21.1.2011   

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Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 21/9


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Iniziative collettive della società civile per lo sviluppo sostenibile» (parere d'iniziativa)

2011/C 21/02

Relatore: HENCKS

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 16 luglio 2009, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere d'iniziativa sul tema:

Iniziative collettive della società civile per lo sviluppo sostenibile.

La sezione specializzata Agricoltura, sviluppo rurale, ambiente, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 6 maggio 2010.

Alla sua 463a sessione plenaria, dei giorni 26 e 27 maggio 2010 (seduta del 26 maggio), il Comitato economico e sociale europeo ha adottato il seguente parere con 146 voti favorevoli, 5 voti contrari e 2 astensioni.

1.   Conclusioni e raccomandazioni

1.1

Le sfide che dobbiamo affrontare in materia di sviluppo sostenibile, accentuate dalla crisi delle finanze pubbliche, sono abbastanza preoccupanti perché la società civile si mobiliti per sostenere i responsabili politici, accompagnare i necessari cambiamenti economici e sociali e il ritorno all'equilibrio dei conti pubblici.

1.2

Al di là delle considerazioni scientifiche, il successo delle decisioni politiche dipende in larga misura dalla loro accettabilità per la società civile che, all'insegna di una maggiore trasparenza sulle scelte finali e sulle responsabilità in gioco, dovrà essere strettamente associata a tutte le fasi dell'attuazione delle politiche per lo sviluppo sostenibile.

1.3

La partecipazione della società civile all'elaborazione di una politica ambiziosa di sviluppo sostenibile dovrà essere correttamente strutturata, per essere realmente efficace ed evitare di degenerare in uno strumento populista.

1.4

Alla luce delle riflessioni e dei suggerimenti formulati di seguito, il CESE chiede che la partecipazione dei cittadini e la condivisione delle conoscenze siano integrate nella revisione della strategia di sviluppo sostenibile nel 2011. Questa integrazione deve essere realizzata in particolare attraverso un piano d'azione, degli incentivi finanziari e la pubblicazione delle migliori pratiche di iniziative collettive della società civile.

1.5

Il CESE ritiene inoltre che lo sviluppo sostenibile dovrà avere un posto di primissimo piano nella strategia Europa 2020 dell'UE.

2.   Oggetto del parere d'iniziativa

2.1

«Il mondo non l'abbiamo ereditato dai nostri genitori, ma preso in prestito dai nostri figli». Questa massima, frutto della saggezza del popolo nativo canadese degli Haida, illustra perfettamente la sfida che si pone alla generazione attuale: cambiare il nostro stile di vita e definire nuove vie per uno sviluppo economico efficace, socialmente equo ed ecologicamente sostenibile, tale da assicurare una giusta redistribuzione della ricchezza e da garantire a tutti i cittadini la possibilità di accedere a una vita dignitosa.

2.2

Alcuni di questi cambiamenti implicano iniziative «dall'alto verso il basso» quali disposizioni legislative, programmi d'investimento pubblici e/o privati, ecc. Altri invece impongono iniziative che vengono «dal basso», da parte dei cittadini coscienti dell'importanza di dare ciascuno il suo contributo personale. Contributo che si manifesta, in particolare, con una modifica dei comportamenti e dei modi di consumo, nonché con il sostegno o la partecipazione alle iniziative e alle azioni delle collettività a favore dello sviluppo sostenibile.

2.3

I governi nazionali e l'UE devono riconoscere che queste iniziative che vengono «dal basso» sono indispensabili non solo per il passaggio a un'economia più sostenibile, ma anche per realizzare gli obiettivi che le autorità politiche si sono poste in materia di sviluppo sostenibile. Un'iniziativa a livello europeo potrebbe sicuramente apportare un grande valore aggiunto, in particolare attraverso la pubblicazione delle migliori pratiche in materia di impegno e di iniziative dei cittadini e delle collettività a favore dello sviluppo sostenibile.

2.4

Il presente parere si propone quindi di elaborare raccomandazioni su ciò che l'Europa potrebbe fare per rafforzare l'efficacia e accrescere il numero delle iniziative collettive lanciate da organismi istituzionali, imprese, sindacati, ONG, altre organizzazioni o esponenti della società civile allo scopo di favorire il progresso in materia di sviluppo sostenibile.

2.5

Nel presente parere il CESE sviluppa alcune riflessioni su come far sì che tutta la società civile presti un contributo più attivo allo sviluppo sostenibile, e sul tipo di strutture quadro che l'Europa dovrebbe creare per accompagnare le iniziative in materia e ottimizzarne l'efficacia.

3.   La sfida per la società civile: diventare un motore della promozione dello sviluppo sostenibile

3.1

La questione centrale oggi è quella del cambiamento climatico, che rappresenta indubbiamente una minaccia dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche a lungo termine. Non si tratta però dell'unico fenomeno che ostacola uno sviluppo sostenibile delle nostre società: la perdita di biodiversità, la deforestazione, il degrado del suolo, i rifiuti tossici, i metalli pesanti, gli inquinanti organici, l'urbanizzazione incontrollata, le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, ecc., costituiscono anch'essi gravi problemi per l'umanità.

3.2

Al fine di pervenire a uno stile di vita ecologicamente e socialmente sostenibile, sarà necessario prendere le distanze da un atteggiamento che consiste nel volere sempre più crescita non sostenibile, e passare dall'era dei consumi eccessivi e degli sprechi a quella di un benessere basato sullo sviluppo umano e sociale. Come ha scritto il Consiglio economico, sociale e ambientale francese, è importante considerare l'essere umano come essere biologico e sociale, fatto di natura e di cultura, come persona.

3.3

Il comportamento poco sostenibile non è tuttavia un fenomeno esclusivamente contemporaneo. Da sempre l'uomo tratta l'ambiente in maniera «poco sostenibile». Ciò che è cambiato è l'ampiezza e la rapidità del degrado degli ecosistemi, dovute ai modi di produzione e di consumo.

3.4

Un'altra cosa che è cambiata è che attualmente, fatte le debite proporzioni, le conoscenze scientifiche sul funzionamento degli ecosistemi consentono di dimostrare e di comprendere la gravità della situazione e di mettere in risalto numerosi comportamenti non sostenibili tipici delle nostre società. Pare tuttavia che i pur evidenti segnali d'allarme non siano sufficienti affinché le società prendano adeguatamente coscienza dei propri atti e adottino comportamenti più sostenibili e socialmente responsabili.

3.5

Originariamente, il concetto di sviluppo sostenibile si concentrava essenzialmente sulle risorse naturali (esaurimento delle riserve di idrocarburi fossili) e sull'inquinamento (distruzione dell'ozono della stratosfera), stabilendo norme di emissione per i prodotti nocivi e limiti di estrazione delle risorse. In seguito questo concetto è diventato più generale, e ha integrato restrizioni legate alla crescita economica e alla coesione sociale. Lo sviluppo sostenibile, quindi, associa la preoccupazione di uno sviluppo equo delle società, e in particolare della lotta alla povertà, con quella della trasmissione di un ambiente sano, ricco e diversificato alle generazioni future.

3.6

Il concetto di sviluppo sostenibile si è così venuto generalizzando nel corso degli anni. In origine erano soprattutto i movimenti ecologisti nati un po' in tutto il mondo occidentale a preoccuparsi della protezione degli ecosistemi. Oggi tutti i partiti politici si sono appropriati del tema della protezione dell'ambiente, che si è allargato fino ad abbracciare lo sviluppo sostenibile.

3.7

Va tuttavia riconosciuto che la società civile non è rimasta inattiva. Già oggi molti cittadini, sia a titolo personale o nel quadro di azioni collettive, sono impegnati per il passaggio a uno stile di vita più sostenibile. Per fare alcuni esempi:

sul luogo di lavoro, imprese e dipendenti si danno da fare per consumare meno energia, per ridurre i rifiuti e per sviluppare mezzi di produzione più sostenibili,

nel commercio all'ingrosso e al dettaglio, i commercianti e i clienti collaborano per determinare il modo migliore di promuovere prodotti più sostenibili,

in casa loro, i cittadini fanno il possibile per migliorare la performance energetica delle loro abitazioni, evitare gli sprechi, ridurre il consumo d'acqua e promuovere il riciclaggio,

nei sistemi nazionali di istruzione di alcuni Stati membri, gli studenti sono sensibilizzati in merito al rispetto dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile fin dalla più giovane età.

3.8

Analogamente, a livello regionale si sono costituiti organizzazioni professionali o associative o gruppi di cittadini per discutere delle questioni riguardanti lo sviluppo sostenibile, esprimere pareri e lanciare azioni.

3.9

Tuttavia, nonostante la fortissima visibilità mediatica avuta in occasione della recente conferenza di Copenaghen, lo sviluppo sostenibile subisce una grave perdita di interesse. Questo fenomeno si può spiegare con il fatto che la lotta al cambiamento climatico, che è solo una parte, per quanto importante, dello sviluppo sostenibile, a volte mette in ombra gli altri elementi essenziali. Alla disillusione dei cittadini, che si aspettavano un impegno formale del potere politico, va ad aggiungersi un certo scetticismo riguardo ai reali rischi legati al cambiamento climatico. Lo scetticismo è predicato da alcuni scienziati ed esponenti politici, che mettono in dubbio la gravità della situazione, e ciò, se da un lato amplifica un certo calo dell'entusiasmo, dall'altro alimenta un movimento di protesta.

3.10

La risoluzione del CESE Indietro non si torna del 23 novembre 2009, indirizzata alla conferenza di Copenaghen, assume oggi una nuova importanza e si rivolge all'intera società civile: imprese, sindacati e altre organizzazioni della società civile. Tutti dovranno compiere sforzi per mitigare gli effetti di tali cambiamenti e adattarsi ad essi.

3.11

Effettivamente, alla luce dei deludenti risultati della conferenza di Copenaghen, e del rischio che ne possa risultare un diffuso senso di indifferenza, la società civile è chiamata più che mai a mobilitarsi. Come suggerito dal CESE, essa dovrà insistere perché l'Unione europea non ceda alla tentazione di addurre a pretesto il fallimento di Copenaghen per ridimensionare le sue ambizioni o per ridurre il suo impegno, e intensifichi invece i propri sforzi per poter giungere a un modello di sviluppo a basse emissioni di carbonio e rispettoso delle risorse naturali, la cui competitività sia fondata sulla capacità di rendere più coerenti fra loro l'innovazione, gli investimenti produttivi e il capitale umano.

3.12

È infatti innegabile che esistano interazioni tra il settore ambientale, economico, sociale e culturale. Ciò rende indispensabile un approccio interdisciplinare in grado di riunire attori dalle competenze e dagli interessi molto differenziati, chiamati ad andare oltre le barriere istituzionali e settoriali e a coniugare le loro competenze e il loro buon senso. È infatti importante evitare che diverse componenti della società si neutralizzino a vicenda e che alla fine la decisione venga presa dai politici eletti o dai gruppi d'interesse meglio organizzati.

3.13

Le iniziative della società civile in questo campo possono effettivamente essere il motore delle decisioni politiche. La società civile ha la capacità di riunire gli attori e i decisori politici, di sensibilizzare tutte le componenti della società incoraggiandole a rivedere il loro modo di vita, di consumo e di produzione e a lanciare iniziative e azioni ambiziose.

4.   Il dibattito pubblico sullo sviluppo sostenibile - cronistoria

4.1

In seguito alle iniziative della società civile organizzata, la dichiarazione della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sull'ambiente e sullo sviluppo (UNCED), svoltasi a Rio nel 1992, ha introdotto per la prima volta la società civile, a titolo ufficiale, nel dibattito sullo sviluppo sostenibile. I 27 principi di applicazione dello sviluppo sostenibile stabiliti nella dichiarazione affermano, in particolare, che il pubblico deve essere coinvolto nelle decisioni, e che le donne, i giovani, le comunità locali e le minoranze devono svolgere un ruolo più importante rispetto ad oggi.

4.2

Il capitolo 28 dell'Agenda 21 (il programma di applicazione dello sviluppo sostenibile elaborato al vertice di Rio) invita le collettività locali a integrare lo sviluppo sostenibile nei loro programmi d'azione, sulla base di un meccanismo di consultazione della popolazione.

4.3

È stata così riconosciuta l'importanza di coinvolgere la società civile nell'analisi delle conseguenze dell'azione pubblica sulle scelte finali e sulle responsabilità in materia di sviluppo sostenibile. Di conseguenza tutte le parti interessate (alcune delle quali, ad esempio la generazione futura, sono ovviamente assenti) dovranno essere strettamente coinvolte nell'elaborazione e nell'esecuzione dei progetti.

4.4

Da allora le organizzazioni non governative, seguite dalle imprese, dai sindacati, dagli enti territoriali o locali e da altre strutture associative rivendicano un ruolo nel dibattito accanto agli attori istituzionali e politici. Questi attori sono all'origine di numerose azioni, iniziative e raccomandazioni intese a favorire comportamenti sostenibili.

5.   Le azioni della società civile

5.1

Sono anni ormai che il CESE, come rappresentante istituzionale della società civile organizzata in seno all'Unione europea, si preoccupa dello sviluppo sostenibile. Nel 2006 ha creato l'Osservatorio dello sviluppo sostenibile, che ha il fine di agevolare il contributo della società civile alla definizione della politica in materia conciliando gli interessi ambientali, economici e sociali. In questo quadro, il CESE ha elaborato numerosi pareri e raccomandazioni su questioni essenziali in materia di sostenibilità, e continuerà a proporre soluzioni pratiche, per esempio con il parere Costruire un'economia sostenibile trasformando il nostro modello di consumo (INT/497).

5.2

È evidente tuttavia che il peso degli attori istituzionali e politici resta molto superiore rispetto a quello della società civile. D'altronde alcune azioni, destinate in apparenza a promuovere lo sviluppo sostenibile, sono in realtà influenzate da interessi che sono più di tipo politico, finanziario o ideologico che ambientale, e dipendono dalla volontà dell'uno o dell'altro gruppo. Si rischia così che lo sviluppo sostenibile diventi strumento e proprietà di gruppi di pressione che difendono questioni che magari hanno ben poco a che vedere con i temi iniziali.

5.3

Riuscire a coinvolgere tutte le parti è molto raro. Spesso una parte della società civile si manifesta solo quando la risoluzione dei problemi diventa pressante. Al di fuori delle situazioni di urgenza, invece, il campo viene piuttosto lasciato a gruppi di pressione e di contestazione.

5.4

Si tratterà dunque di andare al di là delle semplici azioni d'informazione, e di trovare gli strumenti per pervenire a una democrazia partecipativa nella quale le strutture di concertazione tocchino tutta la società civile e restino rappresentative e attive nel tempo, integrando gli interessi ambientali, sociali ed economici nelle azioni locali e globali. Parallelamente a queste ultime, è essenziale, in questo contesto, promuovere iniziative locali nelle quali deve essere coinvolta la società civile. Questo è infatti il modo migliore perché nelle iniziative adottate possano identificarsi tutti quelli che sono, in definitiva, i destinatari delle suddette azioni.

6.   Una società civile rappresentativa e attiva nel tempo

6.1

In un sistema di governance multilivello come quello applicato nell'Unione europea, non è opportuno ricorrere esclusivamente alle istituzioni rappresentative elette democraticamente per essere certi della partecipazione dei cittadini ai dibattiti e al processo decisionale.

6.2

La Convenzione di Aarhus, negoziata in seno alla Commissione economica per l'Europa delle Nazioni Unite (UNECE), afferma i principi della partecipazione effettiva dei cittadini alle decisioni in materia di ambiente. La Convenzione riguarda in particolare il diritto di accesso alle informazioni, la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e l'accesso alla giustizia, il tutto in campo ambientale.

6.3

La Convenzione stabilisce in particolare l'obbligo, per qualsiasi autorità pubblica, di rendere disponibili tutte le informazioni di cui dispone in materia di ambiente a qualsiasi persona ne faccia richiesta, senza che quest'ultima debba dichiarare la propria identità o il motivo della richiesta. Nel suo parere in merito alla direttiva 2003/4/CE, il CESE aveva criticato il fatto che il recepimento della Convenzione non fosse conforme, su certi punti, al disposto della stessa, tra l'altro a proposito del concetto di «soggetto abilitato» ad accedere alle informazioni. Il CESE ritiene che sia necessaria e urgente una revisione della suddetta direttiva, e si rammarica dell'assenza di un bilancio dell'applicazione della Convenzione nell'UE, quando gli Stati che l'hanno ratificata hanno l'obbligo di presentare una relazione sulla sua applicazione.

6.4

In primo luogo, è opportuno definire la popolazione destinataria, che sarà chiamata a partecipare all'elaborazione e alla formulazione delle politiche di sviluppo sostenibile. In questa fase, è opportuno inoltre decidere sulle procedure di reclutamento dei volontari, fissare obiettivi concreti e stabilire la metodologia e le procedure di valutazione e di divulgazione dei risultati.

6.5

Lo sviluppo sostenibile interessa direttamente tutti i cittadini, senza eccezioni. Per questo motivo la popolazione che si esprime potrà essere rappresentativa soltanto se coprirà un ampio spettro di caratteristiche socio-demografiche e una grande varietà di competenze e di opinioni.

6.6

È dunque importante individuare chiaramente i problemi e definire gli obiettivi prioritari concreti da raggiungere a breve e medio termine, sempre tenendo conto delle dimensioni sociali e culturali dei problemi, che dovranno essere vicine agli interessi reali dei cittadini. Ciò significa stabilire una gerarchia dei problemi e trattarli secondo il loro grado di priorità, secondo la gravità dei loro effetti e danni inerenti e secondo quanto costa risolverli.

6.7

I cittadini devono poter percepire la partecipazione come una azione di responsabilizzazione. Ciò significa che essi devono essere associati alle iniziative fin dall'inizio, dalla fase di elaborazione della strategia e dei progetti, e avere un ruolo attivo in tutte le fasi del processo.

6.8

Per ciascuna fase del dibattito e della ricerca di soluzioni consensuali, dovrebbe essere designata, a livello locale, regionale o nazionale, una persona, un «mediatore dello sviluppo sostenibile», dotato di competenze specifiche nella gestione dei dibattiti, una personalità indipendente da ogni gruppo d'interesse. Questi dovrebbe occuparsi dell'informazione, della motivazione e del reclutamento di tutti i cittadini interessati e desiderosi di partecipare. Dovrebbe inoltre assicurare il coordinamento centrale delle azioni e garantire che tutte le opinioni si possano manifestare e che tutti i partecipanti abbiano la possibilità di contribuire al dibattito, evitando nel contempo qualsiasi forma di deriva.

6.9

Questo mediatore dovrà inoltre fungere da interfaccia e da portavoce presso l'opinione pubblica e i media, per far sentire la voce dei difensori dello sviluppo sostenibile, assicurarsi della correttezza delle informazioni ed evitare che la stampa monopolizzi l'attenzione del pubblico in maniera parziale. Dovrebbe inoltre collaborare strettamente con i responsabili dell'istruzione per generalizzare la sensibilizzazione allo sviluppo sostenibile fin dalla più tenera età.

6.10

Al fine di poter motivare il maggior numero possibile di cittadini a partecipare attivamente al processo decisionale in materia di sviluppo sostenibile, sarà opportuno analizzare e combattere le ragioni per cui buona parte della società si mostra esitante e adotta un atteggiamento passivo.

7.   Abbattere gli ostacoli alla partecipazione attiva della società civile

7.1

Le misure che si oppongono al degrado degli ecosistemi e favoriscono i cambiamenti di stile di vita sono oggi oggetto di una programmazione di lungo periodo, e non costituiscono una realtà operativa a breve termine. Le sfide sono percepite come problemi ambientali la cui evoluzione verso dimensioni catastrofiche è lenta, trascurabile nell'immediato ma drammatica nel lungo periodo. Si tratta di una visione «utilitaristica», la cui sensibilità ambientale è limitata alla vita quotidiana e agli effetti e alle difficoltà visibili, mentre trascura i rischi potenziali impercettibili o che non si sono ancora concretizzati.

7.2

Affinché tutti i cittadini comprendano i motivi per cui è importante cambiare i comportamenti, sarà necessario informarli e spiegare i suddetti motivi con un linguaggio chiaro, evitando la terminologia specialistica e sofisticata. È fondamentale tuttavia evitare di cadere negli slogan e di sostituire le argomentazioni scientifiche con quelle emotive.

7.3

Una migliore comunicazione che si avvalga di diversi tipi di media e utilizzi messaggi chiari e comprensibili permetterebbe sicuramente ai cittadini di riconoscersi più pienamente nei problemi che li riguardano e di identificarsi di più con le iniziative da intraprendere.

7.4

È inoltre necessario che i messaggi siano obiettivi. Sconvolgere i cittadini con cifre secche, presentate come verità inconfutabili mentre invece sono poco credibili, è controproducente. Si pensi, all'affermazione di un ex-vicepresidente degli Stati Uniti secondo il quale entro cinque anni l'Artico sarebbe stato completamente privo di ghiaccio nel periodo estivo. Dichiarazioni di questo tipo finiscono per creare sfiducia dei confronti dei responsabili politici e per provocare indifferenza ai problemi reali.

7.5

Il profetismo esagerato che annuncia catastrofi drammatiche immediate e inesorabili crea un clima di paura cronica che genera egocentrismo e serve da pretesto per giustificare comportamenti cosiddetti NIMBY (da not in my backyard, ossia non dietro casa mia), nefasti per la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile. Le iniziative locali contro l'installazione di centrali eoliche perché deturpano il paesaggio o l'incenerimento selvaggio dei rifiuti per evitare di pagare una tassa per la raccolta collettiva rappresentano esempi rivelatori di questo atteggiamento di chiusura.

7.6

Questa indifferenza è grave perché, anche se le conseguenze non sono probabilmente drammatiche quanto alcuni vogliono far credere, esistono problemi che richiedono una soluzione rapida. Conformemente al principio di precauzione, è preferibile reagire a situazioni potenzialmente pericolose senza aspettare che il pericolo sia dimostrato scientificamente.

7.7

Sarà necessario assicurarsi che i risultati e i successi della partecipazione dei cittadini siano documentati e divulgati al di fuori della comunità degli specialisti, sapendo che gli esempi di migliori pratiche sono uno strumento privilegiato per condividere i progressi.

7.8

Per assicurare che l'impegno della società civile si protragga nel tempo, si dovranno mettere in risalto e pubblicizzare i casi di proposte presentate dai cittadini che sono state anche solo parzialmente messe in pratica.

7.9

Sarà infine necessario intensificare gli sforzi nella ricerca di metodi che consentano di cambiare i comportamenti delle persone. Uno strumento certamente molto utile è l'inserimento dell'educazione allo sviluppo sostenibile nei sistemi scolastici nazionali, al fine di sensibilizzare i cittadini a questi problemi fin dalla più giovane età. È proprio in quest'ottica, peraltro, che il CESE ha lanciato un dibattito sulla fattibilità di una rete europea di forum nazionali di istruzione e formazione in materia di energia pulita.

8.   La valutazione delle azioni

8.1

La molteplicità degli attori crea una grande eterogeneità, sia nella forma che nella sostanza, tra azioni che non sono comparabili, e che raramente consentono di mettere in rilievo un quadro di riferimento comune. È pertanto indispensabile procedere regolarmente a una valutazione delle azioni nel quadro dello sviluppo sostenibile.

8.2

Inoltre, la strumentalizzazione dello sviluppo sostenibile da un lato, e una regolamentazione a volte troppo severa dall'altro, impongono una valutazione permanente, basata su indicatori dello stato di avanzamento dei progetti.

9.   Gli indicatori di valutazione

9.1

Secondo il programma d'azione adottato a Rio nel 1992, gli Stati dovranno adottare un sistema comune per monitorare e valutare i progressi compiuti in materia di sviluppo sostenibile in generale, e dalle agende locali in particolare. Sono inoltre tenuti a mettere a punto indicatori accettati da tutti in materia economica, sociale e ambientale, sulla base dei quali si possano prendere decisioni a tutti i livelli. Questi indicatori devono essere consensuali e dare un'immagine rappresentativa delle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile.

9.2

La valutazione si basa su una diagnosi, un'analisi e delle raccomandazioni, ed è chiamata a esprimere un giudizio sul valore di una politica, di un programma o di un'azione. Si deve comunque riconoscere che le componenti ambientale, umana e sociale sono spesso difficili da valutare. È però necessario compiere questo sforzo perché il predominio del PIL, che finora è stato il principale valore di riferimento in materia di benessere e di qualità della vita, può indurre i politici a prendere decisioni nefaste per la coesione sociale e l'ambiente e a trascurare le necessità delle generazioni future (1).

9.3

Nella valutazione dello sviluppo sostenibile vanno individuate le tendenze in due ambiti principali: la valutazione della capacità di assorbimento da un lato e la valutazione dello sviluppo della gestione delle comunità umane dall'altro.

9.4

In un suo recente parere (CESE 647/2010 - Non solo PIL: misurare il progresso in un mondo in cambiamento, relatore: ZBOŘIL), il CESE si compiace dello sforzo della Commissione inteso ad estendere i conti nazionali ai temi dell'ambiente e alle questioni sociali. Nel 2010 dovrà essere proposto un quadro giuridico per la contabilità ambientale. Per il momento gli indicatori sociali tratti dai conti nazionali non sono utilizzati al massimo delle loro potenzialità. Si può prevedere che l'esigenza di utilizzare tali indicatori aumenti man mano che si procederà nell'elaborazione di un approccio globale e integrato inteso a misurare il progresso in un mondo in cambiamento.

10.   Metodo di valutazione

10.1

La varietà di programmi e azioni posti in essere dalle autorità nazionali, regionali e locali per promuovere un comportamento e un modo di vita sostenibili rende necessaria una valutazione che tenga conto delle varie componenti, nella consapevolezza che l'accettabilità di una valutazione varia fortemente in funzione delle aree, dei metodi e dei criteri applicati.

10.2

Inoltre, la valutazione a livello di Stati membri dovrà essere pluralista e coinvolgere tutti gli attori e le persone interessate: autorità responsabili della concezione e dell'attuazione delle azioni, responsabili della regolamentazione, fornitori di servizi, rappresentanti dei consumatori, dei sindacati e della società civile ecc. I sondaggi dell'opinione pubblica, pur essendo a volte di difficile interpretazione, fanno parte di una politica di informazione, sensibilizzazione e partecipazione dei cittadini e delle imprese, e consentono loro di comunicare con le istanze di valutazione e di presentare loro le proprie rimostranze.

10.3

Oltre a essere condotta con spirito pluralista, la valutazione dovrà essere indipendente e basarsi sul principio del contraddittorio, dato che le diverse parti in causa non condividono tutte gli stessi interessi; anzi, in alcuni casi presentano interessi opposti e non dispongono di informazioni e competenze equivalenti.

10.4

La valutazione dell'efficacia delle diverse azioni a favore dello sviluppo sostenibile sul piano ambientale, economico e sociale non può essere basata su un unico criterio, ma piuttosto su una serie di criteri.

10.5

La valutazione ha senso solo se rapportata agli obiettivi e ai compiti assegnati, che rientrano tra i tre pilastri della strategia di Lisbona (crescita economica, coesione sociale e protezione dell'ambiente). Deve quindi basarsi su un insieme di criteri.

10.6

Secondo quanto proposto dal CESE per i servizi di interesse generale (2), il sistema di valutazione dovrà fondarsi su relazioni periodiche, elaborate a livello nazionale o locale da organismi incaricati della valutazione istituiti dagli Stati membri in base ai principi illustrati sopra.

10.7

A livello di UE sarà necessario definire le modalità di scambio, di confronto, di comparazione e di coordinamento. Spetterà quindi all'Unione dare impulso al processo di valutazione indipendente, elaborando, di concerto con i rappresentanti delle parti interessate, un metodo di valutazione armonizzato su scala europea sulla base di indicatori comuni. Essa dovrà inoltre dotarsi degli strumenti atti a garantirne il funzionamento.

10.8

Affinché la valutazione risulti utile e pertinente è opportuno creare un comitato direttivo pluralista, rappresentativo di tutte le parti interessate. Si tratta di un compito che rientrerebbe perfettamente tra le competenze dell'Osservatorio dello sviluppo sostenibile del CESE.

10.9

Il comitato direttivo dovrebbe svolgere i seguenti compiti:

la definizione di indicatori pertinenti,

la definizione del metodo di valutazione,

l'elaborazione dei capitolati d'oneri degli studi da condurre,

l'affidamento di tali studi, da basare su un ampio ventaglio di competenze e consulenze, e il raffronto con risultati ottenuti altrove,

il vaglio critico delle relazioni,

l'estrapolazione di buone pratiche e approcci innovativi,

l'elaborazione di raccomandazioni,

la divulgazione dei risultati.

10.10

I dibattiti con tutte le parti interessate a proposito dei rapporti di valutazione potrebbero assumere la forma di una conferenza annuale sui risultati delle azioni intraprese a favore dello sviluppo sostenibile, durante la quale siano presentati esempi di buone pratiche.

Bruxelles, 26 maggio 2010

Il presidente del Comitato economico e sociale europeo

Mario SEPI


(1)  GU C 100 del 30.4.2009.

(2)  GU C 162 del 25.6.2008, pag. 42.