ISSN 1725-2466

Gazzetta ufficiale

dell'Unione europea

C 27

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Edizione in lingua italiana

Comunicazioni e informazioni

52o anno
3 febbraio 2009


Numero d'informazione

Sommario

pagina

 

III   Atti preparatori

 

COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO

 

446a sessione plenaria del 9 e del 10 luglio 2008

2009/C 027/01

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all'omologazione-tipo di autoveicoli alimentati a idrogeno e che modifica la direttiva 2007/46/CE COM(2007) 593 def. — 2007/0214 (COD)

1

2009/C 027/02

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Le diverse misure politiche, al di là di finanziamenti adeguati, atte a contribuire alla crescita e allo sviluppo delle piccole e medie imprese

7

2009/C 027/03

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione — Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo COM(2007) 621 def.

12

2009/C 027/04

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito al Libro bianco sull'integrazione dei mercati UE del credito ipotecario COM(2007) 807 def.

18

2009/C 027/05

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema L'evoluzione del settore della costruzione in Europa

22

2009/C 027/06

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema L'evoluzione del settore dei servizi alle imprese in Europa

26

2009/C 027/07

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sui prodotti cosmetici (rifusione) COM(2008) 49 def. — 2008/0035 (COD)

34

2009/C 027/08

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica le direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE per quanto concerne le variazioni dei termini delle autorizzazioni all'immissione in commercio dei medicinali COM(2008) 123 def. — 2008/0045 (COD)

39

2009/C 027/09

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai recipienti semplici a pressione (versione codificata) COM(2008) 202 def. — 2008/0076 (COD)

41

2009/C 027/10

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Verso una rete ferroviaria a priorità merci COM(2007) 608 def.

41

2009/C 027/11

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione — Comunicazione su una politica europea dei porti COM(2007) 616 def.

45

2009/C 027/12

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Trasporti su strada — orario di lavoro degli autotrasportatori autonomi

49

2009/C 027/13

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Un piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET) — Verso un futuro a bassa emissione di carbonio COM(2007) 723 def.

53

2009/C 027/14

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema I rapporti tra il cambiamento climatico e l'agricoltura in Europa

59

2009/C 027/15

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2003/87/CE al fine di perfezionare ed estendere il sistema comunitario di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra COM(2008) 16 def. — 2008/0013 (COD)

66

2009/C 027/16

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio concernente gli sforzi degli Stati membri per ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra al fine di adempiere agli impegni della Comunità in materia di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020 COM(2008) 17 def. — 2008/0014 (COD)

71

2009/C 027/17

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa allo stoccaggio geologico del biossido di carbonio e recante modifica delle direttive 85/337/CEE e 96/61/CE del Consiglio e delle direttive 2000/60/CE, 2001/80/CE, 2004/35/CE, 2006/12/CE e del regolamento (CE) n. 1013/2006 COM(2008) 18 def. — 2008/0015 (COD)

75

2009/C 027/18

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2006/66/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a pile e accumulatori e ai rifiuti di pile e accumulatori in relazione all'articolo 6, paragrafo 2, concernente l'immissione di pile e accumulatori sul mercato COM(2008) 211 def. — 2008/0081 (COD)

81

2009/C 027/19

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema L'industria estrattiva non energetica in Europa

82

2009/C 027/20

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Integrazione delle minoranze — I Rom

88

2009/C 027/21

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Elementi per la struttura, l'organizzazione e il funzionamento di una piattaforma per un maggior coinvolgimento della società civile nella promozione delle politiche d'integrazione di cittadini dei paesi terzi a livello UE

95

2009/C 027/22

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Un nuovo programma europeo di azione sociale

99

2009/C 027/23

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Consiglio sulle condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi che intendano svolgere lavori altamente qualificati COM(2007) 637 def. — 2007/0228 (CNS)

108

2009/C 027/24

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Consiglio relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di paesi terzi che soggiornano legalmente in uno Stato membro COM(2007) 638 def. — 2007/0229 (CNS)

114

2009/C 027/25

Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa all'Anno europeo della creatività e dell'innovazione (2009) COM(2008) 159 def. — 2008/0064 (COD)

119

2009/C 027/26

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Una migliore integrazione nel mercato interno come fattore chiave di coesione e di crescita per le isole

123

2009/C 027/27

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Le cause della differenza tra inflazione percepita e inflazione reale

129

2009/C 027/28

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Il ruolo della società civile nei programmi comunitari di aiuti di preadesione all'Albania

140

2009/C 027/29

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema La creazione di reti di organizzazioni della società civile nella regione del Mar Nero

144

2009/C 027/30

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Come conciliare la dimensione nazionale e la dimensione europea nella comunicazione sull'Europa

152

IT

 


III Atti preparatori

COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO

446a sessione plenaria del 9 e del 10 luglio 2008

3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/1


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all'omologazione-tipo di autoveicoli alimentati a idrogeno e che modifica la direttiva 2007/46/CE

COM(2007) 593 def. — 2007/0214 (COD)

(2009/C 27/01)

Il Consiglio, in data 14 novembre 2007, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 95 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all'omologazione-tipo di autoveicoli alimentati a idrogeno e che modifica la direttiva 2007/46/CE

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 11 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore IOZIA.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 117 voti favorevoli e 5 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Il CESE approva i contenuti del presente regolamento COM(2007) 593 def. e vede positivamente l'emanazione di norme armonizzate a livello comunitario per l'omologazione di autoveicoli alimentati ad idrogeno, condividendo la scelta di una unica procedura a livello europeo valida in tutti gli Stati membri in quanto appare più semplice, assai meno onerosa rispetto a 27 omologazioni differenti che, oltretutto, creerebbero condizioni evidenti di distorsione della concorrenza ed una frammentazione del mercato interno.

1.2

L'importanza di tale intervento è evidente: in presenza di una previsione di consistente sviluppo nella commercializzazione di autoveicoli alimentati ad idrogeno, non esiste né a livello nazionale né europeo un'omologazione-tipo per tali autoveicoli. Nei singoli Stati membri, dove sono state adottate regolamentazioni provvisorie, esse differiscono notevolmente fra di loro.

1.3

Il CESE ritiene necessario pervenire rapidamente all'approvazione del regolamento che appare in grado di fornire un quadro certo di riferimento per le imprese del settore, capace quindi di favorire i consistenti investimenti necessari per lo sviluppo di tecnologie legate all'utilizzo di idrogeno. Sulla scelta strategica di tale uso il CESE si è favorevolmente espresso in recenti pareri in merito, dove ha sostenuto che «l'idrogeno, pur con i limiti ancora oggi presenti, rappresenta la sfida per il futuro».

1.4

L'emanazione di queste norme comunitarie in materia di armonizzazione costituisce inoltre un elemento importante di garanzia di sicurezza per gli utilizzatori. Il consolidamento della loro fiducia costituisce una condizione essenziale in presenza di un prevedibile sviluppo di tali automezzi che secondo le previsioni della Commissione dovrebbero raggiungere entro il 2020 il target di 1 milione di auto alimentate a idrogeno.

1.5

Un importante esempio che conferma la validità e la possibilità concreta di raggiungere tale obiettivo è costituito dal costante e continuo incremento di taxi con alimentazione ibrida che circolano a New York, dove una positiva politica urbana consente di coniugare il rispetto e la difesa dell'ambiente con le regole del mercato, dimostrando nei fatti che i tentativi di costruire artificiosi ostacoli allo sviluppo di questa tecnologia spesso nascondono solo una difesa di interessi consolidati.

1.6

Il raggiungimento di questo traguardo appare necessario poiché solo con una decisa azione di sostituzione dei carburanti fossili appare possibile conseguire un obiettivo coerente con le politiche dell'Unione per lo sviluppo sostenibile e per la lotta ai cambiamenti climatici. Tale traguardo può essere conseguito attraverso un progressivo utilizzo dell'idrogeno, degli agrocarburanti di seconda generazione e di altri carburanti rinnovabili.

1.7

Il sostegno fondamentale a tale strategia di lungo respiro passa attraverso precisi impegni nel campo della ricerca tecnologica. Il CESE sollecita quindi l'attuazione di programmi mirati di ricerca a partire dalla rapida approvazione del regolamento COM(2007) 571 def., che prevede la costituzione di un'«iniziativa tecnologica congiunta (ITC) attraverso la creazione di un'impresa comune Pile a combustibile e a idrogeno» (1). Sostiene e auspica programmi di ricerca orientati alla nuove strade per la produzione e l'utilizzo dell'idrogeno e si associa alle richieste provenienti dal mondo delle imprese e della ricerca attive nel settore dell'utilizzo dell'idrogeno affinché il Consiglio e il Parlamento accelerino il processo di approvazione delle proposte necessarie.

1.8

Il CESE sollecita la Commissione a prendere in esame sin d'ora il problema della diffusione della rete distributiva poiché la disponibilità di tecnologie sicure ed efficienti per lo stoccaggio e una sufficiente distribuzione costituiscono elementi indispensabili per la diffusione di auto alimentate con miscele gassose.

1.9

In una prima fase tali interventi dovranno favorire la diffusione in tutto il territorio comunitario di GPL e di metano, che rappresentano il più immediato e realistico obiettivo di una pur parziale decarbonatazione dei carburanti, ma che oggi in molti paesi dell'Unione presentano una diffusione molto scarsa o inesistente. Questa prima fase di ricerca di nuove tecnologie sempre più sicure ed efficienti nel campo dello stoccaggio e della distribuzione sono destinate poi nel prossimo futuro a favorire il passaggio a una fase intermedia di distribuzione di miscele di gas e idrogeno, fino alla fase definitiva della distribuzione dell'idrogeno.

1.10

Il CESE ritiene fondamentale affrontare in modo concreto il tema del recupero della fiducia dei futuri utilizzatori, per eliminare le perplessità che ancora esistono intorno all'utilizzo dell'idrogeno. Occorre quindi predisporre capillari programmi di informazione con un messaggio chiaro e motivato che confermi come in questa tecnologia già oggi sono stati raggiunti gli attuali livelli di sicurezza dei veicoli convenzionali.

1.11

Il CESE condivide la scelta del regolamento quale elemento giuridico della proposta in quanto garantisce condizioni paritarie ai produttori del settore attraverso l'applicazione contemporanea in tutti gli Stati membri delle norme contenute.

1.12

Approva inoltre la proposta di effettuare l'elaborazione e l'attuazione delle norme fondamentali attraverso la «procedura di comitato» e condivide la predisposizione di un periodo transitorio nell'applicazione dell'insieme delle norme in quanto tale applicazione risulterà di una certa complessità per le imprese del settore.

1.13

Il CESE sostiene e considera importante la presenza dell'Europa nel GCG (Global Coordination Group) per la ricerca di norme di omologazione a livello mondiale, GTR (Global Technological regulation) ma sottolinea anche che la ricerca di tale accordo non deve costituire un ostacolo all'avanzamento di questa procedura legislativa. La disponibilità di un proprio strumento legislativo e di un'esperienza applicativa di norme comunitarie è destinata a rafforzare la presenza dell'Europa in tutti gli organismi a livello mondiale, anche per impedire che si arrivi a regolamenti mondiali nel campo degli autoveicoli alimentati a idrogeno che tengano conto di un'unica esperienza oggi disponibile (Giappone).

1.14

La disponibilità di un'esperienza basata su una regolamentazione legislativa a livello comunitario e gli importanti risultati che possono derivare da un impegno consistente e continuo nel campo della ricerca tecnologica potranno costituire un elemento fondamentale di sostegno alla competitività delle imprese già oggi operanti nel settore automobilistico, considerando che sulle nuove tecnologie e sui nuovi carburanti sono in gioco quote elevate del mercato futuro.

1.15

Tutto questo secondo il CESE richiede scelte coraggiose e tempestive, unitamente ad una visione strategica lungimirante che si collochi su uno scenario futuro nel quale l'idrogeno, nei tempi necessari, è destinato a giocare un ruolo importante e decisivo.

1.16

Il CESE invita la Commissione a riconsiderare la proposta di labelling delle auto ad idrogeno, che potrebbe essere considerata come una sorta di criminalizzazione, identificando tali autoveicoli come «pericolosi», mentre i test di sicurezza hanno dato risultati omologhi a quelli delle auto alimentate con altri carburanti. Al posto di tale etichetta, il CESE ritiene più opportuna un'identificazione dei carburanti di tutte le auto, consentendo di riconoscerli con chiarezza.

1.17

Per facilitare la diffusione delle auto alimentate a idrogeno, in assenza di una rete distributiva, il CESE raccomanda alla Commissione di omologare anche i piccoli reformer per un'autoproduzione dell'idrogeno dal gas metano (ad es. Home energy station o altri similari). Questo potrebbe essere un primo passo concreto per poter soddisfare in prima istanza la nuova domanda di idrogeno, fermo restando che l'obiettivo dovrà continuare ad essere quello di produrre idrogeno da fonti rinnovabili, dal biogas, alla fotolisi, all'elettrolisi utilizzando elettricità prodotta da fonti rinnovabili.

2.   Introduzione

2.1

Il regolamento in esame (COM(2007) 593 def.) parte dalla constatazione che non esiste in Europa nessuna norma che regoli un sistema di omologazione-tipo per gli autoveicoli a propulsione a idrogeno, pur in presenza di una previsione di sviluppo nella commercializzazione di autoveicoli alimentati con tale tecnologia.

2.2

Anche nei singoli Stati membri dell'UE attualmente non esistono disposizioni che regolamentino il campo di questa proposta.

Nelle legislazioni vigenti, che riguardano il complesso delle omologazioni degli autoveicoli, infatti, non sono previste norme generali relative agli autoveicoli a idrogeno, anche per le loro caratteristiche diverse da quelle degli autoveicoli che utilizzano combustibili convenzionali nella propulsione dei veicoli.

2.3

In alcuni Stati membri sono state adottate delle regolamentazioni provvisorie, che differiscono notevolmente tra loro. Il protrarsi di questa situazione è destinato a creare procedure di omologazioni diverse nei singoli Stati membri, con le inevitabili conseguenze della frammentazione del mercato interno, della distorsione delle norme sulla concorrenza e di allontanare la concreta possibilità per questa tecnologia di contribuire in modo decisivo al miglioramento dell'ambiente.

2.4

Questa proposta di regolamento si propone quindi di garantire il corretto funzionamento del mercato interno e di impedire che possano circolare nei singoli Stati membri veicoli omologati con norme differenti, determinando squilibri fra i singoli produttori e favorendo la possibilità di creare barriere artificiali al commercio in Europa.

2.5

Una prospettiva di questo tipo costituirebbe un ostacolo per lo sviluppo delle tecnologie legate all'utilizzo dell'idrogeno in Europa, a fronte invece dell'esigenza di accelerare interventi e sviluppi concreti di questa tecnologia che rappresenta una delle più significative alternative all'uso di combustibili fossili che ancora oggi coprono il 98 % del trasporto pubblico e privato e il 50 % delle fonti primarie di energia, destinato a salire fino al 73 % senza decise scelte di diversificazione.

2.6

Questo regolamento rappresenta, unitamente agli importanti programmi di ricerca del settore contenuti nel 7PQ, un importante passo per avvicinare l'uso dell'idrogeno al livello di sicurezza raggiunto dalle tecnologie convenzionali ed inoltre può contribuire al recupero di un consenso dei potenziali utilizzatori.

2.7

L'emanazione di norme armonizzate a livello comunitario in materia di omologazione di autoveicoli alimentati a idrogeno costituisce indubbiamente un passo decisivo per conseguire il necessario consenso degli utilizzatori. La crescita di un positivo rapporto di fiducia nell'uso dell'idrogeno da parte degli utenti costituisce un fattore indispensabile per accelerare la messa sul mercato di veicoli funzionanti con combustibili alternativi, a bassissima emissione di gas a effetto serra, processo insostituibile per una reale e concreta difesa dell'ambiente.

3.   La proposta della Commissione

3.1

La proposta di regolamento in discussione relativo agli autoveicoli a idrogeno si pone l'obiettivo di fissare norme valide in tutta l'UE per l'omologazione di autovetture alimentate a idrogeno.

3.2

Essa prevede di emendare la direttiva quadro 2007/46/CE includendo a pieno titolo i veicoli alimentati a idrogeno delle categorie M1-M2-M3 e N1-N2-N3 (2) nel quadro della procedura per omologazione-tipo CE dei veicoli e di inserire le vetture alimentate a idrogeno in tutte le direttive e i regolamenti che regolano la materia dell'omologazione.

3.3

La base giuridica della proposta è l'articolo 95 del Trattato.

La proposta rispetta pienamente il principio di sussidiarietà poiché gli obiettivi politici che si colgono a livello comunitario non possono essere raggiunti a livello dei singoli Stati membri e con la stessa procedura si impedisce la creazione di barriere nel mercato unico.

Essa garantisce inoltre il principio di proporzionalità in quanto si pone esclusivamente l'obiettivo del buon funzionamento del mercato unico unitamente ad un alto livello di sicurezza pubblica e di protezione ambientale.

3.4

La Commissione propone la scelta del regolamento in quanto appare necessario, per il rispetto contemporaneo delle disposizioni contenute nella presente proposta, di non dover attendere il loro recepimento nell'ordinamento giuridico dei singoli Stati membri che porterebbe ad adeguare le norme di omologazione in tempi non omogenei e a volte con modifiche significative nelle leggi di trasposizione.

3.5

Questa proposta è passata al vaglio di un'ampia consultazione che ha coinvolto tutte le parti interessate. A partire dal «Gruppo di lavoro idrogeno», l'indagine conoscitiva ha coinvolto le autorità nazionali, i costruttori di veicoli, i fornitori di componenti e le associazioni industriali.

3.6

Le quattro opzioni prese in esame sono state:

«status quo», mantenimento cioè della situazione esistente,

intervento legislativo a livello degli Stati membri,

intervento legislativo a livello dell'Unione europea,

approccio non normativo: autoregolamentazione.

3.7

Successivamente è stato nominato un consulente che ha sistematizzato le risposte riguardanti la sicurezza, la tecnologia e i relativi costi delle varie opzioni. I risultati sono state sottoposti al giudizio delle principali imprese del settore automobilistico impegnate nella tecnologia dell'idrogeno.

3.8

Da questo ampio processo di consultazione è emerso con chiarezza che la via più idonea da seguire è quella di un intervento legislativo a livello comunitario che produca una omologazione-tipo per tutti gli autoveicoli alimentati a idrogeno.

3.9

A sostegno di questa scelta la Commissione ha presentato uno studio (3) che dimostra come l'introduzione di un processo di una pur rigorosa omologazione europea rappresenti la strada più semplice e molto meno costosa se confrontata ai costi teorici di 27 differenti omologazioni a livello dei singoli Stati membri.

3.10

Le valutazioni del consulente sono state quindi fornite alla Commissione che sulla base del lavoro di consultazione preventiva ha prodotto la proposta in discussione che ha iniziato il percorso istituzionale.

3.11

Secondo la Commissione, le norme stabilite in questo regolamento sono in grado di garantire agli utilizzatori dei mezzi di trasporto alimentati a idrogeno la necessaria garanzia in termini di sicurezza e di contribuire in maniera decisiva al rispetto dell'ambiente.

3.12

L'obiettivo conclusivo prevede che a decorrere da 36 mesi dopo l'entrata in vigore del presente regolamento, la conformità degli impianti, tutti i componenti a contatto con l'idrogeno e i relativi materiali impiegati devono soddisfare per intero le norme previste dal presente regolamento.

4.   L'audizione

4.1

Nel corso dell'audizione cui hanno partecipato la Commissione, rappresentanti del mondo dell'accademia, delle imprese automobilistiche impegnate nello sviluppo di auto a idrogeno, delle associazioni europee, dei consumatori e dei produttori di celle a combustibile, sono stati forniti importanti spunti di riflessione e di conoscenza degli ultimi sviluppi tecnologici.

4.2

È stata rilevata l'importanza della divulgazione di informazioni verso il grande pubblico e di iniziative come quella che si svolge da alcuni anni a Roma (H2 Roma), che promuovono l'incontro tra produttori e cittadini, mostrando lo sviluppo tecnologico e diffondendo una cultura di familiarizzazione con una tecnologia considerata dai più ancora pericolosa. I convenuti hanno trovato di grande interesse il ruolo del CESE, che potrebbe svolgere una funzione di mediatore culturale.

4.3

Imprese e consumatori hanno sottolineato la necessità di poter contare sulla sicurezza dei veicoli e delle infrastrutture di stoccaggio e distribuzione, ma anche sulla disponibilità dell'idrogeno. La ricerca deve continuare e deve essere ulteriormente sostenuta. Sono state apprezzate le recenti iniziative europee a favore delle celle a combustibile, con la decisione di finanziare un'Iniziativa tecnologica congiunta.

4.4

I test di autonomia hanno dimostrato che già oggi un'auto a idrogeno può percorrere fino a 600 km. Ulteriori prove sono in preparazione.

4.5

L'auto a idrogeno è ormai già una realtà tecnologica, come evidenziato dall'audizione, mancano però le condizioni economiche e sociali necessarie per passare alla commercializzazione. Un primo ostacolo, con il regolamento sull'omologazione verrà superato.

5.   Osservazioni generali

5.1

Il CESE approva i contenuti di questo regolamento e vede positivamente l'emanazione di norme armonizzate in materia di omologazione dei veicoli alimentati a idrogeno poiché tale procedura costituisce un passo in avanti rispetto alla situazione attuale che non prevedendo alcun riferimento legislativo è destinata a creare condizioni evidenti di distorsione della concorrenza e una frammentazione del mercato interno. È importante pervenire rapidamente a un'approvazione del regolamento, anche per evidenti ragioni di sicurezza e di protezione dell'ambiente.

5.2

A parere del CESE, la mancanza di un quadro certo di riferimento tende inevitabilmente a scoraggiare i necessari e consistenti investimenti indispensabili per uno sviluppo delle tecnologie legate all'utilizzo dell'idrogeno quale vettore energetico per le auto del futuro.

5.3

Il regolamento in esame appare coerente con le politiche dell'Unione per lo sviluppo sostenibile e con la lotta ai cambiamenti climatici che sono alla base delle iniziative comunitarie e rappresentano un contributo irrinunciabile agli obiettivi generali della strategia di Lisbona.

5.4

Il CESE è fermamente convinto che senza un rapido e consistente sviluppo dei veicoli alimentati a idrogeno e senza una progressiva sostituzione dei carburanti fossili, i vantaggi ambientali risulterebbero assai limitati e comunque non apprezzabili sul piano quantitativo. Esso ravvisa invece l'esigenza di promuovere la sostenibilità ambientale e la rigorosa lotta ai cambiamenti climatici che sono raggiungibili potenzialmente con l'utilizzo dell'idrogeno, degli agrocarburanti di seconda generazione e di altri carburanti rinnovabili.

5.5

Secondo il CESE, l'affascinante strada per invertire l'attuale tendenza che vede la domanda di energia soddisfatta prevalentemente da fonti fossili, che oggi rappresentano l'85-90 % dell'offerta energetica mondiale, passa dall'utilizzazione dell'idrogeno e dall'impegno della ricerca nel campo delle celle a combustibile e a idrogeno. Una valutazione di prospettiva deve tenere conto che, per quanto riguarda i carburanti fossili, lo scenario futuro è di una prevista penuria nel futuro e con i prezzi previsti in costante aumento.

5.6

In un parere approvato dal CESE (4) si sostiene pienamente l'iniziativa della Commissione COM(2007) 571 def. che ha deciso di finanziare con quasi 470 milioni di euro un'iniziativa tecnologica congiunta (ITC) attraverso la «creazione di un'impresa comune Pile a combustibile e a idrogeno» che consentirà, attraverso un'iniziativa di ricerca su vasta scala, alla Commissione, agli Stati membri e all'industria di mettere in comune le rispettive risorse in favore di programmi indirizzati verso settori strategici per la diversificazione e la disponibilità futura di energia.

5.7

In un successivo parere sul «mix energetico nel trasporto» (5), il CESE «ritiene indispensabile una decisa accelerazione del finanziamento alla ricerca sulla produzione e sull'utilizzo dell'idrogeno» e «si associa alle richieste provenienti dal mondo delle imprese e della ricerca attive nel settore dello sviluppo dell'utilizzo dell'idrogeno, a che il Consiglio e il Parlamento accelerino il processo di approvazione della proposta».

5.8

Le pile a combustibile sono dei convertitori di energia che permettono di ridurre sensibilmente la produzione di gas a effetto serra e di altri inquinanti. Nel trattamento delle biomasse il CESE, nello stesso parere citato al punto precedente, guarda con attenzione ai recenti progressi nel campo dei nuovi catalizzatori destinati alle celle a combustibile che costituiscono una tecnologia molto promettente per la fornitura di energia pulita per le auto.

5.9

Il CESE nel riaffermare che l'utilizzo dell'idrogeno nella progressiva sostituzione dei carburanti fossili costituisce un passaggio obbligato e auspicabile, sottolinea come l'obiettivo della messa in circolazione di autovetture alimentate a idrogeno passa esclusivamente attraverso consistenti investimenti in tutti i campi della ricerca collegate a questo processo. Per questa ragione il CESE auspica e sostiene i programmi di ricerca miranti a consolidare tale strategia.

5.10

Esso ritiene che il pur importante problema dei rilevanti costi di tale processo non possa diventare un freno allo sviluppo di questa tecnologia e guarda con grande attenzione a ogni programma che miri alla ricerca di nuove strade per la produzione eco-compatibile dell'idrogeno, nella considerazione che la strada attuale, che vuole l'idrogeno prodotto per oltre il 90 % dal metano, si basi su un'energia pur importante, ma da considerarsi «a termine».

5.11

Il CESE sottolinea come nella valutazione dei costi legati a ogni avanzamento tecnologico, la dimensione delle ingenti risorse necessarie non deve essere valutata in un rapporto ristretto al solo campo automobilistico privato, pur quantitativamente significativo, ma in una visione strategica e di prospettiva tale valutazione deve tenere conto dei benefici futuri che possono derivare da un allargamento dell'utilizzazione dell'idrogeno verso traguardi più avanzati a partire dai trasporti pubblici e privati, al trasporto merci e all'alimentazione di treni e motori marini, fino a una possibile utilizzazione dell'idrogeno, anche se in prospettiva più lontana, nell'ambito delle centrali elettriche.

5.12

Il CESE è profondamente convinto che se questi importanti programmi di ricerca avranno il loro auspicato sviluppo e il necessario sostegno politico ed economico di tutte le parti interessate, la possibilità di vedere circolare auto parzialmente o integralmente a idrogeno può diventare realtà in tempi relativamente brevi.

5.13

Un esempio concreto di questa positiva tendenza è costituito dal costante e continuo incremento di taxi con alimentazione ibrida a New York, dove una positiva politica urbana consente di coniugare il rispetto dell'ambiente con le regole del mercato, dimostrando nei fatti che i tentativi di contrapporre elementi di difficoltà allo sviluppo di questa tecnologia spesso nascondono solo una difesa di interessi consolidati.

5.14

Il CESE in tutti i pareri espressi in materia ha sostenuto la scelta dell'uso dell'idrogeno che, pur con gli attuali limiti conosciuti, rappresenta la sfida per il futuro. Esso guarda con attenzione ai progetti recenti di iniziative che utilizzando tecnologie di produzione e di erogazione differenti preparano la strada al futuro utilizzo di idrogeno nella trazione di autoveicoli.

5.15

In questa prospettiva di sviluppo il CESE, ancora una volta sollecita, la Commissione a prendere in esame il problema della diffusione della rete distributiva sul territorio di carburanti alternativi, a partire dal potenziamento della distribuzione del GNC (gas naturale compresso) che in Europa presenta una scarsa diffusione in alcuni Stati membri e una totale assenza di impianti in altri, salvo alcune positive eccezioni come il caso della Polonia.

5.16

Il campo dello stoccaggio e della distribuzione costituisce un esempio concreto di orientamento mirato della ricerca nel settore. L'esigenza di disporre di tecnologie innovative nel campo della distribuzione gassosa costituisce un problema fondamentale e decisivo per la diffusione di nuovi automezzi, sia in una fase intermedia di possibili miscele di gas diversi che nel conseguimento dell'obiettivo finale dell'alimentazione a idrogeno.

5.17

In questo campo occorre predisporre per tempo la disponibilità di sistemi di distribuzione sempre più efficienti e sempre più sicuri, a partire dall'esperienza accumulata nei due impianti attualmente operanti in Europa, quello di Mantova (Italia) e quello di Monaco di Baviera (Germania) e orientando la ricerca verso sistemi sempre tecnologicamente più avanzati che abbiano al centro il conseguimento di standard elevati nel campo della sicurezza e della difesa dell'ambiente.

5.18

Per queste ragioni il CESE ritiene che il raggiungimento di elevati standard di sicurezza e di efficienza nel campo della conservazione e della distribuzione di combustibili gassosi, costituisca elemento decisivo nella fase attuale che richiede un consistente programma di diffusione in tutto il territorio europeo di impianti di GPL e di metano, quale più immediato e realistico obiettivo di una pur parziale decarbonatazione dei carburanti, passaggio intermedio alla fase definitiva della distribuzione dell'idrogeno. Le tecnologie necessarie per lo stoccaggio e la distribuzione del gas e dell'idrogeno sono molto simili, pertanto lo sviluppo delle prime non potrà che favorire lo sviluppo dell'idrogeno.

5.19

Il CESE è consapevole che l'uso dell'idrogeno presenta ancora indubbi problemi di costi e di elementi di sicurezza, legati alle remore del passato che oggi, sulla base degli approfonditi test effettuati in diversi paesi, devono essere del tutto superati, avvicinando tale uso al livello di sicurezza raggiunto dalle tecnologie convenzionali. Il raggiungimento di questo traguardo, supportato da consistenti e specifici programmi di informazione, può consentire il recupero della fiducia nei futuri utilizzatori, passaggio obbligato per il rilancio definitivo dell'uso di tale tecnologia.

5.20

Il CESE ritiene perciò indispensabile affiancare a questa strategia basata sull'idrogeno un consistente programma di informazione che affronti e superi l'attuale diffidenza dei futuri consumatori che considerano l'idrogeno un prodotto rischiosissimo.

5.21

Tale programma di informazione molto capillare deve far passare un messaggio chiaro: già oggi nell'uso dell'idrogeno sono stati raggiunti gli elevati livelli di sicurezza dei veicoli convenzionali, anche nel caso di eventuali incidenti. Questo costituisce un elemento fondamentale per conferire credibilità alla previsione della Commissione del raggiungimento dell'obiettivo di vedere in circolazione entro il 2020 almeno 1 milione di vetture nel territorio comunitario (pag. 34 Impact Assessment).

5.22

Questo regolamento per l'emanazione di norme armonizzate a livello comunitario in materia di omologazione di autoveicoli alimentati a idrogeno costituisce un primo passo verso il recupero e il mantenimento di tale consenso e va sostenuto a partire dalla considerazione di fondo che tale utilizzo contribuisce in maniera decisiva al rispetto dell'ambiente poiché, come è noto, tale forma di alimentazione non emette gas a effetto serra e non scarica inquinanti a base di carbonio.

5.23

Il CESE condivide la scelta del regolamento quale elemento giuridico della proposta in quanto esso garantisce condizioni paritarie ai produttori del settore attraverso l'applicazione immediata in tutti gli Stati membri delle norme contenute.

5.24

Approva inoltre la proposta di effettuare l'elaborazione e l'attuazione delle norme fondamentali attraverso la «procedura di comitato» e condivide la predisposizione di un periodo transitorio che appare necessario nei confronti dei produttori, in quanto tale scelta appare proporzionata alla complessità di questa tecnologia che richiede tempi lunghi nella sua applicazione.

5.25

Il CESE sostiene e considera importante la presenza dell'Europa con il Giappone e gli Stati Uniti nel GCG, struttura mirante all'ottenimento di una procedura mondiale nel campo delle omologazioni delle auto a idrogeno.

5.26

Tuttavia, la ricerca di un accordo di questa dimensione non deve costituire ostacolo all'avanzamento di una procedura legislativa comunitaria poiché i tempi per il raggiungimento di un accordo mondiale sono più lunghi rispetto a quelli del presente regolamento. Invece la presenza in tale organismo di un'Europa che disponga di uno specifico strumento legislativo e di una propria esperienza applicativa, oltre a rafforzare la sua presenza, impedisce il tentativo di omologare tale regolamento legato esclusivamente all'unica esperienza oggi disponibile, quella del Giappone.

5.27

Una forte presenza dell'Europa negli organismi decisionali mondiali costituisce anche un elemento decisivo di salvaguardia della competitività delle importanti imprese automobilistiche operanti a livello europeo che non possono perdere il contatto con processi evolutivi di un mercato dove una presenza forte, tempestiva e tecnologicamente avanzata costituisce elemento fondamentale nella conquista di quote elevate del mercato futuro.

5.28

Il tema dell'omologazione, pur essendo solo un aspetto dell'intero processo, costituisce un passo significativo verso la disponibilità di carburanti alternativi in grado di allontanare l'Europa dalla stretta dei carburanti fossili con grandi vantaggi ambientali e preparandoci al momento certo, anche se non quantificabile in termine di tempi, di una progressivo esaurimento di questa risorsa.

5.29

Tutto questo richiede scelte coraggiose e una visione strategica lungimirante che traguardi il presente e si collochi su uno scenario futuro nel quale l'utilizzo dell'idrogeno appare destinato a giocare un ruolo fondamentale.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  GU C 204 del 9.8.2008, pag. 19.

(2)  

M1 veicoli destinati al trasporto di persone, aventi al massimo 8 posti a sedere oltre al sedile del conducente.

M2 veicoli destinati al trasporto di persone, aventi più di 8 posti a sedere oltre al sedile del conducente e massa massima non superiore a 5 t.

M3 veicoli destinati al trasporto di persone, aventi più di 8 posti a sedere oltre al sedile del conducente e massa massima superiore a 5 t.

N1 veicoli destinati al trasporto di merci, aventi massa massima non superiore a 3,5 t.

N2 veicoli destinati al trasporto di merci, aventi massa massima superiore a 3,5 t ma non superiore a 12 t.

N3 veicoli destinati al trasporto di merci, aventi massa massima superiore a 12 t.

(3)  TRL, Ltd, il consulente tecnico-scientifico della Commissione.

(4)  GU C 204 del 9.8.2008, pag. 19.

(5)  CESE 1104/2007 (TEN/297), punto 1.4. Non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/7


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Le diverse misure politiche, al di là di finanziamenti adeguati, atte a contribuire alla crescita e allo sviluppo delle piccole e medie imprese

(2009/C 27/02)

Il 20 settembre 2007, Andrej VIZJAK, ministro sloveno dell'Economia, a nome della presidenza slovena del Consiglio dell'Unione europea, ha chiesto al Comitato economico e sociale europeo di elaborare un parere esplorativo sul tema:

Le diverse misure politiche, al di là di finanziamenti adeguati, atte a contribuire alla crescita e allo sviluppo delle piccole e medie imprese.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 11 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore CAPPELLINI.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 122 voti favorevoli e 5 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Il CESE ritiene che lo Small Business Act for Europe (SBAE — legge sulle piccole imprese), di cui ha ripetutamente chiesto l'adozione, debba consentire di rilanciare la Carta europea delle piccole imprese e costituisca una notevole opportunità, da un lato, di sviluppare il potenziale delle piccole imprese e, dall'altro, di testare la volontà delle istituzioni e degli Stati membri di avviare una vera politica, proattiva e sistematica, di sostegno alle PMI e alle imprese più piccole.

1.2

Questa politica non deve limitarsi a intervenire nei periodi di difficoltà economiche, quando gli ambienti politici riscoprono la capacità delle PMI e delle imprese più piccole di riassorbire il deficit occupazionale e contenere le statistiche sulla disoccupazione, bensì diventare una politica matura, in grado di sostenere a lungo termine la competitività di tali imprese.

1.3

Per sostenere e rilanciare lo sviluppo delle PMI mediante la creazione di un ambiente realmente favorevole alle loro attività e l'adozione di uno SBAE efficace, che non sia soltanto un'ulteriore dichiarazione politica, il CESE raccomanda 10 misure fondamentali:

sviluppare una buona conoscenza del tessuto europeo in cui si inseriscono le diverse categorie di PMI, dell'evoluzione di queste ultime e delle loro esigenze a livello orizzontale e settoriale alla luce della dimensione interna, esterna e transfrontaliera del mercato interno, in particolare attraverso la pubblicazione di relazioni annuali,

integrare la dimensione delle PMI in tutte le politiche comunitarie e nel processo legislativo,

proseguire a tutti i livelli la strategia di semplificazione amministrativa e instaurare un nuovo metodo di consultazione con le varie categorie di PMI e i loro organismi intermediari di rappresentanza,

garantire che la legislazione a tutti i livelli tenga conto delle situazioni e delle esigenze delle varie categorie di PMI e che applichi il principio Think Small First (Pensare prima in piccolo),

garantire che la legislazione rispetti quattro principi fondamentali: 1) realizzazione di valutazioni d'impatto efficaci, 2) principio di proporzionalità, 3) principio dell'Only Once, 4) principio di salvaguardia, con estensione dei poteri dello SME Envoy (il rappresentante delle PMI) e l'istituzione di un mediatore delle PMI per il mercato interno,

sostenere le attività di accompagnamento e di consulenza delle organizzazioni intermediarie delle PMI rappresentative,

rilanciare i programmi di cooperazione tra le imprese, di scambio tra le organizzazioni di imprese e di collegamento in rete dei servizi di sostegno,

organizzare una politica ampliata e permanente in materia di innovazione destinata alle imprese più piccole,

semplificare e promuovere l'accesso delle PMI ai programmi comunitari,

avviare una politica a favore del trasferimento e della cessione di imprese.

1.4

Il CESE chiede che la legge sulle piccole imprese si imponga a tutti i livelli sotto forma di strumento giuridicamente vincolante.

1.5

Chiede inoltre che essa consenta di incoraggiare il dialogo tra le parti sociali del mondo delle PMI al fine di realizzare il miglior ambiente di lavoro possibile per favorire la creatività e l'innovazione anche per quanto riguarda le condizioni di lavoro, vigilando in particolar modo sul miglioramento della sicurezza e dell'analisi dei rischi sul luogo di lavoro.

2.   (Contesto generale) Presentazione del parere esplorativo

2.1

L'importanza delle piccole e medie imprese (PMI) per l'economia dell'Unione europea è universalmente riconosciuta in quanto elemento chiave per promuovere la crescita e l'occupazione a livello europeo e rispondere alle nuove sfide della globalizzazione. Da una valutazione dei risultati della politica per le PMI attuata durante il periodo 2005-2007 è emerso che l'applicazione del principio Think Small First ha consentito di realizzare importanti progressi sia a livello comunitario che a livello nazionale.

2.2

La Commissione europea ha sottolineato la necessità di liberare interamente il potenziale di crescita e di creazione di posti di lavoro delle PMI e di sfruttarne appieno le capacità innovative. Quest'orientamento trova riscontro nella relazione sulla strategia di Lisbona rinnovata per la crescita e l'occupazione adottata l'11 dicembre 2007. In questo contesto, è stata proposta l'adozione di uno Small Business Act for Europe (SBAE) con lo scopo primo di definire principi e misure concrete per migliorare l'ambiente in cui operano le PMI europee tenendo pienamente conto della loro diversità. L'iniziativa è stata accolta positivamente dal Consiglio europeo del dicembre 2007 e la Commissione intende quindi presentare una proposta per il mese di giugno 2008.

2.3

Ricordiamo a questo proposito che il CESE ha elaborato recentemente o ha attualmente in preparazione numerosi altri pareri riguardanti la politica delle PMI, fra cui si citano i seguenti:

Evoluzione del settore dei servizi alle imprese in Europa (INT/412 — relatore: CALLEJA) (in corso di elaborazione)

Programma di ricerca e sviluppo per le PMI (INT/379 — relatore: CAPPELLINI)

Valutazione intermedia della politica a favore delle PMI (INT/392 — relatore: BURNS) (in corso di elaborazione)

Appalti pubblici internazionali (INT/394 — relatore: MALOSSE)

Microcredito (INT/423 — relatore: PEZZINI) (in corso di elaborazione).

2.4

La presidenza slovena del Consiglio chiede al CESE di avanzare proposte di tipo politico per favorire la crescita delle PMI. Non si tratta quindi di redigere un nuovo elenco di misure tecniche destinate alla crescita individuale delle PMI, bensì di proporre un quadro politico più strutturato e innovativo a favore delle PMI.

2.5

Tra le numerose priorità, la presidenza slovena ne evidenzia due in particolare:

a)

consentire a tutte le PMI — tenuto conto delle differenze di dimensione, attività, settore e modalità di produzione — di rispondere alle grandi sfide poste dalle trasformazioni industriali, dai cambiamenti climatici, dai mutamenti demografici, dalle sfide sociali e dalla ristrutturazione dei mercati con gli effetti della globalizzazione, i cambiamenti nella distribuzione, la standardizzazione e la certificazione dei prodotti e dei servizi;

b)

permettere alle PMI di essere strettamente coinvolte nelle scelte politiche, nella definizione delle priorità operative e nelle decisioni legislative a tutti i livelli che determineranno il loro quadro d'attività.

2.6

La presidenza slovena chiede inoltre il parere del CESE nel contesto della preparazione dello SBAE.

3.   Osservazioni generali

3.1

Nei suoi pareri precedenti, il CESE ha dato atto degli importanti progressi realizzati a favore delle PMI, in particolare in materia di accesso ai finanziamenti e di semplificazione delle pratiche amministrative. Esso sottolinea con soddisfazione quanto si siano evolute le posizioni delle istituzioni europee nei confronti delle piccole imprese e si augura che tale evoluzione non sia dovuta soltanto al difficile contesto economico e sociale attuale. Tuttavia, nonostante questi innegabili progressi, le politiche avviate in questi ultimi anni presentano ancora numerose carenze.

3.2

In particolare, il CESE ritiene che la Carta europea delle piccole imprese non abbia conseguito i suoi obiettivi strategici in quanto priva di valore giuridico e che essa sia rimasta il più delle volte a livello di semplice dichiarazione politica. È necessario rafforzarne l'attuazione negli Stati membri e a livello regionale e rilanciare l'elaborazione di valutazioni e di raccomandazioni annuali destinate agli Stati membri.

3.3

Inoltre, è stato detto spesso che la concertazione con le diverse categorie di PMI può essere notevolmente migliorata: il CESE ritiene che sia necessario impegnarsi a livello europeo, nazionale e regionale in una nuova cultura del dialogo che consenta di rafforzare e istituzionalizzare la concertazione tra le istituzioni e le organizzazioni intermediarie che rappresentano i diversi ambienti delle PMI.

4.   Osservazioni specifiche

4.1   Creare un ambiente nuovo, favorevole allo sviluppo di tutte le PMI

Di fronte a questa situazione e alle grandi sfide cui saranno confrontate le PMI, ma anche per dar corpo alla strategia di Lisbona rinnovata adottata in occasione del vertice di primavera 2008 e sostenere le iniziative della Commissione per migliorare la competitività delle PMI, il CESE appoggia pienamente l'iniziativa della presidenza di adottare una politica innovativa verso le PMI ponendovi alla base lo SBAE.

4.2   Un progetto europeo a favore delle PMI e delle microimprese

Il CESE raccomanda alle istituzioni comunitarie di non concentrarsi più unicamente sulle imprese a forte crescita, sul posizionamento internazionale delle imprese e sui diversi principi dell'eccellenza, che portano a escludere dai benefici dell'azione comunitaria milioni di imprese di piccole dimensioni che creano valore, innovazione, posti di lavoro e stabilità a livello del territorio. Chiede alle istituzioni e alle autorità pubbliche a tutti i livelli di adottare un'impostazione innovativa nella loro politica a favore delle PMI, organizzando un vero progetto europeo che riunisca tutte le forze economiche delle medie, piccole e microimprese per generare il supplemento di crescita e occupazione di cui l'UE ha bisogno. Questo progetto europeo deve anche permettere di favorire e sviluppare il dialogo con i partner economici e sociali e le organizzazioni rappresentative delle diverse categorie di PMI sulle nuove, grandi sfide comunitarie (cambiamenti climatici, mutamenti demografici e immigrazione, ambiente, energia, ecc.) cui saranno confrontate le PMI. Tale progetto deve basarsi sulle imprese a forte tasso di crescita, ma anche e soprattutto sull'economia di prossimità e le cosiddette attività «tradizionali». Esso deve consentire all'Unione di avviare una politica di promozione delle imprese a misura d'uomo e anche di sfruttare l'economia di prossimità per garantire la crescita degli Stati membri puntando su cinque misure prioritarie.

4.2.1

Conoscere e comunicare le realtà delle diverse categorie di PMI. Ogni politica comunitaria deve basarsi su dati chiari che consentano di conoscere la situazione esistente. La nozione di PMI abbraccia realtà, categorie e forme di impresa molto diverse fra loro (imprese individuali e società, imprese senza dipendenti e imprese che hanno fino a 250 dipendenti, imprese artigiane, commerciali, dell'economia sociale o delle libere professioni), che operano in settori d'attività con condizioni e bisogni molto diversi. I dati su queste varie categorie di PMI sono spesso incompleti o inesistenti. Le analisi condotte dal precedente Osservatorio europeo delle PMI avevano spesso fornito dati essenziali. Il CESE si rallegra quindi del rilancio dell'Osservatorio da parte della DG Imprese e industria e chiede di:

avviare un vasto programma di studi economici, ivi compreso di tipo settoriale, sulla situazione e i bisogni delle diverse categorie di PMI, anche a livello nazionale e regionale, e di analisi statistiche di concerto con le organizzazioni di rappresentanza interessate,

favorire e sviluppare le attività di ricerca e di studio proprie delle organizzazioni imprenditoriali a livello europeo, nazionale e territoriale di concerto con i centri di ricerca, le università e gli Stati membri.

4.2.2

Integrare la dimensione delle PMI in tutte le politiche comunitarie: il CESE ha potuto constatare che, al di là delle dichiarazioni politiche a favore delle piccole imprese, si riscontra sempre una spiccata tendenza nel legislatore a qualsiasi livello — per scarsa conoscenza delle realtà o per volontà di semplificazione — a utilizzare sistematicamente il modello della grande impresa e ad applicare il principio del «bonsai» per cui tutto ciò che va bene per le grandi imprese va bene anche per le piccole. Questo approccio teorico, basato su un modello economico unico, è in contraddizione con la realtà caratterizzata da una pluralità di forme societarie e di modelli d'impresa, e fa sì che nella pratica oltre il 90 % delle imprese europee si senta incompreso e ignorato dalle politiche comunitarie. Il CESE attira in particolar modo l'attenzione delle istituzioni comunitarie e degli Stati membri sul fatto che le piccole e microimprese, punto di forza essenziale dell'economia e dell'occupazione europea, rischiano di diventarne il punto debole non per loro colpa, ma a causa dell'attenzione insufficiente che ricevono dai poteri pubblici a tutti i livelli. Il CESE chiede che lo SBAE costituisca l'occasione di passare all'azione concreta e si aspetta che le esigenze e le particolarità delle varie categorie di PMI diventino un elemento di cui tenere obbligatoriamente conto in tutte le politiche, programmi e negoziati condotti, anche nel quadro del dialogo sociale e delle relazioni internazionali, sia a livello comunitario che nazionale e regionale.

4.2.3

Proseguire la politica di semplificazione amministrativa: il CESE incoraggia vivamente la Commissione a moltiplicare gli sforzi di semplificazione della legislazione comunitaria, ma chiede soprattutto alle istituzioni comunitarie e agli Stati membri di avviare una più efficace politica di semplificazione, articolata in cinque punti:

adottare un'autentica politica Think Small First,

semplificare senza deresponsabilizzare: il CESE dubita dell'opportunità e dell'efficacia di concedere esenzioni sistematiche alle piccole imprese e preferisce l'adozione di criteri di proporzionalità nell'attuazione e una concertazione diretta con le organizzazioni di PMI interessate,

associare sistematicamente le organizzazioni rappresentative delle varie categorie di PMI al processo legislativo comunitario, nazionale e regionale e al dialogo sociale ai diversi livelli, intensificando inoltre la collaborazione con il CESE e il Comitato delle regioni,

applicare sistematicamente il principio dell'Only Once su tutti i piani e a tutti i livelli di governo,

elaborare guide pratiche e documenti esplicativi per rendere comprensibili e più facilmente recepibili le normative adottate.

4.2.4

Sostenere le attività di accompagnamento e consulenza delle organizzazioni intermediarie. Le organizzazioni intermediarie che rappresentano le varie categorie di PMI sono un elemento essenziale del successo delle politiche comunitarie: alle PMI che richiedono competenze particolari esse prestano infatti servizi di assistenza tecnica che la nuova rete European Enterprise Network (EEN) non è in grado di offrire. Esse svolgono un ruolo insostituibile nella trasmissione delle informazioni e nell'assistenza alle imprese, permettendo in particolare di adeguare la legislazione alla specifica situazione individuale di ciascuna impresa e di tradurla a livello microeconomico e locale, anche al livello più prossimo alla piccola impresa. Da un lato, il CESE ritiene essenziale che i pubblici poteri a tutti i livelli intraprendano una politica proattiva di sostegno alle attività di tali organizzazioni e che i programmi comunitari che interessano le PMI prevedano espressamente misure in loro sostegno. Dall'altro, chiede alla Commissione, agli Stati membri e alle regioni di attuare le conclusioni formulate su questo tema dalla 4a Conferenza europea dell'artigianato e piccole imprese svoltasi a Stoccarda.

4.2.5

Rilanciare i programmi di cooperazione tra imprese e i programmi di scambio tra organizzazioni. Il CESE chiede alla Commissione di rilanciare i programmi di cooperazione interregionale fra le imprese che in passato si sono dimostrati efficaci; occorre inoltre sostenere le azioni condotte dalle organizzazioni intermediarie o permettere la creazione di organi destinati a favorire tale cooperazione.

4.3   Adottare uno SBAE realmente efficace

4.3.1

In questo contesto, il CESE si rallegra che il Consiglio e la Commissione si siano espresse a favore di uno SBAE, avendone esso stesso auspicato l'adozione a più riprese (1). Considera che, per essere efficace, tale SBAE debba rispondere a più condizioni:

4.3.1.1

deve mirare a creare il migliore ambiente possibile per le PMI e le microimprese a tutti i livelli e dare risposte concrete alle varie sfide che le PMI devono affrontare nel loro ciclo di vita, tra cui in particolare il trasferimento e la cessione; in questo senso, lo SBAE non deve portare a un indebolimento delle condizioni di lavoro dei lavoratori delle PMI; al contrario, le iniziative adottate dovrebbero consentire di tenere maggiormente conto della loro situazione;

4.3.1.2

deve apportare un reale valore aggiunto e non limitarsi a riunire i programmi esistenti e a coordinare semplicemente le diverse misure in corso;

4.3.1.3

non deve essere soltanto un'ulteriore dichiarazione d'intenti, come lo è stata purtroppo la Carta europea delle piccole imprese, né limitarsi a un semplice impegno politico da parte delle istituzioni comunitarie e degli Stati membri: le PMI e le microimprese europee meritano di più e il CESE ritiene che per sancire e dimostrare la volontà dell'UE di migliorare la propria azione verso le PMI e le microimprese occorra dare allo SBAE un valore giuridico;

4.3.1.4

esso deve essere vincolante nella sua totalità e imporsi a tutti i livelli decisionali — europeo, nazionale e regionale — rivolgendosi ai pubblici poteri di tutti i livelli, pur lasciando agli Stati membri il compito dell'attuazione (2);

4.3.1.5

deve applicarsi a tutte le politiche comunitarie integrandovi le PMI e sviluppando un approccio globale che tenga adeguatamente conto di tutti gli aspetti delle politiche e delle conseguenze delle nuove norme per le diverse categorie di PMI.

4.3.2

Il CESE chiede che lo SBAE preveda cinque misure politiche principali atte a garantire che la legislazione non limiti lo sviluppo e la competitività delle diverse categorie di PMI.

4.3.2.1

Garantire che i testi legislativi a tutti i livelli siano concepiti tenendo conto delle situazioni specifiche e delle esigenze particolari delle varie categorie di PMI. A tal fine occorre stabilire una regola di base valida per tutti i livelli decisionali, per cui l'elaborazione delle proposte legislative presuppone la conoscenza delle necessità e delle aspettative delle PMI, specie le più piccole, e il rispetto del principio Think Small First, con un'attenzione particolare per i lavoratori autonomi, che rappresentano oltre la metà delle imprese europee. Ciò implica in particolare la consultazione sistematica delle organizzazioni di rappresentanza delle PMI e un'adeguata partecipazione di esperti di queste organizzazioni a tutti i comitati consultivi regionali, nazionali o europei che trattano problematiche che possono avere un impatto sulle PMI, come richiesto dal Consiglio Competitività del 13 marzo 2006.

In quest'ottica, il CESE chiede che in ogni direzione generale della Commissione sia nominato un responsabile per le PMI con il compito di fare in modo che le misure legislative e i programmi gestiti dalla rispettiva DG tengano conto delle priorità e delle attese delle PMI e delle microimprese.

4.3.2.2

Garantire che la legislazione rispetti i principi fondamentali. Per il CESE, l'efficacia della legislazione a qualsiasi livello e quella dei programmi e delle misure collettive o individuali adottate a favore delle PMI dipende da quattro principi, che auspica di veder iscritti nello SBAE e applicati sistematicamente a tutti livelli — europeo, nazionale e regionale:

una valutazione d'impatto sistematica per le PMI : nessun testo legislativo dovrebbe potere essere adottato se non è stato precedentemente oggetto di una valutazione d'impatto sistematica che misuri gli effetti economici e sociali diretti e indiretti, l'onere amministrativo, i costi d'informazione e l'investimento che la norma comporterà per le varie categorie di imprese del settore d'attività interessato nonché i benefici che esse potranno trarne,

il principio di proporzionalità : la legislazione non deve imporre misure inutili alle PMI, ma limitarsi allo stretto necessario; le condizioni di applicazione della legislazione devono essere adeguate alle realtà e alle diverse situazioni delle imprese interessate e alle loro capacità di attuazione,

il principio dell' Only Once: le PMI sono entità produttive, non servizi amministrativi: esse non possono essere soggette più di una volta a dichiarazioni e procedure amministrative su uno stesso tema e spetta alle autorità amministrative interessate comunicarsi reciprocamente le informazioni. Negli sportelli unici questo principio potrebbe tradursi nell'applicazione del principio «un imprenditore — un interlocutore unico», con l'appoggio delle organizzazioni intermediarie che già svolgono questo ruolo a livello nazionale,

il principio di salvaguardia : non può essere adottata una normativa che sia contraria allo sviluppo delle PMI e che rischi di frenarne la competitività. Dovrebbe essere prevista la possibilità di bloccare ogni nuova proposta legislativa che non sia stata sottoposta a una valutazione d'impatto completa o che preveda misure che appaiono in contraddizione con lo sviluppo socioeconomico delle PMI.

Il CESE sottolinea inoltre la necessità di realizzare e garantire la piena trasparenza delle procedure amministrative, consentendo alle PMI di accedere a tutti i dati amministrativi che le riguardano e di correggerli in base alle loro esigenze.

4.3.2.3

Organizzare una politica dell'innovazione ampliata e coerente. Il CESE chiede che la Commissione, gli Stati membri e gli enti territoriali non si limitino a sostenere l'innovazione nell'alta tecnologia e che adottino un atteggiamento più proattivo, includendo nei loro programmi misure specifiche di sostegno all'innovazione a bassa e media tecnologia e all'innovazione non tecnologica diffusa nelle PMI, particolarmente le più piccole.

La nuova rete di consulenza dello European BIC Network (EBN) non basterà mai da sola per intervenire efficacemente in tutte le imprese dotate di un potenziale d'innovazione; il CESE chiede che lo SBAE stabilisca le priorità seguenti:

incoraggiare le parti sociali ad avviare nelle PMI un dialogo volto a realizzare un ambiente di lavoro propizio alla creatività e all'innovazione,

sostenere la nomina di consulenti nelle organizzazioni intermediarie delle PMI e delle piccole e microimprese al livello più vicino all'impresa e promuovere l'erogazione di una formazione mirata agli imprenditori e ai lavoratori per favorire l'innovazione, utilizzando le nuove opportunità offerte dai mercati in via di trasformazione,

creare strumenti finanziari adeguati alla situazione delle imprese più piccole, assicurandosi che essi vadano a sostenere anche misure destinate ai lavoratori,

indurre gli Stati membri e le regioni ad avviare, in collaborazione con le organizzazioni delle PMI, una campagna per l'individuazione delle innovazioni tecnologiche e non tecnologiche nelle PMI e soprattutto nelle microimprese.

4.3.2.4

Ampliare l'accesso ai programmi comunitari. Il CESE ritiene che la complessità amministrativa e i diversi requisiti imposti rendano la partecipazione delle piccole imprese ai programmi comunitari sempre più difficile, se non impossibile, determinando paradossalmente un crescente disinteresse delle organizzazioni intermediarie per questi programmi. Ad esempio, i vincoli giuridici che esistono attualmente non consentono di condurre azioni innovative e di sostenere progetti pilota sperimentali, privando così l'UE di un gran numero di proposte innovative. Il CESE è dell'avviso che principi e dispositivi debbano essere riveduti: data l'entità del lavoro, non spetta al presente parere precisare le modifiche necessarie. Il CESE chiede tuttavia alla Commissione, nel contesto dello SBAE, di avviare una concertazione con le organizzazioni di rappresentanza delle PMI per stabilire nuove condizioni per l'elaborazione e la partecipazione ai programmi ai diversi livelli territoriali.

In questo contesto, è necessario che i fondi strutturali permettano di favorire l'accesso delle PMI agli appalti pubblici, in particolare nelle regioni più svantaggiate (3).

4.3.2.5

Facilitare e incoraggiare il trasferimento e la cessione di imprese. Il CESE sottolinea in particolare la sfida del trasferimento e della cessione di imprese, in particolare delle piccole imprese di produzione e di servizi in ambito urbano e rurale: la loro annunciata, ma non ineluttabile, scomparsa avrà considerevoli effetti negativi sulla salvaguardia delle attività economiche e dei posti di lavoro in questi spazi. Occorre quindi, da un lato, favorire la creazione di sistemi che facilitino i contatti tra acquirenti e venditori e di incentivi finanziari o fiscali e, dall'altro, incitare gli imprenditori a una migliore capitalizzazione dell'impresa al fine di mantenere il valore dei loro attivi.

La situazione particolare vissuta dagli imprenditori in talune zone, come ad esempio quelle rurali, richiede l'elaborazione di formule innovative come i partenariati pubblico-privati.

4.4   Il nucleo dello SBAE dovrebbe essere uno strumento giuridicamente vincolante

4.4.1

Affinché lo SBAE sia realmente efficace, il CESE chiede che esso sia adottato dal Consiglio e dal Parlamento sotto forma di atto giuridico vincolante a livello europeo, nazionale e regionale.

4.4.2

In questo contesto, il CESE chiede una valutazione annuale dell'attuazione dello SBAE e del complesso delle politiche a favore delle PMI sia a livello comunitario che nazionale; chiede inoltre che venga elaborato un resoconto annuale dei progressi realizzati, che dovrà essere oggetto di un capitolo distinto nel quadro dell'attuazione della strategia di Lisbona.

4.4.3

Queste relazioni annuali consentiranno alla Commissione di formulare raccomandazioni in materia d'attuazione nei confronti sia degli Stati membri che delle regioni, raccomandazioni su cui il CESE conta di poter formulare propri pareri.

4.4.4

Il CESE chiede che queste valutazioni annuali portino — se del caso — all'adattamento o alla revisione dello SBAE e delle politiche riguardanti le PMI.

4.4.5

Il CESE raccomanda vivamente alla Commissione e al Consiglio di associare molto strettamente le organizzazioni di rappresentanza delle varie categorie di PMI nell'elaborazione e nell'attuazione dello SBAE.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  Cfr. il parere del CESE sul tema Il potenziale delle imprese, specie quello delle PMI (strategia di Lisbona) (GU C 256 del 27.10.2007, pag. 8).

(2)  Cfr. il parere del CESE 979/2008 sul tema Gli appalti pubblici internazionali (GU C 224 del 30.8.2008, pag. 32), in cui il CESE si dichiara contrario «all'introduzione nell'UE di un sistema di quote per le PMI come quello previsto dallo Small Business Act (Legge sulle piccole imprese) americano».

(3)  Cfr. nota 2.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/12


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione — Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo

COM(2007) 621 def.

(2009/C 27/03)

La Commissione, in data 19 ottobre 2007, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 262 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Comunicazione della Commissione — Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori in materia, ha formulato il proprio parere in data 13 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore MENDOZA CASTRO.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 10 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 108 voti favorevoli e 5 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo accoglie con favore e apprezza la Comunicazione della Commissione Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo e appoggia l'impegno di rafforzare chiaramente la sua strategia e la sua politica per il turismo dei prossimi anni, dotandole di tale Agenda, il cui compito è proprio quello di tradurle nella pratica. I tratti essenziali di questa nuova politica si erano già delineati nella precedente comunicazione Rinnovare la politica comunitaria per il turismo: una partnership più forte per il turismo europeo.

1.2

Il Comitato riconosce lo sforzo compiuto dalla Commissione per sintetizzare in poche pagine i numerosi documenti, opinioni e dibattiti importanti sul tema del turismo. Il risultato di questo lavoro corrisponde pienamente al compito, che consisteva nel comunicare chiaramente alla società l'esito dei lavori del Gruppo per la sostenibilità del turismo, degli esperti che hanno elaborato il parere e della successiva consultazione pubblica.

1.3

Il Comitato giudica positivamente sia la decisione di fondare la nuova politica sulla strategia di Lisbona rinnovata che gli obiettivi generali di miglioramento della competitività e della sostenibilità, nonché quelli più specifici di prosperità economica, equità e coesione sociale, protezione dell'ambiente e della cultura.

1.4

Giudica inoltre positivamente le sfide individuate dalla comunicazione e le soluzioni proposte per affrontarle. Si propone una metodologia basata sulla partecipazione di tutti gli attori, attraverso forme diverse di collaborazione e «collaborazione competitiva». Questa partecipazione è considerata la spina dorsale della nuova politica del turismo e della sua agenda di applicazione. L'importanza delle sfide descritte dalla comunicazione è evidente, e in futuro uno degli elementi chiave dell'agenda dovrà essere lo studio continuo delle conseguenze delle emissioni di gas a effetto serra sulla sostenibilità.

1.5

Il Comitato ritiene adeguato l'impegno assunto dalla Commissione di attuare questa politica attraverso il dialogo, la cooperazione, il lancio di azioni di sostegno e il coordinamento tra gli attori. L'Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo rappresenta lo sviluppo della metodologia concreta e degli strumenti di attuazione proposti per ciascuno degli attori del settore turistico europeo. Attraverso la DG Impresa, tuttavia, la Commissione può e deve svolgere un ruolo più attivo e diventare capofila delle numerose iniziative in ambito europeo, quali il turismo sociale, il turismo per tutti e la formazione nel settore turistico. In particolare, sia la Commissione che le altre istituzioni dovrebbero impegnarsi di più per coinvolgere le piccole e medie imprese e le microimprese nella sostenibilità del turismo e nell'Agenda come strumento volto all'attuazione e al conseguimento di questo obiettivo. Il CESE apprezza particolarmente l'iniziativa della Commissione Destinazioni europee d'eccellenza, che va considerata una buona pratica e un esempio da seguire.

1.6

Il CESE propone e raccomanda ancora una volta di potenziare il Forum europeo del turismo e sviluppare ulteriormente la riflessione e lo studio in merito alla creazione di un Consiglio consultivo europeo del turismo e di un'Agenzia europea del turismo. Le due istituzioni potrebbero forse offrire alle autorità e ai diversi operatori del settore turistico uno spazio di incontro per migliorare e diffondere le informazioni sul tema del turismo sostenibile e competitivo, monitorare l'attuazione della politica e dell'agenda del turismo europeo e in particolare cercare di percepire le tendenze del settore e definire le azioni da intraprendere. Un obiettivo su cui potrebbero concentrarsi sarebbe in particolare l'interpretazione dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze per il turismo e l'individuazione di azioni da intraprendere in tale ambito.

1.7

La volontà mostrata dalla Commissione di migliorare l'uso degli strumenti finanziari a disposizione è molto positiva. Più precisamente, nell'ambito del turismo sociale il momento è opportuno per avviare, sotto forma di progetto pilota, alcune esperienze di carattere transnazionale. Tra gli esempi di questa iniziativa potrebbero esserci il turismo sociale e il turismo per tutti, lo sviluppo delle risorse umane, lo sviluppo del prodotto e la penetrazione del mercato. Il Comitato ritiene che vi siano margini sufficienti per riunire le esperienze transfrontaliere sotto forma di progetti sperimentali in questi ambiti.

1.8

Il CESE si compiace della conclusione dei lavori realizzati sull'Agenda 21 per il turismo, i cui risultati, ripresi nella comunicazione della Commissione Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo, completano e rendono concreta la politica generale di sostenibilità del turismo europeo. Di fatto, il documento tecnico della commissione istituita a tal fine funge da base e da complemento alla comunicazione della Commissione, e quindi i due documenti vanno considerati congiuntamente.

1.9

In ambito statistico, il CESE si compiace dell'invito a presentare proposte, lanciato dalla Commissione e sollecitato a suo tempo da parte del Comitato stesso, riguardo alla creazione di una rete di Osservatori del turismo che da un lato consentano di tener conto dei dati relativi al settore e dall'altro siano in grado di fornire una visione strategica e prospettica, e la capacità di anticipare e configurare azioni future.

1.10

Il CESE si offre di continuare ad operare nel settore del turismo seguendo gli orientamenti definiti nella comunicazione della Commissione sull'Agenda, e invita le altre istituzioni europee, gli Stati membri, le regioni e gli enti locali, gli operatori del settore, gli imprenditori, i sindacati e tutti i cittadini a collaborare per far conoscere e sostenere il turismo come un diritto universale e come un'attività economica d'importanza strategica per il futuro dell'Europa. Allo stesso modo, tutti gli operatori e i consumatori devono assumersi le loro responsabilità nell'interesse di un turismo più sostenibile e competitivo.

1.11

Sebbene la comunicazione tenga conto di criteri ed elementi di carattere sociale nella configurazione che dà dell'attività turistica, il CESE rimarca l'assenza di un qualche riferimento al concetto e alla realtà della cittadinanza europea; il turismo è, e può essere in modo molto più intenso, un elemento in grado di raccogliere culture e realtà sociali attorno a questa cittadinanza europea che tutti siamo chiamati a promuovere e sviluppare. La varietà e la diversità di culture, lingue, patrimonio naturale e culturale dei diversi Stati d'Europa è una grande ricchezza che può e deve essere utilizzata e sfruttata per permetterci di conoscerci reciprocamente e di riconoscere i nostri diritti di cittadini europei. Altro aspetto al quale si dovrebbe dare molta importanza nei dibattiti e nei documenti sul turismo a livello europeo è la cultura, viste le sinergie che si possono realizzare tra turismo e cultura, come già evidenzia un precedente parere del Comitato.

1.12

Al fine di migliorare la competitività e la sostenibilità del turismo, è opportuno tenere conto delle caratteristiche specifiche delle diverse destinazioni. Il Comitato raccomanda di prendere in considerazione le caratteristiche particolari di quegli Stati membri che dipendono in larga misura dal turismo. Al momento di elaborare politiche e proposte in ambito turistico, è importante tenere conto in modo adeguato delle necessità dei diversi territori. Si raccomanda che le valutazioni d'impatto realizzate dalla Commissione tengano conto della possibile sproporzione nelle conseguenze per le diverse regioni e i diversi settori, per esempio per le destinazioni che dipendono in larga misura dal trasporto aereo e non dispongono di altri mezzi di trasporto o per quelle che ne dipendono in modo quasi totale come le isole.

1.13

Il CESE ritiene che l'insieme dei principi e dei valori citati dalla comunicazione della Commissione (sostenibilità, benessere sociale, competitività, cooperazione, partenariato, redditività, sicurezza, qualità del lavoro, ecc.) faccia di fatto parte di un modello turistico europeo, non tanto come insieme di norme quanto come risultato dell'applicazione generalizzata di questi principi e valori in tutti i territori dell'Unione europea.

1.14

Il CESE invita la Commissione ad avanzare parallelamente con la certificazione a livello europeo delle conoscenze e delle competenze in ambito turistico, al fine di migliorare la quantità e la qualità dell'occupazione nel settore. È altresì opportuno provvedere a un potenziamento dell'Europass, strumento che consente di presentare le capacità e le qualifiche personali in modo semplice e agevolmente comprensibile in tutta Europa (Unione europea, EFTA/SEE e paesi candidati), a beneficio di tutti i lavoratori che desiderino trovare occupazione e trasferirsi in un altro paese del continente per motivi di lavoro.

2.   La comunicazione della Commissione

Per meglio comprendere quanto la Commissione intende comunicare a tutti gli operatori e alle istituzioni europee, si sintetizzano qui di seguito il testo della comunicazione e i suoi principali contributi.

2.1   Introduzione della comunicazione

2.1.1

La sfida dell'equilibrio tra la sostenibilità e la competitività. Nel primo paragrafo dell'introduzione, la comunicazione riconosce in primo luogo il ruolo centrale e strategico del turismo nell'economia europea, sulla base non solo dei dati quantitativi, ma anche della capacità di creare occupazione e di contribuire in questo modo all'obiettivo della strategia di Lisbona rinnovata. È opportuno ricordare il tasso di crescita previsto, superiore al 3 %, che sicuramente costituisce un buon contributo al conseguimento degli obiettivi di occupazione, ma che in certi casi e sul lungo periodo può comportare il rischio di superare i limiti imposti dalla sostenibilità.

2.1.2

Competitività e sostenibilità: due condizioni compatibili. La comunicazione della Commissione esprime con grande chiarezza il rapporto di dipendenza che lega la competitività alla sostenibilità e alla qualità dell'esperienza turistica, e fa espressamente riferimento alle esigenze imposte all'industria turistica dai cambiamenti climatici. La responsabilità sociale delle imprese può contribuire in modo decisivo all'adozione di misure di adeguamento e lotta ai cambiamenti climatici, nonché di aiuto all'innovazione e al valore dei prodotti turistici per un mondo posto di fronte a importanti sfide globali.

2.2

Contenuto dell'Agenda. La Commissione propone di trovare un nuovo equilibrio tra il benessere dei turisti, l'ambiente circostante e la competitività di imprese e destinazioni, equilibrio cui devono contribuire tutti.

2.2.1

Obiettivi e sfide. La comunicazione propone tre obiettivi di base per l'Agenda, che devono servire da orientamento a tutti gli operatori: prosperità economica, equità e coesione sociale, protezione dell'ambiente.

La comunicazione della Commissione individua alcune sfide di grande importanza sulla via verso il conseguimento di questi obiettivi:

gestione sostenibile delle risorse naturali e culturali

riduzione al minimo dell'inquinamento e dell'uso delle risorse

gestione dei cambiamenti nell'interesse del benessere dei cittadini

riduzione della stagionalità della domanda

lotta all'impatto ambientale dei trasporti

turismo accessibile a tutti

qualità dell'occupazione turistica

garanzia della sicurezza dei turisti e delle popolazioni locali.

Questo elenco di sfide è aperto e «in divenire» e i diversi operatori del settore turistico devono continuare ad aggiornarlo, organizzarlo per priorità e gestirlo con spirito di collaborazione.

2.2.2

Un quadro di azione. La comunicazione della Commissione indica nella collaborazione e nella gestione responsabile delle destinazioni, delle imprese e dei turisti gli elementi fondamentali di un'azione coerente per conseguire gli obiettivi e rispondere alle sfide, e descrive le condizioni per la ricerca di questa coerenza.

2.2.3

I principi. La comunicazione indica un totale di nove principi da rispettare per poter pervenire a questo turismo sostenibile e competitivo. Tra questi è opportuno mettere in evidenza:

il rispetto dei limiti che potranno essere stabiliti in relazione alla capacità di accoglienza, alle strutture o al volume dei flussi turistici,

il conseguimento di un ritmo adeguato alle risorse naturali, culturali e sociali disponibili in ogni momento,

la pianificazione di lungo periodo come condizione indispensabile per l'equilibrio tra sostenibilità e competitività.

2.3

Andare avanti insieme. In questo capitolo la Commissione evidenzia la necessità che tutti gli operatori del settore uniscano le forze e agiscano in modo volontario e permanente. Il modello proposto si basa sul rispetto del principio di sussidiarietà, e consiste nell'agire preferibilmente a livello delle destinazioni, ma in un quadro di appoggio nazionale ed europeo. La comunicazione mette poi in rilievo il ruolo dei diversi operatori del settore e quello della Commissione europea alla luce delle disposizioni del Trattato.

2.3.1

Ruolo delle parti interessate. La comunicazione, sulla base delle conclusioni del Gruppo per la sostenibilità del turismo, prevede ampie responsabilità e ruoli specifici per quanto riguarda i tre elementi essenziali: destinazioni, aziende e turisti. Si fa riferimento in particolare all'importanza di comunicare e diffondere tra le microimprese il messaggio della necessità dell'equilibrio tra sostenibilità e competitività.

2.3.2

Il ruolo della Commissione europea. La Commissione riconosce le proprie responsabilità d'iniziativa ai sensi del Trattato, e s'impegna a realizzare e promuovere diverse iniziative a livello comunitario, nel quadro e nello sviluppo dell'Agenda. Tra tali iniziative, meritano particolare attenzione quattro gruppi di azioni:

la mobilitazione degli operatori, al fine di costruire e condividere le conoscenze, sempre nel quadro dell'equilibrio tra sostenibilità e competitività. Il forum annuale europeo del turismo costituisce un buon esempio di scambi di idee e di esperienze,

la promozione e il sostegno alle destinazioni europee di eccellenza come esempio di buone pratiche e la diffusione delle stesse mediante reti di destinazioni impegnate a conciliare sostenibilità e competitività,

l'uso dei diversi strumenti finanziari dell'UE: la Commissione si impegna a diffondere le informazioni sul loro miglior utilizzo in ambito turistico,

l'integrazione della sostenibilità e della competitività nelle politiche della Commissione e nella loro applicazione alle varie realtà territoriali — litorali, montagne, aree rurali e zone urbane — caratterizzate da sensibilità e necessità molto diverse.

2.4   Conclusione della comunicazione

La comunicazione della Commissione si conclude con l'appello a tutte le parti interessate, pubbliche e private, affinché collaborino all'adozione e alla realizzazione pratica dell'Agenda. La Commissione raccomanda ancora una volta la creazione di partnership a tutti i livelli come condizione per migliorare la competitività e assicurare un turismo europeo che attiri e sia sostenibile a lungo termine. La Commissione indica l'anno 2011 come orizzonte per una valutazione del piano d'azione impostato dall'Agenda. L'obiettivo perseguito dalla Commissione nel presentare la comunicazione emerge pertanto con la massima evidenza.

3.   Osservazioni generali

3.1

Il riconoscimento del turismo e della sua importanza strategica per l'economia europea è stato oggetto di dichiarazioni formali e informali di tutte le istituzioni europee, che rafforzano questo ruolo, contribuiscono a sensibilizzare gli operatori e, in definitiva, danno un forte impulso al settore turistico. Ciò non vale soltanto per l'ambito strettamente economico, ma anche per la sua rilevanza sociale in relazione alla costruzione dell'Europa dei cittadini. Pur riconoscendo questo impulso, riteniamo che possa esistere ancora il margine per consentire al turismo, ora e in futuro, di esercitare questo ruolo centrale nella politica europea.

3.2

Occorre, in particolare, evidenziare che il nuovo Trattato di Lisbona riconosce l'importanza del turismo per l'Europa e conferisce all'Unione europea maggiori possibilità di contribuire al suo sviluppo. Secondo il Trattato, l'UE ha la competenza e il mandato di appoggiare, coordinare o completare l'azione degli Stati membri, e l'obiettivo di promuovere un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese e di favorire lo scambio di buone pratiche.

3.3

Il turismo è oggetto di dibattito in diversi ambiti istituzionali europei:

il Parlamento europeo in varie occasioni ha adottato risoluzioni sulle diverse forme del turismo e sul suo impatto sull'occupazione e l'economia. Basti citare le risoluzioni su «Turismo e sviluppo» e su «Nuove prospettive e nuove sfide per un turismo europeo sostenibile»,

il Consiglio dell'Unione europea si è spesso occupato del turismo nelle sue conclusioni e nei suoi programmi d'azione, sostanzialmente per sottolineare l'esigenza che esso si conformi ai principi di sostenibilità, competitività e capacità di creare posti di lavoro. Merita ricordare in particolare le conclusioni del Consiglio del 7 luglio 2006, che accolgono favorevolmente la comunicazione della Commissione sulla nuova politica turistica dell'UE e invitano la Commissione a svolgere un ruolo attivo di coordinamento delle diverse politiche,

la Commissione europea ha pubblicato diverse comunicazioni in materia; in particolare quella del marzo 2006 stabilisce la nuova politica turistica nell'UE, attraverso la creazione, il potenziamento e la gestione dei Forum europei del turismo, attraverso l'organizzazione di convegni su argomenti diversi quali il turismo sociale o l'Agenda 21 per il turismo e infine attraverso molte altre attività, come il progetto sperimentale sulle «Destinazioni europee d'eccellenza», tramite il quale si riconoscono e si promuovono le buone pratiche applicate negli Stati membri dell'UE e nei paesi candidati,

il Comitato delle regioni ha elaborato inter alia dei pareri in merito alle comunicazioni della Commissione Un approccio di cooperazione per il futuro del turismo europeo e Orientamenti di base per la sostenibilità del turismo europeo,

il Comitato economico e sociale europeo ha sempre nutrito e continua a nutrire un particolare interesse nei confronti del turismo, come dimostrano gli oltre 11 pareri adottati dal 1999 ad oggi, il pieno coinvolgimento nei vari Forum europei del turismo organizzati dalla Commissione, e la partecipazione alle diverse giornate promosse per discutere i vari aspetti del turismo. Particolarmente importante è la collaborazione tra il CESE e le altre istituzioni comunitarie per quanto concerne le iniziative via via intraprese nell'ambito del turismo.

3.4

Il presente parere intende valutare la comunicazione della Commissione sotto il profilo del contributo che essa può dare sia alla politica che alla proposta di modalità di gestione, ma anche avanzare chiare proposte che arricchiscano, se non il testo, almeno il dibattito sullo stesso.

3.5

Analogamente al parere del CESE INT/317, riferito alla comunicazione della Commissione sulla nuova politica per il turismo, questo parere vuole ancora una volta affermare e sottolineare quanto segue:

il turismo è un diritto di tutti i cittadini, come si afferma nel Codice etico mondiale per il turismo, e come tale comporta una serie di obblighi in termini di buone pratiche,

tale diritto produce inoltre ricchezza e redditività diretta e indiretta in particolare tra le micro, piccole e medie imprese, configurando per l'Europa una industria strategica che ha dimostrato la sua stabilità,

la qualità delle prestazioni degli agenti del turismo e la responsabilità dei consumatori nei confronti degli enti locali sono valori da preservare per garantire la sopravvivenza del settore,

a livello locale e regionale il turismo ha, o comunque deve avere, un impatto positivo sul piano economico, sociale, culturale e ambientale e sull'ambiente urbano. In tal senso, esso si rivela uno strumento per conoscere altre culture e modi diversi di essere e di agire e per cooperare a livello interregionale,

il turismo è un settore dinamico in grado di creare, sia nell'immediato che in futuro, posti di lavoro di qualità e stabili con diritti garantiti,

il turismo non è esente da problemi, ad esempio la massificazione e il carattere stagionale, i quali possono provocare una perdita di competitività,

crediamo nell'utilità pratica dell'Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo dotata di visione chiara e obiettivi ambiziosi,

il modello turistico europeo è una necessità per l'Europa e può essere un riferimento a livello mondiale, se verrà basato non su un numero maggiore di disposizioni normative, bensì sui valori della qualità, della sostenibilità, dell'accessibilità e così via, fatti propri su base volontaria dalle destinazioni turistiche e da tutte le parti interessate,

il modello turistico europeo si alimenta e poggia sulla varietà delle sue destinazioni, sui diversi modi di intendere il turismo e sull'eterogeneità delle sue forme di espressione,

il modello turistico europeo può rappresentare uno strumento efficace a favore della pace e della comprensione tra i popoli.

4.   Osservazioni specifiche

4.1

La comunicazione della Commissione esprime in modo chiaro la proposta in merito al necessario equilibrio tra sostenibilità e competitività e alle modalità per raggiungerlo nella pratica. Inserire tutti questi elementi in una comunicazione non eccessivamente lunga ha indubbiamente comportato un grande sforzo di sintesi, nonché il ricorso al contributo analitico di numerosi documenti, pareri e dibattiti. Considerando il risultato, si può affermare che la Commissione è riuscita a comunicare chiaramente alla società le sue opinioni fondamentali rispetto al futuro del turismo, illustrando le azioni da compiere in questo settore complesso.

4.2

La Commissione sembra aver ragione nel basare l'Agenda da un lato sull'impatto economico del turismo e sulla sua capacità di creare occupazione tra i giovani, dall'altro sulla ricerca del necessario equilibrio tra sostenibilità e competitività, obiettivi che sul lungo periodo possono essere complementari. Studi di impatto, come quello sulle conseguenze ambientali delle diverse attività sul territorio, e quello sui limiti di carico e di capacità di accoglienza, sono elementi essenziali per conseguire e mantenere l'equilibrio tra queste variabili. Il presupposto generale secondo cui l'attività turistica ha dei limiti e dei ritmi massimi è alla base dell'equilibrio tra sostenibilità e competitività.

4.3

Forse, però, la comunicazione della Commissione avrebbe potuto analizzare in modo più particolareggiato il nuovo Trattato di Lisbona, per cercare di capire in che modo esso si articoli con l'Agenda, e che cosa presupponga per l'applicazione della nuova politica europea per il turismo. Non bisogna dimenticare che gli Stati e le regioni hanno affermato in diverse occasioni la volontà di mantenere le loro competenze in questo campo, senza che ciò significhi che l'Unione europea debba rinunciare a promuovere e coordinare alcuni aspetti comuni che possono migliorare la competitività del turismo europeo. Per esempio, la creazione e il mantenimento di un portale europeo per la promozione del nostro continente come destinazione turistica è già una realtà preziosa e un fattore di arricchimento, in grado di presentare l'insieme dei paesi UE come destinazione varia e privilegiata.

4.4

Le sfide e gli obiettivi che la Commissione illustra nella sua comunicazione sono sicuramente i più importanti tra quelli cui il turismo dovrà far fronte nei prossimi decenni. Le sfide fondamentali della sostenibilità e del miglioramento della competitività sono senz'altro sufficientemente ampie per comprenderne altre importanti, come ad esempio il miglioramento della qualità, la problematica della stagionalità o la necessità di una maggiore professionalità degli addetti, sfide illustrate anche dall'Agenda.

4.5

Nella comunicazione, la Commissione fa continui richiami alla partnership, il cui rafforzamento, coerentemente con la nuova politica per il turismo, è indicato come l'asse portante e l'elemento identificante della stessa. È importante in particolare sottolineare il ruolo delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, che devono essere incluse nel processo di partnership, intervenire in tutti i dibattiti e forum e partecipare all'attuazione delle misure generali per il miglioramento del settore. Sarebbe anche opportuno potenziare le reti delle città e delle destinazioni turistiche già consolidate, create con la volontà comune di migliorare la competitività e la sostenibilità. Il Comitato accoglie favorevolmente la promozione delle «Destinazioni turistiche d'eccellenza» e insiste sulla necessità che questo concetto includa una corretta gestione delle relazioni di lavoro e la partecipazione delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali alla scelta delle destinazioni, al fine di rafforzare la sostenibilità e la competitività delle destinazioni turistiche.

È opportuno ricordare il ruolo che possono svolgere, nell'ambito delle loro competenze, le organizzazioni dei consumatori.

4.6

La Commissione si impegna ad attuare questa politica attraverso la cooperazione, il lancio di azioni specifiche di sostegno e il coordinamento tra gli attori. La ricerca di una maggiore responsabilità di tutti gli operatori del settore è sicuramente un'esigenza dell'Agenda. A parere del CESE, la DG Impresa svolge un ruolo fondamentale in questa azione di coordinamento di tutte le politiche europee che riguardano il turismo in maniera più o meno diretta e che interessano i diversi tipi di destinazione, dotati anch'essi di caratteristiche specifiche.

4.7

Inoltre, la Commissione dovrebbe intervenire più attivamente nella realizzazione delle iniziative di livello europeo, tra cui quella relativa al turismo sociale transnazionale in un contesto europeo. Concretamente, merita ricordare che il CESE ha proposto varie volte, e torna a proporre, di promuovere e potenziare il Forum europeo del turismo e stimolare la riflessione e lo studio in merito all'eventuale creazione di un Consiglio consultivo europeo del turismo e di un'Agenzia europea del turismo, organi che servano da contesto di informazione e di follow-up delle politiche e delle azioni dell'ambito turistico europeo. Si propone inoltre alla Commissione di promuovere la ricerca per l'introduzione nel settore turistico di piattaforme tecnologiche in grado di migliorare gli aspetti di promozione commerciale, soprattutto dinanzi alle possibilità di promuovere il turismo interno europeo e quello dalle regioni del mondo che sono fonti potenziali di flussi turistici (Cina, India, Russia, ecc.).

4.8

A parere del Comitato, nella comunicazione la Commissione non attribuisce un'attenzione sufficiente al ruolo delle Tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) all'interno del nuovo scenario turistico, dal punto di vista dei consumatori, delle imprese e degli operatori del settore. Gli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, volti a migliorare l'utilizzo di dette tecnologie in ambito turistico, dovranno essere una priorità per gli anni a venire. Tali sforzi porteranno sicuramente a una migliore gestione delle destinazioni, delle imprese e dei turisti, e favoriranno il conseguimento dell'equilibrio desiderato.

4.9

È importante il fatto che la Commissione abbia espresso la volontà di adottare misure concrete e, soprattutto, di utilizzare meglio gli strumenti finanziari europei disponibili. Manca però la proposta di un programma specifico volto a realizzare le sfide importanti del turismo europeo, sfide che la Commissione individua perfettamente nella comunicazione. È necessario far sì che tutti i fondi destinati direttamente o indirettamente al turismo conseguano i propri obiettivi in maniera efficace ed efficiente.

4.10

Non si può comprendere questa comunicazione senza tenere conto dell'importante contributo del rapporto del Gruppo per la sostenibilità del turismo, documento che fornisce criteri significativi per l'elaborazione dell'Agenda, in particolare per quanto riguarda l'assegnazione dei ruoli a ciascun operatore del settore. Gli sforzi profusi da importanti esperti nel corso di vari mesi hanno sicuramente dato i loro frutti e hanno contribuito con punti di vista complementari e concreti a dare risposta a numerosi interrogativi sui temi della sostenibilità e della competitività.

4.11

In questo caso la comunicazione non indica con chiarezza quale ruolo attribuire alle statistiche in ambito turistico. È altresì necessario che tali statistiche contribuiscano in modo chiaro al follow-up dell'applicazione dell'Agenda e in particolare che attribuiscano maggiore importanza alle variabili concernenti la sostenibilità, la competitività e l'occupazione.

4.12

La comunicazione della Commissione sottolinea con grande chiarezza la necessità di integrazione tra le politiche di sostenibilità e competitività per il settore turistico e le altre politiche della Commissione e di tutta l'UE, al fine di assicurare il conseguimento degli obiettivi indicati dall'Agenda.

4.13

Come già sottolineato dal CESE nei suoi pareri Dichiarazione di Katowice sulla politica turistica nell'Unione europea allargata e Turismo e cultura: due forze al servizio della crescita, nel parere sulla nuova politica per il turismo e in altri documenti, sarebbero necessarie anche opportune campagne di comunicazione, finalizzate all'educazione e alla motivazione e rivolte a tutti i cittadini europei, ma in particolar modo ai giovani.

4.14

È inoltre molto importante che la formazione professionale, sia formale che sul luogo di lavoro, risponda alle esigenze delle imprese e migliori l'occupabilità delle persone. La certificazione e il riconoscimento a livello europeo delle conoscenze e delle competenze deve essere uno strumento per agevolare la creazione di più posti di lavoro e di migliore qualità in ambito turistico.

4.15

Per rafforzare la competitività e la sostenibilità del turismo, non si può prescindere dalle caratteristiche particolari delle diverse destinazioni. Nell'elaborazione delle politiche e delle proposte, il Comitato raccomanda di tenere conto delle caratteristiche specifiche degli Stati membri che dipendono in larga misura dal turismo e di attribuire la necessaria importanza alle esigenze dei diversi territori. Al contempo, va osservato che il turismo verso destinazioni remote può avere un impatto particolarmente forte sui cambiamenti climatici per gli effetti e le emissioni dovuti ai viaggi su lunghe distanze. In futuro potrebbe essere necessario insistere maggiormente sui vantaggi di destinazioni più vicine al punto di partenza, raggiungibili con emissioni di carbonio più ridotte.

Bruxelles, 10 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


ALLEGATO

al parere del Comitato economico e sociale europeo

Il seguente testo del punto 4.15 del parere della sezione specializzata è stato modificato da un emendamento approvato dall'Assemblea, ma ha ottenuto più di un quarto dei voti espressi.

«Per rafforzare la competitività e la sostenibilità del turismo, non si può prescindere dalle caratteristiche particolari delle diverse destinazioni. Nell'elaborazione delle politiche e delle proposte, il Comitato raccomanda di tenere conto delle caratteristiche specifiche degli Stati membri che dipendono in larga misura dal turismo e di attribuire la necessaria importanza alle esigenze dei diversi territori.»

Esito della votazione

Voti favorevoli all'emendamento: 48, voti contrari: 43, astensioni: 16


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/18


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito al Libro bianco sull'integrazione dei mercati UE del credito ipotecario

COM(2007) 807 def.

(2009/C 27/04)

La Commissione europea, in data 18 dicembre 2007, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 262 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito al:

Libro bianco sull'integrazione dei mercati UE del credito ipotecario.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 11 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore GRASSO.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 123 voti favorevoli, 1 voto contrario e 5 astensioni.

1.   Valutazioni e raccomandazioni

1.1

Ancora una volta la Commissione chiede al nostro Comitato un parere sulla questione dell'integrazione del mercato dei mutui ipotecari per l'acquisto di immobili residenziali e non. Si tratta del Libro bianco sull'integrazione dei mercati UE del credito ipotecario.

1.2

Di solito il Libro bianco è frutto di una valutazione politica quasi definitiva e strutturata su «cosa fare». Questa volta non è così. Infatti, la Commissione, dovrà passare in esame molte questioni ancora incerte, quali: fondi comuni di investimento, fornitori di finanziamenti, il tying (prodotti abbinati), ecc. In totale sono presi in considerazione 14 aspetti.

1.3

Il Libro bianco, quindi, non è rappresentativo di un percorso concluso, al contrario rimane aperto per la sua effettiva e riscontata complessità. A cosa serve, allora, la richiesta di un ulteriore parere, visto che il Libro bianco nulla aggiunge di nuovo al Libro verde, già oggetto di parere da parte del CESE?

1.4

È un problema che da molti anni continua ad emergere su vari tavoli di discussione senza che la Commissione trovi una via d'uscita e senza mai prendere una vera decisione che comporti la rimozione degli ostacoli culturali, giuridici, amministrativi, ecc., che a parere del CESE rappresentano i veri e reali ostacoli agli obiettivi della Commissione.

1.5

Il parere sul Libro verde espresso dal CESE (1) e approvato in plenaria nel dicembre 2005 con una sola astensione è tuttora valido nella sua interezza.

1.6

Il Libro bianco, ancora oggi, fotografa una situazione di elevata frammentazione del settore, conseguente alle specificità di ordine culturale, giuridico, legislativo ed etico-sociale che caratterizzano l'acquisto di un immobile, in particolare di un'abitazione, nei diversi Stati dell'Unione.

1.7

Il CESE, comunque, in linea di principio, pur perplesso sulle possibilità concrete di integrare ed omogeneizzare il mercato del credito ipotecario in una UE dove sono presenti specificità e caratteristiche profondamente differenti (parere BURANI del 15 dicembre 2005 (2)), ritiene utile il tentativo della Commissione di stabilire delle «regole», siano esse suggerimenti di mera condotta (c.d. best practices) siano esse cogenti.

1.8

L'intervento, però, potrebbe essere valutato eccessivo quando si volessero mettere in discussione le opportunità, altrettanto positive, già oggi insite negli automatismi di regolazione del mercato dei mutui ipotecari.

1.9

Il CESE propone che, nel frattempo, la Commissione approfondisca l'esame di quelle tematiche (es. registri creditizi, esecuzioni immobiliari, diffusione della cultura finanziaria, ecc.) che non presentano eccessive difficoltà, sempre che ne valga la pena.

1.10

Il Comitato ritiene che nell'orientamento della Commissione si riscontri un'eccessiva focalizzazione dell'intervento sui possibili benefici a breve derivanti dall'eventuale introduzione di nuove regole basate su schemi interpretativi del mercato del credito ipotecario alquanto parziali. Secondo un approccio orientato ai risultati di breve termine, si mira a ridurre il costo dei finanziamenti ipotecari senza invece interessarsi all'effettiva utilità che i cittadini comunitari potrebbero estrarre dall'offerta attuale di prodotti di finanziamento e da innovazioni che la riguardassero.

1.11

Il CESE ritiene (come ribadito anche dal parere BURANI) lo schema proposto dalla Commissione poco allineato alle continue evoluzioni del mercato, tanto da essere preoccupato delle conseguenze di lungo termine sui contraenti più deboli: quei consumatori, cioè, più bisognosi di tutele.

1.12

Il CESE apprezza il fatto che vengano collegate le attuali regole del credito ipotecario con la necessità di tutelare il consumatore. Queste sono intenzioni apprezzabili e da incoraggiare se volte a diffondere una maggiore cultura finanziaria sul tema dei mutui ipotecari. Merita, quindi, plauso la volontà della Commissione di procedere a intensificare le regole di trasparenza per tutelare al meglio il consumatore.

1.13

Sembra però, allo stesso tempo, difficoltoso e aleatorio imporre a tutti i costi regolamenti generalisti finalizzati alla valutazione del rischio, che deriva dal soggetto richiedente il credito.

1.14

A parere del CESE occorre, da una parte, tutelare il consumatore in fase di negoziazione del prestito ipotecario, dall'altra, il soggetto finanziato deve rimanere cosciente delle sue responsabilità nei confronti dell'ente concedente il prestito.

2.   Sintesi del documento della Commissione

2.1

Il 18 dicembre 2007 è stato licenziato il documento denominato Valutazione di impatto {SEC(2007) 1683} che accompagna il c.d. Libro bianco sull'integrazione del mercato comunitario dei crediti ipotecari. Al documento si associano tre allegati afferenti rispettivamente: i) le caratteristiche del mercato del credito ipotecario; ii) le procedure o processi; iii) le valutazioni di impatto su aspetti specifici.

2.2

Sebbene un'ottima sintesi della documentazione è riscontrabile esaminando il documento SEC(2007) 1684, vale la pena sottolineare, per brevità, alcuni punti essenziali del documento su cui viene richiesto un nuovo parere al CESE:

è fotografata una situazione di elevata frammentazione conseguente alle specificità di ordine culturale, legislativo e — soprattutto — di valore etico e sociale che l'acquisto dell'immobile di abitazione rappresenta nei diversi Stati dell'Unione,

sono ribaditi tutti gli aspetti di delicatezza della problematica anche sotto il profilo economico-finanziario data l'importanza del mercato immobiliare nelle diverse economie dei paesi dell'Unione, nonché il contributo che gli impieghi ipotecari danno alla redditività del comparto bancario,

è sottolineato come, nell'odierna situazione di frammentarietà, si potrebbe anche ricorrere alla «presentazione di un nuovo atto normativo» per accrescere l'integrazione del mercato.

2.3

Il documento della Commissione, dunque, riprende i punti già oggetto di analisi del precedente Libro verde sul credito ipotecario. Non poteva essere diversamente, dato che il nuovo documento tratta dell'integrazione dei mercati del credito ipotecario e delle relative valutazioni di impatto già citate.

2.4

Tuttavia, relativamente al Libro verde, il CESE ha già espresso il proprio parere in data 15 dicembre 2005 (relatore: BURANI). Quanto contenuto in tale documento è a tutti gli effetti la posizione del CESE in materia. Il presente parere intende concentrare l'attenzione su due punti aggiunti dalla Commissione:

esprimere il proprio parere sulle intenzioni di intervento che la Commissione stessa propone alla luce delle valutazioni di impatto emergenti dal Libro bianco (3),

la richiesta di formulare proposte come richiesto dalla Commissione allorquando conclude che «un programma ampio di monitoraggio e valutazione potrà essere sviluppato dopo che proposte dettagliate saranno state fatte» (4).

3.   Osservazioni del CESE al Libro bianco

3.1

Il Libro bianco solleva un'ampia gamma di problematiche da risolvere su cui il CESE è chiamato ad esprimere il suo parere. Si tratta di 11 ceppi tematici:

1)

la scelta del prodotto necessario;

2)

l'estinzione anticipata;

3)

mix di prodotti;

4)

registri creditizi;

5)

valutazioni immobiliari;

6)

procedure di esecuzione immobiliare;

7)

registri nazionali;

8)

normativa applicabile;

9)

regole sulle variazioni dei tassi e sui tassi cosidetti usurari;

10)

finanziamento del credito ipotecario;

11)

istituzioni non bancarie e di servizio.

3.2   Osservazioni sui singoli punti della valutazione di impatto

3.2.1

Informativa precontrattuale . Per migliorare gli squilibri sull'informazione della fase precontrattuale, il CESE ritiene importante la circolazione e diffusione dell'informazione e della conoscenza specifica della materia dei mutui ipotecari. Ciò non deve costituire aggravio di costo per il cittadino.

3.2.1.1

L'aumento dell'informazione e la diffusione della cultura finanziaria sono condizioni per valutare efficacemente il rapporto costo-beneficio derivante da una situazione di rischio. Infatti, il miglior strumento di prevenzione di eventuali rischi eccessivi è quello di mettere le parti contraenti nella effettiva consapevolezza dell'esposizione agli stessi.

3.2.1.2

Il CESE ritiene importante sottolineare che le regole e le norme debbano riguardare le modalità di circolazione delle informazioni e la previsione di eventuali azioni punitive per il loro mancato rispetto. Tuttavia, il Comitato è del parere che l'imposizione sic et simpliciter di un obbligo a carico di una sola parte contraente avrebbe come unico effetto il tentativo di rivalsa dell'onere sull'altra parte.

3.2.2

Codici di condotta . Il CESE ritiene che vengano adottati incentivi per l'adesione al codice di condotta volontario.

3.2.2.1

Ciò consentirebbe al soggetto finanziato di acquisire maggiore consapevolezza del rischio che potrebbe correre e della possibilità di ottenere condizioni vantaggiose di finanziamento.

3.2.2.2

Lo strumento che si suggerisce potrebbe essere quello di richiedere alla persona finanziata di rispondere ad una lista di quesiti standard per la valutazione della propria capacità di sostenere l'impegno finanziario di medio-lungo termine.

3.2.3

Tasso di costo . Il CESE ritiene opportuno l'obbligo per gli enti finanziatori di indicare il costo complessivo dell'operazione, scomponendolo nelle sue diverse componenti, compresa la variabile fiscale.

3.2.4

Consulenza . A proposito della consulenza, il CESE è del parere che i servizi di consulenza, strettamente legati a operazioni di finanziamento ipotecario, debbano essere valorizzati con meccanismi di pricing autonomo, seppure esplicitati nel computo del costo dell'operazione.

3.2.5   Estinzione anticipata

3.2.5.1

Applicabilità . Quando si parla del problema dell'estinzione anticipata si dovrebbe distinguere tra: (i) il caso di rimborso anticipato con estinzione totale o parziale del debito ipotecario; (ii) il caso di estinzione conseguente ad opportunità di negoziare condizioni di costo più vantaggiose con altri istituti finanziari.

Nel primo caso, il CESE ritiene importante consentire sempre il rimborso anche parziale anticipato,

nel secondo caso, dovrebbe svolgersi con il trasferimento del contratto di finanziamento a un altro istituto finanziatore.

3.2.5.2

Costo . Per quanto riguarda i costi dell'estinzione anticipata, si ritiene che essi debbano essere calcolati in base a formule matematiche ed esplicitati obbligatoriamente nei rapporti contrattuali. L'addebito del costo al cliente dovrebbe avvenire solo in caso di rimborso volontario del finanziamento. Nel caso di cessione del contratto l'onere dovrebbe essere a carico dell'istituto finanziario subentrante.

3.2.6

Product tying . La vendita abbinata di prodotti per essere valida deve fondarsi sopratutto sulla capacità di dimostrare l'effettiva utilità dell'abbinamento. Il CESE ritiene possibile porre rimedio a questo problema obbligando il soggetto erogatore a fornire il computo del rapporto costi/benefici e lasciando al soggetto finanziato un congruo tempo per decidere sull'accettabilità della proposta, eventualmente anche dopo la stipula del contratto di finanziamento.

3.2.7

Registri creditizi . Il CESE a tal proposito condivide l'esigenza di disporre di un registro paneuropeo il cui accesso sia regolato da specifiche normative sulla privacy. Si ritiene infatti che la creazione di un registro creditizio paneuropeo possa essere un elemento utile ad accentuare la competizione transeuropea fra diversi erogatori di credito ipotecario. In ogni caso, occorre facilitare l'accesso transfrontaliero ai registri di ciascun paese, semplificando le procedure di informazione.

3.2.8

Valutazione immobiliare . Si muove dal presupposto che la valutazione immobiliare è un'azione più complessa della generica valutazione finanziaria. Infatti la specificità del bene (in particolare la sua inamovibilità) ne condiziona l'utilità, e inoltre influiscono sulla sua valutazione fattori esterni legati al territorio, come:

la morfologia,

i servizi alla mobilità,

la densità demografica, ecc.

Di conseguenza, pensare di sintetizzare in una formula specifica di valutazione immobiliare tutte le determinanti di valore è pura utopia.

3.2.8.1

Criteri di valutazione immobiliare . Sottolineata, quindi, la grande complessità della valutazione immobiliare, per i motivi prima detti, non si ritiene utile ricorrere a una formula specifica universale. Si propone, invece, di sviluppare le c.d. best practices su base locale, e rafforzare l'obbligatorietà che la valutazione venga sviluppata da soggetti di provata professionalità certificati dalle associazioni di categoria, i quali si assumano anche la responsabilità in merito alla fairness del dato proposto.

3.2.8.2

Valutazione dei rischi immobiliari . Il CESE è poi del parere che accanto alla valutazione immobiliare sia opportuno accertare la volatilità del valore riscontrato, per avere una migliore valutazione della garanzia offerta dall'immobile. In proposito si suggerisce il ricorso a strumenti già in uso presso gli operatori del mercato finanziario e sostanzialmente recepiti da altre normative comunitarie, come ad esempio il value-at-risk  (5).

3.2.9

Esecuzioni immobiliari . Quando si scompone il finanziamento ipotecario in un credito al bene immobiliare e uno alla persona finanziata, occorrerebbe anche distinguere fra beneficiario economico dell'immobile e intestatario che dà la garanzia formale.

3.2.10

Normativa applicabile . Il CESE è del parere che la possibilità di effettuare proficui arbitraggi fra le diverse opportunità offerte dalle normative civili e fiscali dei paesi dell'Unione sia una forza di spinta all'integrazione del mercato altrimenti non realizzabile.

3.2.10.1

Di conseguenza, si è in linea di principio favorevoli al mantenimento delle diverse normative esistenti nei paesi aderenti dando la possibilità al contraente di scegliere quella che contribuisca a ridurre il costo complessivo dell'operazione di finanziamento, come già previsto dalla Convenzione di Roma (6).

3.2.11

Tassi usurari . Su questo tema il CESE conferma il parere già espresso in passato, in particolare per quanto attiene l'estrema difficoltà di definire correttamente un livello usuraio di tasso ricorrendo a schemi normativi adottati per il c.d. credito al consumo. Tuttavia, si sottolinea che la miglior arma di difesa contro l'usura rimane l'informazione. Il CESE propone allora di istituire strumenti di comunicazione su vasta scala in merito alle fasce dei premi a rischio praticati per le diverse classi di rischio dei finanziati.

3.2.12

Rifinanziamento del credito ipotecario . Il CESE ritiene che la posizione del Libro bianco volta a differenziare le regole di rifinanziamento in base della natura soggettiva degli intermediari (distinguendo fra quelli bancari e non bancari) sia troppo facilmente eludibile.

3.2.12.1

Istituzioni non bancarie e di servizio . L'erogazione del finanziamento ipotecario dovrà essere sempre svolta da una istituzione finanziaria regolamentata e controllata. La promozione e l'assistenza di strutture di intermediazione (ad esempio: di consulenza) è consentita purché svolta da istituzioni qualificate anche se non creditizie.

4.   Proposte del CESE da sviluppare

4.1

La recente crisi americana dei mutui c.d. subprime ha messo in evidenza come la volatilità dei prezzi degli immobili unita a pratiche poco approfondite di valutazione del rischio-cliente per il mancato pagamento di rate sovradimensionate rispetto al valore degli immobili stessi dati in garanzia, possa generare crisi finanziarie di dimensioni tali da destabilizzare l'intero sistema. Occorre quindi che qualunque intervento in sede comunitaria faccia tesoro di questa esperienza oltre che dei punti commentati nel precedente paragrafo.

4.2

L'introduzione di un eventuale ventottesimo regime di regolamentazione del credito ipotecario, che affianchi quelli già presenti nei paesi dell'Unione così come suggerito dal Libro bianco, potrebbe aiutare una maggiore integrazione del mercato comunitario dei mutui ipotecari aumentando così le opportunità di scelta dei contraenti, senza però creare i presupposti di instabilità del sistema finanziario messi in evidenza dalla crisi dei mutui subprime.

4.3

Succede che le scelte di acquisto di un immobile, soprattutto se residenziale, sono influenzate in parte da fattori emotivi (soggettivi) che nulla hanno a che fare con una corretta e razionale valutazione del bene (oggettiva). Pertanto, qualunque intervento della Commissione tendente a regolare il credito ipotecario, non potrebbe prescindere, per essere efficace, dall'ambito (oggettivo o soggettivo) di riferimento.

4.4

Sarebbe interessante sviluppare una proposta, che il CESE potrebbe approfondire, consistente nell'adozione di un schema interpretativo del credito ipotecario, che suddivida ogni operazione di finanziamento in un portafoglio composto da due componenti passive:

la prima è un finanziamento di bene (asset backed), il cui valore è dato dal prezzo del mercato e dalla possibile volatilità del valore dell'immobile,

la seconda è un finanziamento di scopo (alla persona), il cui valore è dato dalle capacità e dalle prospettive economico-finanziarie del contraente.

4.5

L'adozione di uno schema di doppia composizione (twin-mortgage) potrebbe presentare dei vantaggi, da verificare nell'approfondimento, fra i quali:

la semplificazione della valutazione dei rischi legati alla parte più razionale dell'operazione (finanziamento asset backed) rispetto a quelli derivanti dalla solvibilità finanziaria del prenditore di mutuo (finanziamento personale di scopo),

la possibilità di praticare prezzi trasparenti rispetto alle diverse situazioni di rischio che caratterizzano le due componenti dell'operazione di finanziamento (finanziamento oggettivo del bene e soggettivo alla persona),

la riduzione degli effetti negativi sul sistema finanziario in caso di mancati pagamenti da parte di un eccessivo numero di persone finanziate, diversamente dalle conseguenze sopportate recentemente dal mercato finanziario (c.d. crisi dei mutui subprime).

4.6

Il CESE auspica che la Commissione arrivi al più presto alla conclusione di questo iter mostrando più determinazione, e creando le condizioni perché la separazione degli aspetti istituzionali possa essere alla base dell'avvio di un eventuale ventottesimo regime.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  GU C 65 del 17.3.2006, pag. 113, relatore: BURANI.

(2)  GU C 65 del 17.3.2006, pag. 113, relatore: BURANI.

(3)  Cfr. allegato 2 al Libro bianco, the disclaimer e pag. 5 versione inglese.

(4)  Cfr. allegato 2 al Libro bianco, punto 8.

(5)  Cfr. direttiva sui servizi di investimento, conosciuta come direttiva MIFID, Markets in Financial Instruments Directive (direttiva 2004/39/CE), approvata il 21 aprile 2004, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale ed entrata in vigore il 30 aprile 2004.

(6)  Cfr. COM(2005) 650 def. del 15 dicembre 2005.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/22


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema L'evoluzione del settore della costruzione in Europa

(2009/C 27/05)

Il 6 dicembre 2007 la vicepresidente della Commissione europea e commissaria responsabile delle relazioni istituzionali e strategia di comunicazione Margot WALLSTRÖM, e il vicepresidente della Commissione europea e commissario responsabile delle imprese e industria Günter VERHEUGEN hanno chiesto al Comitato economico e sociale europeo di elaborare un parere esplorativo sul tema:

L'evoluzione del settore della costruzione in Europa.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori in materia, ha formulato il parere in data 13 giugno 2008, sulla base del rapporto introduttivo del relatore HUVELIN.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 10 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 57 voti favorevoli e 2 astensioni.

1.   Conclusioni

1.1

Contrariamente a quanto si potrebbe credere, il futuro dell'industria della costruzione dipenderà non tanto dagli stanziamenti pubblici che saranno erogati (anche se una maggiore continuità della programmazione costituirebbe un sicuro vantaggio), quanto dalla capacità delle autorità competenti di far evolvere il quadro regolamentare — valido per tutti — in modo da garantire una concorrenza quanto più possibile trasparente e uno sfruttamento ottimale del potenziale e dell'esperienza delle imprese di tutte le dimensioni.

1.2

In considerazione di quanto sopra, il presente parere raccomanda sostanzialmente:

di definire al più presto per regolamento procedure di gara uniformi, che offrano ai committenti, e in particolare a quelli pubblici, una gamma quanto più possibile ampia e chiara di strumenti contrattuali, tra i quali scegliere quello che meglio risponde alle loro esigenze,

di offrire ai professionisti della costruzione possibilità normative che consentano loro di fornire un importante contributo alla risoluzione delle sfide dello sviluppo sostenibile; grazie alla considerazione del costo globale, al ricorso al partenariato pubblico privati di ogni dimensione e a finanziamenti basati sulle prestazioni attese, le imprese piccole e grandi sono ormai pronte per raccogliere e vincere questa sfida,

di curare l'immagine del settore della costruzione per attirare le giovani generazioni di studenti e rimediare allo scarso interesse nei suoi confronti,

di fare un importante sforzo nel settore della formazione destinata alle professioni del settore, che rappresentano una percentuale considerevole dell'occupazione non delocalizzabile in Europa,

di promuovere un'edilizia sostenibile nell'UE,

di preservare un contesto economico sano e condizioni di lavoro che rispettino le esigenze delle persone nei paesi in cui lavorano,

di promuovere la competitività europea.

1.3

È questo l'unico modo possibile per prepararsi al probabile arrivo, nel prossimo futuro, di concorrenti extraeuropei.

2.   Introduzione (contesto)

2.1

Con lettera datata 6 dicembre 2007, i commissari europei Margot WALLSTRÖM e Günter VERHEUGEN hanno chiesto al CESE, nel quadro dell'Agenda di Lisbona, di elaborare un parere esplorativo, con l'obiettivo di esaminare se i testi legislativi relativi al settore della costruzione e quelli sui servizi alle imprese formino un corpus coerente, se siano in sintonia con le trasformazioni in corso e con quelle future, e in quale misura sia necessario avviare un esercizio di semplificazione, razionalizzazione e modernizzazione normativa. La lettera dei commissari precisa che tale esercizio non dovrebbe limitarsi alle regolamentazioni riguardanti specificamente i settori interessati, ma estendersi a ogni altro campo correlato allo sviluppo del settore in esame (ad esempio salute e sicurezza sul luogo di lavoro, protezione dell'ambiente, ecc.) e comprendere anche gli interessi legittimi che ruotano attorno a questi ultimi.

2.2

È pertanto necessario esaminare con rigore e metodo tutti gli aspetti menzionati nella lettera con cui il CESE è stato invitato a formulare un parere: il campo è infatti molto vasto, e già nel passato è stato oggetto di vari studi che la Commissione europea aveva affidato a differenti consulenti esterni.

2.3

Il presente parere, tuttavia, si limiterà a esaminare gli aspetti indicati dalla Commissione, cioè le modifiche o semplificazioni legislative o normative applicabili al settore della costruzione e in grado di apportare, nel quadro di una visione strategica e oggettiva del settore, delle innovazioni che comportino migliori condizioni di funzionamento e di sviluppo.

2.4

Il parere contiene pertanto alcune utili precisazioni, che consentono di inquadrare nel giusto contesto le professioni del settore della costruzione e i limiti che le caratterizzano.

3.   Il ruolo del settore della costruzione nell'economia europea

3.1

Dati relativi al settore della costruzione, forte di 2,7 milioni di imprese, nel 2006 (UE-27)

 

2006

Valore aggiunto lordo rispetto al PIL

10,5 %

Ammontare delle remunerazioni dei dipendenti rispetto al valore aggiunto lordo del settore

54,5 %

Investimenti fissi lordi del settore della costruzione rispetto al totale degli investimenti fissi lordi

50,5 %

Occupazione totale del settore della costruzione rispetto al tasso di occupazione totale (1)

7,2 %

3.2   Qualche riferimento

3.2.1

La costruzione è un'attività non delocalizzabile, e quindi essenziale per il futuro della crescita europea e per il tessuto industriale europeo.

3.2.2

Vista la struttura della sua produzione e la necessità di disporre di punti geografici fissi distribuiti su tutto il territorio nazionale e nel contempo profondamente radicati nella vita locale, la costruzione svolge anche un ruolo sociale e civico che non deve essere dimenticato, bensì incoraggiato.

3.2.3

La costruzione deve infine svolgere un ruolo importante in tutte le azioni legate allo sviluppo sostenibile:

in qualità di soggetto imprescindibile degli investimenti da effettuare nel quadro dello sviluppo sostenibile (alloggi, edilizia in generale, trasporti, produzione di energia ecc.),

adattando le proprie modalità di esecuzione, anche nel settore dei materiali, ai bisogni e alle esigenze dello sviluppo sostenibile.

3.2.4

La descrizione del contesto globale del settore della costruzione non sarebbe completa se si tralasciasse di menzionare il fatto che, nonostante gli sforzi fatti dagli operatori del settore negli ultimi 30 anni, le professioni legate alla costruzione risentono ancora in parte di un'immagine negativa. Il presente parere tiene conto di questo elemento, in quanto l'immagine influisce sui seguenti aspetti:

lo spirito delle disposizioni che in alcuni paesi disciplinano gli appalti pubblici e il lavoro illegale,

il reclutamento dei giovani (carattere scarsamente attraente del settore) e la loro formazione, che diventano più difficili (sfiducia del sistema generale di formazione nei confronti del settore della costruzione).

3.2.5

La natura stessa di queste professioni, sia sul piano dei bisogni della clientela che sotto il profilo tecnico, fa sì che il mercato sia estremamente parcellizzato. Questo fenomeno, che continuerà anche nei prossimi anni, comporta inevitabilmente la coesistenza di imprese artigianali, piccole, medie e grandi imprese.

In questo contesto, l'idea che le grandi imprese intervengano solo sulle grandi operazioni deve essere relativizzata: le operazioni di valore unitario superiore a 20 milioni di euro rappresentano solo una quota compresa tra il 2 e il 5 % del mercato edilizio globale europeo.

3.2.6

Per questo motivo i grandi gruppi europei, spesso molto attivi a livello mondiale, sono per lo più «federazioni» di piccole e medie strutture, insediate a livello locale e operanti nello stesso contesto concorrenziale del tessuto locale delle PMI indipendenti.

3.2.7

Generalmente, i grandi operatori europei del settore non si sono sviluppati secondo quello che si può definire «modello americano»: essi hanno invece fatto affidamento sulle proprie capacità e intelligenza, perpetuando e sviluppando essi stessi la loro esperienza e conoscenza; esse hanno inoltre partecipato alla progettazione delle opere realizzate.

3.2.8

È grazie a questo approccio che le imprese europee sono riuscite a ritagliarsi uno spazio sui mercati mondiali. Questo modello, che integra progettazione e realizzazione, non è necessariamente appannaggio dei grandi gruppi, ma può e deve applicarsi a imprese di tutte le dimensioni.

4.   Qualche principio di base

4.1

Al di là della semplificazione della legislazione, il parere esplorativo richiesto dalla Commissione europea dovrà aprire la strada a una procedura che consenta quanto segue:

una vera trasparenza e una situazione di pari opportunità nei bandi di gara,

il passaggio da una cultura di sfiducia, ereditata da un passato ormai lontano, a una cultura di fiducia e partenariato,

la considerazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa (miglior offerente) e del costo globale per l'intera vita delle opere realizzate,

la garanzia della proprietà intellettuale,

la definizione di condizioni di lavoro minime nel quadro dell'aggiudicazione dell'appalto come pure il controllo e la sanzione delle eventuali infrazioni,

la riduzione degli obblighi amministrativi, da realizzare limitando al massimo la regolamentazione e le procedure, ma mantenendo al tempo stesso le condizioni di sicurezza e i diritti e doveri dei contraenti.

4.2

Al di là delle fluttuazioni del volume dei mercati, che non sono oggetto del presente parere, questi elementi, di cui si deve tener conto nei testi normativi, dovrebbero consentire lo sviluppo corretto del settore della costruzione, garantendo il rispetto di una politica sociale coerente (occupazione, sicurezza, remunerazioni) e consentendo di rendere il settore più attraente per i diversi interessati (giovani, genitori, insegnanti, ecc.).

5.   Principali proposte

5.1

Gli elementi sui quali riteniamo che le autorità competenti debbano concentrare i loro sforzi, sono i seguenti:

unificazione e semplificazione delle procedure di aggiudicazione degli appalti, per garantire allo stesso tempo la trasparenza e l'ottimizzazione degli strumenti e delle competenze disponibili,

promozione dell'innovazione, grazie tra l'altro alla regolamentazione della questione della proprietà intellettuale delle idee e delle varianti,

formazione, sia nella fase iniziale che, in modo continuativo, nel corso della carriera dei lavoratori,

contributo a modificare l'immagine di questo settore professionale che offre posti di lavoro ai giovani,

norme sociali, che disciplinano contemporaneamente le condizioni di occupazione e le buone pratiche in materia di salute e sicurezza,

sviluppo sostenibile, nel senso ampio del termine, settore nel quale le imprese di costruzione svolgono un ruolo fondamentale, e devono assumersi nuove responsabilità.

5.2   Unificazione e semplificazione delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici

5.2.1

Le azioni potrebbero articolarsi come segue:

trasformare la legislazione sugli appalti pubblici in un regolamento, in sostituzione delle direttive attuali, per unificare realmente le procedure europee e garantire condizioni di concorrenza uniformi,

rafforzare la preferenza sistematica al miglior offerente,

dare al dialogo competitivo un quadro più rigoroso per gli aggiudicatori, in modo da farne realmente una procedura di ottimizzazione e non di «saccheggio» sistematico delle idee e della proprietà intellettuale,

incoraggiare il ricorso alla progettazione/realizzazione, consentendo, già dalla fase di progettazione, di avvalersi dell'esperienza delle imprese e del talento dei progettisti,

accrescere il ricorso ai contratti globali (costruzione/manutenzione o partenariato pubblico-privato) per rispondere adeguatamente alla sfida dello sviluppo sostenibile, preparare e organizzare una risposta adeguata ai tentativi di dumping di alcuni paesi sul mercato europeo,

procedere a un'effettiva armonizzazione delle norme e delle tecniche per eliminare le barriere tecniche nazionali e unificare il mercato europeo,

tenere conto delle esigenze delle piccole imprese per consentire loro di sopravvivere e salvaguardare i posti di lavoro, evitando in tal modo un'eccessiva bipolarizzazione del settore.

Va chiarito che la richiesta di determinate modifiche della regolamentazione non mira ad imporre soluzioni precostituite ma a permettere ai committenti di disporre di una serie completa di strumenti da usare in funzione delle loro necessità.

5.2.2

L'insieme di queste modifiche o adattamenti dovrebbe favorire la trasparenza e le pari opportunità tra strutture private, pubbliche o parapubbliche, e stabilire chiaramente che tutte le prestazioni economiche devono essere messe in concorrenza e formalizzate con un contratto.

5.3   Innovazione e proprietà intellettuale

5.3.1

Nel settore della costruzione, tutte le opere sono prototipi. Ciò induce a cercare una legislazione europea che sia in grado di proteggere la proprietà intellettuale tenendo conto delle peculiarità delle idee da proteggere: si tratta fondamentalmente di idee immaginate per una gara di appalto specifica, che non hanno necessariamente un carattere sistematico ripetitivo. Si dovrebbe creare una legislazione specifica a livello europeo in grado di proteggere le idee tecniche nell'ambito delle procedure di gara, e di stabilire diritti a favore dei partecipanti alle gare d'appalto.

5.4   Formazione

5.4.1

Nella maggior parte degli Stati membri i professionisti del settore constatano che nel complesso i sistemi nazionali di istruzione rispondono in maniera inadeguata alle esigenze del settore, a tutti i livelli di formazione. Pertanto le relazioni tra le professioni e i sistemi di istruzione devono sì essere migliorate a livello nazionale, ma anche promosse a livello europeo. È quindi necessario:

promuovere una legislazione in materia di formazione a favore del settore della costruzione in Europa (riconoscimenti e equivalenze delle formazioni a tutti i livelli),

contribuire a sviluppare una vera valorizzazione delle risorse umane promuovendo la formazione permanente. Notoriamente sotto pressione, il settore della costruzione soffre di un deficit d'immagine presso i giovani e di una mancanza di possibilità nella struttura gerarchica delle carriere. Vi è una grande necessità di competenze in quanto il settore è ormai caratterizzato da professioni qualificate o addirittura altamente qualificate e richiede solide conoscenze di base, che le imprese dovrebbero poi valorizzare consentendo ai propri dipendenti di accedere alla formazione permanente e alle nuove carriere che in tal modo si renderanno possibili,

creare un sistema «Erasmus» per la formazione nel settore della costruzione, per diversi livelli di formazione, avvalendosi delle esperienze già fatte su scala molto piccola (con l'aiuto del FSE in tre settori: pittura, tagliatori di pietra e ristrutturazione degli edifici antichi),

lanciare università europee per le professioni del settore della costruzione e riconoscere il titolo europeo di «partner»,

sviluppare in Europa scuole di direzione di lavori, in modo che i clienti pubblici e privati delle imprese conoscano meglio i contratti e le modalità d'intervento delle stesse imprese,

sviluppare istituti di formazione interaziendali europei,

promuovere qualificazioni europee (per esempio linguistiche).

5.5   Norme sociali — salute/sicurezza

5.5.1

Le norme attuali hanno avuto un impatto molto positivo e significativo sulle modalità di lavoro nel settore della costruzione. Sarebbe tuttavia opportuno:

favorire gli scambi di buone pratiche in materia di salute/sicurezza,

lottare contro il lavoro illegale attraverso strumenti europei (consultazione e interconnessione di banche dati, badge e sistemi di identificazione dei lavoratori), nonché per mezzo di sanzioni e di un regime fiscale adeguato (per esempio una riduzione dell'IVA),

agevolare l'applicazione del regolamento REACH,

facilitare i flussi dei lavoratori senza dumping sociale (accettare le formalità preliminari introdotte dagli Stati membri in materia di distacchi) e consentire il ritorno dei lavoratori europei nel loro paese d'origine,

prevedere la possibilità di rendere esecutive le sanzioni pecuniarie in tutti gli Stati membri,

prevedere, come condizione preliminare della mobilità dei lavoratori, l'accettazione delle condizioni vigenti nello Stato in cui viene svolto il lavoro.

5.6   Sviluppo sostenibile

5.6.1

Di fronte alle sfide globali, tra cui il riscaldamento climatico, i professionisti della costruzione — come detto sopra — svolgono un ruolo fondamentale, di cui oggi sono pronti ad assumersi la responsabilità: le normative e gli incentivi consentono loro, infatti, di apportare il proprio valore aggiunto sul mercato europeo e di diffondere la propria esperienza nelle altre parti del mondo, dove, come è noto, sono necessari sforzi enormi affinché gli effetti delle azioni intraprese siano percettibili per tutti.

5.6.2

Per raggiungere questo obiettivo, si impone la necessità di:

introdurre nelle regole della commessa pubblica europea l'approccio in termini di costo globale (per la durata della vita di un investimento) e definire (eventualmente attraverso il criterio dello «sviluppo sostenibile») il concetto di «miglior offerente». Ciò permetterebbe ai committenti di scegliere tenendo conto in maniera completa della dimensione «sviluppo sostenibile»,

favorire le procedure di PPP (partenariato pubblico-privati), che, per loro natura, integrano progettazione, realizzazione e manutenzione, e potrebbero quindi essere il modo migliore di ottimizzare il concetto di costo globale,

ridistribuire alcuni aiuti finanziari concentrandoli, per tutti i paesi membri, sull'enorme lavoro in corso per rinnovare le infrastrutture energetiche,

incoraggiare i grandi progetti di rinnovamento di opere ed edifici destinati all'uso pubblico,

promuovere lo sviluppo e la valorizzazione degli ecoquartieri (grazie a un'etichettatura comunitaria, a incentivi finanziari e ad altro ancora).

5.6.3

Nei settori delle costruzioni e dei trasporti, se si consente alle imprese di costruzione di intervenire nell'intera catena «progettazione, realizzazione, manutenzione», esse sono in grado di contribuire in maniera decisiva anche al finanziamento delle operazioni necessarie, grazie alla possibilità di gestire sia i costi globali che il finanziamento degli investimenti attraverso il futuro risparmio energetico.

5.7   Le PMI della costruzione

5.7.1

A differenza di quanto avviene per altri settori, per le PMI della costruzione il problema non consiste nell'accesso all'uno o all'altro mercato (cfr. punto 3.2.5).

5.7.2

Per questo motivo, il ragionamento in termini di «quote» ipotizzato da alcuni e respinto dalle autorità europee non viene — a giusto titolo — ritenuto giustificato dai rappresentanti del settore. Inoltre, le cifre addotte dagli uni o dagli altri sono, nella pratica, ampiamente superate in tutti i paesi europei.

5.7.3

Il problema delle PMI, insieme alle questioni affrontate nell'ambito della legge europea per le piccole imprese (Small Business Act) deve quindi essere disciplinato come segue:

attraverso soluzioni intelligenti per il trasferimento delle imprese,

attraverso modelli di aiuti o di condivisione dei servizi o dei mezzi finanziari che consentano, senza falsare la concorrenza, di stabilire le pari opportunità, in particolare nell'accesso delle PMI alle operazioni complesse (partenariato pubblico privati e sviluppo sostenibile),

attraverso soluzioni miranti a facilitare l'accesso delle PMI alla standardizzazione e alle norme.

Bruxelles, 10 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  L'occupazione nel settore della costruzione rappresenta il 30,4 % dell'occupazione industriale. Fonte: Eurostat e FIEC (Federazione internazionale europea della costruzione).


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/26


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema L'evoluzione del settore dei servizi alle imprese in Europa

(2009/C 27/06)

Il 6 dicembre 2007, Margot WALLSTRÖM, vicepresidente della Commissione europea e responsabile delle relazioni istituzionali e della strategia di comunicazione, e Günter VERHEUGEN, vicepresidente della Commissione europea e responsabile delle imprese e dell'industria, hanno chiesto al Comitato economico e sociale europeo di elaborare un parere esplorativo sul tema:

L'evoluzione del settore dei servizi alle imprese in Europa.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 11 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore CALLEJA.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 135 voti favorevoli, 2 voti contrari e 12 astensioni.

1.   Introduzione (contesto)

1.1

Margot WALLSTRÖM, vicepresidente della Commissione europea e responsabile delle relazioni istituzionali e della strategia di comunicazione, e Günter VERHEUGEN, vicepresidente della Commissione europea e responsabile delle imprese e dell'industria, hanno chiesto al Comitato economico e sociale europeo (CESE) di elaborare un parere esplorativo sui servizi alle imprese che desse seguito, approfondendola, all'analisi svolta in un precedente parere del CESE in merito ai servizi alle imprese e all'industria (1).

1.1.1

Lo studio dovrebbe tenere conto della grande importanza attribuita dalla Commissione europea all'agenda di Lisbona nel preservare e accrescere la competitività dell'industria europea attraverso una gestione del processo di cambiamento conforme alla strategia europea per lo sviluppo sostenibile e, sul piano sociale, incoraggiando l'emergere di parti sociali rappresentative che negozino al livello appropriato.

1.1.2

Il conseguimento di tali obiettivi deve procedere di pari passo con la semplificazione del quadro regolamentare dell'industria, una priorità politica — questa — che costituisce una piattaforma essenziale della politica industriale della Commissione.

1.1.3

Inoltre, questa politica industriale è caratterizzata da un approccio integrato che tiene conto delle esigenze dei diversi settori.

2.   Sintesi delle conclusioni e raccomandazioni del CESE

2.1   Riconoscere l'importanza del settore dei servizi nello sviluppo economico e sociale

Il CESE ritiene che vi sia urgente necessità di una reale trasformazione nell'approccio ai servizi e di una visione più ampia dei servizi stessi, che non vanno più considerati come una semplice appendice dell'industria manifatturiera. La società sta subendo profonde trasformazioni e i servizi sono al centro di tali trasformazioni. Occorre quindi che la Commissione prenda atto di questa evoluzione e che le attribuisca maggiore importanza.

2.2   Stabilire delle priorità d'azione

Data la vasta gamma di misure che si possono adottare nei settori legati ai servizi alle imprese, è della massima importanza stabilire delle priorità. È urgente realizzare progressi nei dieci obiettivi fondamentali stabiliti nel quadro del programma comunitario di Lisbona 2008-2010, che condizionano direttamente o indirettamente il futuro sviluppo dei servizi. A giudizio del CESE, l'ordine delle priorità dovrebbe essere il seguente:

misure relative alle politiche dei servizi alle imprese e gruppo ad alto livello. Il CESE raccomanda l'istituzione di un gruppo ad alto livello sui servizi alle imprese con il compito di condurre un'analisi approfondita del settore, esaminare le politiche praticate attualmente per individuare e valutare le più efficaci e le più valide per i servizi alle imprese e concepire provvedimenti concreti diretti a coprire le carenze e i bisogni più rilevanti. Occorre considerare con particolare attenzione la natura molto eterogenea dei diversi sottosettori dei servizi alle imprese per stabilire quali meritino maggiore attenzione politica e a quale livello (regionale, nazionale o comunitario),

politiche del mercato del lavoro nei servizi alle imprese. Dal punto di vista sociale, occorre condurre un esame settoriale approfondito delle sfide che pongono i nuovi tipi di occupazione creati dalle interazioni tra i servizi alle imprese e l'industria manifatturiera. L'analisi deve estendersi anche all'istruzione, alla formazione e all'apprendimento lungo tutto l'arco della vita nonché alle condizioni di occupazione dei lavoratori, ivi compresi quelli coinvolti nei processi di esternalizzazione. Per conseguire questo obiettivo dovrebbe essere incentivato il dialogo sociale a livello settoriale. In questo contesto, si dovrebbe elaborare un'agenda per discutere i cambiamenti specifici nelle condizioni di lavoro e le opportunità occupazionali derivanti dalle trasformazioni strutturali che interessano i servizi alle imprese,

servizi alle imprese nelle politiche dell'innovazione. Occorre promuovere vigorosamente i programmi nel campo della R&S e dell'innovazione e le iniziative per l'innovazione nei servizi. Settori come l'innovazione organizzativa, i servizi alle imprese ad alta intensità di conoscenze e la gestione dell'innovazione meritano maggiore attenzione,

sviluppo di standard in materia di servizi alle imprese. Bisogna incoraggiare le imprese a contribuire alla definizione di standard tramite l'autoregolamentazione, dopo un'approfondita consultazione degli utenti dei servizi alle imprese. Il sostegno del Comitato europeo di normalizzazione (CEN) e dei suoi partner (piattaforma aperta) è essenziale per diffondere i risultati dell'innovazione, specie attraverso un processo rapido ed informale di costruzione del consenso,

promozione della scienza dei sevizi in quanto nuova disciplina di studio e di formazione,

il mercato interno e la legislazione che interessa i servizi alle imprese. Il CESE ha stilato un elenco dei settori che vanno affrontati allo scopo di realizzare una semplificazione, una chiarificazione e una riduzione degli oneri normativi, senza ridurre gli obblighi esistenti in materia di igiene e sicurezza sul lavoro e di rappresentanza dei lavoratori. si richiama l'attenzione sul fatto che, tra l'altro che non è stata condotta una valutazione d'impatto della direttiva sui servizi alle imprese e che questo aspetto merita un impegno particolare, specialmente una volta che la direttiva sia stata recepita nelle legislazioni nazionali. La valutazione d'impatto dovrebbe comprendere anche l'individuazione di altre possibili misure per l'apertura dei mercati e la concorrenza nel mercato interno dell'UE allargata,

ulteriori miglioramenti nelle statistiche relative ai servizi alle imprese. Si raccomanda agli Stati membri di collaborare più intensamente per migliorare le statistiche sui servizi alle imprese e in particolare per disporre di migliori informazioni sui loro risultati e sul loro impatto sull'economia degli Stati membri — uno strumento necessario affinché i governi possano aiutare questo settore a sviluppare pienamente il suo potenziale. Le recenti modifiche al capitolo 74 della Nomenclatura delle attività economiche delle Comunità europee (NACE) non saranno sufficienti a fornire i dettagli necessari per ottenere dati significativi sui servizi alle imprese.

3.   Osservazioni generali

3.1

Il contesto. Il parere d'iniziativa adottato dal CESE nel settembre 2006 (CCMI/035), proponeva di destinare maggiore attenzione ai servizi alle imprese, dato il loro contributo ai risultati dell'industria manifatturiera europea. Esso spiegava le interazioni tra i servizi e il settore manifatturiero e l'impatto dei servizi sui risultati sociali ed economici in termini di occupazione, produttività e competitività Il presente parere e l'approfondimento analitico dei servizi alle imprese costituiscono il seguito di quel lavoro. È opportuno nel presente parere iniziare dalla definizione dei servizi alle imprese: si tratta di un insieme di attività di servizio che, in ragione del loro impiego in quanto fattori produttivi intermedi, influiscono sulla qualità e sull'efficienza delle attività produttive completando o sostituendo funzioni dei servizi interni all'impresa (Rubalcaba e Kox, 2007). Questa definizione presenta delle analogie con quella della nomenclatura NACE riv. 1 (codici 72-74), con la nuova versione di tale nomenclatura (codici 69-74, 77-78, 80-82) e con la classificazione delle diverse categorie di servizi. I servizi alle imprese si suddividono in due categorie principali:

servizi ad alta intensità di conoscenze (ad esempio servizi informatici, consulenza gestionale, consulenza contabile, servizi fiscali e giuridici, marketing e sondaggi, servizi tecnici e ingegneristici, servizi legati al personale, formazione professionale e assunzioni),

servizi operativi (ad esempio sicurezza, pulizia, amministrazione, scritture contabili, assunzioni con contratti a termine, call center, traduzione e interpretazione).

Scopo del presente parere è contribuire ad un maggiore riconoscimento di questo settore, fare in modo che esso possa svilupparsi senza intralci e sostenere gli sforzi delle economie europee per migliorare la loro competitività sul mercato mondiale.

3.2

Importanza dei servizi e dei servizi alle imprese. I servizi occupano un posto sempre più importante nella percezione di cittadini, professionisti, imprese, regioni e paesi. Essi dominano in larga misura la nuova domanda e offerta dei sistemi economici e sociali attuali. Tuttavia, malgrado essi siano presenti nella maggior parte degli aspetti della vita economica e sociale, gran parte della loro attività non trova riscontro nelle statistiche. La tradizionale suddivisione tra settori produttivi, pur essendo incompleta e nascondendo le forti interrelazioni tra settori economici, consente di stimare l'importanza delle principali attività economiche. In Europa i servizi assumono un'importanza crescente in quanto settore economico. La quota dei lavoratori impiegati in questo settore sull'occupazione totale (70 %) è inferiore a quella degli USA (80 %) ma superiore a quella del Giappone (67 %). In tutte e tre le aree geografiche succitate, lo specifico sottosettore dei servizi alle imprese è cresciuto a un ritmo molto sostenuto, con aumenti analoghi della sua quota sull'occupazione totale. Le imprese per cui la fornitura di servizi alle imprese costituisce l'attività principale rappresentano il 10-12 % dell'occupazione e del valore aggiunto totali. Ma la percentuale degli occupati nel settore aumenta notevolmente se si considerano anche quelle imprese per cui la fornitura di servizi alle imprese costituisce un'attività secondaria. Per quanto riguarda l'Europa, nel 2004 i paesi in testa nell'economia dei servizi alle imprese erano gli Stati del Benelux, il Regno Unito, la Francia e la Germania. Nel periodo 1995-2004 questo settore ha conosciuto un notevole sviluppo in alcuni paesi tra cui Ungheria, Polonia, Austria, Lettonia e Malta. Ciò suggerisce la realizzazione di un certo processo di convergenza tra alcuni Stati membri dell'UE. Le posizioni di questi paesi riflettono soltanto l'occupazione in società per cui i servizi alle imprese rappresentano l'attività principale. La maggior parte di loro sono PMI.

3.3

Valutazione degli sviluppi del settore. Il CESE ha ora riesaminato la situazione alla luce degli sviluppi intervenuti dopo il settembre 2006, data di adozione del suo precedente parere (CCMI/035), e ha notato con soddisfazione come l'importanza dei servizi alle imprese nel settore manifatturiero abbia acquisito un maggior peso nelle decisioni della Commissione:

la comunicazione della Commissione sull'esame intermedio della politica industriale — Un contributo alla strategia dell'UE per la crescita e l'occupazione  (2), documento pubblicato dopo l'adozione del summenzionato parere del CESE, invoca un'iniziativa diretta a uno screening e ad un'analisi della competitività del settore dei servizi e del suo impatto sulla competitività industriale, procedendo all'occorrenza a un monitoraggio settoriale. Ciò dovrebbe consentire di individuare tutti gli ostacoli al miglioramento della competitività e di eliminare le eventuali disfunzioni del mercato che potrebbero giustificare l'adozione di misure per risolvere problemi specifici nei settori industriali e/o dei servizi. Quest'analisi approfondita della Commissione europea è attualmente in corso e dovrebbe concludersi entro la fine dell'anno,

la pubblicazione, nel luglio 2007, del documento di lavoro dei servizi della Commissione dal titolo Verso una strategia europea a favore dell'innovazione nel settore dei servizi — Principali sfide e questioni per le azioni future  (3), il lancio della piattaforma europea per i servizi legati alle imprese nel febbraio 2008 e l'imminente comunicazione sull'innovazione nei servizi (in programma per la fine del 2008) possono costituire importanti passi avanti verso una reale integrazione dei servizi nelle politiche UE in materia di innovazione,

l'adozione della direttiva dei servizi nel mercato interno (4), che dovrà essere attuata non oltre il 28 dicembre 2009, costituirà un'importante svolta nella realizzazione di un autentico mercato interno dei servizi, a condizione che le disposizioni della direttiva vengano recepite nella legislazione nazionale degli Stati membri l'UE e che venga garantita l'applicazione del diritto del lavoro e dei contratti collettivi del paese in cui viene prestato il servizio. Sia le imprese che i consumatori potranno allora trarre pieno vantaggio dalle opportunità offerte. L'adozione della direttiva dovrebbe inoltre incoraggiare il buon funzionamento del mercato dei servizi alle imprese facilitando gli scambi e gli investimenti tra gli Stati membri dell'UE e aprire alle imprese manifatturiere nuove opportunità di scelta migliorando la quantità, la qualità o i prezzi dei servizi. Questi nuovi vantaggi competitivi nell'uso dei servizi alle imprese dovrebbero portare a un aumento dell'occupazione, a un miglioramento della produttività e a migliori risultati economici.

3.4

Azioni di sostegno rivolte ai servizi alle imprese. Al di là delle principali azioni esistenti al livello dell'UE per promuovere i servizi alle imprese nelle politiche industriali e di innovazione, e le potenziali ricadute provenienti dalla direttiva mercato interno, vi sono altre misure della Commissione che indirettamente sostengono il ruolo dei servizi alle imprese nel settore manifatturiero. Ad esempio:

Eurostat ha appena realizzato una versione riveduta della classificazione NACE in modo da ottenere un maggior numero di dati relativi ai servizi,

è stato avviato il progetto Enterprise Europe Network per promuovere l'imprenditorialità e favorire la crescita delle imprese nell'UE integrando le reti degli eurosportelli e dei centri di collegamento innovazione in modo da fornire agli imprenditori oltre 500 punti di contatto (5). Tale iniziativa dovrebbe rivelarsi utile per le PMI e quindi per la grande maggioranza di fornitori di servizi alle imprese,

dal 2005 la Commissione europea ha pubblicato una serie di proposte volte a semplificare e ridurre gli adempimenti burocratici. Le ultime, pubblicate quest'anno, prevedono una riduzione in tempi brevi degli oneri amministrativi (6): si tratta di una buona notizia per le PMI, che risentono di più dell'enorme carico amministrativo a causa delle loro piccole dimensioni,

la comunicazione della Commissione Verso principi comuni di flessicurezza: posti di lavoro più numerosi e migliori grazie alla flessibilità e alla sicurezza  (7) è stata discussa, e si sono compiuti progressi nel dialogo sociale a cura delle parti sociali. Ciò dovrebbe spianare la strada all'applicazione di questo concetto su scala europea, adattandolo però alle circostanze specifiche esistenti in ciascuno Stato membro. Per il settore dinamico dei servizi alle imprese, la flessicurezza negoziata dalla parti sociali può essere utile quando si promuovono contemporaneamente la quantità e la qualità dell'occupazione. Il coinvolgimento delle parti sociali è fondamentale affinché l'UE sia in grado di rispondere efficacemente alle pressioni della globalizzazione,

la Commissione ha pubblicato una comunicazione dal titolo Verso un maggior contributo della normalizzazione all'innovazione in Europa  (8), che promuove tra l'altro l'accelerazione della cooperazione con l'industria e altri soggetti interessati ai fini dello sviluppo, realizzazione e uso di standard a sostegno dell'innovazione nella prospettiva di una politica industriale sostenibile.

3.5

Principali esigenze del settore dei servizi alle imprese. Malgrado i progressi in corso nelle azioni relative ai servizi, bisogna tenere conto di una serie di importanti lacune ed esigenze. Sebbene i servizi costituiscano il segmento di gran lunga più grande dell'economia e contribuiscano alla crescita in ogni aspetto della vita economica e sociale, l'attuale quadro politico europeo è fortemente squilibrato a favore del settore manifatturiero.

3.5.1

La maggior parte delle iniziative orizzontali e settoriali rientranti nella politica industriale dell'UE, al livello sia nazionale che comunitario, si concentra sul settore manifatturiero, indipendentemente dall'intrinseco ruolo di sostegno svolto dai servizi alle imprese in tale ambito. È dunque necessario definire quanto prima una politica dell'UE equilibrata che non sottovaluti l'importanza dei servizi alle imprese per la competitività globale del settore manifatturiero europeo e per l'economia nel suo insieme. Le politiche orizzontali incentrate su un settore economico devono essere veramente orizzontali e soddisfare i bisogni delle aziende e dei lavoratori della nuova economia dei servizi, in cui il settore industriale e quello dei servizi sono inestricabilmente legati tra loro creando nuove opportunità per l'economia europea nel mercato mondiale direttamente risultanti dalle sinergie reciproche. Molte delle iniziative comunitarie che compongono la politica industriale devono essere adeguate e applicate ai servizi. Ciò riguarda questioni come un mercato interno dei servizi pienamente efficace, il commercio internazionale, le regole sugli aiuti di Stato, il mercato del lavoro, le misure sociali, la politica in materia di formazione e la politica regionale, la R&S, l'innovazione, la standardizzazione, l'imprenditorialità, il miglioramento delle statistiche e delle informazioni, con la presa in considerazione, se necessario, delle esigenze specifiche dei servizi. Ciò non significa che tutte le politiche dovrebbero essere concepite verticalmente in funzione dei servizi, ma piuttosto vuol dire che si dovrebbero passare al vaglio le implicazioni di tutte queste politiche sui servizi e adottare, nei casi opportuni, specifici provvedimenti.

3.5.2

Alcune esigenze importanti possono essere accertate nei seguenti settori:

i servizi alle imprese nell'ambito delle politiche industriali. Sulla scorta della recente inclusione dei servizi alle imprese nelle politiche industriali e dell'esercizio di screening in corso, si dovrebbe prestare maggiore attenzione alle specifiche condizioni in cui l'uso dei servizi favorisce i risultati dell'industria, ad esempio il ruolo dei servizi per la competitività industriale e la produttività in una prospettiva economica. Per far fronte alla concorrenza mondiale l'Europa deve investire nell'innovazione, nella conoscenza, nella progettazione, nella logistica, nel marketing e in altri servizi alle imprese: in altre parole, nell'intera catena del valore globale,

i servizi alle imprese nell'ambito della politica di occupazione e di formazione. La maggior parte degli impieghi è nel settore dei servizi e continuerà a essere così (i decisori politici non dovrebbero dimenticare che il 20 % dei fattori produttivi intermedi dell'industria manifatturiera deriva dai servizi). Perciò, l'impatto potenziale dell'approvvigionamento su scala globale e della delocalizzazione sull'occupazione nei servizi (fino al 30 % in base a uno studio condotto dall'OCSE nel 2006) costringe gli Stati membri a rafforzare le competenze idonee e le qualifiche che consentiranno alla loro industria di resistere alla concorrenza mondiale,

i servizi alle imprese nell'ambito delle politiche di innovazione e produttività. La promozione dell'innovazione nei servizi è fondamentale per rafforzare la competitività industriale grazie a fattori di qualità. L'innovazione nei servizi esercita un forte impatto positivo sulla qualità, l'occupazione e le interazioni con i clienti. I servizi alle imprese sono in grado di offrire posti di lavoro di qualità in buone condizioni di lavoro e ambienti ad alta intensità di conoscenze. In questi casi i lavoratori contribuiscono a rendere possibile e riuscita l'innovazione nei servizi. Questa può consentire a un'impresa di migliorare la propria posizione competitiva e ai lavoratori di sviluppare nuove opportunità di lavoro. I vantaggi dell'innovazione nei servizi dovrebbero essere sfruttati per stimolare gli stagnanti tassi di crescita della produttività nei servizi alle imprese. I bassi tassi di crescita della produttività prevalgono nella maggior parte dei paesi, anche se, a causa dei problemi di misurazione statistica, il contributo dei servizi alle imprese all'incremento della produttività globale è sottostimato,

i servizi alle imprese e il mercato interno. L'obiettivo è creare un mercato europeo dei servizi e consentire così all'UE di svolgere un ruolo decisivo nel processo di globalizzazione, tenendo conto di tutti i fattori che influenzano i mercati e la competitività. Occorre uno specifico follow-up del recepimento della direttiva sui servizi negli Stati membri e del suo impatto sui servizi alle imprese,

i servizi alle imprese e le regioni. In molte regioni vi è una scarsa presenza di servizi alle imprese, in quanto questi si concentrano generalmente nelle grandi aree metropolitane e nelle regioni ad alto reddito. A livello regionale, è importante promuovere e stimolare sia la domanda che l'offerta di servizi alle imprese e approfittare al massimo delle reti esistenti per potenziale le sinergie tra i diversi attori locali,

i servizi alle imprese e altre politiche collegate. Vi sono due tipi di politiche collegate ai servizi alle imprese: le politiche a carattere normativo (mercato interno, concorrenza, miglioramento normativo, appalti pubblici) e quelle a carattere non normativo (innovazione, competenze, qualità e occupazione, standard, imprese e PMI, politiche regionali, conoscenza e statistiche). Va prestata particolare attenzione al ruolo degli standard, alla nuova disciplina della scienza dei servizi e alle statistiche.

3.6

Interazioni tra le attività dei servizi alle imprese e politiche mirate. L'esperienza ha mostrato come le misure generali proposte potrebbero interagire e consentire un forte sviluppo dei servizi alle imprese per affrontare le sfide a venire. Andrebbe tenuto conto delle sinergie e delle interazioni tra diversi tipi di politiche.

3.7

Occorre adottare una logica economica nella definizione delle specifiche politiche comunitarie intese a potenziare le attività dei servizi alle imprese, come dimostrato recentemente da Kox e Rubalcaba (Business Services in European Economic Growth, 2007). A sostegno delle loro argomentazioni essi hanno messo l'accento soprattutto sulle disfunzioni del mercato e sistemiche, come ad esempio l'asimmetria delle informazioni e le esternalità.

3.8

Agenda di Lisbona 2008-2010. Le politiche in materia di servizi alle imprese potrebbero rivelarsi utili nel quadro delle proposte per un programma comunitario di Lisbona 2008-2010 (COM(2007) 804 def.). La maggior parte dei dieci obiettivi chiave da realizzare entro il 2010 ha un effetto diretto o indiretto sui servizi.

3.8.1

La Commissione proporrà un'agenda sociale rinnovata entro la metà del 2008 e contribuirà ad affrontare il problema dell'insufficienza di lavoratori altamente qualificati. Nella maggior parte dei servizi alle imprese a largo impiego di manodopera si possono individuare deficit gravi e forti bisogni. Nel parere L'occupazione per le categorie prioritarie (strategia di Lisbona)  (9), il CESE osserva che gli ambiziosi obiettivi occupazionali di Lisbona sono stati conseguiti in misura limitata e che molti dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi anni, in particolare per quanto riguarda le donne, sono a tempo parziale. Inoltre, i lavoratori più anziani sono confrontati a una palese carenza di posti di lavoro adeguati e i giovani sono per lo più occupati in forme di lavoro atipiche (non standard), in alcuni casi senza adeguate garanzie giuridiche e sociali. Il parere del CESE sottolinea che nel contesto della flessicurezza occorre disporre di un elevato grado di sicurezza sociale, di politiche attive del mercato del lavoro e di un buon sistema di istruzione, formazione e formazione continua.

3.8.2

All'inizio di quest'anno la Commissione ha avanzato proposte per una politica di immigrazione comune: ciò potrebbe avere ripercussioni per quanto riguarda l'immigrazione di lavoratori altamente qualificati in settori come ad esempio i servizi alle imprese ad elevata intensità di conoscenza, e di lavoratori meno qualificati in attività come i servizi di pulizia e di sicurezza.

3.8.3

La Comunità adotterà uno Small Business Act (legislazione a favore delle piccole imprese) per liberare il potenziale di crescita delle PMI in tutto il loro ciclo di vita. Il settore dei servizi alle imprese è quello che presenta il più alto tasso di creazione di nuove imprese (start-up) e di liquidazione di imprese, per cui si ritiene opportuno prestare particolare attenzione alle nuove PMI. Nel parere d'iniziativa Il potenziale delle imprese, specie quello delle PMI  (10), il CESE ha chiesto l'adozione di orientamenti più mirati, semplici e integrati in materia di PMI per gli anni 2008-2010 onde favorire la crescita e l'occupazione. Le PMI beneficeranno inoltre della riduzione del carico amministrativo comunitario del 25 % entro il 2012.

3.8.4

La Comunità intende rafforzare il mercato interno e aumentare la concorrenza nei servizi. Il succitato parere del CESE (INT/324) lamenta l'incompletezza del mercato interno, in particolare le lentezze nell'applicazione delle direttive da parte degli Stati membri, gli oneri amministrativi e la scarsa mobilità della manodopera. Per le PMI queste sono barriere enormi da superare.

3.8.5

La Comunità darà realizzazione concreta alla quinta libertà (libera circolazione delle conoscenze) e creerà un vero Spazio europeo della ricerca. I servizi alle imprese ad alta intensità di conoscenze possono avere un ruolo da svolgere nell'ambito di questa priorità fissata nella strategia di Lisbona.

3.8.6

La Comunità migliorerà le condizioni generali di riferimento per l'innovazione. Il CESE ha elaborato anche un parere sul tema Investire nella conoscenza e nell'innovazione  (11), il cui messaggio di fondo è che l'Europa deve rimanere all'avanguardia nella ricerca, nello sviluppo tecnologico e nell'innovazione e che è necessario aumentare i finanziamenti dal bilancio UE, migliorare i sistemi d'istruzione e innalzare gli standard generali; sono inoltre necessari un clima sociale di apertura al progresso e all'innovazione, la creazione delle condizioni necessarie per l'adozione di decisioni che diano sufficiente fiducia nell'economia e ottimismo affinché gli investitori siano disposti a investire il loro capitale in nuove imprese in Europa, la sensibilizzazione dei cittadini all'importanza fondamentale della ricerca di base, l'incoraggiamento dello spirito imprenditoriale in quanti sono disposti a innovare e a rischiare e l'accettazione della dose di fallimenti e perdite che il rischio inevitabilmente comporta. Il CESE ha anche esaminato l'ambiente giuridico e sociale per un'imprenditorialità innovativa e un mercato favorevole all'innovazione.

3.8.7

La Comunità promuoverà una politica industriale mirata a una produzione e a un consumo più sostenibili. Il ruolo dei servizi ambientali alle imprese nella politica industriale può essere inserito nel quadro di tale priorità.

3.8.8

La Comunità condurrà negoziati bilaterali con i suoi principali partner commerciali per aprire nuove opportunità per il commercio internazionale e gli investimenti e per la creazione di uno spazio comune di disposizioni regolamentari e standard.

4.   Prioritarizzazione nelle azioni a favore dei servizi alle imprese

Le azioni devono essere definite secondo una gerarchia di priorità perché l'ambito dei servizi alle imprese copre una vasta aerea d'intervento. Secondo il parere del CESE l'ordine delle priorità dovrebbe essere il seguente:

4.1

Priorità 1 — Istituzione, da parte della Commissione europea, di un gruppo ad alto livello sui servizi alle imprese nel contesto della politica imprenditoriale e industriale, onde garantire che le misure politiche tengano conto delle interazioni dei servizi con il settore industriale e le attività economiche nel loro complesso. Gli obiettivi principali di tale gruppo potrebbero essere i seguenti:

approfondire l'analisi dei bisogni dei servizi alle imprese, ivi compresi quelli dei sottosettori molto diversificati dei servizi alle imprese,

passare al vaglio le politiche esistenti che interessano i servizi alle imprese ed elaborare interventi concreti al livello di governo appropriato (regionale, nazionale o comunitario),

raccomandare obiettivi strategici da conseguire nei negoziati dell'OMC sul GATS, ponendo particolarmente l'accento sulle misure necessarie per consentire alle PMI del settore dei servizi di esportare,

individuare e raggruppare i soggetti interessati nei settori in cui la rappresentanza è molto limitata e frammentata,

creare un osservatorio europeo dei servizi alle imprese per monitorare i risultati delle misure attuate dagli interventi comunitari e diffondere le migliori pratiche. Tra i membri di tale osservatorio dovrebbero esservi rappresentanti del CESE, dei sindacati, delle associazioni di imprese e degli esperti dei servizi alle imprese.

4.2

Priorità 2 — Promozione di un dialogo sociale specificamente incentrato sui servizi alle imprese e formulazione di raccomandazioni riguardanti:

le nuove opportunità occupazionali,

l'apprendimento lungo tutto l'arco della vita,

le sfide dell'esternalizzazione e dell'offshoring,

l'individuazione delle carenze nelle qualificazioni richieste,

lavoro a tempo parziale e telelavoro,

l'opportunità di adottare la flessicurezza nei servizi alle imprese (argomento già trattato in generale dal CESE in un recente parere — SOC/283),

la mancanza di personale nei servizi alle imprese a elevata intensità di conoscenze e il ruolo dell'immigrazione,

la mobilità.

Nella pratica la fattibilità e l'efficacia di un dialogo sociale settoriale di questo tipo (per esempio il riconoscimento degli accordi e il sostegno organizzativo) dipenderà dall'individuazione e dal riconoscimento delle associazioni rappresentative europee dei lavoratori e dei datori di lavoro.

4.3

Priorità 3 — R&S e innovazione nei servizi:

esame delle modalità di innovazione nei servizi alle imprese e dell'impatto dell'innovazione sulla produttività e sulla crescita economica e sociale,

ruolo dei servizi alle imprese a elevata intensità di conoscenze nello sviluppo dell'innovazione nei servizi,

rapporto tra sviluppo delle TIC e innovazione nei servizi,

esame dei programmi di R&S e innovazione per valutare la posizione dei servizi alle imprese,

applicazione delle tecniche manifatturiere flessibili (lean) ai servizi,

ruolo dell'innovazione nei servizi e altri possibili interventi per i servizi a elevata intensità di conoscenze a livello regionale. Uso delle politiche dell'innovazione per promuovere l'offerta e la domanda di servizi alle imprese.

4.4

Priorità 4 — Definizione di standard. Lo sviluppo di standard nel settore dei servizi è proceduto lentamente. Solitamente è un'attività trainata dalla domanda. Dal lato dei fornitori di servizi vi sono problemi strutturali: nella maggior parte dei casi si tratta infatti di piccole imprese che non aderiscono a organizzazioni rappresentative nel loro paese e ciò si riflette anche sul piano europeo, in cui la categoria non è adeguatamente rappresentata in alcuna organizzazione di livello europeo. L'unico modo per migliorare la situazione è quindi quello di mobilitare gli utenti affinché esprimano le loro esigenze. Il mercato dei servizi alle imprese trarrà enormi benefici dall'adozione di standard chiari in questo settore. Lo sviluppo di standard può essere utile per:

integrare e persino sostituire la legislazione,

migliorare la qualità e stimolare la concorrenza,

contribuire a ridurre l'asimmetria delle informazioni, nell'interesse sia del fornitore che dell'utente, in un mercato poco trasparente,

garantire la comparabilità quando l'utente si trovi davanti a offerte diverse e debba operare una scelta,

diffondere in misura più ampia risultati dei programmi di R&S e innovazione, incoraggiando così l'innovazione a migliorare la qualità dei servizi,

ridurre il numero dei contenziosi chiarendo i diritti e gli obblighi rispettivi di fornitori di servizi e utenti,

evitare i conflitti sociali grazie al rispetto, da parte dei fornitori di servizi e degli utenti, del diritto del lavoro e dei contratti collettivi applicabili e, se necessario, con la contrattazione collettiva al livello appropriato,

facilitare la realizzazione di economie di scala da parte delle piccole imprese che forniscono servizi analoghi nei diversi Stati membri dell'UE, aprendo così la strada alla riduzione degli ostacoli all'integrazione del mercato,

sviluppare un settore di esportazione solido e fornire assistenza nel quadro delle gare d'appalto nei servizi pubblici e del subappalto dei servizi.

4.5

Priorità 5 — Ulteriore miglioramento delle statistiche sui servizi alle imprese. Gli interventi politici sono subordinati all'analisi di tendenze in atto che possono essere misurate soltanto grazie a statistiche chiare e significative. L'apparente mancanza di incrementi soddisfacenti della produttività rispetto agli USA potrebbe essere dovuta in parte a statistiche inattendibili, basate su una metodologia utilizzata per misurare i risultati dell'industria manifatturiera. Un ulteriore raffinamento delle statistiche sui servizi alle imprese richiede non soltanto una decisione di Eurostat, ma anche la collaborazione dei governi nazionali, che devono modificare i loro metodi di rilevazione. Occorre prestare particolare attenzione al ruolo dei servizi alle imprese in altri settori industriali e dei servizi.

4.6

Priorità 6 — Scienza dei servizi

La scienza dei servizi (o scienza dei servizi, gestione e ingegneria) è una nuova disciplina che abbraccia e riunisce gli approcci diversi e frammentati ai servizi: fra questi, l'economia dei servizi, la gestione dei servizi, la commercializzazione dei servizi e l'ingegneria dei servizi. I ricercatori e le aziende del settore cominciano ora a riconoscere la necessità di promuovere e integrare meglio tutti questi settori. L'ingegneria dei servizi fornisce un buon esempio nell'ambito della scienza dei servizi: si tratta di una specifica disciplina tecnica interessata allo sviluppo sistematico e alla progettazione di prodotti nel settore dei servizi utilizzando modelli, metodi e strumenti adeguati. Benché l'ingegneria dei servizi abbracci anche alcuni aspetti della gestione delle attività di servizio, uno degli aspetti su cui essa si concentra è quello sviluppo di nuovi prodotti nel campo dei servizi. Allo stesso tempo, essa si interessa anche alla progettazione di sistemi di sviluppo, in altre parole, questioni di gestione generale della R&S e dell'innovazione legate ai servizi. Gli approcci integrati per la co-ingegneria di beni materiali, programmi informatici e servizi ne diventeranno un lineamento stabile.

La ricerca di base nei nuovi modelli, metodi e strumenti della gestione d'impresa potenzierà molto la scienza dei servizi. Infine, la crescente armonizzazione degli standard incoraggerà la specificazione e lo sviluppo efficiente di nuovi servizi (12).

L'ingegneria dei servizi è uno dei nuovi campi nel settore dei servizi che è stato in gran parte forgiato dalla ricerca europea. Per sostenere la futura leadership europea in questo settore è essenziale una maggiore integrazione delle reti internazionali e lo sviluppo sistematico di una comunità indipendente di ingegneria dei servizi (13).

4.7

Priorità 7 — Il mercato interno e la regolamentazione dei servizi alle imprese

Riduzione e semplificazione del carico amministrativo. Vi sono numerosi fattori restrittivi che intralciano l'operato delle imprese operanti nel settore dei servizi alle imprese e che ne vanificano gli sforzi per aumentare la produttività e cercare opportunità commerciali in altri Stati membri. Tra questi si citeranno i problemi della mobilità del lavoro e al riconoscimento dei titoli di studio. Negli ultimi anni il volume e la complessità della legislazione sono aumentati e ciò ha accresciuto gli oneri che gravano sui piccoli fornitori di servizi. I punti più rilevanti su cui concentrare l'attenzione sono i seguenti:

la creazione e il trasferimento d'impresa. La creazione di una nuova impresa o il trasferimento di proprietà di un'impresa esistente comportano tempi e costi proibitivi per le PMI,

le barriere all'esportazione dei servizi. Le risorse necessarie per essere al corrente delle norme pertinenti alla loro attività e il costo dei servizi di consulenza sono molto onerosi per le PMI desiderose di esportare i loro servizi. Occorre monitorare i negoziati commerciali internazionali per eliminare le barriere superflue che impediscono ai fornitori di servizi europei di penetrare nei mercati esterni dei servizi alle imprese. La banca dati sull'accesso al mercato creata dalla Commissione europea dovrebbe contribuire all'individuazione di tali barriere,

le restrizioni alle collaborazioni pluridisciplinari. Vi sono barriere all'ingresso per i fornitori di servizi che potrebbero essere eliminate quando la direttiva sui servizi entrerà in vigore,

l'insufficiente recepimento della legislazione europea e leggi divergenti tra i diversi Stati membri. Anche se non si tratta di leggi direttamente contrarie al mercato interno, un'ampia disparità tra gli Stati membri dell'UE ostacola l'integrazione del mercato,

gli appalti pubblici e le norme in materia di concorrenza tra imprese private e aziende di Stato per gli appalti pubblici,

le barriere che precludono la prestazione transfrontaliera di servizi. Gli atteggiamenti difensivi adottati dalle associazioni professionali nei loro statuti per impedire agli operatori di altri Stati membri di prestare i loro servizi,

il distacco di lavoratori altamente qualificati. Le difficoltà incontrate nel distacco di lavoratori in altri Stati membri, anche nel caso di posti di lavoro altamente qualificati. Il parere del CESE su questo tema (14) potrebbe fornire orientamenti nell'adozione di eventuali misure in materia,

riconoscimento delle qualifiche. La direttiva 2005/36/CE del 7 settembre 2005 relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali doveva essere recepita entro il 20 ottobre 2007. Ciò comportava la sostituzione delle 15 normative precedenti nel settore del riconoscimento delle qualifiche professionali. Si dovrebbe ormai disporre di un autentico strumento di ammodernamento generale del sistema comunitario, atto a promuovere il mercato europeo dei servizi alle imprese tramite il riconoscimento più flessibile e automatico delle qualifiche. Nel frattempo, si ritiene che un'iniziativa della Commissione europea denominata IMI possa costituire un approccio pratico che le autorità e i datori di lavoro degli Stati membri possono adottare per controllare, all'interno di una banca dati centrale, l'autorità competente (a livello regionale o nazionale in ciascuno Stato membro) autorizzata a rilasciare certificati e titoli che attestino le competenze e a verificarne l'autenticità,

recepimento della direttiva sui servizi. Un'analisi settoriale aiuterebbe i servizi alle imprese a trarre il massimo beneficio dal nuovo ambiente normativo, in particolare aiuterebbe l'individuazione delle rimanenti barriere durante e dopo il recepimento della direttiva sui servizi. Questo sarà oggetto di una verifica a partire dal 2010, in modo da poter valutare i progressi compiuti sulla via del recepimento e da seguirne da vicino le modalità. Occorrerà prestare particolare attenzione all'impatto sull'economia dei servizi alle imprese. I sistemi d'informazione sul mercato interno possono fornire informazioni utili per il follow-up e la futura semplificazione delle differenze tra gli Stati membri.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  GU C 318 del 23.12.2006, pag. 4 (CCMI/035).

(2)  COM(2007) 374 def., del 4 luglio 2007.

(3)  SEC(2007) 1059, del 27 luglio 2007 [testo non disponibile in italiano, NdT].

(4)  Direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006.

(5)  Comunicato stampa IP/08/192 del 7 febbraio 2008.

(6)  Memo/08/152 del 10 marzo 2008.

(7)  COM(2007) 359 def.

(8)  COM(2008) 133 def., dell'11 marzo 2008.

(9)  GU C 256 del 27.10.2007, pag. 93 (SOC/251).

(10)  GU C 256 del 27.10.2007, pag. 8 (INT/324).

(11)  GU C 256 del 27.10.2007, pag. 17 (INT/325).

(12)  Hans-Jorg Bullinger, Klaus-Peter Fahnrich, Thomas Meiren, Service Engineering — Methodical Development of New Service Products.

(13)  Thomas Meiren, Fraunhofer Institute for Industrial Engineering, Stoccarda, Germania.

(14)  Cfr. parere del CESE 995/2008 del 29 maggio 2008 (SOC/282) (GU C 224 del 30.8.2008, pag. 95).


ALLEGATO

al parere del Comitato economico e sociale europeo

Il seguente testo del parere della sezione specializzata è stato modificato da un emendamento adottato dall'Assemblea, ma ha ottenuto almeno un quarto dei voti espressi.

Punto 2.2 — secondo punto in neretto

«—

politiche del mercato del lavoro nei servizi alle imprese. Dal punto di vista sociale, occorre condurre un esame settoriale approfondito delle sfide che pongono i nuovi tipi di occupazione creati dalle interazioni tra i servizi alle imprese e l'industria manifatturiera. L'analisi deve estendersi anche all'istruzione, alla formazione e all'apprendimento lungo tutto l'arco della vita nonché alle condizioni di occupazione dei lavoratori, ivi compresi quelli coinvolti nei processi di esternalizzazione. Per conseguire questo obiettivo l'agenda del dialogo sociale andrebbe estesa per esaminare i cambiamenti specifici nelle condizioni di lavoro e le opportunità occupazionali derivanti dalle trasformazioni strutturali che interessano i servizi alle imprese

Esito della votazione

Voti favorevoli all'emendamento: 87, voti contrari: 35, astensioni: 13.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/34


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sui prodotti cosmetici (rifusione)

COM(2008) 49 def. — 2008/0035 (COD)

(2009/C 27/07)

Il Consiglio dell'Unione europea, in data 13 maggio 2008, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 95 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sui prodotti cosmetici (rifusione).

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 11 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore KRAWCZYK.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 126 voti favorevoli e 4 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Il CESE sottoscrive le finalità e gli obiettivi della proposta di regolamento, nonché la rifusione della direttiva 76/768/CEE sotto forma di regolamento.

1.2

Il CESE richiama l'attenzione sul fatto che i nuovi requisiti in materia di pratiche di fabbricazione, valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici, documentazione informativa sul prodotto e realizzazione di tutti i test pertinenti determineranno molto probabilmente costi notevoli, in particolare per le PMI.

1.3

A giudizio del CESE, è opportuno minimizzare le conseguenze finanziarie negative della rifusione per le PMI specificando, ad esempio, che la documentazione informativa e la valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici vanno predisposte in linea con i nuovi requisiti per i prodotti immessi sul mercato per la prima volta.

1.3.1

Il CESE approva il periodo di 36 mesi previsto per l'entrata in vigore del regolamento. Tuttavia, per quanto riguarda l'aggiornamento della documentazione informativa e la valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici già commercializzati, raccomanda un ulteriore periodo transitorio di 24 mesi dall'entrata in vigore del regolamento.

1.4

Il CESE accoglie con favore l'introduzione di un regime differenziato fondato sulla valutazione del rischio per le sostanze classificate come cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione («CMR»). Il divieto di usare tali sostanze va mantenuto.

2.   Premesse

2.1

Il principale obiettivo della direttiva in esame (direttiva 76/768/CEE) è di tutelare la salute dei consumatori armonizzando le norme in materia di prodotti cosmetici nel mercato interno. Da una valutazione dell'attuale situazione del mercato traspare che gli emendamenti alla direttiva 76/768/CEE e il loro recepimento poco coerente da parte degli Stati membri hanno comportato una serie di divergenze e incertezze giuridiche. Ciò ha determinato oneri amministrativi e costi superflui sia per le autorità competenti che per il settore stesso senza contribuire alla sicurezza dei prodotti cosmetici.

2.2

La semplificazione della direttiva 76/768/CEE del Consiglio, del 27 luglio 1976, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative ai prodotti cosmetici («direttiva cosmetici») era stata annunciata nella comunicazione della Commissione Attuazione del programma comunitario di Lisbona — Una strategia per la semplificazione del contesto normativo, nella strategia politica annuale della Commissione per il 2007 e nel programma legislativo e di lavoro della Commissione per il 2007. La Commissione ha proposto di semplificare la direttiva cosmetici ricorrendo alla rifusione, una tecnica legislativa che permette di codificare un testo legislativo e i relativi emendamenti nonché di apportarvi sensibili miglioramenti.

2.3

Sulla base del feedback della consultazione pubblica effettuata nel 2006, nonché di vari studi della Commissione, quest'ultima ha predisposto una valutazione d'impatto approfondita prima di elaborare la proposta di regolamento (rifusione) (1).

2.4

Nell'Unione europea il settore dei cosmetici è contraddistinto da una marcata presenza di PMI: il 97 % di tutte le società attive nel settore è costituito da PMI e l'80 % di queste conta meno di 19 dipendenti. Le PMI occupano circa due terzi della manodopera del settore dei cosmetici nell'UE.

2.5

In termini di occupazione, sono circa 150 000 le persone occupate nel settore dei prodotti cosmetici in Europa e dal 1999 il numero dei posti di lavoro creati nel settore non ha cessato di aumentare (+ 1,2 % annuo).

2.6

Il settore dei cosmetici, oltre ad incidere direttamente sull'occupazione, vi contribuisce anche in maniera indiretta, vale a dire con la vendita al dettaglio, la distribuzione e il trasporto. In base alle stime disponibili, il settore crea indirettamente circa 350 000 posti di lavoro.

2.7

Per questo motivo è necessario tenere conto degli interessi e dei punti di vista delle PMI del settore dei cosmetici nell'analisi dell'impatto della proposta in esame.

2.8

Dal 1999 le esportazioni intracomunitarie di prodotti cosmetici hanno registrato un aumento costante, con una media annua del 5 % in termini di volume e del 6,5 % in termini di valore.

2.9

Il settore dei prodotti cosmetici è un'attività economica internazionale in cui l'Europa svolge un ruolo di spicco. La dimensione internazionale del settore riveste un'importanza particolare per l'UE in qualità di esportatore netto. Nel 2005 le esportazioni di prodotti cosmetici al di fuori dell'UE erano pari a 16 miliardi di euro, mentre le importazioni ammontavano a 4,4 miliardi di euro.

2.10

La situazione varia da uno Stato membro all'altro. La Polonia ne è un esempio eloquente: gran parte delle imprese del settore è ancora indipendente, settore che conta oltre 400 imprese, per lo più PMI. Il mercato dei cosmetici in questo paese (in cui si è registrata una crescita dell'8,2 % nel 2006 e del 7,2 % nel 2007, con un buon potenziale di crescita) è un significativo esempio di crescita costante che ormai non si rileva più nelle 5 economie più sviluppate dell'UE (Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna).

3.   Introduzione

La direttiva cosmetici è un atto normativo estremamente dettagliato e prescrittivo. Dal 1976 è stata oggetto di ben 56 emendamenti che hanno provocato incertezze e incoerenze giuridiche, nonché la completa assenza di un elenco di definizioni.

3.1

La proposta di rifusione della direttiva 76/768/CEE del Consiglio persegue i seguenti obiettivi fondamentali:

eliminare le incertezze e le incoerenze giuridiche determinate dall'elevato numero di emendamenti,

evitare divergenze nel recepimento nazionale che non contribuiscono alla sicurezza del prodotto, ma gravano sugli oneri normativi e sui costi amministrativi,

semplificare e unificare talune procedure amministrative, come la notifica, la cosmetovigilance e la cooperazione amministrativa nella sorveglianza del mercato,

garantire che i prodotti cosmetici immessi sul mercato dell'Unione siano sicuri alla luce, in particolare, del carattere innovativo del settore,

mantenere le disposizioni relative alla sperimentazione animale, aggiunte alla direttiva cosmetici dal «settimo emendamento» nel 2003,

introdurre chiari requisiti minimi per la valutazione della sicurezza dei cosmetici,

introdurre la possibilità, in casi eccezionali, di classificare le sostanze CMR 1 e 2 in base al rischio effettivo che presentano.

Vengono qui di seguito elencati i punti fondamentali della proposta di regolamento.

3.2

Nel quadro della proposta della Commissione, il campo di applicazione della direttiva 76/768/CEE e la definizione di «prodotto cosmetico» rimangono invariati. Nel corso della consultazione pubblica effettuata dalla Commissione, la maggior parte degli interessati si è detta a favore della rifusione della direttiva 76/768/EEC sotto forma di regolamento.

3.3

Nel testo si propone una serie di nuove definizioni per termini quali: fabbricante, importatore, messa a disposizione sul mercato, immissione sul mercato, norma armonizzata, tracce, conservanti, coloranti, filtri UV, effetto indesiderabile, effetto indesiderabile grave, ritiro e richiamo. Non viene tuttavia proposta una nuova definizione della nozione stessa di «prodotto cosmetico».

3.4

Si introduce inoltre il concetto di persona responsabile stabilita all'interno della Comunità, nonché la definizione di responsabilità nel caso di prodotti forniti ai consumatori dall'esterno della Comunità, ad esempio attraverso Internet.

3.5

Si introducono i principi del «nuovo approccio»: il riferimento a norme armonizzate nei testi giuridici riguardo alle buone pratiche di fabbricazione, al campionamento, all'analisi e alle dichiarazioni riguardanti i prodotti cosmetici.

3.6

Vengono stabiliti i requisiti minimi per la valutazione della sicurezza dei cosmetici e la documentazione informativa sul prodotto. All'allegato I viene proposta la relazione sulla sicurezza dei prodotti cosmetici. La valutazione della sicurezza di un prodotto cosmetico si fonda sul profilo tossicologico dei suoi ingredienti.

3.7

Invece del più recente regime fondato sul pericolo, il testo propone un regime differenziato basato sulla valutazione del rischio (ma non del pericolo) per le sostanze classificate come cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione («CMR»). In linea di massima, viene mantenuto il divieto delle sostanze CMR 1 e 2. Tuttavia, il nuovo approccio consente l'impiego di tali sostanze, a condizioni estremamente severe, qualora siano state giudicate sicure ai fini dell'impiego nei prodotti cosmetici.

3.8

Nel testo si mantiene la strategia generale che consiste nel vietare la sperimentazione animale per i prodotti cosmetici finiti. La Commissione conserva inoltre il calendario delle scadenze in relazione al divieto di commercializzare prodotti cosmetici i cui ingredienti o combinazioni di ingredienti siano stati testati su animali.

3.9

La proposta di regolamento introduce un approccio uniforme per la gestione degli effetti indesiderabili anche gravi. I dati relativi agli effetti indesiderabili anche gravi devono essere integrati nella relazione sulla sicurezza dei prodotti cosmetici e resi noti al pubblico. Inoltre, gli effetti indesiderabili gravi dovranno essere attivamente notificati alle autorità competenti.

3.10

La Commissione propone di introdurre l'obbligo di notifica semplificata, centralizzata e in forma elettronica grazie alla creazione di uno «sportello unico». Finora, prima dell'immissione di un prodotto cosmetico sul mercato, vigeva l'obbligo di notifica separata in ogni Stato membro. La portata dello scambio di informazioni variava da uno Stato membro all'altro. Inoltre, in diversi Stati membri è attualmente d'obbligo la notifica separata ai centri antiveleno.

3.11

Nel testo vengono rafforzate sia la cooperazione amministrativa tra le autorità competenti che l'applicazione delle buone prassi amministrative.

4.   Osservazioni generali

4.1

Il CESE sottoscrive le finalità e gli obiettivi della proposta di regolamento che consistono nel semplificare e unificare talune procedure amministrative, pur garantendo un elevato grado di sicurezza dei consumatori. Ritiene inoltre che la proposta di regolamento sia decisamente trasparente. Le disposizioni giuridiche previste dal testo chiariscono talune ambiguità giuridiche che in passato avevano provocato interpretazioni e applicazioni divergenti.

4.2

La rifusione della direttiva 76/768/CEE sotto forma di regolamento assicurerà l'applicazione uniforme delle disposizioni giuridiche, rafforzando la libertà di circolazione dei prodotti nel mercato unico nonché la semplificazione delle procedure amministrative nei mercati dell'UE.

4.3

Mentre la semplificazione delle procedure amministrative potrebbe, da un lato, ridurre alcuni costi (ad esempio quelli relativi alla notifica dei prodotti e alla notifica ai centri antiveleno), dall'altro è probabile che le PMI debbano sostenere spese notevoli per soddisfare i nuovi requisiti relativi al contenuto della documentazione informativa sui prodotti e rispettare le norme armonizzate EN ISO 22716 (BPF). Va ricordato che, in base alle disposizioni giuridiche attuali, non è necessario fornire dati tossicologici dettagliati quanto quelli previsti dalla proposta di regolamento all'esame.

4.4

È estremamente probabile che i costi supplementari determinati dai requisiti previsti dal regolamento dipendano fortemente dalle dimensioni dell'impresa. Saranno soprattutto le PMI a doversi sobbarcare i costi relativi alla preparazione della documentazione informativa e alla valutazione della sicurezza dei prodotti, mentre in passato, in virtù delle disposizioni giuridiche esistenti, esse erano tenute a fornire solo delle informazioni di base.

Per quanto riguarda le grandi imprese multinazionali, esse non dovrebbero risentire di un sensibile aumento dei costi dal momento che possono fare ricorso alla loro pluriennale esperienza, alle loro competenze, alle risorse umane, al supporto tecnico e alle conoscenze di altri organismi. Nel caso delle grandi imprese che fabbricano prodotti in diversi mercati dell'UE, la procedura di notifica centralizzata sul piano europeo semplificherà indubbiamente le precedenti procedure amministrative, riducendo anche in parte i costi per tale notifica. Inoltre, le imprese multinazionali utilizzano già dei regimi di notifica per le formulazioni quadro (formule).

4.5

Quanto alle PMI, è probabile che debbano confrontarsi con un sensibile aumento delle spese derivanti dall'osservanza di procedimenti corretti di fabbricazione, dalla valutazione della sicurezza dei prodotti e dalla preparazione della documentazione informativa, nonché da tutti i test pertinenti.

I costi sostenuti dalle PMI per una nuova formula immessa sul mercato potrebbero addirittura aumentare del 100 % solo a causa delle spese per la ricerca, la documentazione informativa e la valutazione della sicurezza. Questa situazione determinerà un sensibile aumento dei costi di produzione per le PMI, andando a incidere sul prezzo al dettaglio dei prodotti e, di conseguenza, sugli interessi dei consumatori.

Occorre tenere presente che il volume di produzione delle serie di prodotti fabbricati dalle PMI è nettamente inferiore a quello delle grandi multinazionali, che vendono grandi quantitativi di prodotti. Di conseguenza, i costi per la ricerca, la documentazione e la valutazione della sicurezza per un solo prodotto sono molto più elevati per le PMI.

La valutazione d'impatto predisposta dalla Commissione potrebbe pertanto essere inadeguata nel caso di Stati membri come la Spagna, l'Italia, la Polonia e la Bulgaria, che presentano un numero elevato di PMI.

4.6

Appare opportuno minimizzare le conseguenze finanziarie negative della rifusione per le PMI specificando, ad esempio, che la documentazione informativa e la valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici vanno predisposte in linea con i nuovi requisiti per i prodotti immessi sul mercato per la prima volta. Riguardo ai prodotti già commercializzati, sembrerebbe necessario estendere il periodo di transizione per permettere l'aggiornamento della documentazione informativa e della valutazione della sicurezza.

4.6.1

Il CESE approva il periodo di 36 mesi previsto per l'entrata in vigore del regolamento. Tuttavia, per quanto riguarda l'aggiornamento della documentazione informativa e la valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici già commercializzati, raccomanda un ulteriore periodo transitorio di 24 mesi dall'entrata in vigore del regolamento.

4.7

Il CESE accoglie con favore l'introduzione di una serie di definizioni. Queste permetteranno di interpretare più agevolmente le disposizioni del regolamento e di eliminare le incertezze e le incoerenze giuridiche. Non viene tuttavia proposta una nuova definizione della nozione di «prodotto cosmetico». Il settore dei cosmetici è estremamente innovativo e ogni anno vengono commercializzati prodotti con nuove sostanze attive e nuove categorie di prodotti. Ciò può creare dei problemi sul piano della denominazione dei prodotti (cosmetici, prodotti farmaceutici, ecc.) e dei prodotti borderline. Occorre pertanto lanciare campagne di educazione e informazione, nonché rafforzare la sorveglianza del mercato in questo settore.

4.8

Il CESE accoglie con favore l'introduzione del concetto di persona responsabile. La designazione di una persona responsabile (che potrebbe essere un imprenditore diverso dal produttore) è utile e coerente con le attuali pratiche di mercato come l'esternalizzazione e il marchio proprio. Le disposizioni relative alla persona responsabile definiscono inoltre la responsabilità nel caso di prodotti messi a disposizione sul mercato dall'esterno della Comunità, ad esempio attraverso Internet.

4.9

Il CESE ritiene inoltre necessario definire altri concetti in modo da garantire la sicurezza e la certezza giuridica, in particolar modo in quanto si tratta di uno strumento come il regolamento. È il caso soprattutto delle nozioni di «fragranza» e «ingrediente attivo».

4.10

Il CESE accoglie con soddisfazione l'introduzione della notifica elettronica dei cosmetici e della formulazione quadro ai centri antiveleno. Questo provvedimento contribuirà indubbiamente a unificare le procedure amministrative nei mercati dell'UE.

4.11

Il CESE approva l'introduzione di principi del nuovo approccio nelle disposizioni giuridiche relative ai prodotti cosmetici. L'adozione di norme armonizzate, che i produttori e le autorità competenti possono applicare su base volontaria, permette di unificare i metodi applicati. Queste norme costituiscono un valido esempio di uno strumento di autoregolamentazione che il settore dei prodotti cosmetici non solo reputa utile, ma che è anche disposto a utilizzare. Tuttavia il CESE nutre riserve circa l'applicazione acritica dei principi del nuovo approccio e reputa che le questioni legate alla salute e alla sicurezza dei consumatori debbano essere disciplinate dalle disposizioni regolamentari pertinenti.

4.12

Il CESE accoglie con favore il riferimento a norme armonizzate riguardo alle dichiarazioni relative al prodotto. Tali norme dovrebbero, tuttavia, applicarsi ai metodi di valutazione dell'efficacia usati per dimostrare la validità delle dichiarazioni, non alle dichiarazioni medesime. Gli effetti dichiarati potrebbero essere misurati ricorrendo a metodi affidabili e riproducibili. Inoltre, le norme armonizzate dovrebbero tenere conto dei progressi scientifici e tecnologici compiuti e dell'ampiezza della materia.

4.13

Il CESE accoglie con soddisfazione l'introduzione di un regime differenziato basato sulla valutazione del rischio per le sostanze classificate come cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione («CMR») ai sensi della direttiva 67/548/CEE (articolo 12, paragrafo 2). Il divieto di tali sostanze dovrebbe essere mantenuto. Tuttavia, il regime attuale si fonda sul pericolo (vale a dire sulle proprietà intrinseche della sostanza) senza tenere conto della dose e della via dell'esposizione. Ciò potrebbe portare al divieto automatico dell'etanolo (alcol) se classificato nelle categorie CMR 1 e 2, benché sia sicuro ai fini dell'impiego nei prodotti cosmetici. La proposta di regolamento stabilisce che le sostanze classificate come CMR 1 o 2 possono essere impiegate nella composizione di prodotti cosmetici solo a patto di soddisfare tre condizioni contemporaneamente (articolo 12, paragrafo 2). Tuttavia, in base a una di queste condizioni, la sostanza deve poter essere impiegata legalmente nei prodotti alimentari. Una sostanza classificata nella categoria 1 o 2, il cui impiego nei cosmetici sia considerato sicuro, potrebbe tuttavia non essere permessa negli alimenti (ad esempio formaldeide, acido borico, ecc.). La proposta di regolamento esclude qualsiasi impiego di tali sostanze nel settore dei prodotti cosmetici.

4.14

Il CESE prende atto della necessità di stabilire un periodo di transizione per procedere all'aggiornamento della documentazione informativa e della valutazione della sicurezza dei prodotti già commercializzati (articolo 34). La proposta non specifica se il periodo di transizione debba applicarsi solamente ai prodotti che vengono immessi o anche ai prodotti già presenti sul mercato. Stabilire lo stesso periodo di transizione (36 mesi) per tutti i prodotti — compresi quelli già presenti sul mercato — potrebbe determinare il ritiro di prodotti legalmente immessi sul mercato, in quanto la loro etichetta o la loro documentazione informativa non risultano aggiornate. Il Comitato approva il periodo di 36 mesi previsto per l'entrata in vigore del regolamento. Tuttavia, per quanto riguarda l'aggiornamento della documentazione informativa e la valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici già commercializzati, raccomanda un ulteriore periodo transitorio di 24 mesi dall'entrata in vigore del regolamento.

Nel documento SEC(2008) 117, che presenta la valutazione d'impatto, la Commissione europea sostiene che tutte le statistiche disponibili dimostrano che il numero di effetti indesiderabili dei cosmetici è molto basso. Inoltre, dall'entrata in vigore della direttiva cosmetici, il settore non ha registrato alcuna crisi importante sul piano della sicurezza, contrariamente, ad esempio, al settore dei mangimi.

5.   Osservazioni specifiche

5.1

Il CESE si rende conto del fatto che alcune delle disposizioni previste dalla proposta della Commissione potrebbero essere difficili da rispettare. Le più delicate riguardano la portata dei dati richiesti per la documentazione informativa sui prodotti e la valutazione della sicurezza (articolo 7 e allegato I).

5.2

La valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici, di cui all'articolo 7, deve essere effettuata da un terzo indipendente, vale a dire estraneo alla stessa impresa.

5.3

All'articolo 7, paragrafo 3, la formulazione «studi non clinici sulla sicurezza» non risulta chiara. In base alle informazioni disponibili, l'espressione viene interpretata in maniera diversa dai vari Stati membri. Secondo l'interpretazione data in Polonia dalle autorità nazionali competenti, i test clinici riguardano i medicinali. Le ricerche eseguite con la partecipazione di volontari ai fini della valutazione di cosmetici (test dermatologici, di compatibilità e test strumentali) non possono quindi essere considerate dei test clinici. Tuttavia, tali ricerche non potrebbero nemmeno essere considerate studi non clinici ai sensi dell'articolo 7, paragrafo 3 della proposta di regolamento poiché, conformemente alla direttiva 2004/10/CE, le disposizioni in materia di buone pratiche di laboratorio non sono applicabili ai test che prevedono la partecipazione di esseri umani.

5.4

Inoltre, il testo prevede che tutte le analisi e le prove tossicologiche necessarie alla valutazione della sicurezza siano realizzate conformemente al principio delle buone pratiche di laboratorio. Questo requisito rende impossibile l'impiego di gran parte dei dati, disponibili nelle banche dati e nelle pubblicazioni scientifiche, che costituiscono una fonte preziosa di informazioni. Perfino nelle pubblicazioni scientifiche più recenti è estremamente difficile trovare dichiarazioni di conformità (o di non conformità) alle buone pratiche di laboratorio da parte degli istituti che effettuano le prove tossicologiche.

5.5

In assenza di una metodologia disponibile e riconosciuta comunemente, come una norma europea o internazionale o una pubblicazione scientifica, può essere molto difficile rispettare le disposizioni previste dagli articoli 2 e 4 dell'allegato I in materia di valutazione della purezza e della stabilità del materiale d'imballaggio, di valutazione delle interazioni tra componenti di un prodotto, di valutazione dell'influenza della stabilità del prodotto sulla sua sicurezza e di durata di conservazione minima dalla data di apertura. Si tratta pertanto di dati non disponibili in tempi brevi.

5.5.1

Il CESE accoglie con soddisfazione il contenuto dell'allegato I (relazione sulla sicurezza dei prodotti cosmetici) riguardo ai requisiti minimi per i dati e test da realizzare durante la preparazione della documentazione informativa su un prodotto. Oltre a migliorare la qualità della documentazione e a facilitare la sorveglianza del mercato, questo contribuirà alla sicurezza dei consumatori.

5.6

Per molte sostanze, il valore NOAEL (No Observed Adverse Effect Level — dose senza effetto nocivo osservata) che è necessario per calcolare il margine di sicurezza, non è disponibile. Per determinare questo valore obbligatorio sarà necessario procedere alla sperimentazione animale, che è in contrasto con la politica comunitaria intesa a promuovere i metodi alternativi di sperimentazione. Ciò contrasta inoltre con le disposizioni dell'articolo 14 (Sperimentazione animale).

5.6.1

Sarebbe quindi utile precisare chiaramente nelle nuove disposizioni a quali test i produttori dovrebbero sottoporre le sostanze utilizzate nei prodotti cosmetici, al fine di individuare i potenziali pericoli per il consumatore.

5.7

Il CESE giudica inaccettabile che l'elenco degli ingredienti possa figurare solo sull'imballaggio (articolo 15, lettera g)); ritiene invece che esso debba, se possibile, essere apposto sul prodotto stesso (recipiente).

5.8

Il CESE ritiene che i prodotti cosmetici debbano contenere speciali avvertenze relative all'uso da parte dei bambini, specificando in modo chiaro e ben visibile l'età minima di utilizzazione o precisando se i prodotti stessi debbano essere tenuti fuori della portata dei bambini.

5.9

A giudizio del CESE, inoltre, il regolamento dovrebbe stabilire chiaramente che, nel caso di vendita a distanza dei prodotti cosmetici, lo stesso tipo di informazioni presenti sulle etichette e sugli imballaggi dei prodotti venduti nei negozi deve figurare in maniera visibile nelle offerte di vendita a distanza.

5.10

Il CESE approva il rafforzamento della cooperazione amministrativa tra le autorità competenti, nonché l'applicazione delle buone prassi amministrative.

5.11

Il CESE è favorevole a rettificare i precedenti allegati che riportano gli elenchi delle sostanze vietate e autorizzate con restrizioni nei prodotti cosmetici, inserendovi il numero CAS (Chemical Abstract Service) e EINECS (European Inventory of Existing Commercial chemical Substances — Inventario europeo delle sostanze chimiche esistenti a carattere commerciale) e i nomi chimici INCI (Nomenclatura internazionale degli ingredienti di prodotti cosmetici), nonché ad elaborare un inventario degli ingredienti utilizzati nei cosmetici in forma elettronica.

5.12

Il CESE ritiene opportuno il ritiro del precedente allegato I della direttiva 76/768/CEE. La suddivisione in categorie presente nel precedente elenco, oltre ad essere arbitraria, conteneva diverse ripetizioni. Vi si poteva, ad esempio, trovare «cipria per il trucco» e «prodotti per il trucco e lo strucco». Inoltre, tale lista è già obsoleta, perché attualmente sul mercato esistono nuove categorie di prodotti, come ad esempio cerotti adesivi anticellulite e salviettine struccanti impregnate di sostanze attive.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  COM(2008) 49 def. — 2008/0025 (COD).


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/39


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica le direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE per quanto concerne le variazioni dei termini delle autorizzazioni all'immissione in commercio dei medicinali

COM(2008) 123 def. — 2008/0045 (COD)

(2009/C 27/08)

Il Consiglio dell'Unione europea, in data 3 aprile 2008, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 95 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica le direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE per quanto concerne le variazioni dei termini delle autorizzazioni all'immissione in commercio dei medicinali.

La sezione specializzata Mercato unico, produzione e consumo, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 11 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore CEDRONE.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 127 voti favorevoli e 7 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Il CESE approva la proposta di direttiva COM(2008) 123 def. che modifica le direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE, riconoscendo che tali modifiche garantiscono l'armonizzazione delle norme per tutti i medicinali indipendentemente dalla procedura utilizzata per il rilascio dell'autorizzazione alla loro messa sul mercato.

1.2

L'applicazione dei medesimi criteri per tutti i medicinali consente di garantire, oltre agli stessi criteri di qualità, sicurezza ed efficacia, il mantenimento di un elevato livello di protezione della salute pubblica, un funzionamento più efficace del mercato interno ed elimina per le imprese un inutile aggravio amministrativo e finanziario.

1.3

Il CESE ha sempre sostenuto e sostiene gli sforzi della Commissione intesi ad aumentare la sicurezza dei medicinali, un fattore ed un elemento di fondamentale importanza per la tutela della salute delle persone e degli animali.

1.4

Il CESE concorda quindi di conferire alla Commissione il potere di estendere il regolamento (CE) n. 1084/2003 alle variazioni che intercorrono dopo l'autorizzazione rilasciata, indipendentemente dalla procedura utilizzata, evitando possibili ostacoli alla libera circolazione dei medicinali, fermo restando l'importanza del provvedimento futuro che la Commissione dovrà assumere.

1.5

Il CESE conferma con forza, anche in questa occasione, la sua convinzione che bisogna procedere più speditamente verso la realizzazione del mercato unico anche in quei settori dove ciò non è ancora avvenuto o è avvenuto solo parzialmente.

2.   Contesto

2.1

La CE ha presentato nel novembre del 2001 una vasta riforma di regolamentazione in materia di medicinali attraverso l'emanazione di due disposizioni specifiche: la direttiva 2001/82/CE recante un codice comunitario relativo ai medicinali veterinari e la direttiva 2001/83/CE recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano (1).

2.2

Tale legislazione ha costituito la continuazione di una profonda riforma attuata nel 1993 con la creazione di un'Agenzia europea per i medicinali (EMEA) secondo quanto previsto dal regolamento (CEE) n. 2309/93 e con la messa in atto di nuove procedure di autorizzazioni per la messa in commercio delle specialità farmaceutiche (2).

2.3

Questo regolamento, secondo il principio della libera circolazione delle merci, prevedeva dal 1o gennaio 1995 due procedure di autorizzazione alla commercializzazione di tutti i medicinali:

a)

una procedura di autorizzazione «centralizzata» valida in tutto il territorio comunitario rilasciata dall'EMEA, obbligatoria per quanto attiene ai medicinali della biotecnologia e facoltativa per i farmaci di nuova formulazione;

b)

il mantenimento di una procedura nazionale, denominata «decentrata», che consentiva una autorizzazione concessa da un'autorità a livello nazionale. Questa procedura consente inoltre di ricorrere a norme specifiche di «mutuo riconoscimento» per la possibile messa sul mercato in altri paesi della comunità dei medicinali autorizzati in un singolo Stato membro.

2.4

Queste procedure di autorizzazione alla messa sul mercato avevano lo scopo di garantire una corretta valutazione del rapporto «rischi-benefici», di definire criteri elevati di qualità, sicurezza ed efficacia, con il preciso obiettivo di garantire la salute dei cittadini europei e degli animali.

2.5

Il rafforzamento di tali garanzie imprescindibili è presente nelle direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE che prevedono precise disposizioni relative alla farmacovigilanza per ottenere un alto livello di protezione della salute pubblica con l'aumento della frequenza dei controlli e una più accentuata e puntuale messa a punto dei criteri di notifica degli effetti non desiderati.

2.6

La Commissione, nel corso di verifiche periodiche sul funzionamento del sistema delle autorizzazioni per i prodotti farmaceutici, ha rilevato problemi relativi alle modifiche che possono intervenire nelle fasi successive alla concessione delle autorizzazioni prodotte a livello nazionale, che rappresentano oltre l'80 % del totale delle autorizzazioni di medicinali.

2.7

Queste modifiche successive alla autorizzazione nazionale fanno riferimento ai regolamenti (CE) n. 1084/2003 e (CE) n. 1085/2003 che però intervengono esclusivamente su aspetti quali il processo di produzione, l'imballaggio dei farmaci, la titolarità dei proprietari, ma non affrontano aspetti fondamentali quali, per esempio, l'introduzione di nuove indicazioni terapeutiche o le variazioni del metodo di somministrazione.

2.8

Ne deriva che le procedure applicate successivamente alla autorizzazione risultano in alcuni casi differenti nei singoli Stati membri, il che porta a ottenere normative e classificazioni diverse per lo stesso prodotto. Ciò può comportare un livello di tutela della salute non omogeneo conseguente a una diversa classificazione terapeutica o a un uso diverso della stessa specialità, oltre a precostituire un ostacolo, a volte artificioso, alla prevista libera circolazione dei medicinali nell'UE.

3.   La proposta della Commissione

3.1

Per evitare il verificarsi di condizioni diverse per lo stesso farmaco la Commissione ha deciso di proporre un intervento di modifica delle direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE attraverso la richiesta di applicazione del regolamento (CE) n. 1084/2003, attualmente in vigore solo per i farmaci della procedura centralizzata, estendendo lo stesso a tutti i medicinali indipendentemente dalla procedura con la quale i medicinali siano stati autorizzati.

3.2

La proposta in esame rientra nelle iniziative di semplificazione previste dall'allegato 2 del programma legislativo e di lavoro della Commissione per il 2008 e prevede un esclusivo intervento legislativo di adeguamento di alcuni articoli delle direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE a quanto previsto dal regolamento (CE) n. 1084/2003 che diviene così valido per tutti i medicinali.

3.3

La continuazione della situazione attuale costituirebbe un inutile aggravio amministrativo e finanziario per le imprese che intendano procedere alla commercializzazione in più paesi della Comunità. Esse vengono a trovarsi di fronte a normative diverse nei singoli paesi con l'esigenza di pratiche amministrative differenti, il che può inoltre costituire nei fatti un ostacolo artificioso al principio della libera circolazione.

3.4

La proposta è esclusivamente di carattere giuridico e prevede la modifica della base giuridica del regolamento (CE) n. 1084/2003 in modo da conferire alla Commissione il potere di modifica del campo di applicazione del regolamento medesimo, garantendo un'effettiva armonizzazione delle norme di autorizzazione.

3.5

La Commissione sottolinea come tale intervento legislativo di modifica sia stato sottoposto ad ampia consultazione fra tutte le parti interessate e la strada della modifica giuridica, scelta fra diverse opzioni, è risultata la strada più adatta per raggiungere norme armonizzate nella fase successiva alla messa in commercio coerentemente con un livello elevato di salute pubblica e di coerenza giuridica.

3.6

Le modifiche proposte a una serie di articoli si basano sull'articolo 95 del Trattato CE che prevede il ricorso alla procedura di codecisione e che risulta coerente col principio di sussidiarietà e con il principio di proporzionalità.

4.   Osservazioni generali

4.1

Il CESE approva la proposta di modifica delle direttive 2001/82/CE e 2001/83/CE riconoscendo che tali modifiche, garantendo l'armonizzazione delle norme di autorizzazione per tutti i medicinali, consentono il mantenimento di un elevato livello di protezione della salute pubblica e un funzionamento più efficace del mercato interno eliminando per le imprese un inutile aggravio amministrativo e finanziario.

4.2

Come già in precedenti pareri in materia, il CESE sostiene, e anzi sollecita, tutti gli sforzi della Commissione intesi ad aumentare la sicurezza dei medicinali, fattore che costituisce un elemento di fondamentale importanza per la tutela della salute dell'uomo e degli animali.

4.3

Esso concorda quindi di raggiungere attraverso la semplice modifica legislativa la strada dell'armonizzazione delle norme per tutti i medicinali, anche se autorizzati con procedure diverse, eliminando contemporaneamente ulteriori possibili ostacoli per la loro libera circolazione.

4.4

Il CESE, nel dare il proprio parere positivo alla modifica della base giuridica, resta in attesa della proposta legislativa in itinere ritenuta più significativa per il futuro del settore farmaceutico.

Bruxelles 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  GU L 311 del 28.11.2001.

(2)  GU L 214 del 24.8.1993.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/41


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai recipienti semplici a pressione (versione codificata)

COM(2008) 202 def. — 2008/0076 (COD)

(2009/C 27/09)

Il Consiglio, in data 26 maggio 2008, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 95 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Proposta di direttiva CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai recipienti semplici a pressione (versione codificata).

Avendo concluso che il contenuto della proposta è pienamente soddisfacente e non richiede commenti da parte sua, il Comitato, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha deciso di esprimere parere favorevole al testo proposto con 142 voti favorevoli e 6 astensioni.

 

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/41


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Verso una rete ferroviaria a priorità merci

COM(2007) 608 def.

(2009/C 27/10)

La Commissione, in data 18 ottobre 2007, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 262 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo sul tema:

Verso una rete ferroviaria a priorità merci.

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 5 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore BUFFETAUT.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 10 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 111 voti favorevoli e 1 astensione.

1.   Conclusioni

1.1

Il CESE condivide l'analisi della Commissione circa la situazione del trasporto ferroviario di merci nell'Unione europea e ritiene che le proposte della Commissione, pur andando nella giusta direzione, non siano abbastanza ambiziose rispetto alle sfide da affrontare.

1.2

Il Comitato è del parere che per migliorare la situazione occorrano:

un'offerta di servizi logistici e non una semplice prestazione di trasporto,

la riduzione dei costi per poter praticare prezzi maggiormente competitivi,

servizi più affidabili,

tempi di percorrenza «porta a porta» ragionevolmente brevi,

un'offerta flessibile e la capacità di reagire in caso di perturbazioni.

1.3   Un servizio logistico degno di questo nome

Essenzialmente, l'obiettivo è semplificare per i clienti quegli aspetti che, per loro natura, risultano complessi in ambito ferroviario. Questo presuppone una vera e propria attenzione al cliente, un'informazione chiara e affidabile, una maggiore offerta di vagoni privati, e infine prestazioni «porta a porta» che comprendano il carico e lo scarico delle merci.

1.4   La riduzione dei costi

1.4.1

Per raggiungere questo obiettivo, è opportuno continuare a puntare sull'interoperabilità e sull'armonizzazione tecnica in Europa. In passato ciascuna rete si è data le proprie regole e ha creato i propri sistemi di regolamentazione e di sicurezza. Ora è necessario ottenere una graduale convergenza dei vari sistemi e stabilire come obiettivo prioritario la realizzazione quanto più rapida possibile dell'ERTMS (European Rail Traffic Management System: Sistema europeo di gestione del traffico ferroviario).

1.4.2

Tramite congrui investimenti, realizzati ogni qual volta la situazione lo consente, sarebbe necessario modificare progressivamente le caratteristiche dell'infrastruttura ferroviaria in materia di profilo e lunghezza dei treni, rampe, pendenze e carico per asse, allo scopo di adeguarle alle esigenze del trasporto merci, come avviene, ad esempio, negli Stati Uniti.

1.4.3

Un vero e proprio incremento della concorrenza e una maggiore apertura del mercato obbligherebbero a garantire più efficacia e produttività. Questo aspetto si collega al problema della formazione del personale viaggiante. In effetti, i nuovi operatori che accedono al mercato possono dover far fronte ad una penuria di manodopera qualificata. È dunque opportuno predisporre programmi di formazione adeguati, in grado di rispondere a tale richiesta e di permettere la creazione di nuovi impieghi altamente qualificati.

1.4.4

Occorre rivedere l'imputazione dei costi operata dai gestori delle infrastrutture tra i diversi operatori. Al fine di garantire le condizioni per una concorrenza veramente libera e non falsata, sarebbe altresì opportuno imputare meglio i costi esterni ai vari modi di trasporto concorrenti.

1.4.5

Iniziative quali la linea della Betuwe, il progetto New Opera o Ferrmed andrebbero analizzate e sostenute in modo da trarne elementi utili per un inventario delle varie esperienze e buone pratiche.

1.5   Servizi più affidabili

1.5.1

È opportuno definire regole contrattuali vincolanti per il risarcimento del cliente in caso di cattiva prestazione dei servizi. Questo rappresenterebbe un incentivo a migliorare la qualità dei servizi stessi.

1.5.2

È necessario adoperarsi per migliorare la qualità e l'affidabilità dei singoli elementi che contribuiscono alla fornitura di un servizio, che si tratti di materiale viaggiante, segnaletica, strade ferrate o sistemi d'informazione.

1.5.3

Per assicurare la massima affidabilità del servizio è inoltre necessario assegnare buone tracce al trasporto merci e definire regole che in caso di conflitto di circolazione su tali tracce diano la priorità al trasporto merci, fermo restando, beninteso, il rispetto degli interessi di tutti gli utenti. Si potrebbe in particolare prevedere la possibilità di intervenire sui periodi e sugli orari di circolazione.

1.6   Tempi di percorrenza «porta a porta» ragionevolmente brevi

1.6.1

Una delle critiche generalmente rivolte al trasporto ferroviario di merci concerne la lunghezza dei percorsi e la lentezza del servizio. Per rimediare a questo problema sarebbe opportuno che gli siano assegnate tracce con poche fermate (o addirittura nessuna), concepite in modo da ridurre al minimo le probabilità di un conflitto di circolazione con altri treni. Circa la gestione operativa, occorrerebbe inoltre assicurare che, in caso di un tale conflitto, il trasporto merci abbia per quanto possibile la precedenza. È altresì necessario promuovere l'uso dei treni notturni ad alta velocità per il trasporto di merci.

1.6.2

Il CESE sottolinea anche la necessità di realizzare investimenti per adeguare le infrastrutture ad un aumento della velocità, tenendo tuttavia conto del fatto che su una determinata strada ferrata una maggiore rapidità implica un minor carico autorizzato per asse. Se da un lato è vero che bisogna rimediare all'attuale lentezza del trasporto ferroviario di merci, dall'altro l'essenziale è assicurare la velocità regolare dei vagoni. È meglio tenere una velocità moderata ma costante piuttosto che obbligare i macchinisti a fermate e partenze che finiscono per provocare un accumulo dei ritardi.

1.7   Introduzione della flessibilità

1.7.1

I principi e le modalità tradizionali di gestione del traffico, che danno sistematicamente la precedenza ai treni passeggeri, producono senza volerlo un effetto ben concreto: un treno merci che parta con un leggero ritardo (ad esempio una decina di minuti) finisce quasi sempre per registrare un notevole ritardo all'arrivo (diverse ore o addirittura un'intera giornata).

1.7.2

A medio/lungo termine lo sviluppo tecnologico permetterà di rendere più scorrevole la circolazione dei treni merci in tempo reale, senza avere come unico riferimento una traccia teorica prestabilita. Il concetto di «blocco mobile», integrato nella terza e ultima fase dell'ERTMS, permetterebbe di far transitare più treni sulla stessa infrastruttura e di reagire meglio in caso di perturbazioni. È dunque necessario che tutti gli Stati membri investano nel sistema ERTMS, al fine di conseguire quanto prima l'interoperabilità e la continuità nel funzionamento delle diverse reti nazionali.

1.7.3

Rimangono ad ogni modo necessari investimenti nelle capacità infrastrutturali sia per ovviare alle strozzature, sia nelle piattaforme di carico/scarico che consentono l'interoperabilità dei sistemi di trasporto.

1.7.4

Il problema delle stazioni di smistamento e di carico e scarico è importante ma è anche strettamente collegato alla questione delle reti secondarie diffuse sul territorio. In effetti, per essere veramente competitivo, il trasporto ferroviario di merci deve consentire che le merci siano condotte il più vicino possibile ai clienti.

1.8   Una rete destinata alle merci

1.8.1

Anche se oggi come oggi è poco realistico raccomandare la creazione di una rete transeuropea per le sole merci, resta il fatto che una rete specifica sarebbe il modo migliore per promuovere il trasporto ferroviario di merci, rendendolo più affidabile e puntuale, meno costoso e più rapido. L'opzione dei corridoi a priorità merci ha il merito di essere realistica nella situazione attuale, ma in assenza di grandi reti transcontinentali destinate alle merci si può prevedere d'introdurre nei corridoi a priorità merci un numero crescente di tronconi di linee ferroviarie appositamente pensate per le merci al fine di collegare alcuni centri economici particolarmente attivi. Lo dimostra il successo della linea della Betuwe che unisce il porto di Rotterdam alla Germania. Tutti gli Stati membri devono partecipare attivamente all'attuazione delle politiche e all'applicazione delle regolamentazioni che consentono di accrescere la competitività delle ferrovie.

2.   Il punto della situazione

2.1   Un dato di fatto allarmante

2.1.1

Fra il 1995 e il 2005 il trasporto merci ha conosciuto una crescita annua pari al 2,8 %. Tuttavia, la quota di mercato del trasporto merci per ferrovia ha continuato a calare per stabilizzarsi attorno al 10 % a partire dal 2005, toccando così il minimo storico dal 1945.

2.1.2

Secondo la Commissione, questo bilancio negativo è imputabile ai seguenti fattori: inaffidabilità, insufficienza delle capacità disponibili, cattiva gestione dell'informazione, scarsa rapidità e poca flessibilità. Malgrado questi difetti, nuove opportunità sembrano però profilarsi nel contesto economico attuale, caratterizzato dalla crescita degli scambi commerciali, dalla congestione stradale, dal rincaro dei carburanti e dalle crescenti preoccupazioni in materia di protezione dell'ambiente.

2.1.3

In passato la Comunità ha cercato di rilanciare il trasporto per ferrovia sulla base di tre approcci politici:

la liberalizzazione del mercato del trasporto merci per ferrovia, accompagnata dalla ristrutturazione delle imprese «storiche»,

lo sviluppo dell'interoperabilità tecnica e di norme di sicurezza comuni,

il preciso inquadramento della rete ferroviaria nell'ambito generale della rete transeuropea di trasporto.

2.1.4

È necessario prendere atto che i risultati ottenuti sono inferiori alle attese, soprattutto per quanto concerne il trasporto transnazionale.

2.2   Una politica comune dei trasporti in costante evoluzione

2.2.1

Il Libro bianco sulla politica europea dei trasporti fino al 2010 perseguiva l'obiettivo di un trasferimento modale dalla strada alla ferrovia e prevedeva, già all'epoca, la creazione di «corridoi multimodali dedicati in via prioritaria alle merci». Com'è noto, nel 2006, al momento del riesame del Libro bianco, per dar prova di realismo si è leggermente ridimensionata l'ambizione di trasferire una quota di trasporti dalla strada alla ferrovia, sviluppando il concetto della «comodalità» senza però trascurare la necessità di costituire una rete ferroviaria con priorità per il traffico merci.

2.2.2

Questa è l'idea che la Commissione riprende nella comunicazione in esame sviluppandola nel triplice obiettivo che consiste nel migliorare i tempi di percorrenza, l'affidabilità e la capacità in una rete di trasporti basata sulle reti transeuropee esistenti.

3.   Le proposte della Commissione

3.1

La Commissione ripercorre le iniziative avviate in passato per incoraggiare, migliorare o favorire il trasporto di merci per ferrovia: lo sviluppo dell'interoperabilità e dell'informazione (Europtirails), la costruzione d'infrastrutture TEN-T (linea della Betuwe), la creazione di strutture di corridoio, iniziative che si sono tuttavia rivelate insufficienti.

3.2

Pro forma la Commissione prende in considerazione tre opzioni: lo status quo, l'attuazione di una serie di nuove misure per realizzare una rete ferroviaria prioritariamente destinata al trasporto merci e l'avvio di un programma specifico per creare una rete ferroviaria europea ad hoc per il traffico merci.

3.3

Fedele ai principi della filosofia classica, la Commissione è del parere che in medio stat virtus (la virtù sta nel giusto mezzo), e dunque respinge la prima opzione in quanto non abbastanza ambiziosa e la terza perché troppo poco realistica.

3.4   Le azioni proposte

3.4.1

Per realizzare una rete europea prioritariamente destinata al traffico merci la Commissione intende sviluppare una serie di corridoi transnazionali. Si tratta di definire corridoi dotati di un'infrastruttura adeguata e di realizzare al tempo stesso un sistema efficace in termini di gestione e di esercizio. È un progetto che potrà essere realizzato solo con l'adesione degli Stati membri e dei gestori delle infrastrutture.

3.4.2

A questo scopo la Commissione intende prendere una serie di misure legislative nel quadro della rifusione del primo pacchetto ferroviario prevista per il 2008, definire un certo numero di incentivi e assegnare finanziamenti attingendo alle dotazioni disponibili.

3.4.3

La Commissione propone pertanto di mettere a punto una definizione giuridica delle strutture di corridoio a priorità merci, d'incoraggiare gli Stati membri e i gestori delle infrastrutture a istituire corridoi transnazionali prioritariamente destinati al traffico merci e di cercare le possibili fonti di finanziamento per dette strutture nell'ambito delle risorse esistenti.

3.4.4

Tra le critiche mosse al trasporto di merci per ferrovia figurano la qualità scadente del servizio e la scarsità delle informazioni ai clienti. Per tale motivo la Commissione auspica la definizione di una vera e propria politica della qualità e della trasparenza e propone di adottare una misura legislativa riguardante la pubblicazione d'indicatori di qualità. La Commissione intende inoltre pubblicare una relazione sulle misure adottate dagli operatori ferroviari per migliorare la qualità del servizio.

3.4.5

Alcune sezioni della rete sono sature, soprattutto in determinate zone centrali dell'Unione europea. Questo fenomeno rischia di aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni. Sono dunque necessari investimenti per migliorare le capacità ricettive dell'infrastruttura in termini di lunghezza dei treni, profilo, carico per asse e velocità massima, investimenti che devono essere adeguatamente mirati e coordinati. La Commissione raccomanda pertanto ai gestori dei corridoi di mettere a punto dei programmi d'investimento e di valutare le possibili fonti di finanziamento nell'ambito dei programmi esistenti.

3.4.6

La questione della fluidità del traffico e dell'efficienza del trasporto ferroviario di merci fa emergere un secondo problema: quello dall'assegnazione di apposite tracce. Attualmente vi provvedono i singoli gestori dell'infrastruttura secondo regole che variano da uno Stato membro all'altro. È opportuno che tali regole vengano armonizzate in modo da disporre di tracce efficienti e affidabili.

3.4.7

A tal fine la Commissione intende proporre disposizioni legislative sull'assegnazione internazionale delle tracce e sulla priorità assegnata al trasporto merci, soprattutto in caso di perturbazioni sulla rete.

3.4.8

Un sistema di trasporto merci ha però anche bisogno di terminali e di stazioni di smistamento. Negli anni passati, tuttavia, sotto la spinta del mercato immobiliare, si è avuta la tendenza a ridurre il numero dei terminali e delle stazioni di smistamento nelle zone urbane.

3.4.9

Le proposte della Commissione evidenziano che il successo delle misure citate dipenderà dalle iniziative che saranno intraprese e dall'impegno fattivo degli Stati membri e degli operatori del settore ferroviario.

3.5   Osservazioni generali

3.5.1

Il quadro del trasporto ferroviario di merci delineato dalla Commissione non dà adito ad osservazioni specifiche: la Commissione non fa che confermare quello che già si sapeva circa la fragilità del settore. Per risolvere i problemi è necessaria la mobilitazione dei vari responsabili pubblici e del settore imprenditoriale, non soltanto sul piano della volontà politica o dell'iniziativa commerciale, ma anche in termini di finanziamento.

3.5.2

È indubbiamente questo il punto critico. La Commissione propone una serie di misure legislative ma non prevede assolutamente di assegnare nuove risorse. L'approccio giuridico, per quanto utile, risulta del tutto insufficiente. Gli stanziamenti necessari alla realizzazione delle diverse misure dovranno provenire dai programmi esistenti, e questo presuppone una serie di delicati compromessi, comportando un sistema di vasi comunicanti difficile da gestire.

3.5.3

Il successo dell'iniziativa richiede infine una forte adesione degli Stati membri e dei gestori delle infrastrutture. È però risaputo che in genere gli Stati dispongono di poche risorse e che definiscono la loro politica ferroviaria sulla base di altre priorità. Per quanto riguarda invece i gestori delle infrastrutture, è noto che non sempre la loro situazione finanziaria è florida malgrado abbiano beneficiato della separazione delle reti comportanti una manutenzione onerosa dalla gestione delle medesime.

3.6   Osservazioni particolari

3.6.1

La creazione di corridoi transnazionali destinati alle merci è senz'altro una delle condizioni indispensabili per lo sviluppo del trasporto ferroviario di merci. Il Comitato si rende però conto di quanto il trasporto merci sia stato sinora sacrificato a beneficio del traffico di passeggeri. È dunque opportuno operare una sorta di «rivoluzione culturale» che indubbiamente implica la definizione di obiettivi vincolanti riconosciuti dagli Stati membri e la messa a disposizione di risorse finanziarie proprie, tenendo tuttavia presente che l'opinione pubblica dà per scontata la priorità ai treni passeggeri, fatto che in genere non va messo in discussione. Si tratta piuttosto di garantire una gestione ottimale delle reti e di creare reti a priorità merci senza per questo incidere sulla qualità e la puntualità del trasporto di passeggeri. Nel creare corridoi transnazionali, si dovrebbe tener conto degli scartamenti ferroviari dei nuovi e dei vecchi Stati membri dell'UE, del materiale rotabile disponibile, dei flussi di merci dei paesi candidati all'adesione all'UE e dei paesi terzi e dell'esistenza di un'enclave della Russia nella regione di Kaliningrad.

3.6.2

L'informazione e la trasparenza sono di certo questioni importanti, ma è chiaro che nel fare la sua scelta il cliente si basa soprattutto su criteri quali il prezzo, l'affidabilità, la rapidità del trasporto, la facilità di accesso dei terminali, il carico e lo scarico delle merci. L'elemento chiave è dunque la qualità del servizio e questa dipende, da un lato, dai meccanismi organizzativi del trasporto ferroviario e, dall'altro, dalla realizzazione d'investimenti considerevoli.

3.6.3

Per quanto riguarda la questione della competitività, tutti sembrano convenire che questo tipo di trasporto è riservato ad un determinato genere di merci, segnatamente quelle più pesanti, e a grossi volumi di carico. Sarebbe necessario prevedere una maggiore diversificazione della clientela, in particolare attraverso l'uso dei container, che permetterebbe di estendere il mercato e di essere più competitivi, in un contesto che vede aumentare sia il prezzo dei carburanti sia l'interesse nei confronti dello sviluppo sostenibile.

3.6.4

Per quanto concerne il problema del finanziamento, la comunicazione della Commissione risulta lacunosa in quanto non prevede stanziamenti specifici e propone una soluzione basata su compromessi nell'ambito delle risorse esistenti.

Bruxelles, 10 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/45


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione — Comunicazione su una politica europea dei porti

COM(2007) 616 def.

(2009/C 27/11)

La Commissione europea, in data 18 ottobre 2007, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 262 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Comunicazione della Commissione — Comunicazione su una politica europea dei porti.

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 8 maggio 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore SIMONS.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 122 voti favorevoli e 5 astensioni.

1.   Conclusioni

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo accoglie con favore la nuova comunicazione della Commissione europea su una politica europea dei porti, la quale propone essenzialmente misure non vincolanti (soft law). Il Comitato condivide inoltre l'impostazione generale del documento, volta a realizzare un clima stabile per gli investimenti, lo sviluppo sostenibile dei porti, un clima sociale positivo nei porti stessi e l'applicazione coerente delle regole del Trattato.

1.2

La scena portuale europea si va diversificando in termini sia di numero di porti in attività sia di gamma di funzioni e servizi portuali. Il Comitato raccomanda che la politica portuale dell'Unione europea assecondi questo processo guidato dal mercato assicurando che tutti i porti europei siano in grado di sviluppare appieno il loro potenziale in maniera sostenibile.

1.3

Il Comitato si compiace dell'iniziativa della Commissione di sviluppare una rete orientata al trasporto delle merci per ferrovia e invita gli Stati membri a dare la priorità all'attuazione di grandi progetti transfrontalieri di infrastrutture ferroviarie di collegamento con i porti, evitando però che ciò vada a scapito dei trasporti di persone per ferrovia.

1.4

Il Comitato si compiace dell'iniziativa della Commissione di pubblicare orientamenti per dissipare le ambiguità inerenti all'applicazione della normativa ambientale comunitaria in materia di sviluppo dei porti, e raccomanda che essi vengano pubblicati entro la fine del 2008.

1.5

La Commissione europea dovrebbe promuovere misure efficaci per sveltire il disbrigo delle pratiche amministrative nei porti. Il Comitato si compiace pertanto che essa intenda presentare, nel 2008, una proposta legislativa sulla creazione di uno spazio europeo del trasporto marittimo senza barriere. La Commissione e, in particolare, gli Stati membri dovrebbero compiere ulteriori progressi nella modernizzazione doganale e attribuire una maggiore priorità politica ad un'azione in questo senso.

1.6

Il Comitato conviene con la Commissione sul fatto che orientamenti relativi agli aiuti di Stato e disposizioni sulla trasparenza finanziaria possono favorire condizioni operative eque. Del pari, il Comitato ritiene che gli orientamenti forniti nella comunicazione circa l'uso di concessioni, servizi tecnici nautici e «uffici di collocamento portuali» (labour pools) siano nel complesso utili e chiari. Infine, la Commissione dovrebbe prendere ulteriori iniziative per assicurare condizioni di concorrenza eque fra i porti dell'Unione europea e quelli vicini dei paesi terzi.

1.7

Il Comitato accoglie con favore l'obiettivo della Commissione di promuovere e rafforzare la cooperazione fra le città e i loro porti. In particolare, invita la Commissione a organizzare uno studio approfondito sull'impatto socioeconomico dei porti.

1.8

Il Comitato si compiace che la Commissione abbia deciso di incoraggiare le parti sociali europee a istituire un comitato europeo di dialogo sociale settoriale per il settore portuale.

2.   Introduzione

2.1

In questi ultimi dieci anni il Comitato ha partecipato attivamente al dibattito su una politica portuale dell'Unione europea. Dato il ruolo chiave che i porti marittimi svolgono per lo sviluppo socioeconomico, il benessere e la coesione dell'Unione europea, una tale politica comune assume un notevole valore aggiunto.

2.2

Il Comitato ha formulato pareri in merito al Libro verde sui porti e sulle infrastrutture marittime  (1) e a due proposte legislative della Commissione europea intese ad aprire i mercati dei servizi portuali in Europa (2). Inoltre, il 26 aprile 2007 il Comitato ha adottato un parere d'iniziativa sul tema La politica portuale comune nell'UE  (3). Tenuto conto del clima di acceso confronto che ha caratterizzato il dibattito riguardante la direttiva sui servizi portuali, questo parere si era concentrato sugli aspetti di una politica portuale europea su cui le parti interessate del settore portuale potessero raggiungere un consenso.

3.   La comunicazione della Commissione europea su una politica europea dei porti

3.1

La Commissione europea ha pubblicato la sua comunicazione su una politica europea dei porti il 18 ottobre 2007. Il documento è frutto di un processo di consultazione delle parti interessate durato un anno, articolatosi in due conferenze e sei seminari tematici. La comunicazione rientra nella strategia globale della Commissione per una politica marittima ed è una componente della nuova agenda della Commissione per il trasporto merci.

3.2

L'obiettivo della nuova politica portuale europea è promuovere un sistema portuale efficiente per l'UE, capace di far fronte alle sfide future costituite dalle necessità dell'UE in materia di trasporto. A detta della Commissione queste sfide comprendono: la domanda di trasporti internazionali, l'evoluzione tecnologica, le emissioni e i cambiamenti climatici, il dialogo fra i porti, le città e le parti interessate, e infine la capacità di conciliare tutto ciò con la trasparenza, la concorrenza e il diritto comunitario in generale.

3.3

In linea di massima le proposte avanzate nella comunicazione consistono in un insieme di indicazioni interpretative delle norme del Trattato e in un piano d'azione che prevede ulteriori misure, per lo più non vincolanti (soft law).

3.4

Tali misure riguardano:

le prestazioni portuali e i collegamenti con l'entroterra,

l'aumento della capacità nel rispetto dell'ambiente,

la modernizzazione,

condizioni operative eque — chiarezza per gli investitori, gli operatori e gli utenti,

instaurazione di un dialogo strutturato tra i porti e le città, e

il lavoro nei porti.

4.   Osservazioni di carattere generale

4.1

Il Comitato accoglie con favore la comunicazione della Commissione in quanto riconosce l'importanza strategica dei porti marittimi per gli scambi fra gli Stati membri dell'UE e fra questi e i paesi terzi, nonché il loro contributo allo sviluppo economico e all'occupazione.

4.2

Il Comitato si compiace poi in modo particolare del fatto che la Commissione non proponga misure interventiste, bensì punti, sempre nell'ambito delle regole del Trattato UE, ad assicurare un clima stabile per gli investimenti, lo sviluppo sostenibile dei porti e un buon clima sociale nei porti stessi.

4.3

Il Comitato si compiace altresì che la Commissione stia utilizzando la cosiddetta soft law come alternativa, da un lato, alla legislazione e, dall'altro, all'approccio caso per caso.

4.4

Il Comitato desidera tuttavia formulare una serie di osservazioni e raccomandazioni specifiche sulle singole sezioni della comunicazione della Commissione.

5.   Osservazioni particolari

5.1   Il contesto economico del sistema portuale europeo e le sfide che lo attendono

5.1.1

Il Comitato prende atto che, stando alle conclusioni della Commissione, attualmente il trasporto a mezzo container si concentra in pochi porti dell'Europa nordoccidentale. Occorre tuttavia anche riconoscere che oggi si registra una tendenza alla partecipazione di un maggior numero di porti al mercato europeo dei trasporti mediante container anziché alla confluenza del traffico attraverso un numero limitato di porti. I porti europei che nel 2006 hanno registrato il più forte incremento di trasporti via container sono per lo più di dimensioni piccole o medie e dislocati in aree portuali diverse. Si assiste dunque a una concorrenza crescente fra zone portuali decisamente distanti fra loro (4). La politica portuale dell'Unione europea può sostenere questo processo assicurando che tutti i porti europei siano in grado di sviluppare appieno il loro potenziale in maniera sostenibile.

5.1.2

Oltre che sulle sfide elencate dalla Commissione, il Comitato richiama l'attenzione sui problemi inerenti alla globalizzazione e alle trasformazioni che caratterizzano il settore portuale e del trasporto merci via mare in Europa. Il fenomeno è particolarmente evidente nel mercato dei trasporti in container, ma vale anche per altri mercati, come il roll-on/roll-off, il carico a collettame e i trasporti alla rinfusa. I porti marittimi europei operano con armatori appartenenti a gruppi internazionali e sono inoltre sorti grandi gruppi di operatori di terminal che oggi offrono i loro servizi in diversi porti europei. La grande difficoltà per un'autorità portuale è assicurare sia l'impegno di questi operatori globali sia il rispetto degli obiettivi di sviluppo del porto in relazione alle pertinenti politiche europee.

5.2   Le prestazioni portuali e i collegamenti con l'entroterra

5.2.1

Il Comitato conviene con la Commissione sul fatto che, per far fronte all'accresciuta domanda di capacità portuale e connessa ai porti, occorre anzitutto ottimizzare lo sfruttamento delle infrastrutture portuali e delle vie di accesso esistenti. Il Comitato conviene inoltre sull'esigenza di effettuare un'analisi approfondita dei costi/benefici per la società nel suo insieme prima di prevedere nuovi sviluppi infrastrutturali. Nel far ciò occorre tener conto di considerazioni economiche, sociali ed ambientali, dato questi aspetti costituiscono i pilastri dell'agenda di Lisbona dell'Unione europea.

5.2.2

Come indicato più sopra, i processi di mercato stanno già spingendo verso una scena portuale europea più diversificata. Andrebbe favorito l'approccio «dal basso» (bottom-up), consistente nella selezione di proposte di progetti da parte degli organi di gestione dei porti, se del caso di concerto con le autorità regionali o nazionali. Ciò non toglie, ovviamente, che l'Unione europea debba continuare a fissare obiettivi e a fornire orientamenti.

5.2.3

La Commissione può tuttavia avvalersi dell'esame intermedio della rete transeuropea di trasporto, previsto per il 2010, per contribuire a rimuovere le strozzature che interessano i collegamenti dei porti con l'entroterra, purché tale esame sia effettuato sulla base di criteri oggettivi.

5.2.4

Il Comitato ribadisce inoltre la sua richiesta alla Commissione di intensificare gli sforzi per rimuovere le strozzature rimaste nell'entroterra attraverso gli strumenti generali a sua disposizione in materia di politica dei trasporti, in particolare riguardo ai trasporti sulle vie navigabili interne e i trasporti di merci mediante ferrovia. Specialmente i trasporti ferroviari continuano a costituire una grave strozzatura che ostacola il rendimento ottimale dei porti e la loro integrazione nelle catene logistiche. In proposito il Comitato si compiace dell'iniziativa della Commissione di sviluppare una rete orientata al trasporto di merci per ferrovia e invita gli Stati membri a dare la priorità all'attuazione di grandi progetti transfrontalieri per le infrastrutture ferroviarie di collegamento con i porti, senza però che ciò vada a scapito dei trasporti di persone per ferrovia.

5.3   Aumentare la capacità nel rispetto dell'ambiente

5.3.1

Il Comitato si compiace vivamente che la Commissione intenda pubblicare orientamenti per l'applicazione della normativa ambientale comunitaria allo sviluppo dei porti. Ciò farà registrare un significativo passo avanti verso i superamento di alcune delle ambiguità create da atti comunitari come la direttiva 79/409/CEE sugli uccelli selvatici, la direttiva 92/43/CEE sugli habitat naturali e la direttiva quadro 2000/60/CE per l'azione comunitaria in materia di acque. Data l'urgenza del problema, il Comitato raccomanda che i suddetti orientamenti vengano pubblicati entro la fine del 2008.

5.3.2

Il Comitato invita inoltre la Commissione a esaminare misure supplementari per rafforzare lo status giuridico dei progetti di sviluppo dei porti e semplificare la normativa in vigore, come indicato più in dettaglio nel parere d'iniziativa dello stesso Comitato sulla politica portuale (5).

5.3.3

Il Comitato tiene a sottolineare che i sedimenti contaminati vanno trattati opportunamente, e raccomanda che, in attesa di proposte legislative che influiranno sulla gestione dei corpi idrici e dei sedimenti, come la direttiva 99/31/CE sui rifiuti e la «direttiva derivata» della direttiva quadro sulle acque (6), si riconosca che i sedimenti non contaminati non vanno considerati come rifiuti e dunque non vanno trattati come quelli contaminati, perché le operazioni di dragaggio dei primi non introducono né aggiungono alcuna sostanza inquinante in un corpo idrico.

5.3.4

Infine, il Comitato conviene con le proposte della Commissione circa la realizzazione di impianti portuali di ricezione per i rifiuti delle navi e il miglioramento delle emissioni nell'aria. Il Comitato raccomanda di lasciare agli organi di gestione dei singoli porti la facoltà di disporre incentivi economici tramite i diritti di porto, dato che misure di questo tipo influirebbero sulle strutture finanziarie dei porti stessi, che in Europa sono assai diversificate.

5.4   Modernizzazione

5.4.1

Il Comitato si compiace che nel 2008 la Commissione intenda presentare una proposta legislativa sulla creazione di uno spazio europeo del trasporto marittimo senza barriere e rimanda alle osservazioni specifiche già formulate in vari pareri precedenti (7).

5.4.2

Il Comitato ribadisce ancora la raccomandazione che l'UE compia ulteriori progressi nella modernizzazione delle dogane e faccia sì che le sue politiche in materia di dogane, sicurezza marittima, sicurezza in generale, salute pubblica e qualità ambientale siano adeguatamente coordinate e armonizzate, e non trasferiscano indebitamente ai porti competenze che spettano ai pubblici poteri.

5.4.3

Il Comitato è favorevole allo sviluppo di sportelli unici, all'adozione di un approccio «elettronico» ai trasporti marittimi (e-maritime) e alla realizzazione delle iniziative e-Freight (trasporto elettronico di merci) ed e-Custom (operazioni doganali elettroniche). Al tempo stesso ritiene che le soluzioni basate sulle tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni (TIC) dovrebbero presentare un buon rapporto costi/efficacia, e questo anche per i porti di piccole o medie dimensioni.

5.4.4

Infine, circa il miglioramento delle prestazioni, il Comitato appoggia la proposta della Commissione di definire, entro la fine del 2009, una serie di indicatori generici europei, pur garantendo la tutela dei dati commerciali sensibili. Tali indicatori, basati su quelli già esistenti per il trasporto aereo, quello marittimo a corto raggio e quello combinato su ferrovia, vanno quindi sviluppati anche in relazione ai fattori di rilevanza portuale, quali le prestazioni delle attrezzature e degli impianti portuali, la collaborazione tra porti e il raggruppamento delle attività dell'entroterra.

5.5   Condizioni operative eque — chiarezza per gli investitori, gli operatori e gli utenti

5.5.1

Il Comitato approva l'idea della Commissione circa il ruolo delle autorità portuali e la diversità dei sistemi di gestione dei porti in Europa. In particolare si compiace che la Commissione sia consapevole del fatto che le autorità portuali possono assolvere meglio i loro importanti compiti se godono di un sufficiente grado di autonomia e, soprattutto, di una piena autonomia finanziaria.

5.5.2

Il Comitato è pure lieto che nel 2008 la Commissione intenda adottare orientamenti relativi agli aiuti di Stato nel settore portuale. In proposito il Comitato rimanda ai principi fondamentali dei finanziamenti pubblici nei porti definiti nel suo parere d'iniziativa del 26 aprile 2007.

5.5.3

Il Comitato si compiace altresì che la Commissione abbia adottato la raccomandazione volta ad estendere a tutti i porti mercantili, indipendentemente dal loro fatturato annuale, le disposizioni sulla trasparenza contenute nella direttiva 2006/111/CE.

5.5.4

Nel suo parere d'iniziativa il Comitato ha raccomandato la pubblicazione di linee guida sull'uso di procedure di selezione quali gare d'appalto e altri meccanismi appropriati, sulle condizioni per le concessioni e il leasing fondiario e sullo status giuridico di quei servizi portuali che hanno natura di pubblico servizio, ad esempio riguardo alla sicurezza generale dei porti.

5.5.5

La Commissione ha aderito a questa richiesta fornendo, nella comunicazione in esame, orientamenti riguardo all'uso delle concessioni e ai servizi tecnici nautici. Il Comitato ritiene che l'interpretazione delle norme dei Trattati e delle sentenze della Corte offerta dalla Commissione sia nel complesso utile e chiara. Tuttavia, esso sottolinea anche che, poiché i servizi tecnici nautici attengono comunque alla sicurezza della navigazione, sarebbe giustificato classificarli fra i servizi d'interesse economico generale.

5.5.6

Una politica avveduta in materia di concessioni dovrebbe assicurare la concorrenza fra i porti come pure l'efficienza e l'impegno ottimali degli operatori dei terminali. Il Comitato raccomanda alla Commissione di riesaminare periodicamente gli orientamenti pubblicati in materia di concessioni per garantirne l'effettiva rispondenza agli obiettivi summenzionati e far sì che contengano elementi comuni sufficienti ad assicurare condizioni operative eque fra le autorità portuali. Quest'ultimo punto è particolarmente significativo, visto il già accennato processo di consolidamento in atto sul mercato della movimentazione delle merci.

5.5.7

Il Comitato si compiace che la Commissione proponga di contribuire a diffondere le migliori pratiche di trasparenza sui diritti portuali. Il Comitato è convinto che i diritti portuali debbano essere stabiliti a livello locale, del singolo porto, in modo da tener conto in maniera ottimale delle esigenze degli utenti del porto stesso e dell'interesse generale di quest'ultimo.

5.5.8

Infine, il Comitato è lieto che la Commissione abbia tenuto presente la sua raccomandazione di occuparsi dei casi di concorrenza sleale da parte di porti vicini di paesi terzi. Attraverso le sue politiche in materia di adesioni all'UE e di relazioni esterne la Commissione dovrebbe anche intensificare le iniziative per occuparsi delle distorsioni originate da motivi politici, come l'embargo turco contro le navi battenti bandiera cipriota o provenienti da porti ciprioti, i problemi fra Grecia e Turchia riguardo al Mar Egeo, come pure i problemi fra i paesi baltici e la Russia concernenti l'attraversamento delle frontiere comuni.

5.6   Stabilire un dialogo strutturato tra i porti e le città

5.6.1

Il Comitato accoglie con favore l'obiettivo della Commissione di promuovere e rafforzare la cooperazione fra le città e i loro porti. Per lo sviluppo sostenibile dei porti è indispensabile che essi siano integrati nel tessuto urbano e nella vita cittadina, che sorgano nei cittadini una forte consapevolezza, un vivo interesse e persino fierezza per le attività del proprio porto. In proposito il Comitato appoggia in particolare le sinergie con il turismo, le attività ricreative, il patrimonio storico-artistico e la cultura in generale.

5.6.2

Il Comitato sottolinea inoltre la carenza di dati affidabili sull'occupazione diretta e indiretta e sul valore aggiunto generato dai porti europei. Ha ad esempio la sensazione che i dati usati nella comunicazione in esame in relazione all'impiego sottovalutino fortemente la realtà della situazione. Invita pertanto la Commissione a organizzare un'indagine approfondita in materia.

5.6.3

Infine, il Comitato appoggia l'intento della Commissione di misurare l'impatto delle misure di sicurezza sull'accessibilità dei porti e di offrire indicazioni su come conciliare i due aspetti «sicurezza» e «accessibilità».

5.7   Il lavoro nei porti

5.7.1

Il Comitato evidenzia la necessità che nei porti si promuovano un contesto e condizioni di lavoro positivi e sicuri, nonché relazioni lavorative e industriali costruttive. Il Comitato si compiace che nella comunicazione in esame la Commissione si mostri molto attenta a questa problematica.

5.7.2

Il Comitato ribadisce che, a suo giudizio, l'efficacia delle attività portuali dipende sia dall'affidabilità sia dalla sicurezza, elementi che, malgrado i progressi tecnologici, sono determinati in larga misura dal fattore umano. Di qui la necessità di disporre, nei porti, di una forza lavoro qualificata e ben formata sia a terra che a bordo delle navi. Il Comitato ha raccomandato che le parti sociali svolgano un ruolo importante nel creare e mantenere queste condizioni e che, a livello europeo, la Commissione appoggi il loro apporto agevolando il dialogo sociale.

5.7.3

Il Comitato si compiace pertanto che la Commissione abbia deciso di incoraggiare le parti sociali europee a istituire, per il settore portuale, un comitato europeo di dialogo settoriale ai sensi della decisione 98/500/CE.

5.7.4

Il Comitato, pur appoggiando la Commissione nel suo intento di stabilire un insieme di condizioni che consenta il reciproco riconoscimento della formazione dei lavoratori portuali, propone di compiere per prima cosa un raffronto dei diversi sistemi esistenti per la qualificazione professionale dei lavoratori portuali. Ciò potrebbe utilmente avvenire nel contesto del dialogo sociale europeo.

5.7.5

Infine, il Comitato conviene con la Commissione sulla necessità di un monitoraggio accurato dell'applicazione delle norme — comunitarie o dell'OIL — sulla sicurezza e la salute dei lavoratori nei porti e di un miglioramento delle statistiche relative agli infortuni sul lavoro, ma sollecita anche l'adozione, a tutti i livelli e nelle sedi appropriate, di iniziative che garantiscano un ulteriore miglioramento della sicurezza e della salute.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  GU C 407 del 28.12.1998.

(2)  Pareri del CESE che riguardano, rispettivamente, una prima Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sull'accesso al mercato dei servizi portuali (COM(2001) 35 def.), GU C 48 del 21.2.2002, pag. 122, e una nuova Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sull'accesso al mercato dei servizi portuali (COM(2004) 654 def.), GU C 294 del 25.11.2005, pag. 25.

(3)  GU C 168 del 20.7.2007, pag. 57.

(4)  Considerata nel lungo periodo, la quota media del mercato dei trasporti via container dei porti nell'area Amburgo-Le Havre è calata dal 61 % del 1975 al 48 % del 2003, mentre la quota di mercato dei porti dell'area mediterranea è raddoppiata (passando dal 18 % del 1975 al 36 % del 2003). Inoltre, in Europa il livello di concentrazione dei porti adibiti al traffico via container (misurato con il coefficiente Gini) è sceso costantemente dal 1990, evidenziando così un incremento dei punti di entrata nel mercato europeo. I porti che nel 2006 hanno fatto registrare i maggiori incrementi (in termini relativi) hanno per lo più dimensioni piccole o medie e sono situati in regioni europee diverse (Amsterdam, Sines, Rauma, Costanza, Kotka, Tallinn, Bremerhaven, Zeebrugge e Gdynia) (fonte: Institute of Transport and Maritime Management Antwerp (ITMMA)/Università di Anversa). Questo trend è in stridente contrasto, per esempio, con l'evoluzione in atto negli Stati Uniti, dove nello stesso periodo si è assistito a una netta concentrazione dei porti (fonte: T. Notteboom, T. (2007), Market Report on the European Seaport Industry, che utilizza dati forniti da Eurostat e dai singoli porti).

(5)  Cfr. il punto 4 del parere sul tema La politica portuale comune nell'UE (TEN/258) (GU C 168 del 20.7.2007, pag. 57).

(6)  Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai rifiuti (COM(2005) 667 def.) e Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a standard di qualità ambientale nel settore della politica delle acque e recante modifica della direttiva 2000/60/CE (COM(2006) 397 def.).

(7)  Parere CESE 609/2007 in merito alla Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Verso una politica marittima dell'Unione: una visione europea degli oceani e dei mari, del 7 giugno 2006 (GU C 168 del 20.7.2007, pag. 50).

Cfr. il punto 4 del parere d'iniziativa sul tema La politica portuale comune nell'UE (GU C 168 del 20.7.2007, pag. 57).

Parere esplorativo sul tema Le autostrade del mare nel contesto della catena logistica (GU C 151 del 17.6.2008, pag. 20).

Parere in merito alla Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Revisione intermedia del Programma per la promozione del trasporto marittimo a corto raggio [documento COM(2003) 155 def.] (COM(2006 380 def.) (TEN/268) (GU C 168 del 20.7.2007, pag. 68).


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/49


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Trasporti su strada — orario di lavoro degli autotrasportatori autonomi

(2009/C 27/12)

L'Ufficio di presidenza del Comitato economico e sociale europeo, in data 20 novembre 2007, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, lettera A) delle Modalità d'applicazione del proprio Regolamento interno, di elaborare un supplemento di parere sul tema:

Trasporti su strada — orario di lavoro degli autotrasportatori autonomi.

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 5 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore CHAGAS (1), successivamente sostituito da CURTIS.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 121 voti favorevoli, 14 voti contrari e 6 astensioni.

1.   Conclusioni

1.1

Il CESE ritiene che tutti gli autotrasportatori autonomi debbano essere inclusi nel campo di applicazione della direttiva 2002/15/CE, come previsto all'articolo 2 di quest'ultima (che si applica agli autotrasportatori autonomi a decorrere dal 23 marzo 2009).

1.2

Tale inclusione presuppone una corretta applicazione della direttiva da parte degli Stati membri, in particolare per quanto riguarda la definizione di autotrasportatore autonomo.

1.3

Il CESE ritiene che tale inclusione sia necessaria al fine di promuovere la sicurezza stradale, contribuire a creare una situazione di concorrenza equa e migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori mobili e autonomi, in particolare tutelando la loro salute fisica e mentale. Le mansioni amministrative generali, definite nell'articolo 3, lettera a) paragrafo 2 della direttiva, non sono considerate incluse nella definizione dell'orario di lavoro.

1.4

A giudizio del CESE, il mercato interno dei trasporti stradali presuppone la creazione di una concorrenza equa, che si instaura a partire da un'applicazione efficace ed effettiva delle normative sociali relative a tale settore. Tracciando una distinzione tra lavoratori mobili e autonomi nell'applicazione della normativa sull'orario di lavoro si incoraggia la concorrenza sleale, ed è per questo motivo che il CESE non può accettare di inserire nel campo di applicazione della direttiva soltanto i «falsi lavoratori autonomi».

1.5

Per contrastare le difficoltà che potrebbero fare seguito a questa inclusione, il CESE raccomanda di applicare il principio della corresponsabilità dei diversi attori della catena dei trasporti, come avviene per il regolamento sui tempi di guida e di riposo.

1.6

Il CESE segnala che la promozione della cooperazione a livello europeo tra le diverse amministrazioni nazionali è una condizione fondamentale per garantire l'attuazione efficace della direttiva.

1.7

Il CESE ritiene che, nell'includere gli autotrasportatori autonomi nel campo di applicazione della direttiva, si debba fare attenzione a non sovraccaricarli di mansioni amministrative superflue.

2.   Introduzione

2.1

Il Comitato economico e sociale europeo si è già ampiamente occupato della politica europea di sicurezza stradale, argomento sul quale ha acquisito una competenza approfondita. Nel suo ultimo parere d'iniziativa sull'argomento, dal titolo La politica europea di sicurezza stradale e i conducenti professionisti — Parcheggi sicuri e custoditi (TEN/290) (2), il CESE ha esaminato un aspetto molto importante, ossia le aree di sosta destinate ai conducenti professionisti, nel contesto della politica relativa alle infrastrutture stradali. Oltre alla sicurezza dei parcheggi, un altro tema di grande importanza per i conducenti professionisti è l'orario di lavoro degli autotrasportatori autonomi. A livello europeo, infatti, non ne sono stati ancora adeguatamente analizzati gli aspetti economici, sociali e inerenti alla sicurezza. Un ulteriore motivo per elaborare questo supplemento di parere è rappresentato dalla relazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo sulle conseguenze dell'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo d'applicazione della direttiva 2002/15/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell'11 marzo 2002, concernente l'organizzazione dell'orario di lavoro delle persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto (COM(2007) 266 def.).

2.2

La direttiva 2002/15/CE stabilisce prescrizioni minime in materia di organizzazione dell'orario di lavoro, con l'obiettivo di rafforzare la tutela della salute e della sicurezza delle persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto, di migliorare la sicurezza stradale e di rendere più omogenee le condizioni di concorrenza. La direttiva è entrata in vigore il 23 marzo 2002 e gli Stati membri disponevano di un periodo di tre anni, cioè fino al 23 marzo 2005, per mettere in atto le disposizioni riguardanti i lavoratori mobili. Conformemente all'articolo 2, paragrafo 1, della direttiva, essa si applica agli autotrasportatori autonomi a partire dal 23 marzo 2009. Nel frattempo la Commissione dovrà aver presentato una relazione al Parlamento europeo e al Consiglio e, successivamente, una proposta legislativa basata su questa relazione.

2.3

Nel quadro dell'accordo di conciliazione definitivo concluso tra il Parlamento europeo e il Consiglio su questa direttiva, si è deciso che, al più tardi due anni prima di tale data, vale a dire entro il 23 marzo 2007, la Commissione avrebbe presentato al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione contenente un'analisi delle conseguenze dell'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo d'applicazione della direttiva in riferimento alla sicurezza stradale, alle condizioni di concorrenza, alla struttura della professione e agli aspetti sociali. Nella relazione si sarebbe dovuto tener conto delle condizioni vigenti in ciascuno Stato membro in materia di struttura del settore dei trasporti e di ambiente di lavoro degli autotrasportatori.

2.4

Sulla base di tale relazione, la Commissione avrebbe dovuto presentare una proposta intesa a (a) fissare le modalità d'inclusione nel campo d'applicazione della direttiva degli autotrasportatori autonomi che effettuano esclusivamente operazioni nazionali e che sono soggetti a vincoli specifici, oppure a (b) escludere gli autotrasportatori autonomi dal campo di applicazione della direttiva.

2.5

L'articolo 7, paragrafo 2, della direttiva prevedeva anche che entro il 23 marzo 2007 la Commissione procedesse a valutare, nel quadro della relazione biennale sull'attuazione della direttiva che essa è tenuta a presentare, le conseguenze delle disposizioni della direttiva concernenti il lavoro notturno.

3.   La relazione della Commissione

3.1

La relazione della Commissione fa il punto dello stato d'attuazione della direttiva negli Stati membri, esamina le possibili conseguenze dell'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo d'applicazione della direttiva e valuta le conseguenze delle disposizioni della direttiva in materia di lavoro notturno.

3.2

La prima conclusione alla quale si giunge è che la maggior parte degli Stati membri non è riuscita a recepire la direttiva nel periodo di transizione di tre anni stabilito a tal fine. La Commissione non è pertanto ancora in grado di pubblicare la sua prima relazione biennale, che avrebbe dovuto essere presentata nel marzo del 2007.

3.3

Per quanto riguarda le conseguenze dell'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo di applicazione della direttiva, la Commissione ricorda i motivi per i quali ne aveva proposto l'inclusione: garantire la coerenza con il regolamento che fissa norme sui periodi di guida e di riposo, in cui questo tipo di distinzione tra conducenti non è presente; evitare il rischio di frammentazione del settore, che incoraggia gli autotrasportatori a diventare autonomi (cosiddetti «falsi lavoratori autonomi»); far sì che gli obiettivi in materia di concorrenza leale, potenziamento della sicurezza stradale e miglioramento delle condizioni di lavoro siano applicati a tutto il settore del trasporto su strada.

3.4

Sulla base delle conclusioni di una relazione elaborata da consulenti esterni, la Commissione riconosce che la stanchezza (e le sue conseguenze sulla sicurezza stradale) riguarda qualsiasi autotrasportatore, indipendentemente dal fatto che sia autonomo o mobile. La relazione dei consulenti esterni ha inoltre confermato che gli autotrasportatori autonomi lavorano più ore rispetto a quelli mobili, e che gli orari di lavoro di entrambe queste categorie sono più lunghi rispetto a quelli dei lavoratori di altri settori.

3.5

Pur riconoscendo che «una riduzione dell'orario di lavoro potrebbe contribuire a ridurre la stanchezza», la relazione esterna conclude anche che la riduzione dell'orario di lavoro «rischierebbe di generare ulteriore stress, dal momento che l'autotrasportatore autonomo, per evitare perdite di profitti, cercherebbe di svolgere più lavoro in meno tempo per mantenere la propria redditività, il che, a sua volta, aggraverebbe il rischio di stanchezza e incidenti». La Commissione sembra essere d'accordo con tale punto di vista.

3.6

Per quanto riguarda le condizioni di concorrenza, la Commissione condivide le conclusioni della relazione dei consulenti esterni, secondo cui l'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo di applicazione della direttiva alimenterebbe l'attuale tendenza alla frammentazione e non avrebbe alcun effetto significativo sulla concorrenza all'interno del settore. L'inclusione degli autotrasportatori autonomi nel campo d'applicazione della direttiva si tradurrebbe invece in un aumento dei costi a loro carico e nella riduzione dell'orario di lavoro, con una notevole diminuzione del loro vantaggio competitivo nel settore del trasporto merci su strada. La Commissione sembra quindi propendere per l'opzione secondo cui solo i cosiddetti «falsi lavoratori autonomi» dovrebbero essere soggetti alla direttiva.

3.7

La Commissione ritiene inoltre che «se da un lato mantenere l'esclusione può essere preferibile per ragioni economiche, dall'altro non si riesce a stabilire con chiarezza quali possono essere le ripercussioni sociali dell'una o dell'altra soluzione: l'esclusione può non contribuire ad attenuare i problemi relativi alla salute e alla sicurezza, mentre l'inclusione rischia di aumentare lo stress e può comportare ulteriori oneri amministrativi per gli autotrasportatori autonomi, oltre a ridurne il reddito».

3.8

Concludendo, la Commissione ritiene che l'inclusione degli autotrasportatori indipendenti, oltre ad aggravarne lo stress e le difficoltà finanziarie, potrebbe essere difficile da fare applicare e quindi inefficace.

3.9

Quanto alla valutazione delle conseguenze delle disposizioni della direttiva sul lavoro notturno, la Commissione conclude che l'aspetto della loro effettiva applicazione merita un'analisi più approfondita.

4.   Osservazioni generali

4.1

Il Comitato prende atto della presentazione della relazione della Commissione relativa alle conseguenze dell'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo d'applicazione della direttiva concernente l'organizzazione dell'orario di lavoro delle persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto.

4.2

L'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo d'applicazione della direttiva ha creato, secondo molti esponenti delle parti sociali, una distorsione della concorrenza nel settore del trasporto stradale. Ciò ha indotto il Comitato, nel recentissimo parere sul Riesame intermedio del Libro bianco sui trasporti (TEN/257, relatore: BARBADILLO LÓPEZ) (3), a far propria la seguente richiesta:

«Per quanto riguarda la normativa sociale dei trasporti su strada, occorre salvaguardare la parità di trattamento tra i lavoratori sia dipendenti che autonomi: per questo motivo, la direttiva 2002/15/CE, dell'11 marzo 2002, concernente l'organizzazione dell'orario di lavoro delle persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto, deve essere applicata immediatamente ai lavoratori autonomi, senza attendere la fine del periodo transitorio previsto, dato che l'obiettivo perseguito dalla direttiva è quello di assicurare la sicurezza stradale, evitare distorsioni della concorrenza e promuovere migliori condizioni di lavoro» (paragrafo 4.3.1.2).

4.3

In questo contesto il CESE manifesta seri dubbi quando alle conclusioni relative alla sicurezza stradale, alle condizioni di concorrenza e agli aspetti sociali contenute nei risultati dello studio.

4.4

Secondo il CESE, per migliorare la sicurezza stradale è necessario contribuire a creare una situazione di concorrenza equa, migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori mobili e autonomi, in particolare la loro salute fisica e mentale, e includere gli autotrasportatori autonomi nel campo di applicazione della direttiva 2002/15/CE.

4.5

Un orario di lavoro eccessivamente prolungato è un fattore importante di stanchezza e concorre, quindi, al rischio che il conducente si addormenti al volante, minacciando la sicurezza stradale. La concorrenza può dirsi equa quando i prezzi accordati ai subappaltatori dalle grandi imprese che organizzano tutti gli aspetti legati alla distribuzione e al trasporto di merci rispettano l'applicazione della norme sociali nel settore, sia per i lavoratori mobili che per quelli autonomi.

4.6

Non è certo che l'esclusione degli autotrasportatori autonomi dal campo d'azione della direttiva 2002/15/CE non li esponga a maggiore stress: essi saranno infatti soggetti a pressioni da parte dei committenti per ridurre i prezzi delle loro prestazioni. Per avere lo stesso livello di reddito, gli autotrasportatori autonomi dovranno quindi lavorare più a lungo, a scapito della sicurezza stradale, della loro salute e dell'equilibrio, già precario, tra vita professionale e vita privata.

4.7

Per il CESE, tuttavia, l'inclusione degli autotrasportatori autonomi nel campo di applicazione della direttiva 2002/15/CE presuppone una corretta trasposizione della direttiva stessa, in particolare per quanto riguarda la definizione di «autotrasportatore autonomo».

4.8

La Commissione, in quanto custode del Trattato, deve garantire il corretto recepimento da parte degli Stati membri della definizione di «autotrasportatore autonomo» di cui all'articolo 3, lettera e) (4) della direttiva stessa. Un recepimento corretto di questa definizione è la prima condizione che uno Stato membro deve soddisfare se intende combattere il fenomeno dei cosiddetti «falsi lavoratori autonomi».

4.9

Inoltre, l'inclusione degli autotrasportatori autonomi nel campo d'azione della direttiva 2002/15/CE deve essere accompagnata da una modifica della direttiva che riguardi la corresponsabilità dei diversi attori nella catena di trasporto. L'articolo 10, paragrafo 4, del regolamento sui tempi di guida e di riposo (5) stipula che «Le imprese, i caricatori, gli spedizionieri, gli operatori turistici, i capifila, i subappaltatori e le agenzie di collocamento di conducenti si assicurano che gli orari di lavoro concordati contrattualmente siano conformi al presente regolamento». Questa corresponsabilità deve essere estesa all'applicazione della legislazione sull'orario di lavoro. Ciò consentirebbe di mettere sullo stesso piano i lavoratori mobili e gli autotrasportatori autonomi. In effetti, quando questi ultimi si trovano in condizione di subappalto, sono soggetti a pressioni per abbassare i prezzi, e quindi costretti a lavorare un maggior numero di ore. Si può così evitare una situazione di concorrenza sleale, che danneggia i lavoratori mobili.

4.10

Per quanto riguarda lo stress aggiuntivo provocato dall'inclusione degli autotrasportatori autonomi nel campo d'azione della direttiva, il CESE ritiene poco convincenti le conclusioni dello studio esterno. La definizione di orario di lavoro utilizzata dai consulenti non è chiara. Se gli autotrasportatori autonomi sono costretti a seguire l'amministrazione e la gestione di tutte le loro operazioni di trasporto nello stesso orario di lavoro dei lavoratori mobili, che non devono svolgere questo tipo di attività, essi saranno inevitabilmente esposti a uno stress aggiuntivo. Se invece gli autotrasportatori autonomi svolgono lo stesso tipo di attività dei lavoratori mobili nello stesso orario di lavoro, non si comprendono i motivi per cui essi dovrebbero essere esposti a uno stress maggiore rispetto ai lavoratori mobili. Resta inteso che le mansioni amministrative generali, definite nell'articolo 3, lettera a) paragrafo 2 della direttiva, non sono considerate incluse nella definizione dell'orario di lavoro.

4.11

Inoltre, se ridurre l'orario di lavoro contribuisce sì a ridurre la fatica, ma crea stress, gli autotrasportatori autonomi sono condannati a scegliere tra due opzioni ugualmente svantaggiose. Per il CESE, la priorità deve andare alla sicurezza stradale: la fatica conseguente a orari di lavoro prolungati, inclusi i tempi di guida, può compromettere la sicurezza stradale, indipendentemente dal fatto che l'autotrasportatore sia mobile o autonomo.

4.12

D'altra parte lo studio omette di segnalare — e la Commissione condivide il ragionamento — che lo stress degli autotrasportatori può continuare ad esistere e ad aumentare anche nell'ipotesi in cui essi vengano esclusi dal campo di applicazione della direttiva, perché i committenti non si lasceranno sfuggire l'occasione di sfruttare questa possibilità per esercitare pressione su di loro affinché abbassino i prezzi.

4.13

La Commissione sottolinea che il Consiglio non ha accettato alcun obbligo minimo di controllo sistematico sulle norme in materia di orario di lavoro. Il CESE, come la Commissione, deplora questo fatto, ma non intende strumentalizzarlo per non adattare la legislazione agli autotrasportatori autonomi. Il fatto che per gli autotrasportatori autonomi l'orario di lavoro sia difficile da controllare non significa che non debba essere esercitato alcun controllo. Per questo motivo, la corresponsabilità degli attori della catena dei trasporti nell'applicazione della legislazione può essere un elemento interessante. Qualora dovesse risultare che i contratti tra i diversi attori della catena dei trasporti sono tali da rendere impossibile l'applicazione di una durata media di guida di 48 ore, allora ci si potrà avvalere di un elemento concreto per proteggere gli autotrasportatori autonomi da tempi di guida e orari di lavoro eccessivamente lunghi.

4.14

Per il CESE, un mercato interno europeo dei trasporti stradali presuppone la creazione di una concorrenza equa, che si instaura in primo luogo a partire da un'applicazione efficace e reale della legislazione sociale relativa al settore. Tracciando una distinzione tra autotrasportatori mobili e autonomi per l'applicazione della legislazione sull'orario di lavoro si incoraggia la concorrenza sleale, ed è per questo motivo che il CESE non può accettare di inserire nel campo di applicazione della direttiva soltanto i «falsi lavoratori autonomi».

4.15

Il CESE desidera inoltre ricordare che diversi Stati nei quali i mercati degli operatori di trasporto stradale sono strutturati in maniera diversa, come ad esempio l'Estonia (pochi autonomi) e la Slovacchia (70 % di autonomi), hanno scelto di includere gli autotrasportatori autonomi nel campo di applicazione della direttiva 2002/15/CE. Visto che ciò è già una realtà, il CESE non comprende per quale motivo la Commissione desideri ad ogni costo mantenere gli autotrasportatori autonomi fuori dal campo di applicazione della direttiva 2002/15/CE per ragioni economiche.

4.16

La Commissione, a giusto titolo, con il concetto di «aspetti sociali» si riferisce non solo alla salute, alla sicurezza e alle condizioni lavorative dei lavoratori mobili e degli autotrasportatori autonomi, ma anche alle condizioni salariali e all'equilibrio tra vita professionale e vita privata.

4.17

Secondo la Commissione, l'esclusione dal campo d'azione della direttiva offre agli autotrasportatori autonomi «un controllo maggiore del proprio lavoro e un reddito più elevato, ma esige, per essere redditizio, un investimento maggiore di tempo ed energie».

4.18

Il CESE ricorda che la definizione di orario di lavoro per gli autotrasportatori autonomi non è chiara e/o presuppone che le mansioni amministrative generali non facciano parte dell'orario di lavoro. In questo ultimo caso, il CESE non comprende per quale motivo i redditi più elevati degli autotrasportatori autonomi debbano essere attribuiti all'esclusione di questi ultimi dal campo di applicazione della direttiva sull'orario di lavoro.

4.19

Il CESE fa notare che la promozione della cooperazione a livello europeo tra le diverse amministrazioni nazionali è una condizione fondamentale per garantire l'attuazione efficace della direttiva.

4.20

Il CESE ritiene che, nell'includere gli autotrasportatori autonomi nel campo di applicazione della direttiva, si debba fare attenzione a non sovraccaricarli di mansioni amministrative superflue.

4.21

Prima di elaborare la proposta legislativa, la Commissione intende, dopo questo studio, realizzare un'analisi d'impatto più approfondita. Tale analisi dovrà tener conto di nuovi elementi, quale ad esempio il nuovo regolamento relativo ai tempi di guida e di riposo. Inoltre, in questa analisi d'impatto la Commissione prevede di mantenere l'esclusione dei veri autotrasportatori autonomi dalle norme settoriali in materia di orario di lavoro. Il CESE non è convinto del valore aggiunto di una nuova analisi d'impatto.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  Membro dimissionario.

(2)  GU C 175 del 27.7.2007, pagg. 88-90.

(3)  GU C 161 del 13.7.2007, pag. 89.

(4)  Articolo 3, lettera e): «“autotrasportatore autonomo”: una persona la cui attività professionale principale consiste nel trasporto su strada di passeggeri o merci dietro remunerazione ai sensi della legislazione comunitaria, in virtù di una licenza comunitaria o di un'altra autorizzazione professionale ad effettuare il suddetto trasporto, che è abilitata a lavorare per conto proprio e che non è legata ad un datore di lavoro da un contratto di lavoro o da un altro rapporto di lavoro di tipo gerarchico, che è libera di organizzare le attività in questione, il cui reddito dipende direttamente dagli utili realizzati e che è libera di intrattenere, individualmente o attraverso una cooperazione tra autotrasportatori autonomi, relazioni commerciali con più clienti.

Ai fini della presente direttiva, gli autotrasportatori che non rispondono a tali criteri sono soggetti agli stessi obblighi e beneficiano degli stessi diritti previsti per i lavoratori mobili dalla presente direttiva».

(5)  Regolamento (CE) n. 561/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, relativo all'armonizzazione di alcune disposizioni in materia sociale nel settore dei trasporti su strada e che modifica i regolamenti del Consiglio (CEE) n. 3821/85 e (CE) n. 2135/98 e abroga il regolamento (CEE) n. 3820/85 del Consiglio.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/53


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Un piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET) — Verso un futuro a bassa emissione di carbonio

COM(2007) 723 def.

(2009/C 27/13)

La Commissione europea, in data 22 novembre 2007, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 262 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni — Un piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET) — Verso un futuro a bassa emissione di carbonio.

La sezione specializzata Trasporti, energia, infrastrutture, società dell'informazione, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 5 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore ZBOŘIL.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 127 voti favorevoli e 5 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Il CESE accoglie con favore la comunicazione della Commissione e i documenti di lavoro complementari e condivide l'analisi e la descrizione della situazione attuale delle tecnologie energetiche. Senza una strategia ben ponderata per lo sviluppo delle tecnologie energetiche, è molto difficile portare avanti delle riflessioni sulla riduzione dei cambiamenti climatici. Per questo motivo il CESE sostiene l'adozione del piano SET.

1.2

La comunicazione rafforza notevolmente anche il fondamento essenziale della politica energetica: la sicurezza degli approvvigionamenti di energia, tanto sul piano materiale quanto su quello della sostenibilità sociale e ambientale. Sicurezza degli approvvigionamenti significa non soltanto garantire l'accesso materiale alle fonti, bensì consentire l'acquisto di energia a prezzi socialmente accettabili.

1.3

Nella comunicazione la Commissione mette giustamente lo sviluppo delle tecnologie energetiche al primo posto nell'impegno per la limitazione dei cambiamenti climatici, e tale posizione corrisponde anche alle conclusioni adottate dalla 13a conferenza delle parti (COP 13), tenutasi a Bali nel dicembre 2007 (1).

1.4

Molto opportunamente, la comunicazione della Commissione sottolinea l'importanza del fattore tempo, che svolge un ruolo essenziale nell'attuazione della strategia proposta (piano SET) se l'UE intende realizzare, entro il 2020, la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra prevista dall'impegno sottoscritto nel marzo 2007.

1.5

Per accelerare lo sviluppo e l'utilizzo nella pratica delle nuove tecnologie energetiche, l'UE necessita di un maggior numero di meccanismi mirati ed efficaci che consentano di sfruttare le potenzialità dell'aiuto pubblico, dell'industria, delle università e della ricerca e ne rafforzino le sinergie. Una più ampia cooperazione e misure atte ad evitare la frammentazione delle attività di ricerca sono necessarie anche a livello internazionale.

1.6

Il CESE apprezza fortemente l'invito, formulato nella comunicazione della Commissione, a mobilitare risorse sia finanziarie sia, soprattutto, umane a tutti e quattro i livelli: nel settore privato, a livello degli Stati membri, a livello comunitario e a livello globale. Il CESE sottolinea che un sostegno generale adeguato all'istruzione scientifica e tecnica è un presupposto importante per la mobilitazione delle risorse umane.

1.7

Una parte del piano strategico dovrebbe prevedere, oltre alla definizione di priorità a livello dell'UE, anche la definizione di priorità specifiche a livello degli Stati membri nel rispetto delle loro potenzialità naturali ed esperienze, l'assegnazione di sufficienti risorse finanziarie nel quadro dei bilanci pubblici (dell'UE e degli Stati membri), lo sfruttamento ottimale delle capacità di ricerca e sviluppo, il coinvolgimento del settore privato — motivato da stimoli sufficienti da parte del mercato dell'energia — e altri strumenti legislativi e fiscali.

1.8

Il CESE osserva che sarebbe deleterio se lo strumento indubbiamente più importante per limitare i cambiamenti climatici, ossia la strategia di sviluppo e di applicazione delle tecnologie energetiche, venisse messo in ombra da altri temi, i quali, obiettivamente, devono piuttosto creare il necessario quadro di sostegno e di motivazione a tale sviluppo (sistema comunitario per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra, sostegno all'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, terzo pacchetto per l'energia, ecc.). Una diminuzione reale delle emissioni dei gas a effetto serra potrà essere ottenuta soltanto tramite sviluppi tecnologici concreti che consentano di mettere a punto tecnologie più efficaci per quanto riguarda sia la produzione che il consumo di tutti i tipi di energia.

1.9

La Commissione presenta un'analisi estremamente pertinente e obiettiva della situazione attuale, che è molto insoddisfacente, e dà giustamente risalto ai problemi organizzativi e amministrativi che la società deve affrontare accanto a quelli tecnico-scientifici.

1.10

A livello dell'UE viene raccomandato di prestare attenzione e dare un sostegno adeguato alle tecnologie per l'utilizzo delle fonti di energia rinnovabili, alle tecnologie pulite per la produzione di calore e alle infrastrutture più moderne per il trasporto e lo stoccaggio dell'energia. Attualmente, tuttavia, dal punto di vista economico alcune fonti di energia rinnovabili sono particolarmente costose e continueranno ad esserlo anche nel lungo periodo. Restano in secondo piano, purtroppo, le tecnologie che consentono di risparmiare energia nel consumo finale, le tecnologie pulite basate sui carburanti fossili e lo sfruttamento dell'energia atomica ottenuta grazie alla fissione e alla fusione, nonché lo stoccaggio sicuro delle scorie nucleari. Il CESE giudica necessario tenere presente che diversi paesi sono dipendenti dai combustibili fossili e dall'energia nucleare e continueranno ad esserlo nel prossimo futuro.

1.11

Il CESE ritiene indispensabile che il settore privato sia coinvolto, e anche in misura notevole. L'UE e i governi degli Stati membri devono creare delle condizioni favorevoli a tale partecipazione, sia definendo i principi, le priorità e gli obiettivi delle politiche energetiche, sia creando strumenti a sostegno della loro attuazione.

1.12

Il punto chiave è l'introduzione delle regole del mercato nel settore energetico, soprattutto tenendo in debito conto le esternalità, compresi i costi sociali, nei prezzi di tutti i tipi di energia. L'UE e gli Stati membri dovranno probabilmente creare delle condizioni legislative e fiscali atte a collegare in modo più vantaggioso le risorse finanziarie pubbliche e private destinate alla ricerca energetica.

1.13

Le effettive condizioni naturali e l'accesso materiale alle fonti dovrebbero diventare il criterio di base al momento di valutare la possibilità di sfruttare le fonti di energia rinnovabili nei singoli Stati membri e di coinvolgerli nei programmi di sviluppo delle tecnologie energetiche.

1.14

Al conseguimento dell'obiettivo dello sviluppo sostenibile deve contribuire anche lo sviluppo di tecnologie energetiche moderne destinate ai consumatori. Il coordinamento strategico raccomandato delle attività di ricerca e sviluppo in materia di energia, che definirebbe le priorità (dal punto di vista del contenuto e dei tempi) a livello sia comunitario che degli Stati membri, nonché i meccanismi operativi necessari come i sistemi di gestione, di controllo e dei flussi di informazione, possono contribuire notevolmente al raggiungimento degli obiettivi auspicati.

1.15

Nell'estendere la cooperazione in materia di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie energetiche al di là dell'ambito comunitario, prima di concludere nuovi accordi ci si dovrebbe adoperare per utilizzare al meglio le istituzioni, i trattati e gli accordi già esistenti, in particolare quelli che in passato si sono rivelati efficaci.

1.16

Il piano SET rappresenta un orientamento strategico fondamentale dell'economia europea in materia di sviluppo e applicazione delle tecnologie volte a limitare i cambiamenti climatici riducendo le emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020 e ancora entro il 2050.

2.   Premessa

2.1

Il 22 novembre 2007 la Commissione ha pubblicato una proposta relativa ad un piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET) Verso un futuro a bassa emissione di carbonio (COM(2007) 723 def.), accompagnata dai seguenti documenti di lavoro: Full impact assessment (Valutazione d'impatto completa) (SEC(2007) 1508), Sintesi della valutazione di impatto (SEC(2007) 1509), Technology map (Mappa delle tecnologie) (SEC(2007) 1510) e Capacities map (Mappa delle capacità) (SEC(2007) 1511). Questa serie di documenti riassume le soluzioni e i mezzi disponibili che occorre mobilitare per realizzare gli obiettivi del piano SET. Tali documenti contengono un invito urgente ad una cooperazione più stretta e più coordinata in materia di ricerca e sviluppo a tutti i livelli (2).

2.2

Si tratta di un orientamento strategico in un settore fondamentale, addirittura centrale, inteso a limitare i cambiamenti climatici riducendo le emissioni di gas ad effetto serra. L'UE nel suo complesso dovrà ridurre concretamente tali gas del 20 % entro il 2020, ed eventualmente anche del 30 % se la comunità internazionale aderirà all'iniziativa lanciata dall'UE a livello globale. Questi obiettivi fondamentali per la lotta contro i cambiamenti climatici e i principali contenuti dell'iniziativa Una politica energetica per l'Europa sono stati definiti dal Consiglio europeo il 9 marzo 2007.

2.3

Per stabilizzare la concentrazione di biossido di carbonio nell'atmosfera a un livello accettabile saranno necessari enormi progressi nelle tecnologie energetiche. Non vi è alcun dubbio sulla necessità di innovazioni tecnologiche: esse sono indispensabili. Il punto è piuttosto in quale misura la politica debba porsi come obiettivo diretto quello di stimolare tale innovazione (3). Accontentarsi della «tecnologia già disponibile» è estremamente pericoloso, e il piano SET, se accuratamente progettato e attuato, rappresenta la scelta di base adeguata per conseguire gli obiettivi di riduzione stabiliti.

3.   I documenti della Commissione

3.1

L'Europa deve agire ora, unendo le forze, per garantire approvvigionamenti sicuri di energia sostenibile e competitiva. L'utilizzo delle tecnologie riveste un'importanza fondamentale per realizzare gli obiettivi della politica energetica per l'Europa adottata dal Consiglio europeo il 9 marzo 2007. Per conseguire tali obiettivi è necessario ridurre i costi dell'energia pulita e fare in modo che le imprese dell'UE assumano un ruolo di primo piano nel settore in rapida crescita delle tecnologie a basso tenore di carbonio. In un'ottica a lunga scadenza bisogna sviluppare tecnologie di nuova generazione, il che non può avvenire senza che vi siano progressi effettivi nel settore della ricerca: soltanto in questo modo si potrà raggiungere l'ambizioso traguardo di ridurre del 60-80 % entro il 2050 le emissioni di gas a effetto serra.

3.2

Le attuali tendenze e le relative proiezioni per il futuro mostrano che non siamo sulla strada giusta per realizzare gli obiettivi della politica energetica. La facile disponibilità delle risorse non solo ha contribuito a rendere l'Europa dipendente dai combustibili fossili ma ha anche rallentato la spinta a favore dell'innovazione e gli investimenti nelle nuove tecnologie energetiche. I bilanci pubblici e privati della ricerca energetica nell'UE, dopo avere raggiunto i livelli massimi negli anni Ottanta, sono diminuiti drasticamente. Ne è risultata un'insufficienza cronica degli investimenti nelle capacità e nelle infrastrutture. Se i governi dell'UE investissero oggi agli stessi livelli del 1980, la spesa pubblica totale dell'UE per lo sviluppo di tecnologie energetiche sarebbe quattro volte superiore all'attuale livello di investimenti, pari a circa 2,5 miliardi di euro all'anno.

3.3

La diffusione di nuove tecnologie energetiche sul mercato è ulteriormente ostacolata dalla natura stessa dell'energia in quanto merce. Ostacoli di natura giuridica e amministrativa completano questo quadro ostile all'innovazione. L'intervento pubblico a sostegno dell'innovazione in campo energetico è quindi, al tempo stesso, necessario e giustificato.

3.4

I principali protagonisti a livello mondiale, gli Stati Uniti e il Giappone, ma anche le economie emergenti, come la Cina, l'India e il Brasile, devono affrontare le stesse sfide e moltiplicano gli sforzi nel campo delle nuove tecnologie energetiche. Le dimensioni del loro mercato, gli investimenti e le capacità di ricerca superano abbondantemente quelli della maggior parte degli Stati membri. La frammentazione, la presenza di molteplici strategie di ricerca non omogenee e di capacità inferiori alla massa critica formano il quadro predominante della ricerca dell'UE. Se restiamo indietro nella corsa mondiale, sempre più intensa, alla conquista dei mercati delle tecnologie a basso tenore di carbonio, per conseguire gli obiettivi fissati potremmo essere obbligati a dipendere da tecnologie importate, e le imprese dell'UE perderebbero così enormi opportunità commerciali.

3.5

Anche se la transizione verso un'economia a basso tenore di carbonio durerà decenni e riguarderà tutti i settori dell'economia, non possiamo permetterci ritardi nell'adozione delle misure adeguate. Le decisioni adottate nei prossimi 10-15 anni avranno profonde conseguenze per la sicurezza energetica, i cambiamenti climatici, la crescita e l'occupazione in Europa.

3.6

In primo luogo, occorre migliorare l'efficienza nella conversione, nella fornitura e nell'uso finale dell'energia. Le opportunità tecnologiche disponibili nei trasporti, nell'edilizia e nell'industria devono essere trasformate in opportunità commerciali. È necessario sfruttare pienamente il potenziale innovativo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione e dell'innovazione organizzativa, nonché utilizzare strumenti di politica pubblica e strumenti di mercato (4) per gestire la domanda e incoraggiare nuovi mercati.

3.7

Nei suoi documenti la Commissione dichiara che molte delle tecnologie che contribuiranno a conseguire gli obiettivi fissati per il 2020 sono attualmente già disponibili oppure sono giunte alla fase finale di sviluppo. Anche in una visione ottimistica, tuttavia, continua a valere il fatto che nell'applicazione delle tecnologie note il fattore tempo è molto importante e che, in generale, le tecnologie a basso tenore di carbonio continuano ad essere costose e incontrano ostacoli nella penetrazione del mercato. È quindi necessario un approccio basato su un duplice principio: potenziare la ricerca per ridurre i costi e migliorare l'efficienza, e adottare misure attive di sostegno per creare nuove opportunità commerciali, incentivare lo sviluppo del mercato ed eliminare le barriere non tecnologiche che scoraggiano l'innovazione e lo sviluppo del mercato delle tecnologie energetiche efficienti e a basso tenore di carbonio.

Per realizzare la visione fissata per il 2050, che prevede il passaggio a tecnologie praticamente prive di carbonio, è necessario sviluppare una nuova generazione di tali tecnologie sulla base di innovazioni significative. Anche se l'impatto di alcune di queste tecnologie entro il 2020 sarà limitato, è indispensabile intensificare gli sforzi per garantire che possano essere utilizzate quanto prima.

3.8

Le misure attualmente in vigore, adottate negli ultimi anni, possono costituire la base per un'ulteriore azione comunitaria: (i) istituzione di piattaforme tecnologiche europee; (ii) utilizzo dello strumento NET dello Spazio europeo della ricerca (SER) per dare il via ad una programmazione comune della ricerca fra gli Stati membri; (iii) cooperazione tra centri di ricerca in settori specifici grazie alle reti di eccellenza. Il piano SET conferirà agli sforzi globali di ricerca in Europa un orientamento chiaro, una base più solida e una reciproca interconnessione, con l'obiettivo di accelerare il progresso dell'innovazione nelle tecnologie europee a basso tenore di carbonio. Il piano SET si propone di ottenere i seguenti risultati: (i) una nuova pianificazione strategica congiunta, (ii) un'attuazione più efficace, (iii) un aumento delle risorse e (iv) un nuovo approccio rafforzato alla cooperazione internazionale.

3.9

Un nuovo metodo di lavoro a livello comunitario richiede strumenti complessi, dinamici e flessibili che consentano di guidare questo processo, di definire le priorità e di proporre le azioni da attuare: in altre parole, occorre un approccio collettivo alla pianificazione strategica. Le parti interessate devono iniziare a comunicare e ad adottare decisioni in modo molto più strutturato e orientato verso la missione da realizzare, elaborando e attuando azioni insieme alla CE nell'ambito di un quadro cooperativo. Per gestire l'attuazione del piano SET, rafforzando la coerenza fra gli sforzi nazionali, europei e internazionali, nel 2008 la Commissione istituirà un gruppo direttivo sulle tecnologie energetiche strategiche. Inoltre, nel primo semestre del 2009, la Commissione organizzerà un vertice europeo sulle tecnologie energetiche.

3.10

Per consentire al gruppo direttivo di effettuare una pianificazione strategica efficace, è necessario disporre di informazioni e dati affidabili e regolari. La Commissione istituirà un sistema di gestione delle informazioni e della conoscenza ad accesso libero, che comprenderà una «mappa delle tecnologie» e una «mappa delle capacità» sviluppate dal Centro comune di ricerca della Commissione (5).

3.11

Per accelerare il processo di sviluppo e il lancio delle tecnologie sul mercato sono necessari meccanismi più mirati e potenti, in grado di sfruttare il potenziale degli interventi pubblici, dell'industria europea e dei ricercatori. Questi meccanismi prenderanno la forma di: (i) iniziative industriali europee, (ii) un'alleanza europea per la ricerca nel settore dell'energia, (iii) reti transeuropee dell'energia e sistemi del futuro.

3.12

Favorire la concentrazione e il coordinamento fra i vari programmi e le varie fonti di finanziamento aiuterà a ottimizzare gli investimenti, a creare la capacità e ad assicurare la continuità dei finanziamenti delle tecnologie nelle diverse fasi di sviluppo. Occorre impegnarsi su due aspetti: mobilitare ulteriori risorse finanziarie per la ricerca e le infrastrutture connesse, la dimostrazione su scala industriale e i progetti di prima applicazione commerciale; e promuovere l'istruzione e la formazione per fornire la quantità e la qualità di risorse umane necessarie a sfruttare appieno le opportunità tecnologiche che verranno create dalla politica europea nel settore dell'energia.

3.13

La Commissione ha l'intenzione di presentare una comunicazione sul finanziamento delle tecnologie a basso tenore di carbonio alla fine del 2008. Le azioni intraprese dagli Stati membri per ampliare la base delle risorse umane dovrebbero essere coordinate meglio per massimizzare le sinergie e aumentare la mobilità nel settore.

3.14

Le misure proposte nel piano SET dovrebbero portare al rafforzamento della cooperazione internazionale. È inoltre necessario assicurare che l'UE parli sempre più spesso con una sola voce negli eventuali contesti internazionali per favorire un partenariato più forte e più coerente.

3.15

Oggi il processo di innovazione in materia di tecnologie energetiche si basa su programmi e incentivi nazionali che impiegano risorse nazionali per conseguire obiettivi nazionali. Questo modello è adatto a un'epoca, ormai tramontata, priva di restrizioni sulle emissioni di carbonio e in cui l'energia era disponibile a prezzi bassi. Per realizzare i profondi cambiamenti nel settore dell'energia che saranno necessari nel XXI secolo occorre adottare una politica nuova.

4.   Osservazioni di carattere generale

4.1

Il CESE accoglie con favore la comunicazione della Commissione e i documenti di lavoro complementari e condivide l'analisi e la descrizione della situazione attuale delle tecnologie energetiche. La necessità di reagire ai rischi posti dai cambiamenti climatici globali, continuando al tempo stesso a soddisfare l'elevata domanda di energia dei paesi industrializzati e a rispondere alla rapida crescita della domanda delle economie in via di sviluppo, costituisce un'importante sfida internazionale. Senza una strategia ben ponderata per lo sviluppo e l'applicazione di tecnologie energetiche più economiche ed efficienti, le riflessioni sulla limitazione dei cambiamenti climatici perdono largamente di validità.

4.2

La comunicazione rafforza notevolmente anche il fondamento essenziale della politica energetica: la sicurezza degli approvvigionamenti, tanto sul piano materiale quanto su quello della sostenibilità sociale e ambientale. Sicurezza degli approvvigionamenti significa non soltanto garantire l'accesso materiale alle fonti, bensì consentire di acquistare l'energia a prezzi socialmente accettabili.

4.3

Nella comunicazione la Commissione mette giustamente lo sviluppo delle tecnologie energetiche al primo posto nell'impegno per la limitazione dei cambiamenti climatici, e tale posizione corrisponde alle conclusioni adottate dalla 13a conferenza delle parti (COP 13), tenutasi a Bali nel dicembre 2007 (6). La cooperazione internazionale attuale e futura su questo punto dovrebbe costituire un'altra priorità dell'UE, anche in considerazione delle opportunità che si offrirebbero all'economia europea per quanto riguarda la diffusione delle necessarie tecnologie.

4.4

Molto opportunamente, la comunicazione della Commissione sottolinea l'importanza del fattore tempo, che svolge un ruolo essenziale nell'attuazione della strategia proposta (piano SET) se l'UE intende realizzare, entro il 2020, la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra prevista dall'impegno sottoscritto nel marzo 2007. Senza un'accelerazione dei processi di organizzazione e dell'analisi finale degli orientamenti strategici fondamentali relativi allo sviluppo delle tecnologie (tenuto conto anche degli orientamenti strategici di base per lo sviluppo e la ricerca adottati negli Stati Uniti e in Giappone) non sarà possibile mobilitare efficacemente le forze e le risorse necessarie a realizzare la prima tappa entro il 2020, né tanto meno la seconda entro il 2050.

4.5

Per accelerare lo sviluppo e l'utilizzo nella pratica delle nuove tecnologie energetiche, l'UE necessita di un maggior numero di meccanismi mirati ed efficaci che consentano di sfruttare le potenzialità dell'aiuto pubblico, dell'industria e della ricerca e ne rafforzino le sinergie. Nel settore energetico l'Europa dispone di validi organismi nazionali di ricerca, così come di eccellenti équipe di ricercatori nelle università e nei centri specializzati. Purtroppo però questi centri non lavorano in maniera coordinata e gli strumenti di cooperazione utilizzati finora si sono rivelati insufficienti. Sfruttare al massimo questa potenzialità è essenziale per il successo del piano proposto. Una più ampia cooperazione è necessaria anche a livello internazionale.

4.6

Il CESE apprezza vivamente l'invito della Commissione a mobilitare risorse sia finanziarie sia, soprattutto, umane a tutti e quattro i livelli: nel settore privato, a livello degli Stati membri, a livello comunitario e a livello globale. Poiché finora la mobilitazione di risorse finanziarie si è scontrata con problemi di priorità e ritardi, il piano SET proposto deve consentire un cambiamento di approccio e una maggiore rapidità nei processi decisionali. La mobilitazione delle risorse umane costituisce sempre un processo a lungo termine e fa anche parte della strategia di Lisbona; tuttavia non ha ancora raggiunto un livello e una rapidità sufficienti a trovare le risorse necessarie a realizzare le strategie proposte. La condizione primaria per mobilitare le risorse umane consiste nel dare un sostegno adeguato e universale all'istruzione scientifica e tecnica.

4.7

Il CESE constata che è indispensabile raggiungere un accordo non soltanto sulle prospettive, le priorità e gli obiettivi della politica energetica, ma anche su un piano strategico per le tecnologie energetiche.

4.8

Il CESE osserva che sarebbe deleterio se lo strumento indubbiamente più importante per limitare i cambiamenti climatici, ossia la strategia di sviluppo e di applicazione delle tecnologie energetiche, venisse messo in ombra da altri temi e strumenti i quali, obiettivamente, devono piuttosto creare un importante quadro di sostegno a tale sviluppo (sistema comunitario per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra, sostegno all'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, terzo pacchetto per l'energia ecc.). Per ottenere una diminuzione reale delle emissioni dei gas ad effetto serra sono necessari sviluppi tecnologici concreti, che consentano di mettere a punto tecnologie più efficaci per quanto riguarda sia la produzione che il consumo di energia. Per finanziare lo sviluppo tecnologico si potrebbero utilizzare, ad esempio, anche i proventi della vendita all'asta delle quote di emissione nel sistema di scambio dell'UE, a patto che la proposta di indire un'asta venga accettata. Questa fonte di finanziamento, tuttavia, non può assolutamente restare l'unica, tanto più se si considera che essa sarà effettivamente disponibile soltanto a partire dal 2013.

5.   Osservazioni specifiche

5.1

La Commissione presenta un'analisi estremamente valida e pertinente della situazione attuale, che è molto insoddisfacente, e dà giustamente risalto ai problemi organizzativi e amministrativi che la società deve affrontare accanto a quelli tecnico-scientifici.

5.2

I documenti dell'UE sulla problematica delle tecnologie energetiche partono dal principio che non vi è una sola tecnologia energetica — né soltanto alcune — in grado di influenzare decisivamente il progresso nel settore energetico e contribuire al conseguimento degli obiettivi stabiliti. Al contrario ne esistono moltissime, e solo utilizzandone una gamma completa si possono ottenere risultati. Senza un'analisi approfondita non si può escludere a priori nessun orientamento, per quanto poco promettente esso sia, anche se sarebbe necessario eliminare al più presto gli orientamenti che offrono scarse prospettive per evitare un inutile spreco di risorse. Ogni Stato membro e, se necessario, ogni regione dovrebbero avere la possibilità di scegliere le proprie priorità, a partire da un quadro strategico concordato, in base alle proprie competenze specialistiche, realizzazioni ed esperienze.

5.3

A livello dell'UE, nei documenti relativi a tale problematica viene raccomandato di concentrarsi sulle tecnologie per l'utilizzo delle fonti di energia rinnovabili, sulle tecnologie pulite per la produzione di calore (compreso il calore per la produzione di elettricità) e sulle infrastrutture più moderne per il trasporto e lo stoccaggio dell'energia. Il CESE approva queste priorità. Non possono restare in secondo piano, tuttavia, le tecnologie pulite basate sui carburanti fossili, che anche in un lontano futuro costituiranno le più importanti fonti primarie di energia, né si possono trascurare lo sfruttamento dell'energia atomica ottenuta grazie alla fissione e alla fusione e lo stoccaggio sicuro delle scorie nucleari, che anche in futuro dovranno fare parte integrante delle attività di ricerca e di sviluppo dell'UE.

5.4

Il CESE è d'accordo sul fatto che attualmente il mercato dell'energia non offre informazioni chiare ai responsabili della politica energetica, ai governi e agli investitori privati sull'urgenza di sviluppare l'applicazione delle nuove tecnologie energetiche, poiché i prezzi delle diverse fonti di energia e dei carburanti non tengono sufficientemente conto di tutte le esternalità, compresi i costi sociali. Anche per questo motivo a livello dell'UE non sono stati raggiunti accordi sulle priorità dell'attività di ricerca e sviluppo energetico e sulla messa a disposizione di risorse finanziarie adeguate e di altri strumenti a sostegno di tali priorità.

5.5

Secondo il CESE, una parte del piano strategico dovrebbe prevedere, oltre alla definizione di priorità a livello dell'UE, anche la definizione, rapida ed efficacemente coordinata, di priorità specifiche a livello degli Stati membri, l'assegnazione di sufficienti risorse finanziarie nel quadro dei bilanci pubblici, lo sfruttamento ottimale delle capacità di ricerca e sviluppo, il coinvolgimento del settore privato — motivato da stimoli sufficienti da parte del mercato dell'energia — e altri strumenti legislativi e fiscali. È indispensabile il coinvolgimento del settore privato, e anche in misura notevole. L'UE e i governi degli Stati membri devono creare delle condizioni favorevoli in tal senso, sia definendo i principi, le priorità e gli obiettivi della politica energetica, sia creando strumenti pratici a sostegno della loro attuazione.

5.6

Il punto chiave è l'introduzione delle regole del mercato nel settore energetico, soprattutto tenendo in debito conto le esternalità, compresi i costi sociali, nei prezzi dell'energia, il che farà sì che il mercato segnali in tempo utile agli investitori e agli operatori privati la necessità di effettuare cambiamenti tecnologici ai fini dell'utilizzo differenziato delle fonti energetiche e di un loro sfruttamento più efficace. L'UE e gli Stati membri dovranno evidentemente creare delle condizioni legislative e fiscali che consentano un collegamento più vantaggioso delle risorse finanziarie pubbliche e private destinate alla ricerca e allo sviluppo energetico, tra cui anche strumenti volontari, che porteranno ad un utilizzo più efficace delle risorse.

5.7

Per alcuni paesi che godono di condizioni naturali vantaggiose vi sono indubbiamente notevoli prospettive per un progresso più rapido verso un maggiore utilizzo delle fonti di energia rinnovabili. In altri paesi, tuttavia, tali vantaggi naturali per talune fonti di energia rinnovabili non sono disponibili, oppure non lo sono a condizioni economicamente accettabili. Le effettive condizioni naturali e l'accesso materiale alle fonti dovrebbero diventare il criterio di base al momento di valutare la possibilità di sfruttare le fonti di energia rinnovabili dei singoli Stati membri e di coinvolgerli nei programmi di sviluppo delle tecnologie energetiche.

5.8

Al CESE sembra che le priorità indicate nella comunicazione della Commissione sul piano SET siano in qualche modo limitate, soprattutto per quanto riguarda la questione delle fonti di energia rinnovabili. Queste ultime rivestono un'innegabile importanza sia per l'aumento della sicurezza degli approvvigionamenti energetici che per la riduzione della dipendenza degli Stati membri dall'importazione di forniture energetiche, nonché per la sostenibilità dello sviluppo. Attualmente, tuttavia, dal punto di vista economico alcune fonti di energia rinnovabili sono particolarmente costose e continueranno ad esserlo anche nel lungo periodo. In generale, l'integrazione dei mercati dell'energia non è soltanto una questione politica e organizzativa, ma richiederà anche adeguate attività di ricerca e sviluppo, ad esempio per la realizzazione di reti intelligenti.

5.9

Il CESE raccomanda di tenere conto del fatto che molti paesi sono dipendenti dai combustibili fossili e dall'energia nucleare e che questa situazione non cambierà nel prossimo futuro. Ciò riguarda anche i paesi terzi, con i quali l'UE dovrebbe coordinare gli sforzi intesi ad accelerare le attività di ricerca e sviluppo in materia di tecnologie energetiche. Per questo il Comitato ritiene che le priorità dell'UE non debbano essere concentrate esclusivamente sulle tecnologie collegate allo sfruttamento delle fonti di energia rinnovabili: la stessa importanza rivestono le tecnologie che consentono di risparmiare energia nel consumo finale e le tecnologie pulite basate sui combustibili fossili (tra cui la cattura e lo stoccaggio dell'anidride carbonica). Anche se nell'UE le tecnologie nucleari, per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo, hanno un calendario e un coordinamento specifico, occorre sottolineare la necessità di ricerca e di sviluppo per quanto riguarda la produzione di energia nucleare per mezzo della fissione e, in prospettiva, anche della fusione, nonché la durata di vita e la sicurezza delle centrali nucleari, che offrono grandi potenzialità per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra nell'UE.

5.10

È evidente che si può contribuire notevolmente allo sviluppo sostenibile impegnandosi a risparmiare energia sia nella trasformazione che nel consumo finale. Al conseguimento di questo obiettivo deve contribuire anche lo sviluppo di tecnologie energetiche moderne. A livello dell'UE è possibile migliorare l'utilizzo delle risorse finanziarie e umane in questo settore molto vasto tramite un coordinamento strategico delle attività di ricerca e sviluppo in materia di energia, correttamente elaborato e attuato. Esso definirà le priorità (dal punto di vista del contenuto e dei tempi) a livello sia comunitario che degli Stati membri, nonché i meccanismi operativi necessari come i sistemi di gestione, di controllo e dei flussi di informazione. Un ruolo essenziale a questo proposito sarà svolto anche da una standardizzazione efficace dei processi e degli impianti.

5.11

Nell'estendere la cooperazione in materia di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie energetiche al di là dell'ambito comunitario, prima di concludere nuovi accordi ci si dovrebbe adoperare per utilizzare al meglio le istituzioni, i trattati e gli accordi già esistenti, in particolare quelli che in passato si sono rivelati efficaci.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  Cfr. decisione della 13a conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico — Piano d'azione di Bali.

(2)  Il CESE ha pubblicato alcuni pareri fondamentali su questo tema, ad esempio GU C 241 del 7.10.2002, pag. 13, La necessità di una ricerca finalizzata a un approvvigionamento energetico sicuro e sostenibile ed altri, tutti ancora attuali.

(3)  Pielke R. Jr et al., Dangerous assumptions (Assunti pericolosi), Nature, Vol. 452/3, pagg. 531-532, 3 aprile 2008.

(4)  Libro Verde sugli strumenti di mercato utilizzati a fini di politica ambientale e ad altri fini connessi — COM(2007) 140 def. del 28 marzo 2007.

(5)  Cfr. i documenti di lavoro dei servizi della Commissione SEC(2007) 1510 Technology Map (Mappa delle tecnologie) e SEC(2007) 1511 Capacities Map (Mappa delle capacità).

(6)  Cfr. decisione della 13a conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico — Piano d'azione di Bali.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/59


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema I rapporti tra il cambiamento climatico e l'agricoltura in Europa

(2009/C 27/14)

In data 25 ottobre 2007 la futura presidenza francese dell'UE, conformemente al disposto dell'articolo 262 del Trattato CE, ha chiesto al Comitato economico e sociale europeo di elaborare un parere esplorativo sul tema:

I rapporti tra il cambiamento climatico e l'agricoltura in Europa.

La sezione specializzata Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 4 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore RIBBE e dal correlatore WILMS.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 94 voti favorevoli, 30 voti contrari e 13 astensioni.

1.   Sintesi delle conclusioni e raccomandazioni del Comitato

1.1

La futura presidenza francese dell'UE, con lettera del 25 ottobre 2007, ha chiesto al Comitato economico e sociale europeo di elaborare un parere esplorativo sul tema I rapporti tra il cambiamento climatico e l'agricoltura a livello europeo, invitandolo esplicitamente ad affrontare il tema dei biocarburanti.

1.2

Il Comitato è profondamente preoccupato per l'impatto negativo che il cambiamento climatico avrà sull'agricoltura europea, e quindi anche sull'economia di molte zone rurali. L'impatto maggiore si avrà probabilmente nell'Europa meridionale, soprattutto in ragione dei prolungati periodi di siccità e addirittura di scarsità delle risorse idriche previsti. Queste circostanze potrebbero portare al collasso totale delle attività agricole. Anche in altre regioni d'Europa, però, gli agricoltori dovranno affrontare problemi gravi dovuti ai cambiamenti climatici, ad esempio sotto forma di un profondo cambiamento dei modelli temporali delle precipitazioni. A ciò si potrebbero aggiungere problemi legati alla comparsa di nuove o più gravi forme di fitopatie e infestazioni parassitarie.

1.3

La politica è pertanto chiamata ad agire rapidamente, integrando la protezione del clima in tutte le altre politiche.

1.4

L'agricoltura non è solo vittima del cambiamento climatico, ma contribuisce anch'essa all'emissione di gas a effetto serra; non si tratta principalmente di emissioni di CO2, ma di quelle di metano e di protossido di azoto causate dal cambiamento d'uso dei terreni e dalla produzione agricola vera e propria. Il CESE esorta la Commissione ad analizzare con maggiore precisione quali siano le differenze tra le diverse forme di attività agricola in termini di incidenza climatica, per poterne ricavare delle opzioni di intervento, ad esempio nel quadro della politica di sostegno. In questo contesto, il Comitato accoglie con favore l'annuncio della Commissione riguardante una maggiore integrazione, in futuro, della tutela del clima nella politica agricola comune.

1.5

L'agricoltura può fornire contributi importanti alla tutela del clima, fra l'altro facendo in modo che le riserve di carbonio ancora presenti nel suolo non solo siano preservate, ma addirittura aumentino mediante una formazione mirata di humus, riducendo l'input energetico che essa richiede e fornendo biomassa per scopi energetici prodotta in modo rispettoso della natura e dell'ambiente.

1.6

La strategia europea per i biocarburanti di cui si disegnano attualmente i contorni e che, secondo le indicazioni dalla Commissione prevede un volume notevole anche di importazioni di materie prime agricole è, a parere del CESE, inadatta a realizzare gli obiettivi di tutela del clima in modo economicamente efficace e a creare allo stesso tempo nuovi posti di lavoro e generare nuovi redditi nel settore agricolo. Invece della strategia per i biocarburanti andrebbe definita piuttosto una nuova strategia europea per la biomassa frutto di attente riflessioni; tale strategia non dovrebbe affidarsi alle importazioni, ma cercare in misura decisamente maggiore di quanto non sia avvenuto finora di trasformare i sottoprodotti/residui agricoli in energia utilizzabile, prevedendo per gli agricoltori un ruolo attivo nei cicli energetici decentrati che andranno creati.

2.   Elementi principali e contesto del parere

2.1

L'agricoltura è per eccellenza il settore dell'economia che più dipende dalle condizioni naturali (e quindi anche da quelle climatiche), che le sfrutta, le modifica o le crea.

2.2

Il principio su cui si basa consiste nello sfruttare sistematicamente l'energia solare attraverso il processo di fotosintesi delle piante per ottenere energia utilizzabile dall'uomo sotto forma di alimenti o foraggio. Inoltre, l'energia fissata attraverso la fotosintesi viene utilizzata da sempre come fonte di calore (p. es. la biomassa sotto forma di legno).

2.3

Le condizioni climatiche, che in Europa finora erano nel complesso favorevoli all'attività agricola, sono un fattore decisivo ai fini di un'agricoltura con una struttura molto variata e caratterizzata da una grande diversità. Questo significa anche che un eventuale cambiamento delle condizioni avrà necessariamente un impatto sull'agricoltura e sulle strutture ambientali, economiche e sociali regionali ad essa collegate.

3.   Osservazioni di carattere generale

L'agricoltura, vittima del cambiamento climatico

3.1

I cambiamenti climatici, in particolare il previsto aumento della temperatura e, più ancora, la variazione del volume delle precipitazioni, colpiranno in modo devastante l'agricoltura in alcune regioni europee. Specialmente nell'Europa meridionale periodi di siccità prolungati, ed eventualmente nel tempo l'aridità completa e una possibile conseguente desertificazione, potrebbero rendere impossibile la produzione agricola. Inoltre, gli incendi di vaste dimensioni possono avere un impatto enorme sulle superfici agricole (1). L'economia di queste regioni rischia un grave tracollo. Secondo tutti gli studi scientifici i cambiamenti climatici avranno un impatto in termini di infestazioni e fitopatie, che ridurranno la resa delle coltivazioni più importanti per la produzione di alimenti. L'alterazione del ciclo vitale degli agenti patogeni porterà a:

modifiche nella distribuzione geografica degli agenti patogeni,

modifiche nell'incidenza e nella gravità delle fitopatie,

cambiamenti nella strategia impiegata per controllare le fitopatie.

3.2

Il CESE, in questo contesto, rimanda alle varie pubblicazioni ed iniziative della Commissione sull'argomento, fra cui la comunicazione Affrontare il problema della carenza idrica e della siccità nell'Unione europea  (2) e i progetti ed azioni ivi illustrate, e il Libro verde L'adattamento ai cambiamenti climatici in Europa — quali possibilità di intervento per l'UE; ricorda altresì che la Commissione ha sottolineato la necessità di sviluppare strategie intelligenti per lo sfruttamento dei terreni. Diversi paesi si sono già attivati in tal senso.

3.3

La maggior parte dei nostri concittadini e dei responsabili politici non è probabilmente neanche in grado di immaginare che cosa significherebbe se, ad esempio, nell'Europa meridionale si dovesse rinunciare allo sfruttamento agricolo di vaste superfici perché non c'è più una sufficiente disponibilità d'acqua e a causa dei frequenti episodi di temperature estreme. Ciò avrà anche conseguenze negative per l'occupazione delle regioni interessate da tali fenomeni, a causa dei cambiamenti nell'uso dei suoli.

3.4

Il Comitato esorta pertanto tutti i poteri decisionali a fare il possibile per limitare al massimo le ripercussioni negative del cambiamento climatico sull'agricoltura mediante un programma di protezione del clima ampio e approfondito. È inoltre indispensabile intraprendere azioni volte a permettere l'adeguamento dell'attività agricola al cambiamento climatico. Il settore agricolo dovrà adattarsi in modo rapido ed efficiente alle trasformazioni e alle alterazioni che subirà il clima, poiché dalla riuscita o dal fallimento di queste azioni dipenderà la continuità dell'attività agricola.

3.4.1

In base agli ultimi rapporti dell'OCSE e della FAO, la ricerca e l'innovazione devono essere fattori essenziali nella lotta contro i cambiamenti climatici. Tra le azioni volte a permettere un adeguamento a questo fenomeno, va presa in considerazione la promozione di nuove specie e varietà vegetali, meglio adattate ai cambiamenti climatici. In tal senso acquistano particolare rilevanza i progressi nel miglioramento del materiale vegetale e animale.

Il contributo dell'agricoltura al cambiamento climatico

3.5

Il CESE reputa che sia necessario non solo discutere sulle conseguenze negative del cambiamento climatico per l'agricoltura, ma anche tener presente il contributo di quest'ultima al cambiamento climatico e avviare misure per la riduzione dell'impatto nocivo esercitato dall'agricoltura sul clima. È altresì importante tener conto dei diversi tipi di contributo che l'agricoltura può apportare alla lotta contro il cambiamento climatico.

3.6

Il Comitato si compiace, pertanto, che la Commissione, nella propria comunicazione sulla valutazione dello stato di salute della PAC (3), abbia definito la politica climatica una delle 4 nuove «sfide» per la PAC.

3.7

Le emissioni attribuite direttamente all'agricoltura, secondo la definizione dell'IPCC (comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici), sono pari al 10-12 %, mentre il contributo complessivo dell'agricoltura all'emissione globale di gas a effetto serra è stimato a 8,5-16,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (4), il che corrisponde a una quota totale compresa tra il 17 % e il 32 % (5).

3.8

In Europa, secondo le stime, la quota delle emissioni dovute all'agricoltura rispetto al totale delle emissioni di gas serra è minore che a livello mondiale; la Commissione, facendo ricorso al metodo di calcolo utilizzato dall'IPCC, parla di una quota del 9 %. Dal 1990 l'agricoltura nell'UE-27 è stata in grado di ridurre le emissioni del 20 % e l'UE-15 dell'11 % (6). Il metodo di calcolo IPCC non prende però in considerazione né le emissioni dovute ai cambiamenti introdotti nella destinazione d'uso dei terreni, né l'input energetico per la produzione di concimi e sostanze fitosanitarie o il carburante necessario per i trattori. È per questo che, mentre la Commissione, ad esempio, stima al 6 % la quota delle emissioni di origine agricola in Germania rispetto alle emissioni complessive di tale paese, il governo tedesco cita un valore compreso tra l'11 % e il 15 % poiché, nelle sue stime, tiene conto di tutte le emissioni causate dall'agricoltura.

Il diverso peso dei gas a effetto serra in agricoltura

3.9

L'agricoltura è responsabile solo in piccola parte dell'emissione netta di CO2. Questo è dovuto soprattutto al fatto che le piante assorbono dapprima il CO2 e lo trasformano in massa organica. In seguito all'uso della biomassa, il carbonio dapprima fissato viene rilasciato nuovamente sotto forma di CO2. Il ciclo del carbonio è quindi in gran parte un ciclo chiuso.

3.10

Secondo la Quarta relazione di valutazione dell'IPCC (7), nel settore agricolo la politica climatica deve concentrarsi soprattutto sulle emissioni di metano e di protossido di azoto. L'agricoltura è responsabile per circa il 40 % delle emissioni totali di CH4 e N2O in Europa, emissioni che hanno un impatto particolarmente forte sul clima. Il potenziale effetto serra del protossido di azoto è infatti circa 296 volte maggiore di quello del CO2, e quello del metano lo è di circa 23 volte.

3.11

Fondamentalmente, in agricoltura ci sono quattro aspetti particolarmente rilevanti dal punto di vista climatico:

a)

la trasformazione dei boschi, delle torbiere, delle zone umide e dei prati in terreni agricoli arabili;

b)

i gas a effetto serra rilasciati dai terreni coltivati e dagli animali d'allevamento;

c)

l'energia utilizzata per le attività agricole, nelle imprese agricole e nei settori a monte e a valle, ad esempio sotto forma di carburante, combustibile, concimi minerali, pesticidi o altri tipi di energia necessari per i vari processi (8) e

d)

la produzione di biomassa per scopi energetici.

3.12

Da un punto di vista globale, la trasformazione delle superfici ancora incolte in terreni agricoli è estremamente importante. Le emissioni di gas serra che essa provoca sono infatti di gran lunga superiori a quelle dovute alla produzione agricola e all'impiego di energia in agricoltura. La trasformazione di un terreno in una superficie arabile ha come conseguenza l'emissione di gas serra poiché, se si escludono i deserti, le aree semidesertiche e le superfici edificate, i terreni arabili sono quelli che mediamente presentano la minore percentuale di carbonio (9) fissato nel suolo.

3.13

Per questo motivo, il dibattito sul disboscamento delle foreste pluviali in Amazzonia o in Indonesia ha un'importanza fondamentale. Il CESE fa notare che nei disboscamenti massicci avvenuti in tali regioni hanno sicuramente svolto un certo ruolo l'Europa e l'agricoltura europea (10).

Modificazione della destinazione dei suoli/depositi di carbonio

3.14

Un problema grave è dato dal fatto che, ancor oggi, in Europa ogni giorno vengono edificate grandi superfici, che quindi non possono più essere utilizzate per la produzione agricola, né come depositi di carbonio. Il CESE si rammarica per il fatto che finora non sia stata adottata la prevista direttiva sulla protezione dei suoli, che avrebbe potuto fornire un importante contributo in questo senso.

3.15

Esistono 6 tipi principali di depositi di carbonio (11) da analizzare sotto il profilo dalla politica climatica. L'agricoltura interessa soprattutto la biomassa aerea e il suolo. Dato che il principio dell'agricoltura consiste nel raccogliere ogni anno la biomassa prodotta, tale attività non crea nuovi importanti depositi di carbonio sulla superficie terrestre sotto forma di biomassa.

3.16

La trasformazione di boschi, torbiere e pascoli in terreni arabili fa sprigionare il carbonio fissato nel suolo. Per l'agricoltura in Europa si tratta quindi di preservare le superfici che dispongono ancora di grandi riserve di carbonio. A tal fine è necessario creare, mediante strumenti di sostegno, adeguati incentivi per fare in modo che vengano impiegate pratiche agricole appropriate.

3.17

Secondo le conoscenze attuali, anche solo per motivi di tutela del clima, per le torbiere e i boschi dovrebbe vigere un esplicito divieto di trasformazione.

3.18

In Europa, negli ultimi decenni, c'è stata una massiccia trasformazione dei prati in terreni arabili, fenomeno che, nonostante siano state imposte varie condizioni (12), non solo persiste ma registra in alcune regioni un'intensificazione ulteriore sullo sfondo del crescente impiego dell'«energia agricola».

3.19

Il motivo per cui i prati vengono trasformati sempre più in terreni arabili sta essenzialmente nel fatto che, su questi ultimi, gli agricoltori hanno un margine di guadagno nettamente maggiore. Utilizzare i terreni per il pascolo richiede lavoro e non basta più l'erba da sola a ottenere gli alti rendimenti voluti dai bovini, i quali dipendono da «foraggio ad alto rendimento», che però può essere prodotto solo con un input energetico decisamente maggiore.

3.20

Il Comitato osserverà attentamente in che modo la politica ambientale e quella agricola affronteranno questa problematica, ad esempio nel quadro delle proposte legislative relative alla valutazione dello stato di salute della PAC. In questo contesto esorta ad avviare un intenso dibattito su come rendere nuovamente interessanti sul piano economico per gli agricoltori le forme di uso del suolo rispettose del clima.

Gas serra dovuti alla produzione agricola

3.20.1

L'uso di fertilizzanti azotati chimici o organici è la principale fonte di emissione di protossido di azoto. Quando l'azoto viene emesso in grande quantità c'è sempre il rischio che non possa essere assorbito totalmente o abbastanza rapidamente dalle piante e che si sprigioni nell'ambiente protossido di azoto. Finora, sul piano della politica ambientale, l'attenzione era rivolta soprattutto all'inquinamento delle acque superficiali e sotterranee; adesso, però, la questione climatica introduce nel dibattito un nuovo argomento a favore di una valutazione più approfondita dei cicli degli elementi nutritivi.

3.20.2

Il prof. Crutzen, un climatologo che ha analizzato le emissioni di protossido di azoto nella catena produttiva dalla colza fino al biodiesel (13), è giunto alla conclusione che, a determinate condizioni, l'impatto dell'estere metilico di colza sul clima può essere ancor più nocivo del diesel di petrolio, proprio a causa delle elevate emissioni di protossido di azoto dovute ai fertilizzanti minerali.

3.20.3

Un'altra fonte di emissioni di protossido di azoto, ma meno importante dal punto di vista quantitativo, è la decomposizione della materia organica nel suolo, soprattutto nei campi coltivati.

3.20.4

In Europa, il metano sprigionato in agricoltura proviene soprattutto dai ruminanti, e in particolare dai bovini. Il CESE è consapevole del fatto che l'inquinamento da metano causato dai ruminanti ha un'importanza crescente a livello mondiale (14) e che, con l'aumento degli allevamenti, questo problema si aggraverà in tutto il mondo. È vero che in Europa il numero di bovini è diminuito negli ultimi anni (15), l'Europa è però un importatore netto in questo settore.

3.21

Il consumo di carne, nel complesso, ha un'incidenza sul clima. Per produrre una caloria di origine animale sono necessarie circa 10 calorie vegetali. Se il consumo di carne cresce è necessario coltivare più foraggi, e questo richiede impiego di energia e aumenta la pressione esercitata sulle superfici agricole per ottenere una resa maggiore. L'Europa, che ha un consumo di carne relativamente elevato, importa gran parte dei foraggi che utilizza. Le relative coltivazioni, a loro volta, creano spesso problemi enormi (si pensi ad esempio alla soia nel bacino amazzonico). Il Comitato è quindi favorevole anche all'elaborazione e attuazione di una strategia europea per le proteine.

3.22

Non solo la quantità di carne prodotta, ma anche il tipo di allevamento è un fattore importante. La carne e il latte, ad esempio, possono essere prodotti utilizzando pascoli estensivi sotto il profilo energetico; in questo quadro i bovini, durante il periodo di vegetazione, usano pascoli la cui importanza per la protezione del clima è stata finora sottovalutata. Il latte e la carne possono però provenire anche da aziende che praticano un allevamento ad alto input energetico, rinunciano ai pascoli e alimentano il bestiame soprattutto con silomais o altre piante foraggiere energetiche.

L'impiego dell'energia in agricoltura

3.23

Il vantaggio dell'agricoltura, che consiste nel trasformare direttamente l'energia solare in energia vegetale utilizzabile, diminuisce all'aumentare dell'energia di origine fossile immessa nel processo di produzione e al ridursi della proporzione di prodotti vegetali direttamente utilizzati dall'uomo rispetto a quelli trasformati in prodotti animali.

3.24

Mentre, per esempio, le aziende che usano metodi di produzione biologica rinunciano ad utilizzare prodotti fitosanitari e concimi minerali solubili di fabbricazione industriale, il bilancio energetico e climatico dell'agricoltura convenzionale peggiora a causa dell'uso di tali sostanze.

3.24.1

Alcuni studi comparativi disponibili sul bilancio energetico e delle sostanze utilizzate in agricoltura, ma anche sul deposito del carbonio dimostrano che l'agricoltura biologica, mediamente, ha bisogno di un apporto energetico e di azoto inferiore all'agricoltura convenzionale. Anche considerando che, in media, l'agricoltura convenzionale ha un rendimento maggiore, quella biologica ha comunque un minore potenziale di emissioni di gas a effetto serra (16). Per questo motivo il governo tedesco, ad esempio, considera gli aiuti all'agricoltura biologica un sostegno a favore di una maggiore tutela del clima (17).

3.24.2

Altri studi giungono in parte a conclusioni diverse.

3.25

I dati disponibili sono talvolta scarsi e contradditori e, in considerazione di ciò, il CESE esorta la Commissione ad analizzare con precisione quali siano le differenze tra le diverse forme di attività agricole e non agricole sotto il profilo della loro incidenza climatica, per poterne poi ricavare delle opzioni di intervento, ad esempio nel quadro della politica di sostegno.

Il contributo dell'agricoltura alla soluzione del problema del cambiamento climatico

3.26

L'agricoltura può quindi contribuire in molti modi alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai valori attuali. Può ad esempio rinunciare a trasformare le superfici boschive, le torbiere, le zone umide e i pascoli in terreni agricoli e ridurre le emissioni di protossido di azoto e metano adottando metodi di coltivazione non aggressivi per il suolo e avendo cura che il terreno sia ricoperto quanto più stabilmente possibile di vegetazione (colture intermedie), praticando la rotazione di più colture (ad esempio per limitare al massimo i problemi derivanti dai parassiti), effettuando una concimazione adeguata ecc.

3.27

Per molto tempo l'input energetico, praticamente, non è stato considerato un problema, tanto più che l'energia era disponibile a un prezzo molto basso. A parere del CESE vi è una grande necessità di prestare in futuro maggiore attenzione alle pratiche agricole particolarmente efficienti dal punto di vista energetico e di promuoverle maggiormente. In questo contesto l'agricoltura biologica e le produzioni a basso input energetico (come ad esempio i pascoli estensivi) possono fornire un contributo.

3.28

Gli esperimenti effettuati con le cosiddette «colture miste» hanno dato risultati molto promettenti. Questo tipo di coltura consiste nel coltivare sul medesimo terreno, ad esempio, alcune varietà di cereali assieme a leguminose e oleaginose, il che consente di ridurre notevolmente l'impiego di concimi e pesticidi e, al medesimo tempo, accresce la biodiversità e favorisce la formazione di humus.

3.29

La gestione dell'humus ha un'importanza decisiva per la protezione del clima. Soprattutto sui terreni arabili, in futuro si dovrà prestare maggiore attenzione ad ottenere un contenuto di humus quanto più elevato e stabile possibile, cosa che in molti casi rende necessario modificare la successione delle colture. Il CESE invita la Commissione a valutare gli studi disponibili in cooperazione con gli istituti di ricerca degli Stati membri e, se del caso, ad avviarne di nuovi per individuare i metodi migliori e incentivarli.

3.30

In tale contesto andrà affrontata anche la questione dell'importanza da attribuire alla gestione tradizionale del letame solido. Va altresì chiarito se la cosiddetta utilizzazione integrale delle piante prevista nel quadro della seconda generazione di biocarburanti non possa eventualmente pregiudicare gli obiettivi di formazione dell'humus.

4.   Bioenergie/biocarburanti di origine agricola

4.1

La presidenza francese ha chiesto al CESE di affrontare anche il tema dei «biocarburanti» nel quadro del presente parere. Il Comitato, ovviamente, dà seguito a questa richiesta ma rinvia, nel contempo, anche ai suoi pareri in materia (18), nei quali motiva in modo dettagliato il suo atteggiamento molto critico nei confronti della strategia per i biocarburanti i cui contorni si stanno disegnando attualmente.

4.2

A causa delle elevate emissioni di CO2 di carbone, petrolio e gas naturale si comincia giustamente a valutare l'ipotesi di incrementare l'uso diretto delle energie vegetali. Il CESE si è pronunciato più volte sostanzialmente a favore dell'impiego delle bioenergie; desidera però ribadire ancora una volta i principi fondamentali che ritiene imprescindibili.

4.2.1

Il Comitato sottolinea che il diritto a disporre di prodotti alimentari sufficienti viene esplicitamente riconosciuto come un elemento importante dei diritti umani in senso più ampio. La produzione di alimenti di base deve avere la precedenza sulla produzione di energia.

4.2.2

È importante anche che per la coltivazione di piante energetiche non vengano utilizzate superfici che attualmente sono grandi riserve di carbonio o rivestono un'importanza fondamentale per la biodiversità. Il CESE si compiace che la Commissione abbia riconosciuto che la coltivazione di piante energetiche deve necessariamente essere soggetta a criteri di sostenibilità. Per quanto riguarda la domanda se i criteri di sostenibilità previsti dalla direttiva sulle «energie rinnovabili» siano adeguati o se invece vadano considerati insufficienti, il CESE affronterà in modo particolareggiato questo aspetto nel suo parere sulla proposta di direttiva. È peraltro dell'avviso che andrebbero previsti criteri di sostenibilità adeguati in modo generalizzato per tutti i carburanti, indipendentemente dalla loro origine, e anche per i foraggi.

4.2.3

Già la valorizzazione dei sottoprodotti agricoli o della biomassa risultante dalla gestione del paesaggio in Europa racchiude un alto potenziale energetico, che attualmente è sfruttato solo in misura molto limitata poiché la coltivazione specifica di piante energetiche (che è una coltivazione ad alta intensità di energia) conviene di più sul piano economico. Qui finora la politica di sostegno ha inviato dei segnali sbagliati.

4.2.4

Nell'uso della bioenergia si deve aver cura di garantire la massima efficienza. È assurdo, ad esempio, produrre biogas dal mais proveniente da colture ad alta intensità energetica se il calore residuo derivante dalla produzione di elettricità non ha sbocchi di mercato. In questo modo, infatti, circa i 2/3 dell'energia prodotta vanno nuovamente persi.

4.2.5

Attualmente vengono spesso prodotte in priorità piante energetiche con un forte input energetico, e poi le piante coltivate o gli oli ricavati vengono trasformati mediante un ulteriore processo industriale ad alta intensità energetica. Questo fa sì che il bilancio energetico netto e il bilancio climatico di molti biocarburanti presentino valori poco soddisfacenti o addirittura negativi, che possono essere catastrofici.

4.2.6

Per questo motivo il Centro comune di ricerca della Commissione (CCR), in uno studio intitolato Biofuels in the European Context (I biocarburanti nel contesto europeo), dubita che verrà realizzato l'obiettivo della Commissione di ridurre le emissioni di gas a effetto serra mediante un livello di miscelazione di biocombustibili del 10 %. Altri studi (19) giungono a conclusioni analoghe.

4.2.7

Lo studio del CCR contiene una riflessione fondamentale, che secondo il CESE dovrebbe essere elevata a principio politico: la biomassa prodotta andrebbe utilizzata dove i vantaggi sono maggiori; la parola d'ordine è «efficienza» (20). Per quale motivo dobbiamo modificare industrialmente le strutture molecolari delle piante, con un forte apporto di energia, se si prestano anche a un uso diretto a fini energetici? Secondo il CCR le centrali termiche e elettriche fisse nell'UE hanno un consumo di petrolio analogo a quello dei veicoli diesel. Se in tali centrali venissero utilizzate piante energetiche, 1 megajoule (MJ) di biomassa potrebbe sostituire circa 0,95 MJ di combustibili fossili (petrolio); mentre se viene impiegato nel settore dei trasporti, 1 MJ di biomassa sostituisce approssimativamente solo da 0,35 a 0,45 MJ di petrolio greggio.

4.2.8

Le emissioni di gas a effetto serra provocate dal settore dei trasporti possono tuttavia essere ridotte grazie all'uso di veicoli elettrici, che utilizzano l'energia prodotta dalla combustione di biomassa.

4.3

Nel suo parere esplorativo sul tema Mix energetico nel trasporto  (21) il CESE afferma che nel settore dei trasporti i motori a combustione verranno sostituiti dalla trazione elettrica. Non ha senso utilizzare l'energia ricavata dalle piante in un modo così inefficiente come quello che sembra profilarsi nel settore dei biocarburanti.

4.4

In uno studio comparativo l'istituto svizzero di ricerca Empa (22) ha calcolato che, per consentire a una Volkswagen Golf di percorrere una distanza di 10 000 km, sarebbe necessario coltivare 2 062 m2 di colza. Utilizzando cellule solari, per produrre la stessa quantità di energia basterebbe invece una superficie di 37 m2, cioè circa un sessantesimo di quella del campo di colza.

4.5

Ci si deve interrogare anche sull'opportunità della «raffinazione» degli oli vegetali per la loro utilizzazione nei motori a combustione. Perché non vengono adeguati i motori alla struttura delle molecole vegetali? Esistono ormai motori, ad esempio per i trattori e gli autocarri, che funzionano con olio vegetale puro e soddisfano i limiti di emissione fissati o previsti dall'UE. Innovazioni di questo tipo andrebbero seguite e promosse con maggiore intensità.

4.6

Gli oli necessari per tali motori possono essere prodotti mediante colture miste, essere lavorati a livello regionale ed utilizzati in modo decentrato. Questo significa che gli agricoltori, con metodi rispettosi dell'ambiente e del clima e a basso impiego di energia, potrebbero non solo produrre l'energia necessaria per i propri motori, ma anche mettere in moto nuovi cicli energetici regionali. In questo modo i processi di trasformazione industriale ad alta intensità energetica diventano superflui.

4.7

Il Comitato reputa pertanto che l'Europa non abbia bisogno di una strategia europea unicamente per i biocarburanti, ma di una strategia europea per la biomassa oggetto di un'approfondita riflessione. Una tale strategia potrà essere ben più rispettosa dell'ambiente e creare ben più posti di lavoro della strategia che viene attualmente disegnata e che sarebbe ampiamente incentrata sull'importazione delle piante energetiche.

5.   Nuovi posti di lavoro grazie a un'agricoltura e una politica agricola rispettose del clima

5.1

Il cambiamento climatico, da un lato, costituisce una minaccia per l'agricoltura in alcune parti d'Europa ma, dall'altro, può rappresentare un'opportunità per l'agricoltura e per i lavoratori europei, ammesso che il settore agricolo prenda sul serio e svolga attivamente il ruolo che le spetta nella ridefinizione della politica climatica.

5.2

Il settore agricolo è ancor oggi un importante datore di lavoro nell'UE. In una comunicazione la Commissione ha esaminato in modo dettagliato l'andamento dell'occupazione nelle zone rurali (23) e ha evidenziato che, sebbene nel complesso la quota del lavoro agricolo sia piuttosto limitata, nelle regioni rurali questo settore riveste un'importanza notevole. Secondo le previsioni della Commissione, di qui al 2014 l'occupazione nel settore agricolo (che attualmente è di 10 milioni di unità equivalenti a tempo pieno) dovrebbe diminuire di 4-6 milioni di unità.

5.3

Intanto, però, in molti paesi europei si prevede una mancanza di lavoratori qualificati, soprattutto in grado di svolgere funzioni dirigenziali o di utilizzare tecniche complesse. La scarsa capacità d'attrazione dei posti di lavoro disponibili aggrava inoltre la carenza di personale specializzato. Il Comitato ha già fatto presente in modo esplicito questo sviluppo, affermando che è necessario condurre una discussione qualitativa sul tema del lavoro (24).

Potenziale occupazionale delle bioenergie

5.4

In uno studio dell'Agenzia europea dell'ambiente del 2006 è stata analizzata la potenziale quantità di biomassa che l'Europa può produrre per scopi energetici in modo rispettoso dell'ambiente. Prendendo in considerazione anche la biomassa ricavata dai rifiuti (p. es. quelli domestici) e dalla silvicoltura, nel 2030 il 15-16 % del fabbisogno energetico primario previsto per l'UE-25 potrebbe essere coperto mediante questa fonte di energia. In questo modo nelle zone rurali si potrebbero garantire o addirittura creare dai 500 000 ai 600 000 posti di lavoro.

5.5

Per stabilire se e quanti nuovi posti di lavoro verranno creati con la produzione di bioenergie è decisiva la scelta della strategia. Il comitato scientifico consultivo del ministero tedesco dell'Agricoltura prevede che l'incidenza sui posti di lavoro e sul clima sarà maggiore se si porrà l'accento sulla produzione di bioenergia in impianti di cogenerazione di energia elettrica e termica o di riscaldamento ad azionamento termico con recupero energetico che funzionano a base di trucioli di legno e di biogas ricavato da liquami e residui. Se invece la promozione della bioenergia porta a scalzare la produzione animale o se — come si può constatare — nel settore dei biocarburanti ci si affida alle importazioni, il saldo occupazionale nelle zone rurali sarà negativo.

5.6

Il fatto che la produzione di determinati tipi di bioenergia possa essere vantaggiosa — sul piano economico, ecologico e sociale — anche per l'agricoltura e per il mercato del lavoro regionale è dimostrato dagli esempi di un passaggio riuscito a cicli di bioenergia chiusi. (I comuni di Mureck e di Güssing (entrambi in Austria) o di Jühnde (Germania) presentano un grado di approvvigionamento con energie rinnovabili che arriva fino al 170 %.) A questo bilancio ecologico impressionante si accompagna un effetto positivo per il mercato del lavoro locale (artigiani), anche a prescindere dai posti di lavoro degli agricoltori che forniscono le materie prime (25).

5.7

Dato che presumibilmente le differenze di reddito e di benessere tra i centri urbani e le zone rurali aumenteranno ulteriormente, a queste ultime va prestata un'attenzione particolare sul piano della politica occupazionale. La produzione sostenibile di piante energetiche e la loro trasformazione in energia può garantire e creare posti di lavoro nelle zone rurali se il valore aggiunto rimane nella regione.

Garantire la qualità dell'occupazione nel settore agricolo

5.8

L'obiettivo della protezione climatica può essere realizzato solo con manodopera qualificata. Le imprese devono offrire ai i lavoratori condizioni idonee alla formazione continua.

Definire e garantire gli standard sociali

5.9

È opinione comune che la domanda di biomassa importata dai paesi in via di sviluppo e emergenti aumenterà. Eventuali vantaggi sul piano dei costi non devono però essere sfruttati distruggendo i presupposti ecologici e sociali della vita nei paesi produttori. Nella produzione di bioenergia vanno quindi rispettate le norme fondamentali del lavoro e quelle di sicurezza sul lavoro dell'OIL (26).

Partecipazione dei lavoratori e dei sindacati

5.10

I cambiamenti strutturali in agricoltura avranno un impatto decisivo sulla qualità dei posti di lavoro e sul reddito. È necessario perciò coinvolgere i lavoratori e i sindacati in questi processi di trasformazione. Dato che in Europa esistono modelli di codecisione molto diversi, bisogna tener conto maggiormente delle esigenze di partecipazione dei lavoratori del settore agricolo nelle strutture nazionali ed europee esistenti, e questo soprattutto per garantire che, con queste forme di comunicazione e di scambio di idee, sia possibile garantire i posti di lavoro esistenti e crearne di nuovi.

5.11

Il comitato per il dialogo sociale europeo nel settore agricolo istituito nel 1999, in quanto organo rappresentativo delle parti sociali, è un comitato consultivo e di esperti per le questioni relative all'occupazione e al futuro sviluppo dei nuovi compiti dell'agricoltura. Il CESE raccomanda alla Commissione di rafforzarne il ruolo, anche per quanto riguarda la politica climatica. A livello nazionale andrebbe potenziato il ruolo svolto dalle parti sociali, in quanto esperte di questioni del settore agricolo aventi una rilevanza climatica, nei comitati di accompagnamento per lo sviluppo delle zone rurali.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  Si pensi, ad esempio, agli incendi che nel 2007 in Grecia hanno distrutto gli oliveti.

(2)  Comunicazione COM(2007) 414 def. del 18 luglio 2007 e parere adottato il 29 maggio 2008 (GU C 224 del 30.8.2008, pag. 67).

(3)  COM(2007) 722 def.

(4)  CO2e = carbonio equivalente.

(5)  Cool Farming: Climate impacts of agricolture and mitigation potential, Studio di Greenpeace, dicembre 2007.

(6)  Fonte: Agenzia europea dell'ambiente, EEA Report n. 5/2007.

(7)  IPCC WG III Capitolo 8: Agricoltura (2007).

(8)  Compresa la questione dei mangimi per animali.

(9)  Il suolo è il principale serbatoio di carbonio dopo i mari. Alcuni dati (anche se il CESE è consapevole del fatto che, in alcuni casi, ci sono grandi divergenze): i terreni arabili contengono circa 60 tonnellate di carbonio per ettaro, i pascoli e le superfici boschive circa il doppio (per i boschi bisogna tener conto anche dei quantitativi di carbonio immagazzinati negli alberi), mentre in un ettaro di torbiera sono immagazzinate fino a 1 600 tonnellate di carbonio.

(10)  Si pensi alla coltivazione della soia per produrre mangimi per gli allevatori europei, o alla produzione di olio di palma e di jatropha a scopi energetici (biocarburanti).

(11)  I giacimenti di petrolio, carbonio e gas, la biomassa aerea, il suolo e gli oceani.

(12)  Ad esempio i criteri di ecocondizionalità.

(13)  N2O release from agro-biofuel production negates global warming reduction by replacing fossil fuels, in: Atmos. Chem. Phys. Discuss., 7, 11191-11205, 2007.

(14)  Circa 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all'anno.

(15)  A livello mondiale il numero di capi bovini è passato da 1 297 milioni di unità nel 1990 a 1 339 milioni nel 2004, nell'UE-25 da 111,2 milioni (1990) a 86,4 milioni (2004) e in Cina da 79,5 milioni (1990) a 106,5 milioni (2004).

(16)  Cfr., fra l'altro, il numero speciale sulla tutela del clima e l'agricoltura biologica Klimaschutz und Öko-Landbau, in: Ökologie & Landbau, n. 1, 2008.

(17)  Risposta del governo tedesco all'interrogazione parlamentare del partito dei Verdi (Bündnis 90/Die Grünen) sul tema Agricoltura e protezione del clima doc. 16/5346, punto 13.

(18)  GU C 44 del 16.2.2008, pag. 34 e parere TEN/338 in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili (COM(2008) 19 def.), in corso di elaborazione.

(19)  Ad esempio quelli del comitato scientifico consultivo del ministero federale tedesco dell'Agricoltura.

(20)  GU C 162 del 25.6.2008, pag. 72.

(21)  GU C 162 del 25.6.2008, pag. 52.

(22)  L'EMPA è un istituto di ricerca sulla scienza e la tecnologia dei materiali che fa parte del Politecnico federale di Zurigo (ETH).

(23)  Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo — Occupazione nelle zone rurali: colmare il divario occupazionale, COM(2006) 857 def.

(24)  GU C 120 del 16.5.2008, pag. 25.

(25)  Per ulteriori dettagli consultare il sito www.seeg.at

(26)  http://www.ilo.org/public/italian/region/eurpro/rome/info/doc_ita.htm


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/66


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2003/87/CE al fine di perfezionare ed estendere il sistema comunitario di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra

COM(2008) 16 def. — 2008/0013 (COD)

(2009/C 27/15)

Il Consiglio dell'Unione europea, in data 13 febbraio 2008, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 175 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2003/87/CE al fine di perfezionare ed estendere il sistema comunitario di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra.

La sezione specializzata Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 4 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore ADAMS.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 124 voti favorevoli, 2 voti contrari e 8 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

La validità dell'ETS sarà misurata dal suo impatto sulle emissioni globali di gas a effetto serra, dalla sua pertinenza e dalla sua capacità di diventare un esempio che stimoli l'azione a livello globale o di diventare esso stesso un sistema globale completo. In tale contesto:

L'aumento del ricorso alla vendita all'asta delle quote è da considerarsi uno sviluppo positivo, in quanto è pienamente conforme al principio «chi inquina paga», permette di incentivare e finanziare gli impianti e i prodotti a basse emissioni di carbonio e favorisce l'innovazione.

Al fine di evitare la rilocalizzazione delle emissioni, qualora non venga realizzato un efficace accordo internazionale sul cambiamento climatico che imponga a tutte le industrie del mondo gli stessi obblighi in materia di riduzione delle emissioni, dovranno essere prese in considerazione misure volte a proteggere specifici settori e sottosettori ad alta intensità energetica esposti alla concorrenza internazionale. L'ETS dell'UE non deve ripercuotersi negativamente sulla competitività dell'industria comunitaria.

Occorre redigere e adottare al più presto le regolamentazioni per le aste, onde evitare inutili incertezze.

La Commissione dovrebbe presentare delle proposte di misure tali da permettere, in caso venisse concluso un accordo internazionale, il rispetto dell'impegno di portare l'obiettivo di riduzione dal 20 % al 30 %.

Si dovrà fare tutto il possibile per influenzare le decisioni del legislatore, negli Stati Uniti e in altri paesi dell'OCSE, riguardo ai meccanismi di limitazione e di scambio che stanno emergendo, e per formare una piattaforma comune.

L'ETS dovrà essere esteso anche ai trasporti marittimi se l'IMO (Organizzazione marittima internazionale) non presenterà urgentemente delle proposte efficaci in materia.

1.2

È importante che l'ETS sia visto come uno strumento per stimolare un'economia a bassa emissione di carbonio e per incoraggiare la prevenzione e il contenimento dei cambiamenti climatici e l'adeguamento agli stessi.

Qualora si opti per le quote gratuite, è essenziale che ciò avvenga in un contesto caratterizzato da una rigorosa analisi comparata (benchmarking) e da obiettivi basati sulle prestazioni.

Almeno il 50 % degli introiti provenienti dalla vendita all'asta delle quote dovrebbe essere utilizzato per sostenere le misure di cui all'articolo 10, paragrafo 3, lettere a)-f).

Devono essere eliminati i potenziali disincentivi che rischiano di limitare il contributo e la crescita della cogenerazione (CHP — combined heat and power) e l'utilizzo di impianti di teleriscaldamento.

Le misure relative alle questioni della silvicoltura come pozzo di assorbimento del carbonio, della deforestazione e dell'assetto territoriale devono avere maggior rilievo rispetto a quanto prevede il pacchetto della Commissione.

1.3

L'ETS deve puntare a ridurre al minimo gli ostacoli burocratici e a portare maggiore chiarezza e trasparenza.

Tra le misure contenute nella proposta, è urgente esaminare con attenzione e chiarire quelle la cui messa a punto dipende attualmente dalla procedura di comitato.

È opportuno che la Commissione esamini la possibilità di portare da 10 000 a 25 000 tonnellate il limite di esclusione per gli impianti più piccoli, purché siano adottate misure di compensazione equivalenti.

1.4

L'ETS deve essere equo agli occhi delle imprese e dei consumatori UE, riconoscendo al contempo l'urgente necessità dei paesi di nuova industrializzazione e di quelli meno sviluppati di creare crescita sostenibile e di lottare contro la povertà.

È opportuno valutare una ridistribuzione degli oneri tra i settori coperti dal sistema e quelli che non lo sono.

Vanno altresì riesaminate le conseguenze di una limitazione dell'utilizzo dei crediti ottenuti dal meccanismo di sviluppo pulito (Clean Development Mechanism — CDM) o dell'attuazione congiunta (Joint implementation — JI) in assenza di un accordo internazionale.

Si deve trovare una soluzione ai potenziali problemi che possano manifestarsi in quegli Stati membri dell'Europa orientale in cui la rete elettrica è rifornita principalmente dalla Russia e non dall'UE.

2.   Introduzione

2.1

Nell'ottobre del 2003 è stato istituito, con la direttiva 2003/87/CE, il sistema comunitario di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra (Emissions Trading Scheme — ETS). L'ETS è volto a limitare, mediante incentivi economici, una delle cause dei cambiamenti climatici: l'emissione di gas a effetto serra dovuta ad attività umane. Esso consiste in un meccanismo di limitazione e di scambio, che prevede un tetto quantitativo per l'emissione di taluni inquinanti (essenzialmente il CO2). L'ETS rappresenta il principale dispositivo dell'UE per limitare le emissioni di gas a effetto serra ed è stato preferito sia alla opzione della tassazione diretta delle emissioni di carbonio che a quella della regolamentazione diretta.

3.   Principi generali

3.1

Nella sua forma attuale l'ETS si applica a oltre 10 000 impianti energetici o industriali, complessivamente responsabili del 40 % delle emissioni comunitarie di gas a effetto serra. Essi ricevono dei permessi di emissione ex ante e devono consegnare un numero di quote (o crediti), che rappresentano il diritto a produrre una certa quantità di emissioni, equivalente alle loro emissioni reali. Il totale delle quote e dei crediti non può essere superiore al tetto prestabilito, ragion per cui le emissioni complessive sono limitate a tale livello. Le imprese le cui emissioni sono superiori alla quota loro concessa devono acquistare crediti da altre imprese che inquinano meno oppure alle aste delle quote rimanenti.

3.2

Il trasferimento di quote è chiamato scambio. In pratica, in base al sistema, chiunque sia responsabile di emissioni è chiamato a pagare in proporzione all'inquinamento che provoca, mentre viene premiato qualsiasi impianto che abbia ridotto le proprie emissioni più di quanto fosse richiesto. Così, in teoria, i soggetti che possono facilmente ridurre le proprie emissioni a costi bassi, lo faranno, e così la riduzione dell'inquinamento si realizzerà con il minimo costo possibile per la società. Nell'ETS una quota dà diritto a emettere in un determinato periodo una tonnellata di CO2 equivalente; gli altri gas a effetto serra contemplati vengono conteggiati in termini di CO2 equivalente.

3.3

Inoltre gli Stati membri potranno autorizzare le imprese ad utilizzare come quote di emissione i crediti derivanti da progetti di riduzione delle emissioni realizzati in paesi terzi. Tali progetti devono tuttavia essere riconosciuti nell'ambito del meccanismo dell'attuazione congiunta (Joint implementation — JI) e del meccanismo di sviluppo pulito (Clean Development Mechanism — CDM) previsti dal protocollo di Kyoto.

4.   Periodi di scambio dei diritti di emissione

4.1   Primo periodo di scambio: 1.1.2005-31.12.2007

4.1.1

Questo primo periodo, che ha rappresentato una fase di apprendimento e di creazione dell'infrastruttura per lo scambio, ha avuto efficacia limitata a causa di un'assegnazione eccessiva di quote da parte degli Stati membri (per il primo e il secondo periodo gli Stati membri hanno elaborato dei «piani nazionali di assegnazione delle risorse», che stabiliscono il livello complessivo delle emissioni e il numero di quote assegnate a ciascun impianto). Nel periodo in questione il prezzo di scambio delle quote ha subito delle forti variazioni, e alla fine del periodo il prezzo delle emissioni di carbonio è crollato.

4.1.2

L'ETS è stato oggetto di molte critiche, che vertevano principalmente sui metodi iniziali di assegnazione e sull'uso degli introiti; sul tetto stabilito per le emissioni; sui problemi di equità che sono emersi, sulla complessità del sistema, sul monitoraggio e l'esecuzione; sul rischio di incoraggiare la delocalizzazione di imprese fortemente inquinanti in paesi privi di una regolamentazione analoga; sul valore, la credibilità e l'affidabilità dei crediti nel quadro dei meccanismi di attuazione congiunta (JI) e di sviluppo pulito (CDM) e sulla futura imposizione di costi di produzione svantaggiosi. È così diventato evidente che per dare all'ETS una credibilità maggiore agli occhi delle imprese e delle ONG occorreva affrontare tali questioni nel quadro di un'eventuale revisione del sistema.

4.2   Secondo periodo di scambio: 1.1.2008-31.12.2012

4.2.1

Questo periodo, durante il quale il regime viene applicato in tutti i 27 Stati membri, coincide con la prima fase di attuazione del protocollo di Kyoto e con l'obbligo di limitare le emissioni di gas a effetto serra. Finora il prezzo di scambio delle quote è cresciuto in maniera costante, raggiungendo livelli che rendono molto conveniente adottare misure di riduzione delle emissioni. Attualmente (maggio 2008) il prezzo di scambio è di circa 25 EUR/t. Per questo periodo la Commissione ha svolto una valutazione sistematica dei tetti proposti dagli Stati membri, basata sulle emissioni verificate, e ha quindi stabilito, per i settori che partecipano al regime di scambio, un tetto di emissioni mediamente inferiore del 6,5 % ai livelli del 2005. Nel secondo periodo il margine di manovra per apportare all'ETS altre modifiche o adeguamenti è limitato, tuttavia le imprese responsabili delle emissioni continuano a partecipare e ad adeguarsi attivamente. Nel frattempo i dati e le esperienze sullo scambio si accumulano e in genere confermano la validità della concezione che sta alla base del sistema.

4.3   Terzo periodo di scambio: 2013-2020

4.3.1

La Commissione propone un certo numero di cambiamenti rilevanti dell'ETS, che saranno di applicazione in questo terzo periodo. È proprio per questa ragione che si è proposta una modifica della direttiva 2003/87/CE.

5.   Sintesi della proposta di modifica della direttiva

5.1

Benché con l'ETS sia nato il più grande mercato unico mondiale delle emissioni di carbonio (1), l'eccessiva assegnazione iniziale di quote (gratuite) nel quadro dei piani nazionali ha costituito un punto debole ed è chiaramente incompatibile con l'efficiente riduzione delle emissioni dei settori che partecipano al regime di scambio a livello UE. Nel contesto dei fermi impegni di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, l'ETS riveduto fornisce un'indicazione essenziale per definire a lungo termine il prezzo delle emissioni di carbonio, cosa che può incoraggiare investimenti volti a ridurre il carbonio e fare dell'Europa un'economia con emissioni limitate.

5.2

Le modifiche proposte sono destinate a:

introdurre un tetto unico comunitario in sostituzione di quelli dei 27 Stati membri; i «piani nazionali di assegnazione» saranno abbandonati,

accrescere in misura considerevole la proporzione di quote messe all'asta e armonizzare le regole per l'assegnazione gratuita, al fine di promuovere tecnologie che comportino un uso efficiente del carbonio,

attribuire parte dei diritti di asta in base al reddito pro capite,

rendere più funzionali le principali definizioni e accrescere la chiarezza giuridica e tecnica,

includere nel sistema altri settori (petrolchimico, ammoniaca e alluminio) e altri gas a effetto serra (protossido di azoto e perfluorocarburi), ampliando del 6 % la sua copertura,

escludere dal sistema gli impianti più piccoli, fatte salve determinate misure di compensazione,

stabilire regole per l'uso dei crediti derivanti dai progetti JI/CDM.

5.3

A partire dal 2013 le quote verranno ridotte ogni anno (2), il che garantirà entro il 2020, nei settori coperti dal sistema, un riduzione del 21 % delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai valori del 2005. Nel quarto periodo (2021-2028) la riduzione proseguirà allo stesso ritmo. Al tempo steso aumenterà la proporzione di quote messe all'asta, cominciando con il 60 % nel 2013. La proposta prevede che il settore della generazione di elettricità non riceva alcuna quota gratuita e sia obbligato ad acquistare all'asta (o sul mercato secondario) sin dal 2013 tutte le quote, e che per gli altri settori le quote gratuite siano gradualmente ridotte fino a sparire nel 2020. Faranno eccezione i settori considerati esposti a un rischio significativo di «rilocalizzazione delle emissioni di carbonio» verso paesi dove non vigono analoghe restrizioni e quindi suscettibili di contribuire all'aumento delle emissioni su scala mondiale. Tali settori beneficeranno di una proporzione di quote gratuite che va fino al 100 %. La relativa decisione sarà presa nel 2011. Le aste verranno realizzate dagli Stati membri, i quali saranno invitati, ma non obbligati, a investire i relativi introiti in politiche volte a prevenire i cambiamenti climatici.

5.4

È accertato che i crediti acquistati nei paesi terzi dagli operatori europei nell'ambito dei meccanismi di attuazione congiunta (JI) e di sviluppo pulito (CDM) potranno essere utilizzati fino al 2020. Il numero complessivo crediti utilizzati nel periodo suddetto è uguale alla quantità totale autorizzata per l'uso nel secondo periodo di scambio, ossia 1,4 miliardi di quote, che corrisponde a un terzo dello sforzo complessivo di riduzione. Quando l'UE intensificherà i suoi sforzi di riduzione nel contesto di un accordo internazionale sul clima, il 50 % dello sforzo supplementare potrà essere realizzato mediante i crediti JI/CDM.

5.5

Anche se non saranno ammessi crediti dovuti all'utilizzazione del territorio (per i «pozzi» di assorbimento del carbonio, come ad esempio le foreste), potrebbero esserne assegnati altri, su scala nazionale, in base a regimi di riduzione delle emissioni non contemplati dall'ETS, purché vengano definite regole precise in materia.

5.6

È già previsto il collegamento dell'ETS con altri sistemi di scambio, per favorire lo sviluppo di un sistema mondiale.

5.7

Se verrà concluso un accordo internazionale, l'ammontare delle quote dell'ETS verrà ridotto di conseguenza, mentre si estenderà la possibilità di ricorrere al meccanismo di sviluppo pulito (CDM).

5.8

È previsto il conferimento di un 5 % delle quote a nuovi impianti che entrino nell'ETS dopo il 2013. È probabile che le emissioni degli aerei entrino nel sistema verso la fine del secondo periodo, ma questo aspetto è oggetto di una proposta separata (3).

5.9

Non vi sono invece disposizioni che prevedano l'inclusione del trasporto marittimo.

6.   Osservazioni generali

6.1

L'ETS non è né un esercizio accademico né una forma di tassazione «ambientale». Esso combina un'impostazione tipica del libero mercato con una regolamentazione e un indirizzo generale mediati e adattati attraverso un processo politico. Le singole imprese possono scegliere liberamente come ridurre le proprie emissioni e dovrebbero quindi optare per il modo più economico di conformarsi alla normativa antinquinamento. Pertanto l'ETS serve innanzi tutto a creare incentivi che rendano più economico conformarsi agli obiettivi di riduzione dell'inquinamento. Il CESE apprezza e sostiene questa impostazione.

6.2

Si ritiene che realizzare l'attuale obiettivo di riduzione dell'inquinamento, ossia stabilizzare la presenza di gas a effetto serra nell'atmosfera al livello di 450-550 ppm entro il 2050, costerà all'incirca l'1 % del PIL mondiale. D'altro canto se non si agirà in maniera efficace questo stesso PIL mondiale potrebbe ridursi del 20 % (4). I dati che continuano a pervenirci (5) indicano, tuttavia, un'accelerazione della produzione di gas a effetto serra e una riduzione della capacità di assorbimento del pianeta, e inducono a dubitare seriamente che gli obiettivi di riduzione siano appropriati.

6.3

Con l'ETS si sta cercando efficacemente di conseguire una posizione di avanguardia e di guida in quello che dovrà diventare uno sforzo globale. Questo processo si svolge in un contesto mondiale, in quanto l'atmosfera è parte dei beni globali. Pertanto nel valutare il sistema non si può fare a meno di considerare la sua interazione e il suo impatto sugli inquinatori globali.

6.4

Si noti che la legislazione generale statunitense, che entrerà probabilmente in vigore con il nuovo governo, prevede un sistema fondato su un tetto massimo di emissioni e sullo scambio delle quote. La possibilità di pervenire a un programma congiunto UE/USA rappresenterebbe un passo significativo verso un regime mondiale. Lo stesso si dica dei collegamenti con altri regimi proposti nei paesi dell'OCSE.

6.5

Pertanto il CESE si è concentrato in modo particolare sul possibile contributo dell'ETS a una riduzione equa e sostenibile dei gas a effetto serra. Il sistema dimostra che l'azione dell'UE è credibile ed efficace? Va sottolineato a questo proposito che l'obiettivo comunitario di ridurre del 20 % entro il 2020 le emissioni di gas a effetto serra rispetto ai valori del 1990, su cui si fondano il sistema di scambio e le proposte di ripartizione degli oneri, è meno ambizioso rispetto alla riduzione dal 25 % al 40 % per i paesi industrializzati, che l'UE aveva sostenuto alla conferenza di Bali sui cambiamenti climatici del dicembre 2007. La Commissione parte dagli obiettivi concordati al Consiglio europeo di primavera 2007, ma non dice se il livello di riduzione proposto sia davvero sufficiente a raggiungere obiettivi globali o costituisca invece solo la massima riduzione che si può considerare realisticamente accettabile tenendo conto dell'equilibrio tra interessi politici e interessi economici a breve termine degli Stati membri. Il CESE giunge alla conclusione che i dati che si vanno accumulando in materia di cambiamenti climatici costituiscono un argomento in favore della ridefinizione degli obiettivi e del perseguimento di una riduzione maggiore delle emissioni di gas a effetto serra.

6.6

Il CESE è favorevole all'aumento del ricorso alla vendita all'asta delle quote. Questa opzione è pienamente conforme al principio «chi inquina paga», evita gli utili a cascata (windfall profits), offre incentivi e genera fondi da investire negli impianti e nei prodotti a basse emissioni di carbonio, favorendo così l'innovazione.

6.7

Al momento rimangono irrisolti numerosi problemi che destano le preoccupazioni delle imprese europee in generale. Si tratta principalmente del timore che un ETS riveduto imponga svantaggi competitivi all'industria, in particolare nei confronti dei paesi di nuova industrializzazione al di fuori dell'UE. Quei paesi sostengono, in parte a ragione, che si deve tenere conto di due secoli di industrializzazione occidentale e delle emissioni di gas a effetto serra che ne sono derivate, nonché degli sforzi che essi fanno per strappare alla povertà ampi settori della loro popolazione. Per poter concludere un accordo mondiale che risolva questi problemi, sarà necessario ottenere un maggior appoggio e una più profonda comprensione di questi fattori da parte dei consumatori e dell'industria dei paesi dell'OCSE.

7.   Osservazioni specifiche

7.1

Se si vuole che l'ETS dell'UE divenga il riferimento globale per lo scambio di carbonio, è essenziale che tale regime sia quanto più possibile solido ed efficace. Il Comitato raccomanda dunque quanto segue.

7.1.1

Va presa in considerazione l'assegnazione gratuita di quote a specifici settori e sottosettori di grandi dimensioni e ad alta intensità energetica esposti alla concorrenza internazionale solo qualora non venga concluso un efficace accordo internazionale sul cambiamento climatico che imponga a tutte le industrie del mondo gli stessi obblighi in materia di riduzione delle emissioni. L'ETS dell'UE non deve ripercuotersi negativamente sulla competitività dell'industria comunitaria.

7.1.2

Se possibile, occorre decidere in tempi brevi quali settori riceveranno quote gratuite a causa del rischio di rilocalizzazione delle emissioni. Questi settori saranno definiti entro il giugno 2010, ma la decisione andrebbe presa ancor prima, già nel contesto della direttiva, in modo da evitare un clima di incertezza per gli investimenti e da consentire ai settori interessati di fare i necessari piani a lungo termine.

7.1.3

Sebbene le aste siano il metodo principale di assegnazione dei diritti di emissione, mancano quasi completamente delle indicazioni su come esse saranno organizzate. L'annuncio secondo cui la regolamentazione di tali aste sarà introdotta solo entro il 31 dicembre 2010 comporta ulteriori incertezze per tutti i soggetti europei che parteciperanno al sistema di scambio, in vista degli ingenti investimenti richiesti nel settore energetico.

7.1.4

Si deve prendere in considerazione una ridistribuzione degli oneri tra i settori coperti dal sistema e quelli che non lo sono. Il CESE si chiede se sia giustificata la prevista ripartizione degli obblighi di riduzione tra i settori coperti dal sistema (– 21 % rispetto al 2005) e gli altri settori (– 10 % rispetto al 2005). La ricerca (6) suggerisce che in alcuni settori non coperti dal sistema di scambio, e specialmente nei due principali, ossia le costruzioni e i trasporti, esiste il potenziale di ridurre le emissioni a costo zero o addirittura con costi negativi. Per di più si tratta di settori con un rischio di rilocalizzazione delle emissioni minimo o addirittura nullo. Inoltre il settore delle costruzioni ha nell'UE un grande potenziale di creazione di posti di lavoro.

7.1.5

Vanno assegnate mediante asta tutte le quote destinate al settore del trasporto aereo, quando questo entrerà nel sistema (7).

7.1.6

È necessario adottare misure volte a fare entrare nell'ETS il settore della navigazione, responsabile di un volume sempre maggiore di emissioni di gas a effetto serra (globalmente 1,12 miliardi di tonnellate, ossia il doppio di quelle generate dall'aviazione (8)), qualora l'IMO (Organizzazione marittima internazionale) non presenti urgentemente delle proposte efficaci in materia.

7.1.7

Gli introiti provenienti dalla vendita all'asta delle quote, che secondo le attuali previsioni nel 2020 dovrebbero ammontare a 50 miliardi di euro l'anno, andrebbero destinati in misura molto maggiore al finanziamento delle misure di prevenzione e di contenimento dei cambiamenti climatici e di adeguamento a tali cambiamenti, concentrandosi in modo specifico sui paesi più vulnerabili e meno sviluppati e investendo nella ricerca e sviluppo. Assegnare ai suddetti scopi il 20 % degli introiti, secondo quanto prevede l'articolo 10, paragrafo 3, della proposta, non è sufficiente e significa perdere l'occasione di dare un grande impulso al passaggio ad un'economia a basso tenore di carbonio. Il CESE raccomanda di portare questo importo almeno al 50 % degli introiti. Si dovrebbe inoltre cercare di incentivare il ruolo della silvicoltura e di favorire la prevenzione della deforestazione e la riforestazione nell'UE e in ogni parte del mondo dove sia dimostrato che le foreste rappresentano un efficace pozzo di assorbimento del carbonio.

7.1.8

Occorre rendere più chiare e trasparenti quelle misure contenute nella proposta la cui messa a punto dipende attualmente dalla procedura di comitato.

7.1.9

La Commissione deve esaminare la possibilità di portare da 10 000 a 25 000 tonnellate il limite di esclusione per gli impianti più piccoli, purché siano adottate misure di compensazione equivalenti.

7.1.10

La proposta dovrebbe indicare più chiaramente in che modo, in caso venisse concluso un accordo internazionale, l'UE potrà rispettare l'impegno di portare l'obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 dal 20 % al 30 %.

7.1.11

Si esortano gli Stati membri riesaminare le loro tariffe di immissione in rete, al fine di prevenire effetti negativi sulla crescita e sul contributo dei meccanismi di cogenerazione (CHP).

7.1.12

Per quanto riguarda il teleriscaldamento andrebbero adottate misure per evitare di disincentivare gli esempi di efficienza di detti programmi.

7.1.13

Si deve trovare una soluzione ai potenziali problemi che possano manifestarsi in quegli Stati membri dell'Europa orientale in cui la rete elettrica è approvvigionata principalmente dalla Russia e non dall'UE.

7.1.14

Si dovrebbe continuare a tenere sotto esame l'attuale proposta di limitare la possibilità di ricorso ai crediti dei meccanismi di attuazione congiunta (JI) e di sviluppo pulito (CDM), in attesa della conclusione di un accordo internazionale, specie in considerazione degli effetti negativi sul nascente mercato internazionale dei capitali destinati a finanziare detti meccanismi.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


(1)  Banca mondiale, State and Trends of the Carbon Market (Situazione e tendenze del mercato del carbonio), maggio 2007.

(2)  Da 1 974 a 1 720 milioni di tonnellate di CO2.

(3)  Parere CESE: GU C 175 del 27.7.2007, pag. 47.

(4)  Rapporto Stern, del 2006.

(5)  Secondo l'osservatorio di Mauna Loa alle isole Hawaii, il livello di CO2 nell'atmosfera è già a 387 ppm, il più alto da almeno 650 000 anni.

(6)  Vattenfall/McKinsey, The Climate Map

http://www.vattenfall.com/www/ccc/ccc/Gemeinsame_Inhalte/DOCUMENT/567263vattenfall/P0271636.pdf

(7)  Come il Comitato aveva raccomandato nel parere GU C 175 del 27.7.2007, pag. 47.

(8)  Relazione dell'Organizzazione marittima internazionale (IMO), febbraio 2008.


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/71


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio concernente gli sforzi degli Stati membri per ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra al fine di adempiere agli impegni della Comunità in materia di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020

COM(2008) 17 def. — 2008/0014 (COD)

(2009/C 27/16)

Il Consiglio, in data 11 febbraio 2008, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 175 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla:

Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio concernente gli sforzi degli Stati membri per ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra al fine di adempiere agli impegni della Comunità in materia di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020.

La sezione specializzata Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 4 giugno 2008 sulla base del progetto predisposto dal relatore MORKIS.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 116 voti favorevoli, 2 voti contrari e 8 astensioni.

1.   Sintesi delle osservazioni e raccomandazioni del Comitato

1.1

Il Comitato economico e sociale europeo saluta l'iniziativa della Commissione europea di proporre agli Stati membri la condivisione dell'onere della lotta contro i cambiamenti climatici al fine di realizzare gli impegni della Comunità per il periodo 2013-2020 in materia di riduzione dei gas ad effetto serra emessi da fonti diverse da quelle cui si applica la direttiva 2003/87/CE (fonti cui non si applica il sistema ETS di scambio delle quote di emissioni).

1.2

Il Comitato riconosce e apprezza il ruolo di leader dell'UE nei negoziati internazionali relativi agli impegni nel campo della protezione dell'ambiente e dei cambiamenti climatici. Assumendo tali impegni la Comunità cerca, con il suo esempio, di stimolare e convincere altri paesi ad agire in modo analogo.

1.3

Secondo il Comitato ai fini dell'applicazione della decisione e della realizzazione degli impegni assunti dai singoli paesi risulta molto importante il ruolo della società civile. Gli Stati membri dovrebbero incoraggiare maggiormente le iniziative di riduzione dei gas a effetto serra che hanno la loro origine nella società e creare meccanismi di sostegno per appoggiare tali iniziative:

la società civile nel suo complesso potrebbe svolgere un ruolo chiave nell'applicare la decisione. È dunque opportuno informare in modo più ampio sugli obblighi imposti dalla decisione stessa e sugli strumenti impiegati per la sua attuazione in ciascuno Stato membro,

è inoltre importante dare maggiore rilievo a campagne d'informazione destinate a incrementare la sensibilizzazione e la comprensione dei cittadini relativamente all'esigenza di intraprendere sforzi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra,

infine, è assolutamente necessaria la preparazione di specialisti e l'educazione della società nei campi del risparmio energetico, della tutela ambientale e dei cambiamenti climatici.

1.4

Il Comitato ritiene che le misure volte a ridurre le emissioni di gas a effetto serra dovrebbero essere applicate in modo tale da proteggere e addirittura migliorare nel lungo termine la competitività dell'Europa. A livello mondiale sarà sempre maggiore la domanda per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per prodotti e modi di produzione efficienti dal punto di vista energetico e l'Europa è nella posizione ideale per ottenere un vantaggio competitivo diventando leader mondiale in molte di queste aree. L'UE e gli Stati membri devono appoggiare la R&S in questi campi.

1.5

La possibilità per gli Stati membri, prevista all'articolo 3, paragrafo 3, della proposta di decisione, di trasferire dall'anno successivo a quello in corso il 2 % del volume di emissioni di gas a effetto serra loro attribuito o, la possibilità per gli Stati membri, che non hanno esaurito il volume di emissioni loro attribuito di cui al paragrafo 2 dello stesso articolo, di trasferire all'anno successivo la quantità di emissioni corrispondente, non è abbastanza flessibile; un periodo di un anno infatti non offre una flessibilità sufficiente se si vuole realizzare un progetto su larga scala e conseguire buoni risultati. Questo risulta particolarmente importante per i piccoli Stati membri che attuano progetti su vasta scala volti a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

La Commissione propone che ciascuno Stato membro prepari un programma per raggiungere il suo obiettivo nazionale. Tuttavia, nel periodo 2013-2020, le emissioni annuali medie di gas a effetto serra non dovrebbero superare la media delle emissioni annuali tra il 2005 e il 2020. Secondo il Comitato sarà importante che l'applicazione di tali programmi sia monitorata regolarmente a livello nazionale ed europeo in modo da poter individuare immediatamente eventuali divergenze e prendere misure correttive.

1.6

Per rendere economicamente più efficace l'impegno globale sottoscritto dalla Comunità e conseguire gli obiettivi comuni con il minimo dei costi, il CESE ritiene che nella decisione si dovrebbe prevedere la possibilità per uno Stato membro di trasferire, sulla base di accordi bilaterali interstatali, parte dei suoi diritti di emissioni di gas a effetto serra a un altro Stato membro.

1.7

A parere del Comitato va trovato un equilibrio adeguato tra le misure di riduzione dei gas a effetto serra nell'UE e la solidarietà nei confronti dell'introduzione di misure di riduzione dell'inquinamento nei paesi in via di sviluppo, applicando strumenti flessibili nel quadro dei progetti di attuazione comune del meccanismo per uno sviluppo «pulito». Gli strumenti flessibili devono tuttavia essere utilizzati solo nella misura in cui riducano effettivamente le emissioni globali di gas a effetto serra. Essi non dovrebbero incoraggiare una rilocalizzazione di tali emissioni dai paesi dell'UE verso paesi extracomunitari.

1.8

Il Comitato, nell'esprimere il suo accordo sugli impegni assunti e sulla ripartizione dell'onere di tali impegni tra gli Stati membri, ritiene che i principi di ripartizione dovrebbero essere più chiari per l'opinione pubblica. L'onere dovrebbe essere ripartito valutando separatamente la situazione di ciascun paese, i costi di riduzione dell'inquinamento e l'impatto sulla competitività e sullo sviluppo dei singoli paesi. La decisione di ripartire gli oneri dovrebbe rendere equo il costo relativo della riduzione, in riferimento al PIL di ciascun paese.

1.9

Il Comitato chiede alla Commissione di mettere a punto un sistema di osservanza degli obblighi, ad esempio prevedendo per gli Stati membri un'ammenda in caso che le emissioni superino quelle ammesse.

2.   Introduzione — il documento della Commissione

2.1

La Commissione europea ha annunciato il 23 gennaio 2008 un pacchetto di proposte per la lotta contro i cambiamenti climatici e l'incentivazione dell'uso delle fonti di energia rinnovabili.

2.2

La proposta della Commissione mira ad attuare gli accordi raggiunti nel vertice dell'UE dell'8 e 9 marzo 2007 relativi all'impegno dell'Unione europea di diminuire le emissioni di gas a effetto serra entro il 2020 del 20 % rispetto al volume di emissioni del 1990 e di far sì che, entro il 2020, l'energia proveniente dalla fonti rinnovabili rappresenti il 20 % di tutta l'energia utilizzata nell'UE.

2.3

Lo sforzo globale di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra viene distribuito tra i settori inseriti nel sistema comunitario ETS e quelli che non rientrano in tale sistema. La Commissione propone il seguente duplice approccio: riduzione, entro il 2020, del 21 % delle emissioni provenienti dai settori che rientrano nel sistema ETS rispetto al 2005; riduzione del 10 % delle emissioni provenienti da settori non coperti dal sistema ETS rispetto al 2005. Considerati insieme, questi due approcci comporteranno una riduzione totale del 14 % rispetto al 2005, vale a dire una diminuzione del 20 % rispetto al 1990.

2.4

Il Consiglio prevedeva di conseguire obiettivi ancora più ambiziosi, nel caso in cui fosse stato sottoscritto da tutti un accordo generale, per il periodo successivo al 2012, e gli altri paesi sviluppati avessero assunti impegni analoghi di riduzione del volume di emissioni di gas a effetto serra e i paesi con un'economia in forte sviluppo si fossero impegnati a concorrere a questo obiettivo in modo adeguato, considerate la loro responsabilità e le loro possibilità. Se questo fosse il caso la Comunità dovrebbe cercare di ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 30 % entro il 2020.

2.5

Nella proposta di decisione si stabilisce il contributo degli Stati membri all'attuazione dell'impegno della Comunità di riduzione nel periodo 2013-2020 del volume dei gas a effetto serra emessi da fonti cui non si applica la direttiva 2003/87/CE (fonti cui non si applica il sistema di scambio delle quote di emissione dell'UE-ETS).

2.6

Nella proposta si stabiliscono le regole per determinare il contributo degli Stati membri alla realizzazione dell'impegno della Comunità di riduzione del volume dei gas a effetto serra nel periodo 2013-2020.

2.7

La Commissione ritiene anche che l'onere della riduzione del volume dei gas a effetto serra dovrebbe essere ripartito tra i paesi, tenendo conto delle differenze economiche tra gli Stati membri e del loro PIL pro capite. Per questa ragione gli Stati membri il cui Pil pro capite è oggi relativamente basso, devono avere la possibilità di accrescere le loro emissioni di gas a effetto serra nel 2020 rispetto al 2005.

2.8

In considerazione della differenziazione proposta, la Commissione europea suggerisce di fissare un certo limite per i paesi tale che nessuno Stato dovrebbe essere obbligato a ridurre le emissioni di gas a effetto serra entro il 2020 di più del 20 %, in rapporto al volume di tali emissioni nel 2005, e a nessuno Stato dovrebbe essere permesso di aumentare di oltre il 20 % entro il 2020 le emissioni rispetto al volume di emissioni del 2005.

2.9

La Commissione prevede che ciascuno Stato membro entro il 2020 limiti il volume di emissioni di gas a effetto serra provenienti da fonti cui non si applica la direttiva 2003/87/CE rispetto al volume di gas a effetto serra emessi nel 2005, applicando la quota percentuale stabilita per ciascuno Stato membro nell'allegato alla decisione.

2.10

Secondo la Commissione la quota dei gas a effetto serra deve essere ridotta ogni anno nell'arco del periodo 2013-2020. È comunque prevista una certa flessibilità: a ciascuno Stato membro è permesso di spostare da un anno a quello precedente il 2 % del volume di emissioni di gas effetto serra per esso stabilito. Inoltre si concede allo Stato membro che non abbia usato il volume di emissioni concessogli di trasferire la parte inutilizzata all'anno successivo.

2.11

Ciascuno Stato membro deve ridurre ogni anno in maniera uniforme il volume di emissioni di gas a effetto serra in modo tale da assicurare che tale volume nel 2020 non superi il livello massimo consentito per tale paese, indicato nell'allegato alla decisione.

2.12

Al fine di offrire maggiore flessibilità agli Stati membri nell'attuazione dei loro impegni, oltre che per stimolare lo sviluppo sostenibile dei paesi terzi (in particolare dei paesi in via di sviluppo) e per offrire certezza agli investitori, la Commissione propone che gli Stati membri abbiano la possibilità di continuare ad usare i crediti provenienti da progetti CDM (meccanismo per lo sviluppo pulito) affinché il mercato per tali crediti funzioni anche dopo il 2012.

2.13

Al fine di assicurare il funzionamento di tale mercato e affinché l'UE riduca ulteriormente le emissioni di gas a effetto serra e contribuisca così alla realizzazione degli obiettivi comunitari di utilizzazione delle energie rinnovabili, di risparmio energetico, di introduzione delle innovazioni e di competitività, fino a quando non verrà sottoscritto un accordo internazionale sui cambiamenti climatici, si propone di consentire che ogni anno l'uso totale dei crediti degli Stati membri provenienti dai progetti di limitazione delle emissioni di gas a effetto serra attuati nei paesi terzi non superi il 3 % del volume di emissioni di ciascuno Stato provenienti da fonti non soggette al sistema di scambio delle quote di emissioni dell'UE registrate nel 2005. Questo volume massimo corrisponde all'incirca a un terzo del totale di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra dello Stato membro nel 2020. Tutti gli Stati membri dovrebbero avere la possibilità di trasferire ad altri Stati membri la parte di tale quota massima prefissata non utilizzata.

2.14

La Commissione ritiene che, dopo il futuro accordo internazionale sui cambiamenti climatici, gli Stati membri dovrebbero accettare i crediti di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra solo dai quei paesi che abbiano ratificato l'accordo e dovrebbero farlo rispettando un approccio comune.

2.15

Nel caso in cui la Comunità firmasse un accordo internazionale sul clima, a parere della Commissione bisognerebbe modificare corrispondentemente i limiti delle emissioni dei gas a effetto serra degli Stati membri, in considerazione dei nuovi impegni di riduzione delle emissioni assunti dalla Comunità sulla base di questo accordo.

2.16

Si prevede che gli Stati membri nelle loro relazioni annuali, presentate a norma dell'articolo 3 della decisione n. 280/2004/CE dovrebbero comunicare il volume di emissioni di gas a effetto serra raggiunto in applicazione dell'articolo 3 della proposta di decisione e l'utilizzo dei crediti di cui all'articolo 4 della proposta. Gli Stati membri dovrebbero anche fornire informazioni aggiornate sui progressi previsti entro il 1o luglio 2016.

3.   Osservazioni generali

3.1

L'iniziativa della Commissione europea di proporre agli Stati membri una ripartizione dell'onere della lotta contro i cambiamenti climatici allo scopo di realizzare gli impegni di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra assunti dalla Comunità per il periodo 2013-2020 per le fonti cui non si applica la direttiva 2003/87/CE (fonti cui non si applica il sistema UE di scambio delle quote di emissioni — ETS) costituisce un passo importante in una linea di decisioni riguardanti la lotta contro i cambiamenti climatici.

3.2

Il comitato non dubita che la decisione del Parlamento europeo e del Consiglio influirà sulla soluzione dei problemi della Comunità nel settore della tutela ambientale e dei cambiamenti climatici. La politica della Comunità in questo settore deve garantire una significativa riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, fissando requisiti vincolanti per gli Stati membri e controllando rigorosamente come essi li applicano.

3.3

Al tempo stesso, il Comitato desidera richiamare l'attenzione sul fatto che l'efficacia della decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla ripartizione dello sforzo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra dipende in misura significativa dagli altri due documenti che compongono il pacchetto sull'energia e il cambiamento climatico, vale a dire la direttiva sulle fonti di energia rinnovabili e la direttiva sul sistema dell'UE di scambio di emissioni. Questo significa che i vari strumenti devono operare in piena sinergia: qualsiasi modifica apportata ad uno di tali strumenti avrà infatti ripercussioni sugli altri.

3.4

In caso di conclusione di un accordo internazionale, è previsto che gli impegni della Comunità siano rivisti. Ci si attende molto dai negoziati avviati nel mese di dicembre 2007 a Bali (Indonesia) e che possono avere un'importanza determinante a livello mondiale per le azioni da intraprendere entro il 2020. Sarebbe ideale che tali negoziati si concludessero e che l'accordo fosse finalizzato nel 2009 durante il vertice mondiale di Copenaghen sul clima. Ma prima di allora vi sarà ancora il vertice di Poznan da cui sono attesi dei progressi.

3.5

Il Comitato si compiace del ruolo di leader svolto dall'UE in tali negoziati. La Comunità, sulla base degli impegni presi, cerca con il suo esempio di stimolare gli altri paesi e convincerli ad agire in modo analogo. È evidente che i paesi che registrano una rapida crescita economica, per esempio, la Cina, l'India e il Brasile, non ridurranno l'inquinamento, ma essi possono limitare l'aumento delle emissioni in rapporto alla crescita economica. Il CESE invita la Commissione ad intraprendere ogni possibile sforzo per concludere un accordo internazionale (post-Kyoto) che impegni i paesi sviluppati a ridurre, entro il 2020, le emissioni di gas a effetto serra del 30 % rispetto ai livelli del 1990. Questo accordo sarebbe conforme alle previsioni illustrate nella quarta relazione del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC), il quale ritiene che entro il 2020 sarà necessario operare, rispetto ai livelli del 1990, una riduzione che oscilli tra il 25 e il 40 % al fine di limitare il riscaldamento globale ad un massimo di 2 gradi Celsius in più rispetto al periodo pre-industriale. Qualora tale accordo internazionale venga concluso, bisognerà ovviamente rivedere sia la proposta all'esame sia le altre proposte contenute nel pacchetto della Commissione relativo all'energia e ai cambiamenti climatici, al fine di adeguarle agli obiettivi più ambiziosi. È dunque importante che tutte le parti interessate riconoscano e programmino le loro azioni tenendo conto che gli obiettivi attualmente proposti per il 2020 sono solo un primo passo e che, a tempo debito, forse già nel 2020, ma certamente negli anni successivi, sarà necessario definire obiettivi più rigorosi.

3.6

A parere del comitato, le misure di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra devono essere attuate in modo da salvaguardare, o addirittura potenziare nel lungo periodo, la competitività economica dell'Europa. Lo sviluppo delle energie rinnovabili, i prodotti e i modi di produzione a basso consumo di energia saranno sempre più richiesti a livello internazionale e l'Europa può facilmente acquisire un vantaggio competitivo grazie alla leadership mondiale in molti di questi settori. L'UE e gli Stati membri dovrebbero sostenere la ricerca e lo sviluppo in questo campo, perché in caso contrario sarà difficile conseguire gli obiettivi. È inoltre necessario preparare specialisti e in generale fare opera di informazione del pubblico sui temi del risparmio energetico, della tutela ambientale e dei cambiamenti climatici.

3.7

Ai fini dell'applicazione della decisione e della realizzazione degli impegni assunti dai singoli paesi risulta molto importante il ruolo della società civile. Gli Stati membri dovrebbero incoraggiare maggiormente le iniziative provenienti dalla società che contribuiscono alla riduzione dei gas a effetto serra e creare meccanismi di sostegno per appoggiare tali iniziative:

la società civile nel suo complesso può svolgere un ruolo chiave nell'applicare la decisione. È dunque opportuno informare in modo più ampio sugli obblighi imposti dalla decisione stessa e sugli strumenti previsti per la sua attuazione in ciascuno Stato membro.

È inoltre importante dare maggiore rilievo a campagne d'informazione destinate a incrementare la sensibilizzazione e la comprensione dei cittadini relativamente all'esigenza di intraprendere sforzi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Infine, è assolutamente necessaria la preparazione di specialisti e l'educazione della società nei campi del risparmio energetico, della tutela ambientale e dei cambiamenti climatici.

4.   Osservazioni particolari

4.1

Il Comitato ritiene che occorra trovare un giusto equilibrio tra le misure di riduzione dei gas a effetto serra all'interno dell'UE e la solidarietà, introducendo misure di riduzione dell'inquinamento nei paesi in via di sviluppo applicando gli strumenti flessibili dei progetti di attuazione comune del meccanismo per lo sviluppo pulito. Gli strumenti flessibili devono tuttavia essere utilizzati solo nella misura in cui riducano effettivamente le emissioni di gas a effetto serra. Essi non dovrebbero incoraggiare una rilocalizzazione di tali emissioni dai paesi UE verso paesi extracomunitari.

4.2

La Commissione propone che gli Stati membri possano continuare ad usare i crediti del meccanismo per lo sviluppo pulito (CDM) al fine di garantire, anche dopo il 2012, l'esistenza di un mercato di tali crediti. Il Comitato esprime preoccupazione circa la qualità delle riduzioni certificate di emissioni risultanti dal meccanismo per lo sviluppo pulito. Nel caso in cui gli Stati che investono in progetti avviati prima del 2013 desiderino continuare a beneficiare delle riduzioni certificate di emissioni, il CESE propone di rivedere i principi di base al fine di stabilire se un progetto possa ancora essere considerato supplementare. Per quanto concerne i nuovi progetti CDM previsti come contributo di uno Stato membro allo sforzo condiviso di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, solo i progetti basati sulle migliori tecniche disponibili meritano di essere presi in considerazione.

4.3

La Commissione europea fornisce solo un principio generale secondo cui gli impegni dei paesi con un PIL pro capite elevato sono più vincolanti e quelli dei paesi con un PIL basso sono meno rigidi; tuttavia è possibile che i singoli paesi, anche se il PIL relativo è lo stesso, abbiano difficoltà di grado diverso nel conseguire la stessa riduzione dell'inquinamento. L'onere dovrebbe essere calcolato separatamente valutando la situazione di ciascun paese, i costi di riduzione dell'inquinamento e l'impatto sulla competitività e lo sviluppo dei singoli paesi. La decisione di ripartire gli oneri dovrebbe rendere equo il costo relativo della riduzione, in riferimento al PIL di ciascun paese.

4.4

Il Comitato richiama l'attenzione sul fatto che vi è un'evidente contraddizione nel testo della decisione. L'anno di riferimento scelto dalla Commissione per valutare gli sforzi degli stati membri di riduzione dei gas ad effetto serra immessi nell'ambiente è il 2005, mentre il periodo si conclude nel 2020. Come si afferma nell'articolo 3, paragrafo 2, secondo capoverso, ciascuno Stato membro deve ridurre ogni anno in modo uniforme le emissioni. Nondimeno, nello stesso articolo, allo stesso paragrafo, nel primo capoverso si afferma che ciascuno Stato membro garantisce che nel 2013 il volume totale dei gas ad effetto serra provenienti da fonti cui non si applica la direttiva 2003/87/CE, non superi le emissioni medie annue di gas ad effetto serra di questo paese provenienti da queste fonti registrate negli anni 2008, 2009 e 2010, emissioni che lo Stato membro dovrà aver comunicato e che dovranno essere state verificate in base alla direttiva 2003/87/CE e alla decisione n. 280/2004/CE. In tal modo come riferimenti per valutare la situazione nell'anno 2013 valgono gli anni 2008, 2009 e 2010.

4.5

Il Comitato ritiene che la possibilità per gli Stati membri, prevista all'articolo 3, paragrafo 3, della proposta di decisione, di trasferire dall'anno successivo all'anno in corso il 2 % del volume di emissioni di gas a effetto serra loro assegnato, ovvero la possibilità, se gli Stati non utilizzano le quote stabilite al secondo paragrafo dello stesso articolo, di trasferirle all'anno successivo, non sia abbastanza flessibile, perché, se si vogliono realizzare grandi progetti e raggiungere buoni risultati, il periodo di un anno non offre sufficiente flessibilità. Questo risulta particolarmente importante per i piccoli Stati membri che attuano progetti su vasta scala volti a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

La Commissione propone che ciascuno Stato membro stabilisca un programma per raggiungere i propri obiettivi nazionali. Tuttavia, nel periodo 2013-2020, le emissioni annuali medie di gas a effetto serra non dovrebbero superare la media delle emissioni annuali tra il 2005 e il 2020. Secondo il Comitato, è importante che l'applicazione di tali programmi venga regolarmente monitorata a livello nazionale ed europeo, al fine di individuare tempestivamente eventuali divergenze e prendere le necessarie misure correttive.

4.6

Per rendere economicamente più efficace l'impegno globale sottoscritto dalla Comunità e conseguire gli obiettivi comuni con il minimo dei costi il Comitato ritiene che nella decisione si dovrebbe prevedere la possibilità per uno Stato membro di trasferire parte dei suoi diritti di emissioni di gas a effetto serra a un altro Stato membro.

4.7

Il Comitato chiede alla Commissione di mettere a punto un sistema automatico di osservanza degli obblighi, ad esempio prevedendo per gli Stati membri un'ammenda per il superamento delle emissioni ammesse.

4.8

Inoltre le disposizioni dell'articolo 4, paragrafo 1, lettera c) sull'equa distribuzione geografica dei progetti relative alle politiche di acquisizione dei crediti non sono sufficientemente concrete.

4.9

Ai fini dell'attuazione della decisione, la Commissione dovrebbe fornire agli Stati membri una serie di orientamenti, strumenti e altre misure. Un primo passo potrebbe essere l'elaborazione di una guida che illustri esempi di provvedimenti riusciti nell'UE.

4.10

Per conseguire gli obiettivi previsti dalla decisione, il Comitato raccomanda agli Stati membri di utilizzare i fondi strutturali e di coesione per finanziare quei progetti che non producono o che addirittura riducono le emissioni di gas a effetto serra.

4.11

Per gli impianti che partecipano all'assegnazione delle quote di emissione nell'ambito del sistema ETS, nel periodo 2013-2020 è prevista la partecipazione allo scambio di quote mediante vendita all'asta. Questo sarà un mezzo per ottenere i fondi necessari per ridurre il volume delle emissioni di gas a affetto serra dei settori che non rientrano nel sistema di scambio di quote di emissione. Una parte dei fondi ottenuti in tal modo dovrebbe essere destinata ai settori economici che si sforzano di ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Il rimanente dovrebbe formare un fondo di solidarietà a favore dei paesi in via di sviluppo e venire assegnato a progetti di adeguamento ai cambiamenti climatici attuati in tali paesi.

Bruxelles, 9 luglio 2008.

Il Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Dimitris DIMITRIADIS


3.2.2009   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 27/75


Parere del Comitato economico e sociale europeo in merito alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa allo stoccaggio geologico del biossido di carbonio e recante modifica delle direttive 85/337/CEE e 96/61/CE del Consiglio e delle direttive 2000/60/CE, 2001/80/CE, 2004/35/CE, 2006/12/CE e del regolamento (CE) n. 1013/2006

COM(2008) 18 def. — 2008/0015 (COD)

(2009/C 27/17)

Il Consiglio, in data 8 febbraio 2008, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 175 del Trattato che istituisce la Comunità europea, di consultare il Comitato economico e sociale europeo in merito alla

Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa allo stoccaggio geologico del biossido di carbonio e recante modifica delle direttive 85/337/CEE e 96/61/CE del Consiglio e delle direttive 2000/60/CE, 2001/80/CE, 2004/35/CE, 2006/12/CE e del regolamento (CE) n. 1013/2006.

La sezione specializzata Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 4 giugno 2008, sulla base del progetto predisposto dal relatore WOLF.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 9 luglio 2008, nel corso della 446a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 138 voti favorevoli, 1 voto contrario e 4 astensioni.

Indice

1.

Sintesi e conclusioni

2.

Introduzione

3.

Proposta della Commissione

4.

Osservazioni generali

5.

Osservazioni specifiche

1.   Sintesi e conclusioni

1.1

La cattura e lo stoccaggio a lungo termine del biossido di carbonio (CO2) generato dall'impiego (combustione) di fonti energetiche fossili (cattura e stoccaggio del biossido di carbonio, CCS), rappresenterebbero un contributo veramente sostanziale alla tutela del clima. Per questo motivo si deve puntare a uno sviluppo accelerato di questo procedimento affinché possa essere applicato quanto prima.

1.2

Il Comitato accoglie con favore la direttiva proposta dalla Commissione in quanto presupposto necessario per lo sviluppo e l'applicazione della CCS e ne approva in grandissima parte il contenuto.

1.3

La direttiva affronta gli aspetti fondamentali dello stoccaggio e propone regole in materia. Questo vale soprattutto per le questioni relative alla sicurezza delle persone e dell'ambiente e per le responsabilità collegate. In questo modo la direttiva favorisce anche l'accettazione da parte dei cittadini e tiene conto del loro desiderio di sicurezza.

1.4

Lo sviluppo dell'intera catena del valore della CCS (cattura, trasporto e stoccaggio del CO2) è tuttora in una fase iniziale, in parte ancora esplorativa. Le disposizioni della direttiva devono tenerne conto e, quindi, in alcuni punti dovranno essere adeguate.

1.5

Anche per garantire un'attuazione rapida dei primi progetti, alcuni punti della direttiva andrebbero modificati per renderli più facilmente gestibili sia da parte delle pertinenti autorità nazionali sia da parte delle imprese disposte a investire, offrendo a queste ultime una certezza di programmazione e incentivi ad agire. Si tratta ad esempio di chiarire le questioni relative alla responsabilità, alla forma e alla portata delle garanzie finanziarie.

2.   Introduzione

2.1

La Commissione europea, facendo seguito alle decisioni del Consiglio europeo del marzo 2007 in materia di protezione del clima e sicurezza dell'approvvigionamento energetico, ha proposto un intero pacchetto di misure, presentate in documenti separati, per realizzare gli obiettivi previsti nelle decisioni del Consiglio. Tali misure riguardano in particolare l'efficienza energetica, il potenziamento delle fonti rinnovabili, nonché lo sviluppo e l'applicazione di tecnologie innovative adeguate. Il Comitato ha elaborato pareri specifici su ognuno di tali argomenti (1).

2.2

In questo contesto assumono un ruolo importante anche i procedimenti finalizzati a una riduzione stabile delle emissioni di gas a effetto serra generate dall'uso delle fonti energetiche fossili. Il presente parere in merito alla proposta di direttiva presentata dalla Commissione sullo stoccaggio geologico del biossido di carbonio (CO2) verte proprio su questo aspetto.

2.3

Il presente parere viene integrato da un altro parere predisposto dal Comitato su questa tecnologia e relativo alla comunicazione della Commissione (2) Promuovere la dimostrazione in tempi brevi della produzione sostenibile di energia da combustibili fossili.

3.   Proposta della Commissione

3.1

In considerazione del fatto che, prevedibilmente, la crescente domanda di fonti energetiche a livello internazionale sarà coperta principalmente dai combustibili fossili e in considerazione dell'obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 50 % su scala mondiale e del 60-80 % nei paesi industrializzati entro il 2050, la Commissione ritiene indispensabile sfruttare fino in fondo tutte le possibilità di ridurre le emissioni. In tale contesto assumono un'importanza fondamentale la cattura e lo stoccaggio del biossido di carbonio (CCS) (3).

3.2

La proposta presentata dalla Commissione, che fa seguito all'invito del Consiglio europeo del marzo 2007, costituisce un elemento per la realizzazione dell'obiettivo di sviluppo del quadro tecnico, economico e normativo necessario per rendere operativa la CCS, garantendone al medesimo tempo la compatibilità ambientale. Si tratta soprattutto di creare il quadro normativo necessario, sulla base dell'articolo 175, paragrafo 1, del Trattato CE. La proposta all'esame prevede inoltre una semplificazione delle disposizioni legislative e amministrative ad uso delle autorità comunitarie o nazionali.

3.3

A tal fine vengono prese in considerazione e adeguate talune norme già in vigore, quali le direttive 96/61/CE, 85/337/CEE, 2004/35/CE e 2003/87/CE.

3.4

Per quanto riguarda il contenuto concreto della proposta della Commissione, va osservato quanto segue:

3.4.1

il capo 1 riguarda l'oggetto, la finalità e l'ambito di applicazione della direttiva. Vengono inoltre definiti i concetti utilizzati;

3.4.2

il capo 2 verte sulla scelta dei siti di stoccaggio e sulle licenze di esplorazione e stabilisce che gli Stati membri dovranno designare le aree disponibili per lo stoccaggio e fissare le regole per il rilascio delle licenze di esplorazione;

3.4.3

il capo 3 riguarda le autorizzazioni allo stoccaggio e le relative condizioni, nonché le competenze della Commissione europea in materia. In tale contesto è importante la valutazione d'impatto ambientale, ivi comprese la valutazione delle conseguenze e la consultazione del pubblico;

3.4.4

il capo 4 riguarda gli obblighi in materia di gestione, chiusura e fase post-chiusura, compresi i criteri di ammissione del CO2, gli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle informazioni, le ispezioni, i provvedimenti da adottare in caso di irregolarità e/o fuoriuscite di CO2, gli obblighi in fase di chiusura e post-chiusura delle strutture e la fornitura di garanzie finanziarie;

3.4.5

il capo 5 verte sull'accesso alle reti di trasporto e stoccaggio;

3.4.6

il capo 6 contiene disposizioni generali riguardanti le autorità competenti, la cooperazione transfrontaliera, le sanzioni, la comunicazione delle informazioni alla Commissione europea, le modifiche e le procedure di comitato applicabili;

3.4.7

il capo 7 presenta le modifiche da apportare ad altri atti normativi, compresi i necessari adeguamenti della legislazione in materia di acque e di rifiuti. Vengono altresì stabilite condizioni complementari per l'autorizzazione di nuove centrali;

3.4.8

l'allegato I definisce criteri dettagliati per la caratterizzazione del sito e la valutazione dei rischi, mentre l'allegato II elenca criteri particolareggiati per il monitoraggio. La Commissione europea può modificare gli allegati, fermo restando il diritto di codecisione del Parlamento europeo.

4.   Osservazioni generali

4.1

Il Comitato ha ripetutamente sottolineato (4) che un approvvigionamento energetico a prezzi accessibili è la linfa vitale delle moderne economie sociali e il presupposto di tutti i servizi fondamentali. In questo contesto è particolarmente importante un forte sviluppo di tecnologie innovative (5).

4.2

Il Comitato accoglie quindi con favore e appoggia ampiamente, sul piano del contenuto, la direttiva in materia proposta dalla Commissione, quale importante presupposto per lo sviluppo e l'applicazione di un procedimento — la CCS — finalizzato alla realizzazione di questo obiettivo.

4.3

A questo proposito, il Comitato ha sottolineato (6) che i combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) costituiscono attualmente l'asse portante (7) dell'approvvigionamento energetico sia europeo che globale, e anche nei prossimi decenni probabilmente la loro importanza non verrà meno.

4.4

Questo non è incompatibile con l'obiettivo dichiarato di aumentare drasticamente la quota delle fonti energetiche rinnovabili. Infatti, anche considerato che l'obiettivo dell'UE (8) è quello di arrivare a una quota di energie rinnovabili almeno del 20 % entro il 2020, ancora per molti decenni vi sarà una forte necessità di energia prodotta a partire da altre fonti per garantire la copertura del rimanente 80 % del fabbisogno energetico, quota che entro il 2050 sarà ancora del 50 % circa.

4.5

Per quanto riguarda le fonti rinnovabili, ai fini della produzione di elettricità solo l'utilizzo dell'energia idraulica e della biomassa (9), finora, può essere modulato in funzione della domanda; la disponibilità dell'energia eolica e di quella solare, invece, è limitata in quanto dipende dalle condizioni meteorologiche. Ciò nonostante, il loro sviluppo e la loro applicazione vanno portati avanti con grande impegno e, inoltre, vanno trovate possibilità di stoccaggio adeguate ed economiche. Questo aspetto, però, è oggetto di un parere specifico del Comitato.

4.6

Se ne deduce che per garantire il carico di base, accanto all'energia nucleare e/o al suo posto (10), si dovrà continuare a ricorrere in larga misura alle centrali a combustibili fossili. Inoltre, per compensare la fluttuante immissione in rete di energia eolica, sarà necessario un numero crescente di centrali con una produzione regolabile in modo sufficientemente rapido per poter fornire una potenza di riserva (sia positiva che negativa) adeguata.

4.7

Per la produzione di energia per il carico di punta e per le capacità di riserva si ricorre soprattutto alle centrali a gas e alle centrali idroelettriche che utilizzano impianti ad accumulazione per pompaggio. Il potenziale di sviluppo di queste ultime, tuttavia, è limitato in quanto i siti adatti dal punto di vista orografico sono già quasi completamente utilizzati.

4.8

Per la fornitura di energia per il carico di base e il carico medio, accanto alle centrali nucleari, sono impiegate soprattutto quelle a carbone. Negli Stati membri che hanno deciso di non utilizzare direttamente l'energia nucleare, l'uso del carbone per la produzione di elettricità ha un'importanza ancora maggiore.

4.9

Si tratta dunque di contenere quanto più possibile le emissioni di CO2 anche quando viene utilizzato il carbone. A tal fine vengono seguite due linee di sviluppo che hanno una maturità tecnica e un impatto diversi: da un lato le centrali con un'efficienza ancora maggiore e, dall'altro, quelle dotate di dispositivi CCS (11). In quest'ultimo caso, la massima parte del CO2 prodotto non viene nemmeno più immessa nell'atmosfera; in compenso, però, bisogna inevitabilmente accettare una notevole perdita di efficienza per coprire l'ulteriore fabbisogno energetico per la CCS. Inoltre, è necessario anche sviluppare ulteriormente i procedimenti per la cattura del CO2 generato nei processi di produzione industriale.

4.10

Lo sviluppo della CCS (cattura, trasporto e stoccaggio del CO2) è tuttora in una fase iniziale, in parte ancora esplorativa. Il rendimento delle centrali che utilizzano tecnologie tradizionali, invece, aumenta progressivamente, ma lentamente si sta raggiungendo il limite di quanto è fisicamente possibile. Il Comitato, considerato che nei prossimi 10 anni ci sarà un'urgente necessità di sostituire le capacità di produzione delle centrali, raccomanda di adottare un approccio pragmatico che consiste nello sviluppare e utilizzare parallelamente entrambe le tecnologie. Mentre il miglioramento del rendimento utile può avvenire per lo più in base a criteri di mercato, le tecnologie CCS (sia le centrali che le infrastrutture) nella fase di dimostrazione e di immissione sul mercato necessitano di un ulteriore sostegno.

4.11

Per lo sviluppo della tecnologia CCS vengono seguiti vari approcci: la tecnologia integrata nella centrale, che, nel caso della gassificazione, prevede la separazione del CO2 prima del processo di combustione, l'ossicombustione, che prevede l'arricchimento del CO2 durante il processo di combustione e la successiva cattura, e il procedimento noto come «tecnologia post-combustione», che prevede il filtraggio del CO2 dai fumi dopo la combustione (CO2 washing, ossia depurazione del CO2). Quest'ultimo metodo, se sviluppato adeguatamente, sarà adatto ad essere applicato nelle nuove centrali elettriche altamente efficienti già in costruzione, sempre che vengano progettate in tal senso (pronte per integrare le tecnologie di cattura del carbonio, capture ready). Queste opzioni tecnologiche hanno in comune il fatto che il CO2 separato dev'essere trasportato dal sito della centrale a un luogo di stoccaggio adeguato.

4.12

Lo stoccaggio del CO2 può avvenire solo in formazioni geologiche adeguate e sicure. Allo stato attuale della ricerca possono essere presi in considerazione soprattutto gli acquiferi salini profondi e i giacimenti esauriti di petrolio e di gas, mentre le miniere di carbone abbandonate sembrano meno adeguate. È importante che, per evitare le fuoriuscite, la roccia di copertura sia in massima parte integra (con il minor numero possibile di fratture).

4.13

Se la scelta del sito di stoccaggio avviene in base alle regole proposte nella direttiva e lo stoccaggio viene effettuato in modo professionale i pericoli sono da considerare molto limitati. In caso di stoccaggio in formazioni adeguate, ad esempio, la «fuoriuscita» improvvisa di grandi quantità di CO2 è quasi impossibile (12). Anche una minaccia derivante da scosse telluriche indotte è praticamente da escludere proprio perché la pressione massima scelta per il serbatoio deve essere tale da non distruggere le formazioni rocciose del sito (rocce di serbatoio e di copertura) (13), che devono essere appunto preservate intatte ai fini dello stoccaggio.

4.14

La questione fondamentale per l'accettazione di questa soluzione da parte della società e del mondo politico è quella di uno stoccaggio sicuro e a lungo termine del CO2.

4.15

Per questo motivo il Comitato ritiene molto importante che i cittadini vengano informati in modo completo dalla Commissione e, in particolare, anche dagli Stati membri e dai potenziali operatori, in merito a tutti gli aspetti di questa nuova tecnica e vengano coinvolti nei relativi processi decisionali mediante un dialogo trasparente. A tal fine andrebbero sviluppate procedure adeguate.

4.16

Nel concludere questo capitolo, il Comitato desidera proporre un'ulteriore misura di prevenzione concernente l'eventualità di un fabbisogno di CO2 in un più lontano futuro, sia per il suo uso come sostanza chimica di base per scopi attualmente non prevedibili, sia in quanto variabile nell'ambito dei cicli climatici «naturali» di lungo periodo (14). Per questo motivo il Comitato, quale misura aggiuntiva di prevenzione a favore della sostenibilità, raccomanda di procedere allo stoccaggio sicuro del CO2, ma prendendo in considerazione, nel quadro dei piani di chiusura, la possibilità di un recupero per lo meno parziale, oppure prevedendo una documentazione sulle potenziali possibilità di recupero dai singoli complessi di stoccaggio. Ovviamente, la massima sicurezza possibile e la tenuta stagna del deposito devono avere la priorità.

4.17

Il Comitato, nel complesso, accoglie con favore la proposta di direttiva presentata dalla Commissione e, nel prossimo capitolo, formula osservazioni in merito ad alcuni punti specifici.

5.   Osservazioni specifiche

5.1

La proposta di direttiva della Commissione contempla tutte le disposizioni fondamentali necessarie per fornire agli operatori di impianti CCS il quadro giuridico di cui hanno bisogno, fermo restando che, in alcuni punti sporadici, la proposta della Commissione va oltre il necessario.

5.2

In alcune parti sono però necessari dei chiarimenti per consentire l'applicabilità e garantire la certezza giuridica.

5.3

La proposta della Commissione prevede che il CO2 sequestrato e stoccato venga considerato come «non emesso» nell'ambito del sistema di scambio delle quote di emissione; di conseguenza, non è necessario essere in possesso di certificati di quote di emissione di CO2 (cfr. il 23o considerando, che contiene un riferimento alla direttiva 2003/87/CE). Vi è quindi un utile incentivo di mercato — anche se ancora insufficiente nella fase di dimostrazione — ad investire negli impianti CCS.

5.3.1

Per questo motivo il Comitato è favorevole alla proposta di far rientrare questo settore nel sistema di scambio delle quote; un approccio basato sul mercato, infatti, è decisamente da preferire all'obbligo di applicare la CCS, tanto più che, allo stadio attuale di sviluppo delle tecnologie CCS, un tale obbligo sarebbe decisamente prematuro.

5.3.2

È giusto invece prevedere l'obbligo, per le nuove centrali, di disporre di un'area sufficiente per installare le strutture necessarie alla cattura e alla compressione del CO2 (articolo 32, adeguamento della direttiva 2001/80/CE, con l'inserimento di un nuovo articolo 9 bis). Tuttavia, anche queste misure che, in linea di principio, fanno lievitare i costi dovrebbero essere accompagnate da adeguati incentivi di mercato (15) (p. es. quote di emissione di CO2 a condizioni agevolate, uso a favore della CCS di una parte degli introiti della vendita all'asta nel quadro del sistema ETS).

5.4

Per evitare che le possibilità di stoccaggio vengano limitate inutilmente, il divieto di cui all'articolo 2, paragrafo 3, della proposta della Commissione non dovrebbe riguardare «lo stoccaggio di CO2 in formazioni geologiche» ma i «siti di stoccaggio». Conformemente alla definizione di cui all'articolo 3, punto 4, infatti, le formazioni geologiche possono estendersi oltre il territorio definito all'articolo 2, paragrafo 1, mentre l'estensione di un sito di stoccaggio è decisamente minore. Ulteriori opzioni di stoccaggio verrebbero offerte da una clausola di apertura che preveda accordi contrattuali affidabili con paesi terzi.

5.5

La definizione di «sito di stoccaggio» ai sensi dell'articolo 3, paragrafo 3, dovrebbe riferirsi unicamente alla «parte» di «formazione geologica specifica utilizzata ai fini dello stoccaggio geologico del CO2». (Una formazione geologica, espressa in termini di superficie, può estendersi anche per milioni di chilometri quadrati e, quindi, può essere definita «sito