gli obiettivi della strategia Europa 2020, è quella che punta ad incrementare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Una misura ovvia è l'offerta a tutti i genitori che lo desiderino di un servizio di custodia dei bambini a costi accessibili. Ciò significa in pratica che un maggior numero di donne può restare nel mercato del lavoro. Questa misura dovrebbe essere associata a congedi parentali lunghi e retribuiti in misura sufficiente. Queste misure dovrebbero risultare in un aumento del tasso di natalità al ridursi degli oneri economici a carico dei genitori.

5.1.3.2   Inoltre, in assenza di politiche di immigrazione volte ad accrescere sensibilmente l'offerta di lavoro, le singole imprese che esportano verso paesi terzi devono confrontarsi con un serio dilemma: limitare l'espansione delle proprie attività oppure trasferirle dove l'offerta di manodopera è abbondante (13)? Per questo motivo sarebbe prudente, giustificato e urgente adottare una politica europea dell'immigrazione organica e inclusiva per rispondere alla sfida demografica dell'Europa.

5.1.4   La nuova strategia Europa 2020 della Commissione rappresenta la risposta politica strategica iniziale dell'UE alla recessione e ai nuovi equilibri del potere economico globale. Il successo di tale strategia dipende da una risposta europea coordinata con la partecipazione delle parti sociali e della società civile (come ha affermato il Presidente Barroso nella comunicazione sulla strategia Europa 2020). Per adattarsi ai cambiamenti nel potere economico globale, l'UE deve basarsi sulle forme di partenariato tra Stato e società civile organizzata che le sono proprie e che le consentono di ottenere importanti risultati economici e di raggiungere la coesione sociale.

5.1.5   Questa iniziativa tuttavia incontrerà molti degli stessi problemi con cui si è dovuta confrontare la strategia di Lisbona: ad esempio, le priorità possono risultare troppo diverse e l'attuazione può rivelarsi problematica; la Commissione europea dispone solo di un numero limitato di strumenti diretti per influenzare i progressi; la responsabilità principale continua a incombere ai governi degli Stati membri che ora sono anche sottoposti a crescenti pressioni finanziarie, politiche e sociali (14).

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  Così scrive l'ex Presidente del Parlamento europeo Pat Cox in un recente editoriale intitolato Europe must raise its game now and not later (http://www.irishtimes.com/newspaper/opinion/2010/0407/1224267827518.html).

(2)  Cfr. tra gli altri: La crisi finanziaria e il suo impatto sull'economia reale, (ECO/255) GU C 255 del 22.9.2010, pag. 10; Piano europeo di ripresa economica (supplemento di parere), GU C 228 del 22.9.2009, pag. 149; Un piano europeo di ripresa economica, GU C 182/2009 del 4.8.2009, pag. 71; La strategia di Lisbona dopo il 2010, GU C 128 del 18.5.2010, pag. 3.

(3)  È quando osserva lo storico Niall Ferguson in un articolo sul Financial Times (del 10 aprile 2010) in merito alla riforma dell'insegnamento della storia nella scuola secondaria nel Regno Unito.

(4)  European Economic Forecast - Primavera 2010, European Economy 2, 2010.

(5)  Commissione europea, direzione generale Commercio. Global Europe: EU Performance in the global economy. Cfr. http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2008/october/tradoc_141196.pdf (visitato il 4 febbraio 2010).

(6)  Falling Flat: More Evidence that America is Experiencing a Jobless Recovery. The Economist. Cfr: http://www.economist.com/world/united-states/displaystory.cfm?story_id=15473802 (6 febbraio 2010).

(7)  Ad esempio il parere del CESE sul tema Un piano europeo di ripresa economica (GU C 228 del 22.9.2009, pag. 149) propone che «anche alla luce dell'andamento demografico previsto, una ristrutturazione intelligente dell'economia deve quindi cercare di trattenere i dipendenti in azienda, invece di licenziarli, e migliorare le loro qualifiche per disporre di una manodopera sufficientemente qualificata quando l'economia ricomincerà a crescere. Il sostegno per i disoccupati dovrebbe essere collegato a programmi di riqualificazione professionale e di miglioramento del livello delle qualifiche dei lavoratori ».

(8)  Lamy warns against protectionism amid financial crisis. WTO News. In: http://www.wto.org/english/news_e/sppl_e/sppl101_e.htm.

(9)  Sebbene non figurino attualmente in agenda, meritano comunque di essere esaminate anche le norme relative alla proprietà intellettuale (PI).

(10)  Il gruppo Datori di lavoro di CESE ha recentemente osservato ad esempio che «l'aumento del numero di centri di gravità rivali tra gli attori mondiali ha dato luogo a un'interazione molto complessa di relazioni bilaterali e multilaterali (che richiedono tra l'altro) politiche di limitazione del carbonio e di risparmio energetico e azioni di salvaguardia dei mercati aperti contro il protezionismo surrettizio». Fonte: A New Phase Ahead: Need for a Political and Economic Impetus, pag. 10. Opuscolo disponibile al seguente indirizzo: http://www.eesc.europa.eu/?i=portal.en.group-1-statements&itemCode=9894.

(11)  Da un punto di vista strettamente logico, la posizione cinese è in realtà difficile da confutare interamente: perché, infatti, la Cina dovrebbe accettare una tassa sulla produzione di beni che sono poi consumati nei paesi industrializzati, dove non sono soggetti ad alcuna imposta sui consumi specifica per le emissioni di carbonio?

(12)  Un buon esempio di innovazione necessaria è la recente formazione da parte del Presidente BARROSO di un gruppo di commissari responsabili del finanziamento della ricerca e dello sviluppo, un settore nel quale le diverse direzioni hanno ruoli, bilanci e responsabilità distinti ma suscettibili di sovrapporsi e/o di sostenersi reciprocamente.

(13)  In realtà, molte imprese hanno già fatto le proprie scelte e quelle che hanno lasciato l'Europa beneficiano anche di dazi ridotti su numerosi beni importati nell'UE, un aspetto che dà origine a considerazioni riguardanti la necessità di procedere a un riequilibrio di queste imposte/dazi.

(14)  Essendo una delle economie di dimensioni più ridotte, più dipendenti dal commercio e più aperte d'Europa, l'Irlanda può essere considerata come un laboratorio in cui osservare come queste sfide vengono affrontate in piccolo, dato che per sostenere una ripresa alimentata dagli scambi commerciali il governo sta incoraggiando le seguenti misure: investimenti nell'istruzione universitaria e postuniversitaria volti a promuovere la scienza, la tecnologia e l'innovazione; un sistema di ricerca competitivo a livello mondiale in grado di trasferire le conoscenze dai centri di ricerca al mercato; il miglioramento della competitività delle imprese con sede in Irlanda che operano sui mercati internazionali; la riduzione delle emissioni di carbonio del 20 %; il sostegno ai paesi in via di sviluppo che stanno subendo gli effetti del cambiamento climatico.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/57


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Ripresa economica: punto della situazione e iniziative concrete» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/11

Relatore: Lars NYBERG

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 18 marzo 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

Ripresa economica: punto della situazione e iniziative concrete (parere d'iniziativa).

La sezione specializzata Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 20 luglio 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre 2010), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 146 voti favorevoli, 45 voti contrari e 16 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1   La crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica che ne è derivata sono state le più gravi mai registrate dalla Seconda guerra mondiale. Quando, all'inizio del 2010, sono apparsi i primi segnali di ripresa dalla recessione, improvvisamente ci si è trovati di fronte ad una crisi del mercato delle obbligazioni di Stato, questa volta non più di dimensioni mondiali, ma ristretta ai confini dell'Europa. L'esigenza di alleggerire i bilanci pubblici dai costi derivanti dal sostegno fornito alle banche e da altre misure discrezionali, l'aumento della disoccupazione e le ulteriori misure di austerità adottate in molti paesi sono fattori che, considerati nel loro insieme, minacciano la crescita economica. In un simile contesto, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) reputa necessario mettere in campo misure politiche destinate non soltanto a conseguire la ripresa economica, ma anche a impedire che l'Europa entri in una nuova fase di recessione.

1.2   Nel 2009 l'UE ha registrato una crescita negativa (-4,1 %). Prima della crisi del mercato delle obbligazioni di Stato, scoppiata nella primavera di quest'anno, la crescita prevista per il 2010 era dello 0,7 %. Nel 2010 il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi sul 10 %, accompagnato da una riduzione del tasso di attività del 2 % nello stesso periodo. Il disavanzo di bilancio medio, pari al 2,3 % del PIL nel 2008, è salito al 6,8 % nel 2009 e dovrebbe arrivare al 7,5 % nel 2010. Durante la crisi la liquidità del mercato finanziario è stata garantita da ingenti finanziamenti pubblici. L'espansione del credito ai privati precedente alla recessione è venuta meno ed è stata sostituita da un ampio fabbisogno di credito del settore pubblico. Al tempo stesso, il credito continua a essere indispensabile al settore privato per stimolare la domanda. Il quadro della situazione economica degli Stati membri dell'UE è assai variegato: i disavanzi di bilancio di maggiore entità si registrano in Grecia e in altri paesi dell'area mediterranea, oltre che in Irlanda e nel Regno Unito, mentre la Spagna e i paesi baltici hanno i tassi di disoccupazione più elevati. È anche vero, però, che i paesi baltici sono riusciti in un lasso di tempo molto breve a ridurre disavanzi pubblici di vaste proporzioni e a invertire la tendenza alla crescita negativa grazie a misure economiche improntate al massimo rigore.

1.3   Una «strategia di entrata»

I mutamenti economici in profondità intervenuti negli ultimi decenni rendono inadeguata l'idea di una strategia di uscita dalla crisi. Dobbiamo riflettere invece ad una strategia di entrata, ossia a nuove iniziative sul piano economico e politico che servano ad elaborare una tabella di marcia per la società del prossimo futuro.

1.4   I consumi privati sono di primaria importanza per la domanda aggregata

La proposta di ridurre i deficit pubblici più elevati ha un effetto restrittivo sull'economia europea nel suo complesso, rimandando quindi il conseguimento di una crescita in grado di autosostenersi. Il CESE pone l'accento sull'importanza che riveste la domanda aggregata per alimentare il processo di crescita, e attira soprattutto l'attenzione sul ruolo dei consumi privati. Perché possa incidere in misura sostanziale sulla crescita, il sostegno economico deve essere destinato principalmente alle fasce di popolazione a più basso reddito: poiché queste ultime consumano una quota più elevata dei loro redditi, minore sarà la percentuale di tale sostegno che verrà assorbita dall'aumento del risparmio. È la premessa di una fonte di crescita in futuro, a condizione che si riesca ad invertire la tendenza - in atto ormai da parecchi decenni - allo spostamento della composizione del PIL dal lavoro al capitale. Naturalmente gli investimenti e le esportazioni hanno pur sempre un notevole peso, ma l'andamento dei consumi privati - che rappresentano circa il 60 % del PIL - è essenziale per la crescita, e ancora di più nel periodo di recessione che stiamo attraversando.

1.4.1   Valutare l'impatto dei programmi di austerità

Un livello di disoccupazione elevato e la riduzione del tasso di attività, insieme con aumenti salariali contenuti, tagli alla spesa pubblica, un incremento dell'imposizione fiscale e i nuovi programmi di austerità avranno l'effetto di ridurre il potenziale di crescita. In un simile quadro economico, la Commissione dovrebbe provvedere quanto prima a valutare l'effetto di contrazione dovuto a tutti questi fattori e proporre contromisure idonee a preservare la crescita. La crescita è una condizione imprescindibile per il conseguimento di tutti gli altri obiettivi di politica economica. Quello che certamente non possiamo permetterci di fare è attendere passivamente che i programmi di austerità producano i loro effetti restrittivi.

1.5   Misurare l'andamento della competitività

Tra gli obiettivi di politica economica, la bilancia delle partite correnti sinora non è mai stata considerata con l'attenzione che merita. I disavanzi di bilancio e le eccedenze delle partite correnti consolidatisi in alcuni paesi nel corso degli anni rendevano inevitabile, prima o poi, l'insorgere di una crisi economica nell'UE come quella della primavera 2010. Il CESE intende porre l'accento sull'esigenza di ridurre le notevoli differenze tra le bilance delle partite correnti degli Stati membri. Questo rende determinante l'obiettivo della competitività, misurata dal costo unitario del lavoro in termini reali, un indicatore che riunisce l'andamento dei salari e quello della produttività. Nell'ultimo decennio la competitività di Irlanda, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo è diminuita, in media, del 10 %: un calo di questa entità non poteva non comportare dei problemi di bilancio.

1.5.1   Il patto di stabilità e di crescita dovrebbe prevedere una verifica delle bilance delle partite correnti

Se un'area monetaria presenta andamenti salariali e di produttività diversi da uno Stato all'altro, vi sono soltanto due alternative: variare i salari relativi tra i paesi o aumentare la produttività dei paesi che registrano risultati meno positivi su questo fronte. Il CESE propone quindi che la Commissione svolga una verifica delle bilance delle partite correnti degli Stati membri, analogamente a quanto già avviene con il monitoraggio del disavanzo e del debito pubblici. La proposta potrebbe essere formalmente adottata con una modifica dei regolamenti che disciplinano il patto di stabilità e di crescita. Il controllo delle bilance delle partite correnti e la valutazione degli indicatori sottostanti, ossia gli andamenti dei salari e della produttività, dovrebbero essere realizzati in tutti i 27 Stati membri, prevedendo tuttavia un margine di azione maggiore per la Commissione nei paesi della zona euro. Con queste nuove disposizioni, l'economia reale troverebbe spazio nel patto di stabilità e di crescita.

1.5.2   Statistiche sul credito ai privati e sulla quota del debito pubblico detenuta da soggetti esteri

Il dibattito sul patto di stabilità e di crescita dovrebbe affrontare anche il tema della pubblicazione di dati statistici supplementari relativi al credito ai privati e alla quota del debito pubblico degli Stati membri detenuta da soggetti esteri.

1.6   Una regolamentazione e pratiche di vigilanza più efficaci del settore finanziario

Un fattore di efficienza nel settore finanziario potrebbe consistere nel mantenere parzialmente pubblico il capitale bancario, affinché le autorità pubbliche possano mantenere un certo controllo degli sviluppi nel settore degli istituti di credito. Le turbolenze registrate nel mercato finanziario nel 2010 dimostrano che le proposte di vigilanza e di regolamentazione del settore finanziario che sono state avanzate non sono sufficienti. Soprattutto dopo l'atteggiamento dimostrato dal settore finanziario durante la crisi greca, si rendono necessarie una regolamentazione e pratiche di vigilanza più efficaci per modificare tali comportamenti e individuare nuove modalità di finanziamento del debito pubblico.

1.7   Investimenti pubblici nelle infrastrutture e nel settore dell'energia

Occorre concentrare gli investimenti nei settori della tutela dell'ambiente e delle misure di lotta al cambiamento climatico. Il CESE ritiene che la fiscalità possa essere la leva su cui agire per fare in modo che il mercato riduca le emissioni nocive. In un periodo in cui le imprese realizzano ben pochi investimenti, è necessario che il settore pubblico supplisca con investimenti nelle infrastrutture e nel settore dell'energia. In base al patto di stabilità e di crescita riveduto, gli investimenti non vanno inclusi nel calcolo del disavanzo eccessivo.

1.8   Politiche attive del mercato del lavoro

In aggiunta alla ricerca di nuove competenze per nuovi posti di lavoro, su cui dovrebbero essere incentrate le politiche occupazionali, occorre anche incrementare il livello generale di istruzione. La strategia Europa 2020 è di fondamentale importanza per conseguire questi obiettivi. Misure di politica che servirebbero con tutta evidenza a incrementare il tasso di occupazione consistono nell'offerta di servizi di assistenza all'infanzia di qualità elevata e nella possibilità di usufruire di congedi parentali di durata sufficiente e adeguatamente retribuiti.

1.9   Una strategia di entrata che promuova una politica a favore della famiglia e dello sviluppo di competenze

Quando sarà possibile ridurre la spesa destinata alle indennità di disoccupazione, le stesse risorse pubbliche dovrebbero essere riorientate verso politiche a favore della famiglia e dello sviluppo di competenze. Una strategia concepita per uscire dalla crisi si trasforma in una strategia di entrata. L'organizzazione dei sistemi sociali deve offrire maggiore protezione sociale e posti di lavoro, pur nel rispetto dei limiti consentiti dalle risorse finanziarie.

1.10   Una nuova fonte di entrate: l'imposizione fiscale sulle operazioni finanziarie e sulle emissioni di CO2

Una nuova fonte di entrate per i bilanci pubblici potrebbe venire da un'imposizione fiscale sulle operazioni finanziarie e sulle emissioni di biossido di carbonio: oltre a incrementare entrambe il gettito fiscale, queste due nuove tasse consentirebbero, la prima, di contrastare la logica del breve termine prevalente sul mercato finanziario e, la seconda, di migliorare l'ambiente.

1.11   Consentire alla BEI l'emissione di eurobbligazioni

L'emissione da parte della BEI di eurobbligazioni (Eurobonds) - o, meglio, di obbligazioni dell'UE - che comprenderebbero tutti i 27 Stati membri, consentirebbe di reperire capitale fresco per il settore pubblico senza dover dipendere interamente dal settore finanziario privato. Le risorse finanziarie dovrebbero essere trovate a monte, ad esempio negli enti pensionistici aziendali o professionali (EPAP), in modo che la BEI diventi un'interfaccia tra queste risorse di capitale e i suoi investimenti. Le eurobbligazioni sono anche possibili strumenti a lungo termine per il risparmio privato.

2.   Quadro della situazione attuale  (1)

2.1   La crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica che ne è derivata sono state le più gravi mai registrate dalla Seconda guerra mondiale. Quando, all'inizio del 2010, sono apparsi i primi segnali di ripresa dalla recessione, improvvisamente ci si è trovati di fronte ad una crisi del debito pubblico, questa volta non più di dimensioni mondiali, ma ristretta ai confini dell'Europa. L'esigenza di alleggerire i bilanci pubblici del peso del sostegno fornito alle banche e ad altri settori dell'economia, come pure dei costi di altre misure discrezionali, l'aumento della disoccupazione e le ulteriori misure di austerità adottate in molti paesi sono fattori che, considerati nel loro insieme, minacciano la crescita economica. In un simile contesto, il Comitato economico e sociale europeo reputa necessario mettere in campo misure politiche destinate non soltanto a conseguire la ripresa economica, ma anche ad impedire che l'Europa entri in una nuova fase di recessione.

2.2   Crescita negativa

2.2.1   Nel dicembre del 2008, al momento dell'adozione del piano europeo di ripresa economica, la crescita economica prevista per il 2009 era intorno allo 0 %. Si è registrata invece una crescita negativa pari al -4,1 %. Se è vero che il piano era basato su previsioni eccessivamente ottimistiche, senza incentivi di bilancio il quadro sarebbe stato persino più negativo.

2.2.2   Gli Stati membri hanno fornito sostegno economico in misura superiore a quanto previsto dal piano - ossia l'1,2 % del PIL - al punto che, per il biennio 2009-2010, l'aiuto all'economia potrebbe ammontare al 2,7 % del PIL. Benché le esigenze di sostegno negli Stati membri fossero superiori al sostegno programmato, le misure sono state in realtà persino troppo contenute se confrontate all'andamento negativo della crescita.

2.2.3   Gli incentivi economici non sono venuti unicamente dai bilanci pubblici, poiché la Banca centrale europea (BCE) ed altre banche centrali dell'UE hanno ridotto i tassi d'interesse fin quasi allo zero, e iniettato liquidità nel sistema economico a livelli sinora mai raggiunti. Non solo, ma alcuni Stati membri hanno fatto ricorso a ingenti quantitativi di denaro pubblico per procedere al salvataggio di alcune banche. Eppure, a ulteriore dimostrazione della gravità dell'attuale crisi economica e finanziaria, tutte queste misure non sono state in grado di impedire la crescita negativa registrata nel 2009.

2.2.4   Prima della crisi della primavera di quest'anno, la crescita prevista per il 2010 era pari allo 0,7 %, inferiore cioè a quella dei principali concorrenti dell'UE a livello mondiale. Tra gli elementi positivi vanno segnalati l'aumento degli indicatori della fiducia, una crescita sostenuta in altre regioni del mondo e il ritorno del commercio mondiale a un livello più o meno comparabile al periodo precedente la crisi. Fattori negativi sono invece l'ulteriore riduzione degli investimenti realizzati dalle imprese anche nell'ultimo trimestre del 2009, l'assenza di un sostanziale miglioramento della produzione industriale - i recenti incrementi della domanda si devono probabilmente soltanto alla formazione delle scorte -, il tasso di utilizzo degli impianti estremamente basso, che non offre incentivi al rilancio degli investimenti, la situazione del settore bancario che, anch'essa, non lascia alcun margine per incrementare gli investimenti e, soprattutto, la turbolenza sul mercato delle obbligazioni di Stato.

2.3   Commercio

Il commercio mondiale ha subito un tracollo nell'ultimo trimestre del 2008, con un calo del 12 %, quando invece nel 2007 aveva registrato un incremento di circa il 20 %. La tendenza è proseguita nei trimestri successivi, e il dato trimestrale peggiore ha fatto registrare una contrazione - del 30 % circa - rispetto al valore dello stesso trimestre dell'anno precedente. Nell'ultimo trimestre del 2009 si è tuttavia constatata un'inversione di tendenza, con un incremento del 4 %. I dati relativi all'UE sono pressoché identici, con un calo lievemente più pronunciato per gli scambi intra-UE rispetto al commercio con i paesi terzi.

2.4   Il mercato del lavoro

2.4.1   L'aumento del numero di disoccupati in conseguenza della crisi dovrebbe continuare ancora, dato che di regola le ripercussioni sul mercato del lavoro si avvertono con un certo ritardo rispetto all'andamento dell'economia reale. Nel 2010 il tasso di disoccupazione medio nell'UE - con percentuali molto diverse da uno Stato membro all'altro - si attesterà sul 10 %, il che equivale ad un incremento del 3 % su base annua.

2.4.2   Se la crisi incide da un lato sul livello di disoccupazione, dall'altro comporta anche una diminuzione del tasso di attività, con un calo pari a circa il 2 % della forza lavoro. Per di più, molti hanno scelto di ridurre le ore lavorative prestate per mantenere il posto di lavoro, il che corrisponde a un'ulteriore riduzione dell'1 % della forza lavoro. In un contesto di ripresa economica, quest'ultimo indicatore è probabilmente il primo a tornare a livelli di normalità. Il tasso di crescita deve essere sufficientemente elevato: in caso contrario, infatti, la crescita non è accompagnata dalla creazione di nuovi posti di lavoro (la cosiddetta «crescita senza occupazione»).

2.5   Disavanzi pubblici

Secondo le stime il disavanzo di bilancio medio, pari al 2,3 % del PIL nel 2008, è salito al 6,8 % nel 2009 e dovrebbe toccare il 7,5 % nel 2010. Il deterioramento dei conti pubblici non dipende soltanto dall'introduzione di misure attive di sostegno, ma anche dall'aumento della spesa e dal minor gettito fiscale dovuti al meccanismo degli stabilizzatori automatici. Secondo l'analisi dell'OCSE queste misure di protezione sociale hanno permesso di preservare un maggior numero di posti di lavoro in Europa rispetto ad altre economie.

2.6   Il mercato finanziario

2.6.1   Anche nel 2010 la situazione del mercato finanziario continua a rimanere piuttosto confusa. Non disponiamo di elementi che consentano di stabilire se la costante scarsità di investimenti sia dovuta a una persistente mancanza di liquidità, alla politica di prevenzione del rischio adottata dagli istituti di credito o a una domanda insufficiente del settore industriale.

2.6.2   Per una ripresa economica sostenibile è indispensabile che il mercato del credito torni a concentrare la sua attività sul lungo termine invece che su operazioni a brevissimo termine. Questo aspetto è oggetto di un'elaborazione più approfondita in un parere del CESE in merito alla proposta di una tassa sulle operazioni finanziarie (2).

2.6.3   A partire dal 2006 e fino all'insorgere della crisi finanziaria il settore del credito ai privati ha registrato una crescita eccezionale nell'arco di pochi anni (3). Il debito privato è raddoppiato sia nella zona euro che negli Stati Uniti, la spesa privata era elevata e ha determinato un forte disavanzo delle partite correnti in alcuni paesi. Nel 2009 questa forte espansione del credito è venuta meno ed è stata in parte sostituita dal debito pubblico. Nei prossimi anni continueranno a registrarsi deficit pubblici elevati, mentre sarà nel contempo necessario stimolare la domanda del settore privato per dare slancio alla ripresa: sia in un caso che nell'altro il credito è indispensabile.

2.6.4   I fondi pensione hanno sofferto per il drastico ridimensionamento del valore dei loro investimenti azionari, stimato al 24 % in termini reali nel 2009 (4). Il livello di reddito dei pensionati è a rischio, il che avrà delle conseguenze sulla possibilità di incrementare la domanda privata. I diritti per chi sottoscrive un fondo pensione maturano a lunghissimo termine, mentre questi fondi investono in portafogli di titoli molto più a breve termine. Pertanto, nel mercato finanziario si constata la necessità di aumentare la quota di strumenti finanziari a lungo termine, sia per i fondi pensione sia per gli altri enti che operano in campo pensionistico, come le compagnie di assicurazione.

2.7   Panoramica della situazione negli Stati membri

2.7.1   Il calo più marcato del PIL tra gli Stati membri di maggiori dimensioni si è registrato in Germania e nel Regno Unito, mentre tra gli Stati membri più piccoli la flessione più pronunciata si è avuta - dopo un lungo periodo di forte crescita del PIL - nel 2009 nei tre paesi baltici. In questi anni di boom economico anche la dinamica salariale è stata molto elevata, superiore agli incrementi di produttività, ma i paesi baltici, in particolare la Lituania, hanno reagito prontamente alla crisi riducendo i salari. I maggiori aumenti salariali nel corso del 2009 si sono registrati in Grecia, senza però un corrispondente incremento della produttività. Nello stesso anno l'unica eccezione è rappresentata dalla Polonia, paese il cui tasso di crescita ha segnato +1,7 % grazie, tra l'altro, a maggiori investimenti pubblici e a un incremento dei consumi privati, oltre che a un andamento piuttosto soddisfacente sul fronte dell'occupazione.

2.7.2   Sempre nel 2009 il calo più drastico del tasso di occupazione si è registrato nei tre paesi baltici, seguiti da Bulgaria e Spagna. Va osservato che in nessuno Stato membro tale tasso è rimasto invariato, benché in Germania sia diminuito soltanto dello 0,4 %. Lo Stato membro con il tasso di disoccupazione più alto nel 2009 era la Lettonia (21,7 %), seguita da Lituania, Estonia, Spagna, Slovacchia e Irlanda.

2.7.3   Durante le turbolenze registrate nel 2010 sul mercato delle obbligazioni di Stato è emerso che il disavanzo pubblico della Grecia è pari a circa il 13 % del PIL, una rivelazione che ha innescato attacchi speculativi contro l'euro. Si è appreso inoltre che il deficit del Regno Unito è più o meno delle dimensioni di quello greco. Quanto al deficit pubblico spagnolo, si è scoperto «dall'oggi al domani» che è ormai a livelli insostenibili. Questi tre paesi, imitati da Portogallo, Italia e Irlanda, nonché da altri Stati membri, hanno messo in campo una serie di politiche di austerità per ridurre disavanzi di vaste proporzioni e abbassare livelli elevati di debito pubblico.

3.   Iniziative concrete per il rilancio dell'economia

3.1   Non serve una strategia di uscita (exit strategy), ma una strategia di entrata (entry strategy)

3.1.1   Si è molto discusso di una strategia di uscita dalla crisi, ossia delle modalità con cui riassorbire il sostegno pubblico straordinario all'economia, dato che i vincoli giuridici da rispettare continuano ad essere le due regole secondo cui il disavanzo di bilancio non deve essere superiore al 3 % del PIL e il debito pubblico deve rimanere entro il limite del 60 % del PIL. Nella comunicazione sulla strategia Europa 2020 la Commissione europea ha giustamente fatto osservare che «le misure di sostegno possono essere abbandonate solo quando la ripresa economica avrà una propria autonomia» (5). Tuttavia, considerato il clima di incertezza che grava sulle nostre economie, è assai difficile stabilire quando tale ripresa «avrà una propria autonomia». La proposta di ridurre i deficit pubblici più elevati ha un effetto restrittivo sull'economia europea nel suo complesso, rimandando quindi ulteriormente il conseguimento di una crescita in grado di autosostenersi. Non solo, ma adottare una simile strategia di uscita significa poter tornare, una volta cessate le misure di sostegno, al quadro economico precedente alla crisi, il che non è accettabile.

3.1.2   In primo luogo, sono in fase di attuazione o di preparazione numerose riforme del settore finanziario che, secondo le aspettative, dovrebbero servire a rafforzarne la trasparenza e la resistenza alle crisi. In secondo luogo, è necessario riformare anche altri settori dell'economia, altrimenti corriamo senz'altro il rischio che i problemi affrontati in questi ultimi anni si profilino di nuovo all'orizzonte.

3.1.3   La riflessione sui mutamenti economici intervenuti negli scorsi decenni dovrà esserci d'aiuto per elaborare nuovi provvedimenti in campo economico e politico che contribuiscano a ridurre la vulnerabilità dell'economia. Non si tratta quindi di proporre una strategia di uscita dalla crisi, poiché elaborare una tabella di marcia per una strategia di uscita significa prendere delle decisioni sulla società del prossimo futuro, ossia, in altri termini, definire una strategia di entrata.

3.2   Domanda aggregata

3.2.1   In teoria due sono i metodi per conseguire la crescita economica: aumentare la produzione utilizzando la stessa tecnologia o migliorare la tecnologia per sfruttare maggiormente le risorse produttive disponibili. La preferenza per l'uno o l'altro metodo dipende dal contesto economico. In una fase di espansione economica vengono sfruttate tutte le risorse produttive, e l'unico modo per ottenere un incremento della crescita è investire in metodi di produzione innovativi; al contrario, in una recessione - come quella che ha avuto inizio nel 2008 - vi sono molte risorse inutilizzate che è necessario impiegare. La politica da adottare consiste perciò nello stimolare la domanda. Purtroppo, però, la domanda aggregata non viene più riconosciuta quale autentico motore della crescita economica.

3.2.2   Per riuscire a stimolare la domanda, le misure devono non solo incidere direttamente sui consumi e gli investimenti, ma anche rafforzare la fiducia di consumatori e investitori. Proprio come gli stabilizzatori automatici sono efficaci in situazione di crisi, una maggiore fiducia può funzionare in un contesto di rilancio dell'economia, poiché può moltiplicare l'effetto degli interventi pubblici per far sì che la ripresa si autoalimenti. Perché questo avvenga, è essenziale non solo l'importo del sostegno erogato, ma anche a quali gruppi di popolazione esso viene destinato. Le fasce a più basso reddito consumano una quota più elevata dei loro redditi rispetto ai gruppi a reddito più elevato: appunto per questo, maggiore sarà il sostegno destinato alla prima categoria, minore sarà la percentuale di tale sostegno che verrà assorbita dall'aumento del risparmio.

3.2.3   Gli effetti del piano di ripresa economica nella sua versione iniziale potrebbero essere inferiori alle aspettative, dato che gran parte delle misure introdotte dagli Stati membri erano già in programma e non sono servite di ulteriore stimolo alla crescita. Nella primavera del 2010 la Commissione ha opportunamente posto l'accento sulla necessità che le misure destinate a stimolare la crescita fossero efficaci anche sul piano sociale. La crescita prevista per il 2010 è inferiore all'1,5 %, un tasso che secondo numerosi economisti corrisponde alla crescita potenziale dell'UE. Ma anche con una crescita attestata su questo valore, non si registrerebbe una riduzione del tasso di disoccupazione e dei disavanzi di bilancio sufficientemente rapida.

3.2.4   Il CESE desidera sottolineare l'importanza che riveste la domanda aggregata per dare impulso al processo di crescita, e attira soprattutto l'attenzione sul ruolo fondamentale dei consumi privati.

3.2.5   Altrettanto importante è incrementare gli investimenti. Il patto di stabilità e di crescita riveduto prevede la possibilità di rimandare l'aggiustamento di un disavanzo di bilancio superiore alla soglia stabilita se la spesa in eccesso è destinata agli investimenti. Non bisogna però credere che gli investimenti costituiscano in assoluto l'unico strumento utile per rafforzare la crescita.

3.2.6   D'altra parte, neppure incrementare le esportazioni è un rimedio sufficiente. Gli scambi commerciali dell'UE si svolgono principalmente tra gli Stati membri. La quota del commercio esterno - ossia le esportazioni verso altre regioni dell'economia mondiale - si è attestata a lungo sul 10 % del PIL dell'Unione europea. Se è vero che gli scambi dell'UE rappresentano un terzo del commercio mondiale, sottraendone gli scambi intra-UE la percentuale si riduce però al 16 %. L'importanza degli scambi risiede anche nel fatto che essi sono un indicatore della competitività globale di un'economia. I segnali di un aumento delle esportazioni dall'UE verso il resto del mondo sono ovviamente un elemento positivo, ma non abbastanza confortante in un contesto di investimenti insufficienti e di deterioramento del mercato del lavoro.

3.2.7   Secondo l'OIL (6), da oltre un decennio nell'economia mondiale è in atto uno spostamento della composizione del PIL dal lavoro al capitale. Nel periodo compreso tra il 1999 e il 2007 la quota parte dei profitti sul PIL nell'UE a 27 è aumentata dal 37 al 39 %; nel secondo semestre del 2008 ha registrato un netto calo, scendendo al 36 %, ma nel corso del 2009 è risalita al 37 % (7). Si tratta di un segnale di accresciute disuguaglianze nella distribuzione dei redditi.

3.2.8   La maggior parte del PIL è costituita dai consumi privati, la cui quota, tuttavia, può variare sensibilmente a seconda delle azioni dei soggetti pubblici o privati nel quadro del sistema politico proprio a ciascun paese. Ciononostante, una variazione della quota di PIL attribuibile ai consumi privati potrebbe anche indicare una diversa configurazione della distribuzione dei redditi. Nel 2008 la quota del PIL dell'UE rappresentata dai consumi era scesa al 58 % rispetto al 60 % del 2005 e al 61 % del 2000. Per quanto si tratti soltanto di una modesta variazione su un arco di tempo piuttosto lungo, è però indicativa del margine di manovra esistente per incrementare i consumi privati quale strumento per stimolare la domanda aggregata (8), la quale riveste un'importanza particolare nell'attuale contesto economico.

3.2.9   Nel 2010, tuttavia, il tasso di disoccupazione elevato e la riduzione del tasso di attività, accompagnati da aumenti salariali molto contenuti, non sono certo indicatori di un incremento dei consumi ma sembrano, anzi, andare in direzione opposta. In un simile contesto, quindi, ridurre le misure di sostegno pubblico non è la politica più adeguata da applicare. Una volta tratta questa conclusione, tuttavia, va detto che la situazione attuale (nel 2010), caratterizzata da ampi tagli alla spesa pubblica e da un aumento del gettito fiscale, appare estremamente problematica sotto il profilo della politica economica. Queste inevitabili riduzioni della domanda aggregata determinate dai tagli ai bilanci pubblici sono certamente procicliche, in quanto si tradurranno in minori possibilità di crescita. L'effetto più importante di queste misure, cioè la diminuzione del reddito dei dipendenti del settore pubblico, sarà avvertito sotto forma di contrazione della domanda in tutti i settori dell'economia. Non sarà quindi possibile conseguire il tasso di crescita potenziale.

3.2.9.1   È interesse precipuo dell'Unione europea disporre di stime circa i potenziali effetti restrittivi di questi nuovi tagli ai bilanci pubblici. Si tratta di misure ispirate al massimo rigore e adottate d'urgenza. Dovrebbe essere altrettanto urgente per l'UE fare in modo che i paesi che non versano in una situazione economica così grave adottino delle contromisure, vale a dire si adoperino per incrementare il livello di domanda aggregata. Spetta alla Commissione valutare prima possibile l'entità delle ripercussioni delle misure di austerità e formulare proposte adeguate in proposito. La Commissione si propone di illustrare le conclusioni di una valutazione di questo tipo nel documento di previsione economica che pubblicherà nel novembre 2010. Sarebbe invece opportuno non aspettare tanto a lungo: è vero che la crescita del primo trimestre del 2010 si è avvicinata alle previsioni (+0,7 %), ma il dato è precedente all'adozione dei programmi di austerità da parte di alcuni Stati membri. Quello che certamente non possiamo permetterci di fare è attendere passivamente che il probabile impatto restrittivo dei programmi di austerità si traduca in realtà.

3.2.9.2   Il CESE è dell'opinione che la congiuntura economica richieda l'avvio di un dibattito su nuove basi. La soglia del 3 % del PIL per il disavanzo pubblico va mantenuta, ma occorre associare questo criterio ad una discussione sulle notevoli differenze tra i disavanzi pubblici dei vari Stati membri, poiché è necessario che i paesi che presentano disavanzi di grande entità consolidino definitivamente i loro bilanci pubblici. Gli obblighi imposti agli Stati membri il cui disavanzo rientra nel limite del 3 % (o è di poco superiore a tale soglia) dovrebbero essere meno stringenti. Laddove è ancora possibile finanziare i disavanzi a tassi di interesse relativamente bassi, sembra opportuno non adottare per il momento misure di bilancio eccessivamente restrittive. Se si rilegge il patto di stabilità e di crescita riveduto dal 2005 in poi, ci si rende conto che queste proposte sono assolutamente in linea con le modifiche introdotte all'epoca, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti pubblici e i periodi di pressione recessiva.

3.3   La bilancia delle partite correnti di nuovo al centro dell'agenda politica

3.3.1   Da tempo ormai la politica economica è incentrata su tre obiettivi principali volti a conseguire benessere e prosperità: stabilità dei prezzi, crescita economica e piena occupazione. I criteri intermedi dell'equilibrio di bilancio e del debito pubblico servono a garantire la realizzazione delle vere finalità di tale politica. Tuttavia, due obiettivi non vengono più considerati da molto tempo: l'equa distribuzione dei redditi e la bilancia delle partite correnti. Si è ritenuto - ed è un errore - che quest'ultimo indicatore avesse perduto d'importanza: in realtà in un mercato unico con una moneta unica tale obiettivo è fondamentale.

3.3.2   L'analisi della bilancia delle partite correnti, ossia della bilancia degli scambi commerciali con gli altri paesi, avrebbe permesso di capire esattamente quello che sarebbe accaduto nella zona euro. La Grecia presenta attualmente un forte disavanzo delle partite correnti che si è andato accumulando nel corso degli anni. Germania, Paesi Bassi e Svezia hanno a lungo registrato un'eccedenza delle partite correnti, mentre gran parte dei paesi dell'area mediterranea presenta un disavanzo delle partite correnti, benché il primato del paese con il più ampio disavanzo spetti alla Bulgaria.

3.3.3   Disavanzi o eccedenze delle partite correnti anche di vaste proporzioni non sono preoccupanti, se limitati al breve periodo. Il problema nasce se lo squilibrio persiste per molti anni di seguito o se i capitali importati non vengono investiti in modo adeguato e, di conseguenza, non si realizzano potenziali incrementi di produttività. Tra i paesi della zona euro, Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e Irlanda registrano forti disavanzi praticamente sin dall'introduzione della moneta unica. Tra gli Stati membri che non appartengono all'area dell'euro, disavanzi molto elevati contraddistinguono la Bulgaria e si sono registrati in passato nei tre paesi baltici. La lotta a disavanzi delle partite correnti di vaste dimensioni può essere condotta soltanto mediante una politica economica estremamente rigorosa, come quella adottata dai governi di Estonia, Lettonia e Lituania nel 2009.

3.3.4   Avendo constatato il quadro assai variegato della situazione economica nei diversi Stati membri, il CESE intende insistere sull'esigenza di ridurre tali disparità. Questo ci induce a ritenere determinante l'obiettivo della competitività, che è misurata dal costo unitario del lavoro in termini reali, un valore che rappresenta gli effetti combinati dell'andamento dei salari e di quello della produttività. Nella zona euro sono soprattutto Germania ed Austria ad aver incrementato la loro competitività grazie ad un costo unitario del lavoro in termini reali più basso. D'altro canto, dal 2008 in avanti il livello salariale in Germania è cresciuto più in fretta della produttività, determinando quindi una perdita di competitività. Nell'ultimo decennio la competitività di Irlanda, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo è diminuita, in media, del 10 % (9). Un prolungato deterioramento della competitività può essere all'origine di problemi di bilancio, un fenomeno che con ogni evidenza si è verificato nel corso del 2010 ma la cui causa principale - vale a dire le variazioni del livello di competitività - non è stata adeguatamente messa in luce.

3.3.5   Dal momento che i paesi della zona euro non hanno più a disposizione lo strumento delle variazioni dei tassi di cambio, la variazione della competitività relativa - con un livello di prezzi più alto rispetto ad altri paesi va cercata nei «tassi di cambio reali». Se un'area monetaria presenta andamenti salariali e di produttività divergenti, vi sono solo due rimedi: modificare i salari relativi tra i paesi o aumentare, grazie agli investimenti, il livello di produttività dei paesi che registrano risultati meno positivi su questo fronte. Sarebbe assurdo, infatti, chiedere ai paesi con un buon indice di produttività di arrestare tale crescita.

3.3.6   Una conclusione che si può trarre dalla crisi della primavera 2010 è che ad Eurostat dovrebbe essere affidato il compito di verificare i dati degli istituti statistici degli Stati membri. Poter disporre di statistiche corrette e accurate avrà un'importanza ancora maggiore se i dati relativi alla bilancia delle partite correnti e all'andamento dei salari e della produttività serviranno da punto di partenza per un nuovo dibattito politico in ambito europeo.

3.3.7   Il CESE propone di integrare gli obiettivi relativi all'equilibrio di bilancio e al debito pubblico con un terzo obiettivo relativo alla bilancia delle partite correnti. Tuttavia, è impossibile ricorrere a un dato unico in questo caso, poiché a una situazione positiva delle partite correnti di alcuni paesi corrisponde sempre una situazione negativa in altri paesi. Le difficoltà sorgono quando il divario è troppo ampio o si verifica in un arco temporale troppo ristretto o, ancora, quando i capitali importati non vengono impiegati per realizzare investimenti produttivi.

3.3.8   Il CESE propone quindi che la Commissione svolga una verifica delle bilance delle partite correnti degli Stati membri, analogamente a quanto già avviene con il monitoraggio del disavanzo e del debito pubblici. Oggi anche la Commissione fa sua questa ipotesi di lavoro negli indirizzi di massima per le politiche economiche e in un documento sul consolidamento della ripresa economica. Inoltre, queste questioni sono attualmente oggetto di discussione in seno alla task force sulla governance economica guidata dal Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy.

3.3.9   Il CESE intende rafforzare ulteriormente il contenuto delle proposte citate. Il nuovo obiettivo relativo alla bilancia delle partite correnti dovrebbe avere lo stesso rilievo assegnato ai due obiettivi già previsti dal patto di stabilità e di crescita. La Commissione dovrebbe quindi svolgere un controllo delle bilance delle partite correnti e una valutazione degli indicatori sottostanti (ossia gli andamenti dei salari e della produttività) in tutti i 27 Stati membri, con maggiori poteri di adottare provvedimenti in caso di mancato rispetto dell'obiettivo - secondo il metodo già in uso per il disavanzo e il debito pubblici - nei confronti dei paesi che appartengono alla zona euro. L'iniziativa a livello delle istituzioni UE dovrebbe limitarsi a stabilire degli orientamenti per la riforma delle politiche e non riguardare la loro attuazione concreta, che, in base al principio di sussidiarietà, rimane di competenza degli Stati membri. Una semplice modifica dei regolamenti che disciplinano il patto di stabilità e di crescita consentirebbe all'economia reale o, per meglio dire, agli aspetti macroeconomici di trovare spazio nel patto stesso.

3.3.10   La crisi ha dimostrato che occorre approfondire ulteriormente anche altri aspetti del patto di stabilità e di crescita. Oltre alla pubblicazione delle statistiche normalmente richieste dal patto, dovrebbero essere divulgati i dati statistici sul credito ai privati e sulla quota del debito pubblico degli Stati membri detenuta da soggetti esteri. La pubblicazione di queste nuove statistiche potrebbe servire sia da «sistema di preallarme» che come strumento di pressione nei confronti degli Stati membri che versano in una difficile situazione economica.

3.4   Altri settori chiave per il rilancio dell'economia europea

3.4.1   Sostegno finanziario pubblico e regolamentazione finanziaria

3.4.1.1   Per impedire che la crisi avesse ripercussioni catastrofiche su interi settori dell'economia europea - e in primo luogo sull'industria automobilistica - sono stati accordati ingenti finanziamenti pubblici. Considerato il contesto, le norme dell'UE in materia di aiuti di Stato non sono state applicate, come di regola sarebbe dovuto avvenire, all'erogazione di questo sostegno.

3.4.1.2   Aiuti di consistenza davvero eccezionale sono stati concessi al settore finanziario e in qualche paese dell'UE, così come negli Stati Uniti, alcune banche sono state in parte nazionalizzate. Certamente questa politica registrerà prima o poi un cambio di rotta, che richiederà però qualche anno, dal momento che anche nel lungo periodo un fattore di efficienza delle politiche finanziarie degli Stati membri potrebbe consistere nel mantenere parzialmente pubblico il capitale bancario affinché le autorità pubbliche possano mantenere un qualche controllo sugli sviluppi nel settore degli istituti di credito.

3.4.1.3   Durante la crisi che ha coinvolto la Grecia alcuni operatori del settore finanziario, dopo che quest'ultimo aveva ricevuto un sostegno senza precedenti da parte dei bilanci pubblici, hanno partecipato ad attacchi speculativi mirati al mercato delle obbligazioni di Stato all'interno della zona euro. Si è trattato di un tentativo del mercato finanziario di sottrarre alla sfera politica il potere decisionale, potere che i politici, a conclusione di una gravissima crisi, sono però riusciti a riprendere in mano. La critica che si può muovere al mondo politico è di non aver preso alcun provvedimento fino all'insorgere di una recessione di vaste proporzioni, dando prova di inerzia sia di fronte alla crisi finanziaria sia durante la tempesta che ha agitato il mercato delle obbligazioni di Stato. Questo dimostra che le proposte di regolamentazione e di vigilanza del settore finanziario che sono state avanzate non sono sufficienti. Sono necessarie misure di regolamentazione e di vigilanza più efficaci per modificare il comportamento degli istituti finanziari e trovare nuove modalità di finanziamento del debito pubblico.

3.4.2   Un'economia più rispettosa delle preoccupazioni ambientali

A lungo termine, gli investimenti dovranno concentrarsi sulla tutela dell'ambiente e le misure di lotta al cambiamento climatico. È opportuno avviare fin da ora il processo che porterà a una nuova composizione del portafoglio di investimenti. Secondo la Commissione, diversi segnali portano a credere che i nostri concorrenti internazionali siano già avviati lungo questa strada. Modificare il mix di investimenti è di vitale importanza, non solo per ragioni ambientali, ma anche per la competitività globale dell'Europa. La scomparsa di determinati posti di lavoro sarà compensata dalla creazione di nuova occupazione. In questo modo, alla sostenibilità sul piano economico potrà accompagnarsi la sostenibilità sul piano sociale e ambientale. Sulla scia delle proposte formulate dalla Commissione negli indirizzi di massima per le politiche economiche, anche il CESE ritiene che la fiscalità possa essere la leva su cui agire per fare in modo che il mercato riduca le emissioni nocive.

3.4.3   Infrastrutture ed energia

In un periodo in cui gli investimenti realizzati dalle imprese scarseggiano, è necessario che il settore pubblico supplisca con investimenti propri, necessari sia per stimolare la crescita che per soddisfare il forte fabbisogno di investimenti in infrastrutture ed energia. Il fatto che le banche siano ben poco disposte ad assumersi dei rischi erogando crediti alle imprese costituisce un elemento di novità, che crea difficoltà soprattutto alle PMI. Nella maggior parte dei paesi il tasso di interesse sulle obbligazioni di Stato è ancora vantaggioso, il che - malgrado le turbolenze che attualmente si registrano su questo mercato - favorisce gli investimenti pubblici. In base al patto di stabilità e di crescita riveduto, gli investimenti non vanno inclusi nel calcolo del disavanzo eccessivo.

3.4.4   Politiche attive del mercato del lavoro

Le politiche rivolte al mercato del lavoro devono essere attive e non limitarsi a fornire un sostegno economico ai disoccupati. Numerosi programmi di vario tipo sono stati messi in campo per riqualificare sia questi ultimi sia i lavoratori in attività. L'obiettivo di conseguire una «istruzione per tutti», inserito nel programma di lavoro del trio delle presidenze di turno dell'UE (Spagna, Belgio e Ungheria), appare incoraggiante. Una politica inclusiva non consiste soltanto nell'offrire ai cittadini l'opportunità di un posto di lavoro, ma anche nel promuoverne una più fattiva partecipazione in seno alla società.

3.4.4.1   Prefiggersi l'obiettivo di aumentare il tasso di occupazione, come prevede la strategia Europa 2020, non è sufficiente. Per migliorare il tasso di occupazione occorre infatti mettere in campo alcune politiche fondamentali:

tra queste, politiche di sviluppo delle competenze, di cui l'apprendimento permanente è una componente indispensabile. Un problema di rilievo è decidere chi deve pagare: la società, i datori di lavoro o i lavoratori? Tutti e tre questi soggetti devono, in qualche modo, partecipare al finanziamento delle attività di formazione,

la base di partenza è costituita dal grado di istruzione generale dei cittadini europei: l'UE deve innalzare il livello complessivo delle conoscenze,

misure ovvie volte a incrementare il tasso di occupazione consistono nello sviluppo di servizi di assistenza all'infanzia di qualità elevata e a prezzo ragionevole, unitamente alla possibilità di usufruire di congedi parentali di durata sufficiente e adeguatamente retribuiti per offrire un vero incentivo ad avere figli,

gli ostacoli che possono impedire di candidarsi per un posto di lavoro sono molteplici. Nel tentativo di incrementare il tasso di attività della popolazione, può rivelarsi necessario adottare una politica ad hoc per ciascuno svantaggio specifico.

3.4.5   Politiche sociali

3.4.5.1   In una relazione sulla protezione e l'inclusione sociali (10), la Commissione riconosce il ruolo di primo piano che hanno svolto i sistemi di welfare nell'attenuare gli effetti della crisi sul piano socioeconomico. Secondo le stime, la spesa sociale durante la crisi attuale dovrebbe aver registrato un aumento, passando dal 28 al 31 % del PIL degli Stati membri. Quando sarà possibile ridurre la spesa destinata alle indennità di disoccupazione, le stesse risorse pubbliche dovrebbero essere riorientate verso politiche a favore della famiglia e dello sviluppo di competenze. È questo un valido esempio di come una strategia di uscita possa diventare una strategia di entrata.

3.4.5.2   A giudizio della Commissione, i cittadini europei dovrebbero disporre di un adeguato sostegno al reddito, di accesso al mercato del lavoro e di servizi sociali di qualità. L'azione delle istituzioni UE sulle questioni sociali può soltanto integrare, in modesta misura, le politiche sociali attuate a livello nazionale. L'UE ha messo in campo tutta una serie di strumenti destinati a incoraggiare gli Stati membri all'apprendimento reciproco: analisi comparata (bench-marking), valutazione inter pares (peer review), metodo di coordinamento aperto, ecc. Nessuno di questi metodi ha dato però i risultati auspicati. Se è vero che le istituzioni europee non possono obbligare gli Stati membri a imitare gli esempi di buone pratiche, «segnare a dito» esplicitamente i paesi meno virtuosi potrebbe però rivelarsi utile affinché l'opinione pubblica si renda conto della grande disparità tra le politiche sociali applicate nell'Unione.

3.4.5.3   Le misure di austerità devono essere attentamente calibrate: non possiamo permettere che i sistemi di protezione sociale vengano sacrificati sull'altare dell'equilibrio di bilancio. La crisi ha portato allo scoperto le carenze che ancora ostacolano il buon funzionamento dei sistemi sociali. L'organizzazione di tali sistemi deve offrire maggiore protezione sociale e posti di lavoro; al tempo stesso, occorre delineare per questi sistemi un quadro ben preciso, che tenga conto dei limiti consentiti dalle risorse finanziarie.

3.4.6   Nuove fonti di reddito  (11)

3.4.6.1   In un parere sulla strategia post Lisbona il CESE ha indicato quale nuova fonte di entrate pubbliche l'imposizione fiscale sulle operazioni finanziarie e sulle emissioni di biossido di carbonio: queste due tasse sarebbero doppiamente vantaggiose (cosiddetto «doppio dividendo»), poiché, oltre a incrementare entrambe il gettito fiscale, consentirebbero, la prima, di contrastare la logica del breve termine prevalente sul mercato finanziario e, la seconda, di migliorare l'ambiente. Nuove fonti di finanziamento sono oggi necessarie per ridurre i disavanzi di bilancio di vaste proporzioni degli Stati membri. È preferibile introdurre nuove tasse sulle operazioni finanziarie e sulle emissioni di biossido di carbonio piuttosto che aumentare altri tipi di imposizione, ad esempio il prelievo fiscale sui redditi da lavoro o l'IVA: simili aumenti avrebbero infatti come conseguenza una diminuzione della domanda globale, il che non è certo auspicabile nell'attuale contesto di recessione.

3.4.6.2   Tra gli altri nuovi metodi di finanziamento pubblico si possono citare le eurobbligazioni (Eurobonds), uno strumento capace di rifornire di nuovo capitale il settore pubblico senza dover dipendere interamente dal settore finanziario privato. Le eurobbligazioni sarebbero un catalizzatore diretto di risorse finanziarie, poiché attirerebbero, ad esempio, i fondi pensione desiderosi di realizzare investimenti finanziari a lungo termine. Si può inoltre valutare la possibilità di offrire ai risparmiatori privati investimenti finanziari a lungo termine presso la Banca europea per gli investimenti (BEI) per trovare nuove fonti di finanziamento per la Banca stessa. La Banca diventerebbe così un'interfaccia tra queste nuove risorse di capitale e i suoi investimenti. Il risparmio a lungo termine servirebbe quindi per realizzare investimenti pubblici di lungo periodo, ad esempio in infrastrutture. Le eurobbligazioni costituiscono un «concetto», ma esso andrebbe esteso a tutti gli Stati membri dell'Unione europea. Anche in questo caso si avrebbe infatti un doppio vantaggio, poiché, oltretutto, si ridurrebbe il margine per operazioni speculative sul mercato finanziario contro il debito pubblico degli Stati.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  Delineato sulla base dei documenti della Commissione Progress report on the implementation of the European Economic Recovery Plan (Relazione sullo stato di avanzamento del piano europeo di ripresa economica) e Interim forecast February 2010 (Previsioni intermedie, febbraio 2010) (NdT: documenti non disponibili in italiano).

(2)  Cfr. Tassa sulle operazioni finanziarie.

(3)  Centre for European Policy Studies (CEPS - Centro europeo di studi politici), n. 202 del febbraio 2010.

(4)  OCSE: Pensions at a glance, 2009 (trad. italiana dell'OCSE: Uno sguardo sulle pensioni - I sistemi pensionistici nei paesi dell'OCSE, edizione 2009).

(5)  COM(2010) 2020 definitivo, punto 4.1.

(6)  ILO/OIL: Global Wage Report - 2009 Update (Relazione mondiale sui salari - Aggiornamento 2009), novembre 2009.

(7)  Eurostat, Euroindicatori 61/2010, 30 aprile 2010.

(8)  Le percentuali riportate si basano sui dati di Eurostat. Le variazioni da uno Stato membro all'altro sono sorprendentemente pronunciate, ad esempio tra il 46 % della Svezia e il 75 % della Grecia. Se è vero che la maggior parte dei paesi hanno registrato una leggera riduzione della quota del PIL rappresentata dai consumi privati, in alcuni casi il calo è stato nettissimo. È difficile, ad esempio, spiegare la diminuzione dal 72 % al 60 % constatata nel Regno Unito nell'arco di otto anni.

(9)  Crisis in the euro area and how to deal with it. Centre for European Policy Studies (CEPS - Centro europeo di studi politici), febbraio 2010.

(10)  Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni - Proposta di relazione congiunta per il 2010 sulla protezione e sull'inclusione sociale, COM(2010) 25 definitivo.

(11)  Cfr. i pareri del CESE sul tema Tassa sulle operazioni finanziarie e sul tema Le implicazioni della crisi del debito pubblico per la governance dell'UE.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/65


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Verso un vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile nel 2012» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/12

Relatore: OSBORN

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 18 febbraio 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere di iniziativa sul tema:

Verso un vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile nel 2012.

La sezione specializzata Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente, incaricata di preparare i lavori in materia, ha formulato il proprio parere in data 31 agosto 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 116 voti favorevoli, un voto contrario e 7 astensioni.

1.   Sintesi e raccomandazioni

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE), nella sua qualità di portavoce della società civile dell'UE, raccomanda alle istituzioni competenti dell'Unione di svolgere un ruolo di primo piano nei preparativi del nuovo vertice dell'ONU sullo sviluppo sostenibile, che si terrà a Rio de Janeiro nel 2012.

1.2

L'UE dovrebbe propugnare con forza un programma ambizioso per questo nuovo vertice, tale da imprimere nuovo slancio e nuovo vigore all'agenda per lo sviluppo sostenibile in tutto il mondo, sia presso i governi che nella società civile in genere.

1.3

Il nuovo vertice di Rio dovrebbe ritrovare lo spirito del precedente (1992) e farne rivivere i principi, nonché rilanciare quelli dell'Agenda 21, in quanto strumenti per coinvolgere soggetti di ogni tipo e condurre il mondo sulla strada di uno sviluppo più sostenibile.

1.4

Il nuovo vertice dovrebbe inoltre offrire un punto di riferimento e un termine preciso per intraprendere e portare a compimento i prossimi passi avanti nell'ambito degli attuali negoziati sui cambiamenti climatici e la biodiversità, per concludere i negoziati in corso sul mercurio e per avviarne di nuovi volti a integrare la sostenibilità nella governance delle imprese e nel mandato dei governi regionali e locali.

1.5

Il vertice dovrebbe altresì riconoscere e appoggiare la Carta della Terra in quanto fonte di ispirazione per l'impegno e l'azione degli uomini e delle organizzazioni di ogni parte del mondo.

1.6

L'UE dovrebbe utilizzare il vertice per infondere nuova vita nei propri processi e nelle proprie strutture, così da compiere passi avanti in tema di sviluppo sostenibile, e nel contempo per sollecitare un analogo rilancio delle attività svolte in questo campo nel resto del mondo. In particolare, il Comitato raccomanda vivamente alle istituzioni dell'Unione di:

definire e attuare diversi aspetti dell'economia «verde» in Europa, nonché creare e finanziare nuovi canali di assistenza finanziaria e trasferimento di tecnologie e know-how per aiutare i paesi in via di sviluppo a effettuare la transizione verso la sostenibilità,

rafforzare diversi aspetti della governance dello sviluppo sostenibile in Europa, e

coinvolgere la società civile di tutta Europa affinché contribuisca al processo di Rio 2012 rinnovando la visione di Rio 1992 e il sostegno politico e popolare che l'ha accompagnata.

1.7

Per rendere l'economia ancora più «verde», nei prossimi 12 mesi l'Unione europea dovrebbe:

riesaminare e rafforzare la sua strategia per lo sviluppo sostenibile, integrandone gli obiettivi chiave nell'attuazione della strategia Europa 2020, nonché elaborare proposte parallele da avanzare al vertice nell'ambito dei negoziati per la creazione di un quadro internazionale più solido e marcato per la promozione e il coordinamento delle strategie nazionali in tema di sostenibilità,

completare il lavoro in corso per misurare meglio i passi avanti della sostenibilità e incorporarli espressamente nel quadro di monitoraggio principale della strategia Europa 2020, nonché elaborare proposte parallele da avanzare al vertice nell'ambito dei negoziati per stilare ed osservare una tabella di marcia internazionale più compatta e coerente per la misurazione e il monitoraggio dei progressi in materia di sviluppo sostenibile,

completare gli studi che da tempo conduce sul consumo e sulla produzione sostenibili, integrarne le conclusioni negli obiettivi dell'iniziativa faro della strategia Europa 2020 intitolata Un'Europa efficiente sotto il profilo delle risorse, ed elaborare proposte parallele da presentare al vertice nell'ambito dei negoziati,

raccogliere e sintetizzare le diverse esperienze europee in materia di «ecologizzazione» degli strumenti fiscali e di bilancio (compresi la fissazione del prezzo del carbonio e lo scambio delle quote di emissione di CO2) e integrarle in una nuova iniziativa paneuropea in tema di fiscalità «verde», nonché elaborare proposte parallele per l'adozione, da parte dell'ONU, di orientamenti o quadri di riferimento in questo campo,

raccogliere e sintetizzare le diverse esperienze europee in materia di dimensione sociale dello sviluppo sostenibile, compresi il margine esistente per la creazione di nuovi posti di lavoro «verdi» che compensino in parte quelli perduti a causa della crisi e gli strumenti utilizzabili per ridurre le diseguaglianze, nonché presentare tali esperienze al vertice nell'ambito dei colloqui in materia di aspetti sociali dell'economia «verde»,

stabilire meccanismi efficaci per promuovere lo sviluppo sostenibile nei paesi in via di sviluppo e offrire loro un adeguato sostegno finanziario e tecnico.

1.8

Per rafforzare la governance per lo sviluppo sostenibile, l'UE dovrebbe:

appoggiare il potenziamento del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (PNUA) e della Commissione per lo sviluppo sostenibile (CSS),

caldeggiare l'inclusione dello sviluppo sostenibile nel mandato della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale (FMI), dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e degli altri organismi internazionali pertinenti,

promuovere il rafforzamento delle strategie nazionali per lo sviluppo sostenibile e dei sistemi nazionali di elaborazione, attuazione e monitoraggio di tali strategie, nonché di meccanismi come la strategia dell'UE per lo sviluppo sostenibile, per rafforzare e armonizzare questa attività a livello sovranazionale, sia in Europa che nelle sedi negoziali internazionali,

promuovere il potenziamento delle strategie di sviluppo sostenibile regionali e locali e i relativi meccanismi di attuazione, sia in Europa che nelle sedi negoziali internazionali,

promuovere l'inclusione dello sviluppo sostenibile nelle norme e negli orientamenti in materia di governance delle imprese, sia in Europa che nelle sedi negoziali internazionali.

1.9

Per garantire il pieno coinvolgimento e la partecipazione della società civile, l'UE dovrebbe:

caldeggiare la piena partecipazione dei soggetti interessati al processo in sede ONU,

lavorare insieme con il CESE e gli altri organi di rappresentanza della società civile organizzata per assicurarsi del pieno coinvolgimento della società civile nei processi preparatori a livello europeo e dei singoli Stati membri,

sostenere processi preparatori indipendenti in settori specifici della società civile - imprese, sindacati, ONG, comunità scientifiche e accademiche, agricoltori, organizzazioni femminili, giovani, ecc. - sia in ambito europeo che in sede di negoziati internazionali.

2.   Introduzione e contesto

2.1

Con risoluzione del 24 dicembre 2009 l'Assemblea generale dell'ONU ha deciso di tenere nel 2012 una conferenza dell'ONU sullo sviluppo sostenibile (UN Conference on Sustainable Development - UNCSD). L'UNCSD 2012 si svolgerà a Rio de Janeiro 40 anni dopo la conferenza dell'ONU sull'ambiente umano svoltasi a Stoccolma, 20 anni dopo la conferenza dell'ONU sull'ambiente e sullo sviluppo (Environment and Development - UNCED) svoltasi a Rio e 10 anni dopo il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile (World Summit on Sustainable Development - WSSD) svoltosi a Johannesburg.

2.2

Secondo la risoluzione dell'Assemblea generale, l'UNCSD 2012 perseguirà tre obiettivi e verterà su due temi principali. Gli obiettivi saranno:

garantire un rinnovato impegno politico per lo sviluppo sostenibile,

valutare i progressi finora compiuti e le lacune ancora esistenti nell'attuazione delle conclusioni dei principali vertici sullo sviluppo sostenibile,

affrontare le nuove sfide che si profilano,

e i due temi principali saranno:

un'economia «verde» (green economy) nel contesto dello sviluppo sostenibile e dell'eradicazione della povertà,

il quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile.

2.3

Il CESE accoglie con favore questa iniziativa. Negli ultimi anni lo slancio globale per tale sviluppo si è chiaramente smorzato ed è ora necessario un nuovo impulso per rinvigorire l'agenda per lo sviluppo sostenibile. In Europa lo sviluppo sostenibile continua a compiere progressi in quanto quadro complessivo per l'elaborazione delle politiche, ma negli ultimi anni è stato messo in ombra dagli effetti della crisi economica e dalla necessità di concentrarsi sulla ripresa. Il nuovo vertice di Rio potrebbe offrire l'opportunità di riportare lo sviluppo sostenibile nella posizione che gli spetta in quanto motore fondamentale per l'UE e i suoi Stati membri.

2.4

Prima del vertice, il comitato preparatorio (PrepCom) si sarà riunito tre volte. La prima riunione si è già svolta dal 17 al 19 maggio 2010, mentre le altre si terranno rispettivamente nel 2011 e nel 2012.

La prima riunione del PrepCom ha elaborato procedure, processi e calendari dei lavori per la conferenza e ha tenuto discussioni preliminari sui suddetti temi principali. In essa si è concordato che il segretariato dell'ONU chieda il contributo degli Stati membri, degli organismi internazionali pertinenti e dei principali gruppi di interesse («Gruppi principali» o Major Groups – MG) su un ristretto numero di questioni specifiche.

2.5

La società civile è stata rappresentata nel PrepCom dai 9 MG riconosciuti dall'ONU, ai quali è anche stato chiesto di effettuare preparativi e di apportare il loro contributo per le fasi ulteriori del processo preparatorio e per la conferenza stessa. Diversi MG hanno dichiarato di voler cogliere l'opportunità del processo UNCSD 2012 per effettuare le proprie valutazioni sui progressi dello sviluppo sostenibile nei rispettivi settori di attività. Nel corso del processo UNCSD 2012 essi desiderano richiamare l'attenzione su risultati, opportunità e sfide, ottenere un maggiore riconoscimento e sostegno da parte dei governi e infine rivolgere a questi ultimi raccomandazioni circa la configurazione e gli obiettivi dei negoziati ufficiali.

2.6

L'Unione europea ha contribuito attivamente a elaborare, nella prima riunione del PrepCom, un'agenda concreta e gestibile per i lavori del vertice, ed è tuttora impegnata nel proprio processo di preparazione al vertice insieme agli Stati membri. Il CESE è stato lieto di partecipare, per conto della società civile, a quella prima riunione in quanto membro della delegazione dell'UE, e intende continuare a svolgere un ruolo attivo in questo processo, innanzi tutto con l'elaborazione di questo primo parere e poi nei lavori futuri via via che i preparativi si fanno più serrati (cfr. il punto 7.2).

3.   La visione e i livelli di ambizione

3.1

Il vertice di Rio del 1992 ha fatto registrare un elevato livello di ambizioni e di risultati, ed è riuscito a suscitare in tutto il mondo sostegno e azioni a favore dello sviluppo sostenibile. Tutto ciò è stato possibile coniugando un programma sostanzioso e concreto con una visione convincente e ispirata che ha animato il sostegno popolare e la volontà politica.

3.2

La sfida della sostenibilità è urgente come sempre, anzi, per molti aspetti, è più pressante che mai. Tuttavia, il grado di energia e di ambizione dei governi presenti alla prima riunione del PrepCom è in generale stato deludente. Molti di loro sono sembrati più ansiosi di scoraggiare aspettative eccessive che di rafforzare la determinazione a realizzare cambiamenti positivi.

3.3

La società civile è più ambiziosa. Esponenti di molte categorie diverse da essa si sono attivati già alla prima riunione del PrepCom, esortando i delegati ufficiali a formulare proposte concrete ed avviando, parallelamente a quello ufficiale, dei propri processi di preparazione alla Conferenza del 2012. Per quanto riguarda l'Europa, il CESE è convinto che gli esponenti di molte categorie della società civile abbiano la volontà e la capacità di innalzare il profilo del processo di Rio 2012 e di esercitare pressioni affinché esso produca risultati positivi. Il Comitato esorta le istituzioni europee e gli Stati membri a sfruttare appieno il loro potenziale e a dar vita ad un processo pluralistico, aperto ed ambizioso al fine di trarre il massimo vantaggio possibile dall'esperienza delle diverse parti interessate.

3.4

Se ai negoziatori impegnati sui temi dei cambiamenti climatici e della biodiversità si potesse assegnare l'obiettivo di raggiungere accordi sostanziali in tempo utile per farli approvare dai leader mondiali all'UNCSD 2012, detta concomitanza potrebbe rivelarsi vantaggiosa per entrambi questi processi. Un'analoga combinazione di obiettivi ha del resto già funzionato egregiamente per accelerare l'avanzamento dei negoziati nei due anni di preparazione all'UNCED 1992. L'UNCSD 2012 potrebbe fissare una scadenza per far giungere i negoziati sui cambiamenti climatici e sulla biodiversità a un ulteriore passo avanti di grande rilievo.

3.5

L'opportunità offerta dal nuovo vertice di Rio potrebbe essere sfruttata anche per accelerare le decisioni nei negoziati in corso sul mercurio e in quelli sul Programma cooperativo dell'ONU per la riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale nei paesi in via di sviluppo (Reduction Emissions from Deforestation and Forest Degradation - REDD). Potrebbe inoltre costituire l'occasione per il lancio di nuovi negoziati volti a integrare la sostenibilità nella governance delle imprese (cfr. il punto 6.8) e nell'azione pubblica a livello locale (cfr. il punto 6.9).

3.6

L'UNCED 1992 ha generato una visione nuova e ispirata di un futuro armonioso per il pianeta, espressa nel nuovo concetto dello sviluppo sostenibile. È ora necessario esprimere in modo nuovo questa visione affinché essa animi il vertice di Rio 2012. A tal fine il CESE raccomanda di focalizzare l'attenzione sulla Carta della Terra e di cogliere l'occasione del vertice di Rio 2012 per attribuire (come già fatto dall'Unesco) un riconoscimento formale a questo documento, che costituisce un'indubbia fonte di ispirazione. Negli ultimi anni la Carta della Terra ha riscosso consensi sempre più ampi a livello mondiale; la sua adozione da parte dell'intera Organizzazione delle Nazioni Unite rafforzerebbe la sua influenza in ogni parte del pianeta e contribuirebbe a riaccendere quello spirito costruttivo e ambizioso che ha animato il mondo nel 1992.

4.   Lo stato dell'attuazione e le lacune ancora esistenti

4.1

Nella sua prima riunione, il PrepCom ha osservato che l'attuazione degli obiettivi della conferenza di Stoccolma del 1972 e dei vertici del 1992 e del 2002 sullo sviluppo sostenibile è stata incompleta e disomogenea. Malgrado i risultati raggiunti, perlopiù in materia di crescita del reddito e riduzione della povertà, di miglioramento dell'accesso all'istruzione e dell'assistenza sanitaria, principalmente nei paesi con economie emergenti, restano ancora da affrontare sfide di grande portata.

4.2

Permangono infatti delle lacune nell'attuazione degli obiettivi di eradicazione della povertà, sicurezza alimentare, diseguaglianza di reddito, conservazione della biodiversità, lotta contro i cambiamenti climatici, riduzione della pressione su ecosistemi e stock ittici o accesso ad acqua pulita e servizi igienici, nonché di piena partecipazione delle donne all'attuazione degli obiettivi concordati a livello internazionale. Tutto ciò rispecchia un approccio frammentario alla realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Dall'UNCED ad oggi non sono stati apportati cambiamenti di rilievo nei modelli di consumo e produzione, benché, per realizzare gli obiettivi globali di sviluppo sostenibile, fosse indispensabile trasformare radicalmente tali modelli.

4.3

Gli sforzi tesi a conseguire detti obiettivi, compresi gli obiettivi di sviluppo del Millennio (OSM), sono stati ulteriormente ostacolati dalle recenti crisi finanziarie ed economiche, che hanno influito negativamente sulla performance economica, eroso le conquiste faticosamente raggiunte e fatto aumentare il numero delle persone che vivono in condizioni di estrema povertà.

4.4

Negli ultimi 20 anni, in Europa così come nel resto del mondo sviluppato sono stati compiuti passi avanti riguardo a taluni obiettivi ambientali, ma riguardo alle questioni cruciali del consumo di risorse e delle emissioni di CO2 vi è ancora molto da fare, mentre l'impronta di carbonio dell'UE sul resto del pianeta, in termini di esaurimento delle risorse ed esportazione dell'inquinamento, continua a situarsi a livelli insostenibili. Sul piano sociale, i livelli di disoccupazione e le crescenti diseguaglianze tra le comunità e all'interno di ciascuna di esse denotano anch'essi il ricorso a modelli insostenibili.

4.5

Per quanto attiene alla sostenibilità, il PrepCom non ha rilevato alcun problema del tutto nuovo, ma ha osservato che molti dei problemi già rilevati nel corso dell'UNCED 1992 stanno facendosi più acuti, come evidenziato dalle recenti e non ancora superate crisi finanziaria ed economica, energetica, idrica ed alimentare. Altri problemi, quali i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità, si stanno anch'essi rivelando più immediati e più gravi di quanto si pensasse in precedenza. A tutti gli altri fattori di pressione si somma poi la continua crescita della popolazione mondiale.

4.6

Nei paesi in via di sviluppo sta delineandosi una distinzione tra le economie emergenti, la cui rapida crescita pone una pressione sempre maggiore sulle risorse mondiali e sui livelli d'inquinamento, e i paesi meno sviluppati, in cui povertà e degrado ambientale continuano a rappresentare fattori di rischio cruciali per la sostenibilità. Salvo qualche eccezione, i paesi sviluppati sono ancora lontani dal garantire i livelli di aiuto pubblico allo sviluppo (official development assistance - ODA) da loro frequentemente promessi per aiutare i paesi in via di sviluppo a progredire in maniera più sostenibile.

4.7

A fronte di tutte queste sfide, il compito specifico che si profila per l'UE è quello di trovare i modi di migliorare la sostenibilità delle nostre economie e di mobilitare un sostegno finanziario e tecnico sufficiente per aiutare i paesi in via di sviluppo, e in particolare i meno sviluppati, a rispondere in modo più efficace alle sfide che sono chiamati ad affrontare in materia di sviluppo sostenibile. L'UE dovrebbe utilizzare il vertice di Rio per infondere nuova vita nei propri processi e nelle proprie strutture e compiere così dei passi avanti su tali questioni. In particolare, il Comitato raccomanda vivamente alle istituzioni dell'Unione di:

definire e attuare diversi aspetti dell'economia «verde» in Europa, e creare e finanziare nuovi canali di assistenza finanziaria e trasferimento di tecnologie e know-how per aiutare i paesi in via di sviluppo a effettuare la transizione verso la sostenibilità (sezione 5),

rafforzare diversi aspetti della governance dello sviluppo sostenibile in Europa (sezione 6),

coinvolgere la società civile di tutta Europa affinché contribuisca al processo di Rio 2012 rinnovando la visione di Rio 1992 e il sostegno politico e popolare che l'ha accompagnata (sezione 7).

5.   Un'economia «verde» nel quadro dello sviluppo sostenibile e dell'eradicazione della povertà

5.1

L'economia «verde» sarà uno dei temi principali della conferenza di Rio 2012. Sul concetto di «economia verde» esistono ancora molteplici punti di vista, ma tutti concordano sul fatto che debba essere concepito nel quadro dello sviluppo sostenibile. L'economia verde, o il processo di rendere «verde» l'economia, si può intendere come uno degli strumenti decisivi per tracciare un percorso verso un modello futuro di sviluppo maggiormente sostenibile.

5.2

Promuovendo una maggiore efficienza nell'uso delle risorse naturali e dell'energia nonché l'impiego di nuove tecnologie per l'energia pulita e una produzione più rispettosa dell'ambiente, l'economia verde può creare nuove opportunità di crescita economica e nuova occupazione. Sarà necessario instaurare quadri politici nazionali appropriati per guidare la transizione verso l'economia verde, promuovere modelli di consumo e produzione sostenibili e portare l'attività economica entro le capacità di carico degli ecosistemi.

5.3

Per essere sostenibili, lo sviluppo e il cambiamento devono rispettare i limiti naturali e proteggere le risorse naturali e il patrimonio culturale. Sviluppo sostenibile, tuttavia, non significa stagnazione: al contrario, esso implica un cambiamento e uno sviluppo continui. Per fare un esempio, nel campo dell'energia nei prossimi 40 anni sarà necessario un enorme cambiamento nei metodi di produzione e consumo energetici, come illustrato dal recente rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia sugli scenari tecnologici per il 2050. Per fare un altro esempio, nel settore chimico si è già fatto molto per trasformare i modelli di produzione in direzione di una maggiore efficienza e sostenibilità e per far sì che tale trasformazione si risolva in un vantaggio commerciale.

5.4

Gli strumenti di politica cui si potrebbe far ricorso nel quadro dell'economia verde possono ricondursi ad alcune categorie:

adeguamento dei prezzi (in modo che riflettano i costi),

politiche in materia di appalti pubblici,

riforme fiscali «ecologiche» (ecotassazione),

investimenti pubblici in infrastrutture sostenibili,

sostegno pubblico mirato alla R&S nelle tecnologie rispettose dell'ambiente,

politiche sociali intese a riconciliare gli obiettivi sociali con le politiche economiche.

5.5

A livello globale l'ONU ha già avviato alcune iniziative in questo campo, delle quali l'UNCSD 2012 potrebbe far tesoro. In particolare l'iniziativa Green Economy del PNUA mira ad aiutare i governi a ridefinire e riorientare le politiche, gli investimenti e gli interventi finanziari verso una serie di settori quali le tecnologie pulite, le energie rinnovabili, i servizi idrici, i trasporti «verdi», la gestione dei rifiuti, l'edilizia «ecologica» e l'agricoltura e la silvicoltura sostenibili. L'Economia degli ecosistemi e della biodiversità e il Nuovo corso verde globale sono progetti chiave di tale iniziativa.

5.6

Attualmente i paesi in via di sviluppo contribuiscono in misura prevalente al problema dei cambiamenti climatici producendo livelli più elevati di emissioni pro capite di gas a effetto serra. Sono quindi soprattutto questi paesi a dover affrontare l'immane sfida di trasformare il loro attuale modello economico in uno che produca minori emissioni di carbonio. Nel contempo, però, essi hanno il vantaggio di disporre delle tecnologie avanzate e delle risorse di capitali necessarie per guidare tale transizione, a patto che si pongano tempestivamente all'opera per vincere questa sfida.

5.7

Tra i paesi in via di sviluppo serpeggia una certa preoccupazione che l'«economia verde» sia un concetto «del Nord del mondo» che potrebbe di fatto rallentare il loro processo di sviluppo e fungere da pretesto per politiche protezionistiche. Sarà quindi di cruciale importanza dimostrare come questi paesi trarranno vantaggio dall'economia verde e come quest'ultima contribuirà a condurli verso lo sviluppo. In proposito, un aspetto essenziale sarà costituito dalla serietà con cui i paesi sviluppati terranno fede al loro impegno a sostenere l'economia verde nei paesi in via di sviluppo.

5.8

Per garantire un risultato significativo in termini di ecologizzazione dell'economia globale entro il 2012, i paesi sviluppati dovranno dimostrare sia di star mettendo in pratica questo tipo di approccio nelle rispettive economie sia di esser pronti a offrire un aiuto concreto, in termini di risorse finanziarie, trasferimento di tecnologie e capacity building, ai paesi in via di sviluppo.

5.9

L'UE ha già compiuto alcuni progressi in direzione dell'ecologizzazione dell'economia, ma ciò non è ancora abbastanza. Secondo il CESE, infatti, non sarebbe sufficiente che a Rio 2012 l'UE si limitasse a basarsi sui modesti passi avanti da essa compiuti nell'ultimo ventennio e sui diversi elementi della strategia Europa 2020 che vanno in direzione di una maggiore sostenibilità. In particolare, affinché in sede di UNCSD 2012 l'UE possa muoversi sulla base di una posizione più solida, il Comitato raccomanda alle competenti istituzioni europee che nei prossimi 12 mesi l'Unione:

riesamini e rafforzi la sua strategia per lo sviluppo sostenibile, integrandone gli obiettivi chiave nell'attuazione della strategia Europa 2020,

completi il lavoro in corso per misurare meglio i passi avanti della sostenibilità e incorporarli espressamente nel quadro di monitoraggio principale della strategia Europa 2020,

completi gli studi che da tempo conduce sul consumo e sulla produzione sostenibili e ne integri le conclusioni negli obiettivi dell'iniziativa faro della strategia Europa 2020 intitolata Un'Europa efficiente sotto il profilo delle risorse,

raccolga e sintetizzi le diverse esperienze europee in materia di «ecologizzazione» della fiscalità e degli strumenti di bilancio (compresi la fissazione del prezzo del carbonio e lo scambio delle quote di emissione di CO2) e formuli proposte per l'adozione, da parte dell'ONU, di orientamenti o quadri di riferimento in questo campo,

raccolga e sintetizzi le diverse esperienze europee in materia di dimensione sociale dello sviluppo sostenibile, compresi il margine esistente per la creazione di nuovi posti di lavoro «verdi» che compensino quelli perduti a causa della crisi e gli strumenti utilizzabili per ridurre le diseguaglianze.

Azioni simili sono necessarie a livello dei singoli Stati membri. Forte dei progressi compiuti in Europa su questi temi, l'UE si troverebbe in posizione favorevole per propugnare l'adozione a livello mondiale di una «agenda per un'economia verde» che preveda azioni analoghe.

5.10

Sul piano finanziario, vi è la chiara necessità di compiere un grande sforzo per mobilitare le risorse pubbliche e private necessarie per portare a termine il lavoro non ancora concluso nel quadro dell'agenda per gli OSM e portare avanti quello della nuova agenda per un'economia verde. Gli obiettivi di Rio in materia di ODA non sono stati raggiunti. Le istituzioni finanziarie internazionali, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUS), l'OMC e l'Unctad, nonché i ministeri delle Finanze, dell'Economia e del Commercio di tutti i paesi del mondo, devono essere coinvolti appieno sia in questo sforzo di mobilitazione che in tutti gli altri aspetti della transizione verso un'economia globale più «verde». L'UE deve elaborare una proposta appropriata e coerente in merito agli ambiziosi obiettivi di questa azione internazionale per l'ecologizzazione e al mantenimento degli impegni da tempo assunti riguardo ai livelli di sostegno finanziario.

6.   Il quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile

6.1

È ampiamente riconosciuto che la governance internazionale dello sviluppo sostenibile non è molto efficace e che per rilanciarla saranno necessari profondi cambiamenti. Da questo nuovo slancio trarrebbe vantaggio anche la governance nazionale, regionale e locale di tale sviluppo.

6.2

A livello internazionale vi è chiaramente una pressante esigenza di rafforzare le competenze del PNUA e di accrescere la capacità della CSS, o di un organismo che le subentri, di diffondere il messaggio dello sviluppo sostenibile in tutti i diversi settori dell'economia globale e in tutte le organizzazioni internazionali. Si è a lungo discusso della possibilità di promuovere il PNUA al rango di una vera e propria Organizzazione mondiale per l'ambiente dotata di un mandato più ampio. Il PNUA deve disporre di una base scientifica più solida, nonché credibile e accessibile; deve avere una maggiore capacità di interagire in maniera creativa con le altre componenti del sistema ONU, per coordinare il gran numero di accordi multilaterali sull'ambiente e sostenere lo sviluppo di capacità in materia ambientale nei paesi in via di sviluppo e in altri Stati membri; deve, infine, disporre di una base di risorse più ampia e più sicura. L'UNCSD 2012 potrebbe essere l'occasione giusta per tradurre in pratica queste idee.

6.3

È necessario che allo sviluppo sostenibile sia riservato un organo con maggior voce in capitolo e maggiore influenza all'interno del sistema ONU. Una prima possibilità consisterebbe nel trasformare la CSS in un vero e proprio consiglio delle Nazioni Unite. Un'altra opzione potrebbe essere quella di far confluire la CSS in un Ecosoc allargato, cui assegnare un mandato più incisivo per la promozione dello sviluppo sostenibile in tutta la «famiglia» dell'ONU nonché presso la Banca mondiale e l'FMI. Soluzioni più ambiziose al riguardo potrebbero tuttavia venir proposte alla luce dei lavori del nuovo gruppo ad alto livello sui cambiamenti climatici e lo sviluppo appena istituito dal Segretario generale dell'ONU.

6.4

In vista delle ulteriori discussioni su questo tema, il CESE raccomanda alle istituzioni dell'UE di tener presenti tre obiettivi di carattere generale:

integrare lo sviluppo sostenibile nel mandato di alcune delle principali organizzazioni internazionali, ad iniziare dalla stessa ONU e dal suo Ecosoc, dalla Banca mondiale, dall'FMI e dall'OMC, nonché degli organismi che si occupano in modo più specifico di tale sviluppo quali la CSS, il PNUA, il PNUS, ecc.,

rafforzare la CSS e la sua capacità di coordinare i lavori nel campo dello sviluppo sostenibile in tutto il sistema ONU, in particolare conferendo a tale commissione uno status e una missione che consentano di portare i ministri delle Finanze e dell'Economia intorno al tavolo dei colloqui con il compito specifico di integrare lo sviluppo sostenibile nella gestione delle politiche economiche globali, rafforzare il PNUA e la sua capacità di seguire i cambiamenti decisivi nell'ambiente mondiale e di promuovere misure efficaci di tutela.

6.5

È poi necessario rafforzare la governance dello sviluppo sostenibile a livello nazionale, regionale e locale nonché delle singole imprese. Le strategie nazionali, regionali e locali in materia di sviluppo sostenibile devono essere rilanciate o rafforzate, mentre la governance delle imprese deve porre maggiormente l'accento su tale sviluppo. È necessario istituire consigli nazionali per lo sviluppo sostenibile od organismi analoghi oppure rafforzare quelli esistenti, onde imprimere un maggiore impulso a questo tipo di sviluppo. La società civile deve impegnarsi in maniera più concreta. All'interno dell'UE, la «strategia europea per lo sviluppo sostenibile» ha instaurato un quadro di riferimento per progredire in tutti questi campi, ma in seguito non è stata perseguita con sufficiente vigore. Gli elementi cardine di tale strategia devono essere rafforzati, integrati nella strategia generale dell'UE «Europa 2020» e poi sottoposti a un rigoroso monitoraggio.

6.6

I grandi gruppi della società civile, che hanno visto rafforzato il loro ruolo all'interno del sistema ONU grazie all'UNCED 1992, riesamineranno le rispettive esperienze in materia di sviluppo sostenibile e presenteranno all'UNCSD 2012 esempi pertinenti di buone prassi, in vista di un riconoscimento e consolidamento delle migliori pratiche in questo campo attraverso strumenti quali le strategie nazionali e locali di sostenibilità, le iniziative in materia di responsabilità delle imprese, ecc.

6.7

Il CESE raccomanda alle istituzioni dell'UE di adoperarsi con decisione affinché la società civile e gli MG rechino un contributo sostanziale al processo di Rio 2012. Occorre incoraggiare i gruppi a dare il giusto risalto ai risultati già ottenuti e ad avanzare ogni proposta utile ai fini del potenziamento e consolidamento del loro ruolo.

6.8

Nel settore dell'industria, le responsabilità in materia di sviluppo sostenibile dovrebbero essere sancite espressamente nelle nuove normative che disciplinano la responsabilità sociale delle imprese. Negoziati per una nuova convenzione internazionale su questo tema potrebbero essere avviati proprio in sede di UNCSD 2012.

6.9

I governi regionali e le altre autorità infranazionali svolgono un ruolo sempre più importante nell'attuazione di molti aspetti dello sviluppo sostenibile, e lo stesso vale per molti comuni e altri enti locali. Questi sviluppi potrebbero essere formalizzati in un nuovo accordo che conferisca espressamente agli enti substatali i poteri (e le risorse) necessari per attuare determinate parti dell'agenda per lo sviluppo sostenibile, in modo che il fulgido esempio dei pochi «pionieri» possa trasformarsi nella prassi normale di molti.

7.   Il possibile ruolo dell'UE e del CESE

7.1

L'UE sarà senza dubbio chiamata a svolgere un ruolo chiave nella definizione di una strategia per il vertice 2012. Essa dovrebbe mostrare alla comunità internazionale come il passaggio a un'economia verde sia vantaggioso tanto per il Nord quanto per il Sud del mondo e promuovere i cambiamenti istituzionali necessari per favorire la governance dello sviluppo sostenibile. L'UE e i suoi Stati membri dovrebbero inoltre cogliere l'occasione costituita dall'UNCSD 2012 per far avanzare ancora la loro transizione verso un'economia più verde e migliorare la loro governance e gestione dello sviluppo sostenibile nonché il loro impegno a coinvolgere la società civile in questi processi.

7.2

Il CESE è pronto a svolgere un ruolo di rilievo in tale contesto, aiutando la società civile a elaborare i suoi contributi al processo tanto europeo che internazionale ed esercitando pressioni affinché si ottengano risultati ambiziosi. Un impegno forte della società civile è essenziale per suscitare lo slancio ed esercitare le pressioni necessari per indurre i leader mondiali a venire a Rio e a sottoscrivere un risultato ambizioso. In quest'ottica, nei prossimi 12 mesi il CESE intende intraprendere le seguenti attività:

l'organizzazione a Bruxelles di ulteriori consultazioni con le parti interessate in merito agli obiettivi di Rio 2012 e, se possibile, la creazione di una piattaforma comune,

attività esterne per assicurarsi che la società civile degli Stati membri rechi il suo contributo attraverso i consigli nazionali per lo sviluppo sostenibile, la loro rete europea (Rete dei consigli consultivi europei per l'ambiente e lo sviluppo sostenibile, European Environment and Sustainable Development Advisory Councils – EEAC) e i CES nazionali,

il lancio di una serie di studi settoriali sui requisiti necessari per un'applicazione efficace dei principi dell'economia verde in settori chiave quali l'energia, i trasporti, l'edilizia, l'agricoltura e la politica economica generale,

attività esterne, attraverso delegazioni permanenti regionali e bilaterali, per comparare e coordinare i contributi della società civile europea con le azioni della società civile del resto del mondo.

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/72


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Migliorare i modelli di “partenariati pubblico-privati partecipativi” sviluppando i servizi online per tutti nell'UE-27» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/13

Relatore: CAPPELLINI

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 16 luglio 2009, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

Migliorare i modelli di «partenariati pubblico-privati partecipativi» sviluppando i servizi online per tutti nell'UE-27.

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 6 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 102 voti favorevoli, un voto contrario e 5 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) accoglie con favore l'agenda digitale della Commissione europea e le proposte della relazione sul mercato interno volte a produrre vantaggi socioeconomici sostenibili grazie a un mercato digitale unico e a connessioni Internet superveloci, in grado di rendere disponibili le applicazioni ai cittadini e alle PMI nelle aree rurali e remote. Il CESE concorda inoltre con la Commissione, con il Parlamento europeo e con il Comitato delle regioni sulla necessità di intensificare le attività di monitoraggio per assicurare che entro il 2013 tutti possano beneficiare di connessioni a banda larga via linea fissa e senza filo. Sono inoltre necessari maggiori investimenti a tutti i livelli e va esaminata anche la possibilità di utilizzare partenariati pubblico-privati (PPP) per le aree rurali e remote e per l'ammodernamento delle reti.

1.2

Il CESE apprezza il quadro di intervento comune UE e nazionale per il conseguimento degli obiettivi della strategia Europa 2020 e chiede quindi alla Commissione di istituire un gruppo consultivo ad hoc per aiutare gli Stati membri, i paesi candidati e gli operatori privati interessati a monitorare meglio l'accesso alla banda larga nelle aree rurali e remote.

1.3

Si riscontrano gravi carenze del mercato nella fornitura di reti a banda larga ad alta velocità a prezzo contenuto nelle aree remote. La Commissione deve quindi promuovere una gamma completa di politiche atte a facilitare lo sviluppo di reti aperte grazie a iniziative dello Stato e del settore pubblico. L'UE deve sfruttare appieno le potenzialità dei servizi online, nel settore pubblico come in quello privato, per contribuire a migliorare, in ambito locale e regionale, i servizi sanitari, l'istruzione, i servizi di emergenza di interesse generale, la sicurezza e i servizi sociali. L'adozione dei PPP da parte di tutte le autorità può consentire di offrire un sostegno strategico alle PMI specializzate in servizi pubblici di tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) e al potenziamento delle competenze dei giovani imprenditori in materia di TIC.

1.4

Gli investimenti privati e i PPP nelle aree remote, rurali e a basso reddito andrebbero promossi attraverso i fondi strutturali e gli strumenti della Banca europea per gli investimenti (BEI) e del Fondo europeo per gli investimenti (FEI) al fine di rendere disponibili connessioni a Internet a prezzi equi ai cittadini più vulnerabili e alle PMI. La Commissione dovrebbe introdurre programmi e misure ad hoc per promuovere e moltiplicare i PPP locali nell'ambito di progetti pilota interregionali e transfrontalieri, nonché lanciare una «Giornata europea dei servizi online per tutti».

1.5

Il CESE considera molto importante creare, tra i fornitori pubblici e privati di servizi pubblici online, partenariati più forti, che forniscano un servizio migliore e più efficiente. Occorre maggiore trasparenza e una partecipazione attiva dei cittadini, mentre dev'essere mantenuta la titolarità degli investimenti nell'infrastruttura pubblica e della supervisione delle prestazioni. I servizi pubblici sono spesso forniti a livello regionale e locale, dove le PMI e le loro associazioni potrebbero stringere partenariati con il settore pubblico, come fornitori diretti oppure, se sono necessarie notevoli risorse finanziarie o una competenza più globale, entrare a far parte di consorzi, come già avviene in alcune regioni della Francia (Alvernia), dell'Italia (Trentino-Alto Adige, Lombardia) e di altri Stati membri.

1.6

L'accesso senza filo alla banda larga di alta qualità a prezzi ragionevoli può aumentare l'accessibilità e la qualità dei servizi forniti dalle autorità e consentire alle PMI di essere più competitive sul mercato. Le regioni e le comunità remote saranno quelle che più beneficeranno dell'accesso a servizi a banda larga più veloci.

1.7

Il CESE sottolinea la necessità di investimenti straordinari per garantire a tutti i cittadini e i consumatori l'accesso universale e ad alta velocità alle reti di banda larga fisse e mobili. A tal fine sarebbe utile definire a livello dell'UE un quadro più favorevole in materia di aiuti di Stato, che rispetti le normative dell'UE in materia di concorrenza, e migliorare il coordinamento tra differenti politiche e programmi dell'UE, in modo che la scelta dei consumatori contribuisca alla realizzazione degli obiettivi previsti in materia di accesso ai servizi online per tutti i cittadini e in ogni luogo.

1.8

Il CESE concorda con l'idea che entro il 2013 ogni famiglia debba avere accesso a Internet a banda larga a un prezzo competitivo. Occorre promuovere il dividendo digitale e utilizzarlo per estendere la copertura della banda larga mobile e migliorare la qualità dei servizi. Gli Stati membri devono aggiornare gli obiettivi nazionali per la copertura della banda larga ad alta velocità, al fine di stimolare gli enti regionali e gli attori privati a sostenere coerentemente una strategia europea per la banda larga ad alta velocità. In particolare bisogna coinvolgere fin dall'inizio gli enti regionali, gli organi consultivi a livello UE e/o nazionale, le PMI, le organizzazioni e altri attori privati nell'iniziativa Internet del futuro della Commissione europea.

1.9

Il CESE è favorevole a soluzioni basate sui PPP, i cui modelli di finanziamento possono permettere di fornire ai cittadini delle regioni rurali e frontaliere l'accesso alla banda larga a costi contenuti e in tempi brevi. A questo fine, il CESE sottolinea che le competenze digitali, soprattutto quelle delle PMI e dei giovani imprenditori delle aree rurali e remote, sono essenziali per una società digitale inclusiva, specialmente là dove l'accesso ai servizi online crea un divario digitale a danno degli anziani, dei gruppi svantaggiati e dei cittadini con redditi bassi. Vanno inoltre risolti i problemi di accesso esistenti.

1.10

Le istituzioni dell'UE dovrebbero sfruttare appieno lo sviluppo dei servizi online nel settore pubblico e in quello privato per contribuire a migliorare i servizi locali e regionali nel campo della salute, dell'istruzione, i servizi di emergenza e di sicurezza, come pure i servizi di interesse generale e i servizi sociali di più ampia portata.

2.   Motivazione e contesto generale

2.1

Sul piano strategico, Internet è diventato una delle infrastrutture più importanti del XXI secolo ed è un obbligo essenziale per l'attuazione da parte dell'UE del servizio universale previsto dal Trattato di Lisbona. Tuttavia, la situazione nelle aree rurali e remote non è migliorata molto, e non è ancora possibile parlare di un mercato europeo dei servizi online (1). Dato che il settore privato non sembra interessato a soddisfare la domanda di servizi e i governi non sono in grado di assolvere il compito da soli, una soluzione adeguata potrebbe venire dal coinvolgimento di entrambe le parti (pubblico e privati), che in questo ambito condividerebbero vantaggi e rischi attraverso i PPP. Il coinvolgimento attivo e il ruolo della società civile organizzata nei PPP nel quadro dello sviluppo di servizi online potrebbe svolgere una funzione essenziale in questo processo.

2.2

Il presente parere d'iniziativa intende esaminare la questione e mettere in rilievo il dibattito sulla ricerca di soluzioni sostenibili per la diffusione di servizi online ovunque e per tutti i cittadini europei, e in particolare nelle zone meno accessibili e per i gruppi più vulnerabili.

2.3

In questo contesto, le finalità generali del presente parere sono le seguenti:

analizzare, con l'assistenza del CESE e di gruppi di interesse pubblici e privati, in che modo i PPP possano essere adottati nell'ambito della promozione dei servizi online per tutti, che si tratti di persone, imprese o, in particolare, di enti regionali/locali,

evidenziare il potenziale di una maggiore inclusione sociale dei gruppi vulnerabili e di integrazione economica delle zone remote attraverso un'applicazione sostenibile ed efficiente dei PPP alla diffusione di servizi online in Europa (2),

fornire assistenza alle istituzioni, ai responsabili delle politiche europee, ai soggetti pubblici e privati interessati che intendono impegnarsi nei PPP per i servizi online, individuando i problemi e le possibili soluzioni e realizzando analisi d'impatto della domanda e dell'offerta di servizi online rispetto alle esigenze della società civile, nell'ottica di studiare i requisiti pertinenti in materia di occupazione e competenze, nonché le buone pratiche in materia di politica e di programmazione che possono essere trasferite dal livello UE a quello nazionale o regionale.

2.4

Le TIC toccano ormai molti aspetti della nostra società. Le frontiere tra telefonia fissa, Internet, televisione, telefonia mobile e altri servizi di comunicazione si fanno più indistinte, e lo stesso vale per la distinzione tra il settore industriale e quello pubblico e tra le politiche europee e quelle nazionali. Le politiche nazionali e regionali, di fatto, non sono state in grado di garantire a tutti l'accesso ai suddetti servizi.

2.5

In questo contesto la commissaria europea Neelie KROES, nuova responsabile dell'Agenda digitale, ha aperto la discussione per delle consultazioni pubbliche finalizzate a verificare se si debbano aggiornare le regole vigenti per garantire che tutti i cittadini e tutte le imprese dell'UE abbiano accesso ai servizi di comunicazione essenziali, compresa una connessione veloce a Internet, riconoscendo la necessità di fare in modo che nessuno rimanga escluso dalla società digitale. La recente comunicazione Europa 2020, inoltre, ha confermato l'obiettivo di realizzare benefici economici e sociali sostenibili da un mercato unico del digitale basato sull'Internet veloce e superveloce e su applicazioni interoperabili, con l'accesso alla banda larga garantito a tutti entro il 2013.

2.6

La strategia di Lisbona aveva già preso atto della necessità di poter accedere ai moderni strumenti digitali (per esempio Internet, GPS) e ai cosiddetti servizi online. Tenendo presente tutto ciò, l'ammodernamento dei servizi pubblici deve tra l'altro:

fornire servizi migliori e più sicuri alla popolazione,

rispondere alla richiesta avanzata dalle imprese, e in particolare dalle PMI, di ridurre la burocrazia e di aumentare l'efficienza,

garantire la continuità transfrontaliera dei servizi di interesse generale (compresa la protezione civile), essenziale per sostenere la mobilità in Europa e la coesione sociale negli Stati membri.

2.7

L'attuale quadro normativo dell'UE (ai sensi della direttiva sui servizi universali (3) del 2002) obbliga gli Stati membri ad assicurarsi che tutti i cittadini possano collegarsi alla rete pubblica di telefonia da una postazione fissa e accedere ai servizi pubblici di telefonia per la trasmissione voce e dati che abbiano un accesso funzionale a Internet. I consumatori devono avere accesso ai servizi d'informazione sui numeri degli abbonati, agli elenchi e ai posti telefonici pubblici, e a misure speciali qualora siano disabili.

2.8

Una recente comunicazione della Commissione ha inoltre indicato nei PPP una delle opzioni per affrontare l'«accelerazione» dell'uso di Internet in Europa e il problema della fornitura di servizi online ai cittadini dell'UE. I PPP sono considerati una soluzione per consentire ai cittadini di utilizzare meglio le tecnologie affermate e quelle emergenti in un approccio più olistico. Essi possono inoltre contribuire a individuare gli ostacoli dovuti a problemi non tecnici e favorire l'elaborazione di una strategia per risolverli (4). Nel concetto di PPP rientra tutta una serie di situazioni diverse e, di conseguenza, nella letteratura esistono numerose definizioni, ad esempio nelle linee guida dell'ONU (5) o nelle pratiche della BEI.

2.9

La Commissione europea ha svolto una serie di consultazioni pubbliche con il coinvolgimento del CESE su diversi temi, tra i quali:

le reti di accesso della prossima generazione,

la trasformazione del dividendo digitale in benefici per la società e in crescita economica per l'Europa,

i principi di servizio universale nelle comunicazioni elettroniche.

2.10

La comunicazione della Commissione sul tema Un partenariato pubblico-privato per l'Internet del futuro (COM(2009) 479 definitivo) intende fornire un quadro nell'ambito del quale prepararsi all'avvento di una società «intelligente» e rafforzare nel contempo la competitività del settore europeo delle TIC. La preparazione dell'avvio di un PPP per l'Internet del futuro come auspicano alcuni Stati membri e parte dell'industria richiederà un maggiore coinvolgimento della società civile e degli enti regionali.

3.   Osservazioni generali: i PPP e la diffusione dei servizi online

3.1

Così come nella nostra società sono garantiti la fornitura e l'accessibilità di beni e servizi quali il cibo, l'acqua, l'istruzione, l'assistenza sanitaria, la mobilità e gli enti pubblici, è importante individuare e adottare le soluzioni più sostenibili e le politiche più efficaci per garantire la parità di trattamento ai cittadini e alle imprese dell'UE nella società dell'informazione, in particolare nelle aree rurali e remote dell'UE.

3.2

Finora, tuttavia, non è stato possibile raggiungere questo obiettivo in tutta l'UE, e ci sono ancora aree geografiche e gruppi sociali a rischio di «esclusione digitale». L'esclusione può essere collegata a fattori demografici (età, genere, situazione familiare ecc.), socioeconomici (istruzione, occupazione, posizione sociale, reddito) o geografici (tipo di alloggio, ubicazione, caratteristiche regionali o locali, fattori geopolitici ecc.). Le ragioni delle carenze del mercato nel campo dei servizi online variano a seconda dei casi e possono includere aspetti quali un territorio poco favorevole, la bassa densità di popolazione, un'imposizione fiscale elevata o una combinazione di questi fattori. Dato che la domanda è spesso scarsa e le transazioni sono insufficienti, spesso gli operatori privati decidono di non investire in queste zone.

3.3

Non ci si può tuttavia concentrare unicamente sull'esclusione geografica, ma si deve anche tenere conto dell'esclusione sociale, che si accompagna con lo scarso potere di acquisto o con le limitate competenze di determinati gruppi di utenti (6). I servizi online dovrebbero pertanto essere estesi in modo da garantirne l'accessibilità a tutti gli utenti, indipendentemente dalla loro situazione geografica, finanziaria o sociale.

3.4

Sono necessari sforzi politici straordinari e misure appropriate per produrre risultati a favore dei gruppi vulnerabili e, soprattutto, delle aree non urbane.

3.5

Il CESE ha dedicato numerosi pareri e importanti raccomandazioni alle tematiche relative ai sevizi online, alla loro interoperabilità e alle infrastrutture per le TIC (7).

3.6

Il CESE ritiene che i PPP possano essere un mezzo per lo sviluppo nell'UE dei servizi online, che rappresentano un nuovo campo molto promettente e che operano in ambiti d'importanza critica.

3.7

L'analisi ha evidenziato alcune argomenti a sostegno di questo approccio, tra cui:

miglioramenti nella qualità dei servizi online ai gruppi vulnerabili,

un migliore rapporto tra costo ed efficacia grazie all'innovazione, all'esperienza e alla flessibilità del settore privato,

un aumento degli investimenti nelle infrastrutture pubbliche per estendere la fornitura di servizi online,

la sostenibilità legata alla maggiore flessibilità e al più agevole accesso alle risorse dei partner privati,

un incremento della qualità della spesa pubblica,

guadagni d'efficienza e convergenza dei servizi di interesse generale.

3.8

Gli investimenti in progetti urgenti di infrastrutture, inoltre, rappresentano un mezzo importante per mantenere l'attività economica, in particolare in questo periodo di crisi, e potrebbero contribuire a stimolare un rapido ritorno a una crescita economica sostenuta. In questo contesto, i PPP possono rappresentare una soluzione efficace per la realizzazione di progetti infrastrutturali e per la fornitura dei servizi di interesse generale e dei servizi di sostegno alle imprese che garantirebbero lo sviluppo locale e la ripresa economica in alcune regioni dell'UE (8).

3.9

I PPP per i servizi online presentano anche alcuni rischi, tra cui quello di non garantire la copertura delle aree remote, in quanto essa spesso comporta perdite per i fornitori di servizi privati. Tutti i PPP dovrebbero quindi prevedere l'obbligo di fornire questi servizi anche nelle aree remote.

4.   Questioni critiche per la diffusione dei servizi online

4.1

Il presente parere tratta anche la questione dello sviluppo dei servizi online, ossia dell'estensione delle strutture e delle pari opportunità di accesso alle stesse in tutta l'UE. Ciò comporta, ove necessario, la creazione di nuove infrastrutture «intelligenti», o altrimenti il miglioramento di quelle esistenti. È una questione che solleva alcuni aspetti fondamentali riguardanti:

l'efficienza. Il solo fatto di esistere non implica necessariamente che un'infrastruttura funzioni in modo efficiente e sia pienamente accessibile a tutti i gruppi sociali che vi avrebbero diritto. L'esempio più recente è fornito dallo studio dell'Eurobarometro sulla conoscenza del numero telefonico di emergenza 112. Sebbene il servizio esista già e funzioni in 20 paesi dell'UE, la percentuale di cittadini che lo conosce è molto bassa: solo il 32 % degli intervistati (9). È quindi possibile fare dei passi avanti con una migliore informazione e un maggior coinvolgimento dei cittadini e una più efficace applicazione delle tecnologie per l'eLearning,

aree rurali. Nell'UE persistono disparità per quanto riguarda l'accesso ai servizi online (10). Nelle aree rurali le possibilità di accesso alle TIC sono ancora piuttosto scarse, e il 23 % degli abitanti non ha accesso alle reti a banda larga (11).

4.2

Nel quadro di un approccio realmente basato sul mercato aperto, i partenariati pubblico-privati dovrebbero essere coinvolti fin dall'inizio, con l'effettiva partecipazione a tutti i livelli delle autorità dell'UE, di quelle nazionali e regionali, delle parti sociali, dei soggetti della società civile organizzata, delle organizzazioni delle PMI, delle associazioni dei consumatori e degli altri soggetti interessati (operatori, commercianti, fornitori di tecnologie dell'informazione, mercati verticali e mercati delle applicazioni, ecc.).

4.3

Un punto di partenza adeguato potrebbe essere rappresentato dagli attuali fondi strutturali UE, dalla BEI, dal FEI e da alcuni programmi specifici come i meccanismi del programma quadro nei futuri programmi di lavoro per le TIC (2011-2013), con un bilancio di circa 300 milioni di euro.

4.4

In questo contesto, i PPP potrebbero trarre grande beneficio dal lavoro di cinque piattaforme tecnologiche europee (PTE), con una fertilizzazione incrociata delle questioni legate a Internet e dei rispettivi programmi di ricerca strategica. Una caratteristica essenziale di un PPP di questo tipo sarebbe lo sviluppo di piattaforme di servizio aperte, standardizzate e intersettoriali.

4.5

Dal punto di vista della politica europea, settori quali l'assistenza sanitaria, la mobilità, l'ambiente e la gestione dell'energia sono quelli che più potranno beneficiare di infrastrutture rinnovate, «intelligenti», basate su Internet, che agevoleranno la diffusione e l'adozione rapida dei servizi da parte di milioni di utenti e di consumatori.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  COM(2009) 479 definitivo: Un partenariato pubblico-privato per l'Internet del futuro.

(2)  Il principale problema dei servizi online nell'UE è che non esiste una definizione comune del termine. Di norma i servizi online sono considerati in senso stretto come delle TIC, includendovi servizi quali eGovernment, eBusiness, eHealth, eLearning, l'informazione del settore pubblico, eInclusioned eProcurement.

(3)  GU L 108, del 24.4.2002, pagg. 51-77.

(4)  Libro bianco sulla definizione dei PPP per l'Internet del futuro, gennaio 2010.

(5)  Guide book on promoting good governance in Public-Private Partnership (Guida sulla promozione della buona governance nei partenariati pubblico-privati) - Nazioni Unite, New York e Ginevra 2008.

(6)  GU C 139 dell'11.5.2001, pag. 15; GU C 123 del 25.4.2001, pag. 53; GU C 108 del 30.4.2004, pag. 86.

(7)  GU C 77 del 31.3.2009, pag. 60; GU C 175 del 28.7.2009, pag. 92; GU C 175 del 28.7.2009, pag. 8; GU C 317 del 23.12.2009, pag. 84; GU C 218 dell'11.9.2009, pag. 36; GU C 224 del 30.8.2008, pag. 50; parere del CESE sul tema Trasformare il dividendo digitale in benefici per la società e in crescita economica, relatrice: DARMANIN (TEN/417).

(8)  Mobilitare gli investimenti pubblici e privati per la ripresa e i cambiamenti strutturali a lungo termine: sviluppare i partenariati pubblico-privato (COM(2009) 615 definitivo).

(9)  Flash Eurobarometro n. 285 - Il numero di emergenza unico europeo 112, Relazione analitica, Wave 3, febbraio 2010.

(10)  Telecomunicazioni: consultazione sul futuro del servizio universale nell'era digitale, IP/10/218, Bruxelles, 2 marzo 2010 (cfr. http://ec.europa.eu/information_society/policy/ecomm/doc/library/public_consult/universal_service2010/index_en.htm).

(11)  COM(2009) 103 definitivo: Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo- Migliorare l'accesso alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione nelle zone rurali.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/77


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Di quali servizi di interesse generale abbiamo bisogno per far fronte alla crisi?» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/14

Relatore: HENCKS

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 18 marzo 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere di iniziativa sul tema:

Di quali servizi di interesse generale abbiamo bisogno per far fronte alla crisi?

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 6 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 119 voti favorevoli, 11 voti contrari e 4 astensioni.

1.   Introduzione

1.1

Se è vero che la recente crisi - in un primo momento soltanto finanziaria, poi anche economica - inciderà in misura assai diversa in ciascuno Stato membro, è però indubbio che essa ha effetti duraturi in campo sociale sotto forma di aumento della disoccupazione, della precarietà, dell'esclusione e della povertà, la quale oggi colpisce già un cittadino europeo su sei.

1.2

Nell'Unione europea quasi 80 milioni di persone, pari al 16 % dell'intera popolazione, vivono al di sotto della soglia di rischio di povertà e devono affrontare gravi ostacoli per conseguire un impiego, ottenere un alloggio o dei sussidi e accedere a servizi essenziali, in particolare all'assistenza sanitaria e ai servizi sociali. Sono soprattutto i gruppi svantaggiati (disabili, immigrati) a subire le conseguenze più gravi della recessione, e continueranno a subirle anche in futuro, dal momento che vedono rimessi in discussione i progressi compiuti negli ultimi vent'anni sul piano del lavoro e dell'integrazione sociale.

1.3

Il fenomeno in espansione della violenza, i problemi delle periferie urbane, l'aumento della delinquenza e dei comportamenti asociali, accompagnati da un certo affievolimento dello spirito di solidarietà, sono ulteriori indizi del fatto che la crisi finanziaria ed economica si sta trasformando in vera e propria crisi sociale.

1.4

I deboli segnali di ripresa economica non sono sufficienti per arrestare questa crisi sociale. Si può addirittura prevedere che, alla luce delle esperienze maturate nel corso delle precedenti crisi (1993-1996 e 2002-2004), l'impatto a livello sociale si farà sentire a lungo anche dopo la ripresa economica.

1.5

L'aumento della povertà e dell'esclusione sociale comporterà una domanda crescente di servizi sociali, soprattutto nei settori della sanità, dell'edilizia abitativa, dell'istruzione, dell'energia, dei trasporti e dei mezzi di comunicazione.

2.   Il ruolo dei servizi di interesse generale in periodo di crisi

2.1

La crisi ha confermato che l'esistenza di servizi di interesse generale moderni ed efficaci costituisce un fattore di stabilizzazione economica: si contano infatti oltre 500 000 imprese (pubbliche, private o a capitale misto pubblico-privato) che forniscono servizi di interesse generale, impiegano 64 milioni di dipendenti (più del 30 % dei posti di lavoro nell'UE) e rappresentano oltre il 26 % del PIL dell'Unione [cfr. lo studio Mapping of the Public Services («Mappatura dei servizi pubblici»), pubblicato nel maggio 2010 dallo European Centre of Employers and Enterprises providing Public services (CEEP - Centro europeo delle imprese a partecipazione pubblica)].

2.2

I servizi di interesse generale (SIG) hanno inoltre una funzione di ammortizzatore delle conseguenze sociali e territoriali, ma anche ambientali, più negative, in quanto si prefiggono obiettivi di garanzia dell'accesso di ogni cittadino a beni e servizi essenziali e ai diritti fondamentali; tali servizi sono un fattore chiave di promozione della coesione economica, sociale e territoriale, nonché di sviluppo sostenibile.

2.3

Nel corso della storia, nel contesto della realizzazione del progetto europeo e in nome dell'interesse comune o generale - adottando, del resto, forme e modalità organizzative estremamente diverse - gli Stati membri hanno emanato per i servizi di interesse generale una serie di norme particolari, che integrano il diritto comune della concorrenza e i principi dell'economia di mercato e che possono periodicamente formare oggetto di una revisione o di una ridefinizione, in particolare nel quadro del Trattato di Lisbona.

2.4

Conformemente alla loro funzione di pilastro del modello sociale europeo e di un'economia sociale di mercato, i SIG devono, interagendo con il progresso economico e sociale e completandolo:

garantire il diritto di ogni cittadino ad accedere a beni e servizi fondamentali,

assicurare la coesione economica, sociale, territoriale e culturale,

garantire la giustizia e l'inclusione sociale, organizzare forme di solidarietà tra territori, generazioni e/o categorie sociali, promuovere l'interesse generale della collettività,

garantire parità di trattamento a tutti i cittadini e a tutti i residenti,

creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile.

2.5

La crisi ha posto in evidenza l'incapacità dei soli meccanismi di mercato di garantire a tutti i cittadini l'accesso universale a questi diritti, a tal punto che oggi l'intervento pubblico è non solo unanimemente accettato ma addirittura raccomandato a livello internazionale.

3.   Il rischio di tagli ai bilanci in periodo di crisi

3.1

In seguito alla crisi finanziaria ed economica, alcuni Stati membri si trovano di fronte a crescenti difficoltà nel raggiungere l'equilibrio di bilancio, il che potrebbe metterne a rischio la capacità di assolvere ai loro compiti di interesse generale.

3.2

Le risorse di bilancio destinate dagli Stati membri ai servizi di interesse generale sono quindi sottoposte ad una forte pressione, anche se occorre osservare che la capacità di soddisfare la domanda in costante aumento di SIG differisce notevolmente da un paese dell'Unione all'altro.

3.3

Questi vincoli di bilancio potrebbero quindi comportare una riduzione delle prestazioni e delle conquiste sociali, come pure dei tagli ai sistemi di protezione sociale e ai regimi di sussidi, con gravi ripercussioni per le fasce di popolazione più vulnerabili, il che andrebbe a detrimento dei passi in avanti realizzati sino ad oggi per ridurre la povertà e le disuguaglianze e per rafforzare la coesione sociale.

3.4

È indispensabile che la Commissione prenda posizione sui fabbisogni di finanziamento, non solo attraverso un approccio a breve termine e fondato unicamente sulle regole di concorrenza (aiuti di Stato), ma con l'intento di garantire la sostenibilità finanziaria dei servizi di interesse generale e l'assolvimento dei loro compiti, come stabilito dal Trattato di Lisbona.

3.5

Pertanto, è importante che gli Stati membri, con il sostegno dell'Unione europea, provvedano ad adeguare i loro bilanci con le opportune modifiche per preservare o ampliare i loro SIG, al fine di rispondere in modo efficace alle sfide poste dalla crisi sociale.

3.6

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) apprezza il fatto che la Commissione abbia offerto un sostegno agli strumenti di formazione previsti dagli Stati membri rendendo meno rigide le modalità di cofinanziamento del Fondo sociale europeo (FSE). Si dovrebbe inoltre ricorrere in misura maggiore alle risorse del Fondo di coesione per rafforzare la dimensione sociale delle economie degli Stati membri, allo scopo di ridurre le disuguaglianze sociali e di stabilizzare il quadro economico complessivo.

4.   Il ruolo dell'Unione europea

4.1

In virtù del principio di sussidiarietà e secondo quanto fermamente sancito dal Trattato di Lisbona, ciascuno Stato membro deve avere piena facoltà di definire, organizzare e finanziare, a partire da - e con riferimento a - un'azione sociale e civica, tutti quei servizi che rispondono a un interesse generale e soddisfano dei bisogni fondamentali.

4.2

Tutti i servizi di interesse generale - sia economici che non economici -, per loro stessa natura e per la missione loro assegnata, concorrono all'attuazione degli obiettivi dell'Unione europea, in particolare il costante miglioramento del tenore di vita dei cittadini europei, la garanzia per questi ultimi di poter fruire dei loro diritti e delle condizioni di esercizio dei diritti stessi.

4.3

Essendo responsabile della realizzazione di questi obiettivi, l'Unione europea è quindi responsabile anche dei relativi strumenti di attuazione.

4.4

Di conseguenza, l'UE deve adoperarsi per garantire - nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità e nell'ambito di una condivisione di competenze con gli Stati membri - l'esistenza di SIG efficienti e facilmente accessibili, a prezzi ragionevoli e di buona qualità.

4.5

Il fatto che la definizione dei SIG competa in linea di principio agli Stati non pregiudica in alcun modo le competenze dell'Unione europea di definire dei SIEG (servizi di interesse economico generale) al proprio livello, nel momento in cui ciò risulti necessario per l'attuazione degli obiettivi dell'UE.

4.6

Difatti, già in diversi pareri adottati in precedenza il Comitato ha auspicato che le istituzioni dell'Unione, senza pregiudicare lo status degli operatori, riconoscano l'esistenza e la necessità di servizi di interesse generale europei nei settori in cui l'azione dell'UE risulta più efficace, per conseguire i propri obiettivi, di quanto non lo sia l'intervento individuale di ciascuno degli Stati membri. In tale contesto, il CESE aveva proposto, in particolare, che venissero realizzati degli studi di fattibilità in merito ad un SIG europeo dell'energia.

5.   Obblighi di servizio pubblico e servizio universale

5.1

Benché l'accesso ai servizi di interesse economico generale debba, in linea di principio, essere garantito, da un lato, dalle forze di mercato e dalla libera concorrenza, l'articolo 14 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) stabilisce che l'Unione e gli Stati membri provvedono, secondo le rispettive competenze, affinché tali servizi funzionino in modo da poter assolvere ai loro compiti.

5.2

Di conseguenza, per evitare che la semplice applicazione dei principi dell'economia di mercato induca gli operatori a preoccuparsi esclusivamente dei servizi economicamente redditizi a scapito di quelli a scarso rendimento, dei territori densamente popolati a scapito delle zone isolate o svantaggiate, dei consumatori più agiati a scapito del principio della parità di trattamento, nel corso del processo di liberalizzazione delle industrie di rete (telecomunicazioni, energia, trasporti, servizi postali) sono emersi a livello dell'Unione europea due nuovi concetti: gli obblighi di servizio pubblico e il servizio universale.

5.3

Questi due concetti sono complementari, in quanto si prefiggono di offrire agli utenti dei servizi una serie di garanzie, ossia: un complesso, più o meno ampio, di servizi che devono essere forniti su tutto il territorio dell'UE, in base a norme di qualità e a prezzi ragionevoli, nei settori che prevedono la prestazione di un servizio universale (telecomunicazioni, servizi postali, elettricità); nel caso degli obblighi di servizio pubblico, garanzie, da parte dell'UE o degli Stati membri, su aspetti specifici che possono riguardare non solo i servizi agli utenti (compresa la protezione dei consumatori), ma anche questioni di sicurezza, inclusi l'approvvigionamento, l'indipendenza dell'UE, la programmazione di investimenti a lungo termine, la tutela dell'ambiente, ecc. In entrambi i casi, vi è la possibilità di derogare alle regole di concorrenza, se la loro applicazione va a scapito della prestazione di detti servizi.

5.4

L'idea di un accesso universale a condizioni ragionevoli dovrebbe costituire una sorta di «base» di regole comuni a tutti i servizi di interesse generale nell'UE, rappresentare cioè il minimo comun denominatore degli obblighi che gli Stati membri e le autorità locali sono tenuti a rispettare. Non ne consegue, tuttavia, che i paesi dell'Unione debbano limitare la portata dei loro compiti di interesse generale, ma essi devono, anzi, ampliarla, considerando nel contempo un obiettivo prioritario il finanziamento di tali compiti.

5.5

Il concetto di accesso universale non è pertanto incompatibile con la possibilità per gli Stati membri di garantire, anche al di là degli standard minimi stabiliti, la prestazione di altre componenti dei servizi di interesse generale, con particolare riguardo agli obblighi di servizio pubblico.

6.   Provvedimenti da adottare

6.1

Con il Trattato di Lisbona l'Unione ha avviato un processo, nell'ambito dei diritti fondamentali e della garanzia del loro esercizio, che dovrebbe definire una «base» di principi comuni per una regolamentazione più sociale attraverso l'applicazione pratica di tutti i diritti (e non solamente l'accesso ai servizi di interesse economico generale) che la Carta dei diritti fondamentali dell'UE conferisce a ogni cittadino europeo.

6.2

Il diritto di accesso universale ai SIG non si limita quindi alle sole prestazioni fornite dalle industrie di rete, bensì comprende tutto ciò che permette di condurre una vita dignitosa, di intrattenere rapporti sociali e di garantire l'esercizio dei diritti fondamentali.

6.3

Occorre pertanto esaminare, da un lato, se, nel contesto della crisi attuale e ai fini della sostenibilità, le disposizioni attualmente in vigore (nei settori delle telecomunicazioni, dei servizi postali, dell'elettricità) siano sufficienti per evitare il deterioramento della qualità dei servizi offerti e l'insorgere di fenomeni di esclusione, divario sociale e povertà, e, dall'altro, se sia necessario che gli ambiti nuovi siano garantiti da «un alto livello di qualità, sicurezza e accessibilità economica, [dalla] parità di trattamento e [dalla] promozione dell'accesso universale e dei diritti dell'utente», che, in base al Protocollo 26 allegato al Trattato di Lisbona, costituiscono principi dell'UE.

6.4

È evidente che i cittadini europei aspirano a un livello più elevato di sicurezza nei percorsi professionali e di fronte al rischio di disoccupazione e povertà, a una maggiore parità di trattamento nell'accesso all'istruzione, all'apprendimento permanente e ai servizi sociali, nonché a una migliore protezione dei grandi equilibri ecologici per le generazioni attuali e future.

6.5

È quindi possibile concepire un diritto universale relativo all'accesso a:

conti bancari e strumenti di pagamento,

prestiti a costi ragionevoli grazie a microcrediti o tramite garanzie statali,

un alloggio dignitoso,

assistenza domiciliare,

mobilità,

servizi sociali,

misure specifiche per i disabili e altre categorie,

energia,

modalità sicure di utilizzo delle tecnologie digitali.

6.6

La crisi in atto e la ricerca dei metodi più efficaci per uscirne, unitamente all'attuazione del Trattato di Lisbona (articolo 14 del TFUE, Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e Protocollo n. 26), devono indurre le istituzioni europee a riesaminare, valutare e aggiornare il ruolo e la missione dei SIG in questo nuovo contesto.

6.7

Il CESE propone di avviare una riflessione con tutte le parti interessate e la società civile sull'utilità potenziale di nuovi «obblighi di servizio pubblico», o addirittura di servizi di interesse generale di nuovo tipo, per far fronte alla crisi, per coordinare e mettere in sinergia le tre dimensioni - economica, sociale e territoriale - della coesione, ancora troppo isolate tra di loro, e per proporre misure che garantiscano uno sviluppo equilibrato.

6.8

Alla luce di queste considerazioni, il Comitato caldeggia l'elaborazione di una relazione sulla promozione dell'accesso universale ai diritti fondamentali dell'Unione europea e ai servizi di interesse generale e auspica la definizione di nuovi obiettivi che potrebbero essere stabiliti per tali servizi nel quadro della lotta alla povertà e all'esclusione sociale e, più in generale, della strategia Europa 2020, nonché ai fini della promozione dello sviluppo sostenibile e di un'economia verde.

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/81


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «La nuova politica energetica europea: applicazione, efficacia e solidarietà per i cittadini» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/15

Relatore: HERNÁNDEZ BATALLER

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 18 marzo 2010, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

La nuova politica energetica europea: applicazione, efficacia e solidarietà per i cittadini.

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 6 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 44 voti favorevoli, 2 voti contrari e 2 astensioni.

1.   Conclusioni

1.1   Il funzionamento del mercato unico dell'energia deve essere rafforzato per tutto quanto riguarda le infrastrutture, il regime di appalti pubblici, la corretta operatività del mercato e la protezione dei consumatori. A tal fine il Comitato economico e sociale europeo (CESE) insiste sul fatto che lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e delle reti transeuropee è l'elemento fondamentale per la realizzazione del mercato unico dell'energia.

Occorre in particolare articolare meccanismi volti a identificare i criteri di formazione dei prezzi al fine di evitare gravi e ingiustificabili disparità, spesso falsamente basate sulla natura dell'energia consumata, sulle fonti di approvvigionamento o sui mezzi di distribuzione.

Allo stesso modo bisogna definire criteri e mezzi per razionalizzare la produzione di energia sul territorio degli Stati membri tenendo conto di un uso sostenibile delle risorse e basandosi su elementi geografici e climatici, quali la determinazione dei periodi di maggiore attività di produzione fotovoltaica o eolica, oppure l'intensità delle maree.

1.1.1   Il corretto funzionamento dei mercati dell'energia richiede trasparenza affinché le imprese concorrenti abbiano accesso alle reti e ai clienti. A tal fine, le autorità devono prevenire i comportamenti di esclusione, gli abusi di sfruttamento e la collusione da parte delle imprese. La politica di concorrenza deve puntare inoltre al benessere e al miglioramento delle condizioni dei consumatori, tenendo conto di caratteristiche specifiche quali la necessità di garantire la sicurezza dell'approvvigionamento, il trasporto dell'energia e la sua distribuzione finale. Il CESE fa riferimento ai suoi pareri precedenti sul servizio universale e sui servizi di interesse generale, nei quali ha già preso posizione in modo netto sulla questione della protezione dei consumatori, insistendo sulla necessità di definire chiaramente il concetto di servizio universale, al fine di introdurre regole comuni per l'esecuzione dei compiti di interesse generale.

1.1.2   Per quanto riguarda, in particolare, le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, è necessario evitare che le amministrazioni aggiudicatrici abusino delle loro prerogative, ricorrendo a interpretazioni tendenziose dei diritti di sovranità di cui all'articolo 194, paragrafo 2, del TFUE (1), per la possibile determinazione di condizioni più onerose o discriminatorie per l'accesso alle reti di trasporto del gas naturale (2) o alla rete per il commercio transfrontaliero di energia elettrica (3). L'UE, infine, dovrebbe agire con il massimo zelo istituzionale per rafforzare e migliorare le procedure che garantiscono la trasparenza dei prezzi applicabili ai consumatori industriali finali di gas e di energia elettrica (4).

1.1.3   In questo contesto, è prevedibile che si verifichi una ridefinizione del ruolo dei servizi di interesse economico generale nel funzionamento del mercato interno. Alla luce del Trattato di Lisbona, questi servizi possono realizzare in modo più efficace i compiti che possano essere assegnati loro dalle autorità nazionali, regionali o locali (5). Ciò è particolarmente rilevante nel settore dell'energia, visto il ruolo preponderante dei servizi prestati dalle grandi industrie di reti.

1.1.4   Risulterà difficile, in questo senso, articolare un quadro giuridico equilibrato tra, da un lato, l'ampia discrezionalità riconosciuta alle autorità degli Stati membri (cfr. l'articolo 1 del protocollo n. 26 allegato al TUE e al TFUE e l'articolo 194, paragrafo 2, del TFUE) e, dall'altro, il libero gioco della concorrenza nel mercato unico. Ciò è vero in particolare in quanto la giurisprudenza della Corte di giustizia precedente all'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, fatta salva la competenza degli Stati membri per garantire l'accesso ai servizi di interesse economico generale (6), ha sottolineato la necessità che quest'ultimo sia conforme ai Trattati (7), e ha stabilito che, in ogni caso, le possibili eccezioni alle disposizioni dei Trattati derivate dall'esercizio interno di competenze in quest'ambito vanno interpretate in modo restrittivo (8).

2.   Introduzione

2.1   Nei prossimi quarant'anni, il settore energetico europeo dovrà far fronte a numerose sfide che renderanno necessarie trasformazioni essenziali in materia di approvvigionamento, distribuzione e consumo di energia. Per far fronte su scala europea a tali sfide, la Commissione sta elaborando una nuova strategia energetica per il periodo 2011-2020 e un piano d'azione per il 2050, consultando in proposito le parti interessate. Dal canto suo, il Comitato sta elaborando un parere su ciascuna di queste due iniziative.

2.2   Per sviluppare una strategia europea completa e integrale, che possa far fronte alle sfide future, è evidente che l'Unione europea dovrà sfruttare al massimo le nuove competenze conferite dal Trattato di Lisbona nell'ambito dell'energia e dovrà spingere gli Stati membri ad avviare un'ampia cooperazione e collaborazione su tutta una serie di questioni che giuridicamente rientrano tra le competenze nazionali o condivise. Alcune delle sfide attuali potrebbero esigere ulteriori modifiche ai Trattati o addirittura un nuovo Trattato (ad esempio la proposta, presentata da Jacques Delors, di un nuovo Trattato che istituisca una Comunità europea dell'energia). In qualsiasi caso, nel quadro del presente parere ci si limiterà al Trattato di Lisbona e alle misure necessarie per garantire che le competenze condivise in esso stabilite vengano esercitate in modo da consentire un approccio integrato e il rispetto non solo dei diritti dei consumatori ma anche delle competenze assegnate all'Unione e agli Stati membri.

2.3   L'articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) (9) stabilisce una nuova base per l'azione sovranazionale in materia di energia, la quale, tuttavia, è sottoposta a determinati condizionamenti derivati sia dallo stesso quadro normativo - ossia espressamente stabiliti dal diritto originario e dal diritto istituzionale vigenti - sia dalla sua futura interazione con alcuni diritti riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (in appresso «la Carta»).

2.4   In questo senso, la politica energetica dell'Unione potrà perseguire le sue finalità - funzionamento del mercato dell'energia, sicurezza dell'approvvigionamento energetico, risparmio, efficienza e innovazione nel settore energetico e interconnessione delle reti - soltanto se esse saranno pienamente compatibili con il funzionamento del mercato unico e con il miglioramento dell'ambiente (articolo 194, paragrafo 1, del TFUE). A tal fine, la Commissione punta in particolare a conseguire gli obiettivi della sicurezza dell'approvvigionamento, di un uso sostenibile delle risorse energetiche e di un accesso all'energia a prezzi accettabili per i consumatori e competitivi. L'integrazione del mercato dell'energia, infatti, non è fine a se stessa, ma è una misura essenziale per il raggiungimento degli obiettivi indicati.

2.5   Inoltre, le misure che l'Unione adotterà in futuro, secondo la procedura legislativa ordinaria, per conseguire i suddetti obiettivi non incideranno sul diritto di uno Stato membro di determinare le condizioni di utilizzo delle sue fonti energetiche, la scelta tra varie fonti di energia e la struttura generale del suo approvvigionamento energetico (articolo 194, paragrafo 2, del TFUE).

2.6   Quest'ultima disposizione, che preserva espressamente ambiti di sovranità per gli Stati membri, garantisce inoltre agli stessi un ampio margine di manovra, conformemente al dettato dell'articolo 2, paragrafo 6, del TFUE (10), fatto salvo che le loro azioni, come stabilito dal già citato articolo 194, paragrafo 1, del TFUE, devono essere improntate a «uno spirito di solidarietà».

2.7   Tenendo conto del fatto che l'energia è inclusa tra le competenze condivise (articolo 4, paragrafo 2, lettera i), del TFUE), e al fine di prevenire, per quanto possibile, futuri conflitti tra l'interesse generale dell'Unione, gli interessi nazionali degli Stati membri (11), gli interessi specifici delle imprese del settore, i diritti dei cittadini e i diritti dei consumatori e degli utenti, è opportuno che il Comitato prenda una posizione istituzionale al riguardo.

2.8   La Commissione ha presentato una serie di proposte di ampio respiro al fine di consentire all'Unione europea di rispettare gli impegni assunti in materia di lotta al cambiamento climatico e di promozione delle energie rinnovabili entro il 2020. Il Consiglio e il Parlamento si sono infatti impegnati a ridurre del 20 % le emissioni di gas a effetto serra, a raggiungere un livello del 20 % di energia ottenuta da fonti rinnovabili e a migliorare del 20 % l'efficienza energetica. La Commissione ha quindi adottato un nuovo regolamento generale di esenzione per categoria, secondo il quale gli aiuti di Stato per le energie rinnovabili e l'efficienza energetica sono esentati dalla notifica, purché soddisfino determinati requisiti.

2.9   Nell'elaborazione della Nuova strategia energetica per l'Europa 2011-2020 della Commissione, oltre alla protezione dei cittadini come consumatori, all'accesso ai servizi energetici e all'occupazione generata dall'economia a basso tenore di carbonio, vengono tenute in considerazione le seguenti tematiche:

l'attuazione delle politiche già stabilite dal pacchetto per la liberalizzazione del mercato dell'energia, dal pacchetto «energia e clima» e dal piano strategico per le tecnologie energetiche (piano SET),

la tabella di marcia per la «decarbonizzazione» del settore energetico entro il 2050,

l'innovazione tecnologica,

il rafforzamento e il coordinamento della politica estera,

la riduzione del fabbisogno energetico (piano d'azione per l'efficienza energetica), in particolare la necessità di sviluppare le infrastrutture energetiche in modo da conseguire un approvvigionamento e una distribuzione conformi alle richieste del mercato interno dell'energia.

2.10   Queste iniziative della Commissione, alcune delle quali sono ancora in attesa di adozione da parte del Consiglio e del Parlamento, nonché di attuazione da parte degli Stati membri (per esempio la distribuzione del gas naturale, la generalizzazione dell'uso delle energie rinnovabili, le misure di efficienza energetica applicate ai trasporti, all'edilizia, ecc.), rispondono a una logica volta a portare a termine con successo la strategia Europa 2020.

3.   Osservazioni generali

3.1   È comunque opportuno individuare le iniziative che, in mancanza di un'adeguata base giuridica stabilita dai Trattati, risultano necessarie per la creazione, a breve termine, di un'autentica politica energetica adeguata alle sfide che l'UE deve affrontare nel XXI secolo. In questo senso già si prevedono alcune iniziative, come quella di Jacques Delors per la conclusione di un nuovo Trattato sulla Comunità europea dell'energia, che attribuirebbe all'UE competenze per promuovere, tra l'altro, un incremento nel numero e nella qualità delle reti di connessione transnazionali delle infrastrutture dell'energia e l'istituzione di risorse e fondi comuni per l'R&S&I nel settore dell'energia o di strumenti commerciali per operare congiuntamente sui mercati internazionali dei prodotti energetici (12).

3.2   D'altro canto, e tenendo presente il già citato articolo 194 del TFUE, è il caso di aprire una riflessione sull'estensione di tre ambiti sui quali incideranno le politiche pubbliche a livello sia nazionale che sovranazionale, ossia: la salvaguardia e lo sviluppo dei diritti dei cittadini dell'Unione, la coerenza dell'applicazione delle eccezioni per ragioni di sicurezza nazionale degli Stati con la sicurezza energetica sovranazionale e la compatibilità delle misure nazionali con la creazione e il funzionamento del mercato unico dell'energia per quanto riguarda, in particolare, le infrastrutture di trasporto e distribuzione, le reti di interconnessione, il regime degli appalti pubblici e i diritti dei consumatori.

3.3   Il nucleo di diritti più strettamente legati alle future misure energetiche dell'UE è certamente riconosciuto al Capo IV (Solidarietà) della Carta, e più precisamente agli articoli 36 (Accesso ai servizi d'interesse economico generale), 37 (Tutela dell'ambiente) e 38 (Protezione dei consumatori). Sarebbe opportuno esaminare le possibili conseguenze della ratifica da parte di tutti gli Stati membri del Protocollo 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU), che, con il Trattato di Lisbona, apre la porta per l'adesione dell'UE alla CEDU.

3.3.1   Si tratta, tuttavia, di disposizioni che sanciscono principi di azione istituzionale dell'UE, senza però riconoscere espressamente diritti soggettivi (13), anche se nel caso della tutela dell'ambiente e della protezione dei consumatori esiste un solido quadro giuridico europeo di salvaguardia degli interessi individuali e dei cosiddetti «interessi diffusi». Ciononostante, è probabile che l'applicazione del Protocollo sui servizi d'interesse generale, allegato al TUE e al TFUE, rafforzerà l'accessibilità dei cittadini alle diverse fonti di consumo energetico, facendo in particolare attenzione alla situazione dei gruppi sociali maggiormente svantaggiati.

3.3.2   Per le ragioni sopra esposte, è presumibile che si verifichino tensioni normative tra l'UE e gli Stati membri, data la difficile coesistenza tra il compito sovranazionale di liberalizzare e/o armonizzare gli elementi chiave del funzionamento del mercato dell'energia in Europa e quello statale di salvaguardare il benessere sociale (14). La Commissione, tuttavia, ritiene invece che la cooperazione tra gli Stati membri aumenterà la sicurezza a livello nazionale.

3.3.3   Questo accadrà soprattutto perché, com'è noto, la Carta stabilisce soltanto livelli minimi di salvaguardia dei diritti e delle libertà da essa riconosciuti (15), e in alcuni Stati membri la sua applicazione è soggetta a limitazioni (16). Si tratta di preservare, per quanto possibile, la coesione sociale, al fine di garantire i diritti di solidarietà per quanto riguarda l'accesso all'energia sia alle fasce della popolazione meno favorite economicamente che ai gruppi vulnerabili e ai disabili.

3.3.4   Ciò è vero soprattutto perché gli effetti devastanti dell'attuale crisi economica mondiale sull'occupazione (perdita di posti di lavoro), sui salari (riduzioni) e sulla capacità delle autorità pubbliche di sostenere le prestazioni sociali minacciano di escludere ampie fasce della popolazione dall'accesso all'energia, generando «povertà energetica».

3.4   Un'altra questione da risolvere è quella della coerenza tra le strategie di sicurezza nazionale degli Stati membri e la necessità di garantire la sicurezza energetica a livello sovranazionale.

3.4.1   Le rotte e le fonti energetiche dell'Unione europea devono sostenere la sicurezza degli approvvigionamenti sia dell'UE nel suo insieme che dei singoli Stati membri. In futuro la sicurezza di approvvigionamento dipenderà dall'evoluzione del mix di combustibili, dallo sviluppo della produzione nell'UE e nei paesi terzi che la riforniscono, dagli investimenti negli impianti di stoccaggio e dalle rotte all'interno e all'esterno dell'UE.

3.4.2   Dato che l'articolo 4, paragrafo 2, del TUE riconosce come «funzione essenziale» degli Stati la sicurezza nazionale, attribuendo loro espressamente e in forma esclusiva la competenza della sua salvaguardia, occorrerà stabilire ambiti di concertazione politica e normativa tra l'UE e i suoi Stati membri per conseguire le sinergie e le complementarietà previste dall'articolo 194, paragrafo 1, del TFUE.

3.4.3   A tal fine, si dovrebbero esplorare formule per il rafforzamento istituzionale dell'Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell'energia (17), che ha, tra l'altro, il compito di promuovere lo scambio di buone pratiche e la cooperazione tra le autorità di regolamentazione e gli attori economici, di esprimere pareri sulla conformità agli obblighi sovranazionali di qualsiasi decisione adottata dai regolatori nazionali e, in determinate circostanze, di decidere sulle modalità e condizioni dell'accesso e della sicurezza operativa delle infrastrutture dell’energia elettrica e del gas che collegano almeno due Stati membri. Diventano quindi necessari il coordinamento e la cooperazione tra gli Stati membri, con la supervisione dell'Agenzia. Ciononostante, qualsiasi aggiunta o modifica alle competenze dell'Agenzia dovrà essere conforme ai limiti generali stabiliti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia e in particolare dalla sentenza pronunciata nella causa Meroni (18).

3.4.4   È opportuno garantire l'applicazione del quadro normativo dell'UE in materia di sicurezza energetica - che è stato elaborato e adottato prima del già citato articolo 4, paragrafo 2, del TUE, e che disciplina situazioni strettamente sovranazionali (19) quali l'ambito della politica estera e di sicurezza comune, e la posizione «ad hoc» del Consiglio europeo di primavera del 2010 sulla sicurezza dell'approvvigionamento energetico (20) - e di conformità con alcune disposizioni della Carta europea dell'energia riguardanti l'utilizzo di infrastrutture di trasporto dell'energia e il transito di materie e prodotti energetici (21).

3.4.5   Al fine di rafforzare la sicurezza dell'approvvigionamento e la solidarietà tra gli Stati membri in caso di emergenza a livello europeo e, in particolare, di sostenere quelli tra loro che si trovino in situazioni geografiche o geologiche meno favorevoli, gli Stati membri dovranno stabilire piani congiunti con misure preventive o di emergenza a livello sovranazionale o anche transnazionale. Questi piani dovrebbero essere resi pubblici e aggiornati periodicamente. Il Fondo di coesione e i fondi strutturali potrebbero costituire in futuro un elemento importante del sostegno finanziario a tali piani.

3.4.6   Per garantire una migliore salvaguardia dei suddetti obiettivi, sarebbe opportuno, sulla base dell'articolo 122 o dell'articolo 194 del TFUE, adottare quanto prima le misure per regolamentare l'approvvigionamento di determinati prodotti energetici, in caso di difficoltà gravi in cui possano trovarsi gli Stati membri, e le misure che stabiliscano la procedura per determinare l'aiuto finanziario agli Stati membri che subiscano catastrofi naturali o debbano affrontare eventi eccezionali. Inoltre, bisognerà prendere in considerazione la possibilità di utilizzare l'articolo 149 del TFUE come base complementare per il raggiungimento degli obiettivi sopraccitati, a condizione che le circostanze specifiche, giustificando l'adozione di misure sovranazionali, lo rendano opportuno.

3.4.7   Alla luce delle sfide e degli obiettivi che deve affrontare l'Unione europea nel settore energetico, appare necessario pervenire alla definizione di un vero «servizio pubblico europeo dell'energia» il quale, nel rispetto del principio di sussidiarietà, abbia tra l'altro il compito di stabilire un registro pubblico relativo alle abitudini di consumo energetico negli Stati membri, ai tipi di energia consumata in ciascun paese, ai mezzi per prevenire i disastri legati all'uso e al trasporto dell'energia e al coordinamento della protezione civile a questo fine, ecc.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  Il quadro giuridico sovranazionale è attualmente determinato dalla direttiva 2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004 (GU L 134), modificata dalla direttiva 2005/51/CE (GU L 257) e dal regolamento (CE) n. 2083/2005 (GU L 333).

(2)  Al fine di agevolare la libera concorrenza, a partire dal 2011 saranno in vigore le condizioni di cui al regolamento (CE) n. 715/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13.7.2009 (GU L 211).

(3)  A partire dal 2011 saranno in vigore anche le condizioni di cui al regolamento (CE) n. 714/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio (GU L 211).

(4)  Conformemente agli obiettivi delle direttive 90/377/CEE del Consiglio, del 29 giugno 1990 (GU L 185), 2003/54/CE e 2003/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003 (GU L 176) e della proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 novembre 2007 (COM(2007) 735 definitivo).

(5)  Il protocollo n. 26 riguardante i servizi di interesse generale, allegato al TUE e al TFUE, completa l'articolo 14 del TFUE e offre alla Corte di giustizia una nuova base interpretativa dell'articolo 36 della Carta su questa questione.

(6)  Conseguentemente, la Corte ha riconosciuto agli Stati membri, tra l'altro, il diritto di condizionare ai loro obiettivi di politica nazionale la definizione dei servizi di interesse economico generale affidati a determinate imprese. Sentenza del 23 ottobre 1997, causa C-159/94, Commissione/Francia, Racc. 1997, pag. I-5815, punto 49.

(7)  Sentenza della CGUE del 23 maggio 2000, causa C-209/98, Sydhavnens Stens, Racc. 2000, pag. I-3743, punto 74.

(8)  Sentenza della CGUE del 17 maggio 2001, causa C-340/99, TNT Traco, Racc. 2001, p. I-4109, punti 56-58.

(9)  Pubblicato nella GU C 83 del 30.3.2010, pag. 47.

(10)  

Che recita: «La portata e le modalità d'esercizio delle competenze dell'Unione sono determinate dalle disposizioni dei trattati relative a ciascun settore».

(11)  Potrà risultare particolarmente complesso il rapporto tra regimi normativi e prassi amministrative alla luce delle disposizioni dell'articolo 2, paragrafo 2, del TFUE, che attribuisce la facoltà di legiferare e adottare atti giuridicamente vincolanti in quest'ambito sia all'Unione che agli Stati membri, e riconosce a questi ultimi il diritto di esercitare la loro competenza nella misura in cui l'Unione non ha esercitato la propria o ha deciso di cessare di esercitarla. L'articolo unico del protocollo n. 25 (sull'esercizio della competenza concorrente) allegato al TUE e al TFUE, stabilisce inoltre che «… quando l'Unione agisce in un determinato settore, il campo di applicazione di questo esercizio di competenza copre unicamente gli elementi disciplinati dall'atto dell'Unione in questione e non copre pertanto l'intero settore».

(12)  Cfr. il parere esplorativo CESE 990/2010 La povertà energetica nel contesto della liberalizzazione e della crisi economica.

(13)  Cfr. F. Benoît Rohmer, in AAVV: Commentary of the Charter of Fundamental Rights of the European Union, Bruxelles 2006, pag. 312 e segg.; A. Lucarelli, in AAVV: L’Europa dei diritti. Commento alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Bologna 2002, pag. 251 e segg.

(14)  Cfr. C. J. Moreiro González, El objetivo del bienestar social en el contexto de crisis económica mundial, Gaceta Jurídica de la UE y de la Competencia, Nueva Época, 11 maggio 2009, pag. 7 e segg.

(15)  Cfr. gli articoli 51 e 52 della Carta e la Dichiarazione n. 1 degli Stati membri relativa alla Carta, allegata all'Atto finale della CIG che ha adottato il Trattato di Lisbona il 13 dicembre 2007, GU C 83 del 30.3.2010, pag. 337, nonché le spiegazioni relative alla Carta elaborate dal Presidium della Convenzione che l'ha redatta e aggiornate dal Presidium della Convenzione europea, GU C 303 del 14.12.2007, pag. 17 e segg.

(16)  Come stabilito nel protocollo n. 30, allegato al TUE e al TFUE, sull'applicazione della Carta alla Polonia e al Regno Unito, e nelle dichiarazioni n. 61 e n. 62 della Repubblica di Polonia e n. 53 della Repubblica ceca, allegate all'Atto finale della CIG che ha adottato il Trattato di Lisbona.

(17)  Creata con il regolamento (CE) n. 713/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 luglio 2009, GU L 211 del 14.8.2009.

(18)  È necessario a tale proposito ricordare che la giurisprudenza della Corte di giustizia non consente alla Commissione di delegare poteri regolamentari o esecutivi, a meno che questo non sia previsto espressamente dal Trattato (sentenza pronunciata nella causa Meroni del 17 giugno 1959, Racc. pag. 331).

(19)  Per esempio la comunicazione della Commissione Secondo riesame strategico della politica energetica - Piano d'azione dell'UE per la sicurezza e la solidarietà nel settore energetico, COM(2008) 781 definitivo, nella quale si propone, tra le altre misure rilevanti, la modifica della direttiva 2006/67/CE sulle riserve strategiche di petrolio e che ha portato all'adozione della direttiva 2009/119/CE del Consiglio del 14 settembre 2009, GU L 265, e della direttiva 2004/67/CE sulla sicurezza dell'approvvigionamento di gas naturale; il Libro verde Verso una rete energetica europea sicura, sostenibile e competitiva, COM(2008) 782 definitivo, ecc.

(20)  Bruxelles, 26 marzo 2010, doc. Co EUR 4, CONCL. 1.

(21)  Decisione 98/181/CE, CECA ed Euratom del Consiglio e della Commissione (GU L 69 del 23.9.1997) e decisione 2001/595/CE del Consiglio (GU L 290 del 13.7.2001).


ALLEGATO

al Parere del Comitato economico e sociale europeo

I seguenti brani del parere della sezione sono stati respinti in favore degli emendamenti adottati dall'Assemblea, ma hanno ottenuto un numero di voti favorevoli pari ad almeno un quarto dei voti espressi:

Punto 1.1

«Il funzionamento del mercato unico dell'energia deve essere rafforzato per tutto quanto riguarda le infrastrutture, il regime di appalti pubblici, la corretta operatività del mercato e la protezione dei consumatori. A tal fine il Comitato economico e sociale europeo (CESE) insiste sul fatto che lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e delle reti transeuropee è l'elemento fondamentale per la realizzazione del mercato unico dell'energia.

Occorre in particolare articolare meccanismi volti a identificare i criteri di formazione dei prezzi al fine di evitare gravi e ingiustificabili disparità, spesso falsamente basate sulla natura dell'energia consumata, sulle fonti di approvvigionamento o sui mezzi di distribuzione.

Allo stesso modo bisogna definire criteri e mezzi sopranazionali per razionalizzare la produzione di energia sul territorio degli Stati membri tenendo conto di un uso sostenibile delle risorse e beneficiando di elementi geografici e climatici, quali la determinazione dei periodi di maggiore attività di produzione fotovoltaica o eolica, oppure l'intensità delle maree.»

Esito della votazione

27 voti favorevoli all'eliminazione del termine «sopranazionali» (nella quarta frase), 17 contrari e 2 astensioni.

Punto 1.1.5

«A tal fine, si dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di adottare un regolamento che incorpori i diritti sanciti dalla Carta dei diritti dei consumatori di energia (COM(2007) 386 definitivo, CESE 71/2008, relatore: IOZIA) e tenga conto delle specificità dei servizi di interesse generale che gli Stati membri possano invocare in quest'ambito, attraverso norme minime comuni sugli obblighi di servizio pubblico, che andrebbero definiti chiaramente ed essere trasparenti, obiettivi e non discriminatori. Si sottintende infatti che occorre distinguere tra i diritti dei cittadini e le possibilità degli Stati membri di introdurre o mantenere gli obblighi di servizio pubblico derivanti dalla prestazione di servizi economici d'interesse generale.

Il regolamento è uno strumento più appropriato della direttiva per i seguenti motivi:

è direttamente applicabile alle autorità competenti degli Stati membri, alle imprese dell'energia e ai consumatori,

non comporta tempi lunghi per il suo recepimento nel diritto interno,

garantisce la chiarezza e la coerenza delle norme e degli obblighi in tutta l'UE,

definisce direttamente la partecipazione delle istituzioni europee.»

Esito della votazione

28 voti favorevoli alla soppressione dell'intero punto, 16 contrari e 2 astensioni.

Punto 3.4.5

«Al fine di rafforzare la sicurezza dell'approvvigionamento e la solidarietà tra gli Stati membri in caso di emergenza a livello europeo e, in particolare, di sostenere quelli tra loro che si trovino in situazioni geografiche o geologiche meno favorevoli, gli Stati membri dovranno stabilire piani congiunti con misure preventive o di emergenza a livello sovranazionale o anche transnazionale (accordi commerciali tra le imprese, aumento delle esportazioni, meccanismi di compensazione, ecc.). Questi piani dovrebbero essere resi pubblici e aggiornati periodicamente. Il Fondo di coesione e i fondi strutturali potrebbero costituire in futuro un elemento importante del sostegno finanziario a tali piani.»

Esito della votazione

30 voti favorevoli all'eliminazione dei termini tra parentesi, 11 contrari e 3 astensioni.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/87


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Relazioni tra l'UE e il Canada» (parere d'iniziativa)

2011/C 48/16

Relatore: José Isaías RODRÍGUEZ GARCÍA-CARO

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 26 febbraio 2009, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere di iniziativa sul tema:

Relazioni tra l'UE e il Canada.

La sezione specializzata Relazioni esterne, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 3 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere all'unanimità.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1   Le società civili dell'UE e del Canada condividono valori comuni, anche economici, sui quali poggia l'identità delle rispettive società nel XXI secolo. Mettere in comune tali principi può apportare un valore aggiunto all'UE e al Canada e quindi all'intera comunità internazionale.

1.2   Per questa ragione il Canada dev'essere un partner di riferimento per l'UE. Le relazioni attuali sono adeguate, ma potrebbero essere definite timide. Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) accoglie quindi con soddisfazione l'avvio dei negoziati intesi a realizzare un accordo economico e commerciale globale. Tale accordo suscita grandi aspettative non solo per quanto riguarda il futuro delle relazioni UE-Canada, ma anche per le relazioni transatlantiche. Ricordiamo che gli Stati Uniti e il Canada, insieme con il Messico, sono parti contraenti dell'Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA), e che quindi il Canada può costituire un non disprezzabile canale di accesso al mercato statunitense.

1.3   Il CESE accoglie con soddisfazione i risultati del vertice UE-Canada svoltosi il 6 maggio 2010. Si compiace del fatto che i dirigenti si siano impegnati a risolvere le divergenze in materia di visti e ritiene che il proposito espresso dal Canada, di rivedere la propria politica di asilo, dovrebbe contribuire a facilitare la concessione di visti a tutti i cittadini dell'UE in un regime di piena reciprocità.

1.4   Considera essenziale inserire nell'accordo, ai fini di una sua attuazione efficace, specifiche modalità di partecipazione e di consenso delle province, dei territori e della società civile. Uno dei punti più importanti per l'UE è l'apertura dei mercati degli appalti pubblici. Le province canadesi hanno competenze molto ampie in materia, per cui devono essere coinvolte anche nei negoziati su questo punto. Date le divergenze che sussistono tra i differenti attori socioeconomici su tale questione, il CESE ritiene essenziale che le parti sociali partecipino ai relativi negoziati.

1.5   Il CESE auspica che il Parlamento europeo intervenga in questo processo con un'adeguata attività di monitoraggio e di informazione nel corso dei negoziati, e non già limitandosi ad approvare e ratificare la versione finale, come previsto dal Trattato di Lisbona.

1.6   Sarebbe auspicabile che, una volta stipulato l'accordo, il comitato congiunto di cooperazione UE-Canada svolgesse funzioni analoghe a quelle esercitate dal consiglio economico transatlantico insediato dall'UE e dagli Stati Uniti, al fine di favorire, tra l'altro, l'avanzamento verso la convergenza normativa tra l'UE e il Canada.

1.7   L'UE deve negoziare un accordo ambizioso che comprenda tutti gli aspetti delle relazioni commerciali con il Canada, compresi gli appalti pubblici. In quest'ottica è particolarmente importante affrontare con urgenza gli ostacoli reali cui devono far fronte le imprese, armonizzando la regolamentazione ed eliminando le barriere non commerciali.

1.8   L'accordo deve contemplare anche gli aspetti dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile.

1.9   Il CESE ritiene che l'UE e il Canada non possano farsi sfuggire l'opportunità di intensificare le loro relazioni, cosa che avrebbe ricadute positive sulle rispettive società. Sarebbe pertanto opportuno che entrambe le parti mantenessero un dialogo fluido con i rappresentanti della società civile organizzata, non soltanto durante i negoziati, ma anche ad accordo concluso, per seguirne l'applicazione e i risultati al fine di migliorarlo.

1.10   Il CESE propone che nel quadro dell'accordo venga istituito un organo consultivo misto della società civile organizzata UE-Canada. Esso eserciterebbe una funzione consultiva nei confronti dell'organismo congiunto che sarà istituito in quanto principale soggetto di direzione politica dell'accordo e potrebbe formulare pareri sulla base di consultazioni provenienti da tale organismo congiunto in merito agli argomenti oggetto dell'accordo. Il comitato consultivo potrebbe essere configurato sul modello di altri organi consultivi misti della società civile, il cui esempio più recente è dato dal comitato consultivo misto incluso nell'accordo di associazione tra l'UE e l'America centrale del 2010.

2.   Introduzione

2.1   Il CESE ha esaminato le relazioni tra UE e Canada nel 1996 (1). Da allora vi sono stati sviluppi che hanno di fatto modificato il contesto di tali relazioni e che, di conseguenza, hanno reso necessario elaborare il presente parere.

2.2   Le società civili dell'Europa e del Canada condividono valori comuni sui quali poggia l'identità delle rispettive società nel XXI secolo. La messa in comune dei loro principi può apportare un valore aggiunto sia all'UE che al Canada e, di conseguenza, all'intera comunità internazionale, in relazione ad aspetti come l'economia, la politica ambientale, la sicurezza, l'immigrazione ecc. Sarebbe inoltre auspicabile che nel contesto multilaterale vi fosse una maggiore collaborazione in merito a temi come la governance economica, il cambiamento climatico e la risoluzione dei conflitti.

2.3   Le due aree hanno economie altamente complementari in numerosi settori, e condividono valori economici comuni, che potrebbero facilitare il raggiungimento di un accordo. Il 6 maggio 2009 si è svolto a Praga un vertice tra UE e Canada, il cui risultato principale è stato l'avvio di negoziati per un accordo economico e commerciale globale (Comprehensive Economic and Trade Agreement - CETA) tra le due parti.

2.4   Il CESE si compiace dell'apertura di negoziati intesi a concludere un accordo e si augura che esso segni l'inizio di una nuova tappa nelle relazioni tra l'UE e il Canada, stimolando la cooperazione a vantaggio di entrambe le parti. L'accordo implicherà anche un chiaro messaggio per la comunità internazionale, dato che sia l'UE che il Canada dimostrano di respingere il protezionismo in questo periodo di crisi economica e finanziaria. D'altro canto, la promozione delle relazioni transatlantiche non può essere concepita senza la piena partecipazione del Canada.

2.5   Va sottolineato che l'accordo, una volta concluso, costituirà il primo accordo commerciale degli ultimi anni tra un gruppo di Stati appartenenti in maggioranza all'OCSE e tutti ugualmente attenti alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro. Si spera pertanto che l'accordo getti delle basi solide sia per quanto riguarda gli aspetti dello sviluppo economico, sociale e ambientale sostenibile che per la consultazione della società civile e per la supervisione dell'attuazione dell'accordo commerciale.

3.   La società civile in Canada

3.1   Il sistema canadese di consultazione della società civile differisce da quello europeo. La società civile viene consultata su specifici temi sia dalle commissioni parlamentari che dai ministri federali. Quest'ultimo tipo di consultazione è obbligatorio negli iter parlamentari canadesi, nel cui ambito è necessario dimostrare che tale consultazione ha avuto luogo. La consultazione della società civile è una pratica diffusa anche a livello delle province.

3.2   I lavoratori iscritti a un sindacato sono circa 4 600 000 (2), ossia il 26,1 % del totale. Sebbene negli ultimi anni il numero di lavoratori iscritti a un sindacato sia cresciuto di oltre mezzo milione di unità, di pari passo con la proporzionale crescita del numero di occupati, la percentuale di lavoratori sindacalizzati ha subito variazioni minime nel periodo considerato.

3.3   A livello nazionale la principale voce del movimento sindacale è il Congresso canadese del lavoro (Congrès du travail du Canada CTC - Canadian Labour Congress CLC) (3). La maggior parte dei sindacati nazionali presenti in Canada è affiliata al CTC, il quale consiste di dodici federazioni provinciali e territoriali e di 136 consigli del lavoro. Il CTC rappresenta circa tre milioni di iscritti. La sua attività ha per obiettivo retribuzioni e condizioni di lavoro dignitose, il miglioramento delle norme in materia di salute e sicurezza, l'equità del regime fiscale, programmi sociali comprendenti i servizi di custodia dei bambini, l'assicurazione sanitaria e le pensioni, oltre al miglioramento dei programmi di formazione e di creazione di posti di lavoro.

3.4   Il Consiglio degli imprenditori canadesi (4) è la principale organizzazione imprenditoriale del paese. Esso si compone di circa 150 amministratori delegati dalle principali imprese canadesi e di imprenditori di particolare rilievo appartenenti a tutti i settori produttivi. Il principale obiettivo di questa organizzazione è rappresentare le posizioni imprenditoriali a tre livelli: canadese, nordamericano e mondiale. A livello canadese l'attività del Consiglio si incentra su questioni nazionali come la politica monetaria e fiscale, l'ambiente, la competitività, il diritto delle società e la legislazione. A livello nordamericano il Consiglio si occupa principalmente dell'interdipendenza economica tra Stati Uniti e Canada e dell'Accordo nordamericano di libero scambio NAFTA. A livello mondiale la sua attività verte su questioni di fiscalità internazionale, di commercio, di investimenti, di politica dello sviluppo e di relazioni bilaterali e multilaterali.

3.5   Inoltre, la Federazione canadese delle imprese indipendenti (5) conta a livello nazionale 105 000 associati, provenienti da tutti i settori. Il suo obiettivo è rappresentare gli interessi delle piccole e medie imprese a livello sia federale che provinciale e territoriale. Un altro organo influente a livello nazionale è la Camera di commercio del Canada (6).

3.6   Tra le associazioni dei consumatori la più rappresentativa è probabilmente l'Associazione dei consumatori del Canada (7), i cui obiettivi principali sono informare i consumatori (8) e rappresentarli di fronte al governo e alle imprese nel quadro della risoluzione di controversie in materia di consumo.

3.7   In Canada sono presenti anche alcune organizzazioni di agricoltori, di cui la maggiore è la Federazione canadese dell'agricoltura (9), che conta oltre 200 000 membri. Essa è stata fondata nel 1935 come organo di espressione delle posizioni degli agricoltori canadesi. È un organismo centrale che rappresenta le organizzazioni provinciali e i gruppi produttivi nazionali e promuove gli interessi dell'agricoltura e del settore agroalimentare del Canada.

3.8   Il settore della pesca è rappresentato principalmente dal Consiglio canadese della pesca (10). Esso fa da portavoce dell'industria della pesca a livello nazionale e conta tra i suoi membri circa 100 imprese, che lavorano la maggior parte della produzione canadese di pesce e di prodotti del mare.

4.   Un nuovo impulso alle relazioni UE-Canada: scambi economici e relazioni politiche

4.1   L'economia canadese è la quattordicesima del mondo per dimensioni, con un PIL pari a 1510 miliardi (11) di dollari USA. Il principale settore dell'economia canadese è quello dei servizi, che nel 2008 contava per oltre il 69,6 % del PIL (12) e per i tre quarti dell'occupazione complessiva in Canada (13).

4.2   Il saldo della bilancia commerciale canadese presenta un deficit stimato di 34,309 miliardi di dollari USA per il 2009, contro un attivo di 7,606 miliardi di dollari nel 2008. Le principali voci dell'export sono le automobili e i componenti per auto, i macchinari industriali, gli aerei, gli apparecchi di telecomunicazione, i prodotti chimici, i prodotti in plastica e i fertilizzanti. Secondo il documento congiunto UE-Canada del marzo 2009, un posto di lavoro su cinque in Canada è legato al commercio.

4.3   Le relazioni formali tra UE e Canada risalgono al 1959, allorché è stato firmato l'accordo di cooperazione per l'uso pacifico dell'energia nucleare. Da allora tra le due zone sono stati siglati vari accordi e dichiarazioni. In linea con la nuova agenda transatlantica, stipulata con gli Stati Uniti nel 1995, il vertice UE-Canada del dicembre 1996 ha adottato una dichiarazione politica e un piano di azione con il doppio obiettivo di sviluppare le relazioni politiche ed economiche bilaterali e di facilitare la cooperazione su temi multilaterali. Tale piano di azione prevedeva, inoltre, che si svolgessero con cadenza semestrale dei vertici intesi a fare il punto delle relazioni bilaterali e a stimolarle.

4.4   Le relazioni economiche tra il Canada e l'UE sono molto intense. Nel 2009 gli scambi di beni tra le due zone sono ammontati a 40,2 miliardi di euro (14), e quelli di servizi commerciali (ad esclusione dei servizi pubblici) a 18,8 miliardi. Inoltre la tendenza degli ultimi anni è stata abbastanza positiva, dato che tra il 2000 e il 2009 il controvalore delle esportazioni di beni dall'UE al Canada è aumentato da 21,1 a 22,4 miliardi, e quello delle esportazioni canadesi verso l'UE è diminuito da 19 a 17,8 miliardi. Pertanto nello scorso decennio l'attivo della bilancia commerciale per l'UE è aumentato da 2,1 a 4,7 miliardi di euro. Le esportazioni dell'UE in Canada consistono principalmente di medicinali, veicoli a motore e motori di aerei. Le esportazioni canadesi nell'UE consistono principalmente di aerei, diamanti, minerali ferrosi, medicinali e uranio. Nel 2009 l'UE ha registrato un attivo della sua bilancia commerciale con il Canada anche per quanto riguarda i servizi, con un saldo positivo pari a 2,5 miliardi di euro.

4.5   Uno dei punti di maggiore interesse economico per l'UE è la liberalizzazione del mercato degli appalti pubblici. Mentre le imprese canadesi godono del libero accesso agli appalti pubblici europei, grazie al fatto che sia il Canada che l'UE hanno ratificato l'accordo sugli appalti pubblici del 1994 dell'Organizzazione mondiale del commercio, le imprese europee non beneficiano della reciprocità di trattamento in Canada. Poiché le province hanno competenze in merito a settori come l'energia, l'ambiente, i trasporti e la salute, è evidente che occorre coinvolgerle nei negoziati al fine di ottenere un accordo soddisfacente ed economicamente vantaggioso per l'UE. All'inizio di quest'anno il Canada ha siglato con gli Stati Uniti un accordo commerciale concernente l'apertura dei rispettivi mercati degli appalti pubblici a livello subregionale. Il Canada ha avanzato la proposta come reazione alle misure protezionistiche «Buy America», introdotte dagli Stati Uniti per stimolare la propria economia. L'accordo dimostra la volontà delle province di aprire alla concorrenza internazionale i rispettivi mercati degli appalti pubblici.

4.6   I precedenti delle relazioni bilaterali tra UE e Canada si basano in sostanza sui seguenti strumenti:

l'accordo quadro di cooperazione economica e commerciale del 1976,

la dichiarazione transatlantica del 1990, che istituisce il quadro istituzionale sia dei vertici UE-Canada che delle riunioni ministeriali,

il piano d'azione e la dichiarazione politica delle relazioni UE-Canada del 1996, che racchiude tre capitoli fondamentali e cioè le relazioni economiche e commerciali, la politica estera e di sicurezza e le questioni transnazionali,

il vertice di Ottawa del marzo 2004 ha adottato una nuova Agenda per l'associazione, la quale ha consentito di inserire nei rapporti bilaterali una serie di nuovi ambiti (coordinamento internazionale, partecipazione congiunta a missioni di pace, cooperazione allo sviluppo, collaborazione scientifica, giustizia e affari esteri ecc.), e ha approvato il quadro negoziale dell'accordo per la promozione degli scambi e degli investimenti (TIEA).

4.7   Va sottolineato che le relazioni tra Canada e UE sono in generale eccellenti. I principali elementi di attrito politico sono le questioni riguardanti l'Artico, il divieto europeo di commerciare prodotti ricavati dalle foche e l'imposizione da parte canadese dell'obbligo di visto per taluni Stati membri dell'UE.

Da un lato l'imminente apertura di rotte navigabili nell'Artico comporta una serie di questioni di sovranità da risolvere, perché finora non era stata presa in considerazione la possibilità di sfruttare commercialmente tale zona. Si ritiene che la regione artica potrebbe contenere il 20 % delle riserve mondiali di petrolio e di gas, oltre ad offrire nuove ed attraenti rotte commerciali alternative. A medio termine bisognerebbe rimediare all'assenza di normative o regolamentazioni multilaterali, prima che sorgano divergenze o dispute per la sovranità su tale territorio. Nel dicembre 2009 il Consiglio dell'UE ha indicato i tre obiettivi principali della politica dell'UE per l'Artico: 1) tutelare e preservare l'Artico di concerto con la sua popolazione, 2) promuovere l'uso sostenibile delle risorse, 3) contribuire a una governance multilaterale dell'Artico basata sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).

Il Canada richiede il visto di ingresso ai cittadini della Repubblica ceca, della Romania e della Bulgaria, citando a giustificazione abusi nella richiesta di asilo da parte di cittadini di tali paesi. Poiché la politica di visti dell'UE si basa sulla reciprocità, occorre trovare urgentemente una soluzione, prima che l'UE si veda costretta ad adottare a sua volta misure analoghe. La Bulgaria e la Romania stanno lavorando per conformarsi ai criteri stabiliti dal Canada per l'esenzione dal visto. Nel caso della Repubblica ceca, il Canada non ha ancora definito misure concrete per rimuovere l'obbligo di visto. Il Canada giustifica la propria azione con la mancanza di difesa nei confronti di richieste di asilo ingiustificate. Attualmente sta predisponendo una riforma della legislazione, che però richiederà del tempo per essere adottata dal Parlamento.

4.8   Il CESE accoglie pertanto con soddisfazione i risultati del vertice UE-Canada svoltosi il 5 maggio 2010, nel quale i leader si sono impegnati a risolvere la questione e hanno osservato che l'intenzione del Canada di rivedere la propria politica di asilo dovrebbe facilitare la questione del visto per tutti i cittadini dell'UE.

5.   Valutazione dell'accordo commerciale globale tra l'UE e il Canada

5.1   Il 6 maggio 2009, durante il vertice UE-Canada svoltosi a Praga, è stato deciso di avviare dei negoziati intesi a stipulare un accordo economico e commerciale globale.

5.2   Da uno studio eseguito congiuntamente dall'UE e dal Canada, e riguardante i costi e i benefici di un'associazione economica più stretta tra l'UE e il Canada, risulta che eliminare le tariffe doganali, liberalizzare gli scambi di servizi e ridurre le barriere non tariffarie per i beni e gli investimenti sarebbe vantaggioso per entrambe le parti.

5.3   Secondo tale studio gli ambiti più adeguati per l'accordo saranno gli scambi di beni, le questioni sanitarie e fitosanitarie, le barriere tecniche al commercio, l'agevolazione degli scambi, le procedure doganali, gli scambi transfrontalieri di servizi, gli investimenti, gli appalti pubblici, la cooperazione normativa, la proprietà intellettuale, la circolazione delle persone, la politica di concorrenza, gli accordi istituzionali, la risoluzione delle controversie e lo sviluppo sostenibile. Le più importanti questioni che verranno trattate nel corso dei negoziati saranno le barriere non commerciali e la regolamentazione.

5.4   La liberalizzazione del commercio di beni e servizi tra le due zone potrebbe comportare un aumento del 20 % dell'interscambio commerciale. Si è inoltre stimato che, a sette anni dall'entrata in vigore di un accordo avente le caratteristiche sopra indicate, l'aumento del reddito reale sarebbe quantificabile in 11,6 miliardi di euro per l'UE e in 8,2 miliardi di euro per il Canada. Da qui al 2014 le esportazioni complessive dell'UE in Canada aumenterebbero del 24,3 %, a 17 miliardi di euro, mentre le esportazioni canadesi crescerebbero del 20,6 %, a 8,6 miliardi.

5.5   Lo studio suggerisce che esistono margini per ampliare la cooperazione attraverso una collaborazione nel campo della scienza e della tecnologia basata su un'agenda comune di ricerca, principalmente in aree strategiche come l'energia e l'ambiente, il carbone pulito, la cattura e lo stoccaggio del carbonio, le bioenergie, la generazione di elettricità e le reti elettriche intelligenti.

5.6   Altri campi in cui potrebbe accrescersi la collaborazione nell'ambito dell'accordo sarebbero tra l'altro la sicurezza, le questioni previdenziali, un sistema di cooperazione per l'equiparazione delle qualifiche e la cooperazione nell'Organizzazione della pesca nell'Atlantico nord-occidentale.

5.7   Dal punto di vista commerciale gli aspetti tariffari non sembrano essere fonte di problemi nei negoziati. Un aspetto importante dei negoziati consisterà nell'armonizzazione legislativa, dato che la tendenza dell'economia a concentrarsi sui servizi e sugli investimenti esteri fa sì che il quadro normativo sia più importante che mai. Ciò nonostante il sistema di competenze legislative condivise tra lo Stato federale, le province e i territori potrebbe comportare un ostacolo nei negoziati per l'accordo in questo campo.

5.8   In quest'ottica è stato ammesso, in via eccezionale, un coinvolgimento diretto delle province nei negoziati, che è stato accolto con favore dall'UE. Il responsabile dei negoziati è il rappresentante del governo federale, ma potrebbero sorgere divergenze, sia tra le province che tra esse e il governo federale, in settori di competenze condivise o esclusive.

5.9   Il Canada non dispone di un autentico mercato unico. Tanto il governo federale quanto le province sono consapevoli della necessità di creare un mercato interno, ma al momento esiste soltanto una forte volontà politica. Tuttavia la crisi economica mondiale incoraggia il Canada a stipulare al più presto un accordo che gli consenta di diversificare i suoi mercati esteri al di là degli Stati Uniti.

5.10   Per quanto riguarda i settori più delicati, quello che causa maggiori divergenze di tipo commerciale tra l'UE e il Canada è il settore automobilistico. Al contrario esistono buone relazioni in materia di pesca, e questo settore non costituirà un tema dominante nei negoziati. In campo energetico l'UE vuole diversificare i propri fornitori. Pertanto si prevede di negoziare un accordo speciale sull'energia, sebbene al momento non si sia andati oltre lo stadio della proposta. Altri settori nei quali le imprese europee hanno difficoltà a concludere affari in Canada sono il settore dell'aviazione, il settore bancario e gli appalti pubblici. Sussistono inoltre divergenze tra le due parti in merito alla concezione delle indicazioni geografiche e all'impostazione delle questioni agricole.

5.11   In merito alle questioni ambientali i governi federali e provinciali devono ancora sviluppare una posizione comune, specie per quanto riguarda le emissioni di gas a effetto serra. Le province hanno posizioni differenti: mentre il Québec, l'Ontario, la Columbia britannica e il Manitoba fanno parte di un'iniziativa regionale in materia di clima denominata Western Climate initiative e applicano misure intese ad attenuare il cambiamento climatico e ad adattarvisi, l'Alberta e la Terranova, province la cui economia dipende fortemente dalla produzione di petrolio, non vi aderiscono. In merito a tale questione non si registrano passi in avanti, ed è improbabile che questa parte dei negoziati conduca ad un accordo vincolante, che in ogni caso non dovrebbe comportare condizioni svantaggiose che pregiudichino la competitività delle imprese europee. Nondimeno il Canada si è impegnato a investire in tecnologie energetiche pulite e a istituire una cooperazione bilaterale in materia di strategia per l'energia nucleare.

6.   Posizione della società civile in relazione all'accordo tra UE e Canada

6.1   I datori di lavoro

6.1.1   I datori di lavoro europei (BusinessEurope) chiedono l'eliminazione delle barriere tariffarie e non tariffarie, senza escludere alcuna voce, un accesso molto più libero agli appalti pubblici a tutti i livelli (nazionale e subnazionale), un impegno a realizzare la convergenza normativa nei settori prioritari, una più forte tutela della proprietà intellettuale, compresa la tutela delle denominazioni di origine, specialmente per le bevande alcoliche, un meccanismo di risoluzione delle controversie e una maggiore mobilità della forza lavoro, compreso il riconoscimento reciproco delle qualificazioni del personale delle imprese e di alcune professioni, come infermiere o avvocato.

6.1.2   L'accordo apre la porta a nuove opportunità di affari tra due partner che hanno livelli di sviluppo simili e approcci di politica commerciale analoghi. La prosperità è stata strettamente legata a una politica economica rivolta a liberalizzare gli scambi e ad attirare investimenti esteri diretti. Adesso è più importante che mai mantenere aperti i mercati, dato che ciò costituisce uno stimolo importante per competere, innovare e crescere.

6.1.3   Il mondo imprenditoriale crede nella preminenza delle norme commerciali multilaterali ai fini della regolamentazione del commercio internazionale, ma ritiene anche che si possa andare oltre, grazie ad accordi bilaterali più ambiziosi, che permettano di avanzare più rapidamente nell'eliminazione delle barriere, specie non tariffarie, al commercio, agli scambi di servizi e agli investimenti.

6.1.4   Un accordo ambizioso e approfondito tra l'UE e il Canada avrà un impatto favorevole sul rafforzamento delle relazioni economiche tra le due parti, relazioni che si stanno intensificando negli ultimi anni grazie non soltanto alle esportazioni, ma anche a operazioni più complesse nel settore dei servizi e nello stabilimento di imprese.

6.1.5   L'accordo darà impulso a un aumento dei flussi economici e commerciali bilaterali. Il negoziato deve condurre alla creazione di opportunità di affari in settori in cui le imprese hanno dimostrato abbondantemente la loro capacità di competere nel mercato globale, come il settore dell'energia, specie nel segmento delle energie rinnovabili, la gestione delle infrastrutture, i servizi finanziari, le costruzioni, i servizi e le tecnologie ambientali e le telecomunicazioni.

6.1.6   L'obiettivo generale è creare possibilità maggiori con minori ostacoli, vale a dire offrire alle imprese nuove opportunità di affari grazie all'eliminazione di barriere all'esportazione di beni, servizi e capitali.

6.1.7   L'accordo contribuirà in modo decisivo a una maggiore integrazione tra le economie dell'Unione europea e del Canada, favorendo il rilancio economico di entrambe le parti in un periodo di crisi, grazie all'espansione dei flussi commerciali e degli investimenti.

6.1.8   Il commercio internazionale può e deve svolgere un ruolo essenziale come propulsore della crescita e dello sviluppo a livello mondiale, ragion per cui la politica commerciale, attraverso l'apertura dei mercati, deve costituire una parte importante della politica economica dell'UE.

6.2   I sindacati

6.2.1   I sindacati europei e internazionali (FSESP - Federazione sindacale europea dei servizi pubblici e dell'energia; CES - Confederazione europea dei sindacati; CIS - Confederazione internazionale dei sindacati) hanno formulato le loro raccomandazioni in merito ai diritti dei lavoratori, al rispetto delle convenzioni fondamentali sul lavoro dell'OIL n. 98 (negoziazione collettiva), 138 (età minima), 94 (clausole di lavoro - contratti pubblici) e 29 (lavoro forzato) e ad altri elementi del lavoro dignitoso. Essi richiedono che entrambe le parti presentino relazioni regolari in merito ai progressi nell'attuazione di tali accordi. In tale contesto ricordano che il Congresso canadese del lavoro denuncia frequentemente all'OIL casi di infrazione delle convenzioni sul lavoro verificatisi in Canada a livello provinciale. Sebbene le leggi federali garantiscano il diritto dei lavoratori all'attività sindacale, regimi giuridici differenti in vigore nelle province comportano limitazioni dei diritti sindacali in tutto il paese, suscitando quindi le critiche dell'OIL.

6.2.2   Entrambe le parti devono inoltre impegnarsi a rispettare le linee guida dell'OCSE sulle imprese multinazionali e la dichiarazione tripartita dell'OIL sulle imprese multinazionali e la politica sociale; esse non devono inoltre abbassare il livello delle norme sul lavoro al fine di attirare investimenti esteri.

6.2.3   La Confederazione europea dei sindacati auspica che venga incluso nell'accordo un ambizioso capitolo sullo sviluppo sostenibile, comprendente un meccanismo vincolante che garantisca l'attuazione delle convenzioni fondamentali sul lavoro.

6.2.4   D'altro canto la FSESP chiede che l'accordo protegga i servizi pubblici attuali e futuri, e che a tal fine venga garantita una regolamentazione nazionale.

6.2.5   Per quanto riguarda i sindacati canadesi, il Congresso canadese del lavoro sostiene con forza il ricorso agli appalti pubblici per raggiungere gli obiettivi sociali, ambientali e di sviluppo economico e si oppone quindi all'estensione dell'apertura degli appalti pubblici per includervi le società pubbliche e i livelli di governo subordinati a quello federale.

6.2.6   Il Congresso canadese del lavoro inoltre è profondamente preoccupato per il fatto che possibili conflitti di interesse fra investitori e Stato potrebbero pregiudicare i servizi pubblici e le normative interne; esprime inoltre preoccupazione per gli effetti dell'eccessiva tutela della proprietà intellettuale, in particolare sui prezzi dei farmaci.

6.2.7   Deve esistere un meccanismo vincolante mediante il quale le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori di entrambe le parti possano richiedere interventi dei governi.

6.2.8   I sindacati chiedono che venga istituito un forum commerciale e dello sviluppo sostenibile, che consulti in modo equilibrato i lavoratori, i datori di lavoro e le altre organizzazioni della società civile. Le organizzazioni dei lavoratori ritengono che al momento il processo consultivo abbia un orientamento favorevole agli interessi delle imprese.

6.2.9   Essi chiedono inoltre che vengano previste clausole rigorose in materia di rispetto degli accordi multilaterali in materia ambientale, compreso il protocollo di Kyoto. Ritengono che occorrerebbe includere in tale capitolo il rispetto per le convenzioni in materia di diritti umani, compresi i diritti politici e civili, che rivestono grande importanza per la dimensione sociale dello sviluppo sostenibile.

6.3   Le attività diverse

6.3.1   Il settore agricolo chiede che i negoziatori dell'UE tengano conto dei prodotti sensibili di tale comparto. Per quanto riguarda le norme sull'origine dei prodotti, raccomandano di prendere a modello l'accordo con la Corea del Sud. Il settore lattiero viene considerato cruciale e si spera che l'accordo crei nuove opportunità commerciali per i produttori europei. Nel comparto delle carni gli interessi dell'UE sono difensivi e vengono richieste quote per le carni suine, il pollame, le uova e i prodotti derivati dalle uova. Il settore agricolo europeo ha inoltre interessi dichiaratamente offensivi per quanto riguarda i cereali, in particolare il grano, e si oppone ad un aumento della quota del Canada. Sarebbe inoltre opportuno che il governo canadese notificasse all'Organizzazione mondiale del commercio le normative che possono costituire ostacoli al commercio, in modo che il comitato sugli ostacoli tecnici al commercio possa verificarne la compatibilità, ad esempio nel caso della legge canadese C-32 relativa agli ingredienti dei prodotti a base di tabacco.

6.3.2   In merito all'istruzione e alla formazione, il CESE ricorda che già nella dichiarazione comune del novembre 1990 veniva menzionata la possibilità di cooperazione tra l'UE e il Canada in questo campo. Nel 2006 le due parti hanno esteso l'accordo, per il periodo 2006-2013, all'ambito dell'istruzione superiore, della formazione e della gioventù. Si tratta quindi del primo accordo bilaterale siglato dall'UE che menziona la cooperazione in favore dei giovani al di fuori dell'istruzione superiore. Non sembra tuttavia che per tale accordo sia stato previsto il corrispondente finanziamento. Il CESE chiede che tali misure vengano finanziate in modo appropriato e che venga inoltre fornita un'assistenza finanziaria ai numerosi lavoratori dei servizi sociali che operano con bambini e giovani nell'UE e che sarebbero disposti a lavorare nel quadro di scambi di esperienze e di attività congiunte con organizzazioni simili in Canada.

7.   La posizione del CESE sull'accordo economico e commerciale globale

7.1   Il CESE è favorevole all'incremento e alla liberalizzazione degli scambi commerciali ed esprime quindi compiacimento per l'avvio dei negoziati dell'accordo UE-Canada. Si rammarica tuttavia del fallimento dei negoziati di Doha e ribadisce la propria preferenza per la via multilaterale e il proprio rifiuto del protezionismo commerciale.

7.2   Il CESE appoggia tutte le misure intese a risolvere i pochi elementi di attrito che ancora rimangono nelle questioni bilaterali (accesso all'Artico, visti, commercio di prodotti ricavati dalle foche) e ricorda l'importanza dell'accordo per favorire l'interscambio tra l'UE e l'intera regione nordamericana nell'ambito del NAFTA. Chiede quindi che il Parlamento europeo provveda a un adeguato monitoraggio di tutte le fasi del negoziato, affinché possa procedere più facilmente all'approvazione finale dell'accordo.

7.3   Il CESE esprime compiacimento per le eccellenti relazioni tra l'UE e il Canada e invita entrambe le parti a fare in modo che tali relazioni servano a rafforzare alleanze con finalità multilaterali in ambito politico, e in particolare azioni risolute e misure concrete in favore della ripresa economica mondiale e di altri obiettivi come la non proliferazione delle armi nucleari, la lotta contro il cambiamento climatico o la gestione congiunta delle crisi (missioni di pace, crisi naturali).

7.4   Il CESE sostiene con decisione il modello europeo di dialogo sociale e civile e sottolinea che occorre consultare, implicare e coinvolgere le parti sociali e la società civile organizzata sia nella negoziazione dell'accordo che nella sua successiva applicazione.

7.5   Il CESE ritiene che il futuro accordo dovrebbe prevedere la costituzione di un comitato consultivo misto UE-Canada, comprendente rappresentanti della società civile organizzata, e incaricato di promuovere il dialogo e la cooperazione in merito agli aspetti economici, sociali e ambientali delle relazioni UE-Canada che emergeranno nel quadro dell'applicazione dell'accordo. In assenza di una controparte istituzionale rappresentativa della società civile organizzata canadese, il CESE propone di esaminare, insieme alle organizzazioni della società civile canadese, il modo migliore di definire la partecipazione a tale futuro comitato.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  Parere EXT/142 Le relazioni tra l'Unione europea e il Canada, Bruxelles, 27 novembre 1996.

(2)  Labour Force Survey («Statistica sulla forza lavoro»), 2008.

(3)  http://canadianlabour.ca.

(4)  http://www.ceocouncil.ca/en/.

(5)  http://www.cfib.org.

(6)  http://www.chamber.ca.

(7)  http://www.consumer.ca.

(8)  Altre organizzazioni canadesi dei consumatori sono il Consiglio dei consumatori del Canada, l'Associazione di professionisti consumatori del Canada, l'Opzione consumatori e l'Unione dei consumatori.

(9)  http://www.cfa-fca.ca/.

(10)  http://www.fisheriescouncil.ca/.

(11)  La cifra stimata per il 2009 è di 1300 miliardi di dollari, quella per il 2008 di 1400 miliardi di dollari. Fonte FMI World Economic Outlook Database, ottobre 2009.

(12)  https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ca.html.

(13)  Fonte: Istituto spagnolo del commercio estero - ICEX.

(14)  Fonte: Eurostat.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/94


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «La situazione delle persone con disabilità nei paesi Euromed»

2011/C 48/17

Relatore: Meelis JOOST

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 16 luglio 2009, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere di iniziativa sul tema:

La situazione delle persone con disabilità nei paesi Euromed.

La sezione specializzata Relazioni esterne, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 3 settembre 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 16 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere all'unanimità.

1.   Conclusioni

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) si compiace del fatto che numerosi paesi del partenariato Euromed abbiano ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, creando così le basi per migliorare la qualità della vita di queste persone.

1.2

Osserva che le organizzazioni della società civile che rappresentano le persone con disabilità nei paesi Euromed dovrebbero partecipare più efficacemente alla collaborazione nel quadro del partenariato euromediterraneo. Per far sì che queste organizzazioni partecipino attivamente allo sviluppo della società civile è necessario assicurare il loro finanziamento.

1.3

Il CESE esorta i paesi Euromed a promuovere, nell'organizzazione dello spazio vitale, il principio della cosiddetta «progettazione universale» (Design for all) intesa a garantire l'accessibilità ai disabili, dato che un ambiente privo di barriere e di facile accesso per tutti contribuisce anche allo sviluppo del potenziale turistico.

1.4

Il CESE chiede alla Commissione europea di garantire che i fondi destinati ai paesi Euromed siano accessibili anche alle organizzazioni della società civile che rappresentano le persone con disabilità e che i fondi destinati ai programmi della politica europea di vicinato vengano utilizzati evitando di creare ulteriori barriere alla partecipazione, in condizioni di parità, delle persone disabili alla vita sociale.

1.5

Alla luce del contesto culturale dei paesi Euromed e dei miglioramenti della qualità della vita delle persone con disabilità realizzati grazie al modello fondato sulle «azioni caritative», il CESE sollecita ora le parti interessate a impegnarsi a favore di un approccio imperniato sui diritti, affinché la società assuma le proprie responsabilità riguardo al benessere delle persone con disabilità e alla loro sussistenza quotidiana, e crei un ambiente e dei servizi che tengano conto delle esigenze di tutti gli utenti. Questo approccio è conforme alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

1.6

I paesi Euromed devono investire maggiormente in percorsi di formazione adatti alle persone con disabilità, in modo da creare posti di lavoro di qualità e garantire la presenza di una forza lavoro rispondente ai requisiti del mercato. Occorre inoltre limitare gli effetti negativi dell'esodo rurale sull'occupazione e sui flussi migratori.

1.7

Poiché è statisticamente dimostrato che le persone con disabilità rappresentano almeno il 10 % della popolazione, si può stimare che nei paesi Euromed esse siano circa 25 milioni. Il CESE sollecita i responsabili politici di questi paesi ad adoperarsi a favore delle pari opportunità e, in particolare, a promuovere l'integrazione delle persone con disabilità nel mercato del lavoro.

1.8

Occorre coinvolgere i paesi Euromed nel maggior numero possibile di iniziative che permettano di migliorare la coesione tra i paesi di entrambe le sponde del Mediterraneo, come ad esempio gli anni tematici europei (1), la capitale europea della cultura e la più recente iniziativa che si propone di designare ogni anno la capitale europea dell'accessibilità universale (2).

2.   Introduzione

2.1

In alcuni precedenti pareri il CESE ha affrontato il tema dell'evoluzione sociale nei paesi partner Euromed.

2.2

Il Comitato ha deciso di procedere all'elaborazione del presente parere di iniziativa per sensibilizzare maggiormente l'opinione pubblica sulle difficoltà delle persone con disabilità nel bacino del Mediterraneo e contribuire a migliorare le loro condizioni di vita. Attualmente il settore sociale sta attraversando una fase di sviluppo decisiva, contraddistinta da grandi sfide globali.

2.3

Il Processo di Barcellona, avviato nel 1995, ha ridato slancio alle relazioni tra l'UE e i suoi vicini dell'ambito mediterraneo (3) e ha introdotto nuove condizioni per la creazione di una zona di pace e prosperità economica nella regione. Eppure, a quindici anni dall'adozione della dichiarazione di Barcellona, i progressi compiuti rimangono limitati.

2.4

L'iniziativa dell'Unione per il Mediterraneo, lanciata nel 2008, ha dato un nuovo impulso alla cooperazione, impulso di cui i paesi partner possono avvalersi per promuovere uno sviluppo equilibrato della regione. In questo contesto, l'evoluzione degli interessi sociali, che comprende anche il miglioramento della situazione delle persone con disabilità, potrebbe rivestire un'importanza particolare.

2.5

Nel quadro degli accordi di partenariato la Commissione europea potrebbe sviluppare maggiormente l'aspetto dell'evoluzione del settore sociale e richiamare ancora più decisamente l'attenzione sull'urgente necessità di rafforzare la coesione sociale.

2.6

Nell'ottobre 2002 in Libano è stato proclamato il decennio arabo delle persone con disabilità che si concluderà nel 2012. Al lancio dell'iniziativa hanno partecipato diciannove paesi arabi, nonché i rappresentanti di oltre un centinaio di organizzazioni della società civile araba che militano a favore delle persone con disabilità. La dichiarazione adottata in questa occasione è stata frutto di un lungo processo di consultazione tra i ministri degli Affari sociali dei paesi partecipanti.

2.7

Alcuni dei paesi Euromed (4) hanno ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, finalizzata a garantire i diritti di tali persone e a migliorare la loro qualità di vita. Nel contesto dell'UE il processo di ratifica della Convenzione è legato a una proposta di direttiva contro la discriminazione in merito alla quale il CESE ha elaborato un parere. Anche se questa direttiva, intesa a contrastare la discriminazione in ambiti diversi, non è ancora stata adottata, il processo è già stato avviato, consentendo così all'Unione europea di avanzare a grandi passi verso la protezione giuridica delle persone con disabilità.

2.8

La cooperazione nell'ambito dello sviluppo delle risorse umane ha dato risultati positivi. L'indice dello sviluppo umano è passato dallo 0,694 nel 1995 allo 0,736 nel 2007 (5). Visto che la crisi attuale ha ripercussioni negative sullo sviluppo, è importante prestare un'attenzione particolare alle pari opportunità nello sviluppo socioeconomico dei paesi Euromed.

2.9

Nei paesi partner mediterranei la situazione relativa ai diritti e alla qualità di vita delle persone con disabilità varia da uno Stato all'altro. L'obiettivo del presente parere è richiamare l'attenzione dei diversi paesi sulla necessità di migliorare la situazione dei disabili e l'efficienza delle organizzazioni della società civile operanti in questo ambito, nonché coinvolgere più attivamente che in passato i rappresentanti di tali organizzazioni nella regolare cooperazione della società civile tra l'UE e i paesi Euromed. Gli esempi di alcuni Stati e le ricerche in essi condotte, nonché i dati raccolti al riguardo, indicano chiaramente che tali Stati hanno assunto seriamente l'impegno di coinvolgere i disabili e hanno adottato delle misure intese a migliorare la coesione sociale.

3.   Inclusione sociale e pari opportunità

3.1

Il processo di Barcellona (1995) si proponeva un maggiore ravvicinamento globale dei diversi livelli di evoluzione socioeconomica delle due sponde del Mediterraneo. In tale contesto, tuttavia, non si è tenuto conto delle esigenze specifiche di determinati gruppi di persone. La politica di coesione dell'UE ha dimostrato che la promozione delle pari opportunità per i gruppi vulnerabili nonché il rafforzamento della coesione sociale apportano benefici alla società nel suo insieme.

3.2

Nella creazione di una zona comune di libero scambio è particolarmente importante assicurare alle persone con disabilità condizioni di vita e mezzi di sussistenza sempre più simili a quelli abitualmente riscontrabili nell'UE. A tal fine occorre integrare più efficacemente le persone con disabilità nel processo decisionale a livello nazionale, regionale e locale.

3.3

Un sistema di istruzione inclusivo, la politica occupazionale, lo sviluppo regionale equilibrato e la partecipazione ai processi decisionali contribuiscono alla riduzione della povertà, accrescendo, tra l'altro, la capacità di attrazione dei paesi partner Euromed come luoghi di residenza e di lavoro e contrastando così l'emigrazione. In fin dei conti, l'inclusione sociale migliora la mobilità delle persone. In molti paesi Euromed, tuttavia, ai bambini con disabilità viene negato l'indispensabile accesso all'istruzione. Di conseguenza, il mercato del lavoro e le possibilità che esso offre rimangono loro in gran parte inaccessibili quando raggiungono l’età lavorativa.

3.4

La maggior parte delle scuole dei paesi Euromed non offre opportunità di formazione ai bambini con disabilità. Circa la metà di questi bambini vivono separati dalla famiglia in centri di assistenza. Nei paesi Euromed le persone con disabilità non riescono ad avvalersi del diritto di partecipare al mercato del lavoro, benché siano state promulgate leggi specifiche che prevedono l'obbligo di sostenere queste persone e di garantire loro opportunità lavorative. Uno studio realizzato nel 2003 dall'Unione libanese dei disabili (LPHU - Lebanese Physically Handicapped Union) rileva che le istituzioni che ricevono la maggior parte dei fondi pubblici destinati alle persone con disabilità non offrono loro la formazione necessaria per l'inserimento nel mercato del lavoro.

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità nell'area Euromed

3.5

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità è stata ratificata dai seguenti paesi non UE del partenariato mediterraneo: Algeria, Bosnia-Erzegovina, Marocco, Tunisia, Turchia, Egitto, Siria, Giordania, Croazia e Montenegro. Non è stata finora ratificata da Israele, Autorità nazionale palestinese, Libano, Albania, Mauritania, Monaco e Libia (che detiene lo statuto di osservatore). Tra i paesi che non hanno ancora ratificato la Convenzione figurano anche alcuni Stati membri dell'UE.

3.6

Le disposizioni della Convenzione garantiscono alle persone con disabilità protezione contro la discriminazione in tutti gli ambiti della vita: nel mondo del lavoro, nell'accesso ai mezzi di trasporto, agli edifici pubblici e agli alloggi. Esse sottolineano esplicitamente la necessità di garantire i servizi necessari e un'adeguata protezione sociale, sia nelle aree urbane che in quelle rurali.

3.7

Nella Convenzione si attribuisce un'importanza particolare all'accesso all'istruzione, al diritto alla libera scelta del luogo di residenza, al diritto a una vita familiare e alla partecipazione alla vita politica. Alcuni articoli sono dedicati in particolare alle donne e ai bambini con disabilità, due gruppi estremamente importanti per il miglioramento della coesione sociale nella cooperazione tra l'UE e l'ambito mediterraneo.

3.8

Il testo di base della Convenzione è inoltre accompagnato da un protocollo opzionale. Gli Stati che abbiano sottoscritto e ratificato la Convenzione si impegnano a istituire un osservatorio per verificarne il rispetto. Allo stesso tempo, con la ratifica gli Stati parte si impegnano anche a informare le Nazioni Unite circa il grado di corrispondenza tra la situazione delle persone con disabilità e le disposizioni della Convenzione.

3.9

La ratifica della Convenzione rappresenta la prima tappa di un lungo percorso verso la modifica del comportamento della società nei confronti delle persone con disabilità e il loro ambiente di vita, tanto negli Stati membri dell'UE quanto nei paesi Euromed. Attualmente, nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo meridionale, la situazione socioeconomica di alcuni gruppi della popolazione, tra cui anche le persone con disabilità, non è conforme alle disposizioni della Convenzione.

La dimensione della parità di genere nello sviluppo regionale

3.10

La cooperazione regionale tra i paesi Euromed costituisce un fattore importante per il miglioramento della vita quotidiana delle persone con disabilità. Occorre promuovere più efficacemente di quanto si sia fatto finora aspetti come l'accessibilità, la diffusione delle informazioni, la creazione di servizi destinati alle persone con disabilità e la realizzazione di progetti comuni. La coesione regionale su scala nazionale, che si manifesta con uno sviluppo sostenibile delle zone rurali e l'offerta di servizi per persone con disabilità (non solo nelle zone urbane), rafforza la competitività dei paesi Euromed.

3.11

La comprensione reciproca, che comprende anche la tolleranza tra i diversi gruppi della popolazione e la lotta contro la discriminazione, dovrebbe contraddistinguere i rapporti tra i paesi partner Euromed nonché le relazioni nel quadro del partenariato euromediterraneo.

3.12

La vulnerabilità sociale delle zone rurali dell'area mediterranea si traduce in povertà, disoccupazione, carenza di infrastrutture, degrado del suolo e in un esodo rurale incessante. Gli Stati dovrebbero adoperarsi per porre fine a questa evoluzione negativa.

Organizzazioni della società civile che rappresentano le persone con disabilità, e loro ruolo nella società

3.13

Nella maggior parte degli Stati membri dell'UE esistono associazioni all'interno delle quali confluiscono le varie organizzazioni delle persone con disabilità. L'esistenza di queste associazioni aiuta i diversi gruppi di persone con disabilità a comprendere meglio le necessità degli altri gruppi e ad esprimersi con un'unica voce in sede di definizione delle politiche. Occorre sostenere la creazione e il rafforzamento di associazioni delle persone con disabilità nei paesi Euromed.

3.14

Delle associazioni di persone con diversi tipi di disabilità sono state costituite nei seguenti paesi partner Euromed: Marocco, Giordania, Tunisia ed Egitto.

3.15

Handicap International ha indetto un concorso destinato alle organizzazioni senza scopo di lucro per promuovere la partecipazione di persone con disabilità alle sue attività.

La Tunisia e la Giordania sono state integrate nel Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP). In questo contesto, come partner dell'UNDP, in Giordania è stata fondata la Al Hussein Society for the Habilitation and Rehabilitation of the Physically Challenged, un'organizzazione di persone affette da disabilità fisiche. Il suo obiettivo è permettere alle persone con disabilità fisiche di avvalersi delle possibilità offerte dalle tecnologie dell'informazione, predisponendo a tal fine locali informatici con la disponibilità di programmi informatici specifici, in particolare applicazioni grafiche, e offrendo corsi di formazione in informatica.

3.16

Sul suo sito Internet, l'Organizzazione mondiale delle persone con disabilità (DPI - Disabled Peoples' International) conferma che al suo interno si sta sviluppando una sesta area regionale in cui rientrano i paesi arabi. In base ai dati dell'organizzazione, dieci paesi avrebbero già espresso il desiderio di aderire e, in linea di principio, i lavori preparatori potrebbero concludersi tra due o tre mesi.

4.   Migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità associando le azioni caritative a un approccio basato sul rispetto dei diritti

4.1

Alla luce del contesto culturale del bacino del Mediterraneo, il trattamento riservato alle persone con disabilità e il loro ruolo nella società sono fortemente influenzati dalla fede. Le diverse opinioni in merito alle cause della disabilità vanno sostituite con informazioni scientificamente fondate, cosa che contribuirebbe all'adozione di un approccio basato sui diritti. Tendenzialmente, nei paesi Euromed l'atteggiamento della società nei confronti delle persone con disabilità innate o acquisite varia sensibilmente, però le persone affette da una disabilità innata oppure visibile sono quelle che soffrono maggiormente. È quindi fondamentale compiere un'opera di informazione sui diversi tipi di disabilità e mettere in evidenza le competenze e le capacità delle persone disabili.

4.2

In Marocco, ad esempio, il 25 % circa delle famiglie subisce gli effetti dell'immagine negativa associata alla disabilità. La presenza di una disabilità visibile pregiudica sensibilmente l'accesso ai servizi. Il ruolo fondamentale svolto in Marocco dalla religione e dalla famiglia è all'origine della diffusione di un approccio caritativo nella società. Ciononostante, il nobile principio di prestare assistenza alle persone bisognose di aiuto non è di per sé sufficiente a garantire che le persone affette da diverse forme di disabilità o da malattie croniche siano in grado di gestire la propria vita.

4.3

Oltre a migliorare la qualità della vita dei disabili con azioni caritative, ci si potrebbe anche adoperare per un costante miglioramento dei servizi e delle condizioni di vita. Le associazioni dei disabili e le altre organizzazioni della società civile impegnate socialmente potrebbero - con il sostegno della società - integrare con successo le azioni caritative adottando un approccio fondato sul diritto. È essenziale che le persone con disabilità partecipino ai processi decisionali che riguardano lo sviluppo del sistema sociale. In Marocco, ad esempio, si osserva la tendenza a sostituire il modello imperniato sulle azioni caritative con un approccio maggiormente basato sul rispetto dei diritti.

4.4

Come esempio positivo di questo approccio in uno dei paesi Euromed in cui lo Stato o un'autorità locale ha applicato tale modello, si possono citare i progetti che Handicap International (HI) ha realizzato in Marocco. Handicap International è un'organizzazione non governativa che opera in Marocco dal 1993. Un'inchiesta, condotta nel 2004 con il sostegno finanziario del ministero degli Affari sociali sulla situazione delle persone con disabilità, tra cui anche i bambini affetti da disabilità e le loro famiglie, ha rivelato che il 70 % dei disabili non hanno accesso alla formazione e che solo il 30 % dei bambini con disabilità frequentano la scuola. Dall'inchiesta è risultato che il problema principale è costituito dalla carenza di servizi sociali e dall'assenza di specialisti, nonché dal fatto che nel 50 % circa dei casi l'esclusione dal sistema scolastico provoca un atteggiamento negativo della società nei confronti dei bambini con disabilità. A conclusione dell'inchiesta sono state formulate le seguenti raccomandazioni:

la società nel suo insieme deve modificare il suo atteggiamento nei confronti delle persone con disabilità,

per il periodo 2006-2011 è stata predisposta una strategia governativa, che interessa il Marocco e la Tunisia ed è intesa ad ampliare la gamma dei servizi offerti alle persone disabili nella regione collegando i centri locali in un'unica rete. In Marocco esistono attualmente un centinaio di associazioni impegnate a favore delle persone con disabilità,

la strategia insiste in particolare sul tema della formazione dei fornitori di servizi (ad esempio la creazione di una rete di fisioterapisti in cooperazione con il ministero della Salute),

tutti i gruppi di interesse presenti sul territorio dovranno partecipare ai lavori della rete per le persone con disabilità,

oltre a sviluppare le strutture per la riabilitazione clinica occorre impegnarsi maggiormente a favore della diffusione delle conoscenze necessarie al livello più vicino possibile alle comunità locali (community-based).

4.5

La situazione dei bambini con disabilità e delle famiglie in cui vivono disabili nei paesi Euromed merita particolare attenzione. Le persone con disabilità e le famiglie che se ne occupano, in particolare se si tratta di bambini, dovrebbero partecipare direttamente alle decisioni riguardanti i nuovi servizi che si rendono necessari e la creazione di valide possibilità di riabilitazione e di altri servizi. Nel quadro dell'attuale sistema di assistenza sociale e di riabilitazione, la famiglia svolge il ruolo di partner dell'amministrazione locale e dei rappresentanti delle autorità nazionali, nonché dei fornitori di servizi. La famiglia propone nuovi servizi destinati ai disabili, partecipa alla loro progettazione e offre consigli preziosi su tutte le questioni legate alla disabilità. In mancanza di una rete di servizi sviluppata è possibile applicare l'approccio fondato sulle comunità locali (community-based rehabilitation, CBR) menzionato in precedenza e coinvolgere gruppi informali di sostegno alle persone con disabilità nonché associazioni (persone giuridiche) senza scopo di lucro che perseguono il medesimo obiettivo.

Lo sviluppo sociale ed economico e le misure intese a migliorare le condizioni di vita delle persone con disabilità

4.6

Solo un'assistenza sistematica e continua permette alle persone con disabilità di gestire la propria vita quotidiana e di far valere i propri diritti. Considerato che le differenze nello sviluppo socioeconomico dei singoli paesi Euromed e la crisi attuale lasciano solo un margine molto limitato per la creazione di servizi, sarebbe opportuna un'attiva partecipazione dei disabili alla ricerca di soluzioni in quest'ambito.

4.7

Il modo migliore per garantire l'inclusione sociale è quello di promuovere l'occupazione. In proposito occorre prendere in considerazione tanto le opportunità di lavoro disponibili sul mercato del lavoro principale e aperto quanto l'esercizio di un'occupazione protetta e sovvenzionata. Nell'Unione europea sono state intraprese diverse iniziative per migliorare la situazione delle persone con disabilità attraverso strumenti legislativi e l'applicazione di buone pratiche. In occasione dell'Anno europeo dei disabili 2003 le organizzazioni europee delle parti sociali hanno adottato una dichiarazione comune sulla promozione dell'occupazione delle persone con disabilità. L'idea ispiratrice della dichiarazione, basata più sulle attitudini che sulla disabilità, costituisce un valido strumento per avviare le azioni necessarie a promuovere l'occupazione delle persone disabili nei paesi Euromed, in particolare tramite le imprese dell'economia sociale.

4.8

L'inserimento delle persone con disabilità nel mercato del lavoro dei paesi Euromed può essere supportato anche dall'accordo sottoscritto nel 1993 dagli Stati arabi per la promozione dell'occupazione e della riabilitazione dei disabili. Esso sottolinea la necessità di migliorare l'accessibilità dell'ambiente di lavoro e di rendere più agevole l'uso dei trasporti pubblici per i disabili. Propone inoltre una misura già diffusa in alcuni Stati membri dell'UE, ossia l'introduzione di un tasso di occupazione per le persone con disabilità al fine di migliorare la situazione dei disabili sul mercato del lavoro.

4.9

Le persone con disabilità desiderano dare il loro contributo alla società: a tal fine occorre però creare un ambiente adeguato, fondato sul rispetto dei diritti nonché su una piena integrazione nella società. È inoltre importante sostenere il lavoro svolto dalle associazioni dei disabili. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi in maniera sistematica dei cittadini, in particolare delle persone con disabilità, che rappresentano l'elemento più vulnerabile della società.

4.10

In linea generale, le donne partecipano attivamente all'applicazione delle misure volte a migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità, sia a titolo privato (all'interno della famiglia) sia nel quadro delle azioni sociali. Il loro ruolo nello svolgimento di questi compiti merita di essere riconosciuto. Al tempo stesso, l'attuazione delle misure sociali non deve gravare esclusivamente sui familiari. Nelle famiglie dei paesi Euromed in cui vivono bambini disabili, le donne, vale a dire le madri, svolgono spesso la maggior parte dei compiti di assistenza, tendenza che viene ulteriormente rafforzata dalle convinzioni religiose e dalle specificità culturali.

La situazione generale delle donne, dei bambini e delle minoranze nei paesi Euromed viene illustrata in una relazione sullo sviluppo umano nel mondo arabo (Arab Human Development Report) redatta nel 2002, in base alla quale nel 2000 il 53 % circa delle donne erano analfabete. Secondo le previsioni, nel 2015 questo valore dovrebbe attestarsi al 37 %.

4.11

Tra i buoni esempi di programmi per la sicurezza sociale nella regione mediterranea si possono citare i progetti di Handicap International realizzati in Tunisia nel campo dello sviluppo della sicurezza sociale e della solidarietà, ai quali hanno partecipato sia specialisti collegati in rete che utilizzatori finali, vale a dire persone con disabilità e le rispettive famiglie. Nel periodo 1998-2002 HI ha realizzato il progetto «Prevenzione della disabilità infantile», volto a migliorare la qualità dei servizi offerti ai bambini disabili attraverso la formazione del personale addetto alla riabilitazione e la fornitura dell'attrezzatura necessaria ai centri specializzati. Nel quadro di un progetto specifico avviato in quest'ambito, tra il 1998 e il 2003 sono state allestite due cliniche di riabilitazione e sono stati costruiti un centro di riabilitazione, un laboratorio di assistenza tecnica nonché due centri mobili per la riparazione di ausili tecnici. Il progetto «Promozione dell'autonomia delle persone con disabilità nel Maghreb», realizzato da Handicap International in Marocco, Algeria e Tunisia tra il 2004 e il 2006, era inteso a favorire le iniziative locali, allo scopo di promuovere l'integrazione sociale delle persone con disabilità, aiutarle ad avere più fiducia in se stesse e conferire loro maggiore dignità. Al progetto hanno partecipato anche il ministero tunisino degli Affari sociali e diverse associazioni di disabili.

4.12

Un esempio concreto di progetto realizzato dall'Unione europea in un paese Euromed con l'obiettivo di modificare l'atteggiamento nei confronti delle persone con disabilità è il Programma Euromed Youth, che costituisce uno dei pilastri delle attività realizzate dalla Commissione europea a favore dei giovani del terzo mondo. Si tratta di uno dei programmi regionali istituiti nel quadro del terzo capitolo del processo di Barcellona, che si propone di sviluppare la formazione informale e il dialogo interculturale nei 27 paesi Euromed. Il numero dei partecipanti al programma aumenterà prossimamente fino a comprendere 37 paesi. Il Programma Euromed Youth costituisce un'iniziativa concreta che si inserisce nel partenariato euromediterraneo. I fondi disponibili nel quadro di questa iniziativa possono essere utilizzati per promuovere la comprensione reciproca tra i giovani dei paesi Euromed, far avanzare il processo di democratizzazione della società civile, sviluppare il coraggio civile dei giovani, soprattutto delle giovani donne, aiutare le organizzazioni giovanili a far sentire la loro voce, nonché favorire lo scambio di informazioni ed esperienze tra di loro. È proprio grazie a queste misure che si può indurre un cambiamento nell'atteggiamento nei confronti delle persone affette da disabilità o malattie croniche. Lanciato nel 1999, il programma può essere visto come un'estensione del programma Gioventù della Commissione europea in questa regione.

5.   Progettazione universale (Design for all) - Creazione di un ambiente privo di barriere nel bacino del Mediterraneo

5.1

Nei paesi Euromed la struttura degli edifici e il settore dei trasporti non sono ancora adeguati alle esigenze delle persone con disabilità. Occorre tenere presente che, oltre ai disabili, anche altri gruppi sociali traggono beneficio da un ambiente accessibile e privo di barriere, ad esempio le famiglie con bambini, gli anziani e le persone la cui mobilità è temporaneamente ridotta a seguito di un incidente.

5.2

Per «progettazione universale» si intende la progettazione di prodotti e ambienti utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile, senza bisogno di adattamenti o di soluzioni specifiche. La progettazione universale risulta efficace se interagisce con altri obiettivi sociali e se è parte integrante di un approccio olistico.

5.3

I principi fondamentali della progettazione universale di cui occorre tenere conto nell'organizzazione del nostro ambiente di vita sono i seguenti:

utilizzo equo da parte dei diversi gruppi della popolazione,

centralità della tematica dei diritti umani nel concetto di «progettazione universale»,

facilità d'uso/impiego flessibile: possibilità di apportare modifiche agevolmente,

semplicità e intuitività: tiene conto del punto di vista dell'utente,

informazioni comprensibili per l'utente,

solidità: l'ambiente creato è resistente alla distruzione e all'usura,

l'ambiente e i dispositivi di sostegno non richiedono grossi sforzi fisici,

l'ambiente creato è spazioso e adatto a persone che fanno uso di diversi ausili per la mobilità.

5.4

In questo contesto, oltre alla progettazione dell'ambiente fisico, anche l'atteggiamento delle persone riveste un'importanza particolare. La sicurezza dei trasporti nelle aree urbane dipende in larga misura dall'attenzione degli utenti della strada nei confronti degli altri utenti. Nella creazione di un ambiente privo di barriere e di facile accesso le azioni di sensibilizzazione sono essenziali.

5.5

Alcuni paesi Euromed, tra cui la Giordania, il Marocco e la Tunisia, hanno già provveduto ad istituire un quadro giuridico sull'accessibilità degli spazi pubblici. Nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità si afferma esplicitamente che il mancato rispetto del principio di accessibilità per le persone con disabilità costituisce un atto di discriminazione. Particolarmente importante è anche garantire l'accessibilità ai posti di lavoro e la sicurezza sul lavoro.

5.6

I trasporti pubblici risultano più accessibili ai disabili in quei paesi che hanno promosso e ammodernato il trasporto su rotaia. In Marocco, ad esempio, dove il trasporto ferroviario è ben sviluppato, le persone con disabilità possono spostarsi in treno se hanno modo di accedere agli edifici della stazione e ai marciapiedi.

5.7

Sarebbe opportuno mettere in evidenza esempi validi di rimozione delle barriere nel settore dei trasporti o altri progetti realizzati in un paese Euromed nel quadro dell'iniziativa «Progettazione universale».

5.8

In Giordania, ad esempio, sono state adottate diverse misure volte a far rispettare anche nella vita quotidiana le disposizioni giuridiche che garantiscono ai disabili l'accesso agli spazi pubblici. A questo fine l'amministrazione comunale di Amman ha organizzato un'audizione di due giorni in collaborazione con il Consiglio delle persone con disabilità. Sarebbe auspicabile che iniziative analoghe fossero avviate in tutta la regione.

Un ambiente privo di barriere: un volano per il settore turistico

5.9

Ogni anno oltre 40 milioni di turisti si recano nei paesi Euromed. Un ambiente privo di barriere e il rispetto dei principi di base del concetto di progettazione universale sono aspetti estremamente importanti per il settore del turismo. Fattori quali la comodità e l'accessibilità, infatti, influenzano notevolmente i turisti nella scelta della destinazione delle loro vacanze. Si tende pertanto a preferire le regioni già impegnate nella creazione di un ambiente privo di barriere.

5.10

I principi di base del concetto di progettazione universale vanno applicati alla realizzazione di progetti comuni, in particolare a tutti i progetti finanziati dall'UE. È inoltre importante promuovere l'accessibilità nel settore dei trasporti (http://www.euromedtransport.org).

5.11

Il rapporto del Consiglio d'Europa sulla piena integrazione attraverso l'applicazione dei principi della progettazione universale riporta una serie di buoni esempi su come trarre beneficio da un ambiente accessibile a tutti per favorire l'integrazione delle persone con disabilità. I paesi Euromed potrebbero ispirarsi a questi esempi positivi.

5.12

Il riconoscimento del fatto che un ambiente accessibile e fondato sui principi della progettazione universale incide positivamente sullo sviluppo economico della società è un argomento importante che dovrebbe indurre i responsabili politici ad adoperarsi a favore della creazione di un ambiente accessibile a tutti, anche alle persone con disabilità.

5.13

Nell'applicare la progettazione universale occorre esaminare le molteplici barriere cui sono confrontate le persone con ridotta capacità visiva e uditiva. Questo tipo di barriere vanno eliminate in modo da garantire a tutti pari diritti di accesso ai beni e ai servizi in tutti gli ambiti della vita.

6.   Intensificare la cooperazione tra l'UE e i paesi Euromed sul tema delle persone con disabilità

6.1

In tutti i paesi Euromed vi sono rappresentanze dell'Unione europea. È pertanto più facile familiarizzarsi con gli ambiti tematici settoriali e la politica dell'UE. Le rappresentanze dell'UE dovrebbero dare il buon esempio e dimostrarsi aperte rispetto alle associazioni dei disabili. Occorre inoltre adoperarsi affinché negli edifici di queste rappresentanze che sono aperti al pubblico vengano rispettati i principi della progettazione universale.

6.2

Dall'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, nel 1999, la lotta contro la discriminazione delle persone con disabilità figura tra i temi più importanti per l'UE. Attualmente è all'esame la direttiva dell'UE sulla lotta alla discriminazione, in merito alla quale il CESE ha elaborato un parere (6). Il 2010 è l'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale, e - alla luce della situazione sociale dei paesi Euromed - bisognerebbe approfittare di questa occasione per sviluppare ulteriormente la cooperazione con questi Stati. La società civile e i governi dei paesi Euromed potrebbero essere maggiormente coinvolti nelle attività portate avanti nel quadro di questi anni tematici.

6.3

Gli anni tematici proclamati dall'Unione europea, assieme ad altre iniziative intese a far conoscere le priorità dell'UE a un pubblico più ampio, potrebbero essere utilizzati a fini di sensibilizzazione da parte delle organizzazioni della società civile dei paesi Euromed che svolgono attività nell'ambito sociale e si occupano di questioni relative ai diritti umani e alla lotta contro la discriminazione. Queste azioni di informazione rivestono una grande importanza per riuscire a modificare l'atteggiamento prevalente nella società e migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità e di altri gruppi svantaggiati.

6.4

La recente proposta di attribuire, sul modello della capitale europea della cultura, anche il titolo di «capitale europea dell'accessibilità universale» dovrebbe in ogni caso essere integrata nel processo Euromed, in modo da permettere anche alle città dei paesi partner di candidarsi a tale titolo.

6.5

Il CESE ritiene altresì che investendo in ricerca e sviluppo si potrebbe promuovere la creazione di nuovi dispositivi di sostegno nonché di prodotti e servizi basati sulle TIC, contribuendo così a migliorare la qualità della vita dei disabili, a ridurre i costi sociali e sanitari, a facilitare l'accesso al mercato del lavoro e a favorire la creazione di posti di lavoro.

6.6

La promozione della cooperazione tra il Forum europeo per le disabilità (EDF) e le associazioni dei disabili nei paesi Euromed, come pure l'intensificarsi dei contatti diretti tra le organizzazioni di persone con disabilità degli Stati membri dell'UE e dei paesi Euromed, inciderebbe positivamente sulla creazione di confederazioni nei paesi che tuttora non dispongono di organi di questo genere.

6.7

Il Forum europeo per le disabilità collabora con l'Organizzazione araba delle persone con disabilità, fondata al Cairo nel 1989 come confederazione indipendente delle associazioni della società civile che rappresentano i disabili in vari paesi. Il presidente di questa organizzazione, Naser Al-Mahmood, ha partecipato in veste di capo delegazione all'assemblea generale del Forum europeo per le disabilità, organizzata a Madrid nel 2010. Questa cooperazione riveste una grande importanza per il miglioramento della situazione delle persone con disabilità nei paesi Euromed.

Bruxelles, 16 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  Il 2010 è stato proclamato Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale.

(2)  GU C 354 del 28.12.2010, pag. 8.

(3)  Attualmente fanno parte dell'Unione per il Mediterraneo i 27 Stati membri dell'UE e i seguenti paesi del bacino del Mediterraneo: Algeria, Marocco, Tunisia, Turchia, Egitto, Israele, Autorità nazionale palestinese, Siria, Libano, Giordania, Croazia, Albania, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Monaco, Mauritania, nonché la Libia che detiene lo statuto di osservatore.

(4)  http://www.un.org/disabilities.

(5)  Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP).

(6)  GU C 182 del 04.08.2009, pag. 19.


15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/102


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «La politica dell'UE per il multilinguismo» (supplemento di parere)

2011/C 48/18

Relatrice: Ls NOUAIL MARLIÈRE

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 14 luglio 2009, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, lettera A), delle Modalità d'applicazione del suo Regolamento interno, di elaborare un supplemento di parere sul tema:

La politica dell'UE per il multilinguismo.

La sezione specializzata Occupazione, affari sociali, cittadinanza, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 9 luglio 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 145 voti favorevoli, 2 voti contrari e 5 astensioni.

1.   Introduzione

1.1

Negli ultimi anni il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha rivolto due pareri alle istituzioni dell'UE sulla strategia europea in materia di multilinguismo:

1)

il primo, intitolato Un nuovo quadro strategico per il multilinguismo, riguardava l'elaborazione di una nuova strategia presentata dalla Commissione europea nel 2005 (1);

2)

il secondo rispondeva a una richiesta di parere esplorativo formulata dal commissario europeo ORBAN il 4 febbraio 2008, in vista dell'elaborazione, da parte della Commissione, di una comunicazione dal titolo Il multilinguismo: una risorsa per l'Europa e un impegno comune  (2).

1.2

La politica del multilinguismo fa parte delle priorità politiche del CESE e del programma della sua presidenza 2008-2010, in quanto contribuisce a migliorare la competitività dell'economia, a realizzare gli obiettivi della strategia di Lisbona e a rafforzare l'integrazione europea mediante il dialogo interculturale («unità nella diversità»).

1.3

La politica del multilinguismo definita nel 2006 è attualmente in fase di sviluppo e attuazione; il presente supplemento di parere punta pertanto a seguire gli sviluppi in materia e le misure adottate dalla Commissione, nello specifico dalla DG EAC, nonché a completare e aggiornare le raccomandazioni del CESE, in particolare per quanto riguarda la formazione permanente, la formazione degli adulti, l'occupazione e gli effetti economici, culturali e sociali sostenibili.

2.   Il multilinguismo in Europa: un bilancio della situazione

2.1

Il Consiglio Istruzione, gioventù e cultura del 21 novembre 2008 aveva adottato conclusioni sulla promozione della diversità culturale e del dialogo interculturale nelle relazioni esterne dell'Unione e dei suoi Stati membri, nonché una risoluzione relativa a una strategia europea per il multilinguismo (3).

2.2

La Commissione e il Consiglio avevano accolto diverse proposte formulate dal Comitato economico e sociale europeo:

promuovere la diversità degli impieghi e dell'offerta d'insegnamento,

promuovere l'interculturalità e le lingue degli immigrati,

diffondere le lingue europee nelle relazioni culturali coi paesi terzi,

promuovere l'apprendimento permanente e la diversità nel settore economico e nelle imprese,

sostenere la traduzione e l'interpretazione.

2.3

Da allora, la Commissione ha varato due piattaforme di consultazione: una rivolta alle associazioni e alle ONG attive nel settore dell'istruzione e della cultura, l'altra rivolta agli interessi economici, cui partecipano parti sociali e università (4), nonché il CESE in qualità di osservatore.

2.4

Da parte loro, a partire dal 2006 i sindacati hanno promosso o partecipato a diverse iniziative: convegni sull'utilizzo delle lingue di lavoro, cause giudiziarie per far rispettare il diritto di lavorare nella propria lingua e contro le discriminazioni, cooperazioni indirizzate verso la francofonia (apertura di un portale elettronico francofono coi lavoratori del Québec nel settore dell'aeronautica).

2.5

La Commissione si è avvalsa di diverse risposte di organizzazioni sindacali (8) locali e professionali alle sue consultazioni pubbliche, ma fino al 2009 non aveva mai interpellato la Confederazione europea dei sindacati (CES/ETUC) con una consultazione vera e propria.

2.6

Il CESE ha partecipato alle Assise europee del plurilinguismo organizzate a Berlino nel giugno 2009 dall'Osservatorio europeo del plurilinguismo, una rete associativa che riunisce imprese ed università. Anche la CES/ETUC e varie parti sociali settoriali hanno partecipato alle assise.

2.7

A livello nazionale si può citare la relazione annuale sull'uso della lingua francese presentata al parlamento di Parigi dal ministero francese della Cultura e della comunicazione in conformità della legge n. 94-665 (5), che prevede la stesura di un bilancio della situazione del francese a livello nazionale e della presenza di tale lingua in seno alle organizzazioni internazionali. La relazione del 2009 illustra la situazione del francese presso le istituzioni dell'UE e le organizzazioni internazionali che hanno la loro sede centrale in Africa e tratta dell'uso del francese e del plurilinguismo nei servizi pubblici, nel mondo del lavoro e nelle strategie linguistiche delle imprese, nella vita sociale e nella comunità scientifica, nonché dell'analfabetismo, dell'integrazione degli immigrati e della formazione dei dipendenti di settori pubblici e privati diversi.

2.8

La CES/ETUC avvierà un progetto per il finanziamento di uno studio di valutazione, e in tale contesto costituirà un gruppo di lavoro (task force) sul tema «lingue e condizioni di lavoro» per occuparsi di diversi aspetti dell'utilizzo delle lingue sul lavoro:

coinvolgere i lavoratori della conoscenza, gli insegnanti e i professionisti dell'istruzione degli adulti, ma anche gli interpreti, i traduttori e gli scienziati con le rispettive rivendicazioni specifiche e d'interesse generale,

difendere l'utilizzo della lingua nazionale sul lavoro e il rispetto, proporzionato e non discriminatorio, dei criteri di conoscenza delle lingue straniere in ambito lavorativo,

esaminare il vantaggio economico di cui beneficiano i paesi la cui lingua è la più utilizzata a livello internazionale,

rafforzare i diritti di enti come i comitati aziendali europei, che attualmente dispongono soltanto di una ventina d'ore all'anno per la formazione linguistica,

privilegiare gli aspetti legati alla sicurezza dei lavoratori e degli utenti per quanto riguarda gli strumenti messi a loro disposizione e i criteri stabiliti dai datori di lavoro in materia di riconoscimento delle qualifiche, competenze linguistiche e relative retribuzioni.

2.9

La Commissione (DG EAC) ha indetto una licitazione privata riservata ai partecipanti alle piattaforme di consultazione da lei istituite, al fine di:

sostenere i progetti di servizio alle imprese,

inventariare i tipi di formazione necessari per rafforzare le competenze linguistiche ed elaborare buone pratiche e proposte concrete,

sviluppare progetti che consentano di rafforzare l'integrazione di categorie svantaggiate come gli immigrati, coloro che non hanno terminato gli studi e gli anziani,

diffondere metodi di apprendimento e modelli basati sulle nuove tecnologie,

più in generale, dare attuazione alle misure presentate nella sua strategia e nelle raccomandazioni del Consiglio.

2.10

C'è da rammaricarsi che i documenti di lavoro delle piattaforme consultive e del bando di gara sulla promozione del multilinguismo siano stati pubblicati in una sola lingua. Raccomandazione n. 1 alla Commissione: la Commissione dovrebbe dare l'esempio e dare prova di efficacia e di una certa coerenza con la propria strategia di difesa e promozione del multilinguismo presso il maggior numero possibile di cittadini, rispettando i diritti fondamentali dei partecipanti alle piattaforme consultive che essa stessa ha istituito e che sono composte dai rappresentanti di organizzazioni della società civile e/o delle parti sociali, consentendo loro di lavorare, esprimendosi sia oralmente che nei documenti scritti nelle rispettive lingue o in una delle lingue dell'Unione  (6); a tal fine la Commissione dovrebbe avvalersi di almeno tre o quattro lingue ponte, compresa almeno una lingua di uno dei paesi entrati nell'UE in seguito agli allargamenti del 2004 e del 2007.

2.11

La Commissione ha anche pubblicato la guida 2010 del Programma di apprendimento permanente (7), il cui obiettivo specifico n. 7 mira a promuovere l'apprendimento delle lingue e la diversità linguistica. Il programma comprende quattro programmi settoriali: Comenius, relativo all'insegnamento scolastico; Erasmus, che riguarda l'insegnamento universitario; Leonardo da Vinci, per la formazione professionale, e Grundtvig, sull'istruzione degli adulti, con diverse dimensioni trasversali in cui l'attività prioritaria n. 2 riguarda le lingue. Oltre agli Stati membri dell'UE, il programma è aperto agli altri paesi dello Spazio economico europeo, alla Turchia, ai paesi e territori d'Oltremare, alla Croazia e all'ex Repubblica iugoslava di Macedonia per quanto attiene alle azioni rientranti nella fase delle misure preparatorie, nonché a soggetti dei paesi terzi interessati dalla politica europea di vicinato o che rappresentano una priorità particolare per lo sviluppo di una strategia di dialogo nel settore dell'istruzione e della formazione, o ancora del multilinguismo. Il Comitato attribuisce grande importanza a un quadro europeo integrato di riferimento e garanzia della qualità della formazione permanente, e invita le organizzazioni della società civile a consultare la prima parte della guida già disponibile. Esso poi attende con interesse la seconda parte, per prendere conoscenza delle risorse assegnate al multilinguismo, in termini relativi e assoluti. Raccomandazione n. 2: il Comitato una volta di più fa presente alla Commissione che, malgrado indubbi miglioramenti rispetto ai precedenti programmi, serve ancora una visione globale che contribuisca a facilitare la comprensione della guida d'accesso ai programmi e alle procedure; queste ultime, infatti, rimangono complesse e non aiutano affatto la partecipazione degli organismi più piccoli e con minori capacità amministrative, nonostante questi possano risultare interessanti per i destinatari in ragione della loro esperienza e del loro carattere innovativo. Anche alcuni istituti d'insegnamento pubblici si lamentano dei vincoli procedurali e organizzativi poco compatibili con l'attuale carenza di risorse amministrative, e dell'insufficienza degli importi assegnati dai programmi per la formazione dei giovani interpreti (mobilità, immersione nella lingua) e dei loro istruttori.

2.12

La relazione annuale della Corte dei conti europea (8) sull'esercizio finanziario 2008 riporta che sono stati assegnati 1060 milioni di euro a carico dei fondi europei per l'istruzione e la cultura, multilinguismo compreso, con modalità di gestione centralizzata (agenzia europea) e decentrata (agenzie nazionali), e illustra i diversi controlli diretti e di secondo livello effettuati in ragione del gran numero di operatori diretti beneficiari, senza però specificare quale parte sia assegnata al multilinguismo. Per questo, è poco agevole, per non dire impossibile, conoscere le rispettive quote europee e nazionali, e nel complesso gli sforzi finanziari prodotti all'insegna dei diversi filoni di una strategia europea per il multilinguismo. Per questo, la strategia non può essere valutata né ex ante né a posteriori: un punto debole cui la Commissione potrebbe prevedere di rimediare fin d'ora. Raccomandazione n. 3: stabilire un quadro chiaro della situazione relativa agli sforzi specificamente dedicati al multilinguismo, messi a bilancio e realizzati, compiuti rispettivamente dal livello europeo e da quello nazionale.

3.   Politica e multilinguismo al CESE

3.1

Il CESE e il CdR, nel quadro dei loro Servizi congiunti, dispongono di un proprio servizio di traduzione (con un tasso di esternalizzazione attestato al momento a quota 4-6 %), mentre fanno uso dei servizi interistituzionali della Commissione per quanto riguarda l'interpretazione (SCIC); questi ultimi ricorrono a interpreti liberi professionisti (non funzionari) nella misura del 49-52 %, per rispondere alle variazioni stagionali e tener conto della frequenza di utilizzo del servizio da parte di ciascuna istituzione.

3.2

Sia il CESE sia il CdR hanno firmato un accordo di servizio (Service Level Agreement - SLA) che fissa le condizioni alle quali lo SCIC mette a disposizione gli interpreti, i criteri di fatturazione di questi servizi e le responsabilità delle due parti. Le condizioni di lavoro e le retribuzioni degli interpreti liberi professionisti sono disciplinate da una convenzione interistituzionale negoziata fra le istituzioni europee interessate da una parte e l'Associazione internazionale degli interpreti di conferenza (AIIC) dall'altra.

3.3

Dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007, i Servizi congiunti dei due Comitati hanno istituito un regime di lingue ponte  (9) per far fronte ai bisogni linguistici supplementari dovuti alle 11 nuove lingue ufficiali (462 combinazioni possibili). Inoltre, il 25 maggio 2010 i Segretari generali dei due comitati hanno adottato un codice di condotta in materia di traduzione che consente fra l'altro, tenuto conto del carattere specifico dei documenti prodotti dalle rispettive assemblee e amministrazioni, di stabilire priorità e date di consegna.

3.4

I servizi linguistici hanno preparato un primo opuscolo informativo rivolto ai membri e ai relatori, per rafforzare la cooperazione in materia di lingue fra i servizi e i membri. L'opuscolo segnala fra l'altro l'esistenza di un servizio linguistico personalizzato che assiste i relatori nella redazione della versione originale dei documenti, in particolare quando questi ultimi non vengono redatti nella lingua materna dell'autore. Questo sistema, unito alla possibilità di far rileggere i documenti prima che siano trasmessi al servizio di traduzione, consente di migliorare la qualità dei documenti e quindi le condizioni di lavoro dei traduttori, nonché di abbreviare i tempi di consegna della traduzione finita.

3.5

A medio termine questa cooperazione migliorata, che punta a ottenere un miglior servizio e migliori condizioni di lavoro per i relatori, i membri e i traduttori, dovrebbe portare alla costituzione di un gruppo di contatto formato da membri o loro rappresentanti, che si sommerebbe ai contatti già esistenti fra il servizio di traduzione, i servizi amministrativi e i segretariati generali per condurre la necessaria riflessione globale, trasparente e di lungo termine su una politica linguistica propria dei Comitati, che tenga conto di vari aspetti qualitativi e quantitativi (raccomandazione n. 4).

4.   Osservazioni specifiche

4.1

Dalla consultazione dell'AIIC e del sindacato dei funzionari europei Union syndicale risulta che, oltre a difendere gli interessi dei dipendenti e dei liberi professionisti del settore linguistico in materie come la copertura degli organici e gli orari di lavoro o per quanto riguarda le condizioni materiali (spazi di lavoro, cabine), queste organizzazioni hanno anche la funzione di regolamentare la professione. Gli interpreti e i traduttori esterni beneficiano, in virtù degli accordi negoziati con le istituzioni europee, degli stessi diritti e dello stesso trattamento dei loro omologhi che sono funzionari, ma solo in rapporto ai giorni lavorati e alle singole missioni, il che in pratica implica già delle differenze. Gli accordi peraltro prevedono anche delle norme di qualità dei servizi prestati, inoltre gli interpreti aderenti all'AIIC negoziano abitualmente per una squadra, se le istituzioni ricorrono per una certa missione a dei colleghi iscritti all'associazione. Finora le istituzioni europee, in ragione del loro ruolo di regolatrici principali, hanno svolto un ruolo positivo e complementare a quello dell'AIIC in materia di norme sociali e professionali del lavoro d'interprete.

4.2

Data la diversificazione della domanda, accade che si stabilisca un certo numero di pratiche e che alcuni clienti tendano a guardare meno all'accreditamento e alla qualità, fino ad accettare delle formule «cabine attrezzate» in cui un operatore noleggia il materiale (cabine e cuffie) e fornisce la prestazione degli interpreti in un'unica fattura, con un doppio effetto:

da una parte, un noleggio illegale di personale e il prelievo di una commissione illegale (l'impresa non è abilitata come agenzia di distacco del personale, e non è permesso prelevare commissioni sulle retribuzioni, né dal diritto europeo né dalle convenzioni internazionali),

dall'altra, una mancanza di controllo della qualità dei servizi prestati, che si autodefiniscono di livello «europeo» lasciando intendere illegittimamente che si tratti del ricorso a servizi di interpreti qualificati dalle istituzioni.

4.3

In seno alle istituzioni, l'AIIC aveva attirato l'attenzione della direzione generale dell'Interpretazione su alcuni bandi di gara occasionalmente lanciati dalle DG della Commissione e finalizzati a ottenere servizi di conferenza a volte comprensivi di servizi di interpretazione ma non rispettosi delle disposizioni della convenzione. Dopo aver consultato il Servizio giuridico, la DG Interpretazione ha informato della cosa le altre direzioni generali della Commissione.

4.4

Quella d'interprete non è una professione regolamentata. In questo contesto, l'AIIC fa osservare che, tenuto conto della diversificazione della domanda (imprese, settore sociale, ecc.), può risultare necessario avviare una riflessione su una promozione della professione mediante la definizione di criteri chiari sull'utilizzo del titolo di interprete (diploma di studi di livello universitario, criteri professionali e d'esperienza, ecc.), per evitare effetti negativi sull'intera categoria e proteggere gli utenti o i clienti dalle pratiche illegittime (come la fatturazione elevata di prestazioni di qualità inferiore a quella pattuita). A tal fine, la Commissione potrebbe avviare una consultazione europea delle parti sociali (raccomandazione n. 5). Inoltre, tutti gli interpreti e traduttori interpellati (dipendenti delle istituzioni e liberi professionisti) concordano sulla necessità di promuovere un'immagine positiva e attraente delle due professioni per consentire, a medio e lungo termine, di rinnovare gli effettivi.

4.5

Il Parlamento europeo dispone di servizi propri nei due settori e si è dotato di un codice di condotta (10) in materia, ma anch'esso può ricorrere a liberi professionisti, nell'ordine (per il 2010) del 40 % e di 22 milioni di euro.

4.6

Relativamente al regime linguistico delle istituzioni, la Corte dei conti europea ha prodotto due relazioni speciali (11) sulle spese d'interpretazione (RS 5/2005) e traduzione (RS 9/2006) del PE, della Commissione e del Consiglio.

5.   Regime linguistico e diversità culturale dopo il Trattato di Lisbona

5.1

Al di là del numero delle lingue, e del regime linguistico per la trasmissione dei progetti di atti legislativi ai parlamenti nazionali (protocollo n. 1, articolo 4), il Trattato di Lisbona non ha modificato in modo sostanziale il regime linguistico dell'UE, e ha anzi confermato fra gli obiettivi il rispetto della diversità culturale e linguistica europea (12).

5.2

Il regime linguistico delle istituzioni dell'Unione è fissato, senza pregiudizio delle disposizioni previste dallo statuto della Corte di giustizia dell'Unione europea, dal Consiglio, che delibera all'unanimità mediante regolamenti (articolo 342 TFUE, ex articolo 290 TCE). Anche il regime linguistico della Corte di giustizia dell'Unione europea è fissato da un regolamento del Consiglio, che delibera all'unanimità (protocollo n. 3, articolo 64). L'articolo 3 TUE (ex articolo 2 TUE) stabilisce fra l'altro che l'Unione «rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica e vigila sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo».

5.3

L'articolo 55 TUE (ex articolo 53 TUE) stabilisce in quali lingue è redatto e tradotto il Trattato. La dichiarazione n. 16, relativa all'articolo 55, paragrafo 2, TUE, stabilisce che «La conferenza ritiene che la possibilità di tradurre i Trattati nelle lingue di cui all'articolo 55, paragrafo 2 (13), contribuisca a realizzare l'obiettivo di rispettare la ricchezza della diversità culturale e linguistica dell'Unione di cui all'articolo 3, paragrafo 3, quarto comma. In questo contesto la conferenza conferma l'importanza che l'Unione annette alla diversità culturale dell'Europa e la particolare attenzione che essa continuerà a prestare a queste e alle altre lingue».

5.4

Al capitolo relativo alla non discriminazione e alla cittadinanza dell'Unione (parte seconda del TFUE), si dice che i cittadini dell'Unione hanno il diritto di rivolgersi alle istituzioni e agli organi consultivi dell'Unione in una delle lingue dei Trattati e di ricevere una risposta nella stessa lingua (articolo 20 TFUE, ex articolo 17 TCE).

5.5

Al titolo XII, Istruzione, formazione professionale, gioventù e sport, «L'Unione contribuisce allo sviluppo di un'istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell'insegnamento e l'organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche» (articolo 165 TFUE, ex articolo 149 TCE).

5.6

Nel settore della politica commerciale comune: l'articolo 207 TFUE (ex articolo 133 TCE), paragrafo 4, stabilisce che «Il Consiglio delibera all'unanimità anche per la negoziazione e la conclusione di accordi: a) nel settore degli scambi di servizi culturali e audiovisivi, qualora tali accordi rischino di arrecare pregiudizio alla diversità culturale e linguistica dell'Unione».

5.7

La Carta dei diritti fondamentali elenca la lingua fra i motivi di discriminazione e stabilisce che «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale» (articolo 21) e ricorda, all'articolo 22, che «L'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica».

5.8

In proposito, anche il CESE dovrebbe privilegiare il contenuto sulla forma e, prima di ogni modifica del suo sito web, assicurarsi che tutte le pagine e i documenti siano accessibili e già tradotti nelle lingue europee; gli stanziamenti dedicati alle modifiche della presentazione potrebbero essere condivisi coi servizi linguistici, che hanno anch'essi e prima di tutto una funzione di comunicazione (raccomandazione n. 6).

Bruxelles, 15 settembre 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  COM(2005) 596 definitivo del 22 novembre 2005. GU C 324 del 30.12.2006, pag. 68.

(2)  COM(2008) 566 definitivo del 18 settembre 2008. GU C 77 del 31.3.2009, pag. 109.

(3)  GU C 320 del 16.12.2008, pag. 1.

(4)  Piattaforma delle imprese per il multilinguismo.

(5)  Legge del 4 agosto 1994 sull'impiego della lingua francese.

(6)  Articolo 22 della Carta dei diritti fondamentali: «L'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica» (corsivo aggiunto).

(7)  http://ec.europa.eu/education/lifelong-learning-programme/doc78_fr.htm - Programma di apprendimento permanente.

(8)  GU C 269 del 10.11.2009.

(9)  2009-106 del 23 novembre 2009.

(10)  PE 413.599/BUR del 18 novembre 2008.

(11)  GU C 291 del 23.11.2005 e GU C 284 del 21.11.2006.

(12)  Cfr. anche: PE 431.591.0, Studio sulle politiche strutturali e di coesione dopo il Trattato di Lisbona, del 15 febbraio 2010.

(13)  Cioè: “qualsiasi altra lingua determinata da uno Stato membro che, in base all'ordinamento costituzionale dello Stato in questione, sia lingua ufficiale in tutto il suo territorio o in parte di esso”.


III Atti preparatori

Comitato economico e sociale europeo

465a sessione plenaria del 15 e 16 settembre 2010

15.2.2011   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 48/107


Parere

del Comitato economico e sociale europeo

in merito alla

«Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Terzo esame strategico del programma per legiferare meglio nell'Unione europea»

COM(2009) 15 definitivo

al

«Documento di lavoro della Commissione — Riduzione degli oneri amministrativi nell'Unione europea — Allegato al terzo esame strategico del programma per legiferare meglio»

COM(2009) 16 definitivo

e al

«Documento di lavoro della Commissione — Terza relazione sullo stato d'avanzamento della strategia per la semplificazione del contesto normativo»

COM(2009) 17 definitivo

2011/C 48/19

Relatore: Claudio CAPPELLINI

Correlatrice: Milena ANGELOVA

La Commissione, in data 15 luglio 2009, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 262 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito ai seguenti documenti:

Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni - Terzo esame strategico del programma per legiferare meglio nell'Unione europea

COM(2009) 15 definitivo

Documento di lavoro della Commissione - Riduzione degli oneri amministrativi nell'Unione europea - Allegato al terzo esame strategico del programma per legiferare meglio

COM(2009) 16 definitivo

Documento di lavoro della Commissione - Terza relazione sullo stato d'avanzamento della strategia per la semplificazione del contesto normativo

COM(2009) 17 definitivo.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori in materia, ha formulato il proprio parere in data 8 luglio 2010.

Alla sua 465a sessione plenaria, dei giorni 15 e 16 settembre 2010 (seduta del 15 settembre), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 103 voti favorevoli e 2 astensioni.

1.   Sintesi delle conclusioni e delle raccomandazioni

1.1

Le imprese e la società civile hanno bisogno di un quadro giuridico di facile comprensione e di agevole applicazione. Una migliore regolamentazione contribuisce a rafforzare la competitività eliminando i costi e gli oneri superflui di tale quadro giuridico.

Il CESE sostiene fermamente questa strategia, che considera un modo per sostenere le imprese, specialmente in questi tempi di crisi economica, senza incorrere in costi e dover effettuare investimenti supplementari.

1.2

Il programma per legiferare meglio dovrebbe comportare un incremento della qualità e della coerenza, e permettere di dare una risposta giuridica proporzionata e mirata alle disfunzioni del mercato e all'agenda Europa 2020. Una migliore legislazione si può ottenere eliminando le disposizioni non necessarie, ma non equivale a una completa deregolamentazione (1), in quanto il suo scopo è quello di rendere tali disposizioni semplici, funzionali e meno dispendiose per gli utenti e i contribuenti. Il programma dovrebbe promuovere le decisioni rapide ed efficaci, un'efficace attuazione e le procedure dovrebbero essere monitorate per garantire la piena responsabilità.

1.3

Il programma per legiferare meglio dovrebbe essere considerato una strategia unica e coerente che abbraccia una gamma esaustiva di principi, ad esempio quello del «pensare anzitutto in piccolo» dello Small Business Act (Quadro fondamentale per la piccola impresa), ricorrendo al test della piccola impresa (SME Test) più regolarmente e sistematicamente di quanto non si sia fatto finora. Il CESE propone che questa strategia sia onnicomprensiva e coerente, e che a questo fine si rivolga in modo più sistematico alle parti interessate. Le consultazioni dovrebbero seguire priorità trasparenti ed essere accurate, inclusive e consequenziali.

1.4

Il programma per legiferare meglio